Diritto Industriale prof  Lonciari - Rif: Vanzetti di Cataldo, Sintesi di Diritto Industriale. Università di Trieste
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jjrambo6 dicembre 2013

Diritto Industriale prof Lonciari - Rif: Vanzetti di Cataldo, Sintesi di Diritto Industriale. Università di Trieste

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Riassunto del corso di Diritto Industriale della professoressa Lonciari Antonella. Testo utilizzato a lezione: Diritto industriale (Vanzetti di Cataldo)
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DIRITTO INDUSTRIALE

PARTE PRIMA. LA CONCORRENZA SLEALE

Cap. 1. Dagli inizi alla situazione attuale.

Gli inizi. La disciplina della concorrenza tra imprenditori (cioè della loro libera competizione per l’acquisizione e la conservazione della clientela) poggia le proprie basi sui principi del liberismo economico, cioè su una concezione che vede, nella libertà di accesso al mercato e nel regime della concorrenza, il miglior modo per promuovere il benessere economico generale.

Superata una prima fase di concorrenza selvaggia, caratterizzata dall’assoluta mancanza di regole, si è imposta l’esigenza di disciplinare i comportamenti concorrenziali, per la consapevolezza acquisita che un regime di libera concorrenza può dare risultati migliori solo se ad essere premiato dal mercato sia chi vi operi realmente meglio. Presupposto perché ciò avvenga è la possibilità per i consumatori di attribuire meriti e demeriti dei prodotti all’imprenditore dal quale realmente provengono.

La disciplina della concorrenza è nata, perciò, come sistema di protezione dei segni distintivi: attribuendo all’imprenditore il diritto di usare esclusivamente il suo segno, si voleva assicurare la tutela della sua personalità sul mercato, evitando che altri soggetti potessero approfittare del suo credito. In breve tempo, si passò a vietare non solo l’uso del segno distintivo altrui ma tutti i comportamenti decettivi, ossia idonei a trarre in inganno il pubblico, e successivamente anche quelli disonesti, cioè contrari ai principi di buona fede, lealtà e onestà.

La situazione legislativa italiana fino agli anni ’80. Per molto tempo, nonostante la diffusa esigenza di impedire i comportamenti sleali nella concorrenza, mancò una risposta legislativa a tale necessità. Il vuoto normativo tuttavia, venne colmato dalla giurisprudenza che utilizzò a tale scopo le norme generali sull’illecito civile extracontrattuale (o aquiliano, art. 2043 c.c.): in sostanza la concorrenza sleale era intesa come una species del genus illecito civile, ciò non significa però che essa rientri nell’ipotesi del 2043, né in particolare che ad essa possa applicarsi automaticamente questa norma quando la carenza dei requisiti soggettivi non consenta l’applicazione dell’art. 2598, come affermato dalla Cassazione ciò non toglie ovviamente che l’art. 2043 possa applicarsi quando nella fattispecie concreta ricorrano i requisiti da esso previsti.

Per ciò che concerne l’Italia una disciplina repressiva della concorrenza sleale fu introdotta piuttosto tardi, nella forma dell’estensione ai rapporti interni tra cittadini italiani di una norma della Convenzione di Unione di Parigi per la tutela della proprietà industriale. Questa convenzione internazionale, stipulata a Parigi nel 1883 è stata oggetto di un’importante revisione nel 1925, nel corso del quale è stato introdotto l’art. 10 bis:

Art. 10 bis. “I Paesi dell'Unione sono tenuti ad assicurare ai cittadini dei Paesi dell'Unione una protezione effettiva contro la concorrenza sleale. Costituisce atto di concorrenza sleale ogni atto di concorrenza contrario agli usi onesti in materia industriale o commerciale. In particolare devono essere vietati:

1. tutti i fatti di natura tale da ingenerare confusione, quale che sia il mezzo adoperato, con lo stabilimento, i prodotti o l'attività industriale o commerciale di un concorrente;

2. le allegazioni false nell'esercizio del commercio, tali da discreditare lo stabilimento, i prodotti o l'attività industriale o commerciale di un concorrente;

3. le indicazioni o allegazioni il cui uso, nell'esercizio del commercio, è idoneo ad indurre in errore il pubblico sulla natura, il modo di fabbricazione, le caratteristiche, l'attitudine all'impiego o la quantità delle merci.

In Italia questa norma ha costituito l’unica disciplina della concorrenza sleale fino all’entrata in vigore del C.C. del 1942 che si occupa della materia all’art. 2598 e successivi:

Art. 2598 c.c..Atti di Concorrenza Sleale. “Ferme restando le disposizioni che concernono la tutela dei segni distintivi e dei diritti di brevetto, compie atti di concorrenza sleale chiunque:

1. usa nomi o segni distintivi idonei a produrre confusione con i nomi o con i segni distintivi legittimamente usati da altri, o imita servilmente i prodotti di un concorrente, o compie con qualsiasi altro mezzo atti idonei a creare confusione con i prodotti e con l'attività di un concorrente;

2. diffonde notizie e apprezzamenti sui prodotti e sull'attività di un concorrente, idonei a determinare il discredito, o si 'appropria di pregi dei prodotti o dell'impresa di un concorrente;

3. si vale direttamente o indirettamente di ogni altro mezzo non conforme ai principi della correttezza pro-fessionale e idoneo a danneggiare l'altrui azienda.

Nella convenzione vengono indicate una serie di atti tipici considerati sleali, ma dato che la fantasia umana non ha limiti e gli atti di concorrenza sleale possono compiersi nei modi più svariati, è stata appositamente inserita una clausola generale al secondo comma: Costituisce un atto di concorrenza sleale ogni atto di concorrenza contrario agli usi onesti in materia industriale o commerciale. (art.10-bis, 2 comma) Partendo proprio da questa clausola generale di: "..contrarietà agli usi onesti in materia industriale o commerciale", possiamo confrontarla con l'ipotesi generale prevista nel nostro codice civile all'art.2598 punto 3. (..si vale direttamente o indirettamente di ogni altro mezzo non conforme ai principi della correttezza professionale e idoneo a danneggiare l'altrui azienda). In questo caso il legislatore crea una definizione generale basandolo sulla "non conformità ai principi di correttezza professionale" avvalendosi direttamente di ogni altro mezzo lesivo dei principi della libera concorrenza. Osservando queste due definizioni,"usi onesti"(Conv. di Parigi) e "correttezza professionale"(c.c. 1942) notiamo che a parte la differente tecnica linguistica, si riferiscono entrambi allo stesso comportamento.

Dalla differenza delle due norme e dalla loro contemporanea vigenza potremmo pensare che la disciplina della sleale concorrenza in Italia abbia come necessaria conseguenza il loro coordinamento e la loro reciproca integrazione, ma non è così. Infatti né la dottrina né la giurisprudenza si sono mai occupate dell'art. 10-bis, applicando ed interpretando per la concorrenza sleale solo ed esclusivamente l'art. 2598 c.c. Questo perché le due discipline si somigliano molto e nella parte in cui si differenziano la nostra normativa codicistica è sempre stata ritenuta più severa rispetto alla Convenzione, che all'art. 10-bis realizza la tutela minima contro la concorrenza sleale da assicurare ai cittadini dell'Unione. Quando il legislatore del '42 si è ispirato all'art.10-bis per stilare la relativa normativa italiana riguardante la concorrenza sleale, ha inoltre realizzato una disciplina dei rimedi (azioni inibitorie e azioni di risarcimento del danno) anche in assenza di colpa o dolo, partendo dalle norme presenti nella Convenzione stessa. Precisamente, il codice considera, attraverso la clausola generale contenuta del n.3 dell'art.2598 c.c. come atti di concorrenza sleale tutti gli atti contrari ai principi di correttezza professionale; prevede la possibilità dell'azione di inibizione (art.2599) e dell'azione di risarcimento del danno (art.2600); subordina l'esperibilità di entrambe le azioni al verificarsi non già di un danno attuale, ma del solo pericolo del danno, consistente nella idoneità a danneggiare l'altrui azienda; subordina infine, l'esperibilità dell'azione di risarcimento del danno alla sussistenza del dolo o della colpa, ma prevede anche che "accertati gli atti di concorrenza, la colpa si presume".

L’ evoluzione più recente della disciplina. A partire dagli anni ’80 si è assistito inizialmente in sede comunitaria e internazionale, e poi anche in sede nazionale ad una vasta produzione legislativa che ha riguardato anche la disciplina della concorrenza sleale; si è trattato in particolar modo di una serie di

Direttive comunitarie, via via attuate dal nostro paese, dei c.d. Accordi TRIPs stipulati nell’ambito dell’ organizzazione mondiale per il commercio, pure attuati da noi ed infine della unificazione in un codice della proprietà industriale di molti istituti.

Cap. 2. I soggetti.

I presupposti soggettivi. La disciplina della concorrenza sleale si applica solo quando ricorrano due presupposti soggettivi:

a. il rapporto in cui devono trovarsi il soggetto attivo (cioè l’autore dell’atto di concorrenza) ed il soggetto passivo (colui che subisce quell’atto);

b. la qualità professionale di entrambi i soggetti.

Rapporto di concorrenza. Quanto al primo presupposto, tra i due soggetti deve intercorrere un rapporto di concorrenza, ossia entrambi devono offrire, sullo stesso mercato, beni o servizi atti a soddisfare gli stessi bisogni o bisogni simili, mirando così alla stessa clientela.

Tale rapporto, però viene spesso interpretato in modo estensivo e cioè in riferimento non solo ad una concorrenza attuale ed effettiva, ma anche meramente potenziale, probabile in un non lontano futuro. Si parla, quindi di rapporto di concorrenza potenziale:

• in ambito merceologico quando, pur non essendovi identità tra prodotti e servizi offerti alla clientela, si fa riferimento alla possibilità dell’impresa di ampliare la produzione a prodotti analoghi o succedanei. Esempi:

a. se entrambi gli imprenditori vendono e producono bibite gassate ovviamente sono in concorrenza

b. se uno produce bibite gassate e l’altro sciroppi, poiché i due prodotti sono idonei a soddisfare in via succedanea gli stessi bisogni, possono ancora ritenersi in rapporto di concorrenza

c. se uno produce abiti confezionati, l’altro maglieria intima, l’individuazione del rapporto di concorrenza si fa problematica. Anche se si tratta di prodotti appartenenti alla stessa categoria merceologica, e idonei a soddisfare uno stesso bisogno in senso lato (coprirsi), nessuno che ha bisogno di un vestito per coprirsi pensa di farlo comprando una canottiera in lana, c’è però la tendenza ad applicare anche a tal casi la disciplina della concorrenza sleale e perciò ad ammettere il rapporto di concorrenza, giustificando che la disciplina si applichi anche ove il rapporto non sia attuale ma meramente potenziale,cioè probabile in un non lontano futuro, può infatti apparire possibile che un produttore di maglieria intima ampli la propria produzione alla maglieria esterna, poi agli abiti a maglia e così via. Perché ci sia concorrenza potenziale la probabilità deve essere concreta cioè desumibile dalle circostanze del caso e da regole di esperienza.

• in ambito territoriale quando, pur non essendo la coincidenza territoriale dei mercati strettamente effettiva, si fa riferimento alla possibilità di espansione dell’attività. Il profilo territoriale in genere assume rilievo quando si ha a che fare con imprese di piccole dimensioni, per le quali, a differenza delle imprese di grandi dimensioni non può dirsi che la vendita di prodotti copra tutto il territorio nazionale. Esempi:

a. una panetteria di Roma non sarà in competizione con una di Trieste, perché i loro mercati sono territorialmente diversi.

b. Se entrambe però hanno una grande dimensione non sarà così, inoltre è evidente che Barilla i cui prodotti sono venduti su tutto il territorio nazionale dovrà ritenersi in concorrenza anche con il più piccolo dei pastifici, inoltre potrebbe sussistere concorrenza anche per il fatto che la sfera di notorietà di un impresa

sia di diffusione nazionale, ad esempio la pellicceria Annabella che pure produce solo a Pavia, dovrà per la sua notorietà ritenersi in concorrenza con qualsiasi altra pellicceria, dovunque sita e operante.

Il profilo territoriale può assumere rilievo in settori specifici anche con riguardo ad imprese di dimensioni rilevanti, ad esempio nel caso di esercizi della grande distribuzione, legati ognuno da un proprio bacino di utenza territorialmente delimitato, oppure nel caso di imprese che operano in regime di concessione amministrativa ed il cui ambito territoriale di attività è delimitato dalla concessione stessa, ad es. imprese di trasporto a cui sia affidato il servizio di certe linee oppure imprese di pompe funebri che spesso esercitano in regime di monopolio nel territorio di un comune, tali imprese non potranno ritenersi in concorrenza con altre che prestino gli stessi servizi in zone diverse anche ove la dimensione e la notorietà ne siano rilevanti.

Nel caso imprenditori diversi trattino prodotti uguali o analoghi nella stessa zona ma si collochino a livelli diversi, ad esempio il rapporto tra il produttore di un bene ed il commerciante (distributore) di un bene identico o analogo, si potrebbe dubitare che ci sia un rapp. di concorrenza dato che a rigore i mercati ai quali si rivolgono sarebbero costituiti per il primo dai grossisti e rivenditori, al secondo dai consumatori finali. La giurisprudenza ha affermato che invece sussiste concorrenza in quanto l’attività di entrambe le imprese incide sulla stessa categoria di consumatori, sicchè gli atti commessi dall’una potrebbero distrarre la clientela che si sarebbe rivolta verso i prodotti dell’altra, così operando uno sviamento. La Cassazione ha tentato di rendere più rigorosa tale soluzione, ciò che preme sottolineare è che sul piano concreto si tende a dichiarare esistente il rapporto di concorrenza ogni volta che l’attività di un soggetto possa determinare lo storno (allontanamento,spostamento), anche indiretto della clientela di un altro.

La qualifica di imprenditore. Come si evince da numerosi dati testuali (ad es. art.2598nn 2 e 3 c.c.) per l’applicabilità della disciplina della concorrenza sleale, sia il soggetto attivo che il soggetto passivo dell’atto di concorrenza devono essere imprenditori. Nella disciplina in esame sono inoltre compresi:

• La P.A. (anche enti pubblici non economici limitatamente all’attività di impresa che svolgono), quando svolge un’attività di impresa in regime di concorrenza

• Le attività non professionali ma occasionali

• Associazioni ed enti senza scopo di lucro che svolgano, mediante un’organizzazione stabile, un’attività continuativa di natura obiettivamente economica.

• Gli esercizi di impresa che, soggetti a licenze amministrative, si svolgano tuttavia in modo irregolare, cioè senza licenza.

Controverso è se possa comprendersi nella disciplina in esame, direttamente o in via analogica, l’attività dei liberi professionisti; la Cassazione ha tuttavia negato tale possibilità in una pronuncia del 2005.

Si ritiene inoltre che anche chi stia organizzando un’impresa, che ancora non abbia iniziato la propria attività, possa rappresentare il soggetto attivo o passivo dell’atto di concorrenza sleale; in tal caso sarà ovviamente la società eventualmente sorta a conclusione della fase organizzativa a rispondere degli atti in questione.

Atti di terzi. L’ imprenditore che in genere non svolge la propria attività completamente da solo, è responsabile, per la disciplina della concorrenza sleale, anche di quegli atti posti in essere (nel suo interesse a danno di altro imprenditore) dai suoi collaboratori autonomi ed ausiliari, nonché ovviamente dai dipendenti nell’esercizio delle loro mansioni (l’impresa societaria è responsabile degli atti di concorrenza sleale posti in essere dalle persone che fungono da organi dell’ente), trovando applicazione l’art. 2049 c.c.. in mancanza di

un incarico specifico dell’imprenditore, l’atto del terzo può essere considerato atto di concorrenza sleale se egli ha agito con l’intenzione di procurargli un vantaggio ai danni del concorrente. A tal fine, inoltre, è necessario che i rapporti esistenti tra imprenditore e terzo siano stati tali da far supporre che il primo fosse consapevole e consenziente degli atti compiuti dal secondo.

Per quanto riguarda la responsabilità del terzo si ritiene che:

• Quando si tratti di dipendente dell’imprenditore, la responsabilità è solo di quest’ultimo, a meno che il dipendente non sia rivestito di mansioni che gli consentano di assumere discrezionalmente iniziative nel campo in cui gli stessi atti di concorrenza sleale sono stati commessi (nel qual caso potrà configurarsi una sua responsabilità

• Negli altri casi, il terzo, pur non rivestendo la qualifica di imprenditore, risponde a titolo di concorrenza sleale in solido con l’imprenditore.

La legittimazione delle associazioni professionali. Ai sensi dell’art, 2601 c.c., quando gli atti di concorrenza sleale pregiudicano gli interessi di una categoria professionale e non di singoli imprenditori, l’azione per la repressione di questi può essere promossa anche dalle associazioni professionali e dagli enti che rappresentano la categoria. L’art. 2601 precisamente è la norma alla quale viene affidato il compito di risolvere il conflitto fra l’interesse del singolo imprenditore e quello della categoria di appartenenza e della corrispondente associazione. Disciolte le associazioni professionali come organi dello stato corporativo, si pose l’ alternativa tra il ritenere abrogata la norma dell’art.2601 c.c. o il ritenerla tuttora in vigore, anche se nella prospettiva di una funzione diversa da quella originaria. La dottrina e la giurisprudenza post- corporative si sono orientate nel secondo senso, distorcendo però il significato originario della norma: le associazioni professionali di categoria, divenute mere associazioni di dir. privato, sono state legittimate ad agire con l’azione di concorrenza sleale in veste di rappresentanti o sostituti processuali dell’interesse esclusivo dei singoli imprenditori associati che abbiano risentito pregiudizio dell’altrui comportamento sleale.

Tuttavia, una parte della dottrina e della giurisprudenza ritiene, invece, che gli enti di cui all’art. 2601c.c. possono agire non come sostituti processuali, ma iure proprio, in difesa di un interesse di categoria diverso da quello individuali dei singoli imprenditori.

Capitolo 3. Correttezza professionale e danno concorrenziale.

Fattispecie tipiche e clausola generale nell’art. 2598 c.c.. l’art. 2598 è costituito da due parti: la prima contiene l’indicazione di ipotesi specifiche di concorrenza sleale, la seconda è costituita da una clausola generale, che qualifica come concorrenza sleale una pluralità di comportamenti innominati, caratterizzati dall’essere non conformi ai principi della correttezza professionale ed idonei a danneggiare l’altrui azienda. Gli atti di concorrenza sleale previsti dall’art. 2598 c.c. si distinguono in tre categorie:

1. Atti di confusione, di cui al n.° 1 della norma

2. Atti di appropriazione di pregi e di denigrazione, di cui al n.° 2

3. Altri atti contrari alla correttezza professionale, di cui al n.° 3.

La contrarietà ai principi della correttezza professionale per il c.c. è stata ricalcata sulla base di quella che era la “contrarietà agli usi onesti in materia industriale e commerciale” per la Convenzione e in particolare l’art. 10-bis: si tratta infatti di due formule molto vicine l’un l’altra se non addirittura sovrapponibili.

Il primo problema che si pone in ordine a questi caratteri è quello di stabilire se la loro presenza condizioni l’illiceità anche delle fattispecie nominate, cioè se in presenza di una di queste ultime spetti al giudice controllare anche la sussistenza della contrarietà alla correttezza professionale e dell’idoneità a danneggiare

l’altrui azienda. Il tenore della norma fa pensare di no, dato che in essa il ricorrere di questi caratteri nelle fattispecie nominate sembra dato per scontato; tuttavia qualcuna delle fattispecie nominate dei numeri 1 e 2 dell’art. 2598 può dar luogo ad incertezze interpretative, ed in questo caso (e solo in questo) il riferimento alla difformità rispetto ai principi della correttezza professionale e all’idoneità a danneggiare l’altrui azienda potrà fornire un aiuto interpretativo. Essenzialmente in vista di ciò si è ritenuto opportuno far precedere alla trattazione dei n.° 1 e 2 dell’art. 2598 c.c. l’ individuazione di cosa debba intendersi per principi della correttezza professionale e idoneità a danneggiare l’altrui azienda.

I principi della correttezza professionale. A prima vista la legge sembrerebbe riferirsi ad un sistema di regole esistenti al di fuori di essa, che operino sulla base di una sorta di rinvio; in realtà un simile sistema non esiste, è dunque compito dell’interprete attribuire un contenuto alla formula legislativa e non si tratta di certo di una facile operazione. La formula principi della correttezza professionale è diversamente interpretata in dottrina e giurisprudenza:

A. Un primo orientamento identifica tali principi con gli usi in senso tecnico, ossia i comportamenti abitualmente praticati dagli operatori, con il convincimento della loro giuridicità; tale interpretazione non sembra accettabile per diversi motivi, ad es. non condurrebbe ad alcun risultato nei casi in cui manchino usi o la prassi sia contrastante o conflittuale.

B. Una seconda posizione seguita prevalentemente dalla giurisprudenza, definisce la correttezza professionale come “un principio etico universalmente seguito dalla categoria sì da diventare costume”; tale interpretazione però, nel tentativo di conciliare due elementi tra loro eterogenei (l’elemento oggettivo dell’uso con la valutazione morale di esso da parte delle categorie interessate) ha dato luogo a risultati piuttosto contradditori.

C. La giurisprudenza più recente invece, spostando l’accento dall’elemento consuetudinario a quello etico, risolve il concetto di principi della correttezza professionale nella moralità imprenditoriale; anche questa formula risulta tuttavia di incerta applicazione, in quanto il giudizio sulla correttezza dei comportamenti merceologici varia a seconda dei settori merceologici, della dimensione dell’impresa, ecc..

D. Parte della dottrina, spinta dall’esigenza di sottrarre il più possibile le decisioni all’arbitrio del giudice, ha allora tentato di oggettivizzare il più possibile i principi di correttezza, identificandoli in “regole di natura essenzialmente economica”. Si obietta però che tali tentativi di oggettivizzazione sono sì utili ma non attendibili in quanto anch’essi di difficile applicazione. Un giudice, infatti, non è di regola in grado di valutare sufficientemente le conseguenze economiche dei comportamenti concorrenziali; d’altro canto, i criteri proposti non sono veramente oggettivi, potendo ciascuno dare ad essi un diverso contenuto a seconda dei propri convincimenti politici. La dottrina più recente infine, ritiene che il giudizio di correttezza debba essere un giudizio di natura morale ma non di morale professionale, bensì di morale pubblica corrente, quale è espressa dalla collettività dei consociati di cui il giudice è interprete. Tale giudizio però, dovrà essere contemperato con le precise scelte legislative desumibili da altre norme e potrà, inoltre, essere integrato da altri elementi quali, ad esempio, quello della maggiore o minore idoneità del comportamento denunciato a conseguire i fini della libertà economica. (merita di esser segnalato che nonostante le numerose trattazioni a riguardo, lo strumento valutativo della conformità o difformità di determinati comportamenti ai principi della correttezza professionale è di portata più teorica che pratica, essendo stato utilizzato in scarsissime occasioni).

L’ idoneità a danneggiare l’altrui azienda. L’ idoneità a danneggiare l’altrui azienda è il secondo elemento cui l’art. 2598 n.°3 c.c. subordina l’illiceità di un atto di concorrenza. Quando esistono rapporti di concorrenza tra 2 o più imprenditori, è evidente che l’affermazione o il successo di uno di essi possa arrecare danno agli altri, per esempio in termini di erosione di quote di mercato. Perché si possa parlare di atti di

concorrenza sleale è necessario che l’idoneità dannosa sia qualificata e cioè sia maggiore rispetto a quella normale di un atto dello stesso tipo non scorretto. Tale osservazione, però non vale per i casi in cui dell’atto sleale non sia ipotizzabile un omologo corretto (ad es. la denigrazione).

Per quanto riguarda poi il riferimento all’altrui azienda, esso va interpretato in senso ampio (quindi non solo come nell’art. 2555 c.c.): la dannosità non va limitata a quella concernente i beni costituenti l’azienda ma va estesa anche ad altri fattori, quali l’organizzazione interna dell’impresa, il suo patrimonio tecnologico, la sua posizione sul mercato, la sua clientela.

Danno concorrenziale e potenziale. Secondo un orientamento ormai consolidato in giurisprudenza, per integrare gli estremi dell’illecito concorrenziale, non è necessario che il danno (c.d. danno concorrenziale) si sia effettivamente realizzato, ma è sufficiente che esso sia potenziale e cioè che l’atto posto in essere sia idoneo a provocarlo, parimenti non è considerato necessario che dall’atto concorrenziale derivi un guadagno o un profitto per l’autore dell’illecito.

Si ha potenzialità dannosa ad esempio nel caso di attività concorrenziale continuata che non ha prodotto un danno quantitativamente rilevante nel caso in cui l’attività dannosa sia rimasta allo stadio di tentativo ma sussista la probabilità che esso venga reiterato.

Capitolo 4. La concorrenza per confondibilità.

Le fattispecie confusorie dell’art. 2598 n.°1 c.c.. l’art. 2598 al n.°1 dispone che compie atti di concorrenza sleale chiunque:

“usa nomi o segni distintivi idonei a produrre confusione con i nomi o i segni distintivi legittimamente usati da altri,

o imita servilmente i prodotti di un concorrente,

o compie con qualsiasi altro mezzo atti idonei a creare confusione con i prodotti o con l’attività di un concorrente”.

Il carattere comune alle fattispecie contemplate da questa norma è l’idoneità a produrre confusione con i prodotti e con l’attività di un concorrente, ossia l’idoneità a convincere i consumatori che un prodotto e/o un’attività provengono da un certo imprenditore mentre in realtà sono da ricondurre ad un imprenditore diverso. Produrre confusione significa ingenerare nei destinatari del messaggio in cui l’atto confusorio si traduce un falso convincimento circa i prodotti e/o l’attività con i quali vengono a contatto, vale a dire il convincimento che si tratti dei prodotti e/o dell’attività di un certo imprenditore mentre in realtà devono ricondursi ad un imprenditore diverso. (si parla di confusione sull’origine, perché la confusione è sulla fonte di quei prodotti e di quelle attività, e quindi sull’identità dell’imprenditore a cui essi vanno ricondotti).

È evidente che la norma è da intendersi riferita ai segni distintivi nella loro accezione più ampia (segni denominativi, emblematici, figurativi), comprendente:

• Sia segni tipici

• Che qualsiasi altro segno atipico che possa essere adottato in un’attività di impresa (es. sigla, emblema, ecc.)

Quali caratteri sono necessari affinché il segno distintivo sia protetto dalla norma in materia di concorrenza sleale?

Per essere protetto dalla norma in esame, il segno distintivo imitato deve essere:

1. Dotato di capacità distintiva, ossia idoneo a distinguersi dalle indicazioni generiche del prodotto o dell’attività

2. Dotato di novità, in quanto capace di differenziarsi dai segni anteriormente utilizzati da altri per prodotti o attività dello stesso genere

3. Concretamente utilizzato nel mercato.

È con l’uso infatti che si acquista il diritto soggettivo sul segno distintivo di cui la norma vieta l’imitazione. Senza un impiego effettivo rivolto al mercato, del resto, il segno non avrebbe acquistato alcuna notorietà e mancherebbe, perciò di ogni potenzialità confusoria presso il pubblico nell’adozione da parte di altri di un segno uguale o simile. Di conseguenza, la tutela anticonfusoria è territorialmente limitata all’ambito dell’effettiva notorietà del segno.

La confondibilità di un prodotto o di una attività d’impresa va accertata in relazione alle conseguenze che l’atto concorrenziale possa avere sul c.d. consumatore medio dotato di ordinaria diligenza, tenendo conto che questi, di regola, non effettua le proprie scelte in base a mirate e documentate valutazioni comparative fra prodotti, bensì confrontando la realtà con il ricordo di precedenti esperienze attraverso una stima complessiva che prescinde da alcuni elementi marginali di differenziazione rilevabili solo ad un esame attento. Quando l’atto concorrenziale sia in grado di ingenerare confusione nel consumatore medio esso sarà dunque perseguibile. Va tuttavia precisato che il consumatore medio a cui si fa riferimento va individuato tenendo conto anche della destinazione abituale di un prodotto con la conseguenza che se la cerchia dei destinatari è particolarmente qualificata sul piano professionale ciò può portare ad escludere la potenzialità confusoria dell’atto.

Non esistendo per i segni distintivi atipici un sistema di registrazione e quindi, una presunzione di validità del segno, l’onere di provare la presenza in esso dei requisiti di tutelabilità graverà, secondo i principi generali, su colui che ne invoca la tutela. Tuttavia, se ciò non pone problemi per l’uso e la notorietà, in quanto fatti positivi, altrettanto non può dirsi per la novità, essendo quasi impossibile dimostrare che non esistono sul mercato segni confondibili con quello di cui si chiede tutela; sarà perciò la parte che nega la tutelabilità del segno a dover provare la preesistenza di segni confondibili. La presenza di capacità distintiva (originalità) infine, non è oggetto di prova ma piuttosto di valutazione del giudice sulla base del notorio, venendo qui in rilievo fatti appartenenti alla comune esperienza ex art. 115, 2°comma c.p.c..

Come per i segni distintivi tipici anche per quelli atipici viene in rilievo il c.d. principio di relatività o specialità della tutela. Ciò significa che, ai fini dell’applicabilità dell’art. 2598 c.c. deve esserci confondibilità anche sotto il profilo merceologico o del tipo di attività svolta. Parte della giurisprudenza inoltre sostiene la necessità che i prodotti contrassegnati da segni confondibili siano a loro volta in sé confondibili. Tale conclusione però è respinta dalla prevalente dottrina che osserva che ciò che l’art. 2598 richiede è la confondibilità con i prodotti e con l’attività di un concorrente: è, così, richiamata anche l’ipotesi di prodotto in sé non confondibili ma che, per il fatto di essere contrassegnati da segni confondibili e per il fatto di essere merceologicamente affini, possono spingere i consumatori a ricondurli all’attività di un imprenditore diverso da quello al quale realmente competono.

Fattispecie confusorie e segni distintivi. Il n.° 1 dell’art. 2598 menziona tre specie di atti confusori:

1. L’uso di nomi o segni distintivi confondibili con quelli di altri

2. L’ imitazione servile di prodotti altrui

3. Una clausola generale che si riferisce a qualsiasi altro atto idoneo a creare confusione.

Tutte e tre le fattispecie, per essere considerate concorrenzialmente illecite devono produrre confondibilità con i prodotti o l’attività di un determinato concorrente, presupposto comune è che consistano nella riproduzione più o meno puntuale di uno o più elementi idonei ad individuare quei prodotti o quella attività, vale a dire uno o più segni distintivi di essi.

I segni distintivi dell’imprenditore sono dunque tutelati contro l’imitazione confusoria, e ciò, considerato il rapporto tra tutela e diritto soggettivo tipico del diritto privato, può anche esprimersi dicendo che l’imprenditore ha un diritto sui propri segni distintivi; e poiché la tutela dei segni distintivi vieta a chiunque l’imitazione confusoria di essi, il relativo diritto sembra configurarsi come un diritto assoluto.

L’oggetto dei diritti. La legge non dice cosa specificatamente cosa possa costituire o meno un segno distintivo; deve ritenersi che i segni possono consistere in qualsiasi entità capace di caratterizzare un prodotto e di distinguerlo da altri analoghi di diversa provenienza provenienti sul mercato, quindi possono costituire in parole, figure, numeri, lettere, suoni, nella forma dei prodotti o della confezione di essi, in colori e forse anche profumi e sapori ed in qualsiasi altra entità che possa essere immaginata.

La capacità distintiva. Perché si determini una possibilità di confusione è anzitutto necessario che il segno imitato sia dotato di capacità distintiva, vale a dire che sia in concreto idoneo a distinguere i prodotti o l’attività di un determinato imprenditore da quelli analoghi di un altro; ciò si verifica quando il segno venga percepito dallo specifico pubblico cui i prodotti o servizi contrassegnati sono destinati, appunto come segno distintivo, cioè come segno che denota l’origine del prodotto o servizio di un determinato imprenditore. In particolare si ritiene che la capacità distintiva possa mancare in due ipotesi:

A. Quando il segno consista in un elemento che il pubblico di riferimento sia portato a considerare come strutturale del prodotto, il che si verificherà soprattutto quando si tratti di segni costituiti dalla forma del prodotto stesso o dal suo colore

B. Quando il segno consista in una denominazione generica o in un’indicazione descrittiva del prodotto contrassegnato (ad es. la parola guanti per contraddistinguere proprio i guanti, o la figura di un vitello per contraddistinguere carne in scatola, ecc.)

Essendo corrispondente alla percezione che il pubblico ha del segno, il presupposto della capacità distintiva è suscettibile di variazione nel tempo in corrispondenza con la variazione di tale percezione. Es.:

• Può accadere che la dimensione dell’uso e della notorietà di un segno originariamente privo di capacità distintiva gliela faccia acquistare, e cioè il pubblico ad un certo momento riconosca in esso un segno distintivo; a questo punto non ha senso negare tutela nel caso di adozione del segno da parte di un altro imprenditore, essendosi determinata una possibilità di confusione quanto all’origine del prodotto.

• Se un segno originariamente dotato di capacità distintiva la perde, cosicché il pubblico non lo percepisca più come segno distintivo, non ha senso continuare a concedergli tutela.

In riferimento alla capacità distintiva intesa come diversità del segno da denominazioni generiche e indicazioni descrittive, va detto che a seconda la diversità sia maggiore o minore si avrà tutela più forte o più debole. In relazione a ciò si usa parlare di:

• Segni forti: ad es. pane per indicare biciclette

• Segni deboli: ad es. ghiaccio-menta per indicare caramelle alla menta

La tutela sarà contro ogni somiglianza per i segni forti, mentre invece sarà limitata nell’ambito di segni identici o che presentino differenze sostanzialmente irrilevanti nei confronti dei segni deboli. Anche in questo caso può assumere rilievo la dimensione temporale, es.:

• La testata “Il Giornale”, inizialmente dotato di un basso livello di capacità distintiva con il tempo si è trasformato in segno forte

• Espressioni come “cornetto” e “rimmel”, originariamente di fantasia e perciò forti, con il tempo parte del pubblico ha iniziato a considerarle come denominazioni generiche rispettivamente di un tipo di gelato e di un cosmetico (si tratta di un es. solo esemplificativo, infatti trattandosi di marchi registrati, l’indebolimento o il venir meno della loro capacità distintiva non ha rilievo in mancanza di ulteriori condizioni indicate dalla legge)

N.B. In definitiva si può concludere che per determinare la capacità distintiva e quindi la tutelabilità di un segno distintivo, dovrà farsi riferimento alla sua capacità distintiva al momento in cui si verifica la supposta violazione di esso.

Uso e notorietà qualificata del segno. Da quanto detto fino ad ora emerge che il modo in cui il pubblico percepisce il segno rappresenta la chiave di volta del sistema; è ovvio che il pubblico per avere una certa opinione in merito al segno, questo deve essergli noto, e poiché trattiamo di segni non soggetti a registrazione, la notorietà deriva dall’effettiva presenza del segno sul mercato, e quindi dall’uso dello stesso. Per tale motivo si dice che i diritti sui segni distintivi diversi dal marchio registrato si acquistano con l’uso, in realtà tuttavia il mero uso non basta in quanto un uso sporadico e occasionale non avrà alcun effetto e nemmeno una notorietà qualsiasi basta perché possa parlarsi dell’acquisto di un diritto sul segno. È infatti necessario che il segno sia percepito come tale dal pubblico, ossia come segno che distingue i prodotti e le attività provenienti da un determinato imprenditore da quelli di provenienza diversa, si può definire come una notorietà a cui faccia seguito la percezione della natura distintiva da parte del pubblico, la c.d. notorietà qualificata.

Con riguardo alla cerchia di soggetti ai quali bisognerà fare riferimento per stabilire se il segno sia percepito come tale dal pubblico, sarà costituita anzitutto da quella dei consumatori finali del prodotto o degli utenti di servizio. Ciò comporta che la cerchia in questione varia a seconda della natura dei prodotti o dei servizi:

• Per prodotti di largo consumo: il riferimento è ad una cerchia più larga

• Per prodotti o servizi specialistici: il riferimento sarà alla cerchia dei specifici consumatori, cioè una cerchia quantitativamente limitata.

Limiti merceologici e territoriali della tutela. La possibilità di confusione fa si che la tutela del segno è limitata da due punti di vista:

A. Merceologico: quando un medesimo segno sia adottato da due imprenditori merceologicamente molto lontani (per esempio uno operante nel settore delle bicilette e uno nel settore delle caramelle), sarà difficile ipotizzare una confusione sull’origine. Per questo si ritiene che la tutela si estenda anche alle ipotesi in cui un segno sia imitato da un concorrente che ponga sul mercato prodotti o servizi affini a quelli del titolare del segno; la tutela varia in base alla misura della capacità distintiva del segno. Quindi, un segno di scarsa capacità distintiva sarà tutelato solo in relazione ad un ambito di prodotti o servizi identici o vicini a quelli del titolare del segno, un segno dotato di capacità distintiva media sarà tutelato in relazione ad una cerchia di prodotto o attività più ampia ed un segno di forte capacità distintiva sarà tutelato in un ambito merceologici ancor più ampio. Quindi, più un segno è forte e noto, più potrà ampliarsi l’ambito merceologico della tutela di esso, viceversa quanto più sarà debole e poco noto, tanto più limitato sarà l’ambito merceologico della tutela.

B. Territoriale: l'ambito territoriale della tutela dovrà coincidere con quello della notorietà qualificata raggiunta; ove infatti un segno avesse raggiunto notorietà solo in una zona del territorio italiano, non avrebbe senso estendere al di là di questo la tutela del segno stesso, non potendosi produrre in tal caso una possibilità di confusione. Va però detto che l’aumento della mobilità e quello dei mezzi di comunicazione di massa rende sempre meno frequenti (e comunque marginali) i casi di notorietà meramente locale. (tale limite territoriale inoltre si sovrappone a quello di cui abbiamo trattato parlando del rapporto di concorrenza).

Il riferimento alla possibilità concreta di confusione esclude infine che la tutela possa estendersi ad un ambito geografico o merceologico non attualmente, ma solo potenzialmente raggiungibile dall'impresa del titolare e non ancora raggiunto dalla sua notorietà, come viceversa si è talora affermato specie in tema di ditta, parlando di mercato potenziale di sbocco. Per i segni non registrati, comunque, il limite resta sempre quello dell'articolo 2598 n 1 cc, cioè la confondibilità sull'origine.Al più si potrà pensare di estendere la tutela ad una confondibilità in senso lato, vale a dire all'ipotesi di erronea attribuzione da parte del pubblico del segno imitante non all'impresa del titolare di esso, ma ad un'impresa ad essa collegata.

La novità del segno. La seconda caratteristica è la caratteristica della novità.

Questo significa che il segno deve potersi distinguere da quelli utilizzati precedentemente da altri imprenditori per prodotti o servizi, o attività dello stesso genere, quindi sicuramente il segno aeroplano sarà nuovo se nessun altro produttore di scarpe, ma anche stivali piuttosto che oggetti rientranti nella stessa categoria merceologica, non avrà utilizzato lo stesso segno distintivo.

Quindi noi abbiamo la caratteristica della novità quando il segno distintivo è nuovo e quindi non è mai stato utilizzato in precedenza, da altri imprenditori per contraddistinguere prodotti o servizi dello stesso genere.

Quindi Per godere di tutela è necessario anche il requisito della novità: la tutela è riservata a chi si sia presentato sul mercato prima di colui contro il quale si chiede la tutela e per primo in assoluto. Per i marchi registrati, nel caso di mancanza di novità, la nullità del marchio può essere fatta valere dai titolari di diritti anteriori. Questo ragionamento non si estende per analogia ai marchi non registrati. Per questi, manca la presunzione di “validità” del segno, vale a dire di una presenza dei requisiti di tutelabilità; dunque tutto si deve ricondurre al concetto di notorietà qualificata, esaminando una serie di indizi idonei a darle luogo: rilevanza quantitativa della presenza sul mercato,durata della presenza, ambito territoriale e pubblicità, relazionati con forza/debolezza del segno; indagini demoscopiche nell'ambito delle cerchie interessate.

Concreto utilizzo. Terza caratteristica per poter ottenere tutela e quindi per poter applicare il 2598 numero 1, atti che creano confusione, il segno imitato deve essere stato concretamente utilizzato, perchè è ovvio che se io registro o comunque penso di utilizzare il marchio aeroplano per le mie scarpe ma poi non ci appongo il marchio aeroplano sulle scarpe, non posso poi lamentare all'imprenditore che mette tale

marchio sulle scarpe che può creare confusione, perchè io non ho concretamente utilizzato quel segno!

Quindi, affinchè si possa parlare di confusione, perchè si possa realizzare la fattispecie del numero 1 del 2598, il segno imitato, deve avere le caratteristiche della capacità distintiva, come differenziazione dalla denominazione generica del prodotto, deve avere la caratteristica della novità, cioè non deve essere stato utilizzato in precedenza da altri imprenditori per lo stesso genere di prodotti o servizi, e deve essere stato concretamente utilizzato, cioè effettivamente apposto, effettivamente divulgato tra il pubblico dei consumatori.

Confondibilità e confusione. L’ illecito di cui si parla all’art. 2598 c.c.è ritenuto "di pericolo", cioè, affinchè ci siano gli estremi dell’illecito , non è necessario che si siano verificai dei veri e propri episodi di confusione, bastando appunto la presenza di confondibilità, cioè di un ragionevole rischio di confusione. L’ assenza di quei concreti episodi non è sufficiente dunque ad escludere l’illecito e per converso l’accertamento di essi, pur essendo elemento che depone fortemente a favore della sussistenza di confondibilità non è elemento decisivo. Per giustificare quest’ultima affermazione va ricordato che in tema di marchi registrati, per il giudizio di confondibilità deve farsi riferimento alle capacità critiche del consumatore medio.

(Non si va a valutare in base al parametro della persona anziana che magari può avere comunque delle difficoltà a distinguere i prodotti, si va a vedere quello che è il consumatore medio, cioè la diligenza ordinaria del consumatore medio.

A questo punto però bisogna fare una specificazione e un chiarimento perchè ovviamente se parliamo di prodotti che sono appunto diffusi, come i prodotti alimentari, è chiaro che andrò a vedere quella che è la diligenza ordinaria del consumatore medio.

Ma ci sono certi settori, ad esempio pensiamo al mercato dei pezzi di ricambio piuttosto che i pezzi che servono per impianti di elettricità etc... ci sono certi mercati che hanno una determinata specificità, allora è chiaro che la valutazione del consumatore medio è sempre comunque poi riferita al mercato in cui quel prodotto viene ad essere pubblicizzato e venduto, perchè è chiaro che il consumatore medio che va a comprare il prodotto specifico di ricambio non è in grado di distinguere, mentre invece il consumatore medio di quel mercato si che è in grado di distinguere un segno da un altro e quindi individuare la provenienza del prodotto....il giudizio di confondibilità va fatto in base a dei criteri, a dei parametri... se il prodotto è diffuso nella collettività si va a vedere quella che è la diligenza ordinaria del consumatore medio.

Se però il prodotto si rivolge ad un mercato specifico, cioè c'è un mercato di riferimento specifico, allora bisogna valutare la diligenza e quindi la capacità del consumatore medio di quel mercato di riferimento...

esempio: per i prodotti di impianti elettrici verrà presa la diligenza del consumatore medio elettricista, che quindi utilizza quei prodotti per valutare se naturalmente è o non è quel segno confondibile con un altro utilizzato da un altro imprenditore.

Ma come fa il giudice a valutare o meno? Certe volte il giudice si può avvalere anche di consulenti tecnici, cioè di esperti di quel determinato ramo o settore e quindi nella causa va a nominare un consulente tecnico d'ufficio, e quindi va a nominare questo soggetto che valuterà sulla base ovviamente dell'esperienza di quel determinato mercato, di quel determinato settore, se effettivamente quel segno può creare confusione o meno.

Questa disciplina vale sia per i segni distintivi tipici che per quelli atipici, queste caratteristiche riguardano sopratutto i segni distintivi tipici, ma anche i segni distintivi atipici devono avere delle caratteristiche per poter appunto creare poi confusione, cioè, quand'è che l'uso di un segno distintivo atipico va a creare confusione tra i consumatori? E qui ovviamente c'è la dimostrazione da parte di chi pretende la tutela, quindi dell'imprenditore che subisce l'atto di concorrenza sleale, a dimostrare la notorietà che quel segno distintivo atipico ha acquisito.

C'è la possibilità di ottenere il diritto esclusivo all'utilizzo di un determinato segno attraverso delle procedure amministrative, di registrazione o di brevettazione o altre che sono previste dalla legge... se ho un marchio che vado a registrare, è chiaro che sarà

sufficiente, per me che voglio ottenere tutela, produrre in giudizio la documentazione attestante la registrazione del marchio per far valere i requisiti di notorità, capacità distintiva e novità, che quel marchio ha e quindi ottenere tutela.

Quindi la prova che incombe su di me che chiedo tutela è molto più semplice, perchè avendo io un'attestazione di una registrazione ho già soddisfatto nel momento in cui la produco, il requisito di dimostrare che quel segno aveva appunto la capacità distintiva, aveva i requisiti richiesti dalla legge...

se invece non ho una attestazione della registrazione, vuoi perchè ho un così detto marchio irregolare, cioè un marchio che non è registrato, vuoi perchè non è prevista la registrazione per quel determinato tipo di segno atipico, come per esempio può essere lo slogan o la sigla o l'emblema, è chiaro che dovrò io che ho subito l'atto di concorrenza sleale e che quindi chiedo tutela, dimostrare che appunto comunque, anche se segno atipico, questo segno ha le caratteristiche della capacità distintiva, sopratutto che l'ho utilizzato e che ovviamente questo segno si è diffuso e quindi ha acquistato una notorietà nel pubblico dei consumatori, per cui l'utilizzo di un segno simile può creare, è idoneo a creare confusione.

Quindi dal punto di vista probatorio, anche se la tutela del 2598 è una tutela ampia, prevista sia per i segni tipici che per i segni atipici, tuttavia dal punto di vista probatorio la tutela per il segno atipico è più difficoltosa, perchè devo dimostrare che effettivamente quel segno ha acquisito notorietà, ha acquisito quindi diffusione nel pubblico dei consumatori.)

I rapporti con i segni oggetto di specifica disciplina. La tutela prevista dall’art. 2598 n.1c.c. riguarda ogni tipo di segno, in particolare con il parlare di nomi o segni distintivi la norma usa una formula lata, bisogna chiedersi allora se fra i segni tutelati dalla norma stessa rientrino anche quelli che la legge già tutela altrove, come la ditta, l’ insegna e il marchio registrato(segni tipici dell’imprenditore). Quindi una contraffazione di tali segni, già prevista come illecito e sanzionata altrove può costituire anche atto di concorrenza sleale ex art. 2598 n.1 c.c.?la legge sembra deporre per una risposta affermativa, dato che la frase “ferme le disposizioni che concernono la tutelka dei segni distintivi” che si legge nell’esordio dell’articolo 2598 c.c. richiama senza dubbio le norme di protezione dei segni in questione, e l’espressione ferme fa pensare più a un concorso che a un’esclusione. Bisogna però stabilire se le due tutele oltre che a concorrere (alternativamente) possano cumularsi: una parte di giurisprudenza in tema di marchi registrati ha assunto al rigiuardo una posizione negativa, sostenendo l’inutilità di una doppia qualificazione di illiceità (contraffazione di marchio e concorrenza sleale confusoria) di una medesima fattispecie, dato che la tutela del segno tipico non sarebbe meno efficace di quella contro la concorrenza sleale: si che una volta invocata la prima, la seconda nulla vi aggiungerebbe e sarebbe appunto superflua. Così facendo peraltro si è negato soltanto il cumulo in senso tecnico delle due azioni nel processo e non anche il fatto che la medesima fattispecie possa esser soggetta ad entrambe le tutele, da invocarsi alternativamente. Comunque neppure l’esclusionem del cumulo nel medesimo giudizio convince, dato che sotto il profilo sanzionatorio l’azione do concorrenza sleale in realtà qualcosa aggiunge a quella di contraffazione, prevedendo la statuizione di “opportuni provvedimenti affinchè ne vengano eliminati gli effetti” (art. 2599 c.c.)che non è prevista nel CPI e la presunzione di colpa (2600 c.c.) che non è del tutto equivalente a quella desumibile dal sistema di pubblicità legale dei marchi registrati, e tanto meno dalla disciplina della ditta. È dunque preferibile la tesi che ammette, in caso di azione di contraffazione di marchio o di ditta che vi si possa far valere, ove ne ricorrano i presupposti, la c.d. concorrenza sleale dipendente, cioè la concorrenza sleale confusoria consistente nella stessa contraffazione: il che tra l’altro non provoca alcun inconveniente.

(Quand'è che noi possiamo parlare di confondibilità??? parliamo di confondibilità quando c'è il soddisfacimento, cioè quando il prodotto si rivolge allo stesso mercato, soddisfa le stesse esigenze, e quando naturalmente si guarda a quella che è la diligenza ordinaria del consumatore medio, tuttavia c'è anche da valutare il settore merceologico affine, cioè non è solo il settore specifico di mercato in cui quel prodotto viene diffuso, ma si guarda anche a quella che può essere un settore affine, perchè questo tipo di comportamento, cioè l'uso di segni distintivi che creano confusione tra i consumatori può riguardare anche prodotti affini, cioè non lo stesso identico prodotto ma prodotti affini, quindi c'è sostanzialmente un'estensione del concetto di mercato ovvero sia di settore per poter valutare appunto se l'atto è confondibile oppure no....perchè si va a tutelare sopratutto in questo caso anche il consumatore, che potrebbe essere ingannato sulla provenienza di quel determinato prodotto o servizio anche nel caso in cui il segno che crea confusione, è utilizzato in un settore affine....sul discorso e sul concetto di affinità poi è vero che soccorrono le cd categorie

merceologiche, però talvolta la giurisprudenza ci ha insegnato a considerare in modo estensivo, e quindi spesso il concetto di affinità viene affermato anche al di la delle diverse categorie merceologiche.

Tra l'altro va fatta una premessa fondamentale, il diritto industriale essendo un diritto vivo perchè quotidianamente noi abbiamo dimostrazioni di comportamenti che possono essere valutati dal punto di vista della concorrenza piuttosto che della violazione di altre disposizioni del CPI, quindi ci si scontra sempre con quella che è l'opinione e l'elaborazione della dottrina di cui sicuramente gli autori del manuale sono tra coloro che costituiscono la dottrina autorevole, e la giurisprudenza! È il giudice che di volta in volta va a valutare quali sono le situazioni, le condizioni particolari etc, se quindi i principi e le disposizioni trovano piena applicazione o devono essere invece contemperate da altre disposizioni, per spesso la dottrina ritiene una determinata posizione, e la giurisprudenza magari è di opinione contraria....

la giurisprudenza certo non crea un precedente, ma ha la sua rilevanza....

quindi bisogna sempre tener conto di quelli che sono i principi e i concetti affermati in dottrina e quelle che sono le decisione dei giudici nel caso specifico perchè poi è il caso specifico quello che viene sottoposto all'attenzione del giudice, non è il problema affrontato a livello teorico, è il problema di capire se nel caso specifico l'atto crea confusione o meno.... a questo punto, fatta questa precisazione, naturalmente ribadendo che quello che poi deve essere valutato con questi parametri è sempre il rischio di confondibilità, cioè la potenzialità di creare confusione, perchè abbiamo visto che appunto l'illecito concorrenziale è illecito di pericolo!

L'articolo 2 CPI: vi è un'ulteriore conferma che vengono ad essere tutelati anche i segni atipici.

2.Costituzione ed acquisto dei diritti.-1. “I diritti di proprietà industriale si acquistano mediante brevettazione, registrazione o negli altri modi previsti dal codice. La brevettazione e la registrazione danno luogo ai titoli di proprietà industriale.” Il titolo di proprietà industriale, tanto è vero che la distinzione è tra segni cd titolati e segni non titolati, nel senso che i segni titolati, i segni distintivi titolati sono appunto quelli per i quali c'è stato un procedimento di brevettazione o di registrazione, e i numeri 2 e 3 dell'articolo 2 del CPI vi indica quali sono le fattispecie oggetto di brevettazione, come appunto le invenzioni, i modelli di utilità... mentre invece indica quali sono le fattispecie oggetto di registrazione, come i marchi, disegni, modelli e via dicendo....

2. “Sono oggetto di brevettazione le invenzioni, i modelli di utilità, le nuove varietà vegetali”.

3. “Sono oggetto di registrazione i marchi, i disegni e modelli, le topografie dei prodotti a semiconduttori”.

Poi dice anche al numero 4, e qua sta l'estensione della tutela al segno atipico, che sono protetti ricorrendone i presupposti di legge, i segni distintivi diversi dal marchio registrato...

4. “Sono protetti, ricorrendone i presupposti di legge, i segni distintivi diversi dal marchio registrato, le informazioni aziendali riservate, le indicazioni geografiche e le denominazioni di origine”.

La formulazione che viene utilizzata da questo numero 4 dell'articolo 2 consente di ricomprendere sia i segni tipici appunto sia quelli atipici.

Segno distintivo atipico è anche il marchio non registrato o appunto di fatto, io posso creare il mio simbolo aeroplano, metterlo sulle scarpe che io produco senza assolutamente registrare, senza seguire quella procedura amministrativa di registrazione che mi attribuirebbe il diritto esclusivo di utilizzo del marchio.

È riconosciuta in certi limiti la tutela al marchio non registrato.

Operando questa distinzione all'articolo 2 CPI, ha fatto si che si possa parlare si così detti diritti non titolati, cioè quei diritti che sorgono in base all'utilizzo di segni atipici che non sono stati sottoposti alla procedura di registrazione o di brevettazione.

Quindi, riassumendo, l'articolo 2 del CPI, indica naturalmente quelli che sono i diritti che vengono ad essere oggetto di registrazione e per quali fattispecie la registrazione viene ad essere attuata, ed indica anche quali invece sono le fattispecie che sono oggetto di brevettazione, dopo di che però estende questa tutela anche ai segni atipici, cioè a quei segni che non trovano puntuale riferimento ma che vengono comunque utilizzati dall'imprenditore per contraddistinguere la propria attività, il proprio prodotto, i propri servizi.

Tra l'altro è chiaro che c'è da fare una analogia tra i diritti cd titolati, cioè quelli che sono oggetto di registrazione o di brevettazione con quella che è la disciplina dei beni mobili registrati.

Il trasferimento, le vicende che possono interessare i cd diritti titolati, cioè i diritti che sorgono in conseguenza di una procedura di brevettazione piuttosto che di registrazione, sostanzialmente vengono ad essere registrati e quindi vengono ad essere annotati così come si annotano le diverse vicende che vanno ad interessare i beni mobili registrati.

Quindi, fatta la premessa che la tutela del 2598 riguarda i segni tipici e atipici, che possiamo avere una tutela concorrente in base all'articolo 2 CPI, posto che appunto si opera questa distinzione, avremmo modo poi di verificare in che limiti questo concorso di tutele va a operare perchè ci sono alcuni autori che ritengono che (Vanzetti Di Cataldo), che ci possa essere il concorso si, ma addirittura il cumulo delle azioni previste sia da parte del CPI, che da parte del Codice Civile, mentre invece la giurisprudenza ritiene invece che vi sia applicazione solo della norma del cc, quindi il 2598, quindi una alternatività: o applichi un tipo di tutela o l'altra, se esperisci l'azione ai sensi del 2598 non puoi agire sulla base delle disposizioni del CPI.

Chiarito che cosa si intende per segni tipici o atipici, diritto titolato o non titolato, un esempio concreto di quello appena detto è l'eventuale utilizzo di una ditta simile a quella di altro imprenditore, che può destare confusione tra i consumatori.

La ditta è la denominazione commerciale, il nome commerciale dell'imprenditore.

Così come l'insegna contraddistingue i locali in cui viene svolta l'attività di impresa.

Normalmente appunto la ditta deve contenere però anche il nome civile dell'imprenditore, e parliamo di ditta irregolare, se non contiene il nome civile dell'imprenditore.

Quindi segno tipico la ditta regolare, segno atipico la ditta irregolare, cioè quella che non contiene il nome civile dell'imprenditore, e comunque è un segno che può essere utilizzato legittimamente dall'imprenditore, si definisce ditta irregolare, ma comunque utilizzabile legittimamente.

Nel momento in cui un soggetto utilizza una ditta che per le caratteristiche può creare confusione con quella utilizzata da altro imprenditore, noi abbiamo due disposizioni che ci aiutano a trovare tutela:

il 2598, che ci dice che è atto di concorrenza sleale quindi l'uso di segni distintivi che sono idonei a creare confusione

il 2598 ci pone dei rimedi a livello sanzionatorio, io imprenditore che mi vedo imitare la ditta e che quindi si crea confusione nel pubblico dei consumatori, esperirò un'azione inibitoria chiedendo al giudice che vieti quel determinato comportamento, eventualmente chiederò un risarcimento danni se ci saranno i presupposti e chiederò anche che vengano adottati gli opportuni provvedimenti per eliminare tutte quelle che sono le conseguenze del comportamento di concorrenza sleale posto in essere dall'imprenditore.

Però abbiamo anche una norma del CC, il 2564, che mi dice che quando un imprenditore utilizza una ditta simile ad altro imprenditore, pensiamo al caso di omonimia, pensiamo ad un nome di fantasia che può essere simile e creare confusione, ci dice semplicemente il 2564 che è sufficiente che l'imprenditore che per secondo utilizza la ditta, inserisca degli elementi di differenziazione, quindi che vada ad aggiungere a quella ditta delle caratteristiche tali da differenziarla da quella che è utilizzata dall'imprenditore concorrente.

Art. 2564. Modificazione della ditta. .-1. “Quando la ditta è uguale o simile a quella usata da altro imprenditore e può creare confusione per l'oggetto dell'impresa e per il luogo in cui questa è esercitata, deve essere integrata o modificata con indicazioni idonee a differenziarla.”

2. “Per le imprese commerciali l'obbligo dell'integrazione o modificazione spetta a chi ha iscritto la propria ditta nel registro delle imprese in epoca posteriore.”

Quindi in questo caso ci si è posti il problema di capire se di fronte alla imitazione e quindi alla confusione determinata dall'utilizzo di una ditta, quale sia la tutela da applicare, cioè se il 2598, che ha una tutela più ampia o il 2564???

anche qui c'è contrasto tra dottrina e giurisprudenza e tuttavia diciamo l'opinione prevalente è di considerare il 2564 norma speciale rispetto al 2598, quindi norma che deve essere applicata prima di tutto quindi, non può essere derogata dal 2598, per cui in realtà l'azione inibitoria potrà si essere esperita ma nei limiti di quello che ammette la disposizione del 2564.

questo significa che l'imprenditore potrà effettivamente rivolgersi al giudice, per cercare di far vietare quel comportamento, far vietare quel comportamento però senza ottenere quei provvedimenti che vanno ad eliminare totalmente l'utilizzo della ditta, ma

semplicemente a far vietare quel comportamento perchè l'imprenditore dovrà dotarsi di elementi differenziatori che lo distinguono dalla ditta utilizzata in precedenza da altro imprenditore.

Quindi in questo caso l'opinione prevalente è quella di riconoscere questo carattere di specialità al 2564, per cui effettivamente l'azione inibitoria potrà essere esperita, ma con le delimitazioni che vengono ad essere imposte dalla norma speciale del 2564 quindi, io potrò adire il giudice affinchè vieti il comportamento, ovvero sia vieti l'utilizzo di quella ditta così com'è, quindi ordini all'imprenditore di inserire degli elementi che la contraddistinguono, che la differenzino dalla ditta utilizzata da me.

Quindi è chiaro che ci deve essere sempre un contemperamento e quindi una valutazione delle disposizioni che ovviamente entrano in gioco quando parliamo di segni distintivi.

Altra ipotesi di segno atipico è per esempio il marchio di fatto, cioè il marchio che non è registrato, anche il marchio non registrato ha una tutela, sia pur ovviamente limitata rispetto al marchio registrato, ma in ogni caso la tutela troverà attuazione qualora appunto si crei confusione utilizzando uno stesso marchio per un prodotto identico o affine ovvero sia per un prodotto che si rivolge allo stesso mercato.

Questa tutela è limitata sia al pre uso dal punto di vista temporale, sia al pre uso dal punto di vista locale, cioè io che decido di non registrare il marchio aeroplano posso comunque reagire e chiedere tutela di fronte per esempio che un altro imprenditore registri il marchio aeroplano per le scarpe, e posso chiedere, nei limiti del pre uso, sia dal punto di vista temporale (da quanto tempo ho iniziato ad utilizzare quel marchio, e quindi la notorietà che quel marchio ha acquisito) e sulla base di questo posso chiedere che il marchio, sia pur registrato, ma registrato successivamente, non venga diffuso, cioè il prodotto con quel marchio non venga diffuso nel territorio dove io ho iniziato a produrre le scarpe con il marchio aeroplano.

Quindi sia pur in modo limitato rispetto a quella che sarebbe invece la tutela più ampia che avrebbe se il marchio fosse stato registrato, tuttavia però anche il marchio di fatto non registrato, cioè il marchio come segno atipico che non ha le caratteristiche previste dalla legge, riesce tuttavia ad ottenere una certa tutela... i segni atipici come appunto potrebbe essere la ditta irregolare, cioè la ditta che non contiene il nome civile dell'imprenditore o il marchio di fatto, comunque riescono a ottenere tutela sia pur limitata, ma ad ottenerla, c'è da dire che il 2598 precisa che questi segni devono essere legittimamente usati.

Cosa si intende? L'orientamento prevalente, sopratutto quello poi seguito da Vanzetti e Di Cataldo, è intendere per legittimamente usato, usati come quei segni che vengono utilizzati senza violare diritti di terzi, quindi l'uso legittimo è determinato dalla mancata violazione appunto di diritti di terzi di altre persone.

Anche questi segni atipici trovano una loro puntuale tutela.)

L’imitazione dell’altrui marchio registrato. I marchi registrati rientrano fra i nomi o segni distintivi protetti dall’art. 2598 n.1 c.c., tuttavia è sbagliato dire che la contraffazione di un marchio registrato costituisca sempre e comunque anche concorrenza sleale confusoria; quest’ultima infatti ricorre solo quando vi sia una concreta possibilità di confusione, nonché un rapporto di concorrenza fra i soggetti interessati, il che non si verifica per contraffazione di marchio registrato che è protetto su tutto il territorio nazionale, a prescindere dall’uso di esso, dall’estensione di quest’uso e da qualsiasi notorietà qualificata. Di conseguenza la contraffazione di un marchio registrato non darà luogo a concorrenza sleale confusoria quando quel marchio non sia usato e quando l’uso di esso sia territorialmente limitato in modo da escludere una sovrapposizione con l’ambito di notorietà qualificata del segno non registrato. La tutela del marchio registrato si estende a tutti i prodotti o servizi per i quali il segno sia stato appunto registrato, a prescindere dall’uso che il titolare ne faccia, mentre perché possa trovare luogo anche la tutela concorrenziale sarà necessario che il marchio registrato sia concretamente usato per prodotti o servizi eguali o affini a quelli del contraffattore: e ciò in coerenza con l’esigenza che possa verificarsi un concreto rischio di confusione. Va tuttavia precisato a questo riguardo che mentre nella prospettiva della specifica tutela del marchio registrato l’affinità tra prodotti andrà riscontrata prendendo in considerazione da un lato quelli per i quali il segno sia adoperato dal contraffattore, e dall’altro lato quelli per i quali il marchio sia stato registrato, a prescindere dall’uso che il titolare ne faccia, sotto il profilo della concorrenza sleale confusoria il raffronto andrà fatto fra i prodotti per i quali i due soggetti in conflitto concretamente usino il segno: e cioè ancora in coerenza con l’esigenza che possa verificarsi un concreto rischio di confusione.

Imitazione confusoria dell’altrui ditta. La fattispecie contemplata dall’art. 2564 in tema di ditta regolare, ossia la confondibilità per l’oggetto dell’impresa e per il luogo in cui questa è esercitata, corrisponde con quella dell’imitazione confusoria prevista dall’art. 2598 n.1 c.c.. Le due norme invece sono diverse dal punto di vista delle sanzioni.

L’art. 2564 infatti si limita ad imporre integrazioni o modifiche idonee a differenziare la ditta del contraffattore; l’art. 2599 invece in tema di concorrenza sleale, prevede l’inibitoria, l’emanazione di opportuni provvedimenti per rimuovere gli effetti dell’atto confusorio, il risarcimento del danno e la pubblicazione della sentenza. Se, quindi la contraffazione di ditta è anche atto di concorrenza sleale confusoria, è possibile cumulare l’unica sanzione prevista dall’art. 2564 c.c. con quelle contemplate nell’art. 2599 c.c. (e ciò anche se sia stata esperita la sola azione di contraffazione). L’unico problema si pone per la sanzione dlel’inibitoria che sembra essere incompatibile con quella, della stessa natura ma più limitata, dell’ordine di modifica o integraizone di cui all’art. 2564 c.c.. Tra le due norme, la dottrina attribuisce prevalenza all’art. 2564 c.c. in quanto norma speciale, con la conseguenza che, in caso di concorrenza sleale per contraffazione di ditta regolare, l’inibitoria non potrà superare i limiti di tale articolo. Quanto detto per la ditta ha valore anche per la contraffazione della ragione o denominazione sociale e dell’insegna.

La tutela dei segni atipici. Tra i segni aticvpici utilizzabili a fini distintivi in un’attività imprenditoriale, i più importanti sono:

• La ditta irregolare

• Il marchio di fatto

Si parla di ditta irregolare nel caso della ditta che in contrasto con l’art. 2563 c.c. non contiene né il nome né la sigla dell’imprenditore. Si è sostenuto che tale segno a causa della sua irregolarità, non rientri tra quelli protetti dall’art. 2598 n.1 c.c., i quali devono essere in base a questa norma, legittimamente usati, nel senso che deve trattarsi di segni il cui uso non violi diritti dei terzi, ove ricorra tale condizione, quidni, anche la ditta irregolare rientra tra i nomi o segni distintivi protetti dall’articolo 2598 c.c.

Trova tutela in questa norma anche il marchio di fatto (ossia non registrato), la contraffazione di tale marchio infatti, non è altro che un’ipotesi di concorrenza sleale confusoria.

Gli altri segni suscettibili di tutela ex 2598 n.1 c.c. sono:

• La sigla, se non corrisponde alla ditta e se non è costituita dalle iniziali di parole di uso comune nel linguaggio professionale;

• L’emblema, se non costituisce l’oggetto di un marchio registrato

• Gli slogan, qualora assumano carattere distintivo

Imitazione servile. L’art. 2598 n.1 c.c. come seconda delle tre fattispecie contempla la c.d. imitazione servile, sancendo che compie atti di concorrenza sleale chiunque imita servilmente prodotti di un concorrente. Tale formula, che ad una prima lettura sembrerebbe vietare qualsiasi imitazione degli altrui prodotti, purchè fedele e pedissequa, è stata nel tempo oggetto di interpretazioni sempre più restrittive. Un primo limite concerne le part di prodotto la cui imitazione può definirsi illecita. Considerando infatti che l’imitazione servile è inserita in un contesto che tratta della concorrenza confusoria, deve ritenersi vietata

dalla norma soltanto l’imitazione delle parti appariscenti, esterne del prodotto in quanto solo l’imitazione di esse può appunto ingenerare confusione in chi guarda il prodotto. L’imitazione rilevante ai fini della concorrenza sleale per confondibilità, quindi, non si identifica con la riproduzione di qualsiasi forma del prodotto altrui, ma solo con quella che cade sulle caratteristiche esteriori dotate di efficacia individualizzante e cioè idonee, proprio in virtù della loro capacità distintiva, a ricollegare il prodotto ad una determinata impresa. In tema di imitazione servile, dunque, i segni distintivi sono costituiti dalla forma esteriore del prodotto o anche dalla confezione di esso (segni distintivi tridimensionali).

La forma o la confezione, inoltre per essere oggetto di tutela deve possedere i seguenti requisiti:

• La novità

• L’originalità

• La notorietà al mercato (potendo la confusione prodursi solo in quanto la forma imitata sia già nota al consumatore

Un secondo limite all’ampia portata del divieto di imitazione servile deriva dall’esigenza di coordinarlo con il sistema brevettuale. Caratteristica essenziale di tale sistema è l’imposizione, ad opera del legislatore, di precisi limiti temporali alla durata dei brevetti èer garantire così l’acquisizione delle innovazioni tecniche ed estetiche al patrimonio culturale collettivo.

Il divieto dell’ imitazione servile tutela solo l’interesse a che l’imitatore non crei confusione con i prodotti del concorrente, realizzando le condizioni perché il potenziale acquirente possa equivocare sulla fonte di produzione.

Tale interesse, quando non sia in discussione la libera produzione di oggetti ( sia perché frutto di idee non brevettate, non brevettabili o cadute in pubblico dominio per scadenza del brevetto, sia perché non è invocata la tutela della privativa), può ritenersi soddisfatto dalla presentazione del prodotto con contenitori differenti, recanti il marchio del produttore o comunque una denominazione diversa, ovvero dalla presentazione del prodotto con la precisa indicazione che lo stesso è fabbricato da un diverso imprenditore. Ai fini della confondibilità, non può quindi attribuirsi alcun rilievo alle forme non visibili esteriormente, quali quella del contenuto di una scatola, che non costituiscono forma individualizzante. In questa sede interessa soprattutto considerare la registrazione di disegni e di modelli ed il brevetto per modello di utilità, in quanto riguardano essenzialmente la forma del prodotto e cioè proprio l’oggetto della tutela contro l’imitazione servile. Orbene: la durata della registrazione per modello e disegno industriale è di 5 anni (prorogabile fino ad un massimo di 25), mentre quella del brevetto per modello di utilità è di 10 anni. Per quanto riguarda disegni e modelli, bisogna tener conto della durata del diritto di utilizzazione economica per diritto d’autore di cui all’art. 44 del CPI, come modificato dal d.l. 10/2007 conv. in l. 46/2007 secondo cui “i diritti di utilizzazione economica dei disegni e modelli industriali durano tutta la vita dell’autore e sino al termine del settantesimo anno solare dopo la sua morte dell’ultimo dei coautori”. Superati questi limiti di tempo, le forme dei prodotti in cui consistono le innovazioni, possono essere liberamente imitate da chiunque, in quanto di pubblico dominio.

Alternatività delle tutele. L’art. 2598 n.1 c.c. concede contro l’imitazione servile una tutela potenzialmente perpetua, chi adotta una forma distintiva per il proprio prodotto potrà vietare a chiunque di imitarla senza limiti di tempo. Considerando a questo punto che le forme distintive dei prodotti possono rivestire i caratteri propri dei modelli di utilità e dei modelli e disegni industriali, emerge la zona di sovrapposizione tra le due discipline. Per evitare allora una totale disapplicazione delle norme sui brevetti, si è affermata la necessità di interpretare restrittiva,ente il divieto di imitazione servile, nel senso di escludere dal suo ambito applicativo tutte le forme, funzionali ed ornamentali, idonee a costituire oggetto di protezione brevettuale e, come tali già tutelate nei limiti temporali stabiliti dalla legge. In particolare si è giunti a sostenere che l’accoglimento della domanda di concorrenza sleale sia subordinato all’accertamento che la forma imitata non sia suscettibile di tutela brevettuale e che le forme suscettibili di costituire oggetto di

registrazione come modello o disegno industriale o di brevettazione come modello di utilità sono liberamente imitabili ove non siano state registrate o non lo siano più per scadenza del relativo brevetto. Al contrario la tutela ex 2958 n.1 c.c. contro colui che si appropri delle caratteristiche distintive di un prodotto, imitandole in modo servile, non presuppone che il prodotto imitato abbia i connotati della novità ed originalità necessari per la brevettabilità dello stesso e neppure è esclusa, di per sé dalla circostanza che il prodotto rechi un marchio idoneo ad attribuire l’origine ad un determinato produttore, allorquando tale marchio, per le modalità della sua utilizzazione, non adempia la sua funzione qualificante e distintiva.

A. Le forme funzionali: il principio appena visto sui rapporti fra tutela concorrenziale contro l’imitazione servile e tutela brevettuale è pacificamente accolto dalla giurisprudenza in ordine alle forme utili o funzionali (forme che conferiscono una particolare funzionalità a macchine, oggetti d’uso, utensili,ecc.). Si sostiene infatti che tutte le forme utili che possono essere brevettate come modelli di utilità e non lo sono state, o il cui brevetto è scaduto, non possono essere tutelate contro l’imitazione servile e sono perciò liberamente imitabili. Se è lecito copiare l’idea funzionale altrui, non è però lecito copiare anche quelle forme la cui produzione porrebbe in essere semplicemente l’indistinguibilità dei prodotti nel mercato così da consentire a chi copia non solo di avvantaggiarsi dell’idea, ma anche dell’altrui avviamento pur se la forma non è stata brevettata, ovvero il brevetto sia scaduto. Parte della dottrina osserva inoltre che esistono forme che sono si utili ma che non hanno sufficiente originalità per essere brevettate. Queste allora devono ritenersi tutelabili contro l’imitazione servile.

Questione molto dibattuta è poi se l’esclusione dal divieto di imitazione servile riguardi solo le forme utili inderogabili, necessarie al conseguimento della funzionalità conferita al prodotto o si estenda anche a quelle fungibili, ossia sostituibili da altre capaci di conseguire la stessa utilità.

Secondo parte della dottrina il problema non va posto in questi termini: ciò che rileva in proposito infatti non è se una forma sia o meno inderogabile, ma se una forma abbia o meno portata innovativa; ne consegue che in assenza di brevettazione sono liberamente imitabili anche le forme che, pur non essendo infungibili, sono caratterizzate da un proprio concetto innovativo; invece sono tutelabili contro l’imitazione servile le forme utili che oltre ad essere fungibili, appartengono ad un medesimo concetto innovativo, già noto e non tutelato brevettualmente. Tale tesi ha tratti spunto dal disposto normativo di cui all’art 2 comma 3 del R.D: 1411 del 1940, la legge sui modelli, il cui contenuto ripreso dall’art. 82.3 del CPI prevede che “gli effetti del brevetto per modelli di utilità si estendono ai modelli che conseguono pari utilità, purchè utilizzino lo stesso concetto innovativo”, da tale norma infatti si desume che oggetto della tutela brevettuale è il concetto innovativo, con la conseguenza che, in mancanza d brevettazione esso potrà essere liberamente usato.

B. Le forme ornamentali: il problema del coordinamento tra la tutela brevettuale limitata nel tempo me quella potenzialmente perpetua del divieto di imitazione servile si pone anche per le forme ornamentali (forme destinate a migliorare l’estetica dei prodotti, conferendo loro un particolare ornamento). La giurisprudenza della Suprema Corte ebbe ad affermare, in passato, la piena equiparazione, sotto tale profilo, delle forme ornamentali alle forme utili, giungendo, così a sostenere che possono essere tutelate contro l’imitazione servile soltanto le forme totalmente prive di carattere ornamentale ossia le forme brutte, sgradevoli dei prodotti. Aderire a tale tesi, tuttavia significherebbe cancellare il divieto in questione, essendo quasi impossibile ipotizzare che un imprenditore chieda la tutela di una forma brutta. Parte della dottrina e la giurisprudenza più recente hanno, perciò individuato uno spazio di effettiva operatività al divieto di imitazione servile, limitando il novero delle forme suscettibili di brevettazione come modello industriale alle sole forme che presentino una portata innovativa che si configura quasi come momento di rottura rispetto all’estetica affermata in quel settore merceologico. Tale orientamento sembra confermato peraltro dal CPI che agli articoli 32 e 33 subordina la registrabilità di disegni e modelli alla sussistenza dei due requisiti della novità e del carattere individuale. In mancanza di tali

requisiti si esclude la brevettabilità della forma esetetica: forme che, pur essendo esteticamente piacevoli, non rappresentando una novità non sono brevettabili, ma restano tutelabili in perpetuo, contro le servili imitazioni ex art. 2598 n.1 c.c. se posseggono carattere distintivo.

Gli altri mezzi idonei a creare confusione. La terza fattispecie dell’art. 2598n.1 c.c. reprimendo gli altri mezzi con cui si compiano atti confusori, rappresenta una norma di chiusura con la quale il legislatore intende escludere la liceità di qualsiasi atto confusorio. Poiché però gli atti confusori richiedono per compiersi, l’uso di segni distintivi confondibili e sono perciò riconducibili alla prima parte della norma, l’applicazione giurisprudenziale della fattispecie in esame è estremamente rara e concerne di solito ipotesi di appropriazione di segni distintivi inusuali, quali ad esempio:

• L’uso sui furgoni per la distribuzione dei prodotti di colori identici a quelli utilizzati dal concorrente

• L’imitazione delle caratteristiche esteriori degli altrui stabilimenti

• L’uso di fotografie di prodotti altrui nel proprio materiale pubblicitario

• La copiatura di cataloghi o depliant

La seconda delle tre fattispecie individuate dall'articolo 2598 come atto confusorio è l'imitazione servile.

L'imitazione servile deve essere circoscritta a quelle parti che sono appariscenti, perchè è chiaro ed evidente che la confusione si crea nel consumatore, in tanto in quanto la parte appariscente del prodotto o del servizio viene imitata, perchè è chiaro che la parte intrinseca non è visibile all'esterno, e quindi non può creare confusione.

Per cui c'è da fare questa distinzione laddove si va a verificare una fattispecie di imitazione servile, se questa imitazione servile del prodotto riguarda appunto la forma esteriore ovvero sia del prodotto o della confezione anche.

Per esempio, sono sottoposti a registrazione quindi è possibile acquistare un diritto esclusivo, anche i così detti disegni o modelli, o i cd modelli di utilità.

Per questa tipologia di creazioni, è prevista la registrazione, a questo punto però, siccome i termini della registrazione sono diversi, perchè per esempio per il modello o disegno industriale, la registrazione vale 5 anni, per i modelli di utilità vale 10 anni, vi sono anche dei termini diversi di scadenza della registrazione, bisogna quindi coordinare queste disposizioni con la disciplina del 2598.

l'imitazione servile deve riguardare quella che è la forma esteriore, ovvero sia quella che è la parte appariscente, e la giurisprudenza è su questo punto direi quasi costante nel non dare rilievo ovviamente all'imitazione di quelle forme che non sono visibili, quindi che sono intrinseche al prodotto.

(L'articolo 2598.1 cc dice che compie atti di concorrenza sleale chiunque imita servilmente i prodotti di un concorrente. È una formula assai ampia, che sembrerebbe vietare qualsiasi imitazione dei prodotti del concorrente, con il solo limite che l'imitazione sia servile, cioè che si tratti di imitazione fedele, pedissequa e forse completa.

Questa ampia formula, tuttavia, è stata progressivamente oggetto di interpretazioni sempre più restrittive.

Un primo limite concerne le parti, gli elementi del prodotto la cui imitazione può ritenersi illecita.

Si ritiene vietata dalla norma soltanto l'imitazione delle parti appariscenti, esterne, vale a dire della forma del prodotto, della sua confezione, perchè solo l'imitazione di esse, appunto, poteva ingenerare confusione in chi guardasse il prodotto stesso. E per conto si

giunse ad escludere che potesse qualificarsi come imitazione servile illecita quella delle parti interne e strutturali, data l'assenza di un effetto confusorio.

E l'indifferenza, sotto il profilo che qui ci interessa, delle parti appunto interne e strutturali venne ribadita con l'affermazione che in presenza di un'imitazione delle forme esterne capace di produrre confondibilità, l'illecito non fosse escluso dalla diversità delle parti interne.

In realtà, dopo aver previsto che si compiano atti di concorrenza sleale quando si crea confusione nell'uso di segni o nomi distintivi dell'imprenditore, quando c'è l'imitazione servile, terza ipotesi che il 2598 elenca come disposizione di chiusura: tutti gli altri mezzi con cui possono essere compiuti atti confusori, quindi atti idonei a creare appunto confusione.

La giurisprudenza ha riempito questa clausola generale perchè ovviamente essendo clausola generale prevede in astratto tutte quelle attività che possono dar luogo a confusione, e ad esempio è stato ritenuto atto confusorio e quindi sottoposto alla disciplina del 2598 ad esempio l'uso sul furgone di colori esattamente uguali, sistemati in modo esattamente simile a quello dell'imprenditore concorrente...

ad esempio ci sono i furgoncini dei corrieri espressi che hanno certi colori e certe scritte, l'accoppiamento di determinati colori in un certo modo può essere considerata, se l'imprenditore concorrente utilizza la stessa tipologia, potrebbe essere considerato atto confusorio.

Altra ipotesi che la giurisprudenza ha individuato è l'uso, la creazione di depliant simili a quelli dell'imprenditore concorrente, per cui io consumatore medio posso essere indotto a ritenere che quel determinato prodotto sia proveniente da altro imprenditore.

La caratteristica, la tipologia è che la confusione verta sulla provenienza di quel prodotto o servizio.Oppure l'utilizzo di fotografie che in qualche modo possano far pensare perchè riproducono magari luoghi dell'azienda, dell'imprenditore concorrente possano far pensare che la provenienza del prodotto sia appunto di quell'imprenditore piuttosto che di un altro. Quindi le fattispecie poi possono essere le più varie e appunto il giudice che andrà ad accertare se l'atto è o meno confusorio, sicuramente rappresenta la norma di chiusura, tutti quegli atti che possono comunque essere idonei a creare confusione, che non rientrano tra le prime due fattispecie del numero 1 del 2598 comunque possono essere fatti rientrare come atti di concorrenza sleale ai sensi di questa clausola generale proprio perchè si dice: con qualsiasi altro mezzo che possa creare confusione.)

Cap. 5. Denigrazione e appropriazione di pregi.

Il numero 2 dell’art. 2598 c.c. disciplina due diverse ipotesi di concorrenza sleale:

• La denigrazione

• L’appropriazione di pregi

Secondo la norma in esame, infatti, compie atti di concorrenza sleale chiunque diffonde notizie ed apprezzamenti sui prodotto e sull’attività di un concorrente, idonei a determinarne il discredito, o si appropria dei pregi dei prodotti o dell’impresa di un concorrente.

La norma disciplina quindi due fattispecie sotto il medesimo numero di articolo, ciò ha indotto alcuni a considerarle simili o quanto meno connesse, in realtà invece sono fattispecie che non hanno a che fare l’una con l’altra e che vanno trattate separatamente.

1. La denigrazione: consiste nella diffusione di notizie ed apprezzamenti sui prodotti e sull’attività di un concorrente, idonei a determinare il discredito (vale a dire la perdita o la diminuzione della fiducia di cui un’impresa ed i suoi prodotti godono sul mercato) e a procurare così, un danno concorrenziale dovuto ad esempio alla perdita della clientela o addirittura dei dipendenti, a difficoltà di rapporti con i fornitori, ecc.). Per diffusione di notizie e di apprezzamenti negativi non deve intendersi solo la divulgazione di questi ad una pluralità di soggetti, ma anche la comunicazione ad un solo soggetto o ad una cerchia ristretta di persone, sempreché ne derivi un danno concorrenziale (rileva a tal proposito anche la perdita di un singolo affare se è la conseguenza di una notizia screditante). La cassazione, invece ha rilevato che la concorrenza sleale di cui all’art. 2598 n.2 c.c. consistente nel diffondere notizie ed apprezzamenti sull’attività altrui in modo idoneo a determinarne il discredito, richiede un’effetiva divulgazione della

notizia ad una pluralità di persone, e non è pertanto configurabile nell’ipotesi di esternazioni occasionalmente rivolte a singoli interlocutori nell’ambito di separati e limitati colloqui (Cass. 30-5-2007 n. 12681).

Per notizie o apprezzamenti sui prodotti e sull’attività di un concorrente devono intendersi, secondo una più ampia interpretazione della formula, anche notizie sullo stato di dissesto o di difficoltà economiche dell’impresa concorrente (perché possono determinare per quest’ultima un danno concorrenziale) oppure notizie attinenti alla personale reputazione del concorrente nel caso possano avere riflessi concorrenziali. Non è invece atto di denigrazione la diffusione di notizie strettamente personali, attinenti ad esempio a comportamenti familiari o sociali, che sotto il profilo concorrenziale sono indifferenti..

Questione molto discussa in giurisprudenza ed in dottrina è l’ammissibilità della c.d. exceptio veritatis, cioè la liceità delle notizie e degli apprezzamenti veritieri:

• Secondo alcuni (Ascarelli e Minervini), la diffusione di notizie, anche se vere, che comporti denigrazione è vietata;

• Secondo la dottrina dominante e gran parte della giurisprudenza, invece, la diffusione di notizie vere, anche se comporti il discredito del concorrente, può ritenersi lecita, sempre che si tratti di notizie ed apprezzamenti non soltanto rigorosamente veri ma anche esposti in modo obiettivo poiché suffragano il diritto del consumatore alla formazione di un giudizio completo.

Per quanto attiene al soggetto leso dall’attività denigratoria la dottrina ha precisato che solo l’imprenditore che risulti obiettivamente identificabile come fonte dei prodotti , autore dell’attività o titolare dell’impresa oggetto della denigrazione, sarà legittimato ad agire per concorrenza sleale. Nel caso si tratti della denigrazione di un genere di prodotti, che crei un effetto screditante in capo a tutti i produttori di quel bene, la legittimazione ad agire per denigrazione sarà estesa a ciascuno degli imprenditori della categoria, nonché alle associazioni di categoria, ex art. 2601 c.c..

Casi di denigrazione:

a. Comparazione e pubblicità comparativa: l’art. 2598 n.2 considera come concorrenza sleale il comportamento di chi diffonde notizie e apprezzamenti sui prodotti e sull’attività di un concorrente, idonei a determinarne il discredito. Secondo l’opinione comune, rientra in tale fattispecie non solo la pubblicità non avente altro fine che quello di screditare i prodotti e l’attività dei concorrenti, ma anche la pubblicità volta a confrontare i prodotti o servizi pubblicizzati con quelli di uno o più concorrenti per far risaltare la superiorità o la maggiore convenienza degli uni rispetto agli altri (magnificazione del prodotto). In passato, pur in assenza si un riferimento esplicito, era considerata illecita la pubblicità comparativa, consistente nel raffronto del proprio prodotto con quello di un concorrente, con una valutazione positiva del primo ed una conseguente valutazione negativa, anche implicita del secondo. Più precisamente tale forma pubblicitaria era inclusa nelle ipotesi di denigrazione del prodotto altrui e dunque sanzionata come forma di concorrenza sleale ex 2598 n.2 o come ipotesi di agganciamento ricondotta in alcuni casi all’art. 2598 n.2 seconda parte. La pubblicità comparativa, quindi, era considerata inammissibile indipendentemente dalla verità dei fatti affermati e dalla continenza degli apprezzamenti. Quest’orientamento è stato criticato da una parte della dottrina alla fine degli anni ’60, sulla base della considerazione che la pubblicità comparativa, aumentando le informazioni a disposizione del pubblico dei consumatori e la trasparenza del mercato, favorisce la concorrenza e la capacità di scelta dei consumatori. Attualmente la pubblicità comparativa è considerata lecita entro i limiti imposti dall’art. 4 del d.lgs. 145/2007 che ha precisato per essa ulteriori condizioni di liceità, che si vanno a sommare a quelle specificate dal C del consumo, nonché una più pregnante tutela amministrativa e giurisdizionale (di competenza dell’autorità

garante della concorrenza e del mercato) nei casi in cui la pubblicità comprativa debba considerarsi ingannevole. La pubblicità comprata uva è considerata lecita quando:

• Non si presenta ingannevole

• Confronta beni o servizi che soddisfano gli stessi bisogni o si propongono con gli stessi obiettivi

• Confronta oggettivamente una o più caratteristiche essenziali e verificabili di tali beni o servizi

• Non ingenera confusione sul mercato

• Non causa discredito o denigrazione dei marchi, denominazioni, altri segni distintivi, beni o servizi di un concorrente

• Non trae indebitamente vantaggio dalla notorietà connessa al marchio, alla denominazione o ad altro segno distintivo di un concorrente

• Non presenta un bene o un servizio come imitazione o contraffazione di beni o servizi prodotti da un marchio o da una denominazione depositati.

b. Diffida: è una comunicazione con la quale si invita perentoriamente un certo soggetto o una pluralità di soggetti a non tenere un determinato comportamento che costituisca o costituirebbe violazione di un diritto del diffidante. Quando una diffida di questo tipo è indirizzata solo a chi sta attuando (o sta per attuare) un comportamento ritenuto illegittimo, e quindi non è portata a conoscenza di altri, essa non avrà alcuna efficacia screditante; ma se la diffida viene rivolta a soggetti diversio, solitamente a mezzo stampa (ai clienti dell’imprenditore, invitati con essa a non acquistare i prodotti di un determinato concorrente a causa di quel comportamento illegittimo, motivo della diffida stessa), potrà porsi un problema di liceità o di illiceità secondo la norma in esame: la diffida, sostanzialmente sarà considerata lecita o illecita in base alla valutazione della sua veridicità, consistente nell’accertamento dell’illecito che viene imputato al concorrente.

c. Diffusione di notizie su procedimenti e provvedimenti giudiziari: la liceità della diffusione di notizie su procedimenti giudiziari, intrapresi da un imprenditore nei confronti di un concorrente, dipende dall’esito del giudizio dovendosi negare nel caso in cui l’attore risulti soccombente. Per quanto riguarda poi la pubblicazione di provvedimenti giudiziari (che non sia stata disposta dall’autorità giudiziaria) essa va considerata lecita, tranne nei casi in cui sia fuorviante per i destinatari circa il vero contenuto del provvedimento.

d. Legittima difesa: anche per la concorrenza sleale, configurata come un aspetto dell’illecito aquiliano, si parla di legittima difesa e cioè si sostiene che l’illiceità del comportamento vietato può essere esclusa se esso stesso sia stato posto in essere per reagire al comportamento illecito del concorrente. L’agire in legittima difesa, in caso di denigrazione, è subordinato a due condizioni:

• Le notizie diffuse devono essere vere

• La difesa deve essere proporzionata all’esigenza di dare notizia dell’aggressione subita ai soggetti interessati ( in genere alla clientela). La difesa deve essere cioè obiettiva, non tendenziosa e moderata.

2. L’ appropriazione di pregi: l’art 2598 c.c. al n. 2 afferma che compie atti di concorrenza sleale anche chi si appropria di pregi dei prodotti o dell’impresa di un concorrente. Per pregi si intendono non delle entità materiali appartenenti all’impresa aggredita, ma delle qualità dell’impresa stessa o dei suoi prodotti; più precisamente, costituiscono pregi tutti i fatti riguardanti i caratteri dell’impresa, i risultati da essa conseguiti o le qualità dei prodotti o dei servizi che per il pubblico rappresentino o possano rappresentare motivi di apprezzamento positivo e quindi di preferenza dell’impresa e delle sue prestazioni rispetto alle altre imprese. Con l’espressione appropriarsi di pregi, deve inoltre intendersi l’autoattribuzione di qualità e caratteristiche positive che in realtà non si posseggono e che invece sono presenti nei prodotti o nell’impresa di un concorrente. Rientra nella fattispecie in esame, ad esempio il cado di chi si dichiari concessionario o distributore ufficiale di una celebre marca, pur non essendolo a differenza di altri; o il caso di chi dichiari di sottoporre i suoi prodotti al controllo di un istituto specializzato, pur non facendolo; o il caso di chi affermi la presenza nei propri prodotti di una determinata materia prima pregiata che in realtà non impiega, a differenza di altri.

Sempre nell’ambito dell’appropriazione di pregi, si parla di agganciamento alla notorietà altrui, quando chi si propone al pubblico lo fa equiparandosi in modo esplicito ad un concorrente noto o ai suoi prodotti, approfittando così del frutto dell’altrui lavoro o investimento (ossia della conoscenza e del credito di cui quel prodotto o quell’impresa sono giunti a godere sul mercato stesso): si comprende bene come caratteristica principale di tale fattispecie sia proprio la sua natura parassitaria. Esempi classici di agganciamento sono:

• L’impiego sul proprio prodotto, oltre che del proprio marchio, del marchio altrui preceduto dalla parola tipo o modello o simili (scarpe tipo Tod’s, automobile tipo Fiat)

• L’immissione sul mercato di un nuovo prodotto con una forma analoga a quella di un prodotto già noto, anche se con un marchio denominativo del tutto diverso.

Va rilevato inoltre che l’agganciamento viene ritenuto illecito anche quando i prodotti agganciati sono qualitativamente equivalenti o migliori di quelli trainanti: l’illiceità non dipende quindi dalla veridicità o meno delle affermazioni. Essa, tuttavia potrà ritenersi esclusa quando l’uso del segno distintivo altrui sia necessario, ad esempio per indicare le modalità d’impiego del proprio prodotto, la sua destinazione a fungere da accessorio o pezzo di ricambio.

La giurisprudenza riconduce nell’ambito dell’appropriazione di pregi altrui alcune ipotesi come:

• La presentazione come realizzazione propria, di un manufatto realizzato, invece da un concorrente (ciò si verifica, ad esempio, con la pubblicazione o distribuzione di depliant e cataloghi con fotografie di prodotti altrui presentati come propri)

• L’impiego di una falsa denominazione di origine alla quale vengono ricondotte determinate caratteristiche e pregi del prodotto

L’appropriazione di pregi come già visto si realizza mediante una comunicazione al mercato di un messaggio relativo all’autoattribuzione di un pregio altrui. Tale comunicazione si compie in genere attraverso lo strumento pubblicitario che ne da ampia diffusione; tuttavia non si può escludere l’illecito nei casi in cui essa si rivolga solo ad un numero ristretto di soggetti o addirittura ad una singola persona.

(Quella che viene definita attività denigratoria, cioè attività che getta discredito sull'imprenditore concorrente o che comunque comporta una appropriazione di pregi da parte di chi pone in essere il comportamento di concorrenza sleale nei confronti di altro imprenditore, e quindi il 2598 numero 2 dice espressamente che compie atti di concorrenza sleale chiunque diffonde notizie ed apprezzamenti sui prodotti e sull'attività di un concorrente idonei a gettare discredito, quindi a determinare discredito o si appropria dei pregi dei prodotti o dell'impresa di un concorrente.

Quindi tanto l'attività denigratoria quanto l'appropriazione di pregi altrui.

Denigrazione significa un'attività idonea, anche qui è sufficiente l'idoneità, anche qui si tratta di un illecito di pericolo, basta che ci sia il pericolo di gettare discredito che il comportamento può essere sanzionato, e quindi discredito inteso come perdita di fiducia nei confronti di un determinato imprenditore o di una determinata attività di impresa.

Naturalmente con la conseguenza che gettando o discredito sull'imprenditore, e quindi conseguentemente sui prodotti, ci possa essere di conseguenza un venir meno della fiducia del consumatore in quel determinato imprenditore.

Così come potrebbe essere invece una divulgazione di discredito relativamente al prodotto stesso, in questo caso la fattispecie illecita si concretizza tanto quanto getto discredito nei confronti dell'imprenditore e dell'attività di impresa, quanto nei confronti del prodotto.

Va precisato però che gettare discredito nei confronti dell'imprenditore significa ad esempio diffondere la notizia che l'imprenditore sta per fallire, notizie che comunque riguardano l'attività di impresa, questioni che attengono alla persona dell'imprenditore, come potrebbero essere ad esempio questioni familiari, non sono notizie che vengono valutate al fine del discredito....

il discredito significa diffondere notizie relative o al prodotto o all'attività economica svolta dall'imprenditore, ma non alle questioni che possono attenere alla sfera personale dell'imprenditore.

Tra l'altro, anche qui c'è un problema di contrasto tra dottrina e giurisprudenza, perchè cosa vuol dire diffondere notizie? La diffusione fa pensare e presupporre ad una pluralità di soggetti che recepiscono la notizia screditante, mentre invece, e questa è l'opinione della giurisprudenza, che ritiene che per poter esserci discredito ci deve essere una diffusione ad una pluralità di soggetti.

Parte della dottrina, compresi Vanzetti e Di Cataldo, ritengono invece che sia sufficiente anche soltanto la comunicazione ad un solo soggetto di notizie che gettano discredito sull'imprenditore perchè si possa configurare un atto di concorrenza sleale.

Il ragionamento posto alla base di questa conclusione a cui perviene la dottrina, si basa sul fatto che se vado a gettare discredito anche ad un solo soggetto, ma quel soggetto stava per concludere un affare con l'imprenditore, è chiaro che l'imprenditore ha un danno da questa attività di discredito, per cui, sempre valutando il caso specifico nella sua completezza ed interezza, anche il diffondere notizie screditanti soltanto ad una persona, se questa persona è effettivamente colui che sta per concludere un contratto con l'imprenditore, potrebbe essere effettivamente riconosciuto come comportamento di concorrenza sleale.

Naturalmente va valutato caso per caso, perchè se la persona a cui invece viene diffusa la notizia screditante non sta per concludere un affare con l'imprenditore o comunque non ha un rapporto per cui questo non potrebbe portare delle conseguenze negative all'imprenditore, non si può ritenere che questo comportamento rappresenti un comportamento di concorrenza sleale.

Anche qua c'è contrasto tra dottrina e giurisprudenza, tenete presente che per la giurisprudenza la diffusione presuppone una collettività di soggetti che recepiscono la notizia screditante.

Per esempio potrebbe essere considerato, e lo è stato, come notizia screditante, il dissesto economico o le difficoltà economiche dell'imprenditore che possono arrecare un pregiudizio tra coloro che magari vorrebbero contrarre con l'imprenditore e invece per il fatto stesso che viene diffusa questa notizia di eventuale dissesto economico o insolvenza, porta a non concludere.... quindi la notizia screditante è non solo quella relativa al prodotto ma anche quella relativa all'attività di impresa, e sicuramente una difficoltà di tipo economico o addirittura uno stato di insolvenza dell'imprenditore rappresentano una notizia screditante.

Dopo di che sorge un problema di coordinamento tra la notizia, che sicuramente è screditante, ma che è veritiera, perchè è evidente che c'è una opinione negativa del consumatore di fronte ad alcune notizie che possono appunto pregiudicare l'imprenditore, però bisogna valutare anche se queste notizie magari sono anche vere.... quindi si tende ad escludere la denigrazione quando vi è un accertamento sulla veridicità di queste affermazioni.

Questa è un'osservazione che appare banale, ma solo dopo che il giudice avrà accertato se quella notizia diffusa, che ha gettato discredito, è veritiera o meno, si perverrà ad un giudizio di liceità oppure no.

Il reato di calunnia inoltre si perfeziona quando pongo in essere un comportamento calunnioso nei confronti di altro soggetto, quindi potrebbe accadere che l'imprenditore, il quale ritenga di aver subito un comportamento di concorrenza sleale che ha gettato discredito nei suoi confronti agisca nei confronti dell'autore, risulta dall'accertamento che le notizie sono veritiere, e in questo caso potrebbe essere lo stesso imprenditore a dover sopportare le conseguenze di un'azione perpetrata nei confronti di un soggetto che tutto sommato ha detto la verità...

così come ci potrebbe essere l'accertamento che le notizie non sono veritiere, quindi oltre a rappresentare un illecito civile e sanzionato dal 2598, ci potrebbe essere anche, se vi sono gli estremi, la configurazione di un reato che è appunto il reato di calunnia.

Con il D, lgs 145 del 2007, si è sostanzialmente disciplinata la cd pubblicità comparativa.

commenti (4)
Qualcuno l'ha scaricato?
Molto utile, ed esaustivo
Ottimo supporto !!
Utilissimo

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