Crisi del '29- Crisi attuale, una storia di due depressioni - Tesina di Maturità
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tesina di maturità per confrontare la crisi del 29 con la crisi attualeCrisi del 29 ­ Crisi attuale, una storia di due depressioniDue professori di economia, Barry Eichengreen , professore di Economia e Scienze Politiche...
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1.INTRODUZIONE Crisi del 29 - Crisi attuale, una storia di due depressioni

Due professori di economia, Barry Eichengreen , professore di Economia e Scienze Politiche a Berkeley e Kevin H. O Rourke , professore di economia al Trinity College di Dublino, mettono in parallelo la crisi del 29 e la crisi attuale, per concludere che la crisi attuale sembra essere peggiore della crisi del 1929, in particolare se si guardano i dati su base mondiale anzichè prendere in considerazione i dati dei soli USA.

1.1 Comparare le crisi del 29 alla crisi attuale

La Grande Depressione fu un fenomeno globale. Anche se fu originata, in un certo senso, negli USA, si trasmise a livello internazionale dai flussi del commercio, dei capitali e dai prezzi delle materie prime. La Crisi attuale è altrettanto globale, nonostante le speranze per Asia ed Europa. Sta crescendo la consapevolezza che gli eventi hanno preso una piega ancora peggiore fuori dagli USA, con cadute ancora peggiori nella produzione manifatturiera, export e prezzi delle azioni. Guardando la figura 1 su un livello globale si nota che il declino nella produzione industriale di oggi è stata altrettanto grave che nei 9 mesi seguiti al picco del 1929. Figura 1. Produzione Industriale Mondiale (oggi - allora)

Fonte: Eichengreen and O’Rourke (2009).

Ugualmente, mentre la caduta del mercato azionario americano è partita nel 1929, i mercati azionari mondiali stanno cadendo ora più rapidamente che nella Grande Depressione (Figura 2). Ancora una volta questo è contrario all'impressione fornita da coloro che, basandosi sulla comparazione del solo mercato americano, suggeriscono che il crash attuale è meno serio del 1929.

Figura 2. Mercati azionari mondiali (oggi - allora)

Fonte: Global Financial Database.

Il commercio mondiale sta cadendo molto più rapidamente nella crisi attuale che nella crisi del 29 (figura 3) . Questo è particolamente allarmante vista l'importanza data dalla letteratura storica nel collegare la distruzione del commercio come un fattore consistente della crisi del 29. Figura 3. Volume del commercio mondiale (crisi del 29 – crisi attuale)

Fonte: League of Nations Monthly Bulletin of Statistics

Alivello globale le cose stanno andando ancora peggio che nella Grande Depressione, se si misura la produzione industriale, le esportazioni o le valutazioni finanziarie. L'etichetta "Grande Recessione" potrebbe essere troppo ottimistica. Questi eventi sono della dimensione della depressione.

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Fonte:articolo originale apparso su Vox.

1.2 Le banche americane vittime della crisi

Il bilancio delle banche americane vittime della crisi si allunga, nonostante i segnali di stabilizzazione e ripresa dell’economia. Nel 2009 sono 106 gli istituti di credito falliti negli Usa, di cui sette solo nelle ultime ore. Mai dal 1992 si era superata quota 100 fallimenti in un solo anno. Anche se si tratta per lo più di istituti regionali di piccole dimensioni, il crescente numero di fallimenti continua a testimoniare le difficoltà ancora presenti. Dopo la chiusura di venerdì 23 ottobre 2009 di Wall Street le autorità americane hanno annunciato ora dopo ora la chiusura di ben sette banche, di cui tre in Florida, uno degli Stati maggiormente colpiti dalla crisi e dove il mercato immobiliare, in lieve ripresa in più aree degli Usa, continua a soffrire. Poco dopo la fine degli scambi la Fdic ha comunicato di aver chiuso Partners Bank, la banca numero 100 dall’inizio dell’anno a gettare la spugna: i suoi 64 milioni di dollari di depositi e i 65,5 milioni di dollari di asset sono stati ceduti a Stonegate Bank, che ha rilevato anche i depositi di Hillcrest Bank Florida, altro istituto crollato nelle ultime ore. Il titolo di maggiore fallimento delle ultime ore va a Bank of Elmwood, istituto con 327,4 milioni di dollari di asset e 273,2 milioni di dollari di depositi.

1.3 La colpa è dei mutui subprime. Negli ultimi anni molti istituti di credito si sono avventurati in operazioni altamente speculative cercando di scaricare sugli investitori i rischi delle operazioni. I mutui subprime altro non sono che dei mutui ad alto rischi concessi a soggetti che non dispongono di adeguate garanzie economiche da offrire. In poche parole sono prestiti elargiti senza preoccuparsi troppo che chi lo riceve sia poi in grado di onorare il debito (pagare le rate). Negli Stati Uniti c’è stato un boom del mercato immobiliare e le banche ritenevano che il valore stesso delle abitazioni avrebbe costituito una garanzia sufficiente. Questa convinzione ha innescato un circolo vizioso: chi non aveva soldi e garanzie chiedeva un mutuo subprime per comprare casa, la continua domanda di abitazioni faceva aumentare il loro prezzo che costituiva la garanzia per le banche, le banche continuavano a concedere i prestiti avendo come unica garanzia il valore dell’immobile. Le banche, per cercare di scaricare sui singoli investitori parte del rischio, hanno inventato complicati strumenti finanziari per cartolarizzare i crediti (gli "ABS", Asset Backed Securities composti poi in CDO, Collateralized Debt Obligation) che avrebbero dovuto corrispondere interessi superiori a quelli dei titoli di stato, ma che in realtà erano garantiti solo dai pagamenti rateali di chi aveva sottoscritto il mutuo subprime (le banche avevano coperto il rischio degli investimenti azzardati emettendo “obbligazioni minestrone” in cui dentro c’era di tutto, inclusi titoli legati ai prestiti subprime). Quando il mercato della casa si è saturato i prezzi si sono prima fermati, e poi hanno inesorabilmente iniziato a scendere. Con la prima crisi economica generalizzata il sistema "finanziario" che ruotava intorno ai mutui subprime è andato subito in crisi perché numerosi debitori, che non avevano offerto adeguate garanzie, non sono stati più in grado di onorare il debito. Quella che era sembrata una soluzione "fabbrica soldi" si è trasformata in un uragano che sta travolgendo i maggiori e più prestigiosi istituti di credito americani: i prodotti derivati basati sui mutui subprime hanno iniziato ad essere svenduti causando un crollo del loro valore, le banche si sono trovate a dover rimborsare le obbligazioni senza avere a disposizione gli introiti delle rate dei

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mutui e con crediti non più garantiti dal valore degli immobili che nel frattempo era crollato. Il tutto ha causato il prosciugamento delle loro riserve finanziarie con l’inevitabile fallimento. Queste vicende si ripercuotono sui singoli cittadini che vedono volatilizzarsi i loro risparmi ed i loro posti di lavoro mentre "banchieri e finanzieri", gli artefici delle speculazioni, ne escono sempre indenni.

2. DIRITTO Crisi per il settore assicurativo

La crisi dei mercatiha messo a dura prova i margini di solvibilità delle compagnie assicurative, negli ultimi mesi molte hanno incontrato notevoli difficoltà nell’affrontare la difficile situazione economica che gli si è presentata. Ad aggravare il tutto è i generale clima di instabilità che non regolarizzando il mercato tende sempre ad avere costanti oscillazioni negative. Le compagnie assicurative più danneggiate sono quelle che operano nel ramo vita. Sette gruppi hanno già deciso di mettere mano al portafoglio. E l’elvetica Zurich ha ancora aperto il dossier . mettere la mano al portafoglio vuol dire anche cercare di evitare di correre gravi rischi seppur lo stesso atto di attingere da sé lo rappresenta. È un ostacolo che però dev’essere superato per poter dare un nuovo slancio e una ripresa. In molti credono che il nuovo regolamento anticrisi possa risollevare anche le sorti delle compagnie assicurative, bisogna sperare che limiti seriamente i pesanti danni che potrebbero subire i loro bilanci. Oggi il 2009 apre nuove prospettive dinanzi ad una condizione economica seriamente compromettente. Occorre che anche il Governo intervenga per salvaguardare il settore assicurativo come il ramo vita che sta subendo delle forte perdite. Le persone spesso decidono di non stipulare o ritirare la polizza vita in quanto grava su un budget già molto ridotto serve quindi un sostengo anche a coloro che vorrebbero affrontare queste assicurazioni o un sostegno per chi già l’ha stipulata.

2.1 La crisi delle Compagnie Assicurative Americane Spesso ci si chiede come è possibile che colossi americani di Compagnie assicurative stiano attraversando momenti di massima crisi al punto di farsi sostenere, per riuscire a sopravvivere, dagli Organi Statali. In America in questi anni sono state perfezionate montagne di mutui alle famiglie e, spesso, per pure esigenze di liquidità delle famiglie già molto indebitate. La stipula degli atti di questi mutui non necessita dell’assistenza del notaio, come è richiesto invece in Italia e speriamo che da noi lo sia sempre, ma quello che appare particolare da sottolineare è che i passaggi di proprietà e di intestazione sugli immobili sono spesso approssimativi, lacunosi, non chiari e quindi incerti. Queste proprietà spesso risultano talmente dubbie circa la certezza dell’intestazione che, sempre in America, si supera con una disposizione che non si può erogare un mutuo se non assistito da una polizza assicurativa a garanzia anche dell’eventuale incertezza di intestazione della proprietà che deve essere presa in garanzia. In questi tempi passati, forti dei valori immobiliari sempre in aumento e facendo l’occhiolino a questo tipo di garanzia assicurativa, in America si è erogato mutui a piene mani senza la dovuta attenzione al vero rischio di credito e alle certezze delle proprietà. A questo si è aggiunto un atteggiamento ulteriore di superficialità nella valutazione peritale degli immobili da prendere in garanzia quasi sempre fuori mercato e portata

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esasperatamente al rialzo per venire incontro alle reali esigenze di credito del mutuatario dimenticando l’attenzione al rischio di credito. Il risultato è stato quello di una fervidissima fabbrica di mutui sub-prime che ha sconquassato l’intero mondo della finanza. In momenti come questi dove: • la gente non riesce a pagare le rate perché non dispone di redditi sufficienti; • i redditi scendono e scende il potere di acquisto mentre i tassi sono in continuo

aumento; • il titolare del mutuo spesso ha sulle spalle un debito più alto dell’attuale reale valore

dell’immobile e quindi è meno incentivato a pagare il debito; • lo stesso titolare non è neppure molto sicuro, per passaggi di proprietà assai incerti

di essere il vero proprietario dell’immobile; • proprio per quanto sopra spesso il mutuatario ha volutamente cercato di ottenere un

mutuo di importo particolarmente elevato; avanzano inevitabilmente i contenziosi a non finire. In America i contenziosi si risolvono molto in fretta, contrariamente a quanto capita da noi, e quindi questo scatena tre principali eventi contemporaneamente e decisamente controproducenti per le banche che li attivano: • perdita non attesa per le banche, almeno contabilmente, per il minor ricavo da

vendita dell’immobile rispetto al debito residuo del mutuo; • immissione sul mercato di innumerevoli immobili da vendere per posizioni al

contenzioso con conseguente eccesso di offerta che finisce per appesantire ulteriormente il mercato e quindi esasperare, come conseguenza, le perdite;

• appena è possibile la banche avviano la copertura assicurativa, sempre per contenere le perdite, ove appare il minimo incerto nei passaggi di proprietà e quindi nell’intestazione dei mutuatari.

E’ questo l’evento che ha coinvolto le grandi Compagnie Assicurative le quali sono chiamate a coprire quanto, per disposizione di legge, avevano assicurato con contenziosi non previsti nelle reali dimensioni. Si aggiunga poi che molte compagnie, come AIG, hanno anche offerto la garanzia in caso di default del mutuo considerando questo rischio assai contenuto sulla base di dati storici ma con valutazione errata perché la storia documentava mutui allora erogati con attenzione particolare al rischio di credito e alle prudenti valutazioni degli immobili come era regola nel passato. Questo cospicuo esborso inatteso delle Compagnie, aggiunto al fatto che avevano già sbagliato investimenti mobiliari in derivati da cartolarizzazione, ha creato il dissesto delle stesse. Ma la domanda che ci si pone è perché debba proprio intervenire l’Ente Pubblico quando in questi casi, di fatto, tutto ricade sempre sul povero contribuente. Il vero rischio è che se si deprime oltre misura il mercato assicurativo, come conseguenza, si deprime il mercato finanziario con ricadute assai pesanti sull’azionario e le prove negative di questi giorni sono sotto gli occhi di tutti e nel portafoglio di tanti. E’ infatti risaputo che in America la previdenza poggia in particolare sul Sistema Assicurativo privato il quale investe in fondi pensione i quali, a loro volta, investono prevalentemente nel filone del mercato azionario. Se in America le Compagnie Assicurative non godono di ottima salute scatenano a cascata una caduta decisamente negativa sull’ingente somma effettivamente accantonata per il “monte” pensione con danno economico per coloro che, con tanti sacrifici, si impegnano ad alimentare il fondo nella convinzione di poter godere, in futuro, di una pensione dignitosa. Non sostenere le Compagnie di Assicurazione significa tutto questo e provocherebbe un danno immenso alla futura pensione degli attuali lavoratori americani sprovvisti o

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quasi, come è noto, di un sistema pensionistico pubblico. L’America ha scelto la via di far pagare oggi un certo costo alla nazione ma spera e non Le si può dare torto, di salvaguardare l’impianto pensionistico per il futuro.

2.2 Compagnie assicurative italiane a gonfie vele nonostante la crisi. Nonostante la crisi mondiale che ha messo in ginocchio più di una Nazione, il settore assicurativo italiano sembra avere una reazione positiva rispetto a quello europeo. È un ambito destinato a creare ricchezza anche in periodi di avversità economica: basti pensare al fatto che solo negli ultimi dieci anni i premi assicurativi sono incrementati, che si tratti di assicurazione auto o meno. Le associazioni dei consumatori registrano rincari di circa 300 euro e sperano di bloccare il continuo e inarrestabile aumento. I motivi sono: Aumento dei sinistri, passaggio di moneta dalla lira all’euro e rincaro generale del costo della vita che non risparmia nessun settore e nessun ceto sociale. Obbligatoria da tempi immemori per le auto, l’assicurazione diventa necessaria per la tutela della propria abitazione in caso di sisma o altre calamità naturali. Dopo la tragedia che ha colpito L’Aquila e altre zone dell’Abruzzo,è più facile comprendere l’importanza e i vantaggi che un’assicurazione può offrire. Essa copre una buona percentuale sui danni causati dal terremoto e ciò di sicuro riduce i lunghi tempi di ricostruzione degli edifici, per dare ai complessi colpiti una nuova chance, un nuovo punto d’inizio.

2.3 Assicurazioni rc auto e moto resistono alla crisi grazie agli incentivi statali. Gli incentivi statali nel corso del 2009 hanno aiutato le immatricolazioni sia per il settore moto che per il settore auto e aumentato la richiesta di assicurazioni rc auto e moto . Lo stesso presidente di Confindustria - Corrado Capelli - ha dichiarato che i dati 2009 evidenziano come gli incentivi siano stati fondamentali per evitare che il mercato soffrisse ulteriormente della difficile congiuntura economica, sia per quel che riguarda i produttori, sia per quel che riguarda le compagnie di assicurazioni rc auto e moto. Gli sconti governativi, quindi, hanno permesso al mercato, automobilistico e assicurativo, di reggere alla crisie, secondo l' Unione delle case automobilistiche estere che operano in Italia, hanno evitato una crollo del settore.

2.4 Le Società di intermediazione assicurativa. Sottoscrivere un contratto richiede una notevole attenzione, spesso anche per quelle clausole che possono rivelarsi importanti. Le compagnie assicurative non sempre informano in maniera accurata il cliente. Per cui nascono le Società di intermediazione assicurativa. Si tratta in Italia di un nuovo ente, sono paragonabili alle società di intermediazione finanziaria. Orientano il cliente e forniscono le spiegazioni in merito a determinate questioni e dettagli. Si tratta di persone qualificate e molto competenti in grado anche di orientare chi lo desidera verso l’investimentonel settore assicurativo. Fornendo tutti i dati sarà possibile anche sarà quale la compagnia che pratica i prezzi migliori e cercare il prodotto specifico che deve corrispondere alle nostre esigenze. Spesso la nascita di nuove società viene poco pubblicizzata ma esistono ed oltre ad offrire un ottimo servizio si rilevano anche come un buon settore per la crescita occupazionale. I giovani che hanno la passione per il settore assicurativo possono tentate questa nuova strada, tra l’altro anche molto interessante. E allora è sempre

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bene tenersi costantemente informati ed aggiornarti per non restare ”indietro”nel mondo assicurativo.

2.5 Decreto Bersani per le assicurazioni auto Il decreto Bersani ha apportato una serie di modifiche e novità nel mondo delle polizze assicurative arrivando ad intaccare persino il famigerato Codice delle Assicurazioni. L’obiettivo principale del decreto è stato senza dubbio quello di rendere lineare e trasparente l’intero settore delle assicurazioni garantendo la necessaria protezione del cliente verso tutte le agenzie. L’articolo 5 del decreto Bersani si sofferma in particolar modo sulle tematiche relative all’RC Auto e sui contratti d’assicurazione in genere. Durante la sottoscrizione di una nuova polizza RC Auto, il cliente resta in possesso della classe di merito relativa all’ultimo contratto stipulato, sia in caso di acquisto di ulteriore automobile sia nel caso sia intercorsa una fase di cessazione dell’eventuale polizza precedente (5 anni). In presenza di un incidente la compagnia assicurativa non può penalizzare il soggetto assicurato alterando il valore della classe di merito sino al momento in cui non vengono appurate e certificate le effettive colpe. Secondo il decreto Bersani l’agenzia assicurativa deve rispettare le regole di trasparenza e di propaganda informando in maniera immediata il cliente riguardo eventuali modifiche sfavorevoli per quanto concerne la classe di merito. Il Ministero dello Sviluppo economico, attraverso elementi forniti dall’Isvap, provvederà a promuovere la diffusione dei servizi d’assicurazione on-line in modo tale da facilitare la scelta del consumatore che potrà valutare comodamente le varie proposte assicurative RC Auto presenti sul mercato. Inoltre, ritornando alle assicurazioni, le compagnie non hanno il consenso di sottoscrivere con i relativi agenti, delle polizze in cui siano presenti particolari vincoli di ripartizione esclusiva inerenti ai danneggiamenti subiti. Le stesse compagnie assicurative non saranno più abilitate a stipulare contratti di tipo pluriennale con la clausola di durata decennale, vigente nell’attuale Codice Civile. Conseguenza diretta di tali modifiche è l’opportunità offerta al cliente di disdire la propria polizza a cadenza annuale, senza pagare alcun indennizzo o penale. Per concludere, il soggetto assicurato ogni anno può analizzare la propria situazione assicurativa decidendo facoltativamente di proseguire con la compagnia corrente oppure cessare il contratto in essere precedentemente alla scadenza per poi effettuare un cambio di compagnia. Il vantaggio più grande che la legge Bersani ha dato ai giovani è la possibilità di aprire una nuova assicurazione acquisendo la classe di merito di uno dei genitori. Quindi accade che un giovane neo patentato, avrà una classe di merito molto più bassa della 14esima (classe di avvio per la prima assicurazione) e pagherà un premio assicurativo molto più basso di quello che avrebbe pagato negli anni passato. Per poter usufruire di questo vantaggio, è indispensabile che sulla carta di identità del giovane figuri lo stesso indirizzo di residenza dei genitori. Ovviamente i prezzi saranno commisurati anche all’età quindi sarà un’assicurazione comunque più alta del genitore.

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3. ECONOMIA Il Budget Il budget è il bilancio di previsione e rientra tra gli strumenti fondamentali di programmazione e controllo dell’azienda. Partendo dalla previsione delle vendite e tenendo conto delle scorte esistenti e dei costi da sostenere espone i ricavi presunti. Di norma il budget si riferisce all’anno contabile (esercizio) successivo a quello in cui viene elaborato.

3.1 Il budget come strumento familiare o personale

Il budget familiare è costituito essenzialmente dall’elenco delle entrate, quali retribuzioni, pensioni, e qualsiasi altro tipo di ricavo, e una previsione delle uscite, ossia delle spese di qualsiasi natura, sia variabili che fisse, quali, ad esempio, affitto, mutuo, assicurazioni, ma anche cibo, acqua, luce, telefono, ecc. Le entrate dovrebbero essere sufficienti a coprire le uscite. In caso negativo è necessario prevedere come coprire la parte mancante, ad esempio, con un prestito, oppure attraverso il taglio di spese od ancora rimandando al futuro la parte non disponibile usufruendo di acquisti a rate.

3.2 Il budget come strumento aziendale

Nell’ambito dei sistemi di controllo di gestione il budget riveste un ruolo molto importante, non solo come riferimento operativo generale sull’andamento dell’azienda, ma anche perché, nel suo processo di preparazione obbliga tutte le aree aziendali a riflettere sulle attività di propria competenza, promuovere la comunicazione tra le diverse aree aziendali e il confronto su fabbisogni spesso contrastanti, fornisce dei criteri di valutazione delle performance condivise.

3.3 La gestione come attività programmata

L’azienda è un sistema aperto che interagisce contro un ambiente esterno (politica, cultura, sociale,giuridico, ecc.) caratterizzato da un elevato grado di dinamismo. La sopravvivenza dell’azienda è legata al rispetto del principio dell’economicità della gestione. La risposta continua ai cambiamenti dell’ambiente esterno avviene attraverso un processo decisionale non più basto sull’improvvisazione, ma su un’attività di programmazione e controllo della sua gestione. Il sistema di programmazione e controllo è articolato nelle seguenti fasi: • FASE A: analisi dei vincoli esterni e interni dell’azienda. I vincoli esterni possono

essere la situazione del mercato del lavoro, la configurazione del mercato e la domanda del prodotto da realizzare, le politiche produttive e commerciali dei concorrenti, ecc. I vincoli interni, invece, possono essere la disponibilità del

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personale, la reperibilità dei fattori produttivi, l’esistenza delle risorse tecnologiche adeguate, ecc.

• FASE B: pianificazione strategica. La pianificazione strategica riguarda le decisioni aziendali che coinvolgono il prodotto,ovvero la tipologia e il livello qualitativo, il mercato, ovvero dove collocare il prodotto e la tecnologia, ovvero gli impianti da utilizzare nel processo produttivo.

• FASE C: programmazione operativa. I piani strategici vanno poi tradotti in programmi operativi, fissando obiettivi di breve periodo che consentono di realizzare livelli di sviluppo e di redditività previsti dai piani di medio-lungo termine. Lo strumento privilegiato della programmazione operativa è il budget.

4. INGLESE The bank

Bank is an organization that receive money from general public and either hold it in deposit, making it available to the person who has deposited it or lend at interest to people who wish to borrow .

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The British banking system includes: • the Bank of England • commercial banks • merchant banks • building societies • saving banks

4.1 The bank of England The Bank of England was founded in 1964 by Royal Charter; its premises to Threadneedl Street in London. The Bank is divides into two sections: • the issue department, whose main function is to issue banknotes in England and

Wales but not in Scotland; • the banking department, dealing with the ordinary business of the Bank; The Bank is the bankers’ bank and work closely with the Treasury in carrying out the financial tasks of the government. It also: • manages the national debt; • manages the foreign exchange reserves; • controls the national monetary policy, through the Minimum Lending Rate; • Is the supervising of British banking system.

4.2 Commercial banks Commercial banks usually divided into two transactions: • borrowing transactions, banks borrow money and pay interest; • lending transactions, banks lend money and receive interest. There are Big Four group: National Westminster, Barclays, Midlands, Lloyds. These bank are members of the London Bankers Clearing House, regulate their account at the end of day with the Bank of England. Main services: • Current account: the person who opens a current account receives from the bank a

cheque book. Generally the current account in Britain doesn’t produce any interest. At the end period of time (usually one month) the bank send a statement of account, that shows all deposit and withdrawal and the balance, that is the difference between the deposit and the withdraws.

• Deposit account: the person who decides to open a deposit account receives only book but doesn’t receive anything. The person receive a rate of interest, this rate depend the length of time. The person has to give seven days notice before drawing money from his deposit account.

• Loans: is a sum of money lent by a bank to a customer under two forms: •.)a Overdraft: is when the costumer may withdraw from his account more money

than money deposited. •.)b Revolving credits: when the credit automatically renewed as soon as debts

are paid off.

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• Mortgages : is when a person borrows money from a bank by putting a mortgage on the house. • Miscellaneous.

4.3 Merchant banks Merchant banksare now financial institutions specialising in the financing of international trade.

4.4 Building societies Building society, is a typically British institution. It is a financial institution which is formed not for profit, but for helping people to buy houses.

4.5 Saving banks Saving banks, are special kinds of banking organisations set up to encourage small investors to save.

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5. STORIA LA CRISI DEL ‘29

5.1 Il boom degli anni venti (anni ruggenti) Nel primo dopoguerra l'economia degli Stati Uniti ebbe un forte incremento, dovuto anche alla grande richiesta d'investimento che veniva dall'Europa per la ripresa delle varie potenze che avevano partecipato al primo conflitto mondiale. Infatti, in America dal 1922 al 1929, la produzione industriale aumentò del 64%, la produttività del lavoro del 43%, i profitti del 76% e i salari del 30%. La forte differenza tra l'aumento dei profitti e della produzione con quello dei salari creò un evidente squilibrio nella distribuzione dei redditi, il quale i sindacati americani non riuscirono ad equilibrare, poiché indeboliti. A questi squilibri, si aggiunse un fattore psicologico trainante: la convinzione che fosse possibile un arricchimento facile, ovviamente non legato al lavoro o alla produzione, ma che provenisse da audaci attività speculative. Ma questa corsa all'acquisto, nel momento in cui era duratura, avvalorava se stessa, causa di quotazioni sempre crescenti. L'esistenza di queste alte quotazioni, attirava anche parte della popolazione a reddito modesto, disposta a pagare alle banche interessi altissimi pur di tentare facili guadagni. Per queste ragioni, il sistema si stava costruendo su se stesso e accentuava le tendenze di mercato, sia che tendessero all'acquisto sia che precipitassero verso la vendita. Ma al crescere dei titoli di borsa corrispondeva il calo della produzione e nell'ottobre del 1929, tra i più avveduti si resero conto di questo fatto portando al crollo della borsa di Wall Street.

5.2 Cause storico-politiche della crisi Il crollo della borsa, non rappresenta la causa scatenante della crisi economica, ne rappresenta, semmai, il primo segnale. Le sue cause sono da ricercare nelle relazioni economiche e finanziare internazionali nel primo dopoguerra. Alle gravi perdite di vite umane e di ricchezza provocate dalla guerra (circa 10 ML di morti cui vanno aggiunti 20 ML di morti per la spagnola, 20 ML di feriti, tra cui moltissimi invalidi e pertanto inidonei al lavoro e circa 400 miliardi di dollari) si erano aggiunti: 1) il collasso politico dell’Impero asburgico, con il sorgere dalle sue ceneri di numerosi altri stati (Jugoslavia, Cecoslovacchia, Ungheria, Polonia), che non avevano tardato a imboccare la strada di politiche protezionistiche, e quindi limitatrici degli scambi internazionali; 2) la rivoluzione russa (con la conseguente esclusione dell’economia sovietica dai liberi traffici mondiali, nonché la nascita di altri Stati, come la Finlandia e le Repubbliche baltiche di Estonia, Lituania e Lettonia); 3) il collasso economico della Germania, cui il trattato di Versailles aveva imposto il fardello del riconoscimento dei debiti di guerra e del pagamento delle riparazioni. L'Inghilterra. Oltre a impoverire vaste regioni dell’Europa orientale e dell'Europa centrale e a provocare elementi di disgregazione negli equilibri economici e nei rapporti commerciali internazionali, la guerra aveva anche frantumato l’equilibrio monetario raggiunto negli anni che precedettero la prima guerra mondiale. Le monete della maggior parte degli Stati occidentali erano state assai vicine alla loro parità legale, e i valori interni delle singole monete erano stati solidamente legati all’oro (unità di misura internazionale). Durante la guerra gli Stati avevano ecceduto nelle emissioni di carta moneta ad eccezione degli Stati Uniti che riuscirono a mantenere inalterata la convertibilità in oro (Gold Standard) del dollaro. La misura del danno sofferto dalle altre monete emergeva dal loro cambio con il dollaro. Fino alla guerra la Gran Bretagna era stata il «banchiere del mondo» e la sua moneta - la sterlina - era stata il pilastro del sistema monetario internazionale

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(tutti i prodotti erano prezzati in sterline); era anche il principale centro assicurativo del mondo (i Lloyds di Londra); e, per l’imponente flotta mercantile di cui disponeva, era centro del mercato dei noli. La Grande guerra non mutò d’un tratto questa situazione, ma le necessità della guerra avevano fatto trascurare l’aggiornamento tecnologico dell'apparato produttivo, privandolo di una parte della sua concorrenzialità. Al tempo stesso, impegnato com’era nella guerra, il Paese aveva anche trascurato parte dei mercati mondiali, lasciando maggiore spazio sia ad alcuni dei suoi Domini (India) sia a talune nazioni (Stati Uniti e il Giappone). La fine della guerra trovò così l'Inghilterra indebolita sia sul piano produttivo che su quello finanziario e monetario; mentre gli Stati Uniti apparivano cresciuti economicamente e finanziariamente, e divenuti, da paese debitore, paese creditore dell’Europa. Si accendono cioè le luci sul mercato finanziario di New York. Il mercato di Londra, dal canto suo, andò lentamente perdendo forza, soprattutto nelle possibilità di credito, e finì addirittura per indebolire le sue riserve auree. Già nel 1920 la sterlina era svalutata rispetto al dollaro del 22%. Ma allo scopo di non affievolire il prestigio della City l’Inghilterra, invece di riconoscere il mutato rapporto della sterlina col dollaro, e stabilizzare il valore della sterlina alla nuova parità determinatasi, adottò una politica deflazionistica che le permise di ripristinare nel 1925 il rapporto con il dollaro alla parità prebellica, segnando il ritorno alla convertibilità aurea, sia pure integrata dall’apporto di monete forti (Gold Exchange Standard). L’attuazione di questa politica deflazionistica, determinando una caduta dei prezzi interni e dei tassi di profitto e di interesse rispetto a quelli esteri, indebolì le esportazioni e favorì largamente le importazioni, contribuendo a precipitare l'economia britannica in una grave crisi, che non mancò di avere i suoi risvolti sociali, come attestano i gravi conflitti nel mondo del lavoro che culminarono nel lungo, estenuante sciopero dei minatori del 1926. Stati Uniti. Del tutto diversa la condizione degli Stati Uniti. Con le sole eccezioni del 1924 e del 1927, gli USA registrarono un boom ininterrotto fino all’ottobre 1929. A stimolare l’economia americana furono molti fattori: - l'espansione dell’industria edilizia e delle industrie da questa indotte; - una serie di innovazioni, basate sullo sfruttamento di nuovi prodotti (l’automobile, grazie all’adozione di nuovi sistemi di produzione) e delle industrie collegate (petrolifere, della gomma, dell’acciaio, delle costruzioni stradali, dei trasporti stradali, ecc.); - lo sviluppo dell'industria elettrica, la cui produzione raddoppiò tra il 1923 e il 1929; - l’impulso notevole alla razionalizzazione dei processi produttivi, con l’adozione, nelle industrie dei prodotti di massa, di un’organizzazione scientifica del lavoro, o «taylorismo», mirante ad eliminare i tempi morti, e a ridurre al minimo i movimenti inutili (un esempio per tutti fu l'adozione della catena di montaggio da parte della Ford agli inizi del secolo). Il reddito nazionale aumentò, fra il 1923 e il 1929, del 23% laddove la popolazione, in seguito alle leggi restrittive dell'immigrazione del 1921, aumentò solo del 9% e la forza di lavoro solo dell'11%. Questa maggiore disponibilità di capitali fece degli Stati Uniti il paese più prospero del mondo. E furono proprio queste abbondanti disponibilità che consentirono agli USA di concedere cospicui prestiti non solo all’Europa ma anche all’America latina, al Canada e ad alcuni paesi asiatici (si parla in tutto di quasi 30 miliardi di dollari). La maggior parte dei prestiti fu concessa ai paesi europei dopo che essi erano riusciti a domare l'inflazione che li avevano afflitti nel dopoguerra. Inflazione che era stata di tale ampiezza e gravità che si era dovuto provvedere a sostituire le monete esistenti, creandone delle altre, dopo aver assicurato loro congrue ed effettive garanzie (dalla corona allo scellino in Austria; dal marco al renten-mark in Germania; dal rublo al rublo-cervonetz in Russia).

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Dato che il sistema monetario prebellico era ancorato all’oro si ritenne che bisognasse ritornare all’oro. E poiché era la moneta inglese il punto di riferimento delle altre monete europee, il fatto che essa puntasse a ripristinare il rapporto prebellico col dollaro non fu senza conseguenza per gli altri paesi occidentali. Anche se non si ebbe un vero e proprio ritorno al Gold Standard, ma si arrivò ad un Gold Exchange Standard, nel senso cioè che si equipararono all’oro le valute pregiate estere, il risultato non fu meno grave. Le riforme monetarie, mano mano che si succedevano creavano (o scoprivano) il vuoto nelle economie interessate. Così quando l’Inghilterra nel '25 tornò alla parità entrò in crisi; allo stesso modo, quando nel ’27 la lira si allineò alla sterlina ebbe inizio la crisi anche in Italia (cfr. A. Musco). Eppure fu dopo questa generale sistemazione delle monete europee svoltasi tra il 1925 e il 1927 che gli Stati Uniti intensificarono i loro prestiti ai vari Paesi europei. Nei soli anni 1925-1929, gli Stati Uniti prestarono all’estero circa tre miliardi di dollari. E a poco a poco una gran parte dell’oro del mondo si andò a concentrare a Fort Knox (che nel 1929 ha già il 38% dell’oro del mondo). In Europa la Germania era stata il maggior beneficiario dei prestiti americani, e grazie a questi aveva potuto riprendersi rapidamente dal collasso del marco nel dopoguerra. Per fronteggiare le sue esigenze di sviluppo, la Germania aveva utilizzato molti dei prestiti americani a breve termine per investimenti a medio e a lungo termine, confidando che, dato il ritmo e l'intensità dello sviluppo dell'economia statunitense, questi prestiti non sarebbero stati rapidamente ritirati. E in quale migliore mercato investire se non proprio New York? Sempre più capitali a breve termine, l’hot money («moneta calda»), furono attratti pertanto dal boom della borsa di New York. Ma l’aumento delle quotazioni alla borsa di New York non era collegato all’aumento dei dividendi delle azioni, cioè dei profitti delle corrispondenti società, bensì a un puro gioco di speculazioni. Dal momento che i prezzi crescevano appariva vantaggioso comprare per rivendere, senza preoccuparsi della bontà dei titoli. Per il possesso di questi titoli l’investitore piccolo come quello grosso ricorreva alle banche per ottenere i finanziamenti necessari al completamento dell’operazione. Fu così che tra il 1925 e il 1929 il numero dei valori scambiati raddoppiò (incurante dell’aumento del tasso di sconto del governo statunitense del 1924). Nell’autunno del 1929 gli Stati Uniti, che tenevano in piedi e unito il sistema economico internazionale, cominciarono a richiamare drasticamente i capitali sottraendoli, quindi, alle attività in cui erano investiti. E la crisi si allargò a macchia d’olio.

5.3 Le conseguenze della crisi La conseguenza diretta del crollo della borsa fu la caduta dei prezzi agricoli, delle materie prime e, poi (ma in misura minore), dei prodotti industriali e la rapida contrazione del commercio in tutto il mondo, il che non poteva non riflettersi negativamente sul potere d’acquisto degli strati produttivi di tutti i paesi. Il quadro degli effetti della crisi è desolante, seppur costellato di luci e ombre: - i salari si ridussero ovunque, anche se la caduta dei prezzi delle derrate alimentari servì a contenere i danni per il livello dei consumi; tuttavia la riduzione dei salari non contribuì ad accrescere la produzione attraverso nuovi investimenti, ma si tradusse solo in riduzione di prezzi (cfr. Michal Kalecki); - i profitti industriali si contennero, ma non vennero eliminati completamente, grazie al processo di rapida concentrazione industriale che si era sviluppato dal dopoguerra (cfr. Hermann Levy); - altro fenomeno di rilievo nei paesi industriali colpiti dalla crisi, come la Gran Bretagna, dove il movimento sindacale era più solidamente organizzato, fu che i

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salari subirono minori riduzioni per la diminuzione del numero dei salariati occupati (fatto che già veniva evidenziandosi nel periodo precedente). La crisi fu aggravata anche dalla politica economica seguita dagli Stati Uniti. Con le loro esportazioni di capitali, avevano contribuito a mantenere in equilibrio la bilancia internazionale dei pagamenti. Scoppiata la crisi, essi non accrebbero questa esportazione di capitali, anzi iniziarono il ritiro dall’estero dei capitali a breve termine. Il ritiro di questa «moneta calda», che già era cominciato nel 1928, si intensificò nel 1930 e nel 1931 e toccò gradualmente livelli mai registrati in passato. Questa tendenza al ritiro dal mercato internazionale, specie europeo, fu rafforzata dalla politica doganale che gli Stati Uniti perseguirono. La tariffa doganale (la famosa Hawley-Smoot) che essi adottarono a partire dal giugno 1930, fu duramente protezionistica, e, quel che è più grave, costituì un pericoloso precedente. Certo, a spingere molti paesi a scegliere la via dell’isolazionismo, o del nazionalismo economico, fu la stessa asprezza della crisi. Nei mesi che seguirono l’ottobre 1929, la produzione industriale andò rapidamente crollando in tutti i Paesi. Fanno eccezione: - l'URSS, che si era esclusa dall’economia mondiale (e che peraltro non poté evitare di subire, proprio a partire dal 1929, a causa della lotta ai contadini ricchi, kulaki, gravi e irreparabili danni in agricoltura); - il Giappone, che affrontò la crisi (inclusa la guerra) con misure inflazionistiche; - i paesi scandinavi, esportatori di particolari materie prime per le quali la domanda non subì riduzioni sensibili. Oltre che borsistica, industriale, agricola e commerciale, la crisi fu presto anche bancaria. Il fatto che le industrie non producessero, e che quel che producevano dovesse essere venduto a prezzi bassi, con minori profitti, e che gli agricoltori, per la caduta dei prezzi agricoli, fossero costretti o ad abbandonare la terra, o ad accontentarsi di un guadagno minimo, ebbe notevoli conseguenze sul sistema bancario. Sia l’industria che l'agricoltura erano seriamente indebitate con le banche. Nel periodo di boom, che aveva preceduto lo scoppio della crisi, queste banche avevano ecceduto nei prestiti, confidando non solo in una restituzione regolare, ma anche nel fatto che i risparmiatori non avrebbero ritirato i loro depositi, ed anzi li avrebbero accresciuti. La crisi mise in difficoltà molte banche. Compromesso dalla caduta delle vendite e dei prezzi, un numero crescente di imprese non fu in condizione di pagare i debiti alle scadenze, e intanto le banche erano premute dai loro depositanti che, spinti a loro volta da crescenti esigenze di liquidità, volevano la restituzione di tutto o parte delle somme depositate. Schiacciate tra l’incudine del mancato rientro dei prestiti e il martello dei depositanti che pretendevano la restituzione dei loro capitali, molte di queste banche furono costrette a chiudere i battenti trascinando nel fallimento altre banche collegate (e risparmiamo i numeri). Un esempio per tutti: nel dicembre 1930 fallì la Bank of the United States in New York city, che contava oltre 400.000 depositanti, ne fu danneggiato un terzo della popolazione di New York.

5.4 I primi rimedi e le loro conseguenze Di fronte al disastro la reazione dell’opinione pubblica statunitense fu varia (fatalismo, condanna del consumismo, affermazione della moralità calvinista contro il lassismo), mentre il mondo economico reagì sollecitando misure deflazionistiche atte a tutelare la moneta (quali la riduzione dei consumi privati e tagli severi alla

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spesa pubblica, anche a quella assistenziale). La reazione del presidente repubblicano, Herbert Hoover, non fu incisiva. Da un lato: - si oppose inizialmente a rigorose misure deflazionistiche; - stimolando la spesa per opere pubbliche; - facendo pressione sugli industriali perché non riducessero i salari; - creò nel 1930 una Grain Stabilization Corporation e una Cotton Stabilization Corporation per sostenere i prezzi sia dei cereali che del cotone, in rapida caduta. Dall’altro, però: - si rifiutò di porre mano a un piano di pubblica assistenza (solo 5 dollari alla settimana per famiglia); - preferendo fare affidamento sulla carità privata e sull’azione dei governi locali. Molte famiglie, senza più assistenza finanziaria, impossibilitate a pagare i mutui fondiari, si videro addirittura espropriate della loro casa, mentre altre si trasferivano in località dove speravano di trovare lavoro. Emblematico al riguardo è il lungo viaggio che Joad e la sua famiglia compiono nel romanzo di Steinbeck, Furore, dall'Oklahoma alla California. Sul piano internazionale, la crisi si manifestò con la contrazione del commercio (importazioni-esportazioni: da 68.606 milioni di dollari-oro nel 1929 a 24.175 nel 1933) che comportò, come prima conseguenza, l’adozione di dazi doganali nei confronti dei prodotti esteri, soprattutto dei cereali con la conseguente caduta delle esportazioni cerealicole per i paesi più poveri (soprattutto dell’Europa dell’est). Negli Stati Uniti la citata tariffa Haweley-Smoot aumentò i dazi mediamente del 60%, ma spesso dell'80 e anche del 100%; in Inghilterra - campione per antonomasia del free trade - l’Import Duties Act, estesa a tutto l’impero nella Conferenza di Ottawa del 21 luglio 1932, comportò dazi anche superiori al 33%. In un tale contesto la Società delle Nazioni non seppe fare altro che convocare una riunione paneuropea nel febbraio del 1930 per una sorta di tregua doganale mai attuata. Resasi sempre più evidente l’impossibilità di un accordo internazionale in materia commerciale, cominciarono a manifestarsi tentativi di accordi limitati a due o più Stati. Così si ebbe nel 1930 una convenzione ad Oslo tra Norvegia, Svezia, Finlandia, Danimarca, Olanda e Belgio, per una più intensa cooperazione regionale. Nel marzo 1931 fu poi avanzata una proposta di unione doganale tra Austria e Germania (!) cui si oppose la Conferenza di Stresa. Non solo queste soluzioni non sortirono alcun effetto, ma addirittura travalicarono l’ambito commerciale come nel caso dell’accordo austro-tedesco: la Francia infatti ritirò immediatamente, in forma sanzionatoria, quei prestiti a breve che aveva concesso alle banche tedesche contribuendo così a rendere insostenibile la situazione economica della Reichsbank che reagì nell’unico modo a lei concesso, rialzando il tasso di sconto e determinando quindi un’ulteriore restrizione del credito e l’ennesimo colpo all’attività economica. La crisi commerciale non poteva quindi non ripercuotersi in crisi finanziaria prima e monetaria poi. Il fallimento delle maggiori banche europee (la Credit Anstalt di Vienna, la Dresdner Bank e la Darmstadter und National Bank) non poteva non ripercuotersi sul mercato di Londra che si vide richiamare tutti quei prestiti a breve di cui era campione senza però essere in grado di liquidarli in quanto quegli stessi capitali erano stati investiti a medio e lungo termine. La richiesta di una moratoria nel settembre del 1931 da parte della Banca d’Inghilterra e del Governo laburista comportò, da un lato, la sospensione dei pagamenti (con conseguente ulteriore crollo dei creditori) e dall’altro una considerevole svalutazione della sterlina (30,68%

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5.5 La disoccupazione Non si dà crisi (borsistica o finanziaria, bancaria o monetaria, commerciale o industriale) che non scarichi a massa i suoi effetti. Secondo i dati della Società delle Nazioni, la disoccupazione superò nel 1932 i 25 milioni di unità cui bisognava aggiungere i milioni di lavoratori agricoli e di contadini che, se non disoccupati, erano occupati quasi ovunque solo parzialmente. Maggiore fu quindi la disoccupazione in quelle nazioni dove la possibilità di lavoro-sfogo agricolo erano minori: 15 milioni negli Stati Uniti e 7 milioni in Germania - nazioni a forte tasso di industrializzazione. La Francia risentì in maniera nettamente inferiore del fenomeno disoccupazione per vari motivi contingenti (dopo la guerra fu meta di molti emigranti in cerca di lavoro che alle prime avvisaglie della crisi rimpatriarono; anche molti francesi abbandonarono le città rifugiandosi nelle fattorie agricole; ma la crisi in generale si manifestò in ritardo rispetto agli altri paesi – tanto che, come abbiamo visto, si era permessa ancora prestiti a breve nei confronti delle banche tedesche). La disoccupazione fu aggravata dalle politiche deflazionistiche adottate per evitare conseguenze sul bilancio statale: riduzione degli stipendi, aumento della tassazione diretta anche sui salari, e drastica riduzione della spesa pubblica (si veda, per esempio, l'operato del governo Brüning in Germania). E dalla crisi sociale che ne seguì alla crisi politica il salto fu breve: è, infatti, al malcontento che essa suscitò che va attribuito il primo successo ottenuto da Hitler nelle elezioni del luglio 1932. Successo che si rinnovò e accrebbe nelle nuove elezioni del novembre, anche se, nel frattempo, a partire dagli inizi del settembre, il cosiddetto «piano di Von Papen» aveva cercato di imprimere numerosi stimoli alla domanda interna, e, con la riduzione del tasso di sconto al 4% e alcune agevolazioni creditizie, aveva favorito la ripresa industriale. Ma ovunque la politica di contenimento della spessa pubblica e di salvaguardia del valore della moneta (promossa da Hoover) è da considerarsi una delle principali cause della ingente disoccupazione mondiale. Fu in questo quadro che le elezioni presidenziali negli Stati Uniti del novembre portarono alla sconfitta di Hoover e alla vittoria di F. D. Roosevelt.

5.6 1933: il New Deal, la ripresa e Hitler. Il 1933 segnò una svolta importante nella crisi. Sintomi di ripresa si verificarono un po’ dovunque. La produzione industriale registrò valori più alti di quelli dell’anno precedente, e l’occupazione accennò in generale ad aumentare. Tuttavia, il 1933 fu caratterizzato soprattutto da altri fatti importanti. Il primo è il definitivo fallimento di ogni tentativo di collaborazione internazionale. La Conferenza economica e monetaria mondiale, apertasi a Londra nel giugno 1933 dopo una lunga preparazione, sanzionò l'effettiva frantumazione del mercato mondiale. Scontratasi sul problema se bisognasse stabilizzare le varie monete e attuare nuovamente il «ritorno all’oro», come base del sistema monetario e delle transazioni internazionali, la Conferenza si chiuse con la deliberata svalutazione del dollaro (10%) fermamente perseguita da Roosevelt, da pochi mesi al potere, e l’ostinata difesa dell'oro da parte della Francia. Dalla Conferenza uscirono tre blocchi principali con differenti politiche economiche: 1) dell’area del dollaro (Roosevelt voleva usare la svalutazione per operare una diminuzione dei debiti interni e per accrescere il potere d’acquisto dei ceti agricoli, in modo che essi potessero intensificare gli acquisti di prodotti industriali, e quindi contribuire attivamente alla ripresa); 2) dell'area della sterlina (la Gran Bretagna affermava esplicitamente che la politica monetarla non doveva essere rivolta al mantenimento della stabilità dei cambi esteri, ma solo ad assicurare credito abbondante e a buon mercato);

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3) del blocco aureo: Francia, Belgio, Italia, Svizzera, Paesi Bassi e Polonia (questi Paesi miravano a garantire la stabilità e solidità della moneta, perseguita attraverso l'equilibrio nel bilancio statale e nella bilancia dei pagamenti, anche a costo di attuare politiche deflazionistiche). La «caduta» del dollaro costituisce, senza dubbio, il secondo dei fatti più importanti del 1933. Salito al potere, agli inizi dell’anno, Roosevelt si trovò a fronteggiare un grave peggioramento delle condizioni del sistema bancario statunitense. I fallimenti si moltiplicavano. Furono più del doppio di quelli dell’anno precedente. Di fronte all’ampiezza del fenomeno, Roosevelt si adoperò per l’approvazione dell'Emergency Banking Act e poi del Banking Act (20 marzo 1933), cambiando radicalmente la politica economica del suo predecessore. Grazie alla notevole svalutazione del dollaro cui fu autorizzato dal Congresso, stimolò la spesa pubblica, intraprendendo un vasto programma di opere pubbliche, e ponendo mano a quello che fu chiamato il New Deal, un complesso di misure volte, in particolar modo: 1) a sostenere gli agricoltori attraverso il controllo della produzione attuato anche attraverso la riduzione della superficie coltivata, e la concessione di sussidi, 2) a contenere e ad eliminare la speculazione, 3) a ridurre lo strapotere dei grandi gruppi finanziari.

Altro fatto del 1933, non meno importante, soprattutto per le conseguenze che avrebbe prodotto, fu l'ascesa di Hitler al potere in Germania. La crisi economica gli era stata, come si è accennato, decisamente favorevole. Le quattro elezioni che si svolsero tra il settembre 1930 e il marzo 1933 videro il numero dei suoi deputati crescere da 107 a 288, ossia dal 18% a circa il 54% dell’intero numero di seggi del Reichstag. Si è detto anche che il 1933 segnò l’inizio della ripresa. Il fenomeno non fu contemporaneo in tutti i paesi. Per l’Italia, ad esempio, bisognò attendere il 1934; per il Belgio, il 1935; ecc. Negli anni seguenti, la produzione continuò a crescere, e con essa l’occupazione e gli investimenti. Questa fase di ripresa culminò nel 1937, facendo ritenere che si fosse di nuovo di fronte a un boom. Tuttavia, già sul finire di quell'anno, si poterono rilevare qua e là segni indubbi di recessione. E se questa recessione non si estese e non si aggravò, trasformandosi in una nuova drammatica crisi, questo avvenne perché il mondo aveva imboccato chiaramente la strada del riarmo e della guerra. Nell’estate del 1938, dopo l'annessione dell’Austria alla Germania, l’incontro di Monaco confermò l’ineluttabilità di quella svolta. L'anno successivo, sul finire dell’estate, scoppiava la seconda guerra mondiale. L’intervento statale e la fine del liberismo. L’interventismo statale assunse in primo luogo la caratteristica di un aumento della spesa pubblica. La riduzione della spesa pubblica era stata uno dei punti fermi delle politiche deflazionistiche adottate nella prima fase della crisi. Ora, nell’ultima fase, in molti paesi si ritornò a privilegiare la spesa pubblica ma, ancora una volta, con notevoli differenza tra paese e paese. Negli Stati Uniti ad esempio, più che di un aumento della spesa per investimenti, si trattò di un aumento della spesa corrente. A differenza del periodo pre-crisi, nell'ultima fase della crisi si registrò cioè una modificazione nella struttura della spesa pubblica. La spesa per investimenti fu, in termini di reddito nazionale, assai inferiore a quella che era stata negli anni 1923-1929. Ancora più importante: la spesa corrente per consumi precedette la spesa per investimenti. Sarebbe stato, in sostanza, l’accento posto sul consumo a generare, attraverso l’aumento della domanda, la ripresa industriale. In Germania si verificò, al contrario, il caso opposto. Furono le spese per investimenti che prevalsero. Il Governo nazista privilegiò lavori pubblici ed

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armamenti e furono questi investimenti pubblici a sollecitare quelli privati, sui quali, per altro, lo Stato non mancò di esercitare rigorosi controlli. Tuttavia, il Governo di Hitler non tralasciò di concedere all'industria privata sussidi statali ed esenzioni tributarie per talune forme d’investimenti. Altra forma assunta dall’interventismo statale fu la politica del danaro a buon mercato. Questo fu il caso soprattutto della Gran Bretagna e dell’Italia: nell’intento di ridurre l’onere degli interessi gravanti sul bilancio statale si perseguirono politiche di conversione del debito pubblico (consistenti nel porre i possessori di titoli del debito pubblico nella condizione o di accettare una diminuzione del tasso di interesse o di rassegnarsi alla restituzione del capitale prestato allo Stato). Forma efficace di interventismo fu anche l’assistenza a favore di industrie particolarmente depresse, sia con finanziamenti agevolati sia con interventi rivolti a migliorarne l'organizzazione interna. Dovunque furono incoraggiate le industrie di esportazione, ma in taluni paesi (si veda il caso dell’Italia) l’intervento dello Stato raggiunse forme anche più dirette. In Italia, dopo la costituzione, nel 1931, dell'I.M.I. vi fu, nel gennaio 1933, quella dell'I.R.I. Con l'I.M.I. e soprattutto con l'I.R.I. si mirò, ad un tempo, da un lato allo smobilizzo finanziario e dall’altro alla riorganizzazione gestionale e produttiva del sistema industriale. Inoltre si realizzarono in molti paesi politiche di controllo valutario, concretatesi in accordi commerciali bilaterali e in forme di clearings (forme di regolamento dei rapporti di scambio tra paesi fondate sulla compensazione delle reciproche posizioni creditorie e debitorie). Queste politiche d’intervento non furono contemporanee in tutti i Paesi, e non dettero risultati positivi ovunque nello stesso periodo. Ritardi ed errori tecnici e politici si verificarono un po’ dappertutto. I paesi del blocco aureo, ad esempio, adottarono politiche inflazionistiche con ritardo rispetto alla Gran Bretagna e agli Stati Uniti. Il Belgio vi aderì solo dopo una serie di rovesci bancari, conseguenti alla difficile situazione industriale. La Francia vi giunse solo nel 1936, quando, sull’onda del malcontento popolare per la crescente disoccupazione, salì al potere Léon Blum alla guida del così detto Fronte popolare. Ma i risultati che l’esperimento sortì, per le eccessive misure demagogiche adottate, furono assai inferiori all’attesa. La Francia non aveva le possibilità di recupero degli Stati Uniti, perché le sue risorse economiche erano minori. E questa realtà pesò sul destino del Fronte popolare, condannandolo al fallimento, e identificandolo con la finanza allegra e infeconda. L’Italia fece ricorso alle misure inflazionistiche solo nel corso del 1935-36, dopo i salassi valutari subiti durante la guerra d’Etiopia. Ancora: in alcuni paesi, la ripresa industriale fu ottenuta a costo di gravi sacrifici per le popolazioni, con danno del progresso tecnologico industriale, grazie all’adozione di sistemi autarchici. Il che accrebbe l’isolamento di tali paesi e il frazionamento del mondo economico, fenomeno che non fu senza responsabilità nel processo che portò al secondo conflitto mondiale. Complesse e varie furono, comunque, le strategie seguite dai vari paesi per superare la depressione, e, riducendo o eliminando la disoccupazione, assicurare speranze e benessere agli uomini. Le politiche adottate non furono, però, esenti da critiche e da riflessi negativi. Se il risultato fu la ripresa e la notevole contrazione della disoccupazione, deve anche dirsi che esse non rappresentarono la formula ansiosamente ricercata per assicurare occupazione e benessere permanente. Nel pieno della ripresa, si guardò ancora una volta alla guerra come allo strumento migliore e più efficace per il progresso civile dei popoli. E la guerra cominciò.

5.7 Bilancio del New Deal

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La politica di Roosevelt cambiò alcuni dei fondamentali della civiltà americana. Il fattore più evidente, è la scomparsa delle tesi del liberismo, introducendo la pratica dello "Stato assistenziale" (Welfare State), non solo in America, ma in molti paesi capitalisti. La ripresa economica che era tra gli obiettivi del presidente, fu attuata in buona parte, ma non fu raggiunto il pieno impiego della manodopera, cosa che avverrà solo con il riarmo, che non apparteneva, però, alla logica di Roosevelt. Fu conseguita in misura notevole la ridistribuzione dei redditi e venne allargata e tutelata la libertà dei sindacati, assieme a quella politica, tanto che gli Stati Uniti divennero il rifugio di molti intellettuali durante la persecuzione nazista e fascista (Albert Einstein, Thomas Mann, Enrico Fermi, Sigmund Freund, Bertold Brecht, ecc.).

5.8 L'interpretazione Keyneysiana Che cosa aveva ridotto così drasticamente la produzione di beni e di servizi? Le risorse naturali degli USA erano ancora abbondanti. Il paese possedeva un eguale numero di fabbriche, di attrezzature e di macchine. Il popolo possedeva le stesse capacità lavorative e voleva dispiegarle nel lavoro. E tuttavia milioni di lavoratori, con le loro famiglie, mendicavano, prendevano a prestito, rubavano, facevano la fila per ottenere magre porzioni della carità pubblica, mentre migliaia di fabbriche rimanevano inattive o lavoravano ben al di sotto della propria capacità. La spiegazione sta nelle istituzioni del sistema capitalistico dell’economia di mercato. Le fabbriche avrebbero potuto essere aperte e gli uomini mantenuti al lavoro, ma non lo furono perché questo non avrebbe prodotto profitto. E, in un’economia capitalistica, le decisioni di produzione sono basate principalmente sul criterio del profitto e non sulle necessità della gente. Il sistema economico capitalista parve essere sull’orlo di un completo collasso. Erano indispensabili provvedimenti drastici, ma prima di poter salvare il sistema era necessario comprendere meglio la malattia di questa depressione economica. E questo compito fu assolto da uno fra i più brillanti economisti del secolo: John Maynard Keynes (1883-1946). Nel suo libro La teoria generale dell’occupazione, interesse e moneta, Keynes cercò di far capire che cosa era successo al capitalismo, al fine di permetterne la conservazione. La depressione nasce dal fatto che una riduzione nel volume degli investimenti che possono accadere ciclicamente o accidentalmente in un’economia, quale ne sia il motivo, si riflette in una riduzione della produzione dei beni strumentali nei quali detti investimenti si concretizzano. Da qui una riduzione nell’occupazione e nei consumi dei gruppi di percettori di reddito interessati in tale produzione. In conseguenza, peggiorano le prospettive di guadagno di altri gruppi di imprenditori e con esse diminuisce ulteriormente l’incentivo ad investire. Cadono così ulteriormente i consumi, attraverso una serie di reazione a catena per effetto delle quali la situazione, in fatto di occupazione, produzione, prezzi e profitti, tende a peggiorare per così dire da se stessa. In particolare, gli imprenditori non hanno convenienza ad utilizzare in nuovi investimenti il risparmio monetario accumulato dai percettori di reddito. Il nodo della crisi risiede proprio in questa discordanza tra le decisioni dei percettori di reddito, che ritengono conveniente non consumare, ma che non investono direttamente il danaro risparmiato, e le decisioni degli imprenditori, che non ritengono conveniente utilizzare tale denaro per aumentare i loro investimenti e, quindi, la domanda di beni strumentali. Si pensa quindi che lo Stato debba cercare di arrestare il processo, per così dire, di perdita di velocità, da cui è investito il sistema economico per effetto del circolo

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vizioso: riduzione di investimenti - riduzione di consumi - di nuovo riduzione degli investimenti e via di seguito. Ciò può ottenersi essenzialmente attraverso una qualificata spesa pubblica addizionale, che, se effettuata tempestivamente e in misura adeguata, può invertire la tendenza e ricondurre il sistema verso posizioni di pieno impiego, pur mantenendo una situazione di prezzi stabili. Dopo di che l’intervento statale ha termine, salvo prodursi con altre modalità nella situazione opposta in cui un processo di espansione dia luogo a una domanda di fattori produttivi che ecceda quella che può essere soddisfatta ai prezzi correnti. In conclusione il Keynes sostiene che l’intervento dello Stato deve essere limitato nel tempo e basato su un programma di spesa pubblica mirante ad utilizzare i fattori inoperosi (politica anti deflazionistica) oppure deve essere finalizzato a contenere la domanda nei limiti dei fattori disponibili (politica anti-inflazionistica).

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Qualche idea per collegarci anche italiano?
mi sembra buona!
mi saraà molto utile per la mia tesina
Bella! è quella che voglio portare ques'anno alla maturità.. in diritto vorrei mettere la borsa visto che l'ho appena fatta ! e di economia oltre la pianificazione,cos'altro potrei mettere? cioè da sostituire..Rispondetemi :))
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