tema svolto sulla devianza - 2° prova maturità., Esami di Sociologia. Antonio Rosmini
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Laura.Franco23 luglio 2013
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tema svolto sulla devianza - 2° prova maturità., Esami di Sociologia. Antonio Rosmini

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tema svolto sulla devianza, 2° prova alla maturità.
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DEVIANZA:

DEVIANZA:

Ogni società, moderna o premoderna, orientale o occidentale, è unificata da questa fondamentale esigenza di autoconservazione e di ordine, che lega tutti i suoi membri, individui, gruppi, organizzazioni, in un sistema di norme e di azioni desiderabili. Questo sistema è definito sociale, cioè il tessuto connettivo che tiene insieme la società. In sociologia Parsons intende per sistema sociale un sistema interrelato di parti che è capace di autoregolazione in cui ogni parte svolge una funzione necessaria alla riproduzione dell’intero sistema (Modello AGIL). Nella visione Parsoniana gli individui non sono singole persone ma persone che svolgono specifici ruoli, modelli di comportamento regolati da norme ed orientati all’espletamento di una funzione. Mentre, diversa è la concezione di sistema sociale in psicologia, di cui a riguardo se ne occupa proprio la psicologia sociale, che ritiene sia il comportamento dell’individuo in sé; può essere definito come quell’ambiente in cui interagiscono gli individui. Si differenzia dalla definizione sociologica perché mentre gli eventi che colpiscono i soggetti in sociologia vengono ricondotti al sistema sociale quindi ragioni extrapersonali, in psicologia tutto viene ricondotto a destrutturazioni psichiche presenti all’interno dell’uomo. Fondamentali per il sistema sociali sono le leggi, che indicano un insieme di prescrizioni che l’individuo è obbligato a seguire e che non ammettono ignoranza, infatti la non osservanza delle leggi comporta a delle punizioni di tipo civile e penale. Insieme alle leggi, ci sono le norme sociali, proposizioni codificate e articolate che prescrivono a un individuo o alla collettività la condotta più appropriata cui attenersi in una determinata situazione. Mentre le regole anch’esse considerabili delle prescrizioni ma possono essere decise e seguite solo da gruppi che hanno identità proprie o da alcuni soggetti aggregati. Cosa succede nel momento in cui questo ordine generale non viene rispettato e viene meno l’equilibrio sociale? Negli ultimi decenni è aumentato considerevolmente lo studio sui comportamenti ad alto rischio dei giovani. L’aumento di fenomeni socialmente preoccupanti, che coinvolgono i ragazzi in età compresa tra i 14 ed i 20 anni, ha alimentato in misura sempre più crescente l’interesse degli psicologi. Si nota, quindi, una manifestazione dei giovani per le attività spericolate e assume il nome di devianza (deviare): fanno parte di questo concetto le condotte che vanno contro le norme, i valori, ed i principi della comunità sociale di appartenenza. Il termine devianza si riferisce quindi ad un insieme eterogeneo di comportamenti dall’aggressione al furto, dal danneggiamento al vandalismo accomunati dalla loro valenza trasgressiva. Ancor’oggi non esiste una visione univoca del concetto di devianza, il quale ha assunto nel tempo significati e valenze molteplici. Ogni regola istituita, è evidente, implica anche la possibilità di una sua trasgressione, quindi l’esistenza di una ordine sociale implica la possibilità che qualcuno si discosti da tale ordine ed entri in conflitto con esso. Il conflitto si caratterizza con l’intenzione dell’individuo di realizzazione del proprio scopo provocando l’impedimento di quello altrui. La devianza è un tipo particolare di diversità culturale. Essa indica quelle diversità culturali che la cultura dominante non accetta e che perciò cerca di impedire o limitare emettendo delle sanzioni; come possono essere l’aggressività, la delinquenza, l’emarginazione. Infatti come annuncia E.Durkheim verso la fine dell’800 la devianza non è un proprietà di certi atti ma una qualità che deriva dalla risposte, dalla definizioni e dai significati attribuiti a questi membri dal resto della collettività. Per questo un atto deviante per essere ritenuto tale dev’essere riferito al contesto socio-culturale in cui ha luogo. Ne è d’accordo anche H. Becher: egli afferma che la devianza dipende dal punto di vista di chi osserva, poiché i membri dei vari gruppi hanno concezioni differenti di ciò che è giusto e conforme e che variano a seconda delle situazioni. Queste due idee si rifanno alla teoria dell’etichettamento o labelling theory , tale teoria si basa sull’idea che il reato, in generale la devianza, non sono altro che il prodotto dell’interazione fra coloro che creano e che fanno applicare le norme e coloro che invece le infrangono. Sono state avanzate numerose teorie sulla devianza, caratterizzate ognuna da una diversa natura: biologica, psicologica e sociologica. La scuola classica, sostenne l’idea degli esseri umani come persone razionali in grado di esprimere una libera scelta, C. Beccaria e J. Bentham realizzarono notevoli lavori sulla concezione di legge a allo loro epoca: a loro avviso la funzione di sistema giudiziario è quella di fungere da deterrente al comportamento deviante, di proteggere sia la società che l’individuo e quindi ciò implicava il considerare gli uomini essere liberi nell’agire, capaci di ponderare il piacere da trarre da un comportamento illegale rapportandolo con la punizione. Completamente diversa è l’interpretazione dei positivisti, i quali vedevano il comportamento umano come determinato da tratti biologici e caratteristiche anatomiche. I principali sostenitori di questa affermazioni sono C. Lombroso, il quale designa il “delinquente nato” come un essere primitivo sottosviluppato influenzato dalla concezione di evoluzione che considerava i criminali come essere non evoluti. Anche W. H Sheldon delinea tre tipi fondamentali di costituzione fisica, alle quali corrispondono personalità diverse: endomorfo, mesomorfo, ectomorfo; di cui le ultime due tipologie presentano un certo

tipo d’individuo instabile. D’altro canto la scuola di Chicago ritiene la comunità come principale elemento d’influenza sul comportamento dei singoli, la loro idea basilare p che la mente e il sé non sono elementi innati ma sono costruiti dall’ambiente sociale: è attraverso il processo comunicativo o di simbolizzazione che gli individui definiscono se stessi e gli altri. Appartenente a questa corrente è la teoria della trasmissione culturale che evidenzia il fatto che i giovani che vivono in aree socialmente disgregate hanno maggiori possibilità di stare a contatto con individui criminali subendone l’influenza. Rilevante, però, è anche il pensiero di S. Sutherland che tratta della teoria dell’associazione differenziale. La devianza, cioè, diviene un comportamento appreso che non concerne solo stati marginali e bassi. L’individuo, per l’autore, è un “contenitore” vuoto che si riempie attraverso l’esperienze vissute all’interno della società. In seguito, è noto negli studi sulle cause della devianza il concetto di anomia o teoria della tensione, il quale è legata a un lavoro di due studiosi: E. Durkheim e R. Merton. Secondo il primo la devianza è il risultato dell’anomia, ossia mancanza delle regole sociali che gestiscono i comportamenti individuali, e quindi la caduta di valori e norme tradizionali non sostituite da altri punti di riferimento, inoltre egli ritiene che la devianza sia un fenomeno inevitabile in quanto non può esistere un consenso totale sulle norme che regolano la società. Mentre R. Merton focalizzò il suo interesse sul fatto che all’interno della società certe mete vengono messe in risalto più di altre (successo economico) e che la stessa società ritiene legittimi certi mezzi per raggiungerle. Ma non tutti gli individui hanno uguali possibilità di successo con mezzi legittimi, di conseguenza tenteranno di raggiungere la stessa meta anche con mezzi illegittimi e quindi si deduce che siano le classi inferiori a soffrirne in misura maggiore e ad essere coinvolte maggiormente in atti devianti. Più pessimista è invece la concezione del mondo su cui si basa la teoria del controllo sociale: l’uomo è considerato come un essere debole, fragile, portato a violare le leggi piuttosto che a rispettarle. Secondo questa teoria i legami sociali deboli, la perdita dei legami tra il soggetto e le istituzioni causano devianza; d’altro canto Quanto più strettamente il soggetto si trova attaccato alle istituzioni e ad altri soggetti conformisti, minore è la probabilità di deviare. Inoltre si deve anche tener conto che la devianza, solitamente fonte di disgregazione e disordine, è in una misura inferiore anche una sorgente d’innovazione e progresso, per esempio lo sciopero è stato per decenni interpretato come forma di devianza ma si è notato che invece può avere effetti utili e può portare a benefici. Concludendo, un elemento che indubbiamente suscita preoccupazione è l’aumento, solo in Italia, del 67, 40% di minori di 14 anni denunciati per atti devianti. Tale dato desta un certo allarme, in primo luogo perché si tratta di bambini e in secondo luogo perché appartengono a una fascia d’età non perseguibile penalmente ma ricondotta ad altre misure di sicurezza come il riformatorio giudiziario, la libertà vigilata. Oltre all’aumento delle denuncie, si assiste anche a un cambiamento della “qualità” della criminalità minorile: infatti l’aumento più consistente riguarda i delitti contro la persona e la famiglia, mentre i reati contro il patrimonio segnano un minore anche se consistente aumento percentuale. Restano notevoli anche i dati riguardanti il traffico di stupefacenti. La devianza è un problema rilevante nella società e nella cultura di massa: sempre di più tutti noi siamo esposti ad essa ed assistiamo alle violenze più crudeli e particolari. Ciò che dobbiamo fare è sicuramente cercare di prevenire le situazioni a rischio per impedire che questi reati vengano commessi e che la pena venga inflitta. Non dimenticando però che i devianti il più delle volte sono persone che non hanno avuto i mezzi, oppure la possibilità, di essere compresi e integrati nella società e hanno così reagito con la violenza.

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