Comunità di pratica lavorativa e teoria dell'apprendimento sociale, Dispense di Psicologia
marcus.miller.59961
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Comunità di pratica lavorativa e teoria dell'apprendimento sociale, Dispense di Psicologia

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Descrizione dei costrutti di comunità di pratica, apprendimento e identità sociale, quale sviluppo di un filone teorico sui meccanismi di interazione delle persone al lavoro
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COMUNITA DI PRATICA (E. Wenger)

Introduzione. Una teoria sociale dell’apprendimento

I problemi sull’apprendimento si basano sull’assunto che esso sia un processo individuale, con un inizio e una fine, separato col resto delle nostre attività, prodotto dell’insegnamento. Così predisponiamo aule dove gli studenti, liberi dalle distrazioni esterne, possono seguire un docente. Usciamo dalla scuola con l’idea che l’apprendimento sia un processo noioso e difficile. Proviamo ad adottare una prospettiva diversa: apprendimento inserito nella nostra esperienza concreta, nella nostra vita reale. Imparare fa parte della nostra natura umana, come mangiare e dormire.

Una prospettiva concettuale: teoria e pratica

Esistono tanti tipi di teorie sull’apprendimento; ognuno di essi enfatizza diversi aspetti di questo processo (comportamentismo, costruttivismo, cognitivismo…). La teoria sociale dell’apprendimento di Wenger non vuole sostituirsi alle altre, ma ha una sua focalizzazione precisa. Parte da 4 premesse: 1. Siamo esseri sociali 2. La conoscenza è un fatto di competenza per una serie di attività socialmente apprezzate 3. Conoscere vuol dire partecipare al proseguimento di queste attività socialmente apprezzate, cioè assumere un ruolo attivo nel mondo 4. Il significato è ciò che alla fine l’apprendimento è chiamato a generare

Apprendimento come partecipazione sociale: essere partecipanti attivi nelle pratiche di comunità sociali e nella costruzione di identità in relazione a queste comunità. Questa partecipazione influenza ciò che facciamo e ciò che siamo.

Componenti che legano la partecipazione sociale all’apprendere e al conoscere: 1. Significato: capacità di sperimentare la vita e il mondo come qualcosa di significativo 2. Pratica: coinvolgimento nell’azione 3. Comunità: la nostra partecipazione è riconosciuta come competenza 4. L’apprendimento modifica chi siamo noi

Le comunità di pratica sono dappertutto. Tutti noi apparteniamo a delle comunità di pratica, che cambiano nel corso della vita (famiglia, scuola, lavoro, hobby…).

Ripensare l’apprendimento

Ci sono momenti nella vita in cui l’apprendimento si intensifica, altri in cui ci viene richiesto un approccio più attivo, altri in cui l’apprendimento si consolida… L’apprendimento è parte integrante della vita quotidiana, rientra nella nostra partecipazione alle comunità e alle organizzazioni. Anche se l’apprendimento si può considerare un processo automatico, le società moderne sviluppano programmi scolastici, piani formativi aziendali, sistemi educativi, perché si vuole indurre l’apprendimento, assumerne il controllo, indirizzarlo. Ma forse più dell’apprendimento in sé, è la nostra comunicazione di apprendimento che ha bisogno di attenzione quando decidiamo di occuparcene. È fondamentale, nei nostri tentativi di organizzare l’apprendimento, diventare riflessivi per quanto riguarda i nostri discorsi su esso.

La praticità della teoria

Se pensiamo che la conoscenza consista in una serie di informazione archiviate nel cervello, ha senso riunire i destinatari di tali informazioni in luoghi separati da distrazione, dove vengono fornite loro le informazioni in modo chiaro e semplice. Se invece pensiamo che queste informazioni siano solo una parte del conoscere, e che il conoscere implichi una partecipazione attiva alle comunità sociali, allora il modello tradizione non è adatto. Stesso discorso vale nelle organizzazioni (partecipazione creativa dei lavoratori e meno prescrizioni). In questo senso le nostre teorie sono estremamente pratiche, perché ispirano le modalità con cui agiamo e le modalità con cui giustifichiamo le nostre azioni. Per ciò una teoria sociale sull’apprendimento non è un argomento solo accademico. Un nuovo schema concettuale

per riflettere sull’apprendimento è utile non solo per gli studiosi, ma anche per tutti coloro che devono intraprendere delle azioni per promuovere l’apprendimento nelle relazioni, comunità e organizzazioni.

Contesto intellettuale

Questa teoria dell’apprendimento coinvolge una serie di discipline, tra cui l’antropologia, la sociologia, la psicologia, la teoria e pratica organizzativa ed educativa. La tradizione principale in cui si colloca questo lavoro è la teoria sociale, che si colloca tra la filosofia, le scienze sociali e umane. L’asse verticale della teoria sociale riflette la tensione tra le teorie che attribuiscono il primato alla struttura sociale e quelle che lo attribuiscono all’azione: - Le teorie della struttura sociale attribuiscono il primato alle istituzioni, alle norme e alle regole. Le più estreme negano l’autonomia dell’azione. - Le teorie dell’esperienza situata attribuiscono il primato alle dinamiche dell’esistenza quotidiana. Enfatizzano l’autonomia operativa e le intenzioni. Le più estreme ignorano la struttura. L’apprendimento inteso come partecipazione si colloca a metà strada: coinvolgimento in azioni e interazioni ma inserito nella cultura e nella storia. L’asse orizzontale media tra i due poli di quello verticale: - Le teorie della pratica sociale riguardano la produzione di modalità specifiche di relazione con il mondo. Studiano l’attività quotidiana in relazione col mondo. - Le teorie dell’identità studiano la formazione sociale della persona. Affrontano problemi di genere, età, etnia… Anche qui l’apprendimento si colloca a metà strada: è il veicolo per l’evoluzione delle pratiche ma anche per lo sviluppo dell’identità. Wenger ha aggiunto due assi diagonali per fornire altre quattro dimensioni della teoria sociale. Uno degli assi colloca le collettività sociali tra la struttura sociale e la pratica, e la soggettività individuale tra l’identità e l’esperienza situata. - Le teorie della collettività studiano la formazione di configurazioni sociali di vari tipi, da locali a globali. - Le teorie della soggettività studiano la natura dell’individualità come esperienza di azione autonoma. L’altro asse diagonale colloca il potere tra la struttura sociale e l’identità, e il significato tra la pratica e l’esperienza. - Teorie del potere. Il problema è trovare concettualizzazioni che evitino prospettive conflittuali (dominazione, violenza) e modelli consensuali (accordo) - Le teorie del significato tentano di spiegare le modalità con cui le persone producono dei loro significati.

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I casi illustrativi

I due casi descrivono una comunità di pratica. Nel 1989-1990 Wenger ha condotto una ricerca etnografica su un centro di liquidazione di indennizzi per le spese mediche, gestito da una grande compagnia di assicurazioni statunitense, che viene chiamata Alinsu. I liquidatori gestivano le consuete richieste di rimborso garantite da una polizza, inviate da persone coperte da un piano sanitario acquistato dal loro datore di lavoro.

Caso illustrativo 1. Benvenuti nel centro di liquidazione dei rimborsi assicurativi!

È il resoconto, piuttosto dettagliato, della giornata lavorativa di un liquidatore. Intende mostrare l’attività di una comunità di pratica, vista da un’addetta ai lavori. Ariel, così chiamata, rappresenta i liquidatori ma è un personaggio composito. La giornata è l’esemplificazione di una giornata lavorativa reale e racconta degli eventi reali, non osservati tutti lo stesso giorno.

Caso illustrativo 2. La faccenda della C, della F e della J.

Descrive l’utilizzo di una scheda di lavoro creata dall’Alinsu per facilitare il calcolo dell’indennizzo dovuto. Questo caso illustra la tipologia dei problemi che possono insorgere quando si chiede agli operatori di svolgere delle attività proceduralizzate senza fornire loro u quadro sufficientemente preciso dell’oggetto e della finalità di tali attività.

Parte prima. Pratica

Introduzione. Il concetto di pratica

La nostra condizione di esseri umani implica un impegno costante in attività i tutti i generi, dalla mera sopravvivenza fisica alla ricerca dei piaceri più elevati. Quando esercitiamo queste attività, quando interagiamo tra noi e con il mondo, apprendiamo. Questo apprendimento collettivo, con il tempo, si traduce in pratiche che riflettono sia l’esercizio delle nostre attività, sia le relazioni sociali che vi si accompagnano. Tali pratiche sono patrimonio di una sorta di comunità, creata dallo svolgimento continuativo di un’attività comune. È corretto definire tali aggregati come comunità di pratica.

I liquidatori assicurativi: una comunità di pratica

Ariel e i suoi colleghi non sono entrati in Alinsu per formare una comunità di pratica, ma per guadagnarsi da vivere. Spinti dal bisogno di lavorare, vogliono raggiungere la loro quota individuale in produzione. Vogliono guadagnare per vivere decorosamente la loro vita, che ritengono si volga in prevalenza fuori dall’ufficio. Si concentrano sul loro lavoro, ma continuano a guardare l’orologio in attesa del momento in cui saranno liberi di andarsene. Mentre lavorano vorrebbero essere a fare qualcos’altro. Questo lo sanno tutti, lavoratori e datori. Ma quel desiderio di andare a casa che contraddistingue i liquidatori è anche il fattore che li accomuna, il fattore che li unisce. Lavorare con altre persone che condividono il medesimo stato d’animo è un fattore centrale nella definizione dell’attività in cui sono impegnati. Pratica dei liquidatori: - fornisce soluzioni ai conflitti di origine istituzionale, come le contraddizioni tra i parametri di misurazione e attività di lavoro -promuove una memoria comune che consente ai singoli operatori di svolgere il loro lavoro di sapere tutto di tutto - genera prospettive e termini specifici per consentire l’effettuazione dei compiti da svolgere - rende accettabile il lavoro creando un’atmosfera in cui gli aspetti monotoni e privi di significato della mansione si intrecciano con i rituali, le abitudini, i ritmi della vita comunitaria

Anche se danno l’impressione di lavorare individualmente, e i loro compiti sono definiti e organizzati in una logica prevalentemente individuale, i liquidatori diventano importanti l’uno per l’altro. Sono consapevoli della loro interdipendenza ai fini dell’efficienza operativa e del clima organizzativo.

Fungono vicendevolmente da risorse scambiandosi informazioni, interpretando le situazioni, condividendo idee e facendosi compagnia.

Pratica sociale

Questi liquidatori hanno dunque sviluppato una pratica, per riuscire a svolgere il loro lavoro e per ricavare una certa soddisfazione dall’esperienza lavorativa. È in questo senso che costituiscono una comunità di pratica. È il fare in un contesto storico e sociale che dà struttura e significato alla nostra attività. In questo senso la pratica è sempre pratica sociale. Questo concetto di pratica include sia l’esplicito che il tacito. Include linguaggio, strumenti, documenti, ruoli, ma anche relazioni implicite, allusioni, intese, visioni del mondo. Il tacito è ciò che diamo per scontato, che tende a rimanere sullo sfondo. Il concetto di pratica mette in evidenza il carattere sociale e negoziato che rivestono sia l’implicito che l’esplicito della nostra vita. Pratica non come opposto ad astratto. Riguarda sempre la persona nella sua totalità, in quanto soggetto che agisce e conosce nello stesso tempo. Mente e corpo non sono separati. La relazione tra pratica e teoria è complessa e interattiva. La pratica non è immune dall’influenza della teoria, ma non è nemmeno una mera realizzazione. Una comunità potrebbe essere più o meno riflessiva sulla natura della propria pratica. I liquidatori dedicano molto tempo alle riflessioni informali circa il loro lavoro.

1. Significato

La pratica è un processo mediante il quale possiamo dare significato al mondo e al rapporto che intratteniamo con esso. Non include solo i corpi, né solo i cervelli, ma anche ciò che dà significato ai movimenti dei corpi e ai meccanismi dei cervelli. La pratica riguarda il significato come esperienza della vita quotidiana. Se il tipo di significato che ci interessa è un’esperienza e non è quello che troviamo sul vocabolario, allora dobbiamo chiederci dov’è situato e com’è costituito. a) Il significato risiede all’interno di un processo che Wenger chiama negoziazione di significato b) La negoziazione di significato implica l’interazione di due processi costitutivi, che chiama partecipazione e reificazione c) La partecipazione e la reificazione formano una dualità che è fondamentale per l’esperienza umana del significato, e quindi per la natura della pratica

Negoziazione di significato

Per Ariel non esistono due pratiche esattamente identiche. Il suo scopo è imporre degli standard di affinità e di differenza, in modo che le pratiche si possano ripartire in categorie soggette ad un trattamento noto. Questa creazione di routine ricomincia costantemente da capo, pratica dopo pratica. Il nostro coinvolgimento nella pratica potrà assumere configurazioni tipiche, ma è la produzione ex novo che dà origine a un’esperienza di significato: pranziamo sempre nella mensa, parliamo con le stesse persone, richiamiamo esperienze passate….ma creiamo sempre una nuova situazione, una nuova esperienza. In questo senso la vita è un processo costante di negoziazione di significato (processo attraverso il quale consideriamo significativi il mondo e il ruolo che occupiamo in esso). Il coinvolgimento degli esseri umani nel mondo è anzitutto e soprattutto un processo di negoziazione di significato (quando leggiamo, ascoltiamo la musica, piangiamo, ma anche quando mangiamo). Vivendo nel mondo non costruiamo dei significati indipendentemente dal mondo stesso, né è il mondo che ci impone dei significati. Negoziare è produttivo, ma non significa inventarlo da zero. Il significato non è preesistente ma nemmeno inventato. La negoziazione di significato è un processo che viene influenzato da molti elementi e li influenza. Implica sia l’interpretazione che l’azione. La significatività del nostro coinvolgimento nel mondo non è una situazione statica, ma un processo continuo di rinegoziazione. Il significato è il prodotto della sua negoziazione, esiste in un processo di negoziazione.

Le dinamiche del significato negoziato

L’elaborazione di un determinato modulo per il rimborso delle spese mediche da parte di un addetto alla liquidazione come Ariel è un esempio di negoziazione di significato. Avviene in un contesto che combina una quantità di fattori. Quando prende in mano una denuncia Ariel non sa esattamente cosa fare, ma si trova in un territorio familiare. Anche il modulo di richiesta ha una sua storia. Sviluppato dai tecnici dell’Alinsu, ha ottenuto l’approvazione di varie associazioni professionali prima di essere stampato. Il trattamento delle richieste di rimborso richiede un approccio molto specifico alla gestione del modulo. La capacità di interpretare un modulo di rimborso riflette le relazioni che il modulo stesso e Ariel intrattengono con determinate pratiche. Ariel contribuisce alla negoziazione di significato partecipando alla comunità e facendo pesare la storia della sua partecipazione alla pratica. Analogamente il modulo contribuisce a questo processo riflettendo gli aspetti della pratica che ha fissato nella sua forma. L’operatore, in quanto membro di una comunità di pratica, incorpora un processo lungo e diversificato di partecipazione. La richiesta di rimborso come prodotto fisico di determinate pratiche incorpora un processo lungo e diversificato di reificazione. La negoziazione di significato ha luogo nella convergenza dei due processi, che avviene tramite il trattamento della richiesta di rimborso.

Partecipazione

La partecipazione si riferisce al prendere parte, e anche alle relazione interpersonali che riflettono questo processo. Suggerisce sia l’azione che la connessione. In questo libro il termine viene usato per descrivere l’esperienza sociale di vivere nel mondo in termini di appartenenza a comunità sociali e di coinvolgimento attivo in iniziative sociali. È sia personale che sociale. Coinvolge l’intera persona umana. Ciò che caratterizza la partecipazione è la possibilità del riconoscimento reciproco. Questa reciprocità non implica uguaglianza o rispetto (genitori-figli, lavoratori-datore). In questa esperienza di reciprocità, la partecipazione è una fonte di identità: possibilità di sviluppare una identità di partecipazione, cioè un’identità costituita tramite relazioni di partecipazione. Il nostro coinvolgimento con il mondo è di natura sociale anche quando non comporta interazioni con altre persone (preparazione di una presentazione, compiti..). i significati di ciò che facciamo sono sempre sociali.

Reificazione

Per Webster significa “Trattamento di un’astrazione come se fosse un ente reale o un oggetto materiale concreto”. Etimologicamente significa “trasformare in una cosa”. Noi proiettiamo i nostri significati nel mondo e poi li percepiamo come se esistessero veramente, come se avessero una loro realtà. Il termine reificazione è una proiezione di ciò che Wenger vuol dire, è un’astrazione. Mentre nella partecipazione riconosciamo vicendevolmente noi stessi, nella reificazione proiettiamo noi stessi sul mondo; e non dovendo riconoscerci in quelle proiezioni attribuiamo ai nostri significati un’esistenza indipendente.

Il concetto di reificazione qui sta ad indicare il processo con cui diamo forma alla nostra esperienza producendo oggetti che congelano questa esperienza in una entità materiale. Qualunque comunità di pratica produce strumenti, simboli, concetti che reificano un qualche aspetto di quella pratica in forma consolidata. La reificazione si può riferire sia a un processo sia al suo prodotto. Se il significato esiste solo nella sua negoziazione, allora il processo e il prodotto non sono distinti. La reificazione non si limita a traslare il significato in un oggetto, al contrario, intende suggerire che tale traslazione non è mai possibile, e che il processo e il prodotto sono interdipendenti. I liquidatori non hanno partecipato alla definizione delle regole e dei moduli che utilizzano, ma devono usarli nella loro pratica. Una parte della reificazione proviene da comunità di lavoro esterne. Il processo di reificazione non trae necessariamente origine da un progetto. Quale che sia l’intenzionalità con cui sono stati prodotti, essi si possono integrare come reificazione in nuovi momenti di negoziazione di significato. La reificazione può assumere una grande varietà di forme. Questi oggetti rappresentano solo la punta di un iceberg. I prodotti della reificazione non sono

semplicemente degli oggetti, ma sono piuttosto dei riflessi di queste pratiche, rappresentazioni visibili di ampi spazi densi di significati umani.

La reificazione potrebbe diventare un sostituto di ciò che avrebbe dovuto riflettere. Può diventare un’arma a doppio taglio.

La dualità del significato

Nella loro interazione, la partecipazione e la reificazione sono distinte e complementari. Formano un’unità nella loro dualità. Per capire l’una, bisogna capire anche l’altra. Vengono vicendevolmente a esistere, ma l’una non può sostituire l’altra. È attraverso le loro diverse combinazioni che danno origine a una varietà di esperienze di significato. Le parole come proiezioni del significato umano costituiscono certamente una forma di reificazione. La negoziazione di significato intreccia così strettamente la partecipazione e la reificazione che il significato sembra avere una sua esistenza unitaria e indipendente (una richiesta di rimborso è una richiesta di rimborso). Eppure, ci che viene a essere è sempre definito con riferimento a forme specifiche di partecipazione che contestualizzano il significato.

Nella loro complementarietà la partecipazione e la reificazione possono ovviare alle rispettive manchevolezze. Possono compensare i rispettivi limiti. Quando la rigidità della sua forma rende obsoleta la reificazione, allora viene in soccorso la partecipazione (es giudici interpretano le leggi). Quando l’informalità della partecipazione è troppo generica, allora viene in soccorso la reificazione (es monumenti per caduti). La partecipazione e la reificazione devono essere in un rapporto quantitativo e in una relazione qualitativa tali da ovviare ai rispettivi limiti.

Partecipazione e reificazione sono gli elementi di una dualità, non due opposti. Sono due dimensioni che interagiscono, non definiscono un continuum (continuum è relazione tra due opposti). Partecipazione e reificazione si implicano a vicenda, non si sostituiscono l’una all’altra. Trasformano la loro reazione, non si traslano l’una nell’altra. Descrivono un’interazione, non sono categorie di classificazione.

2. Comunità

Per associare pratica e comunità, descrive tre dimensioni della relazione in base alla quale la pratica è la fonte di coerenza di una comunità. Impegno reciproco, impresa comune, repertorio comune.

a. Impegno reciproco

La pratica non esiste in astratto. Esiste perché le persone sono impegnate in azioni di cui negoziano reciprocamente il significato. La pratica risiede in una comunità di persone e nelle relazioni di impegno reciproco attraverso le quali esse fanno tutto ciò che fanno. L’appartenenza a una comunità di pratica è dunque un patto di impegno reciproco. È ciò che definisce la comunità. Tutto ciò che permette l’impegno reciproco è una componente essenziale di qualunque pratica. Per i liquidatori dei rimborsi assicurativi l’andare in ufficio è un elemento chiave della pratica. Il lavoro di mantenimento della comunità è dunque una parte intrinseca di qualunque pratica.

Ciò che rende possibile e produttivo l’impegno ha a che fare con la diversità, oltre che con l’omogeneità. I liquidatori sono uno diverso dall’altro e hanno aspirazioni personali diverse e problemi diversi. Dunque, il trattamento dei rimborsi assicurativi assume una significatività specifica in ciascuna delle loro vite. Ciò che fa di questo manipolo di individui una comunità di pratica è l’impegno reciproco nella gestione dei rimborsi assicurativi. Ma oltre a differenziarsi come persone, il fatto di lavorare insieme crea anche differenze, non solo affinità. I nostri liquidatori si specializzano, si fanno una reputazione professionale, si distinguono, oltre a sviluppare modalità operative comuni. Queste identità diventano interconnesse e reciprocamente articolate attraverso l’impegno reciproco, ma non si fondano tra di loro. L’impegno reciproco implica non solo la nostra competenza, ma anche la competenza degli altri.

b. Relazioni reciproche

L’impegno reciproco quando si protrae nel tempo, lega i partecipanti con modalità che possono diventare più profonde sul piano personale. La pace, la felicità e l’armonia non sono caratteristiche necessarie di una comunità di pratica. Sicuramente ci sono dissensi, tensioni e conflitti tra i liquidatori. Nonostante la cultura aziendale della Alinsu che mette in prima linea i rapporti interpersonali, ci sono gelosie e pettegolezzi. Come forma di partecipazione la ribellione rivela spesso un impegno superiore rispetto al conformismo passivo. Nella vita reale, le relazioni reciproche tra i membri di una comunità sono combinazioni complesse di potere e di dipendenza, di piacere e dolore, di alleanza e competizione, di amicizia e odio.

c. Impresa comune

Le imprese riflesse nelle nostre pratiche sono complesse quanto noi. L’impresa dei liquidatori non è solo il trattamento dei rimborsi assicurativi, come viene definito dalla Alinsu. Ma l’impresa, come viene definita in realtà dai liquidatori attraverso il loro impegno reciproco nella pratica, è molto più complessa perché include tutte le energie che investono non solo per rendere concretamente possibile il trattamento dei rimborsi, ma anche per rendere vivibile l’ambiente organizzativo. Un’impresa comune non comporta il consenso puro e semplice. Anzi, in alcune comunità il dissenso può essere considerato un elemento produttivo dell’impresa. L’impresa è comune non per il fatto che tutti pensano la stessa cosa o concordano su tutto, ma in quanto viene negoziata in maniera comunitaria.

Anche quando la pratica di una comunità è profondamente influenzata da condizioni estranee al controllo dei suoi membri, la sua realtà quotidiana viene tuttavia prodotta da partecipanti. È la loro risposta alle loro condizioni, e quindi la loro impresa. Il lavoro dei liquidatori fa parte di un settore più vasto ed è il risultato di una lunga evoluzione storica. Gli sforzi dell’azienda per mantenere il controllo sulla loro pratica sono sostanzialmente coronati al successo. Da una parte i liquidatori inventano soluzioni locali per elaborare efficacemente i rimborsi. Dall’altra parte e con la stessa ingegnosità creativa, essi inventano delle soluzioni per sottrarsi al controllo della Alinsu. In sostanza è solo in quanto negoziate dalla comunità che le condizioni, le risorse e le esigenze riescono a influenzare la pratica.

L’impresa di una comunità di pratica non è la semplice formulazione di un intento. La negoziazione di un’impresa comune dà origine a relazioni di responsabilizzazione reciproca tra i soggetti coinvolti. Per i liquidatori la responsabilità nei confronti della loro impresa include non solo la gestione delle pratiche, ma anche un atteggiamento di disponibilità, la condivisione delle informazioni, tentativo di non complicare la vita degli altri. La pratica include le modalità con cui i membri della comunità interpretano gli aspetti reificati della responsabilizzazione e li integrano in forme vissute di partecipazione. Definire un’impresa comune è un processo, non un accordo statico.

d. Repertorio condiviso

Gli elementi del repertorio possono essere assai eterogenei. Acquistano coerenza non in sé e per sé, come attività, simboli od oggetti, ma per il fatto che appartengono alla pratica di una comunità impegnata nel perseguimento di un’impresa. Il repertorio combina aspetti reificativi e partecipativi. Wenger chiama repertorio un set di risorse condivise dalla comunità. Il repertorio di una pratica combina due caratteristiche che gli consentono di divenire una risorsa per la negoziazione di significato: 1- riflette una storia di impegno reciproco. 2- rimane intrinsecamente ambiguo. Le storie di interpretazione creano punti di riferimento comuni, ma non impongono un significato. È anche una risorsa da usare nella produzione di nuovi significati. Quando si combina con la storia, l’ambiguità non è assenza o mancanza di significato, ma è una condizione di negoziabilità e quindi una condizione per la possibilità stessa del significato. Questa ambiguità intrinseca rende processi quali il coordinamento, la comunicazione o la progettazione da un lato difficili e sempre imprevedibili, e dall’altro lato dinamici, sempre aperti e generativi di nuovi significati. Il vero problema della comunicazione e della progettazione consiste nel situare l’ambiguità nel contesto di una storia di impegno reciproco che sia abbastanza ricca da fornire un’opportunità di negoziazione.

Negoziare il significato nella pratica

Per essere comunità, la comunità di pratica non deve venire reificata come tale: entra nell’esperienza dei partecipanti attraverso il loro stesso impegno. a) Attraverso l’impegno reciproco, la partecipazione e la reificazione possono essere strettamente interconnesse. b) Un’impresa comune può creare relazioni di responsabilizzazione reciproca senza mai essere reificata, discussa o definita come impresa. c) le storie condivise di impegno possono diventare risorse per la negoziazione di significato senza la costante necessità di confrontare gli appunti. La coerenza locale di una comunità di pratica può essere al tempo stesso un punto di forza e di debolezza. Le comunità di pratica non sono intrinsecamente benefiche o dannose.

3. Apprendimento

Lo sviluppo della pratica richiede tempo, ma ciò che definisce una comunità di pratica nella sua dimensione temporale non è semplicemente una quantità minima di tempo. Si tratta di mantenere nel tempo, nel perseguimento comune di un’impresa, un impegno reciproco sufficiente a condividere un apprendimento significativo. Le comunità di pratica si possono assimilare a storie di apprendimento.

La duplice costituzione delle storie

Le pratiche evolvono come storie condivise di apprendimento. La storia è una condizione tra partecipazione e reificazione, intrecciate nel tempo. La partecipazione e la reificazione sono forme duali di esistenza nel tempo. Il mondo e la nostra esperienza sono in continuo divenire, ma non si muovono all’unisono. Interagiscono, ma non si fondono.

Memoria e oblio

La reificazione è una fonte di ricordo e di oblio in quanto produce forme che persistono e si modificano in base alle loro leggi. È un processo aperto nel senso che le forme del mondo si modificano e svaniscono e perché queste forme sono aperte all’interpretazione. La partecipazione è una fonte di ricordo e di oblio, non solo attraverso la memoria ma anche attraverso l’elaborazione delle identità e quindi attraverso il bisogno di riconoscere noi stessi nel nostro passato. Naturalmente è un processo aperto anche questo perché le nostre forme di partecipazione si modificano, le nostre prospettive cambiano e viviamo la vita con modalità nuove.

Continuità e discontinuità

Con il tempo, le comunità di pratica sperimentano sia la partecipazione sia la reificazione. Il simultaneo investimento della pratica nella partecipazione e della reificazione può essere una fonte di continuità e discontinuità. Tra i liquidatori dei rimborsi assicurativi c’è un turnover molto elevato, nuove generazioni di membri entrano piuttosto frequentemente. L’installazione di un sistema di computerizzazione nel centro di liquidazione dei rimborsi assicurativi ha causato una fortissima discontinuità.

Gli aspetti politici della partecipazione e della reificazione

La partecipazione e la reificazione mettono a disposizione due strade per esercitare l’influenza sull’evoluzione della pratica. Offrono due possibili leve per i tentativi di influenzare il futuro: mantenere lo status quo o riorientare la pratica. La politica della partecipazione include l’influenza, l’autorità personale, il nepotismo, l’amicizia e la fiducia. Tutt’altra natura ha la politica delle reificazione, che include la legislazione, le politiche, l’autorità istituzione, i progetti. Benché il ricorso a una via piuttosto che all’altra possa creare un’atmosfera molto diversa, entrambe le vie possono risultare efficaci nell’influenzare lo sviluppo di una pratica. Ciascuna delle due si può utilizzare per eludere l’altra o per compensarne le inadeguatezze. I liquidatori dei rimborsi assicurativi contano effettivamente sul rapporto personale con i loro capi per adattare le politiche dell’azienda alle loro situazioni specifiche. D’altra parte, essi apprezzano l’idea che

le loro performance vengano calcolate automaticamente sulla base della produzione effettuata. Per essere efficace la politica di reificazione richiede la partecipazione, perché la reificazione non produce di per sé alcun effetto. Specularmente, la politica di partecipazione deve includere la possibilità di esercitare la reificazione, perché quest’ultima crea i punti di focalizzazione intorno ai quali le persone negoziano ciò che conta.

Storie di apprendimento

1. La pratica non è stabile, ma combina continuità e discontinuità

2. L’apprendimento nella pratica coinvolge le tre dimensioni introdotte nel secondo capitolo

3. La pratica non è un oggetto, ma una struttura emergente che persiste grazie al suo essere perturbabile e resiliente.

1) Continuità e discontinuità

La pratica della gestione dei rimborsi assicurativi si colloca in una lunga storia di controllo istituzionale sempre più dettagliato. Ci si potrebbe aspettare che questa lunga evoluzione istituzionale abbia creato una pratica stabile. Poiché il mondo è in divenire e le condizioni cambiano in continuazione, qualunque pratica dev’essere costantemente reinventata, anche se rimane la stessa pratica. I liquidatori dei rimborsi devono rispondere alle istanze di un mondo in costante divenire. Il processo di cambiamento riflette non solo l’adattamento a forze esterne, ma anche un investimento di energia in ciò che fanno le persone e nei loro rapporti reciproci. All’interno della comunità, le persone rinegoziano i rapporti reciproci e le forme di partecipazione. Nascono e si rompono amicizie, insorgono e si risolvono conflitti.

2) Apprendere nella pratica

I liquidatori e i loro capi non parlano quasi mai del lavoro come apprendimento. Eppure quando Wenger ho posto la domanda direttamente a loro, i liquidatori hanno riconosciuto che imparavano in continuazione. Una delle ragioni per cui non vedono nel loro lavoro una fonte di apprendimento è che ciò che imparano è la loro pratica. Ciò che apprendono non è una materia statica, ma il processo stesso di coinvolgimento e di partecipazione allo sviluppo di una pratica in costante evoluzione. Apprendere nella pratica include i seguenti processi: - Forme evolutive di impegno reciproco: scoprire come impegnarsi, cosa aiuta e cosa intralcia; sviluppare relazioni reciproche. - Comprensione e sintonizzazione dell’impresa comune: allineare il proprio impegno rispetto a essa e imparare a responsabilizzarsi reciprocamente su di essa. - Sviluppo di un repertorio, di stili e di discorsi: rinegoziare il significato, raccontare storie. Questo tipo di apprendimento non è solo un processo mentale, ma ha a che fare con lo sviluppo delle nostre pratiche e con la nostra capacità di negoziare il significato.

3) Struttura emergente

Apprendere è il motore della pratica, e la pratica è la storia di quell’apprendimento. Le comunità di pratica si formano, si sviluppano, evolvono e si sciolgono. Non è ben chiaro dove cominciano e dove finiscono. Affermare che l’apprendere è ciò che dà origine alle comunità di pratica è come dire che l’apprendimento è una fonte di struttura sociale. Il tipo di struttura a cui si riferisce questa affermazione non è un oggetto concreto, che esiste in sé e per sé, si tratta di una struttura emergente. La pratica viene sostanzialmente prodotta dai suoi membri attraverso la negoziazione di significato. In quanto struttura emergente la pratica è al tempo stesso perturbabile e resiliente.

Le tre dimensioni dell’apprendimento sono interdipendenti e interconnesse in un sistema strettamente integrato. Ogni dimensione può incidere modificando le altre. La pratica si differenzia da un sistema fisico, perché le persone non si limitano ad agire individualmente o meccanicamente, ma negoziano il loro impegno reciproco rispetto alla pratica comune e alle identità interconnesse.

La combinazione tra perturbabilità e resilienza è una caratteristica dell’adattabilità. La continuità di una struttura emergente non deriva dalla stabilità, ma dall’adattabilità.

Discontinuità generazionali

L’esistenza di una comunità di pratica non dipende da una composizione stabile. Le persone entrano ed escono. Nel centro di liquidazione dei rimborsi assicurativi, l’apprendimento nei neoassunti è una necessità riconosciuta. L’azienda ha introdotto un processo ufficiale di selezione e formazione per fare in modo che i nuovi arrivati lavorino con le stesse modalità degli anziani, è al termine del corso, quando iniziano a operare sul campo che inizia veramente la loro integrazione nella comunità di pratica. Per i liquidatori il passaggio dall’aula all’operatività rappresenta una transizione difficile. Il vero problema sta nella difficoltà di inserirsi nella comunità di pratica. “Partecipazione periferica legittimata”: per caratterizzare il processo con cui i neoassunti vengono integrati nella comunità di pratica. La perifericità offre un’approssimazione della piena partecipazione che espone alla pratica effettiva. La partecipazione periferica deve dare accesso a tutte e tre le dimensioni della pratica: all’impegno reciproco con gli altri componenti della comunità, alle loro azioni e alla loro negoziazione dell’impresa, e al repertorio in uso. Per posizionarsi su una traiettoria di integrazione, i neoassunti devono avere una legittimazione sufficiente a essere trattati come membri potenziali.

Da questo punto di vista, i processi educativi basati sulla partecipazione sono efficaci a promuovere l’apprendimento.

4 Confine

Nel capitolo precedente Wenger ha caratterizzato le comunità di pratica come storie condivise di apprendimento. Con il tempo queste storie creano discontinuità tra chi vi ha partecipato e chi no. Il passaggio da una comunità all’altra può comportare una vera e propria trasformazione. Ma la pratica non crea solo confini. Nello stesso momento in cui si formano i confini, le comunità di pratica sviluppano soluzioni per mantenere i collegamenti con il resto del mondo. Il coinvolgimento nella pratica implica il coinvolgimento in queste relazioni con l’esterno.

La dualità delle relazioni di confine

In alcuni casi il confine di una comunità di pratica viene reificato con riferimento a indicatori specifici di appartenenza. Nello stesso tempo la partecipazione e la reificazione possono anche creare continuità che attraversano i confini. I prodotti della reificazione possono attraversare i confini e rientrare in altre pratiche. Possiamo far parte di più comunità di pratica nello stesso tempo. Due tipi di connessioni: gli oggetti di confine (forme di reificazioni introno alle quali le comunità di pratica organizzano le proprie interconnessioni), i fattori di intermediazione (connessioni fornite da persone in grado di introdurre elementi di una pratica in un’altra pratica). Attraverso queste due forme di connessione, le pratiche si influenzano a vicenda.

Oggetti di confine

Oggetti che servono a coordinare le prospettive di diversi referenti per il raggiungimento di una determinata finalità. Il compito dei liquidatori è prendere informazioni standardizzate sui servizi medici e poi trasformarle in informazioni sugli indennizzi dovuti. I liquidatori hanno solo una relazione indiretta con i significati che assume il loro lavoro in un mondo più vasto. Pur non avendo un rapporto molto diretto con il contenuto delle richieste di rimborso che gestiscono, i liquidatori sono comunque in grado di svolgere il loro lavoro. Queste connessioni sono reificazione per raccordare forme di partecipazione disgiunte. Nella vita di tutti i giorni interagiamo costantemente con oggetti che ci collegano in vari modi con comunità di pratica di cui non facciamo parte.

un oggetto di confine non è necessariamente una serie di informazioni (può esserlo anche una foresta). Non tutti gli oggetti sono oggetti di confine. Quando un oggetto di confine serve più frequenti, ognuno di essi ha solo un controllo parziale sull’interpretazione dell’oggetto.

Intermediazione

L’intermediazione è una caratteristica comune della relazione tra una comunità di pratica e l’ambiente esterno. Gli intermediari sono in grado di creare nuove connessioni tra le comunità di pratica, di facilitare il coordinamento e di aprire nuove possibilità per il significato. L’attività di intermediazione è decisamente complessa. Richiede coordinamento e allineamento tra le prospettive. Gli intermediari devono spesso combattere contro due tendenze opposte: una tendenza centripeta che li spingerebbe a diventare membri a pieno titolo della comunità e una tendenza centrifuga che ne fa degli intrusi da respingere. L’intermediazione richiede pertanto la capacità di gestire adeguatamente la coesistenza tra appartenenza e non appartenenza, acquisendo una distanza sufficiente ad apportare una diversa prospettiva, ma anche una legittimazione sufficiente a farsi ascoltare.

Connessioni complementari

La condivisione degli oggetti non implica sovrapposizioni nella partecipazione e coloro che partecipano a più comunità non traferiscono necessariamente tutti i loro strumenti dall’una all’altra. La partecipazione e la reificazione forniscono connessioni e caratteristiche diverse. Le connessioni reificative possono trascendere i limiti spazio-temporali insiti nella partecipazione. Le connessioni offrono possibilità di negoziazione che possono conferire loro il carattere vivido di un’esperienza vicariante. Per sfruttare la complementarietà tra partecipazione e reificazione, conviene spesso far viaggiare insieme cose e persone.

Incontri di confine e negoziazione di significato

Ciascuna forma può rispondere a una diversa finalità. -Una conversazione faccia a faccia tra due membri id due diverse comunità coinvolge la relazione di confine tra di loro. -Immersione: offre un’esposizione più ampia alla comunità di pratica visitata. - Delegazioni

La pratica come connessione

I partecipanti allacciano strette relazioni e si sviluppano approcci di interazione reciproca, in cui gli esterni faticano a introdursi. Hanno una visione dettagliata e complessa della loro impresa così come la definiscono, che gli esterni potrebbero non condividere. Hanno sviluppato un repertorio, per il quale agli esterni sfuggono dei riferimenti condivisi. Il confine non vale solo per gli esterni; serve anche a delimitare il raggio d’azione degli interni. Oltre a essere una fonte di confini per gli interni e per gli esterni, la pratica può anche diventare una fonte di connessioni.

Pratiche di confine

Pratica di confine identificabile: se un incontro di confine diventa abituale e viene a costituire un forum costante per l’impegno reciproco, è probabile che inizi a emergere una pratica. La sua impresa è gestire i confini e mantenere nel tempo una connessione tra diverse altre pratiche affrontando i confitti, riconciliando le prospettive e trovando soluzioni. Ma rischiano di acquisire una tale autonomia da svincolarsi dalle pratiche che dovrebbero connettere.

Sovrapposizioni

Il secondo tipo di connessioni basate sulla pratica viene fornito da una sovrapposizione diretta e perdurante tra le due pratiche. L’inserimento dei tecnici di gestione nelle singole unità di liquidazione non ha determinato la fusione delle due comunità, che rimanevano separate, con imprese distinte e

pratiche distinte. Ma il loro impegno creava non tanto una pratica di confine identificabile, quanto piuttosto una sovrapposizione tra le rispettive pratiche.

Periferie

Il terzo tipo di connessione basata sulla pratica è lo sviluppo di una periferia, rivolto a persone che non sono destinate a diventare membri a pieno titolo. L’idea è quella di offrire loro varie forme di accesso informale ma legittimo a una pratica. La periferia di una pratica è dunque un territorio non totalmente interno, né totalmente esterno.

Il panorama della pratica

Pratica come confine

Le comunità di pratica sono essenzialmente informali. Siccome la vita di una comunità di pratica nel suo divenire viene prodotta dai suoi membri attraverso l’impegno reciproco, essa evolve con modalità organiche che tendono a sottrarsi alle descrizioni formali e al controllo formale. - I confini delle comunità di pratica non seguono i confini necessariamente i confini istituzionali, perché l’appartenenza non viene definita dalle categorie istituzionali. - Un confine istituzionale non designa necessariamente una comunità di pratica. Un confine istituzionale potrebbe corrispondere perciò a una comunità di pratica, a varie comunità di pratica o a nessuna comunità. I confini istituzionali tracciano distinzioni nette tra l’interno e l’esterno. I confini di pratica vengono costantemente rinegoziati e definiscono quindi forme di partecipazione molto più fluide e articolate.

Confini e periferie

I termini confini e periferie si riferiscono entrambi ai limiti delle comunità di pratica, ai loro punti di contatto con il resto del mondo, ma enfatizzano aspetti diversi. I confini evocano discontinuità, linee di separazione tra l’interno e l’esterno, appartenenza e non appartenenza, inclusione ed esclusione. Le periferie evocano continuità, aree di sovrapposizione e connessione, finestre e luoghi di incontro.

5 Dimensione locale

Svilupperà i concetti fin qui esposti per spiegare meglio come e perché il concetto di comunità di pratica costituisce un livello di analisi.

Poiché una comunità di pratica non deve essere reificata in quanto tale nel discorso dei suoi partecipanti, gli indicatori della formazione di una comunità di pratica includerebbero: relazioni reciproche protratte nel tempo, modalità condivise di impegno al lavoro in comune, il flusso rapido delle informazioni e la rapida propagazione dell’innovazione, l’assenza di preamboli introduttivi, l’immediata definizione di un problema da discutere, una rilevante sovrapposizione tra le definizioni di appartenenza dei partecipanti, la conoscenza di ciò che conoscono gli altri, identità reciprocamente definitorie, la capacità di valutare l’appropriatezza delle azioni e dei prodotti, strumenti e rappresentazioni, un gergo di comunicazione, determinati stili, un discorso comune.

Costellazioni di pratiche

Alcune configurazioni sono troppo ampie e vaste. Considerarle come singole comunità significherebbe ignorare le discontinuità insite nella loro struttura, mentre si potrebbero utilmente classificare come costellazioni di pratiche interconnesse. Caratteristiche: condividere radici storiche, avere intraprese correlate, perseguire una causa, affrontare situazioni omogenee, avere componenti in comune, condividere artefatti, avere interazioni, avere stili o discorsi che si sovrappongono, competere per l’accesso alle stesse risorse. Una determinata comunità di pratica può far parte di svariate costellazioni.

Il locale e il globale sono livelli correlati di partecipazione che coesistono sempre e che si influenzano a vicenda.

Coda. Conoscere in pratica

Breve saggio sulla natura del conoscere.

Cosa sa un fiore della condizione esistenziale del fiore? Cosa sa un pc della condizione esistenziale di un fiore? Due risposte contraddittorie: il fiore conosce più di chiunque altro la sua condizione, ma non può tenere una lezione di botanica. Sul pc troviamo tutte le informazioni relative al fiore, ma se gli regale delle rose non sa nulla. Perché il conoscere è indefinito per i fiori e i pc?

L’esperienza di significato

Né il fiore né il pc sono in condizione di avere un’esperienza di significato, che è l’oggetto della pratica. Il significato nasce da un processo di negoziazione che combina partecipazione e reificazione. Il fiore non può agire con le nostre reificazioni. Il pc può interagire con le nostre reificazioni ma non partecipare. Mancano questi due processi sia il fiore che il pc non sono in grado di avere un’esperienza di significato.

Regimi di competenza

Un possibile approccio per dare al fiore e al pc un’esperienza di significato consisterebbe nel conferire loro l’appartenenza a una comunità di pratica. L’appartenenza a una comunità di pratica non è una condizione che si può concedere arbitrariamente. Un’appartenenza competente includerebbe: reciprocità di impegno, responsabilizzazione nei confronti dell’impresa, negoziabilità del repertorio. È in base alla stressa pratica che la comunità stabilisce cosa voglia dire essere un membro competente, un esterno o trovarsi in una condizione intermedia. Una comunità di pratica agisce come un regime di competenza negoziato localmente.

Apprendere: esperienza e competenza

Per diventare anche solo un membro periferico di una comunità di pratica, una persona deve acquisire un certo apprendimento sulle tre dimensioni di competenza. Siccome il fiore e il pc non possono avere l’esperienza di significato, sono esclusi per definizione dall’apprendimento su tutte e tre le dimensioni. Per consentire l’apprendimento nella pratica, l’esperienza di significato deve interagire con un regime di competenza. - La competenza potrebbe guidare l’esperienza. A volte la nostra esperienza deve armonizzarsi con un regime di competenza. – L’esperienza potrebbe guidare la competenza.

PARTE SECONDA. Identità

Introduzione. Uno sguardo sull’identità

L’individuale e il collettivo

La costruzione di un’identità consiste nel negoziare significati della nostra esperienza di appartenenza alle comunità sociali. Il concetto di identità funge da cerniera tra il sociale e l’individuale. Rende giustizia all’esperienza vissuta dell’identità pur riconoscendone il carattere sociale. Parlare dell’identità in termini sociali non significa negare l’individualità, ma vedere la definizione stessa di identità come qualcosa di insito nelle pratiche di determinate comunità.

Alcuni assunti da evitare

Sfatare due assunti: - il 1 che vi sia un conflitto implicito tra l’individuale e il collettivo – il 2 è correlato: che una sia buona e l’altra cattiva, una fonte di problemi e l’altra soluzioni. A seconda del caso ci potrebbero essere tensioni, conflitti.

6 Identità nella pratica

Lo sviluppo di una pratica presuppone la formazione di una comunità i cui membri siano in grado di impegnarsi reciprocamente e quindi di riconoscersi vicendevolmente come partecipanti. Di conseguenza, la pratica implica la negoziazione di ciò che significa essere una persona in quel contesto. In questo senso, la formazione di una comunità di pratica è anche la negoziazione della identità. - Identità come esperienza negoziata – Identità come appartenenza alla comunità – Identità come traiettoria di apprendimento – Identità come nesso di multiappartenenza – Identità come relazione tra il globale e il locale.

Esperienza negoziata: partecipazione e reificazione

L’impegno nella pratica ci assicura certe esperienze di partecipazione e ciò che sta a cuore alle nostre comunità ci reifica come partecipanti. La nostra identità sta nel modo in cui viviamo giorno per giorno, viene prodotta come esperienza vissuta di partecipazione a delle comunità specifiche. Così come il significato esiste nella sua negoziazione, l’identità esiste non come oggetto in sé e di per sé ma nel costante lavoro di negoziazione del Sé. È in questa interazione a cascata tra partecipazione e reificazione che la nostra esperienza di vita diventa un’esperienza di identità e più ancora di esistenza umana e di consapevolezza.

Appartenenza alla comunità

La nostra appartenenza viene a costituire la nostra identità, non solo attraverso indicatori reificati di appartenenza, ma soprattutto attraverso le forme di competenza che implica. Sperimentiamo la competenza e veniamo riconosciuti come persone competenti. Capiamo perché fanno ciò che fanno, perché conosciamo l’impresa su cui i partecipanti sono responsabilizzati. - Reciprocità dell’impegno. In comunità di pratica, noi apprendiamo certe modalità di impegno nell’azione insieme ad altre persone. Diventiamo chi siamo attraverso la capacità di esercitare un ruolo nelle relazioni di impegno che costituiscono la nostra comunità. - Responsabilizzazione nei confronti di un’impresa. Quando investiamo personalmente in un’impresa le forme di responsabilizzazione attraverso le quali siamo in grado di dare un contributo a quelle imprese ci fanno apparire in certi modi agli occhi del mondo. L’identità in questo senso si manifesta come tendenza a sviluppare determinati interpretazioni, a impegnarsi in determinate azioni, a fare determinate scelte. - Negoziazione di un repertorio. L’impegno prolungato nella pratica genera la capacità di interpretare e utilizzare il repertorio di quella pratica. Possiamo fare uso di quella storia perché ne abbiamo fatto parte e perché essa fa ormai parte di noi. Quando entriamo in contatto con nuove pratiche, ci avventuriamo in un territorio sconosciuto. Nella pratica sappiamo chi siamo in base a ciò che è familiare, comprensibile, negoziabile. Sappiamo chi non siamo in base a ciò che è estraneo, opaco, improduttivo.

Traiettorie

L’identità nella pratica emerge da un’interazione tra partecipazione e reificazione. Si tratta un divenire costante. Il concetto di traiettorie per affermare che: 1. L’identità è fondamentalmente temporale. 2. Il lavoro dell’identità è continuativo. 3. Essendo interpretata in contesti sociali, la temporalità dell’identità è più complessa di una nozione lineare del tempo. 4. Le identità vengono definite rispetto all’interazione di più traiettorie convergenti e divergenti. Il termine traiettoria vuol dire un movimento continuo. - Traiettorie periferiche. Non portano a una piena partecipazione. - Traiettorie dirette verso l’interno. Le loro identità vengono investite nella partecipazione futura. - Traiettorie interne. Occasioni per rinegoziare la propria identità. - Traiettorie di confine. Collegamento tra comunità di pratica. - Traiettorie dirette verso l’esterno. Portano fuori da una comunità.

Apprendimento come identità

Siamo sempre coinvolti nel processo evolutivo che farà di noi certe persone. In quanto traiettorie, le nostre identità danno significato agi eventi in relazione al tempo intenso come estensione del Sé. Gli eventi di apprendimento e le forme di partecipazione vengono per ciò definiti dall’impegno che possono permettersi al momento e dalla posizione che occupano su una determinata traiettoria.

Traiettorie paradigmatiche

Qualunque comunità di pratica fornisce una serie di modelli per la negoziazione delle traiettorie. Queste traiettorie paradigmatiche non sono semplicemente dei traguardi intermedie reificati. Esse incorporano invece persone vere e storie composite. Una comunità di pratica è un campo di traiettorie possibili e quindi la proposta di un’identità. Una comunità di pratica è una storia condensata in un presente, che invita all’impegno.

Incontri generazionali

L’incontro tra generazioni è molto più complesso della mera trasmissione di un’eredità. È un’interconnessione di identità. Le diverse generazioni apportano prospettive diverse al loro incontro. L’incontro generazionale può produrre effetti diversi. È una mescolanza tra passato e futuro, in cui le generazioni tentano di definire le proprie identità. Il passato, il presente e il futuro non formano una semplice linea retta, ma sono incorporate in traiettorie interconnesse.

Nesso di multiappartenenza

Tutti noi apparteniamo a svariate comunità di pratica. Tutte queste forme di partecipazione contribuiscono in qualche modo alla produzione delle nostre identità. Il concetto di identità implica: 1. Un0esperienza di multiappartenenza 2. Il lavoro di riconciliazione necessario per mantenere nel tempo una sola identità in grado di attraversare i confini.

Identità come multiappartenenza

L’appartenenza a una comunità di pratica è solo una parte della nostra identità. Le diverse forme di partecipazione non sono puramente sequenziali. Un’identità va dunque al di là di una singola traiettoria; andrebbe considerata piuttosto come un nesso di multiappartenenza. L’identità non è unitaria ma neppure frammentaria. Nel nesso più traiettorie vengono a integrarsi l’una nell’altra.

Identità come riconciliazione

Essere una persona comporta un certo lavoro di riconciliazione delle diverse forme di appartenenza. Le diverse pratiche possono imporre esigenze contrastanti. Occorre la costruzione di un’identità che sia in grado di includere in un unico nesso i diversi significati e le diverse forme di partecipazione. Il nesso che emerge dal lavoro di riconciliazione non è necessariamente armonioso, il processo non avviene una volta per tutte.

Punti sociali e Sé privati

La multiappartenenza è l’esperienza vivente dei confini. Il lavoro di riconciliazione ha una natura profondamente sociale. Attraverso la creazione della persona, esso crea costantemente dei ponti che attraversano il panorama della pratica. L’esperienza di multiappartenenza può richiedere la riconciliazione di un nesso che è unico e quindi molto personale.

Interazione tra locale e globale

Un aspetto importante del lavoro di qualunque comunità di pratica è la creazione di un quadro del contesto più vasto in cui la sua pratica viene a situarsi. Così come una pratica non è solo locale ma fa parte di costellazione più ampie, un’identità non si riferisce esclusivamente a quella comunità. Identità: 1. Vissuta. L’identità è un’esperienza che coinvolge sia la partecipazione che la reificazione. 2. Negoziata. L’identità è un divenire.

3. Sociale. L’appartenenza a una comunità attribuisce alla formazione dell’identità un carattere sociale. 4. Un processo di apprendimento. L’identità è una traiettoria. 5. Un nesso. L’identità combina più forme di appartenenza. 6. Un’interazione tra locale e globale. L’identità non è né strettamente locale né globale.

7 Partecipazione e non-partecipazione

Wenger ha affermato che sappiamo chi siamo da ciò che è familiare e da ciò che possiamo negoziare e utilizzar, e sappiamo che non siamo da ciò che è sconosciuto, fuori dai nostri canoni. Oltre a produrre le nostre identità attraverso le pratiche in cui ci impegniamo, definiamo noi stessi anche attraverso le pratiche a cui non partecipiamo.

Identità di non-partecipazione

Le esperienze di non-partecipazione non generano necessariamente un’identità di non partecipazione. Sono una parte inevitabile della vita, ma assumono una diversa importanza quando la partecipazione e la non-partecipazione interagiscono per definirsi a vicenda. Nel caso della perifericità, un certo grado di non partecipazione è necessario per consentire una partecipazione meno che piena. Nel caso della marginalità, una forma di non partecipazione impedisce la partecipazione. Piena partecipazione, piena non-partecipazione, perifericità (partecipazione facilitata dalla non partecipazione), e marginalità (partecipazione limitata dalla non partecipazione).

Fonti di partecipazione e non partecipazione

Il mix di partecipazione e non partecipazione attraverso cui definiamo le nostre identità influenza: il modo in cui ci posizionamento in un panorama sociale, ciò che ci interessa e ciò che trascuriamo, chi vogliamo contattare e chi vogliamo trascurare.

Non-partecipazione istituzionale

Le relazioni di non-partecipazioni vengono mediate da strutture istituzionali.

8 Modalità di appartenenza

L’esperienza di partecipazione e non-partecipazione che vivono i liquidatori è profondamente inserita nella loro pratica quotidiana, ma si estende anche oltre le pareti del loro ufficio. È utile considerare tre distinte modalità di appartenenza:

1 Impegno. Il coinvolgimento attivo nei processi reciproci di negoziazione. Impegno come un processo triplice, che include la convergenza tra: la continua negoziazione di significato, la formazioni di traiettorie, il divenire delle storie di pratica. È nella convergenza dei tre processi che l’impegno diventa una modalità di appartenenza e una fonte di identità. Ci sono ovvi limiti fisici nel tempo e nello spazio. Ci sono dei limiti fisiologici. Questo carattere vincolato è il punto di forza e il punto debole dell’impegno come modalità di appartenenza.

2 Immaginazione. La creazione di immagini del mondo e la visione delle connessioni spazio-temporali attraverso l’estrapolazione dalla nostra esperienza. Estrapolando dalla propria esperienza i liquidatori sono in grado di immaginare come potrebbe essere la vita lavorativa di questi altri lavoratori delle assicurazioni. Si riferisce a un processo di espansione del nostro Sé mediante il trascendimento del nostro tempo e del nostro spazio e la creazione di nuove immagini del nostro mondo e di noi stessi. La mia accezione al termine enfatizza il processo creativo di produzione di nuove immaginazioni e di generazioni di nuove relazioni nel tempo e nello spazio, che diventano costitutive del Sé. Lungi dall’essere una forma di isolamento dalla realtà, è una modalità di appartenenza che coinvolge sempre il mondo sociale per estendere l’ambito della realtà.

3 Allineamento. Il coordinamento delle nostre energie e delle nostre possibilità per integrarci in strutture più vaste e contribuire a imprese di più ampia portata.

Il processo di allineamento lega il tempo e lo spazio per formare imprese più vaste, in modo che i partecipanti entrino in connessione mediante il coordinamento delle loro energie, delle loro azioni e delle loro pratiche. I liquidatori allineano effettivamente le loro pratiche alle direttive che ricevono e si danno seriamente da fare per mantenere quell’allineamento.

Appartenenza e comunità

L’impegno, l’immaginazione e l’allineamento creano relazioni di appartenenza che espandono l’identità nel tempo e nello spazio in diversi modi. L’impegno ha un carattere vincolato. L’immaginazione può creare relazioni di identità dovunque, in tutta la storia e in numero illimitato. L’allineamento può anche attraversare grandi distante, sia socialmente sia fisicamente. Tende a essere più focalizzato dell’immaginazione perché comporta un investimento di energia personale. Se l’impegno, l’immaginazione e l’allineamento sono tre distinte modalità di appartenenza, le comunità di pratica non sono le uniche forme di comunità che prendiamo in considerazione quando analizziamo la formazione delle identità. Spettatori televisivi: è solo attraverso l’immaginazione riescono a concepire l’idea di appartenere a una collettività di appassionati di un certo programma. L’immaginazione crea una sorta di comunità. Anche l’allineamento da origine a una sorta di comunità. Una determinata comunità può essere costituita da tutti e tre gli elementi in varie proporzioni e la varietà di queste combinazioni produce comunità con caratteristiche distinte.

Il lavoro di appartenenza

Tutto ciò che facciamo implica una combinazione tra impegno, immaginazione e allineamento, anche se la maggior enfasi attribuita a una o all’altra di queste modalità da una caratteristica particolare alle nostre azioni e ai loro significati. Impegno, immaginazione e allineamento richiedono diverse condizioni e diversi tipi di lavoro.

Il lavoro dell’impegno

Il lavoro dell’impegno richiede la capacità di prendere parte ad attività e interazioni significative. Il lavoro dell’impegno comporta i seguenti processi: la definizione di un’impresa comune mentre la si porta avanti di concreto con altre persone, l’impegno comune in attività condivise, l’accumulazione di una storia di esperienze condivise, la produzione di un regime locale di competenza, lo sviluppo di relazioni interpersonali, la percezione dell’esistenza di traiettorie interagenti che influenzano reciprocamente le identità, la gestione dei confini, l’apertura di periferie che consentano vari livelli di impegno.

Il lavoro dell’immaginazione

Il lavoro dell’immaginazione comporta i seguenti processi: riconoscere la nostra esperienza negli altri, mettersi nei loro panni, definire una traiettoria che connetta ciò che facciamo a un’identità più ampia, vedere noi stessi con occhi nuovi, situare il nostro impegno in sistemi spazio-temporali più vasti, condividere storie spiegazioni, accedere a pratiche distanti tramite incontri esplorativi e brevi contatti, assumere la significatività di artefatti e azioni sconosciuti, creare modelli reificare andamenti, documentare sviluppi storici, eventi, reinterpretare storie, generare scenari, esplorare altri modi per fare ciò che stiamo facendo.

Il lavoro dell’allineamento

L’allineamento richiede la capacità di coordinare le prospettive e le azioni per incanalare le energie verso uno scopo comune. Il lavoro di allineamento comporta i seguenti processi: investire l’energia in modo orientato e creare una focalizzazione per coordinare questo investimento di energia, negoziare prospettive, imporre la propria visione usando potere e autorità, convincere e ispirare, definire visioni e aspirazioni di ampio respiro, sviluppare strutture di proceduralizzazione e controllo che siano esportabili, camminare lungo i confini, creare pratiche di confine, riconciliare prospettive differenti.

9 Identificazione e negoziabilità

Il mix di partecipazione e non partecipazione che influenza le nostre identità ha a che fare con le comunità in cui investiamo, ma anche con la nostra capacità di influenzare i significati che definiscono queste comunità. Le nostre identità si formano nell’ambito della tensione tra il nostro investimento in varie forme di appartenenza e la nostra capacità di negoziare i significati che contano in quei contesti. La formazione dell’identità è perciò un processo duale. 1. L’identificazione è una metà di esso, ce fornisce esperienze e materiale per la costruzione delle identità attraverso un investimento del Sé in relazioni di associazione e differenziazione. 2. La negoziabilità, l’altra metà, è altrettanto fondamentale, perché determina la misura in cui abbiamo il controllo sui significati in cui siamo implicati.

L’identità appare costituita da due elementi. L’identificazione e la negoziabilità possono dare origine alla partecipazione e alla non partecipazione, generando quattro possibili combinazioni. Esempi familiari per illustrare queste quattro possibilità rispetto a ciascuna modalità di appartenenza (impegno, immaginazione, allineamento). L’identificazione si concreta in forme di appartenenza e la negoziabilità in forme di titolarità di significato. Tipologie di struttura sociale che corrispondono ai due processi visualizzati in cime alla figura.

Identità di partecipazione

Identità di non partecipazione

Modalità di appartenenza

Identità di partecipazione

Identità di non partecipazione

Stretta cerchia di amici che fanno tutto insieme

Esperienza dei confini attraverso un passo falso

Impegno Fare adottare le proprie idee

Marginalità dovuta al fatto che le proprie idee vengono ignorate

Affinità percepita dai lettori di un quotidiano

Pregiudizio attraverso gli stereotipi

Immaginazione Esperienza vicaria attraverso le storie

Presunzione che qualcun altro capisca ciò che sta accadendo

Fedeltà a un movimento sociale

Sottomissione alla violenza

Allineamento Persuasione attraverso l’esperienza orientata

Adesione letterale come nei moduli fiscali

Forme di appartenenza Titolarità di significato

IdentitàNegoziazioneIdentificazioneStrut uraEconomie di significato C mun tà

Identificazione

Processo attraverso cui le modalità di appartenenza diventano costitutive delle nostre identità creando vincoli o distinzioni in cui veniamo implicati. Caratteristiche: - è sia partecipativa (identificarsi con) che reificativa (identificarsi in) - è qualcosa che facciamo verso noi stessi e che facciamo gli uni verso gli altri. Ci identifichiamo in una comunità e veniamo riconosciuti come membri di una comunità. È un processo relazione ed esperienziale, soggettivo e collettivo. - include relazioni in grado di influenzare ciò che siamo e ciò che non siamo. Genera identità di partecipazione e di non partecipazione. Si riferisce al carattere costitutivo delle nostre comunità e alle forme di appartenenza che caratterizzano le nostre identità.

Identificazione attraverso l’impegno

L’impegno nella pratica è una doppia fonte di identificazione: investiamo noi stessi in ciò che facciamo e nelle relazioni con gli altri. Attraverso l’impegno nella pratica vediamo gli effetti che produciamo sul mondo e scopriamo in che modo il mondo tratta quelli come noi. Le nostre imprese e la nostra definizione di competenza influenzano le nostre identità attraverso l’impegno che mettiamo nelle attività e nelle interazioni sociali. Nel contesto dell’impegno l’identificazione avviene nel fare. L’impegno potrebbe non essere percepito come ovvia fonte di identificazione da parte dei soggetti coinvolti. I processo di formazione dell’identità può rimanere in gran parte trasparente perché le nostre identità si possono sviluppare tramite l’impegno nell’azione. L’impegno può anche scombussolarci e pregiudicare la trasparenza dell’identità che crea. Riconoscendoci a vicenda come partecipanti, diamo vita ai nostri rispettivi Sé sociali. Entro i limiti dell’impegno, le nostre identità si costituiscono reciprocamente attraverso le interazioni dirette.

Identificazione attraverso l’immaginazione

L’identificazione con un’etichetta non dipende solo dall’impegno nella pratica, ma anche da una visione estensiva di quell’etichetta, che la riferisce all’intera professione. Identificarsi con una vasta categoria richiede lavoro di immaginazione. L’immaginazione è dunque una fonte importante di identificazione, una fonte che estende il processo al di là dell’impegno in svariati modi. L’identificazione dipende dall’immagine del mondo e di noi stessi che siamo in grado di costruire. L’identificazione si espande nel tempo e nello spazio e le nostre identità assumono nuove dimensioni. L’immaginazione può generare un senso di affinità e quindi un’identità di partecipazione, ma può anche suscitare una reazione di dissociazione e una conseguente identità di non partecipazione.

Identificazione attraverso l’allineamento

Attraverso l’allineamento, l’identità e l’impresa dei grandi gruppi possono entrare a far parte delle identità dei partecipanti. Il potere, individuale o collettivo, di indurre allineamento estende la nostra identità verso l’energia di coloro che allineano. L’adesione è anch’essa una forma di identificazione, perché influenza il modo in cui sperimentiamo il nostro potere e quindi contribuisce a definire la nostra identità. L’allineamento può renderci più grandi, collocando le nostre azioni in un contesto più vasto. Dato che implica il potere, l’allineamento combina spesso lealtà e sottomissione, e quindi produce il delicato mix partecipazione e non partecipazione. L’esperienza di allineamento alle esigenze istituzionali del lavoro

vissuta dai liquidatori dei rimborsi assicurativi rappresenta un mix di questo tipo. Criticando le restrizioni e la scarsa considerazione che caratterizzano la loro condizione professionale, ma aderiscono sostanzialmente al sistema politico che li confina in quella posizione.

Negoziabilità

Un altro aspetto dell’identità è il problema della negoziabilità. La negoziabilità fa riferimento alla capacità, alla possibilità e alla legittimazione che permettono di contribuire, responsabilizzarsi e influire sui significati che contano all’interno di una configurazione sociale. La negoziabilità di permette di rendere i significati applicabili a nuove circostante, di ottenere la collaborazione degli altri, di dare senso agli eventi o di affermare la nostra appartenenza. La negoziabilità viene definita rispetto a delle configurazioni sociali e alle posizioni che occupiamo al loro interno. In queste economie di significato, la negoziabilità tra individui e tra comunità viene influenzata da relazioni strutturali di titolarità di significato.

Economie di significato

La scheda COB non è stata costruita dai liquidatori. È stata concepita da un gruppo di specialisti e viene semplicemente adottata dai liquidatori nell’ambito della loro pratica. Perciò sono almeno due le comunità di pratica che le attribuiscono un significato: gli specialisti che l’hanno progettata le danno significato nel contesto della loro pratica. I liquidatori, che producono i lori significati in proposito mentre la utilizzano. I significati prodotti dai liquidatori per la scheda di lavoro non sono soltanto dei significati locali: fanno anche parte di una più vasta economia di significato, nella quale i diversi significati vengono prodotti in diverse sedi e competono per la definizione di determinati eventi, determinate azioni o determinati artefatti. Un’economia di significato implica proprio che alcuni significati acquistino uno status particolare. Le relazioni che i liquidatori intrattengono con la scheda COB non devono perciò essere intese come relazioni diretta tra persone e manufatto, ma nel contesto di un’economia di significato più ampia, in cui il valore dei significati che producono è determinato.

Titolarità di significato

La negoziabilità viene dunque condizionata da relazioni di titolarità di significato, ossia dalla misura in cui possiamo usare, influenzare, controllare, modificare o fare nostri i significati che negoziamo. I significati hanno vari pesi, i membri della comunità possono avere vari livelli di controllo sui significati prodotti dalla comunità stessa, la negoziazione di significato implica dei tentativi di acquisizione della titolarità. Il concetto di economia di significato implica la pluralità che sta alla base della negoziazione di significato. Titolarità per indicare la capacità di assumerci la responsabilità della negoziazione di significato e quindi di appropriarci di alcuni significati.

Negozialità attraverso l’impegno

L’impegno reciproco nella negoziazione di significato comporta sia la produzione di proposte di significato, sia l’adozione di queste proposte. L’adozione è una componente necessaria della produzione. Adottare un significato vuole dire contribuire alla sua produzione interattiva.

Negoziabilità attraverso l’immaginazione

Anche l’immaginazione può essere un mezzo per l’appropriazione dei significati. L’immaginazione non deve essere letta in termini puramente individualistici. Quando non siamo in grado di appropriarci dei significati perché non abbiamo accesso sufficiente a una pratica. È sempre attraverso un processo di immaginazione che interpretiamo la nostra esclusione come non partecipazione. I liquidatori dei rimborsi assicurativi assumono che vi sia un significato in ciò che viene loro ordinato di fare. Ma ipotizzano che gran parte di questi significati stia al di là del loro impegno del processo. I processi di immaginazione coinvolti nell’assumere che i significati di cui non possiamo appropriarci appartengono

a qualcun altro possono contribuire all’emarginazione. Assumere che i significati appartengono a qualche altra identità determina sempre una condizione di marginalità.

Negoziabilità attraverso l’allineamento

L’allineamento richiede la capacità di incidere sulla negoziazione di significato all’interno di una determinata configurazione sociale. I diversi processi di allineamento tra le parti coinvolte danno origine a relazioni di negoziabilità molto diverse: 1 Negoziare, persuadere, inspirare, fidarsi sono tutti processi mediante i quali l’allineamento si può raggiungere attraverso una titolarità di significato condivisa. 2 L’obbedienza, la violenza, il conformismo, la sottomissione possono generare tutti quanti allineamento con scarso rispetto per la negoziabilità.

La natura duale dell’identità

C’è una relazione complessa tra identificazione e negoziabilità e quindi tra le comunità e le economie di significato. Una parte, noi intendiamo a identificarci molto strettamente con le comunità in cui sviluppiamo la massima titolarità di significato. Dall’altra c’è anche una tensione implicita tra identificazione e negoziabilità - All’interno, l’identificazione comune può diventare essa stessa oggetto di lotte per la titolarità del suo significato. - Quanto all’esterno, il processo di identificazione vincola inesorabilmente la negoziabilità. L’appartenenza è perciò in grado di promuovere e limitare l’identità. Costruire una teoria dell’identità significa quindi anche costruire una teoria del potere e dell’appartenenza.

La natura duale del potere

L’identità è una questione di potere sociale. Da una parte è il potere di appartenere, di essere una determinata persona, di reclamare un posto con legittimazione dall’appartenenza. E dall’altra, è la vulnerabilità dell’appartenenza, dell’identificazione e della partecipazione ad alcune comunità ce contribuiscono a definire chi siamo e quindi hanno una certa presa su di noi. Il potere ha dunque una struttura duale che riflette l’interconnessione tra identificazione e negoziabilità. L’identificazione ci fornisce il materiale per definire le nostre identità; la negoziabilità ci permette di usare questo materiale per affermare le nostre identità come produttive di significato e noi intrecciamo questi due fili nel tessuto sociale delle nostre identità.

La natura duale dell’appartenenza

La dualità tra identificazione e negoziabilità si riflette nella coesistenza di comunità e di economie di significato. Poiché l’interazione tra identificazione e negoziabilità tagli trasversalmente le relazioni di impegno, immaginazione e allineamento, ognuna di queste modalità dà origine a comunità e economie di significato interconnesse a vari livelli di aggregazione. L’interconnessione tra comunità ed economie di significato va intesa a vari livelli di aggregazione e attraverso varie modalità di appartenenza. Questi livelli interagiscono tra loro.

Il duplice lavoro dell’identità

Le comunità e le economie di significato enfatizzano aspetti diversi delle configurazioni sociali. 1 Le comunità enfatizzano la capacità delle configurazioni sociali di costruire le nostre identità attraverso relazioni di appartenenza o di non appartenenza. 2 le economie di significato enfatizzano la produzione sociale e l’adozione di significato, e quindi la possibilità di negoziabilità diseguale e di titolarità contesa tra i partecipanti. Richiedono e riflettono diverse tipologie di lavoro del Sé: - Il lavoro dell’identificazione si può descrivere con concetti come focalizzazione dell’energia sociale, inclusione ed esclusione, impegno, affinità, differenziazione, lealtà, fiducia, storie condivise… - Il lavoro della negoziabilità si può descrivere con espressioni come dare accesso alle informazioni, ascoltare altre prospettive, spiegare le ragioni, rendere più espliciti i processi e le politiche organizzative…

Il lavoro dell’identificazione e della negoziabilità si integrano a vicenda perché ognuno dei due processi è necessario per l’altro. Servono entrambi e uno dei due non può sostituire l’altro.

Ecologie sociali di identità

Elementi costitutivi di un’ecologia sociale di identità: 1 dimensione della pratica come dimensione dell’identità 2 relazioni di partecipazione e non partecipazione 3 modalità di appartenenza 4 processi duali di informazione dell’identità – identificazione e negoziabilità 5 aspetti duali della struttura sociale – comunità ed economie di significato 6 aspetti duali dello status sociale – appartenenza e titolarità di significato. Poiché l’identificazione e la negoziabilità non sono semplici opposti è importante non assumere che una sia positiva e l’altra negativa. Da una parte noi formiamo delle comunità non perché non riusciamo a realizzare un ideale di individualismo e libertà, ma perché l’identificazione sta alla base della natura sociale e delle nostre identità e quindi definiamo anche il nostro individualismo e la nostra libertà in quel contesto. Dall’altra parte, le nostre comunità danno origine a delle economie di significato non perché siamo cattivi, egoisti, ma perché la negoziabilità sta alla base della natura sociale dei nostri significati, e quindi interpretiamo anche i nostri valori condivisi in quel contesto.

Coda II Comunità di apprendimento

Da una parte, una comunità di pratica è un contesto vivente che può consentire ai nuovi arrivati l’accesso alla competenza e promuovere un’esperienza personale di impegno attraverso la quale incorporare quella competenza in una identità di partecipazione. Quando si verificano le predette condizioni, le comunità di pratica divengono un luogo privilegiato per l’acquisizione di conoscenze. Dall’altra parte una comunità di pratica che funziona bene è un buon contesto per esaminare informazioni radicalmente nuove senza passare per stupidi o infilarsi in qualche vicolo ceco. Una storia di impegno reciproco intorno a un’impresa comune, è un contesto ideale per questo tipo di apprendimento avanzato. Quando si verificano queste condizioni le comunità di pratica divengono un luogo privilegiato per la creazione di conoscenze.

Apprendimento e identità nella pratica

Poiché trasforma ciò che siamo e ciò che possiamo fare, apprendimento è un’esperienza di identità. È un processo di trasformazione che ci fa diventare certe persone o ci evita di diventare certe persone. Visto come esperienza di identità, l’apprendimento presuppone sia un processo che un luogo. Implica un processo di trasformazione delle conoscenze e un contesto in cui definire un’identità di partecipazione. In quanto traiettoria, un’identità deve incorporare un passato e un futuro. Le comunità di apprendimento diverranno luoghi di identità nella misura in cui renderanno possibile delle traiettorie.

Partecipazione e non partecipazione: perifericità e marginalità

Due tipi di marginalità: 1 marginalità di competenza: determinati membri non sono partecipanti a pieno titolo 2 marginalità di esperienza: certe esperienze non partecipano totalmente al regime di competenze perché sono represse, disprezzate, temute o ignorate.

EPILOGO Progettazione

Progettare l’apprendimento

L’apprendimento non si può progettare. Appartiene al mondo dell’esperienza e della pratica. L’apprendimento si determina comunque, con o senza la progettazione. Il mondo intero sta diventando rapidamente una grande organizzazione, che è il progetto della progettazione e che deve promuovere l’apprendimento di cui abbiamo bisogno per essere sicuri che ci sia un domani per il genere umano.

Una prospettiva sull’apprendimento

L’apprendimento cambia ciò che siamo modificando la nostra capacità di partecipare, appartenere e negoziare significato. L’apprendimento è insito nella natura umana. L’apprendimento è soprattutto la capacità di negoziare nuovi significati. L’apprendimento crea strutture emergenti. L’apprendimento è esperienziale e sociale. L’apprendimento trasforma le nostre identità. Costituisce delle traiettorie di partecipazione. Implica la gestione dei confini. Concerne l’energia sociale e il potere. Presuppone l’impegno. Implica l’immaginazione. È un fatto di allineamento. Implica un’interazione tra locale e globale.

Progettazione e pratica

Per “progettazione” intende una colonizzazione sistematica, pianificata e riflessiva del tempo e dello spazio al servizio di un’intrapresa. Le comunità di pratica esistono già in tutte le nostre società in forme realizzate e irrealizzate. Alcune sono potenziali: comunità possibili tra persone già in qualche modo in relazione. Alcune sono attive: funzionano come comunità di pratica, in quanto proseguono attivamente un’impresa. Alcune sono latenti: esistono sottoforma di “diaspora” tra persone che condividono storie pregresse. Le comunità non possono essere istituite per legge o definite per decreto, possono essere riconosciute, supportate, incoraggiate, ma non sono unità reificate e progettabili. La pratica in sé non è soggetta a progettazione. Possono formulare dei modelli o definire delle procedure, ma né i modelli né le procedure producono la pratica così com’è. Si possono progettare dei ruoli ma non le identità che verranno costruite interpretativamente attraverso questi ruoli. L’apprendimento non si può progettare: se ne possono solo progettare le condizioni di contorno; vale a dire che si può facilitare o ostacolare.

10 Architetture di apprendimento

La finalità di un’architettura concettuale è definire gli elementi generali del progetto. Non una ricetta; non dice al progettista come sviluppare un determinato progetto. Ma definisce ciò che si deve essere assolutamente. È uno strumento che può guidare un progetto definendo: 1 le domande generali che concorrono a definire le dimensioni di uno “spazio” di progettazione. 2 la forma generale di ciò che bisogna realizzare, le componenti di base e le strutture di supporto da fornire.

Dimensioni

Quando concerne la pratica e l’identità, la progettazione deve inevitabilmente affrontare dei problemi fondamentali di significato, di tempo, di spazio e di potere. Questi effetti possono essere sintetizzati in quattro dualità che rappresentano le quattro dimensioni principali della progettazione finalizzata all’apprendimento.

Partecipazione e reificazione

La partecipazione e la reificazione sono due aspetti complementari della progettazione che creano due tipi di affordance per la negoziazione di significato. 1. Ci si può assicurare che siano presenti alcuni artefatti in modo che il futuro debba essere organizzato intorno a essi. 2. Ci si può anche assicurare che le persone giuste siano al posto giusto e intrattengano il tipo di relazione giusto per costituire una determinata realizzazione. La progettazione finalizzata alla pratica è sempre distribuita tra partecipazione e reificazione – e la realizzazione dipende da come i due elementi si integrano tra di loro.

Il deliberato e l’emergente

La struttura dell’identità emerge dal processo di costruzione di una traiettoria. È questo carattere emergente che dà alla pratica e all’identità la capacità di negoziare il significato ex novo. La pratica non può essere il risultato della progettazione, ma costruisce invece una risposta alla progettazione. C’è un’incertezza intrinseca tra il progetto e la sua realizzazione nella pratica, perché non è il risultato dle progetto ma una risposta ad esso. Il problema della progettazione non è liberarsi dell’elemento emergente, ma includerlo e farne un’opportunità.

Il locale e il globale

Nessuna pratia è veramente globale. Anche quando riguarda direttamente dei problemi globali una pratica rimane comunque locale in termini di impegno. La progettazione creerà delle relazioni tra le dimensioni locali che concorrono alla costituzione del globale. Le comunità di pratica sono già coinvolte nel progetto del loro stesso apprendimento, perché alla fine saranno loro a decidere cosa devono imparare, cosa occorre per essere membri a tempo pieno e come andrebbero introdotti i nuovi arrivati. Nessuna comunità può progettare compiutamente l’apprendimento di un’altra comunità. Nessuna comunità può progettare compiutamente il proprio apprendimento.

Identificazione e negoziabilità

Insita nel processo di progettazione è la questione di come si distribuisce il potere di definire, adattare o interpretare il progetto. Il progetto rappresenta una prospettiva, che potrebbe essere più o meno condivisa dalla persone coinvolte. Il progetto è qualcosa su cui prendere posizione. Da questo punto di vista è una proposta di identità: 1 crea un punto di riferimento per l’identificazione ed eventualmente anche per la non identificazione. 2 è un’offerta pubblica per la titolarità di significato ed eventualmente per la condivisione di questa titolarità. La progettazione crea dei campi di identificazione e di negoziabilità che orientano le pratiche e le identità delle persone coinvolte verso varie forme di partecipazione e di non partecipazione.

Uno spazio di progettazione

Un determinato progetto comporta scelte, invenzioni, soluzioni su ciascuna dimensione. Queste dimensioni definiscono così uno spazio di possibili approcci ai problemi di progettazione in cui un determinato progetto viene individuato dal mondo in cui affronta ciascuna dimensione. Il beneficio di una tale molteplicità di dimensioni correlate ma distinte è che amplia lo spazio di progettazione, disabbinando gli aspetti coinvolti.

Componenti

Per affrontare queste dimensioni della progettazione, un’architettura di apprendimento deve offrire strutture di supporto per ciascuna delle modalità di appartenenza.

Strutture di supporto dell’impegno

Facilitare l’impegno significa sostenere la formazione delle comunità di pratica. L’impegno non è fatto solo di attività, ma anche di costruzione della comunità, di inventiva, di energia sociale e di sapere emergente. Per sostenere questi processi una infrastruttura di impegno dovrebbe includere facility di reciprocità, di competenza e di continuità.

Strutture di supporto dell’immaginazione

La possibilità dell’impegno è fondamentale per l’apprendimento, ma può essere limitata. Ci vuole immaginazione per imparare a comprendere e ad affrontare un contesto più vasto. A questo fine una infrastruttura di immaginazione dovrebbe includere facility di orientamento, riflessione ed esplorazione.

Strutture di supporto dell’allineamento

L’immaginazione può mettere a disposizione pratiche e identità che vanno al di là dell’impegno, ma non è necessariamente efficace nel collegare l’apprendimento a imprese più vaste. Per consentire ciò, un’infrastruttura di allineamento dovrebbe includere facility di convergenza, coordinamento e giurisdizione.

Uno schema di progettazione

Il punto è mettere a disposizione uno schema di riferimento per chiedersi come un progetto specifico risponda ai diversi requisiti dell’architettura di apprendimento. L’idea è quella di riuscire a chiedersi

come un progetto di questo tipo affronti le quattro dimensioni e metta a disposizione delle facility che supportino l’impegno, l’immaginazione e l’allineamento. L’impegno, l’immaginazione e l’allineamento operano al meglio in combinazione tra loro, anche se le rispettive esigenze possono talvolta essere in conflitto. La sfida è promuovere una combinazione di tutte e tre le dimensioni evitando che la necessità di una di esse venga soddisfatta a spese delle altre due.

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