Diritto internazionale, Appunti di Diritto Internazionale. Università degli Studi di Firenze
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andrea.ciach17 luglio 2015

Diritto internazionale, Appunti di Diritto Internazionale. Università degli Studi di Firenze

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INTRODUZIONE

Il diritto internazionale è il complesso di norme che pone obblighi e diritti agli Stati e agli altri soggetti di diritto internazionale; alcuni parlano del diritto internazionale come di regole che disciplinano le relazioni tra Stati, una terminologia un po' superata in quanto non è più solo un

diritto dei diplomatici, ma coinvolge anche altri aspetti e dimensioni. Si deve partire da questa nozione per capire che si tratta di un ordinamento giuridico che pone principalmente regole per gli

Stati. Il diritto internazionale generale, anche detto comune, è un diritto non scritto, consuetudinario, seppur al fianco del quale ci siano trattati ed altre norme positivizzate. Per ricostruirlo occorre ripercorrere il comportamento dei soggetti internazionali nel tempo, così da

comprendere cosa diventi norma ed in che modo, e questo è uno dei punti di difficoltà maggiori da affrontare in quest'ambito. Occorre dare prova che l'ordinamento degli Stati, attraverso

comportamenti specifici e individuali, attesti un convincimento giuridico preciso, che fonda la regola di diritto internazionale consuetudinario; a questo punto ulteriore problema potrebbe essere specificare il contenuto della regola di cui si è dimostrato l'esistenza, dunque il lavoro di

reperimento storico (oggi molto facilitato dalla rete) deve essere particolarmente accurato. Gli snodi principali della prassi internazionale che fondano una determinata regola consuetudinaria vanno

perciò ricordati.

Questa materia è talvolta denominata diritto internazionale pubblico, perché da distinguersi dal diritto internazionale privato; quest'ultimo è l'insieme delle regole di diritto internazionale interne

che disciplinano rapporti di diritto privato aventi carattere internazionale (p.e. la successione di un cittadino austriaco in Italia). Gli Stati possono a riguardo operare delle scelte: sottoporre tali rapporti di diritto privato alle stesse leggi applicabili nel solo diritto interno, ovvero dettare per tali

casi regole ad hoc, oppure ancora sviluppare un meccanismo di disciplina giuridica mediante rinvio all'ordinamento straniero ritenuto competente. C'è tuttavia un punto di contatto tra il diritto internazionale pubblico e privato: le convenzioni d diritto internazionale privato, affinché la

maggioranza degli Stati abbiano al proprio interno delle regole disciplinanti determinate situazioni in modo similare, ottenendo così una medesima soluzione in Paesi diversi (armonizzazione

legislativa). Occorre dunque introdurre dei meccanismi interpretativi che consentano di interpretare in modo oggettivistico le nozioni inserite in dette convenzioni.

Carattere essenziale della comunità internazionale e del diritto internazionale è dato dalla specificità

dei soggetti: quelli di base sono gli Stati, poi ce ne sono altri come le organizzazioni internazionali. Un altro ente si può definire soggetto di diritto internazionale quando le proprie caratteristiche si avvicinano a quelle degli Stati. Nel diritto internazionale classico il discorso si fermava qui; a

partire dalla seconda guerra mondiale si sono affermati altri soggetti, per cui si è iniziato a parlare della soggettività internazionale degli individui ricostruibili attraverso l'ampio movimento dei diritti

dell'uomo. Alcuni sostengo che gli individui siano presi in considerazione non come soggetti ma come oggetti, in quanto agli Stati viene imposto un determinato trattamento nei confronti delle persone; quando ciò viene violato, lo si fa a danno di un altro Stato. Questa visione tradizionale è

stata gradualmente superata, giungendo alla conclusione che anche gli individui e le persone fisiche acquisiscono, per le tematiche dei diritti dell'uomo (situazioni giuridiche attive) e i crimini

internazionali (situazioni giuridiche passive), soggettività internazionale. Quando si tratta di imputare ad uno Stato l'attività di un individuo-organo, ci si riconduce però comunque ad un soggetto Stato e non alla persona fisica operante. Questo carattere della comunità internazionale

come fondata sugli Stati è tale fin dal sorgere della comunità internazionale moderna, cioè dalla pace di Westfalia del 1648 che chiuse la Guerra dei Trent'anni. Si ritiene ciò perché ivi fu segnata la

fine dell'egemonia dell'impero asburgico sui principi elettori e quella della supremazia religiosa della Chiesa cattolica di Roma sui luterani (profili di indipendenza rispettivamente temporale e spirituale) e soprattutto perché a partire dal XVII secolo si creò il convincimento che i rapporti tra

gli Stati fossero regolati da un diritto specifico autonomo (il c.d. “diritto delle genti”, lo iusgentium,

anche detto “iusnaturaadgentesapplicatur”). Questo si fonda etico-moralmente nella teologia e laico-storicamente (dunque razionalmente) nel giusnaturalismo groziano. La Comunità

internazionale, caratterizzata dalla peculiarità dei soggetti Stati, continua ad i giorni nostri ad avere questa caratteristica, ammontando oggi a quasi 200 Stati, 193 dei quali membri delle Nazioni Unite (ultima ammissione: 2011, Sud Sudan).

CARATTERI DEL DIRITTO INTERNAZIONALE

LA PECULIARITÀ DEI SOGGETTI

I soggetti principali del diritto internazionale sono gli Stati anche se vi si affiancano altri soggetti. Questa peculiarità è una caratteristica che contraddistingue la comunità internazionale dal suo sorgere fino ad oggi. Si suole far coincidere la nascita della comunità internazionale dalla pace di Westfalia del 1648 che chiude la guerra dei trent'anni. É allora che sorgono Stati effettivamente

indipendenti da impero e papato e soprattutto perchè a partire da allora si crea il convincimento che i rapporti interstatuali siano regolati da un diritto autonomo da quello degli ordinamenti statuali. Si

comincia a ragionare su un diritto delle genti. Il diritto internazionale nasce dunque dal giusnaturalismo. Questo si basa su due concezioni fondamentali. Un giusnaturalismo teologico, radicato nella teologia con la scuola di Salamanca; e un giusnaturalismo laico-storico, fondato da

Grozio che scrisse i primi grandi trattati di diritto internazionale: giusnaturalismo è per Grozio storicismo. Egli ritiene che gli Stati abbaino recepito un determinato settore del diritto romano, lo

jus gentium, ossia il diritto che regolava i rapporti tra romani e peregrini. La base non è dunque etica e morale ma più razionalista, storicistica appunto.

La comunità internazionale continua fino ai giorni nostri con questo carattere: la peculiarità dei

soggetti. Gli Stati della comunità internazionale sono circa 200, ci sono 193 stati h fanno parti delle Nazioni Unite. Gli stati che non ne sono parte per motivi politici sono Taiwan, Formosa, Cipro del Nord...

Quando si parla della comunità internazionale bisogna precisare. Essa non è un soggetto, non è un'entità, è l'insieme degli Stati con tutte le divisioni ideologiche che esistono tra gli Stati. Quello che si può dire è che oggi la comunità internazionale tende ad identificarsi con le Nazioni Unite. Il

secondo carattere della comunità internazionale è costituito dalla responsabilità collettiva per gli atti illeciti. La conseguenza degli atti illeciti non ricade sull'organo che ha determinato l'illecito, ma sulla comunità statale nel suo complesso (persone fisiche, giuridiche, altri organi dello Stato).

Esempi: se un giudice di uno Stato compie un illecito perchè non riconosce un diritto di uno straniero, se l'altro Stato il cui cittadino è stato leso risponde con delle sanzioni economiche esse

ricadono su tutta la comunità. Ci sono conseguenze più gravi delle sanzioni economiche come ad esempio il conflitto bellico (pensiamo all'Afghanistan: responsabilità dello Stato per non aver impedito l'attentato; anche qui gli effetti della presenza dell'esercito statunitense ricadono sulla

popolazione).

LA RESPONSABILITÀ COLLETTIVA

La responsabilità individuale per i crimini internazionali, sorta di recente, è una responsabilità che si aggiunge a quella dello Stato e non la sostituisce, dunque questo aspetto recente non fa venir meno il meccanismo sopra descritto. Questa responsabilità individuale nasce dopo la seconda guerra

mondiale con il tribunale di Norimberga istituito con il Trattato di Londra del '45. Lo statuto individua le categorie fondamentali dei crimini internazionali:

 crimini contro la pace;  crimini di guerra;  crimini contro l'umanità (genocidio).

Questi crimini sono poi ripetuti e specificati da altri tribunali penali oggi operanti all'Aja a fianco della Corte internazionale di giustizia. Essi sono il Tribunale per i crimini della ex Iugoslavia, il

tribunale per i crimini in Ruanda e la Corte permanente internazionale sorta sul modello dei due tribunali sopra citati. Questa Corte penale internazionale che nasce nel 1998. La tendenza a

processare sul piano internazionale gli organi degli Stati che hanno commesso un crimine, non sostituisce la responsabilità dello Stato che sorge in virtù del principio organico.

Di fronte a questa struttura del diritto internazionale, qualcuno lo critica come primitivo. La

valutazione del diritto internazionale sfugge ai parametri per valutare i diritti interni. Proprio il fatto che esso nasca per produrre regole tra gli Stati fa sì che non esista un parametro esterno per valutarlo. Non si può dire se sia auspicabile una diversa regola giuridica come si faceva nel periodo

del giusnaturalismo, oggi ci si basa sul giuspositivismo. C'è una sentenza della CIG del 18 luglio 1966 in una controversia tra Liberia e Etiopia da una parte e Sudafrica dall'altra che mette in luce

questi principi. Il sudovest africano era sottoposto alla dominazione coloniale del Sudafrica nell'ambito della Società delle nazioni che aveva conferito il compito a quest'ultimo di contrllare il sudovest africano, quello che dal 1990 è la Namibia. Bisogna tener presente che nel periodo tra

prima e seconda guerra mondiale la Società delle Nazioni aveva imposta al Sudafrica di condurre il sudovest africano verso la civiltà. Con la seconda guerra mondiale la Società delle Nazioni si estingue e nasce l'Onu. Non c'è più il soggetto che può pretendere dal Sudafrica il controllo sugli

altri Stati. Il Sudafrica ritiene di poter continuare ad esercitare il potere precedente. Alcuni Stati africani (Liberia e Etiopia) si rivolgono alla CIG per chiedere che essa accerti l'obbligo del

Sudafrica di concedere l'indipendenza al sudovest africano. La corte afferma che nel diritto internazionale non esiste l'azione popolare, ossia la possibilità che uno Stato promuova nei confronti di un altro l'azione giudiziaria; occorre una legittimazione, e questa esisteva in quel caso

solo con la Società delle Nazioni che era venuta meno. Ci possono essere esigenze morali, ma esse sono applicabili solo se le regole giuridiche le hanno recepite. Finchè esse non sono diritto positivo

non hanno valore giuridico. Il diritto internazionale conosce anche meccanismi di aggiornamento e modifica, e per dare impulso a regole più soddisfacenti anche dal punto di vista etico e sociale gioca un ruolo fondamentale l'opinione pubblica che può essere promossa dalla stampa internazionale. Si

pensi al caso della pena di morte; è stato un movimento di opinione pubblica internazionale a portare l'assemblea generale delle Nazioni Unite ad una raccomandazione per la moratoria della

pena di morte. In un'ottica storica lunga si può vedere il sorgere di un obbligo internazionale all'abolizione della pena di morte. Così in altri settori. L'opinione pubblica internazionale può incidere sul diritto internazionale solo in via indiretta premendo sui governi perchè imprimano sul

piano internazionale una modifica del diritto internazionale. È necessario che questo impulso si generalizzi nella quasi totalità degli Stati. Solo quando la comunità internazionale nel suo insieme

realizza un certo obiettivo, si può pensare che si sia formata la nuova regola. Questo significa che in un determinato momento storico l'ordinamento internazionale dipende dai rapporti di forza tra gli

Stati: se un gruppo di Stati è capace di imporsi sugli altri è perchè ha la forza di indurre questi

ultimi ad accettare rapporti diversi.

L'EFFETTIVITÀ

Il terzo carattere del diritto internazionale, dopo la peculiarità dei soggetti e la responsabilità collettiva, è il principio di effettività. Esso significa che il diritto internazionale è fondato su

rapporti effettivi, radicati nelle relazioni reali tra gli Stati. Non si fondato sull'etica e sulla ragione (come si pensava in epoca giusnaturalista). Nell'ordinamento internazionale una regola è giuridica

se è effettiva ed è effettiva se fondata sulla realtà, cioè osservata. Il diritto internazionale riflette i rapporti di forza tra gli Stati, innanzitutto la forza militare. L'esempio più significativo è la nascita delle Nazioni Unite che sorgono all'indomani della seconda guerra mondiale su iniziativa dei paesi

vincitori. Sono essi che scrivono la Carta delle Nazioni Unite e i 5 Stati vincitori principali (USA, Inghilterra, Francia, Cina e Russia) e si attribuiscono il seggio permanente in Consiglio di sicurezza

con diritto di veto. Quel diritto internazionale che oggi è gran parte del diritto internazionale, che è la Carta delle Nazioni Unite, è scritto dagli stati vincitori della guerra. Questo tende a enunciare e poi cristallizzare i rapporti di forza dal momento che esso li mantiene nel tempo. I rapporti di forza

sono anche rapporti di forza economica. L'OMC impone la globalizzazione anche agli altri in quanto essi sono economicamente più forti. Non si deve però trascurare il ruolo che può assumere la

forza etica. Tramite le organizzazioni non governative infatti si può far leva sui governi che almeno nei regimi democratici necessitano del consenso della popolazione. Le esigenze etiche e morali possono trovare sbocco sul piano internazionale tramite le grandi organizzazioni internazionali

(come l'assemblea generale delle Nazioni Unite). Occorre però, perchè i principi alternativi della forza etica si traducano in regole, che i primi siano accolti dalla maggioranza degli Stati.

L'ASSENZA DI ORGANI CENTRALIZZATI

Il ruolo dell'effettività nel diritto internazionale è enfatizzato da un altro carattere fondamentale della comunità internazionale, ossia l'assenza di organi centralizzati per la produzione, per l'accertamento giudiziale e per l'attuazione coattiva del diritto. Non esiste un legislatore e un giudice

precostituito, non esiste un organo di polizia che faccia rispettare il diritto internazionale.

Per quanto riguarda il primo aspetto, la produzione del diritto, non c'è autorità sovraordinata agli Stati. Quando il mondo era bipolare per il conflitto tra Usa Urss, pur nella netta contrapposizione tra le due superpotenze, alcune convergenze di interessi si realizzavano. Esempio era la convergenza

sul monopolio dell'energia nucleare ai fini militari. Negli anni '60 Usa e Urss tesero ad attribuirsi questo monopolio escludendo altri Stati attraverso due Trattati. Il primo del '63 sul divieto degli

esperimenti nucleari nell'atmosfera, in un momento in cui esperimenti di tal tipo erano necessari per la realizzazione e il perfezionamento della bomba atomica. Questo divieto era posto dalle potenze perchè gli alti Stati non raggiungessero quel livello tecnologico cui essi erano arrivati (per loro gli

esperimenti nell'atmosfera non erano più necessari). Questo Stato non è stato accettato da alcuni Stati come la Francia, così l'India e il Pakistan. Quindi non esiste la possibilità degli Stati di imporre

il diritto. Così nel Trattato del '68 sul divieto di proliferazione di armi nucleari. Usa e Urss pretesero di non consentire la diffusione di armi nucleari ad altri Stati. Anche qui la mancata accettazione del trattato del '68 dimostra come le due potenze non siano riuscite ad imporsi su tutti gli Stati.

Si può dire che le nazioni unite siano un legislatore? Qualcuno sostiene che queste abbiano modificato la struttura del diritto internazionale e che quindi questa organizzazione funga da legislatore. Questa tesi è difficilmente accettabile perchè anche le Nazioni Unite si fondano

sull'accordo dei Trattati. Solo perchè alla base delle regole c'è accordo tra gli Stati, le Nazioni Unite funzionano. Alla base c'è un Trattato internazionale secondo il quale uno Stato può uscire, essere espulso. Se viene adottato un atto del Consiglio di sicurezza che vincola tutti gli Stati, quest'atto

viene accettato dai 15 Stati che compongono il consigli di sicurezza. Un articolo dello Statuto, il 41, tuttavia rende quell'atto vincolante per tutti. Quindi alla base c'è il Trattato tra gli Stati membri.

Allora si può dire che le Nazioni Unite siano uno strumento in mano agli Stati per le attività che gli Stati membri ritengono di poter portare avanti. Tutto ciò non vuol dire che nel diritto internazionale non esistano regole, ma che esse sono formate in maniera diversa. Nel diritto internazionale il

principio è quello dell'autonomia. Non diritto eteronomo, ma che gli Stati nel loro insieme si danno. Fenomeno che si vede principalmente nei Trattati.

Sotto il secondo profilo, accertamento del diritto rispetto a situazioni di controversie, nel diritto internazionale si distinguono due tipi di controversie: giuridiche e politiche. Le seconde attengono alla modifica del diritto esistente. Esse si realizzano quando uno Stato pretende rispetto ad altri Stati

la modificazione del diritto esistente. Le seconde attengono all'interpretazione e all'applicazione del diritto esistente. Quando uno Stato pretende l'applicazione o l'interpretazione in maniera contrastante con quella di un altro Stato.

Quando nasce una controversia giuridica tra gli Stati non esiste la possibilità di adire unilateralmente un giudice per ottenere una sentenza, tuttavia esistono sentenze nel diritto internazionale. Infatti questa possibilità si crea attraverso l'accordo tra gli Stati. Nel diritto

internazionale si afferma un principio fondamentale. Il giudice internazionale avrebbe natura di arbitro. Egli fonda la propria giurisdizione sulla base di un accordo tra le parti in controversia. Nella prassi internazionale si sono affermate tipologie di accordi con cui si sono definiti gli arbitri e le

loro competenze: sono il compromesso arbitrale, la clausola compromissoria (non completa o completa), il trattato generale di arbitrato (non completo o completo) e infine clausola opzionale o

facoltativa.

Il compromesso è un accordo che viene stipulato fra gli Stati parte della controversia con riferimento ad una controversia già in essere con cui gli Stati deferiscono ad un arbitro la competenza a risolvere la controversia già in atto con una sentenza giuridicamente vincolante.

L'arbitrato isolato è un compromesso arbitrale con cui gli Stati attribuiscono ad un singolo, tradizionalmente ad un capo di stato terzo la competenza giurisdizionale ad emettere una sentenza

vincolante. Questa forma di arbitrato isolato è una formula storicamente antica che non è estranea nemmeno alle epoche più recenti. Nel 1971 in occasione di una controversia fra l'Argentina e il Cile sul canale di Bicorn, i due Stati attribuirono alla Regina d'Inghilterra la competenza a dirimere la

controversia e la Regina d'Inghilterra emise una sentenza dando ragione al Cile. Anche negli anni '70 abbiamo avuto dunque fenomeni classici di questo tipo. Gli Stati con questo trattato di

compromesso individuano l'organo e anche le regole di procedura su come assumere le prove, come svolgere la fase scritta...

Abbiamo poi una prima evoluzione dei meccanismi internazionali di risoluzione in cui sorge la clausola compromissoria nella forma di clausola inserita in un accordo. Si tratta di una clausola che

prevede la soluzione di controversie che si possono in futuro formare sull'applicazione del trattato. È definita non completa perchè essa crea soltanto un obbligo de contrahedndo cioè un obbligo di

stipulare un accordo con cui individuare l'arbitro, determinarlo... Qualcuno (tra cui Conforti) individua la nascita di questo strumento nel 1899 con la Corte permanete di arbitrato che contiene un elenco di nomi per facilitare la scelta dell'arbitro. Questa Corte esiste tutt'oggi.

Successivamente si realizza un ulteriore passaggio con la clausola compromissoria completa che si caratterizza per consentire alle parti in controversia relativamente all'accordo in cui è contenuta di adire unilateralmente il giudice internazionale. Non esiste l'obbligo de contrahendo. Sempre

clausola che si riferisce a controverse future relative a quell'accordo in cui è inserita. Essa è coincidente con la nascita del Corte permanete di giustizia internazionale (1920/21) che opera tra le due guerre e che emette sentenze importanti ancora oggi richiamate. Oggi è stata sostituita dalla

CIG, organo dell'Onu.

Gli Stati hanno poi pensato ad accordi più generali, come il Trattato generale di arbitrato che riguarda le regole sulle controversie future aventi carattere generale. Anche il Trattato generale di

arbitrato si è distinto tra non completo e completo. Quello completo consente di adire unilateralmente il giudice da parte di uno degli Stati facenti parte del trattato, l'altro obbliga gli Stati

a stipulare un accordo di compromesso (certo si tratta di un percorso più complesso rispetto al primo in quanto potrebbero sorgere contrasti in merito alla scelta dell'arbitro..., però c'è l'obbligo di contrarre). Il Trattato generale di arbitrato completo normalmente individua anche il giudice a cui

rivolgersi.

L'ultimo strumento è il pi perfezionato: si tratta della clausola opzionale, contemplata dall'art. 36 par. 2 dello Statuto della Corte internazionale di giustizia (già dello Statuto della Corte permanente

di giustizia). La clausola opzionale è dichiarazione unilaterale con cui uno Stato accetta preventivamente la competenza della Corte internazionale rispetto alle controversie che possono sorgere con gli altri Stati che abbiano fatto la medesima dichiarazione. È un modo diverso per

concludere un accordo fra gli Stati. La dichiarazione unilaterale può essere sottoposta a varie condizioni. Uno Stato può emettere la dichiarazione unilaterale accettando la giurisdizione della

Corte a condizione che altri Stati abbiano fatto la medesima dichiarazione. É una clausola facoltativa: uno Stato può inserirla o no e quindi la dichiarazione essere condizionata o incondizionata. Lo Stato può dichiarare di accettare la competenza della Corte relativamente a certe

competenze. Ogni Stato può escludere a sua discrezione materie dalla competenza della Corte con la dichiarazione unilaterale. Attualmente sono 70 gli Stati che hanno fatto questa dichiarazione. Non

l'ha fatta l'Italia, l'ha fatta l'India.

Tutti questi meccanismi portano ad una sentenza giuridicamente vincolante. Che si arrivi alla sentenza internazionale attraverso una qualunque di queste modalità, è la stessa. Non esistono organi centralizzati precostituiti dunque nemmeno nella fase di accertamento del diritto. La

dichiarazione poi può essere revocata dagli Stati e quindi lo Stato può sottrarsi per motivi di opportunità.

Per quanto riguarda l'attuazione coattiva del diritto l'ordinamento della comunità internazionale non conosce un meccanismo super partes, autoritativo. Tutto è affidato ai meccanismi di autotutela. Ciò che negli ordinamenti interni è eccezione (autotutela come legittima difesa), nel diritto internazionale è la regola. Le misure di autotutela hanno ottenuto dei limiti come il divieto dell'uso

della forza salvo alcune ipotesi. La dottrina si divide sulla funzione dell'autotutela, quella tradizionalistica esprime un'idea sanzionatoria per lo Stato inadempiente; più recentemente si ritiene

che la funzione sia di indurre lo Stato che ha commesso l'illecito a mettersi in regola con la cessazione dell'attività illecita, la riparazione del danno, il risarcimento... (reintegrazione dell'orine giuridico violato, Conforti). Quali sono le forme di autotutela? La prima è la rappresaglia,

denominata in termini più contemporanei contromisura. È un atto per sua natura illecito, reso lecito per il diritto internazionale dall'illecito di un altro Stato. Queste rappresaglie hanno dei limiti.

Divieto dell'uso della forza (lo vita la Carta Onu); divieto di ledere i principi fondamentali del diritto internazionale (ius cogens); proporzionalità (lo Stato è legittimato a rispondere in via di rappresaglia violando la stessa regola).

Ritorsione: atto inamichevole ma internazionalmente lecito. Le forme di ritorsione sono molteplici. Quello che è fondamentale è che l'atto di ritorsione non violi le regole internazionali. Esempio è la rottura delle relazioni diplomatiche. Non c'è infatti un obbligo per gli Stati di intrattenere relazioni

diplomatiche. L'obiettivo è quello di indurre lo Stato che ha commesso l'illecito a conformarsi di nuovo al diritto internazionale. Ritorsione può essere anche cessazione di aiuti economici quando non ci sia la violazione di un trattato che obbliga uno dei due stati a concedere aiuti. In qual caso si

tratterebbe di rappresaglia.

Più complessa l'ulteriore forma di autotutela che è la legittima difesa. Per il diritto internazionale classico (che arriva sostanzialmente al '45 con la nascita delle Nazioni Unite) ammette la legittima

difesa preventiva di un atto illecito attuale e immediato. Il diritto internazionale classico la prevedeva anche mediante mezzi implicanti l'uso della forza bellica. Pensiamo ad Israele che nel

'67, minacciato di attacchi da parte di alcuni paesi arabi prevenne tali attacchi con la guerra dei sei giorni che portò Israele a conquistare il Sinai, la Cisgiordania e le alture di Golan. La Cisgiordania è stata poi restituita all'Egitto. Ancora gli Stati Uniti e l'Inghilterra che intervennero contro l'Iraq

supponendo che esso fosse detentore di armi di distruzione di massa. Alcun Stati (come gli Stati Uniti) sono legati a questo tipo di legittima difesa (c.d. dottrina Bush). Ma gli altri Stati e la

maggioranza della dottrina ritiene che dopo le Carta delle nazioni unite la legittima difesa sia lecita solo mediante atti non implicanti l'uso della forza. Quali possono essere atti che non implichino l'uso della forza? L'esempio più sintomatico è la condizione di reciprocità (comportamenti

corrispondenti in situazioni similari). Nelle preleggi al c.c. abbiamo un esempio di condizione di reciprocità che funziona da condizione preventiva. Art. 16: uno straniero gode dei diritti civili a

condizione di reciprocità (la Corte cost. ha ristretto la portata di questa disposizione escludendo la sua applicazione ad alcune categorie di diritti diritti in ambito di lavoro e forse anche proprietà...). Questa norma ha valore promozionale all'estero di concedere diritti ai cittadini italiani all'estero

affinchè i propri godano di quegli stessi diritti. Esempio analogo è l'art. 55 della Cost. della Repubblica Francese (la Francia osserva i Trattati con un rango addirittura superiore della legge a condizione di reciprocità, ossia se gli altri Stati osservano il Trattato). Altra forma di autotutela che

non implica l'uso della forza. Si ricordi poi qualunque misura economica.

Si può mai parlare dunque, di legittima difesa con l'uso della forza armata? Il diritto internazionale mette per iscritto (art. 2 Carta Onu) una regola consuetudinaria che è il divieto dell'uso della forza.

L'art. 51 afferma che l'uso della forza è consentito in risposta ad un atto illecito altrui. Quindi non si può parlare propriamente di legittima difesa, mancando la preventività. Qualche interprete facendo

leva sul termine “diritto naturale all'autotutela” ha tentato di riacquistare la tesi del diritto internazionale classico per il tramite di questa norma, ma il fatto che poi la disposizione prosegua dicendo “quando è sottoposta all'attacco” esclude questa interpretazione. Tuttavia possono

presentarsi situazioni di confine. La legittima difesa può essere individuale o collettiva.

L'art. 51 continua affermando che “è consentito (l'uso della legittima difesa mediante forza armata in risposta) fintanto che il Consiglio di sicurezza non abbia assunto la necessaria soluzio ne”.

Accade spesso che il Consiglio di sicurezza difficilmente può fermare con tempestività atti di aggressione, arriva di solito in ritardo. Questo tipo di legittima difesa (ai sensi dell'art. 51 della Carta) è in realtà da un punto di vista strettamente tecnico una forma di contromisura, di

rappresaglia.

Questi mezzi di autotutela sono gli strumenti con cui gli Stati tendono a garantire l'applicazione del diritto. Dunque in mancanza di organi centralizzati la comunità internazionale è una comunità

divisa, disomogenea. In una comunità di tal tipo, pochi sono i valori giuridici condivisi. Poche sono le regole, il resto si incentra sui trattati.

LA NECESSITÀ DEGLI ORDINAMENTI GIURIDICI INTERNI

Ultimo carattere del diritto internazionale è la necessità di avvalersi degli ordinamenti giuridici nazionali. Il diritto internazionale deve avvalersi necessariamente degli ordinamenti giuridici degli Stati perchè esso abbia attuazione completa. Pone diritti e obblighi agli Stati. Gli organi statali sono

regolati dall'ordinamento giuridico statale. Se c'è difformità fra diritto internazionale e norme intere, il primo rimane inapplicato. È quindi necessario che lo stato contenga un meccanismo per

incorporare, trasformare il diritto internazionale in diritto interno e vada a regolare la vita giuridica interna dello Stato. Accade nel 1925 che si stipula una convenzione a Ginevra che vieta l'uso di armi chimiche nei conflitti armati. Perchè sia osservato dagli organi militari di ciascuno Stato

occorre che il diritto degli Stati imponga il divieto di far uso delle armi chimiche da parte dei militari. Pensiamo ancora all'immunità degli ambasciatori (carenza di giurisdizione da parte dei

giudici). Si deve trovare la fonte interna che consente questa esenzione. Ciascuno Stato ha propri meccanismi per l'incorporazione del diritto internazionale in diritto interno. In Italia l'art. 10 della cost per il diritto consuetudinario, leggi specifici per i singoli trattati. Gli Usa attribuiscono

rilevanza diretta ai trattati in virtù dell'art. 6 Cost.

I SOGGETTI

GLI STATI

Il diritto internazionale ha come soggetti di base gli Stati. Se gli Statti sono soggetti necessari del diritto internazionale, il problema da affrontare è quando esistono i presupposti per poter definire un ente come Stato. A quel punto è automaticamente soggetto di diritto internazionale. Alcuni

sostengono che il diritto internazionale abbia una regola per definire quando sussiste uno Stato. Questa regola, se esistesse, dovrebbe logicamente essersi formata prima della nascita degli Stati.

Altri sostenono che bisognerebbe guardare all'insieme delle regole del diritto internazionale. La convenzione di Montevideo del 1933 sui diritti e obblighi degli Stati all'art. 1 definisce cosa si deve intendere per Stato soggetto di diritto internazionale.

Occorrono 4 requisiti. Ci deve essere una popolazione stabile; il territorio; l'apparato di governo che eserciti le funzioni e i poteri sovrani in quell'ambito territoriale, sulla popolazione in termini effettivi; l'indipendenza da parte di questo ente rispetto ad altri enti. Una sovranità non esietee come

assolutamente indipendente dalle influenze politiche, economiche... Tuttavia quando uno Stato ha un suo ordinamento giuridico originario, non imposto da altri, esso può essere considerato

indipendente. L'Urss con il patto di Varsavia aveva un'influenza dominante su Romania, Polonia, Ungheria, ma nessuno negava che essi fossero soggetti di diritto internazionale. Occorre dare una definizione sintetica di Stato che riassuma questi quattro requisiti: per Stato si intende

un'organizzazione di governo di una comunità territoriale dotata di effettività e indipendenza. Orientamento fatto proprio dai vari organi giurisdizionali. Sull'acquisto della soggettività

internazionale non ha rilievo il riconoscimento che possono fare altri Stati.

IL RICONOSCIMENTO DI UNO STATO

Il riconoscimento è l'atto con cui uno Stato già membro della comunità internazionale dichiara di accettare un altro nuovo Stato della comunità internazionale. Si era affermata la teoria del riconoscimento costitutivo. Esso creava la soggettività internazionale dello Stato nuovo. Questa

teoria esisteva sotto il profilo bilaterale o unilaterale. Dal punto di vista logico secondo alcuni la teoria del riconoscimento è contraddittoria perché se il riconoscimento è bilaterale, lo Stato

riconosciuto per avere la capacità di stipulare l'accordo è già considerato Stato e ance se il riconoscimento è unilaterale, si presuppone la soggettività dello Stato riconosciuto in quanto destinatario del riconoscimento.

La teoria del riconoscimento costitutivo non è avvalorata poi nemmeno dalla prassi. Possiamo avere riconoscimento de facto e de iure, riconoscimento di stato e riconoscimento di governo, infine riconoscimento espresso e implicito. Il riconoscimento non ha efficacia giuridica costitutiva, ma

politica. Il riconoscimento è solo atto di accettazione politica delle relazioni diplomatiche con quello Stato.

Prendiamo il riconoscimento di Israele (che sorge nel 1948 con la proclamazione unilaterale del nascere dello Stato di Israele). La concentrazione della popolazione ebraica nella Palestina avviene

nella prima guerra mondiale. L'Inghilterra aveva la necessità di allearsi con i paesi arabi in funzione anti-Impero Ottomano e di attrarre in guerra gli Stati Uniti (tramite la pressione della lobby ebraica)

a fianco del Regno Unito. Nel 1917 il Ministro degli esteri britannico fa una dichiarazione con cui afferma di voler costituire in Palestina un focolare domestico per gli ebrei che volessero ritornare in Israele per costituire una comunità. La Palestina era allora sotto l'occupazione inglese. Tra la prima

e la seconda guerra mondiale infatti il Regno unito favorì il ritorno degli ebrei in Palestina. Quando alla fine della seconda guerra mondiale si prospetta l'abbandono da parte del Regno Unito del

territorio palestinese per le contestazioni e le sommosse, si pone il problema del destino della Palestina. L'assemblea generale delle Nazioni Unite avvertita di questo rischio adotta una lungimirante risoluzione, la 181/1947 con cui configura due Stati autonomi e indipendenti, lo Stato

ebraico e lo Stato palestinese e uno status internazionale di Gerusalemme come città delle molteplici religioni. Questa risoluzione delle Nazioni Unite non viene accettata dal mondo arabo.

Israele temendo le reazione dei paesi arabi, proclama unilateralmente l'indipendenza il 15 maggio 1948. Gli stati occidentali a partire dagli Usa riconobbero subito Israele con un riconoscimento de facto. Dopo le elezioni democratiche sarebbe arrivato anche il riconoscimento de iure. Infatti nel '49

arriva anche il riconoscimento de iure sulla base di un parametro (le elezioni democratiche) assunto dagli Stati occidentali come necessario per il riconoscimento stesso. Il Regno Unito ha provveduto

solo nel 1950 al riconoscimento de iure prendendo come parametro il consolidamento di una determinata situazione. Quindi il riconoscimento va visto nell'ottica della politica dello Stato che riconosce (criteri di democraticità o stabilità nel tempo). Questa distinzione (r. de facto e de iure) è

stata fortemente contestata dai paesi in via di sviluppo e in particolare dalla dottrina di un diplomatico messicano di nome Estrada perchè questa distinzione implica un'ingerenza dello Stato

che riconosce nei confronti dello Stato oggetto di riconoscimento. Lo Stato che riconosce prima de facto in attesa che adempia a... implica una valutazione dell'ordinamento giuridico e dell'assetto istituzionale dello Stato riconosciuto il quale può avvertire questo comportamento come

un'ingerenza negli affari interni. E infatti questa via di riconoscimento prima de facto e poi eventualmente de iure è andata diminuendo fino poi a scomparire. Nella prassi recente abbiamo

avuto invece riconoscimenti prematuri, i quali anche possono costituire ingerenza negli affari interni.

Abbiamo ancora nella prassi internazionale il riconoscimento dello Stato e quello del governo. Il primo si ha quando si riconosce uno Stato nuovo (Kossovo 2008, Sud-sudan 2011); il secondo

sottolinea ancora di più la valenza politica dell'atto di riconoscimento. Si tratta di apprezzare la

forma di governo di uno stato già riconosciuto (Libia 2011, c'è il riconoscimento del nuovo governo della Libia; governo Vaduro in Venezuela nel 2013, riconosciuto dalla Spagna, disconosciuto dagli

Usa). La dimensione politica si spinge fino ad arrivate all'atto opposto che è il disconoscimento, quando ci sono governi che si instaurano in maniera rivoluzionaria (governo Pinochet, con l'uccisione di Allende).

Poi abbiamo nella prassi anche un altro elemento distintivo: il riconoscimento espresso, che è l'atto con cui uno Stato dichiara di instaurare relazioni diplomatiche con un altro Stato (riconoscimento da parte degli Usa della Cina popolare nel 1978 e contemporaneo disconoscimento di Taiwan; fu

aperta la delegazione diplomatica a Pechino e ritirata a Taiwan. Nonostante che gli Usa e molti Stati abbiano provveduto a riconoscere formalmente la Cina come unico soggetto nessuno può negare la

soggettività internazionale di Taiwan e di Formosa, considerandole terrae nullius nonostante che la Cina tenda ad incorporare Formosa. Riconoscimento esplicito si è avuto anche nei confronti del Kossovo che dal 2008 è stato riconosciuto dai paesi occidentali a non dai paesi dell'ex Jugosalvia e

dalla Russia. Nei confronti del Sud-sudan non abbiamo riconoscimenti espressi ma solo impliciti con scambi di ambasciatori. In questo caso si intende che ci sia un riconoscimento implicito. Questa

prassi internazionale ci conferma che esso ha natura politica e che esso non influisce sulla soggettività dello Stato che è acquisita in modo automatico in presenza dei quattro presupposti.

La prassi del riconoscimento ha avuto ulteriori sviluppi che s sono registrati al momento della dissoluzione di Jugoslavia e Urss. La prassi che caratterizza questa dissoluzione ha importato una

novità sotto il profilo procedurale: il riconoscimento sulla base di una iniziativa Ue è stato sottoposto ad una procedura (burocratizzazione del riconoscimento). Nel 1991 i Ministri degli esteri

dell'Ue, quindi il Consiglio in formazioni affari esteri, adotta due orientamenti di politica estera. Con il primo dichiara di subordinare il riconoscimento degli Stati in questione ad alcuni parametri di democrazia e stato di diritto e libertà fondamentali. Con una seconda direttiva di orientamento i

Ministri degli esteri dell'Ue chiedono che gli Stati sorti presentino una domanda di riconoscimento agli Stati dell'Ue. Tendenza che innova la prassi del riconoscimento, tant'è vero che sono sorte

questioni giuridiche sulla natura del riconoscimento sulla base di queste direttive. È diversa a questo punto la natura giuridica del riconoscimento? Il problema fu presente all'Ue, la quale nominò una commissione presieduta da un costituzionalista francese per avere pareri sulla procedura. La

commissione affermò che la combinazione di questi due orientamenti dei Ministri degli esteri produceva rispetto all'atto di riconoscimento una qualifica giuridica innovativa prevedendo che il

riconoscimento avesse efficacia dichiarativa rilevante sotto il profilo giuridico. Quindi non riconoscimento con efficacia costitutiva nè mero atto politico. Quale effetto giuridico deriva dall'attribuire efficacia dichiarativa al riconoscimento? Lo stato che compie il riconoscimento si

trova in una situazione di autolimitazione della propria politica e non può disconoscere gli atti giuridici e i comportamenti dello Stato che ha riconosciuto.

C'è da ricordare che la dissoluzione dell'Urss ha prodotto un altro tipo di prassi realizzatasi con i paesi baltici Estonia, Lettonia e Lituania, che furono occupati dai nazisti e poi dall'Urss e rimasti sotto ad essa fino al '91. Quando essa si dissolve, questi tre Stati acquistano l'indipendenza. Ci si aspetta che gli Stati occidentali corrano a riconoscere questi tre neo-stati, invece, per sottolineare

l'illiceità dell'occupazione nazista e poi soprattutto sovietica, gli Stati occidentali li riconoscono come Stati non nuovi ma risorti. Per quanto riguarda la Russia dopo la dissoluzione dell'Urss non è

stata oggetto di riconoscimento come nuovo Stato. Nei confronti della Russia si è affermata l'idea della continuità rispetto all'Unione sovietica. Si è considerata la Russia come erede dell'Urss.

ALTRI SOGGETTI

Sulla base di quali criteri si determina la soggettività sul piano internazionale di altre entità? Dobbiamo tener presenti i caratteri fondamentali degli Stati. Gli altri soggetti devono essere collegabili ai requisiti propri degli Stati, quali indipendenza, effettività.

Altri enti a carattere territoriale ed entità non territoriali. I primi configurano ipotesi più classiche, le seconde, ipotesi più contemporanee come le organizzazioni internazionali.

La prima entità sono i governi in esilio. Fenomeno legato ai conflitti bellici. Durante al seconda guerra mondiale Olanda, Belgio e Francia avevano governi in esilio a Londra. Di fronte

all'occupazione dell'esercito straniero si realizzano governi in paesi neutrali o alleati. Sono soggetti di diritto internazionale questi? No perchè mancano di entrambi i requisiti, dell' indipendenza perchè sono ospiti di un governo straniero e possono realizzare relazioni internazionali solo nella misura in

cui il governo ospite glielo consente; dell'effettività perchè non hanno poteri di imperio sulla popolazione e nel territorio.

Per la Francia la questione è leggermente differente. Le truppe tedesche non occuparono tutte le colonie francesi che rimasero sotto il governo di De Gaull con sede a Londra e allora qualcuno ha sostenuto che questo non abbia fatto venir meno l'effettività del governo in esilio, ma si badi bene si

trattava del governo non sulla madrepatria, ma su alcune colonie francesi. Ciò mette in rilievo comunque il requisito dell'effettività.

I governi fantoccio, cioè quelli creati dallo Stato occupante nel territorio dello Stato occupato, sempre in occasione di eventi bellici (esempio governo di Vichit guidato da Petin, Repubblica di

Salò in Italia). Questi sono anche denominati governi Quisling perchè in Norvegia durante l'occupazione nazista i tedeschi crearono un governo fantoccio con un presidente che aveva questo

nome. Governo fantoccio è anche considerato il governo della Repubblica di Cipro Nord. Nel 1974 la Turchia occupa la parte nord di Cipro per evitare che a Cipro si affermasse un regime troppo vicino alla Grecia e quindi prendesse il predominio la componente greco-cipriota. La Turchia pone

un governo in Cipro nord. Lo si considera governo fantoccio tanto è vero che ci sono sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo che imputano alla Turchia gli atti illeciti in violazione dei diritti

dell'uomo compiuti da Cipro nord. La rilevanza giuridica del governo fantoccio come si vede non è secondaria, in quanto gli atti del governo fantoccio si imputano allo Stato controllante.

Il discorso prosegue escludendo la soggettività internazionale degli Stati membri di una federazione; l'unico soggetto è lo Stato federale (svizzera, Germania, Austria, Usa). La struttura

federale è caratterizzata dall'elemento secondo il quale gli Stati membri hanno competenza legislativa residuale, rispetta a quella dello stato federale (rapporto invertito negli stati regionali

come l'Italia). La competenza degli Stati membri è dunque ampia ed è talvolta estesa alla negoziazione e alla stipulazione di accordi internazionali. Ecco il problema (è il caso dei cantoni svizzeri). Ciò induce ad ipotizzare che gli Stati membri di una federazione abbiano una soggettività

internazionale. Ma a ben guardare non è accettabile questa soluzione perchè quando uno Stato membro conclude un accordo con lo Stato terzo normalmente si attribuisce la stipulazione allo Stato

federale, come se il primo fosse uno degli organi del secondo e quindi, al pari degli altri organi, capace di stipulare accordi la cui attività è imputata però allo Stato. Qualcuno fa valere anche la rilevanza del Trattato istitutivo della federazione che è anch'esso trattato internazionale e perciò si

confermerebbe la tesi che gli Stati siano soggetti di diritto internazionale. A ciò si può però controbattere che, è vero che all'origine dello Stato federale vi è sovente un trattato internazionale,

ma al momento in cui il trattato viene attuato ed applicato, esso perde la su efficacia di trattato e diventa la Costituzione dello Stato. C'è una riprova effettiva della tesi per cui si debba legare la

soggettività allo stato federale e non ai suoi membri: infatti quando quest'ultimo assume un

atteggiamento contrario al diritto internazionale, la responsabilità internazionale è imputata allo Stato federale. E quindi questo atteggiamento degli altri Stati è elemento decisivo per risolvere la

questione.

Altro discorso la confederazione. In essa abbiamo fenomeno uguale ed opposto. I soggetti di diritto internazionale sono gli Stati membri della confederazione e non la confederazione. Cosa

contraddistingue la confederazione tra Stati? È un'unione internazionale fra gli Stati membri per raggiungere scopi comuni (politica estera, di difesa...) mediante organi comuni. L'attività posta in essere dagli organi comuni della confederazione è imputata a ciascun membro della confederazione

e non ad essa stessa. Il fenomeno delle confederazione è fenomeno tendenzialmente transitorio verso le federazione ed è fenomeno datato. Oggi confederazioni non se ne registrano, se non forse

in un caso. Storicamente possiamo ricordare la confederazione della Svizzera fra il 1815 e il 1848. I Cantoni autonomi ed indipendenti dopo la pace di Westfalia si uniscono in confederazione per poi divenire federazione. Altro esempio gli Usa, confederazione fino al 1787 (Convenzione di

Filadelfia). L'unica ipotesi attualmente possibile è la comunità di Stati indipendenti (CSI) sorti per volontà della Russia in seguito all'estinzione dell'Urss nell'89. Gli ex membri di quest'ultima

costituiscono forse una sorta di confederazione. Forse perchè non esercita poteri effettivi tali sul piano internazionale da poter dire che dispone di organi a sé stanti.

Per quanto riguarda i piccoli Stati (vedi San Marino, Principato di Monaco, Seichelles), essi hanno secondo alcuni un'indipendenza molto relativa (per motivi di potenza economica e per motivi

geografici, come è il caso di San Marino o il Principato di Monaco). Si può invece ritenere che questi piccoli Stati siano comunque soggetti di diritto internazionale in quanto i requisiti si trovano

in forma attenuta anche in questi piccoli Stati. Il requisito dell'indipendenza, per loro il più critico, sarebbe comunque sa essi posseduto, come dimostra la partecipazione come membri alle Nazioni Unite, e il fatto che stipulino trattati internazionali. Non sempre, ad esempio, l'Italia ha avuto la

forza di imporre certe misure a San Marino. Ancora, questi piccoli stati hanno normali relazioni diplomatiche con gli altri Stati.

Tema più complesso quello dei movimenti insurrezionali (pensiamo alle situazioni in Siria, Libia, Somalia). Sul piano della soggettività internazionale questi insorti talvolta riescono ad avere due requisiti che permettono di attribuire loro soggettività: la struttura di governo che fa esercitare un potere effettivo e la struttura che controlla effettivamente una parte di territorio. La sua struttura di

governo su un certo territorio esclude il potere di governo dello Stato contro cui viene esercitata l'attività insurrezionale. Si tratta di una soggettività acquisita in modo automatico. Lo scopo di

questi movimenti storicamente è di due tipi: rovesciare il governo in carica (guerra civile spagnola dal '36 al '39, dove il movimento falangista di Franco si sostituì al governo centrale; Cina, 1949 quando il movimento comunista di Mao sconfisse il Governo di Chan-Kai Sheck; Libia 2011,

movimento insurrezionale siriano contro il governo di Assad), oppure secessione dallo Stato (caso del Biafra, Bangladesh, Kossovo 2008, Sud-sudan 2011). Durante l'attività svolta dal movimento

insurrezionale possiamo per un certo periodo registrare la presenza di due soggetti sullo stesso territorio. Il movimento insurrezionale si estingue con successo o con la sconfitta. Nell'ipotesi di sostituzione, il movimento insurrezionale diventa responsabile sul piano del diritto internazionale

degli atti compiuti durante lo svolgimento dell'attività insurrezionale da esso stesso e dal governo precedente, eredita quindi l'attività dello Stato centrale. Se la secessione ha successo, lo Stato che

sorge dalla secessione, è responsabile sul piano internazionale solo per gli atti che esso ha compiuto. Se il movimento insurrezionale per la secessione viene sconfitto il governo centrale non risponde degli atti del movimento insurrezionale.

Conseguenze giuridiche della soggettività internazionale degli insorti. Innanzitutto il movimento insurrezionale può stipulare trattati, ma soprattutto al conflitto armato promosso dal movimento insurrezionale, quando esso acquista soggettività internazionale in presenza dei due presupposti si

applicano le regole del diritto internazionale umanitario dei conflitti armati di natura internazionale (si ha in sostanza un conflitto interno che si internazionalizza). È un corpo di norme costituito oggi essenzialmente da 5 strumenti. Le 4 convenzioni di Ginevra del '49 sui diritti umanitari promosse

dalla CRI. La prima riguarda il trattamento dei feriti e malati delle forze armate di terra, la seconda dei feriti e malati delle forze di mare, la terza il trattamento dei prigionieri di guerra e la quarta il

trattamento della popolazione civile. Queste quattro convenzioni sono state poi integrate dal un protocollo aggiuntivo del 1977 atto a disciplinare le guerre e i conflitti internazionali. La violazione grave delle norme delle 4 convenzione costituisce crimini di guerra. Questo corpo di norme viene

anche denominato ius in bellum. Qualcuno sostiene che perchè sia applicabile questo copro di nome occorre il riconoscimento di belligeranza dello Stato contro cui si lotta.

I movimenti insurrezionali sono responsabili anche se non hanno ratificato la convenzione (cosa che per lo più accade) in quanto questo corpo di norme è considerato alla stregua di norme consuetudinarie e quindi generalmente applicabile.

Gli Stati terzi di fronte ad una guerra civile hanno gli obblighi di rimanere neutrali. Se aiutano diventano parte del conflitto. Recentemente si è posto un altro problema, quello dell'intervento umanitario quando il movimento internazionale diventa oggetto di pesanti repressioni dello stato (quanto si è verificato nel '98-'99 in Kossovo, quando di fronte all'azione di repressione della Serbia

la Nato sferrò un attacco militare sulla Serbia favorendo il distacco del Kossovo affermando che la fonte di legittimazione dell'intervento fosse la necessità umanitaria; simile il caso di Gheddafi nel

2011 in Libia. Tuttavia mentre nel '98 l'intervento fu unilaterale della Nato, nel 2011 c'è stata la copertura di un'autorizzazione del Consiglio di sicurezza. Così che alcuni affermano illegittimo il primo intervento, legittimo il secondo. Gli Stati occidentali tendono a sostenere che in caso di

violazioni dei diritti dell'uomo, il divieto dell'uso della forza (art. 2 Carta) troverebbe un'ulteriore eccezione rispetto alla legittima difesa ex art. 51 della Carta: la protezione appunto della

popolazione civile dalle repressioni. Come s risponde solitamente? L'intervento per ragioni umanitarie è possibile solo se autorizzato dal Consiglio di sicurezza).

Quando il movimento insurrezionale non è soggetto di diritto internazionale (non avendo il controllo effettivo...), il diritto internazionale non se ne disinteressa, e detta una disciplina

umanitaria minima per i conflitti civili che non siano internazionalizzati e rimangano interni. Abbiamo infatti un art. 3 comune a tutte e quattro le Convenzioni di Vienna e un ulteriore

protocollo del 1977 espressamente dedicato alle guerre non aventi carattere internazionale. Sono regole tese a limitare l'azione bellica entro il rispetto dei valori minimi umanitari, purchè però il movimento si doti di un comando responsabile e svolga operazioni concertate e organizzate. Perchè

questo corpo di regole si preoccupa di mettere questi limiti ora detti? Per evitare che questo diritto si applichi a meri moti occasionali come sommosse, disordini interni. Si tratterà eventualmente in

tali casi di accertare il rispetto dei diritti dell'uomo, ma non del diritto internazionale applicabile ai conflitti armati.

I POPOLI E I MOVIMENTI DI LIBERAZIONE NAZIONALE: IL DIRITTO DEI POPOLI

ALL'AUTODETERMINAZIONE

Relativamente alla soggettività dei popoli e dei movimenti di liberazione nazionale, il problema nasce dal diritto di autodeterminazione dei popoli. Questa regola è in grado di imprimere soggettività internazionale ai popoli e ai movimenti che lottano per l'autodeterminazione (vedi

OLP)? Parliamo prima dei popoli.

Questa regola viene enunciata per la prima volta alla fine della prima guerra mondiale da Lenin nel 1916 e poi dal presidente Wilson nel 1918. Quando viene enunciata si profila una concezione di

autodeterminazione esterna intesa come indipendenza dal dominio coloniale e straniero (con aggiunta del divieto di interferenza negli affari interni) ed interna come diritto alla legittimità democratica del proprio governo. Le tesi di Lenin erano essenzialmente volte ad affermare

l'autodeterminazione esterna. Il mondo occidentale tendeva a sottolineare invece l'autodeterminazione interna. Si trattava allora però solo di enunciazioni politiche. Il primo atto

internazionale rilevante sotto questo profilo è la Carta atlantica del 1941 firmata da Churchill e Roosevelt su una nave nell'atlantico. Si pose subito il problema di interpretazione della Carta Atlantica. Churchill precisò subito che l'autodeterminazione significava indipendenza dei popoli

dalla dominazione dell'esercito del Terzo Reich e non incideva sulle colonie (di cui l'Inghilterra era piena). Nella Carta delle Nazioni Unite si parla dell'autodeterminazione dei popoli nell'art. 1 sui

principi generali e nell'art. 55 che dettaglia regole in ambito di cooperazione internazionale. L'art. 73 della stessa Carta tuttavia, che parla dei territori non autonomi (territori sottoposti a dominazione coloniale) afferma l'obbligo degli Stati “protettori” di promuovere l'autogoverno e non il principio

dell'autodeterminazione. Quindi nella Carta Onu troviamo indicazioni contraddittorie in quanto si tende a mantenere il regime coloniale pur ponendo come principio l'autodeterminazione.

L'interpretazione contestuale delle tre disposizione, l'estrapolazione del loro minimo comune denominatore porta alla conclusione che autodeterminazione dei popoli in quel momento storico ha come significato la non incidenza degli affari interni.

Il primo atto fondamentale si ha con la risoluzione 1514/1960 approvata dall'assemblea generale delle Nazioni Unite con astensione di Francia e Regno Unito (“Dichiarazione sulla concessione d'indipendenza ai popoli coloniali”). Questa risoluzione contiene quattro affermazioni fondamentali.

Si accoglie la concezione di autodeterminazione esterna come assenza di dominazione coloniale o dominazione straniera. In secondo luogo si afferma che questi due ultimi sono comportamenti in contrasto con la Carta delle Nazioni Unite. Passaggio evolutivo fondamentale. Il principio della non

ingerenza degli affari interni è il terzo principio (in realtà già noto, ma) riaffermato nella risoluzione. Il quarto principio afferma l'obbligo di rispettare l'integrità territoriale degli Stati

indipendenti e sovrani. Da quest'ultimo derivano a sua volta tre implicazioni: l'autodeterminazione così interpretata non può essere invocata per la secessione delle minoranze (nel senso che esse non la possono invocare e che uno Stato non può invocare l'autodeterminazione di una minoranza

facendola valere rispetto ad un altro Stato); non può essere invocata per modificare i confini; l'autodeterminazione è invocabile con dei limiti quando si applichi a popolazioni che occupino un

territorio contiguo ad un altro Stato, che abbiano una popolazione immigrata da un altro Stato (realtà di Hong Kong, Gibilterra, isole Falkland): ecco il principio dell'integrità territoriale. Qui se si potesse invocare l'autodeterminazione, si incentiverebbe il mantenimento del regime coloniale.

Tuttavia sorge l'obbligo per gli Stati di negoziare per risolvere la situazione.

Nel 1966 vengono stipulati due accordi importanti sui diritti dell'uomo. Patti universali sui diritti dell'uomo: il primo sui diritti civili e politici, il secondo sui diritti economici e sociali. In entrambi

all'art. 1 si riconferma l'autodeterminazione dei popoli in quanto non è concepibile l'affermazione dei diritti dell'uomo senza l'autodeterminazione effettiva.

Il passaggio successivo lo abbiamo nel '70 con un altra risoluzione, la 2625/1970 (dichiarazione sulle relazioni amichevoli fra gli Stati). Al punto 5 si occupa dell'autodeterminazione confermando

l'autodeterminazione esterna e aprendo verso l'autodeterminazione interna come indipendenza degli

Stati da domini a carattere razzista. Nel 1970 esistono due grossi problemi nella comunità internazionale, il regime sudafricano e la Rodesia, oggi Zimbabwe, dove si praticano

discriminazioni razziali. La risoluzione all'autodeterminazione esterna il diritto del popolo a liberarsi da un regime interno a carattere razzista. Questa risoluzione contiene una formula riassuntiva dell'autodeterminazione quando afferma che essa è realizzata quando in uno stato esiste

un governo che rappresenti l'intera popolazione senza discriminazione di razza, di religione e di colore. Questa stessa risoluzione indica anche gli sbocchi dell'autodeterminazione: 3 possibili.

L'indipendenza (pensiamo alla decolonizzazione africana); l'associazione ad un altro stato; l'integrazione.

La risoluzione del '70 riprende il limite dell'integrità territoriale. Questa è tuttavia garantita per gli

Stati che realizzano l'autodeterminazione in questi termini suddetti (democratico...). In molti casi si hanno comunque secessioni (vedi Kossovo). I diritto internazionale non offre base giuridica per queste secessioni, si ferma alle situazioni di dominio straniero, dominio coloniale e dominio

razzista. Nelle altre situazioni se la secessione avviene il diritto internazionale si limita a prenderne atto. Non la legittima, ma nemmeno la vieta.

Esaminiamo ora il contenuto della regola sotto il profilo dei diritti e degli obblighi. Gli Stati coloniali e razzisti hanno l'obbligo di concedere l'indipendenza, di non reprimere il movimento di liberazione che tende all'autodeterminazione. Se lo Stato coloniale e razzista lo reprime commette un illecito. Gli Stati terzi hanno l'obbligo di non aiutare lo Stato oppressore e il diritto di prestare

aiuto alla popolazione che esercita il diritto all'autodeterminazione. Cosa vuol dire aiuto? Tutti sono d'accordo sugli aiuti umanitari (alimenti, medicine...); per gli Stati socialisti e gli Stati in via di

sviluppo, gli Stati terzi hanno diritto di fornire aiuto con armi, i paesi occidentali hanno sempre negato che possa essere concesso un aiuto di tal genere. C'è l'obbligo per gli Stati terzi di rispettare l'integrità territoriale degli Stati che abbiano raggiunto l'autodeterminazione.

Si può dire in sostanza, tenendo conto di tutto questo, che il popolo sia soggetto di diritto internazionale? No in quanto la regola dell'autodeterminazione impone obblighi e diritti agli Stati. Il popolo è l'oggetto della protezione del diritto internazionale, non un suo destinatario.

Anche i movimenti di liberazione nazionale è discusso se possano essere soggetti di diritto internazionale (pendiamo l'organizzazione per la liberazione della Palestina). Possiamo anticipare che questi movimenti possono assumere lo status di soggetto di diritto internazionale quando sussistono 3 presupposti: apparato che promuove l'autodeterminazione dei popoli e che lotta per

l'autodeterminazione dei popoli. L'art. 1 par. 4 del primo protocollo aggiuntivo del 1977 (sopra citato) stabilisce che le nelle situazioni di conflitto internazionale classici sono compresi i conflitti

armati nei quali lottano contro la dominazione coloniale e l'occupazione straniera ed i regimi razzisti. Legittimazione della lotta armata per l'autodeterminazione. Secondo elemento, indice di soggettività internazionale dell'organizzazione è la stipulazione dei trattati interna zionali con altri

Stati. Il terzo è la capacità di avere un riconoscimento ed un ruolo presso le organizzazioni internazionali e in particolare nelle Nazioni Unite.

Nel caso dell'OLP si può riconoscere una soggettività internazionale (1964 nasce ad opera di alcuni partiti palestinesi come Al Fatah e il fronte nazionale palestinese. Nello stesso anno il movimento ottiene il riconoscimento della Lega araba. L'OLP nasce nella prospettiva di rivendicare i territori

che Israele si era attribuito con l'auto-proclamazione del '48. La prima non godeva di appoggio internazionale giacchè molti Stati avevano già proceduto al riconoscimento di Israele. La situazione si drammatizza quando nel '67 con la guerra dei sei giorni Israele conquista la Cisgiordania, Gaza,

le alture del Golan. Questa situazione trova il contrasto di molti paesi occidentali einfatti nel '74

l'Assemblea generale delle Nazioni Uniti ammette l'OLP come osservatore nell'Assemblea generale

e la stessa è ammessa come osservatore presso altre organizzazione. Nel '75 si ha un'importante risoluzione dell'assemblea generale, la 3375 con il quale l'assemblea riconosce che l'OLP è l'unico

rappresentante del popolo palestinese cui è riconosciuto il diritto all'autodeterminazione. Passaggio fondamentale che individua in questa organizzazione lo strumento titolare di promuovere la liberazione e la lotta per l'autodeterminazione. Nel 1988 l'Assemblea generale sostituisce la

denominazione OLP con quella Palestina sempre con il ruolo di potenziare il ruolo dell'autodeterminazione di questo popolo, tanto che nel 2012 l'ONU riconosce la Palestina come

Stato osservatore non membro. Problema: al di là della soggettività dell'OLP, nasce in seguito a questo orientamento, il problema della soggettività come Stato della Palestina. L'OLP ha avuto la capacità di concludere trattati internazionale:

 accordi di Oslo (1993). (Oslo 1). Accordi tra Israele e OLP con la mediazione dei paesi occidentali. Come risultati degli accordi abbiamo dichiarazione di principi e scambi di lettere tra primo ministro israeliano Rabin e il rappresentante palestinese Arafath. Il cuore

della dichiarazione è il reciproco riconoscimento e la concessione di Gaza e Cisgiordania da parte di Israele di autodeterminarsi (con un autogoverno). Lo scambio di lettere conferma

quanto stabilito nei principi. Esso costituisce un vero e proprio accordo internazionale. Israele con la firma di Rabin dà rilievo internazionale all'OLP e Arafath riconosce l'esistenza di Israele e il suo diritto a vivere nella pace.

 Nel 1994 c'è un accordo di attuazione della dichiarazione dei principi che crea l'autonomia a Gaza e a Gerico e viene creata l'autorità nazionale palestinese (ANP) come ente che è il

governo dell'autonomia (da non confondere con OLP).  1995: accordo tra OLP e Israele di estensione di autonomia. Inizialmente per Gaza e Gerico

viene estesa ad altre città della Cisgiordania tra cui Gerusalemme. La Cisgiordania è una

terra a macchia di leopardo dove esistono città governate in autonomia dall'organizzazione nazionale palestinese e parti israeliane controllate tramite i coloni. Il 40 % circa di questa zona è palestinese.

Ad oggi la situazione deriva da questi trattati con le conseguenze di alcuni comportamenti che hanno minato l'equilibrio. Nel 2002 Israele costruisce un muro in cemento armato che separa Israele dalla Cisgiordania per evitare l'ingresso di terroristi islamici. È stato chiesto un parere

dall'Assemblea generale alla Corte Internazionale di Giustizia sull'argomento, la quale nel 2004 ha affermato che la costruzione del muro viola il diritto all'autodeterminazione e viola la quarta

Convenzione di Ginevra del 1949 in quanto impone un trattamento sul territorio occupato della popolazione civile contrario alla convenzione. Nel 2005 Israele si rendo conto che per la propria difesa gestire Gaza diventa un problema e quindi ritira il controllo su Gaza e i coloni a Gaza, in

agosto in Israele rientrano migliaia di coloni dalla striscia di Gaza, che il governo si deve far carico di risistemare. Gaza fino ad allora è governata dall'autorità nazionale palestinese. Nel 2006 a Gaza

stravince Amas rispetto all'altro partito Al Fatah che ha la maggioranza in Cisgiordania. La vittoria di Amas porta all'estromissione gradualmente dell'ANP di Al Fatah e al pieno controllo della striscia di Gaza da parte del partito estremista di Amas. Nascono una serie di conflitti: 2008/2009

lancio di razzi verso Israele, il quale risponde; nel 2012 un analogo conflitto e l'ultimo agosto 2014 con l'operazione margine protettivo, dopo l'uccisione di alcuni studenti ebrei e abbiamo un conflitto

di 50 giorni che si è fermato poco fa. Mentre l'OLP ha riconosciuto il diritto di Israele ad esistere, Amas si è radicato sulla contestazione dell'esistenza di Israele. Gli accordi dimostrano che l'OLP è soggetto capace di assumere obblighi: si pensi all'accordo di associazione tra Ue e autorità

palestinese (1997). Nel 2013 abbiamo una raccomandazione del comitato misto (Ue , autorità palestinese): il soggetto che conclude l'accordo con l'Ue è l'OLP, a benefic io dell'autorità

palestinese, ossia il governo palestinese, ma il soggetto rimane l'OLP. Si configurano dunque i 3

presupposti: struttura che promuove l'autodeterminazione, riconoscimento nell'Assemblea generale

ONU e capacità di concludere accordi internazionali.

Va messo in rilievo che alcuni (Conforti) negano la soggettività delle organizzazioni di tal tipo, essendo soltanto “comitati”.

Più condivisa l'idea che non si possa parlare di uno Stato palestinese, il quale è frazionato tra Cisgiordania (dove è presente addirittura neppure in maniera uniforme, ma macchia di leopardo) e striscia di Gaza ed è diviso anche sul piano ideologico, essendo addirittura guidati i due territori da

partiti di segno opposto (Amas a Gaza e Al Fatah in Cisgiordania). Si può al massimo dire che sia uno Stato in fieri. Altri hanno ipotizzati che OLP e Palestina siano soggetti di diritto internazionale solo per quegli Stati che accettano questa situazione.

La Svezia ha recentissimamente riconosciuto la Palestina come Stato. Gli Stati Ue non hanno fatto questo passo (questo spiega come non esiste una politica estera comune dell'Ue). Dallo studio della regola dell'autodeterminazione nasce dunque l'impossibilità di fare del popolo un soggetto di diritto

internazionale, ma si apre la possibilità quantomeno di discutere sulla soggettività dei movimenti di liberazione nazionale. Qualcuno ha parlato di soggettività limitata. In realtà le opinioni sono discordanti in materia.

In merito all'autodeterminazione interna si è detto che è ammessa soltanto rispetto ai regimi razzisti (dal 1970), per gli altri casi la prassi non concede di estendere e vi è un principale elemento per giungere a questa conclusione: gli Stati democratici concludono accordi con tani Stati autoritari. Il

mondo occidentale tiene rapporti con l'Arabia Saudita, la Cina, la Corea del nord pur con qualche problema.

IL PROBELMA DELLE MINORANZE

Il diritto internazionale garantisce l'integrità territoriale per gli Stati che assicurano l'autodeterminazione dei popoli. Nessun altro Stato può chiedere, presente questo requisito, ad altri che per la tutela delle minoranze si provveda con la secessione.

Le minoranze esistono (ed alcune regole internazionali si occupano di esse) in virtù del modo in

cui gli Stati stabiliscono i confini. Si inglobano territori, con i Trattati, che hanno lingua, cultura, religione degli Stati confinanti. In alcuni casi il diritto internazionale tende a concedere diritti e proprio per questo si può parlare al loro proposito di soggetti di diritto internazionale.

Il problema si pone dopo la prima guerra mondiale coi trattati di Versailles, il Trattato di Saint Germain, Trattato di Melly, Trattato di Tranon; Trarrato di Sevres. Tutelano le minoranze derivanti dal nuovo assetto geografico disegnato in questi trattati. Sono regole imposte dai vincitori nei

confronti degli Stati vinti in quanto gli Stati vincitori non avevano nessun obbligo rispetto ai territori presi (vedi Italia stato vincitore col Sud Tirol). I principi affermati sono il divieto di discriminazione e diritto all'istruzione primaria nella lingua della minoranza sono i principi

affermati. Con la fine della prima guerra mondale nascono nuovi Stati dalla disgregazione dell'impero austroungarico (regno di Serbia, Repubblica cecoslovacca) a cui vengono imposte le

stesse regole. Accanto alle regole sostanziali vengono stabilite regole processuali a garanzia delle prime. Il consiglio della Società delle Nazioni (precursore dell'Onu) ha in virtù dei trattati di pace una funzione di tutela delle minoranze. Si può chiedere al Consiglio, da parte delle minoranze, il

rispetto delle regole dei Trattati di pace e dei Trattati minoritari e poi si aggiunge il diritto di

chiedere al Consiglio una valutazione per il rispetto delle regole tracciate. La petizione è lo

strumento con cui le minoranze fanno richiesta di esprimersi al Consiglio della Società della Nazioni. Se questo filone si fosse confermato anche dopo la seconda guerra mondiale, avremmo una

soggettività delle minoranze abbastanza sicura. Viceversa dopo la seconda guerra mondiale abbiamo il sorgere di due filoni rispetto al trattamento delle minoranze: la creazione di regimi speciali. Esempio del Sud Tirol. L'Austria rivendicava indipendenza dall'Italia di questo territorio.

Nacque l'accordo Degasperi-Gruber (1946). Nel 1947 il Trattato di pace tra alleati e Italia ingloba nell'allegato 4 tale accordo. Seguirà un legge cost. in Italia attuativa del regime speciale. L'accordo

prevede il bilinguismo nell'amministrazione (italiano/tedesco), nella toponomastica, la proporzionalità dei posti nella PA (a seconda dei gruppi linguistici). L'Italia è interessata anche per la minoranza slovena. Nel '54 viene stipulato il memorandum di Londra (a cui partecipano anche

Regno Unito e Usa che controllavano la zona A di Trieste) che impone alla Jugoslavia di tutelare la minoranza italiana e all'Italia di tutelare quella slovena di Trieste. Anche il Trattato del 1955

(fondativo della nuova Repubblica austriaca) pone all'Austria obblighi a tutela delle minoranze slave in Carinzia. Questo filone dei regimi speciali è riferibile al gruppo, mentre l'altro filone, della tutela dei diritti dell'uomo si volge verso la garanzia dei diritti delle persone facenti parte delle

minoranze e non delle minoranze come tali. Sotto questo filone troviamo regole che si occupano del la tutela delle persone indirettamente (come quelle della Convenzione di New York sulla

prevenzione e repressione del genocidio del 1948 e quelle della Convenzione del '65 sul divieto di discriminazione razziale) e regole che invece tutelano direttamente i diritti dei singoli facenti parte delle minoranze. Bisogna distinguere tra regole sul piano universale e regole sul piano regionale

europeo. Nell'ambito delle prime il primo strumento in evidenza è l'art. 27 sul patto dei diritti civili e politici (negli Stati con minoranze, gli individuai appartenenti a tali minoranze non possono

vedersi negato il diritto di avere la propria cultura e professare la propria lingua). Il diritto è garantito non al gruppo ma ai suoi membri. Nel 1992 l'Assemblea generale Onu approva una risoluzione sulle minoranze analoga. Così anche in ambito regionale l'art. 14 CEDU. Il godimento

dei diritti sono assicurati dalla convenzione senza distinzione di appartenenza a gruppi. Anche qui siamo nella sfera dei diritti individuali. Nel '95 abbiamo una Convenzione europea per la protezione

delle minoranze di Strasburgo, che stabilisce gli stessi principi a tutela dei singoli. Ad oggi quindi una soggettività internazionale delle minoranze non si può più affermare per la sparizione dello strumento della petizione e per la protezione degli uomini e non più delle minoranze. Ovviamente

può accadere che una minoranza diventi movimento insurrezionale e quindi acquisti soggettività internazionale per questa via.

LA SOGGETTIVITÀ INTERNAZIONALE DELL'INDIVIDUO

Collegandosi a quanto or ora detto si può introdurre questo concetto capendo qual è la posizione dell'individuo nel diritto internazionale. Per molti anni l'individuo è stato considerato oggetto del diritto internazionale al pari dei popoli e minoranze e quindi non soggetto. Solo recentemente gli

Stati e la dottrina che commenta l'atteggiamento degli Stati hanno ammesso la soggettività dell'individuo. Quali sono le regole internazionali che consentono di concludere ciò? Sono le regole poste dal diritto internazionale a tutela della dignità umana: sono le situazioni giuridiche soggettive

passive (crimini internazionali) e attive (diritti dell'uomo).

I CRIMINI INTERNAZIONALI

Fenomeno attuale (vedi pirateria marittima), fenomeni di fronte al Tribunale internazionale in Ruanda e alla Corte internazionale dell'Aja. Nozione di crimine internazionale: si deve intendere un comportamento individuale che la comunità internazionale ritiene riprovevole e a cui il diritto

internazionale connette conseguenze a fini repressivi. La categoria è riconducibile al fenomeno della pirateria marittima (vedi largo della Somalia, India). Per pirateria marittima si intende atti di depravazione a scopo privato che una nave compie a danno di un'altra. La pirateria per il diritto

internazionale è un atto che si sviluppa nel mare internazionale (quello al di là del mare territoriale). Qualcuno parla di pirateria aerea. Per pirateria aerea si intende piuttosto il terrorismo (atti di

dirottamente o attentato agli aerei o agli aeroporti): siamo quindi più propriamente nell'ambito del terrorismo internazionale. La disciplina giuridica cambia. Per il terrorismo aereo le cose sono diverse. Convenzione del '70 dell'Aja e Convenzione di Montreal del '71. Le regole di queste

convenzioni contengono una regola pattizia che è aut dedere aut iudicare. Lo Stato che detiene l'eventuale responsabile ha l'obbligo di sottoporre esso stesso a giudizio o estradarlo per farlo

giudicare dell'altro giudice. Rispetto alla pirateria marittima si è affermata la regola dell'universalità della giurisdizione penale. Ciascuno Stato membro della comunità internazionale (anche non collegato a quel fenomeno) ha il potere di catturare e reprimere tali crimini. Il fenomeno dei crimini

internazionali ha avuto emersione rilevante dopo la seconda guerra mondiale quando un documento fondamentale dà avvio alla focalizzazione dei crimini internazionali: lo statuto del Tribunale di

Norimberga creato dagli Stati alleati a questo trattato istitutivo viene allegato lo statuto del Tribunale di Norimberga nel quale vengono indicati i crimini internazionali per i quali sottoporre a giudizio i gerarchi nazisti. 3 crimini:

1. crimine contro la pace: progettazione di una guerra di aggressione. Non si tratta di ipotesi del tutto nuova. Nel trattato di Versailles già si imponeva alla Germania di sottoporre a giudizio l'imperatore tedesco, ma la regola rimase inosservata;

2. crimini di guerra. Violazioni gravi delle norme applicate nel diritto armato. Si faceva riferimento alle convenzioni preesistenti a quelle di Ginevra del '49 (vedi supra). Quindi si intendeva la violazioni del diritto bellico come delineato nelle Convenzioni di Ginevra nel

29; 3. crimini contro l'umanità. Ideato sulla base della Shoà.

Il tribunale del '46 emette su questa base le condanne a morte o alla pena detentiva.

Importanti le questioni sulla difesa dei criminali di guerra e la risposta del tribunale. Si fece appello ai principi del nullum crimen, nulla poena sine lege, affermando che i comandanti dell'esercito rispondevano alle regole giuridiche dell'ordinamento tedesco. Il tribunale di Norimberga respinge

tali motivazioni con due motivazioni. Il diritto internazionale impone obblighi non solo agli Stati ma anche agli individui e tali obblighi prevalgono sulle regole giuridiche interne. Tesi rivoluzionaria del c.d. monismo giuridico (il diritto internazionale ha la capacità di penetrare nel

diritto interno pur senza recezione e di prevalere su questo). Nullum crimen sine lege è un principio di giustizia a livello internazionale, ma sarebbe fortemente ingiusto non condannare i criminali e

questo è principio superiore al primo. Un lungo dibattito fu condotto sull'efficacia dell'ordine superiore. Esso è mera causa di attenuazione della responsabilità e non di esclusione. Il Tribunale di Norimberga si è limitato a giudicare i grandi criminali di guerra, gli altri sono stati giudicati dai

tribunali interni. Emblematico il processo e la condanna del colonnello Kappler per l'eccidio delle Fosse Ardeatine. Nel marzo del '44 i partigiani organizzano un attentato ai danni di uno squadrone

di soldati tedeschi. Muoiono 32 soldati tedeschi. L'ordine di Berlino è una rappresaglia di 1 a 10 italiani in carcere da fucilare. Il colonnello Kapller è incaricato di eseguire l'ordine coadiuvato dal generale Plick. Viene formulata la lista dei 320 italiani da fucilare alle Fosse Ardeatine. Nella notte

precedente alla fucilazione muore un 33esimo soldato tedesco e Kappler prende l'iniziativa di ucciderne altri 10 e inoltre per un errore di calcolo si arriva alla fucilazione di 335 italiani

prevalentemente appartenenti alla razza ebraica. Catturato dagli inglesi viene sottoposto a giudizio

dalle autorità in Italia e viene condannato all'ergastolo per la responsabilità di aver aggiunto 15 fucilazioni di sua iniziativa. L'attenuante dell'ordine superiore infatti non l'avrebbe esposto alla

condanna all'ergastolo. Kappler si difendeva inoltre affermando il principio della rappresaglia. Il Tribunale militare penale ragiona in un altro modo: avvalendosi delle regole di diritto internazionale afferma due principi fondamentali: la rappresaglia è lecita solo se proporzionata (in questo caso è

manifestamente sproporzionata) e poi la Convenzione del '29 di Ginevra vieta la rappresaglia contro persone civili, ammettendo solo quella che ha come obiettivi i centri militari. All'inizio degli anni

'90 Plick fu catturato in Argentina, estradato in Italia e condannato dal Tribunale militare penale di Roma all'ergastolo (pena commutata in arresti domiciliari). Viene imputato il crimine direttamente all'autore oltre che allo Stato. Questo mette in luce la capacità dell'individuo di essere destinatario

diretto e immediato degli obblighi internazionali. Questo è stato ripreso recentemente (2006/2008) in cui c'erano migliaia di fascicoli di processi iniziati nei confronti dei subordinati responsabili di

una serie opera della Procura militare della Spezia e del Tribunale della Spezia perchè durante il processo contro Plick fu scoperto un archivio fino ad allora abbandonato presso la procura di Roma in cui c'erano un migliaio di fascicoli di processi contro insubordinati dell'esercito, responsabili di

una serie di eccidi (Sant'Anna di Stazzema, Marzabotto...). Sulla base della scoperta scattò la competenza militare della procura di La Spezia, la quale istruì una serie di processi contro gli

insubordinati in gran parte in contumacia. Molti si sono chiesti il senso di ciò e la risposta è stata di confermare la giustizia per la memoria storica e opporsi a teorie negazioniste. Molti hanno criticato la giustizia di Norimberga in quanto giustizia dei vincitori. Francia e Olanda pubblicamente

affermarono che non avrebbero processato i propri militari per gli atti compiuti per la liberazione dal Nazismo. Ciò è molto discutibile (pensiamo al bombardamento di Dresda dove sono morti circa

100.000 civili). È anche eccezionale che uno Stato processi i propri militari, al più lo fa per eccidi individuali, non inquadrabili in un disegno generale.

Il Tribunale internazionale di Norimberga emette le sue condanne sula base delle tre tipologie di crimini enunciate nello statuto. La prassi successiva tende a confermare questa tipologia di crimini

internazionali. Nel 1948 viene fermata la Convenzione per la prevenzione e repressione dei crimini di genocidio (sotto-categoria del crimine contro l'umanità); si spiega storicamente come reazione

alla Shoà. Abbiamo poi la conferma dei crimini di guerra con le 4 Convenzioni di Ginevra del 1949. Nel 1970 abbiamo la risoluzione sulle relazioni amichevoli degli Stati: una guerra di aggressione è un crimine internazionale. Negli anni '90 la comunità internazionale istituisce con trattati alcuni

importanti tribunali internazionali. Nel '93 il Tribunale internazionale per i crimini della ex Jugoslavia. Lo statuto conferma queste tipologie di crimini. Nel 1994 abbiamo il Tribunale per i

crimini del Ruanda che di nuovo riprende questa trilogia di crimini. Nel 1998 viene istituita la Corte penale internazionale on una competenza generalizzata. Anche lo statuto della Corte ripete i tre tipi di crimini e aggiunge i crimini di aggressione. A questa Corte penale internazionale viene attribuita

una competenza residuale rispetto alle situazioni in cui uno Stato non possa o non voglia reprimere. La Corte è competente rispetto ai crimini commessi dai cittadini degli Stati contraenti o commessi

nel territorio di uno Stato parte che abbia ratificato l'atto istitutivo. Anche qualora lo Stato non abbia ratificato, il Consiglio di sicurezza può deferire la competenza alla Corte per un soggetto che ha compiuto un crimine internazionale.

Nascono due conclusioni da quanto or ora detto:

1. l'universalità della giurisdizione penale: ogni Stato della comunità internazionale ha il potere di catturare, giudicare, condannare e reprimere il criminale. Nei trattati e quindi non sulla base del diritto consuetudinario che dà solo la facoltà, si va oltre e si stabilisce l'obbligo di

reprimere (Convenzione di New York del '48 sul genocidio);

2. rispetto ad un crimine internazionale cade l'obbligo di imputare al solo Stato la

responsabilità internazionale (per il principio organico). Applicazione molto speciale della teoria del monismo giuridico: il dualismo è venuto a cadere per motivi imperanti di

giustizia. Il comandante sul campo deve necessariamente tener presente ciò ce dispone il diritto internazionale umanitario.

I DIRITTI DELL'UOMO

Emergono sia sotto il profilo dei diritti sostanziale che su quello dei diritti processuali. Diritti sostanziali a carattere universale. Qualche breve accenno nella Carta della Nazioni Unite. Quando afferma nell'art 1 e 55 della Carta Onu si afferma il diritto all'autodeterminazione, si fa riferimento

al trattamento dei diritto dell'uomo in generale.

Il salto importante si ha con la Dichiarazione Universale dei diritti dell'Uomo, la assemblea generale con dichiarazione, atto non vincolante assicura i diritti civili e politici ed economici, sociali e culturali. Altro passaggio importante nel '66 con due convenzioni internazionali che sono la

convenzione sui diritti civili e politici (Patto su diritti civili e politici) e il Patto sui diritti economici, sociali e culturali. Il movimento volto ad affermare i diritti dell'uomo si sviluppa anche a livello

regionale sempre sul pian dei diritti sostanziali. Pensiamo alla CEDU firmata a Roma nel '50 e promossa dal Consiglio d'Europa organizzazione internazionale distinta dal Consiglio d'Europa. Divieto di tortura e di pene disumane e degradanti, libertà personale, il diritto ad un processo entro

un termine ragionevole, libertà di pensiero, rispetto della vita familiare... Queste norme trovano parziale corrispondenza nella Convenzione americana e nella Carta africana.

Questi strumenti sono affiancati da strumenti di garanzia processuale che sottolineano la soggettività internazionale dell'individuo riconoscendogli la possibilità di ricorrere ai tribunali costituiti. Vedi la Corte europea dei diritti dell'uomo (nel caso Torreggiani si è arrivati alla condanna dell'Italia per violazione dell'art. 3 nel divieto di trattamento degradante per il

sovraffollamento delle carceri o condanne in base all'art. 6 che garantisce un giudizio in tempi ragionevoli). Il ricorso alla corte è possibile solo dopo il previo esaurimento degli strumenti interni;

questa è una delle condizioni di ricevibilità. Ci sono anche possibilità di appello.

Questa tipologia di istanze che legittimano l'individuo a rivolgersi contro il proprio Stato proietta con certezza la soggettività internazionale dell'individuo anche sotto il profilo delle situazioni giuridiche attive, soprattutto a livello regionale.

PERSONE GIURIDICHE E ORGANIZZAZIONI GOVERNATIVE

Sugli individui come persone giuridiche bisogna essere più cauti: per le organizzazioni non governative e le imprese multinazionali. Non esiste titolarità di situazioni giuridiche passive. Per quanto riguarda quelle attive esse possono proporre ricorsi dinanzi alla Corte europea dei diritti

dell'uomo, ma nella prassi sono rari e molti indici sottolineano come le organizzazioni non siano indipendenti dagli Stati, ma anzi siano sottoposte alla disciplina di essi. Ci sono tuttavia casi in cui

le imprese o le organizzazioni assumono una tale rilievo e indipendenza che fa pensare alla loro soggettività internazionale (pensiamo ad esempio ad imprese farmaceutiche con un fatturato

addirittura superiore a quello degli Stati o al comitato della Croce Rossa che dà impulso alla

formazione del diritto internazionale). Occorre quindi analizzare caso per caso la soglia di indipendenza e rilievo sul piano internazionale che permette di attribuire soggettività, ma è difficile

data la scarsa presenza nella prassi internazionale di tali soggetti.

Lo stesso approccio casistico riguarda le organizzazione governative.

Organizzazione creata per volontà degli Stati mediante un trattato e presentante tre caratteristiche:

1. un loro apparato istituzionale; 2. attività unitaria, ossia atti dell'organizzazione;

3. scopi comuni individuati dal trattato istitutivo dell'organizzazione.

Enti derivati da trattati oggi sono ormai protagonisti della comunità internazionale. Il tema della soggettività si è subito posto. I soggetti di base del diritto internazionale hanno il potere di creare gli

enti derivati attraverso un trattato. Mediante la volontà degli Stati si possono creare anche organismi che non hanno una loro indipendenza e allora si tratta di verificare se questi si muovono in maniera indipendente rispetto agli Stati membri che hanno costituito l'organizzazione.

Esiste il paradigma Stato rispetto al quale devono essere raffrontati gli altri fenomeni. Non si può chiedere il fenomeno del territorio, ma il criterio dell'indipendenza sì. Indipendenza degli Stati membri, soprattutto sul piano delle relazioni internazionali. L'attività posta in essere

dall'organizzazione internazionale con personalità giuridica non è attribuita ai singoli Stati membri, ma alla stessa organizzazione. Quali sono gli indici dell'indipendenza? Uno è quando l'organizzazione avanza pretese rispetto agli Stati membri; un altro è il principio di maggioranza per

l'approvazione degli atti. Alcune organizzazioni sono pacificamente soggetti di diritto internazionale: si pensi all'Ue, o all'Onu (rinvio).

ALTRI ENTI DELLA CUI SOGGETTIVITÀ INTERNAZIONALE SI DUBITA

La Santa Sede. È considerata soggetto internazionale sia come ente di governo di una comunità spirituale universale che come ente di governo di una comunità territoriale che è la Città del Vaticano. Secondo alcuni questi sarebbero due soggetti internazionali distinti, ma così avremmo un

solo governo per due soggetti internazionali.

Le prove della soggettività internazionale sono: la conclusione dei patti lateranensi; la sua capacità di stabilire relazioni internazionali. Inoltre l'art. 12 del Trattato sul Laterano (che chiude la questione romana e stabilisce i confini della Città del vaticano, che consente alla politica di

intervenire in Piazza San Pietro fino alla scalinata) sancisce il diritto della Santa Sede di ricevere ed inviare delegazioni diplomatiche. I diplomatici della Santa sede si chiamano “Nunzi apostolici”. Il

secondo indice di soggettività è la capacità di concludere accordi internazionali (pensiamo al Concordato del '29 con l'Italia). Molti dubitano della natura di Trattati internazionali dei Concordati ma ci sono altri accordi che sono sicuramente trattati, come l'accordo sulle immunità dei membri

diplomatici. La Santa sede è poi membro di organizzazione internazionali come l'Unione postale internazionale e membro osservatore delle Nazioni Unite.

L'ordine di Malta. Ci sono problemi a riconoscerlo come Stato. La denominazione ufficiale è molto più lunga (Sovrano militare ordine ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme, di Rodi e di Malta). Perchè parlare della soggettività nazionale dell'ordine di Malta? Perchè la giurisprudenza

italiana opta per la soggettività dell'ordine e ne trae una conseguenza pratica importante: l'immunità della giurisdizione civile e tributaria dei cavalieri dell'Ordine. La prima ha la sua massima espressione nelle controversie di lavoro le quali sono sottratte alla giurisdizione dei giudici italiani.

Immunità giurisdizionale riconosciuta anche all'Acismom. (vedi Cass S.U. 3374/1979 la quale dà per assodata la natura di soggetto internazionale e Cass. 11788/1981 che conferisce la immunità

tributaria). Questa soggettività si può spiegare sul piano storico. L'ordine di Malta nasce nel 1048 a Gerusalemme come ordine religioso e militare per proteggere i pellegrini e opera a Gerusalemme. L'Ordine abbandona Gerusalemme, si stanzia per un po' a Cipro e poi si trasferisce a Rodi, la quale

è governata dall'ordine di Malta fino al 1522. Nel 1530 arriva a Malta e viene assegnato dall'imperatore Carlo V d'Asburgo il governo su Malta che dura fino al 1798 con la conquista di

Napoleone. Per questo periodo è soggetto indiscutibile di diritto internazionale. Nel 1798 si ritira a Roma dove ha ancora oggi la sede principale. A Roma svolge soprattutto attività di assistenza, medica, umanitaria... La sua presenza a Roma sottolinea la sottoposizione dell'Ordine di Malta al

controllo e alla vicinanza da parte della Santa sede (si sottolinea in un documento di un collegio cardinalizio del 1953: in essa si afferma che essa è un soggetto di diritto internazionale ma

contemporaneamente che è un ordine religioso dipendente dalla Santa Sede). Questa contraddizione viene risolta dalla prassi che vede l'Ordine come dipendente dalla Santa Sede (carente quindi del requisito dell'indipendenza). I sostenitori della soggettività internazionale dell'ordine affermano che

l'Ordine ha relazioni diplomatiche con molti Stati (ha infatti 104 delegazioni diplomatiche) ed è osservatore Onu dal 1994 e qualcuno menziona anche un accordo con l'Italia del 2000 con cui si

disciplina l'esercizio dell'attività ospedaliera dell'Ordine di Malta. Determinante è però la dipendenza dalla Santa Sede e ciò preclude di considerare la soggettività internazionale dell'Ordine e pertanto è criticabile la posizione della nostra Corte di cassazione. L'immunità dei cavalieri di

Malta è infatti in quest'ottica inconciliabile con l'art. 24 Cost. che garantisce la tutela giurisdizionale effettiva come regola che ammette soltanto quelle eccezioni derivanti dal diritto internazionale.

L'ORGANIZZAZIONE DELLE NAZIONI UNITE

Nasce con la Carta delle nazioni unite firmata a San Francisco nel 1945 ed entra in vigore il 24 ottobre dello stesso anno tra 55 Stati. Essa eredita alcuni compiti della Società delle Nazioni che era

vissuta tra le due guerre e si estingue nel 1946. La Società delle Nazioni è connotata da un grado di fallimento e quindi l'Onu nasce congegnata dalla possibilità di procedere a meccanismi in grado di

evitare il ripetersi di una seconda guerra mondiale. Nell'art. 1 si viene enunciando il principio della pace e della sicurezza internazionale e lo si collega con l'autodeterminazione dei popoli e con i diritti dell'uomo. Solo con il rispetto di queste due regole potrà infatti radicarsi un pace consolidata.

La Carta Onu si preoccupa di creare un apparato istituzionale e si stabiliscono obblighi a carico degli Stati per mantenere il rispetto della pace. All'art. 2 si stabilisce il principio della soluzione

pacifica delle controversie sia politiche che giuridiche e poi il divieto dell'uso della forza per la soluzione delle controversie internazionali. Fino ad allora la guerra era considerata strumento lecito della politica internazionale. La Carta Onu poi si occupa di stabilire un meccanismo di legittima

difesa come resistenza ad un attacco armato. L'obiettivo è di concentrare la forza nelle mani della Nazioni Unite autorizzate dal Consiglio di sicurezza. Purtroppo questo meccanismo non ha ben

funzionato e si è dilatata l'applicazione della legittima difesa che sarebbe dovuta essere eccezione rispetto all'intervento dell'Onu. Attraverso il rispetto degli obblighi posti agli Stati si possono raggiungere i fini. La Carta dell'Onu è trattato internazionale e quindi interpretabile secondo i criteri

soggettivi e oggettivi applicabili all'interpretazione dei trattati. Nella prassi delle Nazioni Unite è

stata prospettata la teoria dei poteri impliciti (metodo di interpretazione estensivo). Elaborata inizialmente dalla Corte suprema Usa nei rapporti tra gli Stati membri della federazione e lo Stato

federale per affermare che quest'ultimo ha i poteri espressi dalla Costituzione e i poteri impliciti necessari all'esercizio del potere espresso. Teoria poi che si è ancora più dilatata potendo esercitare anche poteri necessari a raggiungere i fini e non solo necessari all'esercizio dei poteri espressi.

Recentemente il Consiglio di sicurezza ha affermato che il virus dell'Ebola è una minaccia alla pace. Tanto è stata estensiva l'interpretazione che non si è posto il problema di una modifica. L'art.

108 parla di emendamenti e il 109 delle modifiche della Carta, ma questi meccanismi non hanno trovato applicazione in quanto la Carta si è adeguata tramite questo tipo di interpretazione.

L'Onu nasce con 55 Stati, oggi computa 193 Stati membri, ossia la quasi totalità di Stati. La Carta

Onu prevede una procedura di ammissione di nuovi Stati: è un trattato semi aperto. Si distinguono i trattati aperti (quelli a cui si può accedere da parte di un terzo stato mediante la mera adesione unilaterale), i trattati chiusi (quelli che richiedono il consenso di tutti gli Stati membri) e quelli

semiaperti (quelli in cui una procedura a maggioranza può decidere l'ammissione di uno Stato terzo). Nel caso in questione occorre una delibera del Consiglio di sicurezza a maggioranza e una

decisione a maggioranza dei 2/3 dell'Assemblea. I requisiti per l'ingresso di un terzo è che esso sia uno Stato (non sono quindi ammesse le organizzazioni internazionali); che sia uno Stato amante della pace, e capace di osservare gli obblighi della Carta. Questo requisito ha posto il problema

degli Stati neutralizzati, ossia aventi un obbligo internazionali di essere neutrali (vedi Svizzera dal 1815 e Austria dal 1945). Il problema è che le Nazioni Unite prevedono il divieto dell'uso della

forza ma anche che il Consiglio dell'Onu possa usare la forza per difendere da una minaccia alla pace. Allora si è posto il problema di una risoluzione del consiglio che obbliga gli Stati a inviare le truppe. Come si comportano gli Stati neutralizzati? Recentemente si è risposto che la Carta Onu

stabilisce obblighi pattizi con rango superiore agli altri trattati. C'è l'art. 103 che obbliga gli Stati a osservare gli obblighi della Carta a prevalenza dell'osservanza degli altri trattati.

Un membro delle Nazioni unite può uscire con il recesso unilaterale (caso dell'Indonesia negli anni

'60, dopo poco rientrata), oppure per espulsione per violazione persistente degli obblighi della Carta (mai successo nella pratica), tramite raccomandazione del Consiglio di sicurezza e decisione dell'Assemblea generale.

GLI ORGANI

Si distinguono in due categorie: quelli principali e quelli sussidiari. I primi sono previsti dal Trattato istituivo. I secondi sono creati dagli organi principali.

Il Consiglio di Sicurezza.

Organo principale a carattere permanente (a differenza dell'Assemblea): tiene riunioni periodiche. Stabilisce il regolamento interno e la presidenza a turno mensile secondo l'ordine alfabetico della denominazione degli Stati in lingua inglese. Composto da 15 membri di cui 5 sono i membri permanenti e 10 elettivi. I primi sono i 5 che hanno vinto la seconda guerra mondiale. I 5 membri

oltre al diritto alla permanenza, hanno il diritto di veto. Nella votazione è necessario fare distinzione

tra le questioni meramente procedurali e quelle sostanziali. Nella prassi le prime sono sottoposte ad

un voto del Consiglio di sicurezza di 9/15 qualsiasi siano i membri che stanno tra i 9. Nelle questioni sostanziali ci vuole l'approvazione sempre di 9 membri con il voto favorevole dei 5

membri permanenti tra i 9. L'astensione non impedisce l'adozione dell'atto, l'assenza impedisce. Come si distinguono i due tipi di questioni? Si è stabilita la necessità di deliberare sulla natura della deliberazione deliberando tramite votazione con diritto di veto.

Per alcuni anni dopo la caduta del muro si è trovata convergenza politica nelle posizioni del Consiglio di sicurezza (con astensione della Cina e talvolta anche della Russia). Recentemente la Russia ha cominciato a porre spesso il veto e l'intervento in Siria è stato ad esempio bloccato

proprio dal veto della Russia. Talvolta nel Consiglio si vota tramite il meccanismo del “consensus”, che consiste nell'approvazione di un atto mediante la dichiarazione del Presidente che accerta

l'inesistenza di dissensi e di richieste da parte degli Stati di procedere a votazione. Basta uno Stato a richiedere la votazione. Questo meccanismo tende ad un obiettivo politico: quello di ottenere più facilmente l'approvazione dell'atto. L'art. 27 della Carta esprime il meccanismo del veto.

L'Assemblea generale.

Organo principale ma non permanente. Composizione generale: ogni Stato membro ha un seggio ed un voto. Ciascuno Stato è rappresentato però ha una delegazione numerosa (non rappresentanza dello Stato che è un termine atecnico: un soggetto può essere rappresentato solo da un altro

soggetto, quindi uno Stato solo da un altro Stato). Perchè la delegazione? Perchè i lavori dell'Assemblea si articolano, oltre che nell'aula plenaria, anche nelle commissioni e dunque possono essere necessari più soggetti. La commissione VI ha competenza sulle questioni giuridiche.

L'Assemblea generale si riunisce occasionalmente. Due sono i tipi di sessioni: la sessione ordinaria annuale che inizia il terzo martedì di settembre di ogni anno. Siamo alla 69esima sessione ordinaria;

le sessioni speciali vengono convocate occasionalmente o su iniziativa del Consiglio di Sicurezza o su richiesta della maggioranza dei 193 membri. Ciascuna sessione nomina un suo presidente. Procedura di voto: 2 tipologie. La procedura generale della maggioranza semplice (maggioranza dei

presenti e votanti). Secondo il regolamento interno dell'assemblea presenti e votanti sono solo coloro che hanno votato a favore o contro. Gli astenuti non si computano. Lo scopo è favorire le

votazioni. Altra procedura: maggioranza dei 2/3 dei presenti e votanti. La maggioranza semplice è la regola generale. Quella dei 2/3 si applica solo ai casi enunciati nell'art. 18 (ammissione di nuovi Stati, espulsione degli Stati, elezione dei membri non permanenti del CdS, risoluzioni che

riguardano il mantenimento della pace). Questo elenco è tassativo? L'art. 18 consente di decidere a maggioranza semplice una categoria aggiuntiva e perciò si è detto che non è elenco tassativo.

Quando l'Assemblea generale vuole aggiungere un'altra materia lo può fare per categorie generali o astratte o lo deve fare per questioni specifiche? La prassi avvalora questa seconda soluzione. Si conclude comunque che l'elenco non è tassativo essendo derogabile caso per caso dall'Assemblea

generale. Anche in Assemblea generale, ancor più che in Consiglio si utilizza il meccanismo del “consensus” (il presidente dichiara che nessuno si oppone all'adozione dell'atto e chiede la

votazione). L'assemblea generale è l'organo principale che maggiormente crea organi sussidiari. Questi non vanno confusi con gli istituti specializzati delle Nazioni Unite (vedi la commissione di diritto internazionale, o l'alto commissariato per i rifugiati, l'Unicef, l'Undp; sono molto

specializzati tanto che si avvicinano molto ad organizzazioni internazionali pur non essendolo dal punto di vista strettamente tecnico).

Il segretariato.

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