Diritto processuale civile - MANDRIOLI VOL 1 E 2 COMPLETI VOL 3(cap10), Dispense di Diritto Processuale Civile. Università di Torino
marzia.m88
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Diritto processuale civile - MANDRIOLI VOL 1 E 2 COMPLETI VOL 3(cap10), Dispense di Diritto Processuale Civile. Università di Torino

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LIBRO 1 CAPITOLO I NORME GIURIDICHE (FUNZIONE): descrivono determinati comportamenti umani qualificandoli, come doverosi, oppure leciti, oppure idonei a produrre determinati effetti

giuridici, e così configurando in capo ai soggetti di tali comportamenti le c.d. situazioni di dovere,

facoltà o potere. Il diritto processuale civile è un settore del diritto processuale in generale. Ora la distinzione tra diritto processuale e sostanziale consiste nel fatto che :

1) le norme sostanziali regolano i rapporti tra i soggetti nella loro vita di relazione , fissando reciproci doveri e diritti per garantire la pacifica convivenza

2) le norme processuali regolano i modi di svolgimento del processo ossia del meccanismo che si attua quando vi è l’inosservanza delle norme sostanziali e si deve ripristinare la pacifica convivenza.

Il processo civile è l’insieme di atti ed attività con cui viene esercitata la giurisdizione civile ossia la giurisdizione sulle controversie per la tutela di situazione giuridiche regolate dal diritto civile. Il codice di procedura civile è quell’insieme di norme che disciplinano il processo civile o l’attività detta “di giurisdizione civile”

L’attività giurisdizionale E’ l’attività che viene esercitata dai giudici (organi dello Stato) diretta a rendere giustizia. DAL PUNTO DI VISTA FUNZIONALE (a cosa serve): Attività giurisdizionale ispira la disciplina dell’intera serie dei comportamenti nei quali si concreta il procedere. Funzione dell’attività giurisdizionale , desumibile e dall’art 24 della Cost e dall’at 2907 CC ,è di tutelare i diritti dei singoli. Si parla della categoria generale dei diritti soggettivi. Ciò che compromette o pregiudica i diritti consiste nel non fare ciò che si doveva fare o nel fare ciò che non si poteva fare o doveva fare, fenomeno che si chiama lesione o violazione del diritto. La tutela giurisdizionale dei diritti consiste in una reazione alla loro violazione, reazione nel senso di impedirla o di eliminarne gli effetti nei limiti del possibile. Ora tale attività giurisdizionale di tutela ha 2 caratteristiche , è : 1) Strumentale rispetto ai diritti che vuole tutelare perché è il mezzo con cui se

ne assicura l’attuazione nel momento in cui questa nn si verifichi spontaneamente (quindi è strumento per attuazione diritti che si vuol tutelare)

Infatti tali diritti , detti sostanziali, sono contenuti nelle norme appunto sostanziali ( del codice civile) e quindi già sono considerati meritevoli di protezione quindi tutela semplicemente giuridica o primaria, ma se questa tutela primaria nn è sufficiente, quindi se la norma sostanziale viene violata ed il diritto leso, l’ordinamento ricorre allo strumento del processo quindi alle norme strumentali o processuali, che disciplinando l’attività giurisdizionale, apprestano i mezzi per l’attuazione della tutela secondaria o giurisdizionale. Riassumendo quindi :

- diritto materiale o sostanziale: le norme sostanziali disciplinano direttamente in via primaria determinati comportamenti umani che il legislatore ha considerato idonei a soddisfare determinati interessi ritenuti

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meritevoli di protezione. Tutela primaria ossia tutela semplicemente giuridica

- diritto strumentale o formale: se la tutela primaria non si rivela sufficiente, se cioè la norma sostanziale viene violata ed il diritto soggettivo sostanziale viene leso l’ordinamento ricorre allo strumento del processo ossia ricorre alle norme strumentali o processuali o formali che disciplinando l’attività di determinati soggetti.

2) Sostitutiva : carattere secondario della tutela giurisdizionale rispetto alla tutela primaria o sostanziale .

Gli organi giurisdizionali si sostituiscono a coloro che avrebbero dovuto tenere il comportamento dettato dalle norme sostanziali in via primaria, per attuare in via secondaria la stessa protezione di interessi che era alla base delle norme sostanziali violate ( il diritto processuale quindi realizza indirettamente ed in via sostitutiva la medesima protezione di interessi del diritto sostanziale).

Di regola quindi l’attività giurisdizionale presuppone la lesione di un diritto: nel momento in cui un soggetto ritenga che un proprio diritto sia stato leso, per ottenere la tutela di questo diritto ha la possibilità di rivolgersi ad un organo giudiziario che ha il potere di giudicare su quella determinata questione. Attività giurisdizionale sotto il profilo funzionale come attuazione in via normalmente secondaria e sostitutiva dei diritti sostanziali.

I casi di attività giurisdizionale senza previa lesione: giurisdizione costitutiva necessaria accertamento mero Vi sono delle ipotesi in cui l’attività giurisdizionale è prevista anche in assenza di tale lesione (non c’è violazione di una norma), sono i casi in cui l’ordinamento ritiene di dover sottrarre all’autonomia dei singoli la piena disponibilità di determinate situazioni giuridiche. Limite all’autonomia negoziale quando si tratta di influire su certe situazioni che investono interessi non esclusivi del singolo che in qualche modo toccano la collettività. - è il caso dell’attività viene definita come attività giurisdizionale costitutiva necessaria: attività attraverso cui si tende ad ottenere modificazioni, o effetti “costitutivi”, che l’ordinamento prevede come realizzabili esclusivamente ad opera dell’organo giurisdizionale ( es. l’interdizione o l’inabilitazione, la separazione personale dei coniugi, il disconoscimento di paternità) - Dall’attività giurisdizionale costitutiva necessaria, differisce quella “costituiva non necessaria” nel senso che gli effetti costitutivi attuabili da essa, avrebbero potuto verificarsi indipendentemente dall’opera dell’organo giurisdizionale; di conseguenza tale attività si rende necessaria solo in mancanza di un’attuazione spontanea o primaria della prestazione dovuta ossia si è verificata la violazione di un preesistente diritto alla modificazione giuridica o diritto potestativo. (es. il caso dell’obbligo di contrarre assunto con un contratto preliminare , rimasto ineseguito ed attuabile con sentenza costitutiva secondo l’ art. 2932 c.c. esecuzione specifica dell’obbligo di concludere un contratto). - altro tipo di attività che prescinde dalla violazione di una norma è l’attività di mero accertamento :quando un soggetto si rivolge ad un giudice al solo fine di far accertare l’esistenza o meno di un determinato diritto. Qui l’esigenza di tutela o di attività giurisdizionale è determinata da un fenomeno che può essere assimilato alla violazione in quanto di quest’ultima costituisce di solito una premessa: la contestazione, nel doppio senso di contestazione di un diritto che il titolare considera esistente o di un vanto di un proprio diritto nei

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confronti di un soggetto che lo ritiene inesistente ( tizio, senza ledere il diritto di proprietà di caio, lo contesta cioè vanta di essere proprietario ). Quando si determinano questi fatti si ha una situazione che non è ancora violazione ma potrebbe divenirlo; si cha incertezza obiettiva circa l’esistenza di un diritto. Lo strumento per eliminare l’incertezza obiettiva e per evitare la violazione è appunto l’attività giurisdizione di accertamento mero. La nozione della giurisdizione dal punto di vista della sua funzione dovrebbe riferirsi soltanto all’attuazione del diritto sostanziale, avendo cura di precisare che tale attuazione avviene per lo più in via secondaria o sostitutiva (= sanzionatoria), ma talvolta in via primaria.

Tipi di attività giurisdizionale Dal punto di vista della struttura l ’attività giurisdizionale si distingue in:

1) Attività di cognizione: è un tipo di attività che implica l’esistenza di un contenzioso tra le parti,

quindi di un contraddittorio. La funzione propria della cognizione è quella di enunciare l’esistenza del diritto come volontà concreta di legge (ossia della volontà astratta di legge o norma divenuta concreta in forza dei fatti costitutivi del diritto) . Sappiamo che le norme sostanziali dettano delle regole astratte che divengono concrete nel momento in cui si verifica un fatto valutato dalle norme stesse (cd. Fattispecie concreta) detti “fatti costitutivi di diritti” . Una volta che si verifica il fatto costitutivo ipotizzato dalla norma astratta proprio da questa norma scaturisce la regola concreta. Enunciando la regola concreta si afferma o si nega l’esistenza di un diritto. Proprio questo fa l’attività di cognizione “accerta l’esistenza di un diritto”, quindi la funzione propria dell’attività di cognizione emerge come una funzione di accertamento. Si parla di certezza obiettiva. Questa “certezza” si raggiunge attraverso una pronuncia dell’organo deputato a tale attività, il giudice (imparziale). Il giudice dovrà rendere un giudizio: giudizio sull’esistenza di un diritto, attraverso l’interpretazione della norma astratta ed il riscontro circa l’accadimento dei fatti costitutivi del diritto. La trasformazione del convincimento del giudice in certezza si verifica con la cessazione di ogni effettiva contestazione interna, ne deriva che la struttura più idonea al conseguimento della funzione della cognizione è quella che realizza la suddetta incontrovertibilità ( cioè non può costituire oggetto di riesame o impugnazione del giudizio) che in concreto si ottiene con l’assoggettamento delle pronunce del giudice ad un numero limitato di strumenti di riesame (o mezzi d’impugnazione) che nel nostro ordinamento sono due (giudizio di primo grado e giudizio di appello o di secondo grado) oltre ad un ulteriore riesame solo di diritto (giudizio di cassazione) (art. 324 cpc). Questa incontrovertibilità è tradizionalmente designata come cosa giudicata la quale può pertanto essere definita come la situazione in forza della quale nessun giudice può pronunciarsi su quel diritto sul quale è già intervenuta una pronuncia che abbia esaurito la serie dei possibili riesami. Art. 2909 c.c. enuncia che l’accertamento passato in giudicato fa stato ad ogni effetto tra le parti, loro eredi ed aventi causa. La struttura propria della cognizione è quella della sua idoneità ad un accertamento idoneo ad assumere l’incontrovertibilità propria della cosa giudicata formale attuata da un giudice in posizione di imparzialità (terzierietà del giudice art.111, c 2, cost).

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Quindi l’attività di cognizione deve concludersi in una pronuncia assoggettata ad una serie limitata di riesami o mezzi di impugnazione, il cui esaurimento da luogo alla incontrovertibilità della cosa giudicata. A sua volta si distingue in attività di mero accertamento, di condanna e costitutiva a seconda di quello che si chiede al giudice. Mero accertamento:attività con cui si chiede al giudice solo di accertare l’esistenza (mero accertamento “in senso positivo”) o l’inesistenza di un diritto (mero accertamento “in senso negativo”). Condanna : tale attività giurisdizionale implica un qualcosa in più rispetto al normale accertamento, oltre all’accertamento della violazione di una norma giuridica anche la condanna per tale violazione (tre ipotesi di condanna, condanna generica, condanna in futuro e condannacondizionale). Costitutiva:con essa si chiede al giudice l’emanazione di una sentenza che vada a costituire, modificare o estinguere una determinata situazione giuridica sostanziale (es. dichiarare risolto un contratto per inadempimento).

2) Attività esecutiva ( o di esecuzione forzata) : è l’attività giurisdizionale mediante la quale si tende

ad ottenere coattivamente l’adempimento di un determinato obbligo nel momento in cui il soggetto obbligato non dovesse adempierlo spontaneamente (es. esecuzione coatta dell’obbligo alla restituzione di una somma di denaro disposto con sentenza, in caso di mancato adempimento spontaneo della parte soccombente). Si vuol conseguire l’attuazione pratica, materiale, di questa regola in via coattiva o forzata ossia attraverso l’impiego effettivo o potenziale della forza da parte dell’ordinamento .A differenza dell’attività di cognizione qui non si tratta di giudicare ma di eseguire perciò l’organo la cui attività viene in rilievo è il così detto organo esecutivo ossia l’ufficiale giudiziario. Anche l’attività dell’organo esecutivo è imparziale. La regola di diritto è accertata con la cognizione. Presupposto dell’azione esecutiva è l’esistenza di un titolo esecutivo giudiziale (provvedimento del giudice1) o stragiudiziale (cambiale, assegno bancario, circolare o altro titolo di credito, e atto ricevuto da notaio o da altro pubblico ufficiale).

3) Attività cautelare: che è strumentale rispetto a quella di cognizione o di esecuzione o di entrambe.

La funzione di tale attività , infatti, è di evitare i pericoli (per mezzo di determinate misure quali sequestri provvedimenti di urgenza etc..) che , nel tempo che occorre per ottenere la tutela giurisdizionale ( sia di cognizione sia di esecuzione) possono comprometterne il risultato quindi l’effettività ( es. Caio , mentre Tizio rivendica la proprietà di un bene, lo aliena ad un terzo) attraverso misure ( sequestro , provvedimenti d’urgenza ) che impediscono o rendono inefficaci tali situazioni ( nel caso l’alienazione). I presupposti per agire cautelativamente sono due: il fumus boni iuris, ossia la probabile esistenza del diritto per cui si agisce, ed il periculum in mora, che tale diritto sia soggetto a un pregiudizio imminente e irreparabile.

4) Giurisdizione volontaria: E’ giurisdizionale perché attuata da giudici ed opera indirettamente su diritti. Non presuppone nessun contraddittorio tra le part i; può definirsi come una

sorta di amministrazione pubblica - ossia da parte dello Stato - di interessi che riguardano i singoli privati. Con questa attività non si tende ad attuare diritti ma a integrare e realizzare la fattispecie costitutiva (modificativa o estintiva) di

1 L’unico tipo di sentenza che ha efficacia di titolo esecutivo è quella di condanna. 4

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uno stato personale o familiare ( es. l’omologazione del tribunale della separazione consensuale tra i coniugi, la dichiarazione di interdizione o di inabilitazione di un soggetto) o di un potere ( l’autorizzazione del giudice x l’alienazione dei beni appartenenti ad un minore)…. Etc. Tutela interessi dei privati che solo mediatamente investono lo Stato. Questa attività ha caratteristiche strutturali particolari : a) di natura soggettiva ossia la giurisdizione volontaria è attività svolta dagli

organi giurisdizionali in una posizione che è quella di imparzialità (come nella cognizione) propria di quegli organi;

b) si svolge con forme procedimentali che presentano l’elemento tipico del concludersi con provvedimenti caratterizzati dalla revocabilità o modificabilità con la conseguente inidoneità della cosa giudicata (a differenza della cognizione le pronunce sono revocabili e modificabili)

Rapporti tra i diversi tipi di attività giurisdizionale Abbiamo detto che la funzione della cognizione è di accertare il diritto formulandolo in una regola concreta idonea a divenire incontrovertibile assolvendo l’esigenza di certezza e che la funzione dell’esecuzione forzata è di attuare materialmente questa regola (formulata ed accertata) assolvendo quindi l’esigenza dell’attuazione.

1) Il più delle volte Queste 2 esigenze sono 2 aspetti dell’unica esigenza di tutela giurisdizionale.

Quando la cognizione ha funzione preparatoria rispetto all’esecuzione il provvedimento che conclude prende il nome di condanna. Nel senso che: per attuare il diritto di Tizio alla consegna di una cosa da parte di Caio, che nega di dover consegnarla, occorre che l’ordinamento acquisti la certezza dell’esistenza del diritto di Tizio e poi che lo attui. In questo caso quindi la cognizione si svolge in funzione dell’esecuzione ed ha funzione preparatoria. Il provvedimento che conclude la cognizione è detto di condanna.

2) A volte però capita che l’esigenza di tutela giurisdizionale si limita alla sola cognizione ( quindi accertamento) o nel caso in cui nn c’è stata violazione ( nei casi di cognizione costitutiva necessaria, di mero accertamento) o nei casi in cui le conseguenze della violazione possono essere eliminate senza ricorrere all’attività di esecuzione [ come accade nell’attività costitutiva non necessaria in cui la violazione consiste nell’inattuazione di una modificazione giuridica ( quale la mancata conclusione di un contratto previsto in un contratto preliminare) che può essere attuata dal giudice senza ricorrere all’esecuzione coattiva non forzata.]

3) o alla sola esecuzione , sono i casi in cui l’esecuzione [che presuppone sempre l’esistenza di un titolo esecutivo ( cioè il documento che attesta l’esistenza di un diritto certo e che nelle situazioni considerate fino ad ora era di origine giudiziale (provvedimento del giudice, precisamente una condanna) ] si fonda su titoli esecutivi cd. stragiudiziali (cambiale, assegno bancario, circolare o altro titolo di credito, e atto ricevuto da notaio o da altro pubblico ufficiale) contestabili in sede di cognizione con un giudizio che prende il nome di “opposizione all’esecuzione”. Cioè la possibilità di dar luogo all’esecuzione senza la cognizione lascia aperta la possibilità di un giudizio di cognizione che accerti l’inesistenza del diritto (in questi casi il giudizio di cognizione prende il nome di opposizione all’esecuzione), attuabile da chi ha subito l’esecuzione con l’intento di paralizzare l’esecuzione stessa.

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Questo fenomeno del possibile e contemporaneo svolgimento di cognizione ed esecuzione può avvenire anche nel caso in cui il giudizio di cognizione ha condotto ad una condanna ma può essere ancora proposto il secondo grado di giudizio o il giudizio di cassazione. Infatti l ’art 282 stabilisce che la sentenza di primo grado è provvisoriamente esecutiva fra le parti e prevede la possibilità di sospendere l’esecuzione della sentenza da parte del giudice d’appello. In questi casi, chi intraprende l’esecuzione senza che sussista il massimo grado di certezza ( quindi 1°, 2° e cassazione) l0o fa a suo rischio, nel senso che 1 eventuale pronuncia definitiva in senso contrario all’esistenza del diritto fonda l’obbligo di rimessione in pristino o di risarcire il danno oltre che di rifondere le spese.

I rapporti tra giurisdizione e le altre attività dello stato La giurisdizione è accanto alla legislazione e amministrazione una delle 3 attività fondamentali dello stato. Tale attività si distingue

1) dall’attività legislativa che detta regole generali ed astratte ( norme giuridiche) mentre la giurisdizione opera riferendosi a casi concreti per i quali attua il diritto o formula una regola concreta o le da esecuzione

2) dell’attività amministrativa che opera con riferimento a singoli casi concreti ma è svolta non dai giudici ma dagli stessi organi della P.A che non sono in posizione di imparzialità ( come quella dei giudici) anzi la loro attività è orientata a attuare gli interessi dello Stato, ed in base a questo si comprende la caratteristica della modificabilità e revocabilità che distingue l’attività amministrativa da quella giudiziaria.

CAPITOLO II: I REQUISITI DEL PROCESSO IL PROCESSO COME FENOMENO GIURIDICO: 1. Le situazioni processuali semplici: : corrispondono ciascuna ad un singolo specifico comportamento. Il processo «non è altro che lo svolgimento dell’attività giurisdizionale» , che si fonda su norme giuridiche perché si tratta di un procedere non materiale, ma giuridico. Le norme giuridiche consistono in valutazioni in astratto di comportamenti umani, e pongono certi soggetti in situazioni rispetto allo schema di comportamento, e cioè situazioni di dovere tenere un certo comportamento, di potere tenere un certo comportamento perché è lecito o di potere tenere un certo comportamento perché produce effetti giuridici. In questo senso, si può sostenere che «il procedere giuridico in cui consiste il processo si realizza attraverso una successione alternata di poterei e di atti» : i poteri introducono gli atti che, a loro volta, danno luogo a situazioni giuridiche di dovere, liceità e, nuovamente, potere. Tra le varie situazioni giuridiche : a) facoltà: non contribuiscono alla dinamica del processo poiché si esauriscono in

se stesse senza dar luogo a modificazioni giuridiche; b) doveri: contribuiscono alla dinamica processala in quanto valutati anche come

poteri. Per lo più i doveri concernono soltanto gli organi del processo. Oneri sono poteri formulati come doveri ipotetici;

c) poteri: sono le situazioni che attuandosi assolvono alla funzione essenziale de progredire del processo;

Nessuna situazione giuridica è presente nel processo come e quanto il potere: non la facoltà, che è figura marginale (ad es: la facoltà di ritirare il fascicolo di parte); non i doveri, che concernono soprattutto gli organi del processo, ed anche se è

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vero che, in molti casi, la figura del dovere si accompagna a quella del potere; per le parti, la figura del potere-dovere assume la forma dell’onere. Pertanto, sono i doveri che assolvono alla funzione del progredire processuale, come situazione processuale semplice. 2. Le situazioni processuali composite: non si riferiscono ai singoli atti del processo, ma al suo risultato globale, all’intera serie di atti. È possibile individuare un generico dovere decisorio del giudice (112 c.p.c.), che si realizza attraverso l’intera serie di atti, e non solo dell’ultimo individuato all’art. 277 c.p.c., e nel quale si concretizza il diritto alla tutela giurisdizionale (24 Cost), che, in astratto, può essere inclusa nella figura tecnica del diritto soggettivo.

IL COSIDDETTO RAPPORTO GIURIDICO PROCESSUALE: È una nozione introdotta dai giuristi tedeschi, che videro «nel processo un rapporto giuridico, autonomo da quello sostanziale, che si instaura quando un soggetto propone all’organo giurisdizionale una domanda di tutela (e naturalmente di tutela nei confronti almeno di un altro soggetto); un rapporto tra questi due soggetti e l’organo giurisdizionale, e quindi trilaterale, che si sostanzia contemporaneamente nel diritto del primo soggetto alla tutela giurisdizionale, nel dovere dell’organo di prestarla, e nella soggezione del terzo soggetto all’esercizio di tale tutela». Da cui la disciplina della successione nel processo e della rappresentanza processuale, il principio della domanda, la nozione dei presupposti processuali, etc. La dottrina più recente, però, ha messo in luce l’evolversi dinamico del processo, e quindi l’insufficienza della nozione di rapporto giuridico processuale, che è figura statica: il processo «è in realtà una serie di rapporto in continua trasformazione nell’evolversi delle situazioni attraverso l’esercizio dei poteri» . Tuttavia, la nozione di processo come rapporto giuridico è ancora attuale nella prassi.

I presupposti processuali “Presupposto” significa requisito che deve esistere prima di un determinato atto perché da quell’atto discendono determinate conseguenze. Riferendosi al rapporto giuridico processuale, i presupposti processuali sono quei requisiti che debbono esistere prima dell’atto col quale si chiede la tutela giurisdizionale, che è la domanda. Essi si distinguono in: presupposti di esistenza e presupposti di validità o di procedibilità del processo. 1) I presupposti di esistenza del processo: requisiti che debbono sussistere prima della proposizione della domanda perché la domanda stessa possa dar vita ad un processo. In realtà, si tratta di un solo macro-requisito: : la giurisdizione, ossia che quel soggetto al quale la domanda verrà proposta, sia un giudice, e quindi sia dotato del potere di giudicare; questo comporta che, presentata la domanda al giudice, questi sarà comunque tenuto a compiere una pronuncia sul processo, anche se dichiarandosi incompetente e quindi senza entrare nel merito, perché un rapporto processuale esiste; non è da considerare invece presupposto del processo il fatto che la domanda sia volta ad ottenere una tutela giurisdizionale: non si tratta di un requisito antecedente la domanda, ma di un requisito intrinseco alla domanda stessa; 2) I presupposti di validità o funzionalità o procedibilità del rapporto processuale, «requisiti che debbono esistere prima della proposizione della domanda perché il processo possa, anziché arrestarsi subito, procedere fino al conseguimento del suo scopo», cioè affinché il giudice non si pronunci sul processo, ma giunga a pronunciarsi sul merito della domanda. Essi sono due:

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a) per il giudice è la competenza, e quindi che il giudice abbia effettivamente il potere di decidere su quella controversia b) per la parte è la legittimazione processuale, ossia il potere di compiere atti nel processo, con riguardo sia al soggetto che chiederà la tutela giurisdizionale sia a quello nei cui confronti la domanda verrà proposta. Esiste un altro ordine di requisiti che non sono presupposti perché la loro esistenza non è richiesta prima della proposizione della domanda, ma della domanda stessa costituiscono requisiti intrinseci con riguardo al suo contenuto: le condizioni dell’azione.

CAPITOLO 3 La situazione giuridica globale del soggetto che chiede la tutela: l’azione LA DOMANDA E IL POTERE DI PROPORLA: Accanto alle situazioni che si dicono semplici (doveri, poteri, facoltà) si possono individuare delle situazioni complesse o composite che, con riguardo a ciascuno dei tre principali protagonisti del processo (il soggetto che chiede la tutela, colui al quale si chiede la tutela, e colui nei cui confronti è chiesta la tutela), ne esprimono le rispettive posizioni giuridiche in modo globale. Quella serie di atti e di situazioni, che è il processo, si mette in moto a seguito del compimento di un atto ben definito, la domanda. Il processo, quale situazione giuridica composita, si attiva in seguito al compimento dell’atto della domanda, con il quale «il soggetto che lo compie esercita un ben definito potere, ossia una situazione processuale semplice: il potere di proporre la domanda» . Il problema si sposta allora sul soggetto attivo, l’attore. L’art. 24 Cost stabilisce espressamente che “tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti o interessi legittimi”. Quindi tutti i cittadini (ma anche gli stranieri, in determinati limiti) hanno il potere di proporre la domanda. Uniche limitazioni ammissibili nei confronti di una statuizione così categorica sono allora contenute nelle norme sulla capacità, che sottraggono la relativa disponibilità dei diritti agli incapaci per attribuirla ai loro rappresentanti legali: il potere di proporre la domanda è dunque spostato dagli incapaci ai loro rappresentanti legali. Nel codice, la domanda assume la forma della citazione o del ricorso. Ma ciò che qui rileva è che «perché la domanda possa assolvere la sua fondamentale funzione di introdurre un processo… non occorre altro requisito, con riguardo alla forma ed al contenuto della domanda, se non quello che essa possa obiettivamente considerarsi tale, che cioè consista in una domanda di tutela» : questo è sufficiente ad ingenerare un processo, anche indipendentemente dalla sua attitudine ad addivenire ad una pronuncia sul merito.

L’AZIONE E LE CONDIZIONI DELL’AZIONE, IN GENERALE: Il requisito appena illustrato è sufficiente ad ingenerare un processo, e quindi a provocare perlomeno una pronuncia sul processo, ma non anche a provocare una pronuncia sul merito. Questi ultimi sono requisiti ulteriori, e si distinguono in presupposti processuali di procedibilità e requisiti intrinseci della domanda (che non sono presupposti processuali perché circostanze non antecedenti il processo, ma contemporanee alla sua instaurazione.

IN GENERALE: I requisiti ulteriori intrinseci della domanda «possono essere considerati, tutti insieme, come aspetti di un unico requisito o modo di essere della domanda e cioè

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di quella che potremmo chiamare la sua accoglibilità» . La logica pretende che, per essere accolta, la domanda sia accoglibile; e per essere accoglibile, la domanda deve affermare, nell’ipotesi più semplice, l’esistenza di un diritto, la titolarità di esso in capo all’attore, ed illustrare i fatti che si assume violino il diritto. Questi sono dunque i requisiti per l’accoglibilità ipotetica della domanda, che permette al giudice di non fermarsi ad una mera decisione sul processo (che cioè il processo esiste, ma non può proseguire), ma di entrare nel merito. «Quando la domanda possiede quei requisiti, essa, oltre a costituire esercizio di quel potere di proporre la domanda che l’art. 24 della Costituzione conferisce a “tutti”, costituisce al tempo stesso il primo atto di esercizio dell’azione, intesa come quella situazione giuridica composita o sequenza di situazioni che ricomprende in sé l’intera posizione giuridica del soggetto che chiede la tutela giurisdizionale, con riferimento all’intero processo» .

LE SINGOLE CONDIZIONI DELL’AZIONE (POSSIBILITA’ GIURIDICA, INTERESSE AD AGIRE, LEGITTIMAZIONE AD AGIRE). LA LEGITTIMAZIONE STRAORDINARIA O SOSTITUZIONE PROCESSUALE.

1. Possibilità giuridica(o esistenza del diritto): ovvero è condizione dell’azione la «esistenza di una norma che contempli in astratto il diritto che si vuol far valere» . Si tratta di una condizione-limite, di un requisito di portata più teorica che pratica; è utile a negare una pronuncia sul merito alle domande di chi, ad esempio, chieda la risoluzione giudiziale di un contratto solo perché non lo ritiene più conveniente, o di chi chiede il divorzio non in via congiunta, ma come “divorzio consensuale”.

2. L’interesse ad agire (art. 100 c.p.c.): si tratta del profilo oggettivo dell’accoglibilità; pragmaticamente, si manifesta nell’affermazione di uno o più fatti costitutivi del diritto previsto da una norma, e nell’affermazione che il diritto è bisognevole di tutela: «in questo bisogno di tutela giurisdizionale che emerge dall’affermazione dei fatti costitutivi e dei fatti lesivi del diritto, sta quella condizione dell’azione che si chiama interesse ad agire» .L’interesse ad agire, dunque, non ha ad oggetto il bene attribuito dal diritto sostanziale, ma «quell’ulteriore diverso bene (ossia la tutela giurisdizionale) che può conseguirsi attraverso l’attività giurisdizionale» . Dunque, è la violazione o lesione del diritto a costituire il fondamento dell’interesse ad agire, ed esso sta «nell’affermazione, contenuta nella domanda, dei fatti costitutivi e dei fatti lesivi di un diritto» .

L’interesse per cui si agisce o contraddice deve essere concreto (ossia deve sussistere concretamente) ed attuale (ossia deve esistere al momento della pronuncia del giudice). Mancando l’interesse ad agire, il giudice non avrà motivo di portare il suo esame sul merito, ma dovrà arrestarsi al rilievo di tale difetto: difetto di interesse e, quindi, difetto di azione.

3. La legittimazione ad agire: l’ipotetica accoglibilità viene in rilievo sotto il profilo soggettivo: la domanda non è accoglibile se il diritto non è affermato come diritto di colui che propone la domanda e contro colui nei cui confronti la domanda è proposta. In difetto, la domanda non è accoglibile per difetto di legittimazione (attiva o passiva). La regola è enunciata all’art. 81 c.p.c., per il quale “fuori dei casi espressamente previsti dalla legge, nessuno può far valere nel processo in nome proprio un diritto altrui”. La stessa norma, peraltro, porta in sé la sua unica eccezione, laddove ammette la deroga da parte della legge. In questi casi, si parla di legittimazione straordinaria o sostituzione processuale; tale legittimazione viene ricondotta volta a volta, dal punto di

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vista politico-legislativo, a ragioni di opportunità (ad es: l’azione surrogatoria ex 2900, o l’azione diretta contro l’assicuratore della responsabilità civile ex 18 l. 990/1969), a esigenze di natura sociale a rilievo costituzionale ( ad es: il diritto di associazioni, che fa emergere gruppi composti da singoli, in cui rilevano sia l’esigenza del singolo di tutelare il gruppo, sia la speculare esigenza del gruppo di tutelare il singolo), in genere riferibili alle categorie de cd interessi diffusi: un esempio è contenuto nell’attribuzione al sindacato della legittimazione attiva contemplata dall’art. 28 l. 300/70; altro esempio sono gli artt. 1469bis e sgg c.c. (ora riassorbiti nel d.lgs. 206/2005 cd. Codice del Consumo) che definiscono la tutela contro le clausole vessatorie o abusive nei contratti degli interessi collettivi dei consumatori, con attribuzione del potere di agire in via inibitoria alle associazioni rappresentative dei consumatori e dei professionisti; simile potere è riconosciuto anche dalla l. 281/1998, adesso anch’esso riassorbito nel Codice del Consumo, alle associazioni di consumatori e utenti, che possono chiedere al giudice 1) di inibire gli atti e i comportamenti lesivi degli interessi di consumatori e utenti; 2) di adottare le misure idonee a correggere o a eliminare gli effetti dannosi delle violazioni accertate; 3) di ordinare la pubblicazione del provvedimento su uno o più quotidiani; è prevista un’estensione per i contratti a distanza; inoltre, l’azione dell’associazione non pregiudica il diritto all’azione del singolo utente.

L’assenza di uno o più requisiti per l’azione comporta la pronuncia sul processo, anziché sul merito. Il che impedisce il formarsi di un giudicato sul merito.

L’AZIONE COME DIRITTO AD UN PROVVEDIMENTO SUL MERITO: AUTONOMIA ED ASTRATTEZZA: 1. L’azione come diritto: Se sussistono le tre condizioni della possibilità giuridica d’agire, dell’interesse ad agire e della legittimazione ad agire, l’attore vanta un diritto «alla cui base sta quell’interesse alla tutela giurisdizionale [...], che si articola nella serie dei poteri con i quali colui che ha proposto la domanda svolge la sua attività» . Si tratta di un diritto autonomo e strumentale rispetto al diritto sostanziale che si fa valere. «l’azione è il diritto che spetta al titolare affermato (ossia a colui che nella domanda si afferma titolare) del diritto sostanziale, nei confronti del soggetto passivo affermato dello stesso diritto sostanziale [...] non ha, come suo contenuto, una prestazione del titolare passivo dello stesso diritto sostanziale, bensì la prestazione di un altro ed autonomo soggetto: il giudice (o, più in generale, l’organo giurisdizionale) che nel processo opera come organo dello Stato. [...] l’azione è diritto verso il giudice (come organo dello Stato) ad un provvedimento sul merito» .Il problema dei rapporti tra diritto d’azione e diritto sostanziale è normalmente ricondotto al problema dell’astrattezza e dell’autonomia del diritto d’azione. Il diritto d’azione è autonomo rispetto al diritto sostanziale ed è astratto rispetto ad esso in quanto l’esistenza del diritto d’azione non dipende dall’esistenza del diritto sostanziale. L’esistenza del diritto d’azione dipende invece dall’affermazione del diritto sostanziale nella domanda. Affermazione inoltre del fatto che è un diritto abbisognevole di tutela, spettante a colui che propone la domanda e nei confronti di colui contro il quale è proposta la domanda.

2. Le dottrine sui rapporti tra diritto d’azione e diritto sostanziale: I. Azione in senso concreto: «l’azione, pur essendo un diritto autonomo, e cioè

diverso dal diritto sostanziale che con essa si fa valere, ne presuppone

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l’esistenza poiché [...] non ha senso chiedere la tutela di un diritto che non esiste»; l’azione sarebbe dunque un diritto ad ottenere un provvedimento favorevole.

II. II. Azione in senso astratto: il diritto sostanziale è affermato solo alla fine del processo; pertanto, l’azione è diritto ad un provvedimento nel merito desiderato favorevole nelle intenzioni di chi agisce.

A MANDRIOLI questa sembra la posizione più condivisibile, anche se deve essere contemperata nella sua astrattezza. Il processo è dinamico e l’esistenza dell’azione non può né dipendere né prescindere dall’esistenza di un diritto sostanziale; l’azione è un diritto «solo parzialmente astratto, in quanto postula un aggancio al diritto sostanziale: l’aggancio consistente nell’affermazione, nel senso che l’esistenza dell’azione è condizionata dal fatto che il diritto sostanziale sia affermato nella domanda» .

LE AZIONI DI COGNIZIONE: «Se l’azione è diritto alla tutela giurisdizionale, è chiaro che esisteranno tanti tipi di azione quanti sono i tipi di attività di tutela giurisdizionale» .Pertanto si parla di azione di cognizione, esecutiva, cautelare , come diritti rispettivamente, al provvedimento di merito, all’esecuzione forzata, al provvedimento cautelare. Elemento comune di ogni azione di cognizione è l’accertamento del diritto che si vuol far valere. Le azioni di cognizione possono essere distinte in diversi sotto-tipi. AZIONE DI MERO ACCERTAMENTO L’interesse ad agire si presenta in quanto «determinato non dalla affermazione della violazione, ma dalla affermazione della contestazione»: se la domanda non contiene anche l’affermazione di una violazione, la domanda di accertamento mero è inammissibile. Si può distinguere tra contestazione affermativa (vanto di un diritto che chi agisce afferma inesistente) (cd azione di mero accertamento negativo) e contestazione negativa (cd azione di mero accertamento positivo). AZIONE DI CONDANNA Si svolge in funzione dell’esecuzione forzata: oltre all’accertamento del diritto, si chiede «quel quid in più che serve ad aprire ad aprire la via all’esecuzione forzata, che cioè fa sì che la condanna costituisca titolo esecutivo» . «Se, insomma, l’esistenza di tutela emerge, nella domanda, come conseguente all’affermazione di un diritto semplicemente contestato (o vantato) e perciò abbisognevole solo di certezza obiettiva, l’azione è di accertamento mero, se invece la domanda contiene l’affermazione di un diritto violato e di un conseguente bisogno di restaurazione sul piano materiale, l’azione è di condanna» . Tale criterio è l’unico utile per determinare se la sentenza è suscettibile di esecuzione forzata. La caratteristica dell’azione di condanna è dunque «nell’accertamento dell’esigenza di ulteriore tutela mediante esecuzione forzata nonché nell’accertamento dei presupposti per far luogo all’esecuzione forzata. Il passaggio in giudicato di questo accertamento fonda la c.d. actio judicati rompendo il collegamento con la precedente ragione del credito» . Il nostro ordinamento conosce alcune varianti rispetto alla azione/sentenza di condanna consistente nell’accertamento dell’an e del quantum attuali:

1. condanna generica (278 c.p.c.): l’art. 278 c.p.c. prevede la scindibilità della pronuncia sull’an di una determinata prestazione rispetto al quantum. Questo accade quando durante lo svolgimento di un giudizio si delinei una certezza sul se e non ancora sul quantum; in tal caso l’organo che ha il compito di pronunciare la sentenza può pronunciare la condanna generica con una sentenza non definitiva e

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lasciando la pronuncia sul quantum ad un’altra fase dello stesso processo od a un’eventuale successivo processo. Tale condanna «non potrà fondare un’esecuzione forzata fin a quando non sarà integrata con un’altra condanna, concernente il quantum» . Tuttavia, la condanna è tale ad altri effetti,quale ad esempio per iscrivere ipoteca. «Altro problema è poi quello di vedere se per la pronuncia della condanna generica è sufficiente l’accertamento di un danno potenziale, come la Cassazione suole affermare, o se invece occorre l’accertamento di un minimo danno effettivo»

2. condanna condizionale: nella categoria rientrano sia le ipotesi in cui il giudice faccia dipendere l’esecuzione da un certo evento futuro e incerto (condanna condizionale in senso proprio) sia l’ipotesi in cui la condizione sia prevista dal diritto sostanziale, e la sentenza sarà dunque di accertamento mero fino all’evento, e di condanna successivamente (condanna a prestazione condizionata dove la sentenza sarà di condanna solo dopo l’avveramento della condizione.).

3. condanna in futuro: , quando le azioni sono dirette a ottenere una condanna attuale ad una prestazione soggetta a un termine e perciò eseguibile solo dopo il decorso di tale termine. (ad esempio: convalida di sfratto per finita locazione prima della scadenza). L’azione è ammissibile solo se configurata come azione di accertamento, perché l’organo giurisdizionale non può pronunciare una condanna prima della violazione, salvo le ipotesi (come, appunto, la convalida di sfratto) in cui la legge stessa le ammette, eccezionalmente. Oltre alla convalida di sfratto, «in questa categoria vanno probabilmente incluse anche le condanne a prestazioni alimentari o di mantenimento [...] eseguibili di mano in mano che maturano i periodi di riferimento [...] alcuni titoli esecutivi riferiti a prestazioni periodiche, introdotti da legislatore in occasione della riforma del diritto di famiglia, nonché, più in generale gli accertamenti di facoltà o di obblighi relativi a situazioni giuridiche ad effetti durevoli nel tempo, come tipicamente accade nelle inibitorie» .In ogni caso, le condanne in futuro non sono una figura generale del nostro ordinamento.

4. accertamento con prevalente funzione esecutiva: si tratta di azioni la cui unica funzione è l’accesso più rapido possibile all’esecuzione forzata. Esse si svolgono con una cognizione sommaria ossia si svolgono in maniera accelerata per conseguire il più rapido accesso all’esecuzione forzata. La cognizione, pertanto, è sommaria. Può esserlo perché un es. è costituito dal procedimento ingiuntivo caratterizzato dalla possibilità di una pronuncia senza neppure sentire l’altra parte, salvo però il potere di quest’ultima di contestarlo introducendo un giudizio ordinario. O perché incompleta (es: come nelle condanne con riserva dove la condanna viene pronunciata nonostante che l’esame di alcune questioni sia stato accantonato per essere compiuto in seguito,come ad esempio i procedimenti per ordinanza di rilascio, o alcuni procedimenti sui titoli di credito).

AZIONE COSTITUTIVA Per quanto riguarda l’azione costitutiva oltre ad accertare il diritto a una modificazione giuridica si distingue dalla sentenza di condanna in quanto consente un’attuazione del diritto da accertare direttamente dal giudice. Questo perché non è necessario operare nel mondo materiale attraverso l’attività dell’organo esecutivo, ma solamente nel mondo degli effetti giuridici. (modificazione giuridica)

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A differenza della giurisdizione costitutiva non necessaria, «l’interesse ad agire è ... in re ipsa, ossia nello stesso fatto costitutivo del diritto alla modificazione giuridica» . Il diritto che si intende far valere ed accertare è volto ad una modificazione giuridica: l’accertamento semplice non soddisfa questo qui pluris. L’attuazione del diritto, in questo caso (e a differenza che nell’azione di condanna) può essere compiuta direttamente dal giudice, senza rinvio ad altra fase esecutiva.

AZIONE PREVENTIVA? Non sembra configurabile un autonomo tipo di autorizzazione preventiva Sebbene proposta da molti autori, deve esserne negata la configurabilità. Si tratta in realtà di azioni sussumibili sotto le tre categorie sopra evidenziate, che hanno la funzione, comune, di tutela preventiva del diritto fatto valere.

In conclusione si può dire che nei diversi tipi di azione di cognizione l’accertamento costituisce l’elemento comune e costante a ciascuno di essi. Però mentre nell’accertamento mero esso esaurisce la funzione di tutela, negli altri due casi si richiede un elemento in più. Nella condanna infatti è richiesta un’ulteriore tutela attraverso l’esecuzione forzata, e nell’azione costitutiva un’ulteriore tutela attraverso l’attuazione della modificazione giuridica che costituisce l’oggetto del diritto accertato.

L’AZIONE ESECUTIVA E L’AZIONE CAUTELARE: La nozione di azione come diritto ad ottenere un provvedimento sul merito è valida solo nell’ipotesi dell’azione di cognizione, nel suo senso più pregnante. Con riguardo all’azione esecutiva e all’azione cautelare sembra più corretto riferirsi all’azione come ad un diritto alla tutela giurisdizionale o diritto all’attività processuale, ulteriormente specificata in relazione alla singola azione intrapresa. 1. azione esecutiva: Nell’azione esecutiva o diritto alla tutela giurisdizionale mediante esecuzione forzata, il processo da essa introdotto tende all’esecuzione materiale di un diritto già accertato la quale esecuzione va compiuta da parte dell’organo esecutivo. Dunque l’accertamento costituisce il punto di partenza, assimilabile a ciò che, nella cognizione, è l’affermazione. Unica condizione necessaria e sufficiente dell’azione esecutiva è il titolo esecutivo: l’interesse ad agire e la possibilità giuridica emergono dal fatto che il diritto è accertato nel titolo esecutivo; la legittimazione è implicita nella coincidenza tra i soggetti dell’azione e quelli del titolo. Si tratta di un diritto autonomo dal diritto sostanziale. Il titolo è efficace incondizionatamente: gli eventi inerenti il diritto accertato non toccano l’efficacia del titolo, se non attraverso un altro giudizio di cognizione (opposizione all’esecuzione) (cd efficacia incondizionata del titolo esecutivo). Oggetto del diritto non è un provvedimento favorevole, ma solo l’attività che porta, se tutti i requisiti richiesto dalla legge sono soddisfatti, al provvedimento favorevole.

2. azione cautelare: L’azione cautelare o diritto alla tutela giurisdizionale mediante cautela (destinata ad ovviare i pericoli che minacciano la fruttuosità della tutela giurisdizionale) si attua in concreto innanzitutto con la determinazione della certezza (nella misura che l’ordinamento ritiene sufficiente) riguardo alle ragioni per cui è necessario l’intervento cautelare. Tali ragioni sono: 1)il pericolo al quale il ritardo di tempo necessario a ottenere il provvedimento definitivo può esporre il diritto (periculum in mora);

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2) la dimostrazione che il diritto che si vuole tutelare esista (fumus voni juris) , cioè un’approssimativa verosimiglianza circa l’esistenza del diritto stesso. Dove la verosimiglianza è «qualcosa di più dell’affermazione e qualcosa di meno dell’accertamento» . Questi requisiti sono da riscontrare subito e fanno parte della prima fase dell’azione cautelare e tale fase conduce ad un provvedimento del giudice che autorizza la misura cautelare. Nella fase successiva vi è invece l’esecuzione della misura cautelare. L’azione cautelare si svolge dunque in due fasi: la prima, più propriamente cautelare, porta all’autorizzazione da parte del giudice della cautela, che viene realizzata in una seconda fase, di tipo esecutivo.

CAPITOLO IV : LA SITUAZIONE GIURIDICA GLOBALE DEL SOGGETTO CHE PRESTA LA TUTELA. IL DOVERE DECISORIO DEL GIUDICE E I SUOI LIMITI

IL CONTENUTO DEL DOVERE DECISORIO DEL GIUDICE: IL GIUDIZIO Colui al quale si chiede la tutela giurisdizionale è “L'organo giurisdizionale” ( giudice o organo esecutivo) che ha il dovere di prestare quella tutela. A tale dovere l'organo assolve con modalità e comportamenti diversi, secondo il tipo di tutela che deve prestare. Quindi nella cognizione deve decidere sull’esistenza o meno di un diritto, nell’esecuzione forzata deve svolgere le attività preordinate all’attuazione effettiva del diritto, nella cautela deve compiere entrambe le cose. Con riferimento al processo di cognizione si può dire che : A fronte del diritto di azione come diritto ad un provvedimento sul merito sta dunque il “dovere dell'organo giurisdizionale, che qui è il giudice, di compiere tutti quegli atti che, coordinandosi a vicenda (ed in correlazione anche con gli atti degli altri soggetti del processo) conducono alla pronuncia, da parte sua, del provvedimento sul merito, ossia della decisione” .Il che è reso chiaro dall'art. 112 c.p.c.: “il giudice deve decidere su tutta la domanda e non oltre i limiti di essa”. (enunciando il c.d. corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato) L’art dice in pratica 3 cose: a) che il giudice deve decidere b) tale dovere è condizionato dalla domanda (correlazione del dovere decisorio alla domanda) c) precisa l’oggetto della decisione stabilendo che i limiti del dovere decisorio devono coincidere con i limiti della domanda (confini (oggetto ed ambito )del dovere decisorio).

a) “IL GIUDICE DEVE DECIDERE”: prima di vedere in che consiste la pronuncia sul merito ( che è il dovere del giudice) occorre ricordare che “il legame tra domanda e pronuncia investe in primo luogo proprio l'attitudine della domanda a fondare il diritto ad una pronuncia sul merito piuttosto che sul processo” : infatti qualunque domanda conduce ad una pronuncia, ma la domanda inidonea a fondare una decisione sul merito produce effetti solo formali (pronuncia sul processo). Quindi Solo una domanda qualificata dalle condizione dell’azione può fondare il dovere del giudice a pronunciarsi sul merito, mentre una domanda priva di una o

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più condizioni dell’azione o una domanda invalida, fonda il più generico dovere del giudice di compiere una pronuncia sul processo. Cos’è quindi la pronuncia sul merito ? “è precisamente un giudizio destinato ad accertare l'esistenza o la non esistenza di quel diritto che è affermato nella domanda, ossia di quel diritto la cui affermazione, insieme con l'affermazione della sua esigenza di tutela, qualifica la domanda come atto di esercizio dell'azione” . Se si ricorda che l’accertamento dell’esistenza del diritto consiste nell’accertamento che i fatti previsti in astratto dalla norma come fatti costitutivi del diritto si sono verificati , si può dire che il contenuto del dovere decisorio del giudice ( la decisione o giudizio) si articola in 2 momenti :

- nell’enunciazione in astratto della portata attuale della norma (c.d. interpretazione della norma o giudizio sul diritto)

- nel riscontro che, nel caso concreto, si sono verificati i fatti costitutivi e gli eventuali fatti lesivi (c.d. giudizio di fatto).

La sintesi di questi due momenti è detta sillogisma del giudice o giudizio, cioè l’enunciazione che in quel determinato caso la volontà astratta di legge enunciata è ( o no) divenuta concreta , e che è ( o no) bisognevole di tutela. Tutto a conferma ( o smentita) di quanto affermato dall’attore nella domanda. In altri termini il giudice verifica l'enunciazione astratta della portata attuale della norma (giudizio di diritto o premessa maggiore) e ne riscontra i caratteri nel caso concreto (giudizio di fatto o premessa minore). Il sillogisma quindi è una semplificazione di una serie di operazioni complesse che danno luogo a 2 giudizi ( uno di diritto ed una di fatto), giudizi che nn sono indipendenti l’uno dall’altro ma spesso si fondono e coordinano a vicenda, per questo è difficile distinguerli, senza dimenticare che l'impiego nella norma di concetti indeterminati rende spesso impossibile la distinzione tra le due valutazioni e che la legge a volte lascia al giudice la scelta tra diverse soluzioni. Va comunque ricordato che ciascuna delle due premesse costituisce il risultato di un giudizio: “il compito del giudice sta più nell'elaborazione di quelle premesse che non nello svolgimento del sillogismo” .

b) LA CORRELAZIONE CON LA DOMANDA : Il dovere decisorio del giudice è attività dovuta, non spontanea in quanto è richiesta da colui che esercita l'azione. Essa è dovuta nei limiti in cui è richiesta [... ed] essa dovrà effettuarsi precisamente su quel diritto o diritti affermati (altrimenti se ci fosse un margine di diritto su cui non si compie la pronuncia ci sarebbe omissione di pronuncia), e non oltre l’ambito del diritto o dei diritti affermati ( perché altrimenti il giudice svolgerebbe un’attività non richiesta e la pronuncia sarebbe affetta da vizio di ultrapetizione).

Il fatto che il dovere decisorio sorga solo in quanto è stata proposta una domanda emerge dall’art 2907 c.c secondo cui la “tutela giurisdizionale dei diritti è prestata su domanda di parte…”. Tale articolo si ispira ad un principio fondamentale detto principio della disponibilità della tutela giurisdizionale per il quale il titolare (affermato) del diritto sostanziale è libero di chiedere oppure non chiedere tale tutela, come di rinunciare ad essa una volta chiestala. Tale disponibilità è evidentemente correlata:

- con la disponibilità del diritto sostanziale che si intende far valere, poiché chiedere o non chiedere la tutela di quel diritto è un modo di disporre di esso. Nel caso di diritti sostanziali indisponibili la tutela può essere eccezionalmente chiesta dal pubblico ministero.

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- con la regola del processo definita dall’art. 99 c.p.c. secondo la quale .: “chi vuol far valere un diritto in giudizio deve proporre domanda al giudice competente” (c.d. principio della domanda) : il dovere decisorio del giudice è dipendente dalla domanda e quindi dall’iniziativa di chi la propone, il che implica che chi propone la domanda, e solo lui, ha una sorta di esclusiva sul diritto al processo, e che il dovere decisorio del giudice nasce solo se c'è una domanda che vincola e limita il giudice con riguardo: - al tipo di azione esercitata: di accertamento, di condanna oppure costitutiva - al contenuto del giudizio (di diritto e di fatto).

c) I CONFINI DEL DOVERE DECISORIO DEL GIUDICE :Il dovere di decidere dipende dalla domanda anche riguardo la sua estensione o i suoi limiti. Cioè chi propone la domanda vincola il giudice non solo al dovere di pronunciarsi ma al dovere specifico di pronunciarsi sulol’estensione della domanda. Chi propone la domanda ha quindi una esclusiva sull’oggetto del processo. Questo è detto Principio (o vincolo) della disponibilità dell’oggetto (sostanziale) del processo. Il vincolo al giudice opera a. con riguardo al tipo di azione esercitata: è necessaria la correlazione tra tipo di azione esercitata e tipo di sentenza che il giudice deve pronunciare, pena vizio di ultrapetizione o, all'inverso, di omissione (parziale) di pronuncia(se il giudice a cui è chiesta una condanna pronuncia una sentenza di mero accertamento ). b. con riguardo al contenuto del giudizio: noi sappiamo che il giudizio si articola in 2 momenti (giudizio di diritto e giudizio di fatto) . Occorre domandarsi se il vincolo opera con riguardo a entrambi i momenti del sillogismo giudiziale, o per uno solo di essi. “Per rispondere a questa domanda, occorre contrapporre la generalità della volontà astratta di legge alla specificità dei fatti costitutivi. Da un lato, infatti, la volontà astratta della legge [...] non può costituire oggetto di un'esclusiva. Dall'altro lato, la stessa cosa non può invece dirsi dell'indicazione o allegazione dei fatti costitutivi, che, appunto perché assolvono a codesta funzione costitutiva o concretante della volontà di legge, vanno indicati o allegati nella loro individualità, sicché è proprio nei loro riguardi che si manifesta l'esclusiva dell'attore nella determinazione del dovere decisorio del giudice”. 1).per quanto riguarda quindi il giudizio di diritto vale il principio iura novit curia: “il giudice è libero di applicare le norme di diritto che meglio ritiene adattabili al caso concreto, ossia di mutare la qualificazione giuridica” . Il principio è desunto dal tenore dell'art. 113 c.p.c.: “Nel pronunciare sulla causa il giudice deve seguire le norme del diritto”, e cioè tutte le norme, non solo a quelle richiamate dalla domanda. Il giudice è quindi libero di applicare la norma che meglio crede, indipendentemente che sia stata invocata dalla parte interessata . Questa sua libertà si esplica in primis nel momento interpretativo della norma: “il giudice non è in alcun modo tenuto ad uniformare la sua interpretazione della norma a quella di precedenti pronunce ancorché al più alto livello, quali quelle della Corte di Cassazione” . Va notato comunque che il giudice può, anche d'ufficio, assoggettare la norma interpretata al controllo di conformità alla Costituzione o al Diritto Comunitario, sottomettendo la questione rispettivamente alla Corte costituzionale e alla CGCE, previa sospensione del giudizio. 2).per quanto riguarda i fatti la legge non contiene una enunciazione esplicita dell’esclusiva della parte nell’allegare i fatti costitutivi. Questa esclusiva risulta implicita dall’art 112 che enuncia la regola fondamentale ( la si chiami principio

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tra chiesto e pronunciato o principio della disponibilità dell’oggetto del processo) secondo cui “Il potere di determinare l’ambito dell’oggetto del processo, in modo vincolante per il giudice, spetta a chi propone la domanda, il quale lo esercita con la proposizione della domanda stessa, ma più precisamente soltanto con quella parte dell’atto medesimo nella quale egli afferma e allega i fatti costitutivi e i fatti lesivi, escluso invece ogni rilievo, sotto questo profilo, a quella parte dell’atto in cui quei fatti sono riferiti alle norme giuridiche” . Tutto ciò significa in pratica che il giudice deve giudicare su tutti i fatti allegati o affermati nella domanda e solo su quelli (iudex secundum alligata iudicare debet) ma a quei fatti può applicare le norme di diritto che ritiene più adeguate, siano o non siano indicate nella domanda. E a maggior ragione il giudice è libero di interpretare le norme giuridiche nel modo che ritiene più corretto, sia o non sia stata, quella interpretazione prospettata nella domanda e il giudice ( che è quindi vincolato rispetto ai fatti allegati ma non rispetto alle norme) può accogliere o non accogliere la domanda o accoglierla in parte.

LA PRONUNCIA SECONDO EQUITA’ (sostitutiva) Il principio della pronuncia secondo diritto, di cui all'art. 113 c.p.c. secondo cui il giudice deve, nel giudicare, seguire le norme del diritto., è immediatamente derogato dallo stesso disposto e dal successivo articolo, che individuano le ipotesi di pronuncia secondo equità ( quindi delle eccezioni). La lite, in altri termini, è un conflitto che normalmente viene risolto in base alle norme ma che può anche prescindere dalle norme stesse ed essere preso in considerazione nella sua realtà sociale ed economica. Cioè il conflitto sorto] non potrà essere risolto – ove si voglia, come si deve, evitare il mero arbitrio – che con riferimento ed in applicazione di una regola: ma nessuna necessità logica impone che quella regola debba essere sempre la regola astratta o norma di diritto”. Può essere opportuno, alle volte, che il giudice formuli e applichi una regola particolare idonea solo allo specifico caso concreto sulla base di orientamenti sociali e morali identici a quelli che ispirano il legislatore : si tratta della regola di equità o di giustizia del caso singolo. Col giudizio di equità il giudice giudica applica, anziché la norma generale ed astratta, una regola specifica per il caso concreto che elabora nella propria coscienza . Si parla di equità sostitutiva che si sovrappone e deroga alla giustizia ( regola) generale ed astratta risultante dalla norma. Nel nostro ordinamento il riscorso al giudizio di equità non può essere imposto alle parte ed è ammesso in via del tutto eccezionale entro precisi limiti:

- quando è imposto o necessario e riguarda solo il giudizio innanzi al giudice delle cause minori o giudice di Pace come previsto dall’art. 113 c.p.c., 2° comma: il giudice decide secondo equità le cause (senza limite di materia) il cui valore non eccede 1.100 euro, salve le ipotesi di contratti conclusi con moduli e formulari ex art.1342c.c.;.

- quando il giudizio è innanzi ai giudici cd. “togati” e senza limiti di valore non è imposto. L’ art 114 cpc. ., senza limiti di valore e in ogni grado , quando entrambe le parti siano concordi nell’attribuire al giudice il potere di giudicare secondo equità e la controversia concerna diritti disponibili.

Queste le ipotesi di equità sostitutiva, cui vanno aggiunte le ipotesi di equità integrativa che consiste in un giudizio fondato sulla norma che rimanda

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all’equità solo per specificare elementi non configurabili in astratto ( es. la determinazione del dann0o che non può essere provato nel suo ammontare)

IL PRINCIPIO DELLA DISPONIBILITA’ DELLE PROVE. SISTEMA INQUISITORIO E SISTEMA DISPOSITIVO. IL PRINCIPIO DELLA LIBERA VALUTAZIONE DELLE PROVE Abbiamo detto che il vincolo della corrispondenza tra chiesto e pronunciato opera solo con riguardo ai fatti, cioè il giudice, nell’esprimere il giudizio, è vincolato ai fatti allegati dalle parti ( non può investire altri fatti) Ora Rimane da comprendere se tale vincolo si estenda anche agli strumenti utilizzati dal giudice per compiere l’operazione di giudizio sul fatti ( cioè per riscontrare se i fatti allegati sono veri o no) . Questi strumenti (con cui il giudice forma il proprio convincimento sulla verità dei fatti affermati dalle parti) sono le Prove. Ora le prove sono offerte tanto dall’attore nella domanda ( essendo l’intento dell’attore “convincere il giudice sulla verità che afferma esibirà documenti, affermerà che ci sono dei testimoni.. etc) tanto dal convenuto nella contro domanda. Ci si chiede quindi se il giudice, nel formare il suo convincimento circa la verità dei fatti affermati nella domanda dell’attore o nella contro-domanda del convenuto, è tenuto a servirsi soltanto delle prove che gli sono offerte dall’una o dall’altra parte, oppure può, di sua stessa iniziativa (d’ufficio) adoperarsi o comunque disporre delle prove che gli sembrano utili per il giudizio. L’art. 115 c.p.c. prevede tale vincolo disponendo che “salvi i casi previsti dalla legge, il giudice deve portare a fondamento della decisione le prove proposte dalle parti o dal pubblico ministero” Quindi il giudice è ( di regola) vincolato nn solo dall’allegazione dei fatti compiuta dalle parti, ma anche dalle prove delle parti stesse circa i fatti affermati. Questo doppio vincolo è espresso dall'principio judex secundum alligata et probata judicare debet. Il fatto che i 2 vincoli siano espressi in un unico principio nn è stata un idea felice per 2 motivi: 1) Il principio è in qualche modo inesatto nell'espressione probata, che sembra indicare il già avvenuto esperimento positivo del mezzo di prova, e sarebbe più corretto riferirsi alle “circostanze che le parti hanno offerto di provare”. 2) La formula sembra inoltre imprecisa perché i 2 vincoli non hanno lo stesso fondamento poiché il principio , del secundum alligata judicare che si esprime nella regola della corrispondenza tra chiesto e pronunciato o della disponibilità dell’oggetto del processo discende dal principio della domanda , e quello del secundum probata iudicare che vincola il giudice alle offerte di prove compiute dalle parti, trova invece fondamento nel principio di disponibilità delle prove o principio dispositivo. Questo non è collegato al principio della domanda e quindi alla libertà dell'attore di chiedere o no la tutela giurisdizionale, ma presupponendo che la richiesta sia già stata fatta riguarda “solo un limite, per il giudice, nel servirsi di quegli strumenti tecnici di convincimento che sono le prove. Si tratta insomma di un vincolo che concerne il modo tecnico con il quale il giudice svolge la sua attività decisoria” La scelta del nostro ordinamento tra un sistema inquisitorio (che lascia al giudice ampia facoltà di iniziativa nell’avvalersi dei mezzi di prova) e un sistema dispositivo è per un sistema dispositivo attenuato: visto che l'art. 115 fa salvi i casi previsti dalla legge. I “casi previsti dalla legge” che attenuano il sistema di

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disponibilità delle prove lasciando il giudice libero di avvalersi di strumenti di convincimento non offerti dalle parti sono:

- i fatti notori l'art. 115, c. 2, c.p.c. stabilisce che “il giudice può porre a fondamento della sua decisione le nozioni di fatto che rientrano nella comune esperienza”;

- la richiesta d’ufficio di informazioni scritte alla Pubblica Amministrazione. art. 213 c.p.c

- l'art. 118 c.p.c. consente al giudice di disporre d'ufficio l'ispezione di persone o cose;

- il potere di disporre dell’interrogatorio libero delle parti. art. 117 c.p.c. ( libero o non formale, che anziché tendere alla confessione tende attraverso un colloqui libero e spontaneo a facilitare il giudice e a permettergli ( sentite entrambe le parti) di formare un suo convincimento)

- l'art. 116, c. 2, c.p.c. dispone che “il giudice può trarre argomenti di prova dalle risposte che le parti gli danno [in sede di interrogatorio libero], dal loro rifiuto ingiustificato a consentire le ispezioni che egli ha ordinato e, in generale, dal contegno delle parti stesse nel processo” che talora possono costituire unica fonte del suo convincimento.

L'art. 116, c. 1, c.p.c. contiene una regola importante , cioè fermo restando il vincolo assoluto a conoscere i soli fatti allegati ed a servirsi delle sole prove offerte dalle parti, il giudice ha il potere di valutare le prove “secondo il suo prudente apprezzamento”, salvo che la legge non disponga altrimenti. Si tratta del principio della libera valutazione delle prove. La norma stessa contiene tuttavia una clausola di salvezza per le c.d. prove legali, la cui valutazione è vincolata. Infine, altra regola in tema di prove è la regola dell'onere della prova, contenuta nell'art. 2697 c.c. che riguarda la preventiva determinazione delle conseguenze dell’eventuale mancata prova delle circostanze del fatto affermate dall’una o l’altra parte. [Sussistono numerosi elementi inquisitori invece nel processo del lavoro (artt. 420, c. 1 e 421 c.p.c.) e nel procedimento di divorzio (art. 4, c. 8 l. 898/1970 dispone l'assunzione d'ufficio dei mezzi di prova, limitati poi dalla l. 74/1987 alle sole indagini sul reddito e sul precedente tenore di vita). Nel procedimento di fronte al giudice monocratico l'art. 281ter c.p.c. attribuisce al giudice il potere di disporre d'ufficio la prova testimoniale]

IMPULSO DI PARTE E IMPULSO D’UFFICIO. LA FUNZIONE DEL PUBBLICO MINISTERO NELL’AMBITO DEL SISTEMA AD IMPULSO DI PARTE La distinzione tra sistema a impulso di parte e sistema a impulso d'ufficio non è tanto simmetrica e netta quanto quella tra sistema dispositivo e sistema inquisitorio. Considerato come la disponibilità della tutela giurisdizionale discende dalla disponibilità dei diritti, “appare evidente che, almeno nei limiti in cui si tratta di far valere diritti disponibili, la scelta per il sistema a impulso di parte non ha alternativa, se non con riguardo a situazioni particolari o marginali, quali debbono considerarsi quelle di cui alla riserva per la prestazione della tutela giurisdizionale d'ufficio prevista dall'art. 2907 c.c., o con riguardo a talune iniziative interne al processo che sono pronunce d'ufficio solo in senso indiretto”

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Sicché tutto il nostro sistema della tutela giurisdizionale, riferito ai diritti disponibili, non può che essere ispirato al principio dell’impulso di parte, che a sua volta ispira la tecnica del nostro processo civile.

Perciò, quando i diritti oggetto del processo sono indisponibili perché coordinati con interessi pubblici, il mantenimento della tecnica ispirata all’impulso di parte implica la configurazione di un soggetto appositamente creato per operare nel processo come parte e che esercita l’impulso di parte nell’interesse pubblico. Tale soggetto è il Pubblico Ministero che, dotato di poteri analoghi a quelli delle parti, in una misura che varia a seconda del grado di indisponibilità dei diritti, li esercita nell’interesse pubblico.

IL PRINCIPIO DEL CONTRADDITTORIO E IL DIRITTO COSTITUZIONALE ALLA DIFESA Per completare l’esame delle regole che riguardano la posizione del giudice rimane una regola fondamentale codificata dall'art. 101 c.p.c.: il principio del contradditorio secondo il quale: “il giudice, salvo che la legge disponga altrimenti, non può statuire sopra alcuna domanda se la parte contro la quale è proposta non è stata regolarmente citata e non è comparsa”. La disposizione ha riguardo, anzitutto, al soggetto passivo, cioè a colui che “secondo quanto è affermato e chiesto nella domanda stessa, dovrà subire le conseguenze del richiesto provvedimento del giudice”. La norma dunque impone al giudice il divieto di pronuncia senza che sia stato realizzato un preciso adempimento: la regolare citazione del soggetto passivo. Attraverso la consegna ufficiale dell’atto di citazione, in modo che si possa consentire al soggetto passivo di comparire innanzi al giudice e contrastare la richiesta dell’attore con l’eventuale proposizione di una contro domanda. Da questa regola si risale al principio dell’uguaglianza formale delle parti, secondo cui “ chi subirà gli effetti del processo deve poter assumere in quel processo un ruolo attivo che possa influire sull’esito dello stesso , il processo infatti è uno strumento di giustizia e non di sopraffazione di una parte sull’altra. Lo strumento per attuare in concreto questo ruolo attivo è la difesa considerata dall’art 24 della Costituzione come un diritto inviolabile in ogni grado e fase del processo, la cui portata è allargata da un'altra norma della costituzione l’art 111 c.2 secondo cui ogni processo si svolge nel contraddittorio delle parti, in condizione di parità davanti al giudice terzo ed imparziale. Il principio del contraddittorio rientra in questo quadro costituzionale. Il convenuto deve essere posto oltre che in condizioni di uguaglianza rispetto all’attore anche in condizioni di difendersi , e per difendersi occorre che sappia cosa si chiede contro di lui e quando , come e quale giudice esaminerà la domanda e cosa deve fare per contrastare quella domanda, queste sono le ragioni per cui l’esercizio del potere-dovere di giudicare le giudice è subordinato alla regolare citazione del convenuto. L'art. 101 c.p.c. prosegue con la locuzione “e non è comparso”: Considerato quanto sopra, la comparizione è “un sintomo del fatto che quel soggetto sia stato in concreto posto in condizioni di conoscere le modalità della sua chiamata davanti al giudice” : la comparizione è considerata “come un requisito sostitutivo, e non aggiuntivo, rispetto alla regolare citazione o, per essere più esatti, alla regolarità della citazione” . La locuzione “e”, quindi, sarebbe da considerare un lapsus del legislatore, e da leggere come “o”. La comparizione del soggetto passivo della domanda toglie rilievo ad ogni eventuale vizio della citazione.

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Il principio del contraddittorio non tollera eccezioni, come il diritto inviolabile alla difesa. L’espressione “salvo che la legge non disponga altrimenti” si riferisce ai casi in cui la domanda nn è proposta con citazione ma con ricorso, casi in cui la legge consente una pronuncia che nn segue il principio generale “audiatur et altera pars ( sentite entrambe le campane) ma è una pronuncia inaudita altera parte. Pronuncia contro la quale l’altra parte ( nn sentita) può chiedere 1altra pronuncia che si sostituisce alla prima come pronuncia di primo grado. Concludendo l’art 101 cpc è dettato con specifico riferimento al processo civile, il principio costituzionale a cui si ispira ( diritto alla difesa) investe ogni tipo di processo.

CAPITOLO V LA SITUAZIONE GIURIDICA GLOBALE DEL SOGGETTO CONTRO

IL QUALE E’ RICHIESTA LA TUTELA: IL CONVENUTO

PARTICOLARITA’ DEL DIRITTO ALLA TUTELA DEL CONVENUTO: A) L’INERZIA DEL CONVENUTO E SUE CONSEGUENZA

Convenuto: colui nei cui confronti è proposta la domanda e rispetto al quale la regola del contraddittorio stabilisce che deve essere regolarmente citato. Viene detto convenuto perché proprio in attuazione di questa regola viene “chiamato” o appunto “convenuto” davanti al giudice per svolgere le sue difese. Secondo la regola del contraddittorio al convenuto deve essere garantita una posizione di uguaglianza rispetto all’attore anche se tale uguaglianza non può essere completa e totale perché attore e convenuto entrano nel processo in momenti distinti e con posizioni ( uno offensiva , l’altro difensiva) diverse. Quando infatti il convenuto entra nel processo l’attore ha già determinato l’oggetto del processo ed il convenuto è tendenzialmente tenuto a rispettare codesto oggetto ed i suoi limiti. Questo in linea di principio, nel senso che tutto ciò nn pregiudica che se il convenuto vuol far valere dei diritti che sono estranei al processo introdotto dall’attore può farlo assumendo la parte di attore in altro processo. L’autonomia del convenuto nell’esercizio del suo diritto alla tutela giurisdizionale fa si che il convenuto non è affatto obbligato a svolgere difese, a reagire alla domanda dell’attore o comunque partecipare attivamente al processo; può cioè lasciare il che il processo si svolga senza che egli assuma alcuna iniziativa dando luogo così ad una situazione che tecnicamente si chiama contumacia. La contumacia implica che ci sia un assenza di fatto del convenuto mentre in linea di diritto il convenuto è già presente nel processo ossia assume la qualità di parte per il solo fatto di essere stato convenuto ossia di essere stato regolarmente citato, ciò che per l’art. 101 cpc è già sufficiente, perché il giudice possa provvedere nei suoi confronti. La regola del contraddittorio infatti vuole che il giudice si pronunci solo se il convenuto è stato messo nella posizione di difendersi, voglia o non voglia farlo. Se nn vuole difendersi, la sua inerzia nn impedisce lo svolgimento del processo , non implica lo scontato accoglimento della domanda dell’attore (salvo i casi in cui la legge espressamente affermi il contrario es 663 cpc) e quindi non vincola l’esito del processo lasciando il giudice libero nella formazione del suo convincimento.

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L’unica conseguenza è l’implicita agevolazione alla difesa dell’attore che sarà facilitato nel determinare il convincimento del giudice.

LA PERTECIPAZIONE ATTIVA DEL CONVENUTO, NEI LIMITI DELLA DOMANDA E DELL’OGGETTO DEL PROCESSO DETERMINATO DALL’ATTORE. LA DOMANDA DI RIGETTO COME ESERCIZIO DI UN’AZIONE DI MERO ACCERTAMENTO NEGATIVO.

La più frequente partecipazione attiva del convenuto al processo si concreta in una sua domanda riferita a quella dell’attore nella quale di solito si chiede o l’accoglimento della domanda o il rigetto o ci si rimette al giudice (provocando in questo caso una posizione simile a quella del convenuto inerte). L’hp che il convenuto chieda l’accoglimento è rara, tuttavia il fatto che ci sia un “accordo” tra le parti nn esonera il giudice dal compiere tutti quegli atti che possano portare ad una pronuncia che si fondi su una certezza obiettiva, quindi ciò presuppone un convincimento del giudice. Per lo più la domanda del convenuto sarà di rigetto della domanda dell’attore, con cui il convenuto esercita un’azione poiché, chiedendo il rigetto, il convenuto chiede l’accertamento negativo circa la sussistenza del diritto vantato dall’attore con la sua domanda: il convenuto eserciterà dunque, in tal modo, un’azione di mero accertamento negativo. Poiché l’oggetto di questo accertamento è praticamente lo stesso di quello che sta alla base dell’azione dell’attore, il convenuto resta nell’ambito dell’oggetto del processo determinato dall’attore. Il convenuto potrebbe limitarsi alla proposizione della domanda di rigetto ma il più delle volte egli si adopererà per l’accoglimento di questa domanda, accompagnandola con lo svolgimento di un’attività difensiva che potrebbe riguardare sia il diritto ( norma) sia il fatto ( i fatti costitutivi). Se riguarda il diritto ( quindi se contesta che una determinata norma debba o non debba interpretarsi in quella data maniera , l’attività difensiva del convenuto non solo nn influisce sull’oggetto ma neanche sui poteri del giudice che in base al principio iura novit Curia “può applicare il diritto come crede, senza suggerimenti delle parti”, stessa cosa succede quando riguarda i fatti allegati dall’attore ( as esempio se il convenuto, dopo aver negato la verità di quei fatti ( allegazione negativa) svolge argomentazioni a sostegno delle sue negazioni – es dimostra che un testimone dell’attore si è contraddetto). Inoltre a sostegno della sua difesa può anche offrire al giudice mezzi di prova ma sempre restando nei limiti dell’oggetto determinato dall’attore. Quindi quale che sia l’attività di difesa del convenuto che può essere svolta o argomentando in diritto o contestando fatti costitutivi e/o lesivi affermati dall’attore o con l’offerta di mezzi di prova deve sempre restare nei limiti dell’oggetto del processo determinato dall’attore.

LA PARTECIPAZIONE ATTIVA DEL CONVENUTO, NEI LIMITI DELLA DOMANDA DELL’ATTORE MA OLTRE I LIMITI DELL’OGGETTO DEL PROCESSO DETERMINATO DALL’ATTORE. L’ECCEZIONE

Il convenuto può – a sostegno della sua domanda di rigetto – affermare e chiedere di provare altri fatti. Noi sappiamo che un diritto viene in essere quando si verifica un fatto concreto che nella norma astratta era previsto come idoneo a costituire quel diritto. Però i fatti possono avere non solo efficacia costitutiva, ma anche estintiva, modificativa o impeditiva. La possibilità di affermare fatti estintivi, impeditivi o modificativi risulta indirettamente dall’art.2697 c.c. che pone l’onere della prova a carico di chi

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allega i fatti, contrapponendo l’allegazione dei fatti che costituiscono fondamento della domanda all’allegazione dei fatti che hanno reso inefficaci tali fatti o hanno modificato o estinto il tutto. La norma da un nome a tale ultima allegazione infatti definisce eccezione l’affermazione dei fatti estintivi impeditivi e modificativi. Il termine eccezione che può avere diversi significati, se riferito all’affermazione di fatti estintivi, impeditivi o modificativi si specifica come eccezione sostanziale (contrapposta a processuale o di rito) o di merito in senso proprio e consiste nella richiesta di una decisione negativa su una domanda altrui sul fondamento di fatti estintivi, impeditivi o modificativi. Con queste allegazioni (quindi con le eccezioni sostanziali ) l’oggetto del processo si allarga rispetto a quello determinato con la domanda; un allargamento che non riguarda la domanda stessa poiché con l’eccezione si vuol soltanto determinare il rigetto di quella sola e medesima domanda ma un allargamento che concerne i fatti dei quali il giudice può e deve conoscere. Nella disciplina processuale il dovere del giudice di tener conto delle eccezioni è configurato indirettamente dall’art.112 c.p.c. che, nell’enunciare che il giudice non può pronunciare d’ufficio sulle eccezioni che possono essere proposte soltanto dalle parti, dice implicitamente che egli può e deve pronunciarsi sulle eccezioni in genere. L’articolo risponde anche al quesito se sull’allegazione dei fatti estintivi, impeditivi o modificativi esiste un’esclusiva del convenuto ( cioè se il giudice possa pronunciarsi d’ufficio su fatti dei quali sia venuto a conoscenza attraverso risultanze processuali nonostante ness1 delle parti abbia proposto eccezione riguardo a queste o abbia chiesto una pronuncia in merito) . l’art 112, col vietare al giudice di pronunciarsi su eccezioni che possono essere proposte solo dalle parti afferma implicitamente che esistono 2 categorie di eccezioni di merito : quelle su cui il giudice può pronunciarsi d’ufficio e quelle che possono essere proposta solo dalle parti. Quindi se da un lato non si può parlare di un esclusiva del convenuto sull’allegazione dei fatti estintivi, modificativi o impeditivi, dall’altro nn si può dire che il convenuto sia privo di una zona di esclusiva dell’oggetto dei processo in ordine alla domanda, tale zona esiste ma nn investe l’intera categoria dei fatti ma si limita solo a quelli che possono essere proposti dalle parti e che costituiscono la categoria delle eccezioni di merito in senso proprio e stretto. Il alcuni casi è la legge a stabilire che l’eccezione è proponibile solo dalle parti ( come x l’eccezione di prescrizione) ma quando ciò nn accade assume rilievo la capacità di tali fatti di produrre i loro effetti automaticamente. Il giudice deve conoscere tutti fatti che a momento della sua pronuncia abbiano influito sull’esistenza di quel diritto e cioè anche di quei fatti estintivi, impeditivi o modificativi che abbiano automaticamente prodotto i loro effetti estintivi impeditivi o modificativi ( es la nullità degli atti giuridici che opera di diritto). Questi sono i fatti di cui il giudice può tener conto d’ufficio. I fatti di cui nn può tener conto d’ufficio sono quei fatti che nn producono i loro effetti automaticamente ma che il convenuto può far valere o non con 1 azione autonoma ( es i diritti d’annullamento dei contratti per errore, violenza e dolo) , fatti che il giudice nn potrà conoscere in mancanza di espressa eccezione. L’eccezione di merito in senso proprio e stretto è quindi il diritto del convenuto ad ottenere che il provvedimento sul merito della domanda tenga conto anche dei fatti estintivi modificativi o impeditivi la cui allegazione è affidata alla sua disponibilità. Questo è un contro diritto alla tutela giurisdizionale ed è marginale (

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perché si fonda solo sui fatti appartenenti alla disponibilità del convenuto) e limitato ( perché tende solo al rigetto della domanda). L’efficacia estintiva, modificativa o impeditiva dei fatti oggetto di eccezione può essere a sua volta estinta, impedita o modificata da altri fatti la cui allegazione è della controeccezione.

LA PARTECIPAZIONE ATTIVA DEL CONVENUTO OLTRE I LIMITI DELLA DOMANDA. LA DOMANDA RICONVENZIONALE. QUADRO SINTETICO DEI DEIRTTI ALLA TUTELA SPETTANTIAL CONVENUTO

Con l’eccezione quindi il convenuto pur introducendo nel processo nuovi fatti oggetto di indagine rimane nell’ambito della richiesta di rigetto della domanda dell’attore. Può però superare tale limite proponendo una sua domanda (domanda riconvenzionale), rispetto alla quale egli è l’attore e l’attore è il convenuto. Il convenuto esercita una sua propria autonoma azione: si tratta, più precisamente, dell’azione che il convenuto esercita contro l’attore nel medesimo processo nel quale è stato convenuto. Per evitare però che ci sia una sovrapposizione caotica di materie di giudizio in uno stesso processo il nostro ordinamento nega l’ammissibilità indiscriminata della domande riconvenzionali e la riconosce solo se c’è un collegamento che ne renda opportuna la trattazione congiunta ossia quando ( secondo l’art.36 c.p.c) la domanda del convenuto dipenda dallo stesso titolo su cui si fonda la domanda dell’attore o su cui si fonda l’eccezione dello stesso convenuto purchè nn ecceda la competenza del giudice per materia e valore.

CAPITOLO VI L’INDIVIDUAZIONE DELL’OGGETTO DEL PROCESSO: IDENTITA’ DELLE AZIONI E LIMITI DELLA COSA GIUICATA CONNESSIONE E CONCORSO DI AZIONI.

LE RAGIONI PRATICHE DELL’INDIVIDUAZIONE DELL’OGGETTO DEL PROCESSO ATTRAVERSO L’IDENTIFICAZIONE DELLE AZIONI: IL GIUDICATO E I SUI LIMITI SOGGETTIVI E OGGETTIVI, LA LITISPENDENZA, IL DIVIETO DI DOMANDE NUOVE IN APPELLO.

Abbiamo visto che l’attore con l’esercizio della sua azione determina l’oggetto sostanziale del processo ed i confini che il giudice nn può superare con la sua pronuncia, confini che costituiscono anche un limite per le contro richieste che il convenuto può inserire nel processo. Quindi l’oggetto sostanziale del processo si determina prevalentemente attraverso l’esercizio dell’azione. Il singolo processo individuato nel suo oggetto sostanziale viene indicato con il termine causa. L’operazione logico-giuridica di individuazione dell’oggetto di un singolo determinato processo o di una singola determinata causa prende comunemente il nome di identificazione della’azione. Quali sono le ragioni pratiche dell’identificazione dell’azione? Questa operazione è necessaria per il rispetto di alcuni principi fondamentali: a) Il principio del ne bis in idem ossia la regola della cosa giudicata . la legge

collega all’esaurimento dei mezzi di impugnazione dell’art 324 il divieto di qualsiasi eventuale altro giudice di pronunciarsi ulteriormente sulla materia che ha costituito oggetto della pronuncia passata in giudicato, divieto che

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costituisce poi il fondamento della cosa giudicata in senso sostanziale per cui l’accertamento passato in giudicato fa stato (art.2909 c.c.).

Se l’azione su cui è già sceso il giudicato venisse riproposta allo stesso giudice o ad uno diverso, questi dovrebbe risolvere il quesito se l’azione proposta è la stessa su cui si è già giudicato o è 1 altra: dovrebbe cioè identificare l’oggetto del processo o della causa attraverso l’identificazione delle 2 azioni per stabilire se si tratta della stessa azione o di 2 azioni diverse. Un’esigenza analoga si determina nel caso in cui la seconda azione viene proposta quando il processo introdotto dall’esercizio della prima azione non è ancora terminato, ma è ancora pendente. In questo caso la regola del ne bis in idem si traduce nel divieto al secondo giudice di pronunciarsi ed in quanto qui l’azione è già pendente egli deve dare atto della litispendenza: così dispone l’art.39, comma 1. Anche qui il giudice dovrà risolvere il problema di identificazione delle 2 azioni per verificare se l’azione coincide o no con quella oggetto del processo che pende. b) il principio del doppio grado di giurisdizione che vieta la proposizione

di domande nuove sia nel corso del giudizio di 1° e sia in appello, quindi per stabilire se una domanda è nuova o no si deve ricorrere all’identificazione delle azioni.

GLI ELEMENTI INDIVIDUATORI DELLE AZIONI. Gli elementi individuatori dell’azione che servono a compiere quindi l’operazione di identificazione dell’azione si distinguono in: - elementi soggettivi (o personae): soggetto attivo (attore), colui che propone la domanda, e soggetto passivo (convenuto), colui contro il quale la domanda è proposta; - elementi oggettivi: oggetto (o petitum) e titolo (o causa petendi). Perché due azioni possano essere dette identiche occorre che siano identici tutti i loro elementi sia quelli soggettivi che quelli oggettivi.

A) GLI ELELEMTI SOGGETTIVI “PERSONAE” E I LIMITI SOGGETTIVI DEL GIUDICATO.

Gli elementi soggettivi dell’azione sono evidentemente i soggetti dell’azione stessa o personae ossia il oggetto attivo e quello passivo. Nei casi in cui la legge eccezionalmente permette di far valere i diriti altrui, quindi se c’è rappresentanza o sostituzione il riferimento è al rappresentato e al sostituto; Rispetto a questi soggetti si determinano i limiti soggettivi del giudicato, secondo l’art. 2909 c.c, l’accertamento contenuto nella sentenza passata in giudicato fa stato a ogni effetto tra le parti, i loro eredi o aventi causa : essa deve essere cioè riconosciuta da tutti ma i suoi effetti nn si estendono a terzi. Quindi:

1) la sentenza vale rispetto a tutti ma come sentenza tra le parti, quindi nn può pregiudicare altri che sono estranei alla lite ;

2) con la parola parti si intende i soggetti del rapporto sostanziale affermato o dell’azione;

3) i soggetti sostituiti o che comunque subiscono gli effetti dell’esercizio dell’azione da parte di altri sono inclusi in questa nozione di parti;

Sii deve prendere atto che l’ordinamento offre moli esempi di casi di estensione degli effetti del giudicato nei confronti di soggetti che non furono parti nel processo. Questi soggetti sono in primo luogo quei soggetti ai quali l’art.2909 cc

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CIAO! potreste inviarmi il documento per e mail ? sono una studentessa erasmus e sono molto perdita [email protected] Grazie mille!!
Molto valido
Completo
Onestamente un pò complicato per chi è alle prime armi. Comunque buono il lavoro.
Come si fa a scaricare senza pagare l'abbonamento? Si può?
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