diritto pubblico cagliari, Domande di esame di Diritto Pubblico. Università degli Studi di Cagliari
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jeje.115 febbraio 2016

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diritto pubblico cagliari, Domande di esame di Diritto Pubblico. Università degli Studi di Cagliari

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1.Le nozioni di forma di stato e forma di Governo. 1)Forma Di Stato: intendiamo l’insieme delle finalità che lo Stato si propone di raggiungere ed i valori a cui si ispira la propria azione, che determinano le caratteristiche di fondo del rapporto tra la struttura del potere statuale e la collettività che in essa si riconosce. Si parla di forma di Stato democratica quando la sovranità spetta al popolo, e l’apparato statale la esercita su delega, o in rappresentanza, di questo. Forma Di Governo: si intende l’insieme degli strumenti e dei mezzi mediante i quali una determinata organizzazione statuale persegue le sue finalità, descrivendo a quali organi spetta la funzione di indirizzo politico (fare politica, governare e individuare le finalità prioritarie, come ad es. quando si approvano provvedimenti che incidono sulla vita della collettività) e quali rapporti intercorrono tra questi organi. 2. Che cosa si intende per forme di Governo 'moniste' e 'dualiste'? 2)MONISTA o DUALISTA sono aggettivi che si riferiscono alla fonte della legittimazione degli organi di indirizzo politico. *La forma di Governo è detta monista quando c’è un solo organo che ha la legittimazione più forte che ha poteri condizionanti sulla esistenza e permanenza in carica e sull’esercizio dei poteri degli altri organi. Rientra tra le forme di Governo moniste la forma parlamentare in quanto solo il Parlamento, eletto direttamente dal popolo, è l’organo che ha la legittimazione più forte ed è l’organo che condiziona con la propria “fiducia” la permanenza in carica del Governo. *La forma di Governo è detta invece dualista quando ci sono organi, di solito 2, che hanno una fonte di legittimazione pari e diversa, ciò significa che nessuno dei 2 organi titolari di legittimazione può condizionare l’esistenza in carica e il modo di esercizio dei poteri dell’altro, ne è l’esempio, la forma “presidenziale” americana, dove sia il presidente sia il congresso sono eletti dal popolo, avendo la stessa legittimazione, sono pari e nessuno dei 2 può influire sull’esistenza e durata in carica dell’altro.

3. Le forme di stato e di Governo non sono studiate solo nel diritto pubblico, ma anche nella filosofia politica. Che cosa sapreste dire al riguardo? 3)Prima di diventare oggetto di diritto pubblico, i temi delle forme di Stato e di Governo, sono stati prerogativa della filosofia politica, infatti essi sono stati oggetto della riflessione sui modi di vivere insieme, sul Governo, sul potere. *Mentre lo stato veniva creato politicamente, come struttura di Governo, come insieme di apparati, la riflessione filosofica intorno ad esso prosperava, individuando nello stato, la possibilità della vita politica dell’uomo, ossia l’ambito che permetteva l’espletamento delle qualità distintive dell’essere umano: vivere in pace con gli altri individui in un equilibrio tra interessi privati e pubblici e partecipare alla vita pubblica. *Il mondo premoderno venne raffigurato come irrimediabilmente chiuso nei particolarismi e lo stato fu descritto come lo strumento di unità generale fondata sulla cooperazione delle parti. Un pensatore come Hobbes, vide nello stato un tramite, uno strumento del quale l’uomo si serve per realizzare la sua umanità; infatti la sottomissione alle leggi dello stato, il dovere di obbedienza, la rinuncia ai privilegi di ceto, la subordinazione alla legge (uguale per tutti), veniva a sua volta giustificata in nome del grande contraccambio che lo stato dava: - la pace, -la sicurezza, intese come condizioni di sviluppo della nazione umana.

4. Il pensiero antico e moderno, e in parte quello contemporaneo, ha puntato l'attenzione sugli aspetti etici, oltre che procedurali ed organizzativi, della convivenza sociale organizzata in Stato. Sapreste spiegare in che cosa consiste questa prospettiva di riflessione, che cosa essa aiuta a mettere in evidenza? 4)Questa riflessione aiuta a mettere in evidenza il fatto che le caratteristiche morali individuali sono connesse alle “prestazioni” del sistema politico e delle istituzioni; infatti , se nella società prevalgono qualità etiche negative anche lo stato sarà caratterizzato negativamente, mentre, dove prevalgono qualità etiche positive vi sarà uno stato caratterizzato positivamente. Possiamo quindi affermare che i governanti e le istituzioni sono lo specchio della società in quanto, le qualità morali di quest’ultima dipendono strettamente da una pluralità di fattori, tra i quali, i più importanti sono: la distribuzione della ricchezza, l’educazione e le istituzioni stesse, il cui atteggiamento è determinante nel mettere in circolo sentimenti buoni, mediocri o cattivi.

5. A vostro avviso, per studiare la forma di stato e di Governo di un certo paese, sarebbe corretto e sufficiente limitarsi ad analizzare le norme che la descrivono? In una vostra ideale ricerca sulla forma di Governo italiana, per esempio, quali versanti e prospettive riterreste importante tener presenti?

5)No, non sarebbe correttolimitarsi alla conoscenza delle norme che la descrivono in quanto, un pò troppo spesso, soprattutto in Italia, è stata diffusa l’idea che per governare un paese basti solo “avere i numeri”, i numeri che assicurano una maggioranza in Parlamento. Ma avere i numeri non significa solo averli in senso quantitativo , bensì “avere le qualità e le competenze” per ricoprire un determinato ruolo. Non ci dobbiamo dimenticare che i parlamentari sono, o comunque, dovrebbero essere, i nostri rappresentanti, e, come tali dovrebbero assicurarsi che vengano rispettati i bisogni della collettività, improntando le pratiche di esercizio del potere sull’onestà e al servizio dei cittadini tramite scelte legislative non discriminatorie e punitive nei confronti di certe parti della società, passando attraverso l’attenzione dei processi educativi. 6. In che cosa consisteva la 'teoria del Governo rappresentativo', cuore delle concezioni istituzionali ottocentesche, e quale era il bene, o la finalità, che lo stato rappresentativo ottocentesco si proponeva soprattutto di garantire? 6)La teoria del Governo rappresentativo considerava che nello Stato vi fossero 2 grandi tipologie di interessi: 1) interessi comuni, generali di cui il titolare era lo Stato, e 2) interessi della società, particolari e diversi tra loro dato che la società è composta da categorie e classi diverse. L’obbiettivo del Governo rappresentativo era quello di garantire l’armonia tra gli interessi generali e quelli particolari, affiancando al rappresentante del Governo un organo elettivo o parzialmente elettivo, il PARLAMENTO, chiamato ad esprimere la volontà legislativa con il consenso del sovrano. Il bene che si proponeva di garantire era quello COMUNE (il bene comune) e l’interesse generale, in quanto, in assenza di questi 2 presupposti non si raggiungerebbe l’unità statale e la convivenza pacifica.

7. A quale tipo di sistema elettorale, e a quale struttura del Parlamento ha teso ad associarsi il principio rappresentativo cui erano ispirate le forme di stato ottocentesche in Europa? 7)Il GOVERNO RAPPRESENTATIVO ha generalmente optato per sistemi elettorali non universali, detti appunto “rappresentativi”, in cui il diritto di voto veniva limitato ai ceti abbienti e colti, cioè a quelle persone in grado di esprimere un voto consapevole, o almeno a coloro che anche se non benestanti, ma pur sempre possessori di un reddito alto, fossero in grado di leggere e scrivere o avessero almeno conseguito l’istruzione elementare. Il principio rappresentativo servì a dare agli interessi dei ceti alti della società voce in capitolo nella direzione dello stato. All’interno del Parlamento una camera era elettiva, rappresentativa degli interessi della società; l’altra non era elettiva ed era considerata come rappresentante intermedia tra quella degli interessi unitari dello stato e quelli della società, in pratica fungeva da contrappeso nel caso in cui la camera elettiva prendesse direzioni troppo innovatrici. *La forma rappresentativa per funzionare bene richiede un grado elevato di educazione politica del popolo nell’interessarsi alla cosa pubblica, e da parte dei pubblici poteri richiede una conoscenza e forte sentimento dei propri doveri.

8. Descrivete le caratteristiche di fondo della forma di Governo 'monarchia costituzionale' per come essa era disegnata nello Statuto Albertino. 8)Secondo quanto sostenuto dallo Statuto Albertino, nella monarchia costituzionale, il Re diventa tale “per grazia di Dio e volontà della nazione”, perciò con la monarchia costituzionale, il monarca riconosce che la fonte della propria autorità non è solo in sè stesso, ma anche in una sua funzione di cura verso gli interessi generali, funzione che egli condivide con la borghesia. In sintesi, la forma di Governo monarchico-costituzionale delineata dallo Statuto Albertino si articolava su questi principi: -il Re detiene il potere esecutivo, egli è il capo supremo dello stato –il Parlamento è composto da 2 camere, una nominata dal Re, e una elettiva –la funzione legislativa spetta al Re e al Parlamento, in quanto le leggi deliberate del Parlamento, assumono vigore solo se ricevono l’approvazione del Re – il Parlamento non ha alcun potere di influire sul Governo – la funzione esecutiva è esercitata dal Re (Governo) compresa la funzione giurisdizionale.

9. La forma di Governo disegnata nello Statuto Albertino era una monarchia costituzionale. Essa però subì una serie di modifiche in via di prassi. Che cosa si intende con questa espressione? Di quali modifiche si trattò? A che cosa esse furono dovute? 9)Per modifiche in via di prassi si intendevano quei cambiamenti relativi ai comportamenti di fatto e non a un cambiamento delle regole formali e delle norme scritte. Questi cambiamenti mutarono la forma di Governo, da monarchico-costituzionale che era, in forma di Governo che funzionava secondo principi diversi. Le modifiche riguardavano la vita politica, che nell’Italia unita divenne sempre più complessa, portando il monarca a distinguersi da coloro che componevano il Governo (i ministri) in quanto, altrimenti, il Parlamento ne avrebbe sminuito la sua autorità (considerando il Governo e il Re come un'unica cosa). Così, pur non perdendo alcun potere formale, il Re uscì dalle dinamiche politiche. Il tutto innescò la tendenza del Governo a dare le proprie dimissioni quando

evidentemente non disponeva di un sufficiente consenso in Parlamento. Il Governo, secondo il dettato dello statuto, NON era tenuto a far questo, in quanto doveva rispondere del suo operato solo al Re; ma nella prassi si consolidò l’idea che il Governo dovesse risponderne anche al Parlamento, nel senso che se i suoi atti non erano condivisi dal Parlamento, il Governo non poteva stare in carica. Il nesso che legava il Governo al Parlamento fu di RESPONSABILITA’ POLITICA, detto anche RAPPORTO FIDUCIARIO che si esprimeva con le votazione di fiducia o sfiducia del Parlamento, determinando così la durata in carica del Governo.

10. La trasformazione della forma di Governo da costituzionale a parlamentare che ebbe luogo durante la vigenza dello Statuto Albertino fu piena e incontrastata? 10)No, il processo di trasformazione non fu lineare infatti fino alla conclusione della 3^ guerra di indipendenza si riscontrarono sovrapposizioni continue di movimenti evolutivi e involutivi. Nell’anno della concessione dello statuto si registrarono prese di posizione a favore del parlamentarismo, tuttavia nello stesso tempo si avevano manifestazioni rette dalla logica opposta, come lo scioglimento delle camere deciso dal Re e dal suo Governo quando le camere si rifiutarono di approvare il trattato di pace con l’Austria. Si trattò però di un sistema parlamentare che si mantenne DUALISTA perché il ruolo sociale della monarchia non venne mai meno. Il Re continuò a influire sulla politica: da una parte, attraverso l’esercizio delle prerogative regie (dei poteri che il sovrano esercitava senza consenso e a volte senza l’informazione delle camere), dall’altra parte il Re influiva sulla politica tramite i contatti diretti che intratteneva con uomini politici e di Governo. Ricordiamo che, per effetto del suffragio molto ristretto, la classe al potere rimase una stretta oligarchia della quale il Parlamento era espressione. Il fatto che il Parlamento non divenne mai l’espressione di interessi sociali diversi o autonomi da quelli dell’oligarchia dominante, e rimase anzi in larga parte assai simile al monarca, è sicuramente la principale causa del fatto che il parlamentarismo non si affermò mai definitivamente nel senso di escludere il monarca. Così la forma di Governo rimase dualista e il Governo dovette appoggiarsi sia sulla fiducia parlamentare sia su quella regia.

11. Che cosa si intende per 'partito parlamentare' e in che cosa dai 'partiti parlamentari' si differenziarono i partiti politici di massa che iniziarono a prendere forma alla fine del 1800? Perché questi ultimi furono sentiti come un fattore che metteva in crisi l'assetto politico consolidato? 11)*Con il termine “PARTITO PARLAMENTARE” si intendeva rappresentare quei gruppi di deputati che procedevano d’intesa in relazione ai provvedimenti di politica generale del Governo che erano necessari di volta in volta. *Si parla invece di “PARTITO POLITICO DI MASSA”, in contrapposizione ai partiti parlamentari, quando i soggetti interessati appartenevano al proletariato e alle classi subalterne dei lavoratori salariati. Questi partiti nacquero in contrapposizione al pensiero dell’èlite dominante che vantava di concepire l’interesse generale sullo stampo del proprio punto di vista (dimenticando invece il vero interesse sociale), si svilupparono appunto, all’interno della società (e non in Parlamento) come associazioni che si proponevano di rappresentare il gruppo sociale, iniziando così a presentare alle elezioni propri candidati che si impegnavano a proteggere, nel loro lavoro in Parlamento, le questioni care al proprio elettorato e a contrastare iniziative che potevano danneggiarlo. *Questi ultimi furono sentiti come un pericolo per l’assetto politico consolidato perché a lungo andare, l’iniziativa di, piccola borghesia e proletariato, che volevano governare lo stato secondo i loro interessi, si tradusse nella CRISI DEL PARLAMENTARISMO, nel risorgere di grosse diffidenze verso quel Parlamento che iniziava a rappresentare sempre più il popolo e a cui le vecchie strutture non riuscirono a tener testa.

12. Durante il periodo statutario il Parlamento crebbe di importanza e di legittimazione? E quali furono gli itinerari dei poteri del Governo? 12)Le trasformazioni che portarono verso una forma di Governo di tipo parlamentare erano avvenute senza modificare formalmente lo statuto, che rimase come era. Queste modifiche (tacite) furono viste come una crescita del potere di influenza del Parlamento, che nei fatti poteva condizionare l’esistenza in carica del Governo. A sua volta, la crescita di potere del Parlamento corrispondeva allo sforzo di aggiornare il disegno dello statuto alle esigenze del paese diventato più articolato. Il fatto che le modifiche dello statuto fossero solo tacite però, rese facile il diffondersi di opinioni che ne disconoscevano la legittimità e l’obbligatorietà. La crescita del ruolo del Parlamento fu quindi un evento assistito da pochissima legittimazione in quanto, era vista come una violazione dello statuto rischiosa per gli interessi dello stato, perciò il Parlamento cresceva di ruolo, ma restava debole allo stesso tempo. *Per quanto riguarda il Governo: la

formazione di una forma di tipo parlamentare aveva risposto all’esigenza di rendere il Governo un organo autonomo dal Re. Il ruolo del Governo cambiò moltissimo rispetto a quello che lo statuto attribuiva al gabinetto del Re, crescendo enormemente. Questo si tradusse in un rafforzamento dell’esecutivo in quanto il Governo poteva emanare regolamenti anche senza l’esistenza di una norma di legge che lo autorizzasse e in caso di necessità (quindi senza il consenso del Parlamento) potesse emanare un provvedimento con forza di legge.

13. La forma di Governo nel periodo fascista fu caratterizzata da una forte intonazione antiparlamentare. Ricordare i principali interventi in cui quest'ultima si espresse. 13)La forte intonazione antiparlamentare del periodo fascista si espresse attraverso diversi interventi, tra cui:

- l’accentramento nel Governo, infatti nel 1926 fu varata una legge che eliminò ogni forma di rapporto fiduciario tra Governo e Parlamento e rafforzò il potere normativo del Governo consentendo a quest’ultimo l’adozione, senza limiti, di atti normativi con forza di legge e di una vasta gamma di poteri regolamentari che potevano essere adottati in mancanza di previa legge. Il Parlamento, in sostanza, veniva così escluso dalla funzione normativa, introducendo la figura del Capo del Governo e Duce del fascismo;

- trasformazione del sistema elettorale in senso plebiscitario, la lista dei candidati era unica, e veniva formata da un organo del Partito nazionale fascista, il Gran Consiglio del Fascismo. Al corpo elettorale non restava altro che favorire in blocco la lista;

- con la Camera dei fasci e delle Corporazioni, venne a cessare ogni elemento di rappresentatività del Corpo elettorale in Parlamento: mentre il Senato rimaneva composto da membri nominati sulla base di scelte del regime, la Camera non era più elettiva e veniva composta oltre che dal Duce del fascismo, dai componenti dei Consigli nazionali del PNF e delle corporazioni, organismi rappresentativi dei datori di lavoro e dei lavoratori, controllati dal Governo e dal PNF.

14. Il fascismo rafforzò in vari modi il Governo. Sapreste illustrarli? 14)Inizialmente il Governo si presentava come un Governo debole e in mano alle cerchie parlamentari e non abbastanza indipendente dalle pressioni dei partiti, ma tutto ciò fu efficacemente risolto con il sopraggiungere del fascismo. Il fascismo infatti si era preoccupato di scolpire come centro di vitale importanza dello Stato, il Governo, cui furono dedicate alcune leggi e riforme di grande importanza. La legge del 1925 istituisce la figura del capo di Governo, Duce del fascismo: il Governo così ha una sua identità e un suo capo, la fiducia parlamentare è abolita e il Governo è l’espressione di una sola parte, che è poi l’unico partito legittimo. La legge del 1926 sbanca un altro caposaldo del sistema statutario rendendo il Governo, il centro normativo del sistema. La legge prevedeva che il Governo potesse emanare decreti con forza di legge destinati a una vigenza provvisoria di 2 anni e rinnovabili; prevedendo inoltre che la camera potesse delegare poteri legislativi al Governo “in bianco” cioè senza bisogno di definire l’oggetto, e i tempi e modi in cui il Governo doveva esercitare questa prerogativa. Infine una riforma del 1923 accorpò e riorganizzò i Ministeri. Ma il fascismo preferì sviluppare un nuovo modello organizzativo, l’ente pubblico, come alternativa alle amministrazioni ministeriali, strumento per sottomettere i diversi settori di intervento al controllo di persone fedeli al regime. Il fascismo costruisce così il Governo come, un’istituzione forte, circondata da poteri idonei a garantire l’efficacia e l’effettività della realizzazione del suo disegno.

15. La forma di Governo adottata dalla Costituzione del 1948 ha carattere 'monista'. Che cosa si intende con questa espressione? 15)Il carattere monista è dato dal fatto che con la Costituzione del 1948 si considera il Parlamento come unico organo, eletto direttamente dal popolo, dotato quindi di maggiore legittimazione. La nostra Costituzione è dunque monista perché c’è un unico organo direttamente in rapporto con la fonte della sovranità (il corpo elettorale), e ciò attribuisce preminenza al Parlamento. Questo perché il Governo (composto da esponenti dei partiti politici), per esercitare i propri poteri, deve disporre della fiducia delle camere, che è un voto (detto appunto di fiducia) con cui le camere si impegnano a sostenere il Governo. Il voto di fiducia costituisce una relazione tra Governo e Parlamento, che deve mantenersi affinché il Governo rimanga in carica e nel quale si esprime la responsabilità politica del Governo verso le camere.

16. Il Presidente della Repubblica non è un organo di indirizzo politico ma esercita un ruolo molto importante nella forma di Governo, specialmente per effetto di alcune sue particolari attribuzioni. Sapreste indicare quali? 16)Il Presidente della Repubblica è un organo che non ha potere di indirizzo politico, non è eletto

né designato dal popolo e non persegue un proprio progetto politico. Esso è definito organo di “garanzia” perché la sua funzione ha per finalità quella di assicurare il regolare svolgimento della vita pubblica secondo le norme della Costituzione. Nello svolgimento della sua funzione, il Capo dello stato ha attribuzioni che lo mettono in contatto con i tre poteri dello Stato, legislativo, esecutivo e giudiziario. Le principali attribuzioni sono: *Rispetto al potere legislativo, spetta al Capo dello Stato:sciogliere le Camere e indire nuove elezioni; promulgare le leggi, valutando la loro correttezza costituzionale che può tradursi nel rinvio della legge per un nuovo esame alle Camere (le quali possono riapprovare la legge ignorando le osservazioni del Capo dello Stato, che sarà tenuto in questo caso a promulgarla). *Rispetto al Governo, spetta al Capo dello Stato: ricevere le dimissioni del Governo e nominare il Presidente del Consiglio e i ministri; emanare gli atti del Governo (che assumono la forma di decreti del Presidente della Repubblica) e autorizzare la presentazione da parte del Governo di disegni di legge alle Camere. *Rispetto alla Magistratura, spetta al Capo dello Stato: la presidenza del Consiglio Superiore della Magistratura (cioè l’organo istituito dalla Costituzione per provvedere, in piena indipendenza dal Governo, alle nomine, progressione in carriera, responsabilità dei magistrati ordinari ecc). E’ molto importante tenere presente che, proprio in virtù del ruolo di garanzia che è chiamato a esercitare, il Presidente della Repubblica NON è un organo di indirizzo politico.

17. Definizione di sistema elettorale; caratteristiche di fondo (compresi vantaggi e svantaggi) del sistema proporzionale e di quello maggioritario. 17)Il sistema elettorale è stato definito come un modo per tradurre i voti in seggi. Infatti il sistema elettorale serve a stabilire quanti “posti” (seggi) in Parlamento avranno i diversi partiti politici che si candidano alle elezioni. I sistemi elettorali si suddividono in 2 grandi famiglie, i sistemi proporzionali e quelli maggioritari. *Il sistema proporzionale si associa al voto per lista e al calcolo proporzionale dei voti. Il territorio nazionale viene diviso in circoscrizioni, e le varie liste presentano i loro candidati, raggruppati in elenchi, in ciascuna circoscrizione. VANTAGGI: Nei sistemi proporzionali il principio base è quello per cui i seggi vengono assegnati tra tutti i partiti che hanno partecipato alla competizione elettorale, in proporzione al numero dei voti che ciascuno di essi ha ottenuto. L’organo che risulterà eletto in Parlamento, rispecchierà in modo fedele gli orientamenti del corpo elettorale. Anche un partito con un piccolo seguito elettorale può sperare di eleggere almeno un deputato o senatore. SVANTAGGI: il sistema proporzionale può avere come facile conseguenza che nessun partito ottenga un numero di seggi tale da permettere la formazione di un Governo che di quel solo partito sia espressione. Ed è per questo motivo che solitamente si è in presenza di un Governo di coalizione, cioè formato da più partiti, che potrebbero creare dei problemi quando, all’interno di una coalizione, si da un peso sproporzionato a un piccolo partito, che con la minaccia di dissociarsi dal Governo, può avere su questo una enorme influenza, introducendo un alterazione della rappresentanza elettorale. *Il sistema maggioritario si ispira al principio secondo cui tutti i seggi in palio in una determinata circoscrizione vengono assegnati al partito o alla coalizione che ottiene la maggioranza semplice dei voti espressi (un numero superiore rispetto a quelli ottenuti dagli altri) assicurando a quest’ultimo/a almeno la maggioranza assoluta in Parlamento. SVANTAGGI: il sistema maggioritario tende a scoraggiare le piccole forze politiche a presentarsi alle elezioni, se non in alleanza con altre forze politiche. Ciò è causa di disinteresse al voto: le persone che non si riconoscono in alcuna delle poche forze politiche che si candidano, preferiscono infatti non votare. VANTAGGI: siccome dal sistema maggioritario esce una forza che in Parlamento ha almeno il 51% dei seggi, esso renderebbe più facile la formazione del Governo, più solida la maggioranza, più forte il programma di Governo e meno litigioso l’esecutivo.

18. Illustrare i diversi tipi di sistemi elettorali adottati in Italia per l'elezione della Camera e del Senato dal dopoguerra ad oggi. 18)Sino al 1993 in Italia le Camere sono state elette con un sistema elettorale proporzionale. I motivi erano scritti nella nostra storia e nel nostro presente di allora, infatti, il paese era uscito dalla guerra e dalla dittatura con profonde divisioni ideologiche: il corpo elettorale si orientava tra due forze polarizzate, un partito di ispirazione cattolica, come la Democrazia Cristiana (DC) e un partito di ispirazione comunista (PCI). Dopo anni di dittatura, la democrazia doveva essere consolidata, perciò si pensò che un sistema elettorale proporzionale, che garantiva a tutti gli elettori di vedere la forza politica in cui si riconoscevano, rappresentata in Parlamento, potesse rafforzare il radicamento della democrazia. Nel 1993, per effetto di un referendum abrogativo, la legge elettorale proporzionale è stata abrogata ed è stato poi con una legge introdotto un sistema di tipo maggioritario misto a elementi di proporzionale (il 75% dei seggi veniva assegnato con

metodo maggioritario e il restante 25% con metodo maggioritario). Infine nel 2005, è stata approvata una nuova legge elettorale che adotta un sistema proporzionale di calcolo dei voti con premio di maggioranza, volta a garantire che comunque la coalizione o la singola lista più votata abbia la maggioranza in Parlamento. La legge è stata molto criticata perché non consente agli elettori l’espressione del voto di preferenza, riservando così interamente ai partiti la scelta sulle possibilità di successo dei candidati.

19. Descrivere l'insieme delle funzioni delle Camere e i principali atti in cui ciascuna funzione si traduce. 19)Il Parlamento è composto di 2 Camere, la Camera dei Deputati e la Camera dei Senatori. Le due Camere sono diverse per numero di membri e per composizione ma, per via del bicameralismo perfetto, hanno le stesse funzioni e gli stessi poteri. Le principali funzioni delle Camere si traducono, nella: *La funzione legislativa (che può essere chiamata anche il “lavoro legislativo” delle Camere) e in questa rientrano: - l’approvazione delle leggi costituzionali e di revisione costituzionale; - l’approvazione delle leggi ordinarie. *La funzione di indirizzo e di controllo nei confronti del Governo (che può essere chiamata anche “il lavoro politico” delle Camere) e in questa rientrano gli atti in cui si svolge il rapporto fiduciario tra Parlamento e Governo: - mozione di fiducia, (una volta che il nuovo Governo è stato nominato, quest’ultimo deve presentarsi da ciascuna Camera per ottenere la “fiducia”, necessaria affinché un nuovo Governo possa insediarsi ed iniziare ad operare); - mozione di sfiducia, (con questa si pone fine al rapporto fiduciario tra il Governo e la sua maggioranza parlamentare, strumento di sanzione politica, ma che ha anche una precisa conseguenza giuridica: obbliga il Governo alle dimissioni);

– interrogazioni, interpellanze, mozioni, ordini del giorno (sono degli strumenti che permettono al Parlamento di eseguire puntuali verifiche circa l’atteggiamento del Governo in ordine a specifici problemi.

– 20. Il nostro Parlamento è organizzato secondo un criterio di 'bicameralismo perfetto'. Che cosa si intende dire con ciò? 20) Il Parlamento è composto di 2 Camere, la Camera dei Deputati e la Camera dei Senatori. Le due Camere sono diverse per numero di membri e per composizione ma, per via del nostro sistema di bicameralismo perfetto, hanno le stesse funzioni e gli stessi poteri. Questo si ripercuote per esempio sul procedimento legislativo, in quanto ogni progetto di legge, per diventare legge, deve essere votato con lo stesso testo da tutte e due le Camere. Non esistono leggi la cui approvazione è riservata alla Camera dei Deputati o riservata solo al Senato. Essendo ambedue elette dal corpo elettorale nazionale le due Camere rappresentano la Nazione nella sua interezza. In questo sistema, all’istituzione di una seconda Camera è da riconoscersi una funzione di decantazione delle decisioni assunte dall’altro organo parlamentare.

21. Le Camere sono dotate di autonomia. Perché? Quali sono le principali manifestazioni di questa autonomia? 21)Le Camere godono di un elevatissimo tasso di autonomia, che intende proteggere l’attività che si svolge al loro interno (il dibattito politico) da ogni possibile interferenza, che potrebbe comprimere la libertà politica, e così attentare alla democrazia. Godono di un'autonomia finanziaria e contabile, nel senso che decidono autonomamente l'ammontare delle risorse necessarie allo svolgimento delle loro funzioni. Tra le manifestazioni di autonomia delle Camere deve essere ricordata la cosiddetta immunità della sede, che consiste nella riserva alle camere del potere di decidere chi ammettere e chi non ammettere all'interno degli edifici in cui si svolgono le attività parlamentari, e la cosiddetta giustizia domestica, riguardante le controversie relative allo stato giuridico ed economico dei dipendenti delle camere che sono sottratte al giudice comune e riservate a organi interni alle stesse.

22. Il regolamento parlamentare. 22)Secondo quanto disposto dalla nostra Costituzione, "ciascuna Camera adotta il proprio regolamento a maggioranza assoluta", questa viene chiamata, Riserva di Regolamento. L’intento fu quello di riservare ad un atto normativo particolare, la disciplina degli aspetti legati all’organizzazione interna e all’esercizio dei poteri che spettano ai 2 rami del Parlamento. Le norme che le Camere osservano nello svolgimento delle loro attività sono definite dalla Costituzione e poi sono precisate nel regolamento parlamentare, che è l’unica fonte, oltre alla

Costituzione, in grado di dettare norme sulla attività e organizzazione delle Camere. Secondo l’articolo 64 della Costituzione ciascuna Camera adotta il proprio regolamento a maggioranza assoluta dei suoi componenti. Il motivo per cui per l’approvazione del regolamento parlamentare è richiesta la maggioranza assoluta è perché si vuole sottrarre le norme regolamentari dalla sola maggioranza di Governo (che potrebbe volerle sempre modificare a proprio favore). I regolamenti parlamentari sono stati tradizionalmente ritenuti sottratti ad ogni forma di controllo esterno, cosiddetta "riserva di regolamento" escludendo ogni altra fonte normativa dalla disciplina della materia, e ogni altra forma di controllo diverso da quello che le stesse camere possono esercitare sui propri regolamenti.

23. Lo scioglimento delle Camere. In quali casi esso é un 'atto dovuto'? 23) Lo scioglimento delle Camere è un atto di competenza del Capo dello Stato: secondo la Costituzione “il capo dello stato può, sentiti i presidenti delle Camere, sciogliere le Camere o anche una sola di esse” per consentire il superamento di un dannoso ed altrimenti insuperabile stato di disfunzionalità politica o istituzionale. Dunque, la decisione di sciogliere è un “atto presidenziale” che ha carattere di doverosità quando le Camere sono “scadute” e quindi quando la legislatura è giunta al suo termine, (è un atto dovuto, non compierlo esporrebbe il capo dello stato alla responsabilità per attentato alla Costituzione). In una democrazia, è necessario accertare la corrispondenza tra la composizione delle camere e il corpo elettorale, per questo le camere hanno una durata prefissata oltre la quale devono essere sciolte e si deve procedere a nuove elezioni. Si comprende poi la necessità di affidare la decisione dello scioglimento a un organo imparziale come il Capo dello Stato. Tuttavia, quest’ultimo può, come abbiamo già detto, sciogliere le Camere anche prima della scadenza, e cioè in corso di legislatura, quando ricorrano determinate circostanze e precisamente: quando vi sia stata una crisi di Governo e non sia possibile dare vita a un nuovo Governo che abbia una maggioranza in Parlamento.

24. Funzioni del Presidente d'Assemlea parlamentare. 24) Il Presidente d’Assemblea dirige le sedute, mantiene l’ordine ed ha una funzione preminente nella definizione del calendario dei lavori (cioè nella programmazione dei lavori parlamentari, l’attività che definisce l’ordine di tempo in cui le Camere lavorano intorno ai provvedimenti di loro competenza). Il Presidente viene eletto a inizio della legislatura dalla Camera di appartenenza. L’aspetto più delicato e importante delle sue funzioni è il suo ruolo di interprete del regolamento. In caso di dubbio, infatti, spetta al Presidente stabilire se una norma regolamentare va o meno applicata, e come, cioè quale significato attribuirle. Per tutta una prima fase dell’esperienza repubblicana, la prassi voleva che il Presidente d’assemblea fosse un esponente di una forza politica di opposizione, perché si intendeva sottolineare il suo carattere imparziale nella delicata funzione di interprete del regolamento. Però a partire dagli anni ’90 i presidenti di assemblea sono stati espressione dei partiti di maggioranza e l’opinione dottrinale corrente non manca di sottolineare che essi hanno esercitato il loro ruolo di ‘giudici del regolamento’ in maniera sempre più politicizzata, il che ne ha notevolmente attenuato la capacità di svolgere un ruolo di controllo effettivo sulla regolarità dei lavori.

25. Lo status dei singoli parlamentari. Per status, si intende la condizione giuridica del singolo parlamentare. Essa è caratterizzata da alcune peculiari garanzie, che hanno la funzione di proteggere l’autonomia e la libertà politica del parlamentare (e, attraverso essa, la libertà del dibattito e del confronto politico intero, la libertà della funzione parlamentare e dunque la pienezza dei processi democratici). Queste garanzie sono comuni a ogni democrazia parlamentare; nel nostro Paese però è innegabile che si siano prestate a qualche abuso e strumentalizzazione. Esse consistono prevalentemente nella garanzia della insindacabilità e nella garanzia dell’inviolabilità. Con la Insindacabilità sideve garantire che, secondo l’art. 68 Cost. primo comma, “i parlamentari non sono responsabili per le opinioni espresse e i voti dati nell’esercizio delle loro funzioni”. Lo scopo della norma è proteggere la libertà del dibattito politico. La protezione si estende anche al periodo in cui il parlamentare sia cessato dalla carica e ricorre nei limiti del “nesso funzionale”. La garanzia dell’inviolabilità ha lo scopo di “proteggere il parlamentare da interventi dell’autorità giudiziaria che abbiano scopo intimidatorio o persecutorio”. Lo scopo della riforma del ’93 era quello di ridurre l’ambito della protezione dei parlamentari nei confronti del procedimento penale; paradossalmente, però, essa ha sortito l’effetto di ampliarla.

26. I gruppi parlamentari. I gruppi parlamentari sono le “proiezioni dei partiti all’interno delle Camere”. Non si tratta di veri e propri organi delle Camere perché i gruppi non svolgono funzioni né adottano atti in nome e per conto delle Camere (non discutono o votano leggi, non votano

mozioni ecc.) ; tuttavia, i gruppi sono strutture molto rilevanti nel funzionamento delle Camere: ad es. la Costituzione li menziona per dire che le commissioni parlamentari devono essere composte in modo da rispettare la composizione dei gruppi. Inoltre i presidenti dei gruppi devono essere sentiti dal Presidente d’assemblea per decidere la programmazione dei lavori parlamentari. Da sempre, dove c’è un parlamento ci sono i gruppi. La funzione dei gruppi è quella di mantenere nell’aula parlamentare la “disciplina di partito”. Ogni gruppo ha capogruppo (Presidente del Gruppo parlamentare) che, in occasione delle votazioni e dei vari lavori parlamentari comunica a tutti gli altri la linea del partito. Il capogruppo convoca tutti i membri del gruppo, e li convince a votare tutti in un modo o tutti in un altro. Fa parte del “pittoresco” o del “folclore” parlamentare la figura del “peone”. I peones sono i deputati o senatori del gruppo, quelli che fanno quello che viene detto loro di fare. Essi sono stati eletti sia grazie alle loro qualità personali che col sostegno del partito che li ha candidati, che mette in moto, e finanzia, tutta l’organizzazione della campagna elettorale e tutte le attività che ogni candidato deve fare se vuol essere eletto. In cambio, il partito si aspetta una certa fedeltà. Il “capogruppo” non è un “peone”: è uno che dà la linea, e che ha una posizione importantissima nel partito.

27. Che cosa è il divieto di mandato imperativo e come esso si accorda con la 'disciplina di gruppo'? Secondo la Costituzione, “deputati e senatori rappresentano tutta la nazione, senza vincolo di mandato” (Art. 67 Cost.). Questa espressione, che ha un’origine storica antichissima, esprime un principio caratteristico delle democrazie contemporanee: il divieto di mandato imperativo, intende salvaguardare l’autonomia politica del parlamento. Il divieto di mandato imperativo è funzionale all’idea, su cui la democrazia parlamentare si fonda, che il parlamento è il luogo in cui si forma la volontà politica della nazione, in modo libero da ogni condizionamento, nel confronto e nel dibattito tra i parlamentari. Il divieto di mandato imperativo si concilia con la disciplina di gruppo con il criterio che la sorte di un uomo politico come membro di un partito e come membro del parlamento possono seguire strade diverse.

28. Le commissioni parlamentari permanenti e le Giunte parlamentari. Le commissioni parlamentari permanenti sono articolazioni interne della Camera o del Senato, nelle quali si svolge una parte del lavoro legislativo e una parte del lavoro politico della Camera o del Senato. A differenza dei gruppi, le Commissioni sono veri e propri “organi” della Camera e del Senato perché svolgono funzioni che sono proprie della Camera e del Senato. Ogni membro del Senato o della Camera è anche membro di una commissione. Le Commissioni si differenziano per competenza, nel senso che sono ciascuna competente per una certa materia, tali materie corrispondono alle ripartizioni delle attività e competenze dello Stato, quali risultano dalla suddivisione dei Ministeri in cui è organizzato il Governo. Oltre alle Commissioni permanenti, sono organi delle Camere le Giunte. Le Giunte sono organi collegiali che esercitano funzioni diverse da quelle attinenti al lavoro legislativo e al lavoro politico delle Camere, e precisamente: a) si occupano della redazione, rispetto, modifiche dei regolamenti parlamentari (Giunta per il regolamento); b) verificano l’esistenza di cause di ineleggibilità, incompatibilità, e la sussistenza delle condizioni richieste per le garanzie di status dei parlamentari, immunità e improcedibilità (Giunta per le autorizzazioni a procedere).

29. Il parlamento funziona secondo un principio di programmazione dei lavori. Che cosa si intende con ciò? Ciascuna delle due camere lavora dividendo il proprio carico tra l’assemblea e le commissioni e dividendo il tempo di lavoro tra lavoro legislativo e lavoro politico. Il lavoro in assemblea e in commissione e il lavoro politico e quello legislativo, sono distribuiti nei giorni della settimana e nelle parti della giornata secondo una programmazione, una calendarizzazione. La programmazione divide i giorni di lavoro e i tipi di attività (politica e legislativa) tra assemblea e commissione e, su base annuale, mensile e settimanale, distribuisce in concreto i provvedimenti da esaminare e votare. La programmazione è un atto di importantissima natura politica perché definisce le priorità. La programmazione viene fatta, a determinate scadenze temporali, dal presidente della camera sentiti i presidenti delle commissioni e i presidenti dei gruppi parlamentari.

30. Iter di approvazione della legge ordinaria. L’approvazione di una legge segue un iter, un procedimento, che è composto di diverse fasi:

1. Iniziativa: un progetto di legge viene presentato alla Camera o al Senato. Il corpo

elettorale può esercitare la iniziativa legislativa tramite la presentazione di una proposta sottoscritta da almeno cinquecentomila elettori (v. art. 71 della Costituzione).

2. Esame: il progetto di legge viene discusso, vengono proposte e votate le proposte di modifica (emendamenti);

3. Votazione o Deliberazione: il testo del progetto di legge viene votato; se raggiunge la maggioranza richiesta (50%+1) lo si considera approvato. Il testo così approvato da una delle Camere viene trasmesso all’altra, che a sua volta lo esamina e lo vota. Il testo passa da una Camera all’altra finché non viene approvato da entrambe nello stesso testo. A questo punto viene trasmesso al Presidente della Repubblica per la

4. Promulgazione, che è l’atto formale con cui il Presidente della Repubblica, preso atto che l’atto è stato votato dalle due Camere, dichiara che esso è una legge dello stato e ne ordina la

5. Pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica, che serve a rendere l’atto noto a tutti; le leggi entrano normalmente in vigore dopo 15 giorni dalla pubblicazione in gazzetta. La pubblicazione è dunque è un atto necessario perché la legge acquisti la sua piena efficacia.

31. I tre diversi ruoli che le Commissioni permanenti possono svolgere nel procedimento di approvazione della legge. Nel procedimento di formazione della legge le commissioni possono svolgere uno di questi tre ruoli: Referente (commissione in sede referente): dopo avere ricevuto il progetto di legge, il presidente della Camera (o del Senato) lo assegna alla commissione competente per l’esame in sede referente e alle tre commissioni “filtro”. A sua volta la commissione competente per materia deve solo esaminare il progetto e preparare una relazione nella quale ne illustra le caratteristiche ed esprime un proprio parere, poi restituisce il progetto alla Camera (o al Senato) e tutto il resto dell’esame e della votazione avviene in assemblea, alla quale riferiscono pure le tre commissioni filtro. Successivamente entra in scena l’assemblea, dove si svolge l’esame e la votazione dei singoli articoli e dell’intero testo. Questa è la procedura normale di approvazione delle leggi. Redigente (commissione in sede redigente): dopo avere ricevuto il progetto di legge, il presidente della Camera (o del Senato) lo assegna prima all’assemblea che lo discute nelle linee generali, dopo viene trasmesso alla commissione competente per l’esame in sede redigente. In questo caso la commissione ha il compito di redigere e approvare i singoli articoli poi il testo torna in assemblea per venire votato nel suo insieme. Quando il testo torna in assemblea quest’ultima vota il testo che le viene trasmesso dalla commissione, senza possibilità di introdurre ulteriori emendamenti. Deliberante (commissione in sede deliberante o “legislativa”). Dopo avere ricevuto il progetto di legge, il presidente della Camera (o del Senato) lo assegna prima all’assemblea che lo discute nelle linee generali, dopo il testo viene trasmesso alla commissione competente per materia per l’esame e l’approvazione in sede deliberante. In questa ipotesi tutta la vicenda della proposta di legge (esame, discussione, votazione dei singoli articoli e del testo finale) avviene in commissione, cioè non è l’assemblea che alla fine vota il testo definitivo ma la votazione definitiva avviene in commissione. A certe condizioni (se lo chiedono il Governo, o un decimo dei componenti della Camera o un quinto dei membri della Commissione) si può in ogni momento chiedere il ritorno alla procedura normale, con la restituzione all’assemblea del potere di approvare o meno la proposta.

32. Mozione di fiducia, mozione di sfiducia, questione di fiducia. Funzione e modalità di votazione. (DA RIVEDERE) La mozione di fiducia, è un atto con cui ciascuna delle due camere esprime la propria fiducia al governo, atto che viene approvato dalla maggioranza semplice. La fiducia al governo implica: approvazione del programma di governo e impegno a sostenerlo e approvazione delle persone che compongono il governo come idonee a rivestire il ministero loro assegnato. Quando le Camere intendono revocare la propria fiducia al governo devono votare una mozione contraria, detta mozione di sfiducia. Questa deve essere proposta da almeno un decimo dei componenti di ciascuna camera, e deve essere messa ai voti non prima di tre giorni dalla sua presentazione. Entrambe queste due mozioni devono essere motivate e votate per appello nominale (art. 94 Cost.). La mozione di fiducia e la mozione di sfiducia sono i due atti fondamentali attraverso i quali si svolge il rapporto fiduciario. Ad essi se ne aggiunge un terzo, che non è un atto preso a iniziativa delle camere, ma un atto preso a iniziativa del governo, e che si chiama questione di fiducia. Il governo ricorre ad esso quando, in vista della votazione di un disegno di legge alla cui

approvazione tiene molto, ha qualche motivo di temere che le camere non lo approvino, dichiarando che considererà l’eventuale rigetto del provvedimento come una manifestazione di sfiducia delle camere e dunque si dimetterà. Questa sorta di minaccia tende ad ottenere l’effetto di sollecitare i deputati e i senatori che appartengono ai gruppi parlamentari corrispondenti ai partiti che sostengono il governo di votare nel senso voluto dal governo, perché altrimenti si rischia la crisi di governo e, in prospettiva, lo scioglimento delle camere e nuove elezioni. Il voto per appello nominale è una forma di voto palese. Il voto palese può essere espresso o “per alzata di mano” o, appunto, “per appello nominale”. In questo caso ogni deputato e senatore viene chiamato per nome e deve dichiarare la sua volontà di voto. In parlamento è possibile anche il voto segreto (in cui non è possibile risalire all’identità di chi ha votato in un senso o in un altro), ma in un numero molto ristretto di ipotesi.

33. Interrogazioni interpellanze e altri atti di indirizzo e controllo del Parlamento sul Governo. Con le interrogazioni e le interpellanze uno o più deputati possono chiedere, oralmente o per iscritto, a un ministro o a tutto il governo informazioni e chiarimenti su un fatto accaduto, sui motivi di quel fatto, sul comportamento che il governo intende tenere al riguardo (esempio: un aereo americano in esercitazione taglia il filo di una seggiovia e muoiono diverse persone, le camere vogliono sapere: quali accordi consentono quelle esercitazioni? Quali passi ha fatto il governo verso il governo Usa per accertare le responsabilità? Che cosa si intende fare per evitare che simili episodi possano ripetersi? Ecc.; Si hanno notizie che l’anno scolastico sia iniziato con ritardo e vari problemi; è vero? Come si giustifica il Ministro? Che provvedimenti ha inteso o intende prendere?). Il governo è tenuto a rispondere. La mozione è una dichiarazione di volontà che le camere votano e nel quale possono esprimere approvazione, disapprovazione, soddisfazione, scontento verso il governo o raccomandargli di fare certe cose. Per esempio, dopo la risposta che il governo ha dato su una interrogazione o interpellanza, può essere votata una mozione che esprime l’insoddisfazione delle camere per la risposta ricevuta. L’ordine del giorno è una dichiarazione di volontà che di solito viene votata in accompagnamento a una legge approvata dalle Camere e che serve a raccomandare al governo di, per esempio, procedere rapidamente all’esecuzione di quella legge. 34. Quadro di insieme e sintetico delle funzioni del Governo. Il Governo ha molte e importanti funzioni, che possiamo così elencare:

 Funzione di indirizzo politico: individuare e perseguire le finalità e gli obiettivi verso cui indirizzare la vita nazionale e le modalità con cui affrontare problemi o situazioni nuove che si presentano mentre il governo è in carica. In particolare il programma di governo e gli atti di iniziativa legislativa.

 Funzioni normative: funzione di adottare atti con contenuto ed efficacia normativa, ma diversi dalla legge.

 Funzioni di direzione della pubblica amministrazione: La pubblica amministrazione è il complesso degli apparati che sono preposti alla cura degli interessi pubblici. Il Governo ne ha la direzione e la responsabilità.

 Svolgimento dei rapporti tra l’Italia e l’Unione Europea e con l’estero  Svolgimento dei rapporti con le Regioni e le autonomie locali

35. Lavoro politico e lavoro amministrativo del Ministro. Quali sono le principali differenze, in quali atti o attività ciascuno di questi due momenti della funzione del Ministro si può tradurre? La presentazione di progetti di legge volti a modificare le norme che sono relative alla attività del ministero è il principale lavoro politico del ministro, insieme al dovere di interloquire col parlamento, di rispondere alle interrogazioni e alle interpellanze del parlamento, le ragioni per cui una certa situazione si è determinata etc. ; mentre garantire che il ministero assolva i compiti che la legge ad esso attribuisce è il principale compito amministrativo del ministro. Fa parte di questi compiti il rivolgere agli uffici che dipendono dal ministero “istruzioni”, ordini o raccomandazioni, delucidazioni su come svolgere i compiti a loro assegnati.

36. I due poli tra cui si articola l'attività del Governo sono l'indirizzo politico e la legalità. Che cosa si intende dire con questo? In quanto organo di indirizzo politico il Governo, per sua natura e posizione istituzionale, ha il compito, il potere e il dovere di perseguire la realizzazione degli obiettivi conformi alle scelte di cui è portatore e dunque di tendere alla trasformazione dell’ordinamento vigente, delle leggi che già ci sono, degli istituti esistenti.

D’altra parte il Governo, in forza del principio di legalità è tenuto nel suo operare a rispettare e a far rispettare il diritto vigente per come è e nel modo migliore e più efficiente ed efficace. Il Governo può agire per il cambiamento dell’ordinamento, delle leggi ecc., ma finché non le cambia, deve farle rispettare, anche se non le condivide, e cioè deve in primo luogo rispettarle esso stesso. Questo è il portato del principio di legalità, che è legalità ordinaria. Anche nell’esercizio della sua libertà di indirizzo politico infatti il governo deve rispettare i procedimenti fissati dal diritto, costituzionale in particolare: per modificare le leggi è necessario che siano approvate nuove leggi, o atti equiparati e non sono sufficienti, né accettabili, atti diversi.

37. La delegazione legislativa (soffermarsi in particolare sul contenuto necessario ed eventuale della legge di delegazione). La delega è l’atto con cui il titolare di una funzione, diritto o facoltà, ne trasferisce l’esercizio ad altri. Esercitando il proprio potere di delega, il parlamento non trasferisce al governo la funzione legislativa, della quale il parlamento resta il solo titolare, ma ne trasferisce solo l’esercizio con riferimento a un oggetto definito, per un tempo determinato e previa indicazione di principi e criteri direttivi. , il parlamento approva una legge, detta legge di delegazione con la quale attribuisce al governo la delega a adottare uno o più decreti su una certa materia (l’ oggetto definito di cui parla l’art. 76), entro un certo termine temporale (il tempo limitato di cui parla l’art. 76) e rispettando/eseguendo una serie di principi e criteri direttivi. Tutti questi requisiti servono a salvaguardare il punto fondamentale e cioè che il titolare della funzione legislativa resta il Parlamento. E’ il parlamento a definire l’oggetto, la materia su cui il Governo acquista l’esercizio della funzione legislativa. Il governo è tenuto ad attenersi ai principi e ai criteri direttivi che il parlamento ha dettato. La legge di delegazione è dunque una legge con un contenuto necessario che consiste nella attribuzione della delega, indicazione dell’oggetto, del tempo, dei principi e criteri direttivi. La legge di delegazione ha anche un importante requisito formale, che cioè attiene al suo procedimento di formazione: secondo l’art. 72, la legge di delegazione può essere approvata solo con il procedimento ordinario, e cioè con il procedimento in commissione referente, mai in commissione redigente/deliberante, perché si tratta di una legge delicata e importante.

38. La delegazione legislativa (soffermarsi in particolare sui decreti delegati, loro procedimento di formazione e rapporto con la legge di delegazione). Il procedimento di formazione dei decreti delegati è il seguente:

 il Ministro competente per materia, o i Ministri competenti, se la materia oggetto della delega rientra tra le competenze di più di un Ministero, preparano lo schema di decreto;

 questo viene sottoposto alla approvazione del Consiglio dei Ministri;  una volta ottenuta questa approvazione il decreto viene sottoposto all’esame eventuale

delle commissioni parlamentari e ad ogni altro eventuale adempimento procedurale che sia richiesto dalla delega (pareri di organi specializzati, ecc.);

 quindi il decreto viene emanato, come tutti gli atti del Governo, da parte del presidente della repubblica ed entrato in vigore acquista forza e valore di legge.

I decreti del Governo in attuazione della delega sono atti con forza di legge, cioè sono subordinati alla Costituzione e pertanto sindacabili da parte della Corte costituzionale per eventuale loro contrarietà a Costituzione. Tuttavia, i decreti sono anche tenuti a rispettare la legge di delegazione, nei suoi contenuti essenziali ed eventuali: i decreti, cioè, devono mantenersi nei limiti dell’oggetto della delega, rispettare i limiti di tempo, attenersi ai principi e criteri direttivi che la legge di delega stabilisce e, se è previsto l’esame dei decreti in commissione, essi devono rispettare anche questa condizione.

39. Il decreto legge, procedimento di adozione e regolazione degli effetti del decreto non convertito. Il decreto legge è lo strumento pensato per fronteggiare circostanze che, in quanto straordinarie ed eccezionali, non possono essere già annoverate tra gli obiettivi e i fini della azione politica del governo. Il decreto legge è dunque uno strumento pensato per fronteggiare situazioni eccezionali e ciò fa sì che ad esso possa fare ricorso anche il governo dimissionario, cioè il governo che non è più sostenuto dalla fiducia delle Camere e attende di essere sostituito da un nuovo Governo. Il decreto viene deliberato dal Consiglio dei Ministri di fronte a eventi straordinari che rendano necessario provvedere immediatamente. Questo viene successivamente viene emanato dal Capo dello Stato e una volta pubblicato entra in vigore. Il giorno stesso della pubblicazione, il decreto,

che nel frattempo inizia a produrre i suoi effetti normativi, deve essere presentato alle camere per la conversione in legge. Il Governo presenta alle camere un disegno di legge, composto di un solo articolo, il quale recita: “E’ convertito in legge il decreto tale, emanato in data tale, concernente questo problema” e allega a questo disegno di legge viene fornito il testo del decreto. Inizia così un procedimento legislativo, le camere esaminano il disegno di legge, e hanno 60 giorni di tempo per concludere l’esame, approvarlo, inviarlo al capo dello stato per la promulgazione (che deve anch’essa avvenire entro i 60 giorni). Se il decreto viene convertito, al suo posto esisterà una legge (legge di conversione del decreto legge), che si “salda” al decreto già esistente, altrimenti, esso decade e i suoi effetti vengono meno. Le camere possono non convertire il decreto per due ragioni: o perché non vogliono farlo, ritenendo che il decreto non meriti di essere convertito; o perché non fanno in tempo a farlo, non esauriscono l’esame entro i 60 giorni, pur essendo intenzionate a convertirlo. Il decreto che non viene convertito in legge decade, cioè vengono meno gli effetti da esso prodotti fin dal momento della sua emanazione. In considerazione del fatto che la non conversione del decreto può avere conseguenze complesse e irrazionali, la costituzione autorizza le camere a “regolare con legge i rapporti giuridici sorti sulla base del decreto non convertito”. Si può per esempio fare una legge di sanatoria, la quale stabilisce che, per i sessanta giorni in cui il decreto è stato in vigore, i suoi effetti restano fermi (invece di essere travolti), o individuare altre modalità regolative per fronteggiare i problemi connessi alla decadenza del decreto.

40. Che cosa si intende per 'abuso' del decreto legge? Ricordare anche le diverse espressioni in cui, nel corso del tempo, questa prassi si è tradotta (dai decreti omnibus alla prassi della reiterazione alla questione di fiducia sulla conversione dei decreti ai decreti 'rampino' ecc.). L’abuso del decreto legge è un’emergenza ormai diventata prassi. Sebbene il potere di fare leggi dovrebbe spettare al Parlamento (in quanto depositario della funzione legislativa) il principio di necessità giustifica il fatto che il governo possa emanare atti normativi senza autorizzazione preventiva delle Camere. Quando fattori imprevisti impongono l’adozione indifferibile di misure straordinarie, legate ad emergenze eccezionali e imprevedibili, la necessità di provvedere conferisce potere al Governo di legiferare. La caratteristica fondamentale della “eccezionalità” della decretazione governativa però non è sempre stata rispettata nella storia della Repubblica, bensìil decreto-legge con il tempo è diventato un mezzo “ordinario” che in parte soppianta la stessa legge “ordinaria”.

41. Il potere regolamentare dell'esecutivo è un potere di scarsa importanza? Il potere regolamentare dell’esecutivo consiste nel potere del governo di adottare norme giuridiche che sono subordinate alla legge in quanto necessariamente fondate su una previa norma di legge che al governo attribuisce il relativo potere, e va visto all’interno di un processo storico nel quale i poteri normativi del sovrano sono stati “subordinati” alla legge, cioè anch’essi, in quanto atti dell’esecutivo, devono trovare la propria legittimazione in una previa norma di legge. La legge non è del tutto libera di creare poteri normativi in capo al governo; ossia, ha una ampia facoltà di farlo ma vi sono materie ed ambiti, individuati dalla Costituzione e storicamente, sulle quali la legge non può creare poteri normativi in capo al governo.

42. Il potere regolamentare del Governo deve trovare nella legge la propria autorizzazione e il proprio fondamento. commentare questa affermazione. Governo ha un potere di valutazione molto ampio, però esso non può auto assumersi poteri normativi: è la legge che glieli deve conferire, autorizzandolo ad esercitarli. Questa ipotesi può dare vita a un legame molto stretto e individuato, per cui una legge, regolando una certa materia, autorizza il Governo a completare, dettagliare, specificare o integrare i propri contenuti.

43. Nel conferire al Governo poteri normativi la legge deve rispettare limiti costituzionali, che sono anche limiti storici e culturali. Commentare questa affermazione. La legge può attribuire al governo il potere di adottare regolamenti in certe materie. L’ampiezza delle materie che la legge può attribuire alla competenza regolamentare del governo è segnata dalle riserve di legge esistenti in costituzione, cioè dai casi in cui la Costituzione espressamente dice che una certa materia può essere disciplinata solo con legge, e soprattutto da una importante tradizione storica, comune al nostro come ad altri paesi, che tende a riservare alla legge la disciplina delle materie che incidono sulle libertà personali e sugli aspetti della vita collettiva più delicati e pertanto considerati inidonei a essere rilasciati all’esecutivo, che potrebbe avere interesse a manipolarli secondo la propria convenienza politica.

44. La delegificazione. La delegificazione è lo strumento di sostituzione del regolamento alla legge. Dopo aver avuto una grandissima espansione nel quindicennio tra il 1990 e il 2005, ed essere servita a conferire stabilmente al Governo la competenza normativa sul funzionamento e l’organizzazione della pubblica amministrazione, la delegificazione è stata scavalcata da leggi che hanno previsto al Governo l’adozione di “atti di natura non regolamentare” dalla forma semplificata e dall’efficacia analoga ai regolamenti.

45. I regolamenti indipendenti. Secondo i principi ogni regolamento dovrebbe essere collegato a una legge che ha attribuito al governo il relativo potere. In verità, possono esistere anche materia in cui l’unica disciplina è dettata con regolamento, e nessuna legge pone neppure un piccolo scampolo di disciplina. Questa ipotesi è ammissibile e legittima a condizione che vi sia almeno una norma di legge che la prevede e delimita. Questo tipo di regolamenti sono chiamati “indipendenti” e naturalmente non sono ammissibili nelle materie sulle quali la Costituzione pone una riserva assoluta o relativa di legge.

46. I tipi di regolamento previsti dalla legge n. 400 del 1988. Esiste nel nostro ordinamento una disposizione legislativa che definisce i tipi di regolamento che il governo può adottare e fissa i termini in cui ai diversi tipi di regolamento le leggi possono fare ricorso, questa disposizione è l’art. 17 della legge n. 400 del 1988, la legge generale che disciplina l’organizzazione e il funzionamento del governo. Secondo l’art. 17 i regolamenti del governo possono disciplinare:

a) l’esecuzione delle leggi e dei decreti legislativi nonché dei regolamenti comunitari b) l’attuazione e l’integrazione delle leggi e dei decreti legislativi recanti norme di principio,

esclusi quelli relativi a materie riservate alla competenza regionale; c) le materie in cui manchi la disciplina di leggi o atti aventi forza di legge, sempre che non si

tratti di materie comunque riservate alla legge d) l’organizzazione e il funzionamento delle amministrazioni pubbliche secondo le disposizioni

dettate dalla legge.

47. Il procedimento di formazione dei regolamenti del Governo. I regolamenti del governo seguono questo procedimento di formazione:

 deliberazione del Consiglio dei Ministri, su proposta di uno o più Ministri (quelli competenti per materia), previo parere del Consiglio di Stato (e il parere di tutti gli altri eventuali organi che la legge prescriva al Governo di ascoltare)

 parere delle commissioni parlamentari competenti per materia (se le singole leggi autorizzative lo prevedono)

 emanazione con decreto del presidente della repubblica

 controllo di legittimità della Corte dei Conti.

 pubblicazione

La Corte dei Conti oltre al controllo della legittimità degli atti del Governo ha il controllo sulla gestione del bilancio dello stato.

48. I partiti hanno un ruolo importante nella nostra forma di governo. È questo un fatto casuale o collegato al modo in cui la Costituzione venne concepita, e al modo in cui il funzionamento della forma di governo fu immaginato dal Costituente? (Da rivedere, non l’ho trovata nel materiale) I partiti hanno un ruolo importante nella nostra forma di governo in quanto secondo la Costituzione sale al governo il partito che raggiunge la maggioranza semplice dei voti. Dunque possiamo dire che non è un fatto casuale ma è collegato al modo in cui la Costituzione venne concepita.

49. Governo in attesa di fiducia e Governo dimissionario. Vi sono momenti in cui il Governo è in carica ma non ha la pienezza delle funzioni, e questi momenti sono quelli del Governo in attesa di fiducia e del Governo dimissionario.

Il Governo in attesa di fiducia e il Governo dimissionario possono compiere solo atti di ordinaria amministrazione, cioè atti già previsti, che rappresentano esecuzione di scelte già deliberate o adempimento di impegni già presi; inoltre, possono adottare atti improrogabili, necessari e urgenti (decreti legge). Quando c’è la crisi di governo significa che il Governo in carica è dimissionario, e cioè è in carica solo per l’ordinaria amministrazione o “compimento degli affari correnti” fino alla nomina del nuovo Governo.

50.Casi in cui il Governo ha l'obbligo di dimettersi. Il governo ha l'obbligo di dimettersi: -a fine legislatura, ovvero quando le camere sono scelte,e vengono stabilite nuove elezioni. Il governo per causa dello scioglimento delle camere non possiede più la maggioranza che lo sostiene. Il governo verrà dimesso nel momento in cui il nuovo si sarà formato. -quando avviene una crisi parlamentare ovvero durante la legislatura, il governo riceve un voto di sfiducia delle camere. -nel caso di morte o impedimento permanente del presidente del consiglio

51.Situazioni che possono dare vita a dimissioni spontanee del Governo. Quando il governo sostiene di aver perso il sostegno della maggioranza in parlamento può decidere spontaneamente di dimettersi anche se non è stata sancita in parlamento da un voto di sfiducia (crisi extraparlamentare)

52. Diverse conseguenze delle dimissioni obbligatorie e spontanee del Governo. Nel caso in cui cui le dimissioni sono obbligatorie per il governo, il capo dello stato ha l'obbligo di accettare le dimissione del governo; invece, nel caso in cui le dimissioni sono spontanee, non è obbligato a dimettersi, ma può invitare il governo a riflettere e a presentarsi in parlamento per ufficializzare le cause delle proprie dimissioni, e nel caso accettare le dimissioni solo dopo ciò.

53. Procedimento di formazione del Governo. Le tappe per la formazioni di un nuovo governo sono: -il presidente della Repubblica nomina il “Presidente del Consiglio incaricato” a cui spetta il compito di formare un nuovo governo. -il Presidente del Consiglio incaricato” accetta l'incarico con riserva, ovvero con riserva di riuscire o meno nell'intento. -l'incarico viene conferito al Quirinale, una volta uscito il Presidente del Consiglio incaricato si mette all'opera , ovvero stende il programma di governo e forma la lista dei ministri. -dunque il Presidente del Consiglio incaricato torna al Quirinale , scioglie la riserva e accetta l'incarico di presidente del consiglio. Inseguito egli, insieme ai ministri giura fedeltà alla repubblica nelle mani del capo dello stato. Il nuovo governo è formato, ed entra in carica. -devono passare 10giorni entro i quali il governo deve presentarsi alle camere per avere la fiducia. -solo dopo aver ottenuto al fiducia, il governo assume la pienezza delle funzioni.

54. Quali soggetti hanno voce nella scelta del Presidente del Consiglio incaricato? a) i partiti politici: il presidente della repubblica deve assegnare l'incarico della formazione del governo a colui che sembra in grado di formare attorno a sé una maggioranza. Ciò porta il potere di nomina verso i partiti, dato che sono i partiti che esprimono i parlamentari, che votano la fiducia. Il ruolo dei partiti nella formazione del governo è corollario. b)il presidente della repubblica: è titolare del potere di nomina ma non di revoca, ciò vale a dire che non instaura un rapporto di fiducia col governo. Se i partiti non formano una maggioranza che sostiene il governo, il presidente della repubblica deve sciogliere le camere e stabilire le elezioni, dalle quali si realizzi un uovo assetto dei rapporti di forza dei partiti. c) il corpo elettorale: le leggi elettorali maggioritarie, che indicano la maggioranza di governo, tendono a restringerla al solo aprtito o coalizione di partiti che ha vinto le elezioni. Con il sistema elettorale maggioritario si accentua il ruolo del partito che vince le elezioni.

55.Le caratteristiche della forma di governo italiana durante il periodo dei governi di coalizione a centralità democristiana. Era la democrazia cristiana la naturale candidata a guidare i governi esprimendo la maggioranza dei ministri al loro interno Non esprimendo ugualmente da sola la maggioranza la democrazia cristiana, si è sempre dovuta appoggiare a piccoli partiti, assumendo dunque una struttura di governi di coalizione. Inizialmente esse si orientò verso partiti orientati politicamente a centro-destra. Il partito cattolico

era pressato da un lato dalla chiesa che voleva interferire sulle scelte politiche del paese, dall'altro dagli interessi degli americani, vi era inoltre il problema di fronteggiare la forza elettorale e il consenso sociale delle forze di sinistra. Qui entrò in scena De Gasperi, che voleva rafforzare il governo, facendo in modo che esso disponesse di una maggioranza ampia e solida, riducendo la possibilità di opposizioni.

56. Che cosa si intende per 'governo di coalizione'? Esso è necessariamente un male? Per governi di colazione si intendono quei governi, che non raggiungendo la maggioranza da soli, tendono ad appoggiarsi a piccoli partiti. I governi di coalizione hanno portato all'indebolimento del programma politico del governo, che deve badare agli interessi e concessioni dei vari partiti. 57. Da un punto di vista storico-politico, quale è stata la funzione svolta dai governi di coalizione in Italia, e quale itinerario politico essi hanno tracciato? I governi di coalizione tendono a dare ai partiti piccoli un potere di ricatto, aumentando dunque il potere di influenza, e nel caso ritirassero il proprio appoggio al governo, ne provocherebbero la caduta. da noi, i partiti hanno dato più peso alle proprie convenienze elettorali che all’impegno preso di sostenere il governo. La caduta del governo da noi nel periodo consociativo era un momento politico di centrale importanza perché creava l'occasione di formarne uno nuovo, ristabilendo i rapporti di forza tra i partiti il governo di coalizione è stato nel nostro paese la proiezione nelle istituzioni delle strategie dei partiti. Nella caduta e nella ricomposizione dei governi vi era un strategia che tendeva al progressivo ampliamento della base politica del governo e al passaggio del potere da un blocco di destra a alleanze più ampie che rispecchiano la ricchezza di componenti della società civile. I governi di coalizione rappresentano un percorso faticoso, tortuoso, che aveva come scopo quello di includere nel governo sempre più partiti orientati verso sinistra.

58. Perché nell'epoca consociativa le consultazioni presidenziali erano lunghe e comprendevano tutti i partiti? (Nella risposta non mancare di precisare che cosa si intende per 'consultazioni' presidenziali). Le consultazioni vengono fatte dal Presidente della Repubblica dopo le elezioni per cercare di capire, sulle indicazioni dei capigruppo parlamentari, chi è la persona più adatta a cui conferire l'incarico di governare il Paese. Durante la "prima repubblica" , le consultazioni duravano persino settimane, erano fondamentali perchè non c'era nessun partito che otteneva la maggioranza assoluta e quindi venivano create delle coalizioni di governo a elezioni avvenute, fatte spesso di laboriosi compromessi tra le varie forze politiche che vi partecipavano. Dal capo dello stato ci si aspettava la capacità di far venire fuori la formula politica possibile, nella formazione del governo aveva il ruolo di supportare le esigenze dei partiti.

59. Che cosa si intende, e che cosa fu, la 'conventio ad excludendum'? Quali ne furono le conseguenze istituzionali e politiche? Con Conventio ad excludendum si intende definire un accordo esplicito o una tacita intesa tra alcune parti sociali, economiche o politiche, che ha come scopo l'escludere una determinata parte terza da certe forme di alleanza, partecipazione o collaborazione. Il sistema elettorale proporzionale aveva il compito di garantire ai partiti esclusi al governo almeno una significativa presenza al parlamento

60. Che cosa fu la 'legge truffa'? Quale obiettivo si intendeva raggiungere con essa? Legge elettorale italiana maggioritaria voluta dalla Dc e dai suoi alleati per ottenere il controllo certo della Camera dei deputati. Fu così definita dalle opposizioni di sinistra in quanto prevedeva che alla lista o all'insieme delle liste che, essendosi "apparentate" tra loro, avessero ottenuto più del 50% dei voti toccasse il 65% dei seggi. Fallì per poche migliaia di voti, fu subito revocata, ma lasciò uno strascico di grave instabilità politica.

61. La prassi 'consociativa' si tradusse nella c.d. 'centralità parlamentare' e nella prassi dell'abuso del decreto legge. Illustrare questa affermazione. Nell'epoca consociativa il parlamento era la sede in cui venivano prese le decisioni. Consociativismo significò “centralità parlamentare”. Governare significa adottare provvedimenti e misure, in mancanza, non c'è governo, così tutte le misure necessarie per governare il paese venivano adottate con decreto legge.

Utilizzare il decreto legge, invece chè ricorrere all'iniziativa legislativa ordinaria, era politicamente conveniente sia perchè il decreto entra immediatamente in vigore, sia perchè il tempo a disposizione per la conversione del decreto in legge, veniva utilizzato per introdurre nel decreto disposizioni per migliorarlo.

62. Descrivete il ruolo del Presidente della Repubblica e dei partiti nella formazione del Governo all'epoca della consociazione. Nel periodo consociativo tutti i partiti politici avevano voce in capitolo per la formazione del governo. La disponibilità di un certo partito a entrare o meno in un governo dipendeva da chi sarebbe stato il presidente del consiglio. Ciò ha influito tanto sul ruolo che il presidente della repubblica ha assunto nella formazione del governo, e in generale sull'idea che si aveva di questa carica. Il presidente ella repubblica, organo destinato a stare in carica sette anni, doveva essere un uomo apprezzato dalla maggior parte dei partiti, doveva essere una figura compatibile con un certo quadro politico presente e con i suoi successivi svolgimenti. Doveva essere dotato di una certa credibilità e autorevolezza, a lui spettava il compito di mediazione e delle trattative con esito la scelta di un determinato uomo politico come presidente del consiglio.

63. I governi di solidarietà nazionale. Che cosa furono? Il governo di solidarietà nazionale nasce sia per controllare la situazione che il Paese sta vivendo sul piano dell’ordine pubblico a causa del terrorismo, ma è anche adeguato alla strategia politica dei due principali partiti. I dirigenti comunisti, infatti, sanno bene che il rilancio della coalizione antifascista è l’unico modo per rientrare al governo, perché la natura stessa del sistema politico italiano rende assai incerta la vittoria elettorale della sinistra. La DC, deve fronteggiare la preoccupante crescita dei comunisti frutto non solo del voto dei diciottenni, ma anche di simpatie sempre maggiori che essi stanno conquistando nel ceto medio.

64. Quali furono i temi che dominarono il dibattito politico in Italia intorno alla forma di governo nel periodo post-solidarietà nazionale? nel periodo post-solidarietà nazionale il sistema politico perde il suo cardine rappresentato dalla DC. Questa fase politica coinciderà con la formula del pentapartito ovvero di governi composti da 5 partiti e a giuda non necessariamente democristiana. Ciò provoca l'affermazione dell'esigenza dell'alternanza e del governo “forte”. I governi di coalizione vennero delineati come fragili, occorreva un governo forte, ovvero uno non condizionato dai partiti con strumenti istituzionali e normativi per esercitare le proprie politiche. L'idea era che un sistema maggioritario avrebbe avuto come conseguenza un ri orientamento del sistema politico, avviandolo verso un ritmo di alternanza. Il tema dell'alternanza è uno dei temi più discussi del periodo post-solidarietà nazionale, si era giunta alla conclusione che ormai giunta l'ora per l'italia di funzionare secondo un modello per cui al governo sta il partito che ha la maggioranza.

65. I governi 'tecnici' della seconda metà degli anni 1990. Che cosa si intende con questa definizione? Quali conseguenze essi hanno portato in ordine ai poteri e al ruolo del Governo? I governi tecnici hanno una funzione transitoria, si ricorre a essi in momenti di emergenza. In questi casi i politici si fanno da parte e i ministri sono tecnici, vale a dire si tratta di esperti e funzionari non eletti in Parlamento e comunque scelti al di fuori della politica attiva. tra i governi tecnici si ricorda: Il Governo Amato, 1992/93, istituito per far fronte alla crisi monetaria del '92. Il Governo Ciampi, che subentrò al precedente ( 1993/94) al fine di approvare la riforma elettorale capace ad introdure il sistema maggioritario. Il Governo Dini, della seconda Repubblica con una durata di un anno e quattro mesi ( 1995/96), approvò la legge pensionistica (legge Dini); In tutti e tre i casi sopra citati si parla di governi tecnici, anche se la loro composizione fu diversa e diverso il loro rapporto col sistema dei partiti, tali governi si impegnarono ad adottare le misure tecnicamente, oggettivamente, imposte dalla situazione economica.

66. Alla fine degli anni 1990 si registrano diversi segnali di superamento della 'centralità parlamentare' e di spostamento dei poteri di direzione politica e normativi sul Governo. Sapreste individuarne qualcuno? I governi tecnici hanno segnato al crescita dei poteri del governo. Il governo poteva decidere, fare

e provvedere, lasciando dunque grandi margini all'esecutivo. Assunse molta importanza la delegazione legislativa. I governi tecnici ottennero amplissime deleghe, utili al governo per adottare atti con forza di legge evitando il procedimento parlamentare. Nacque il potere regolamentare e della delegificazione, che consente di sostituire la potestà regolamentare del governo alle leggi già in vigore in una materia. Il governo chiede al parlamento un' autorizzazione per regolare una determinata materia, poi nei decreti delegati, vengono inseriti norme di delegificazione che permettono il governo ad emanare altri aspetti della medesima materia o su altre. Il governo assume una posizione di predominanza nella produzione normativa, ottiene una maggiore visibilità e autorevolezza rispetto alle camere, e ben presto di trova al centro del sistema istituzionale.

67. A vostro giudizio il ruolo del Presidente della Repubblica nella formazione del Governo si è sempre espresso in modo uguale (cioè con comportamenti sempre uguali tra loro, o caratterizzati dagli stessi effetti) nel corso del tempo? Il presidente della repubblica è sempre stato il titolare del potere di nomina del presidente del consiglio. precedentemente il presidente della repubblica però aveva un rapporto fiduciario con il governo in carica, in seguito però il presidente della repubblica non non venne più riconosciuto come organo di indirizzo politico, diventando dunque un organo neutrale, nel senso che può nominare al potere di nomina al governo ma non possiede il potere di revoca. Oggi il governo deve avere al fiducia delle due camere.

68. Il Presidente della Repubblica potrebbe nominare Presidente del Consiglio una personalità che goda della sua sua fiducia ( e non di quella dei partiti e delle Camere)? Vi sono mai stati tentativi in questo senso? Il Presidente della Repubblica non può nominare un uomo politico che gode della sua sola fiducia. Il presidente della repubblica non instaura un rapporto di fiducia con il governo. Nel 1964 Segni, il presidente della repubblica cercò di creareun ‘proprio’ esecutivo contrapposto a quello che si delineava negli accordi tra le forze politiche fu da queste rigettato.

69. L'esigenza di un rafforzamento dei poteri del Governo ha dominato il dibattito politico repubblicano. Ma oggi due nuove e diverse esigenze vengono poste in evidenza, come necessarie per controbilanciare l'acquisita centralità del Governo nella produzione normativa. Sapreste indicare quali? Il rafforzamento del potere normativo del governo ha toccato il suo punto massimo con le ordinanze di emergenza, ovvero dei provvedimenti amministrativi che hanno la forza di derogare a leggi vigenti. Le esigenze poste in evidenza sono: il rafforzamento del potere esecutivo, ovvero il rafforzamento del ruolo del parlamento; mentre l' altro è la necessità di una ricostruzione della forma partito, perché se non vi è una giusta ripartizione dei partiti sono a rischio i poteri del presidente della repubblica nel caso di una crisi di governo e di conseguenza della sua riformazione.

70. Il referendum abrogativo: procedimento, effetti, limiti di ammissibilità. Viene stabilito il referendum popolare, quando viene richiesto da cinquecentomila elettori o cinque consigli regionali, per decidere l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge. Parte tutto dal comitato promotore che individua la legge da abrogare totalmente o parzialmente; predispone la domanda da sottoporre al popolo, e procede alla raccolta delle firme; le firma e il quesito vengono depositati presso l’Ufficio centrale per il referendum presso la Corte di Cassazione, che controlla la regolarità delle firme, e controlla inoltre che il quesito riguardi disposizioni di leggi in vigore. Dopo ciò, il quesito passa alla Corte costituzionale, che esamina l’ammissibilità. L’art. 75 stabilisce : che il referendum deve riguardare leggi o atti aventi forza di legge, e che esso non può riguardare leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e indulto, di autorizzazione alla ratifica dei trattati internazionali. Inoltre la corte ha escluso dal referendum: a)Le leggi costituzionali e di revisione costituzionale e gli atti regolamentari b) le leggi costituzionalmente necessarie (leggi ordinarie che sono necessarie a permettere il funzionamento di organi o istituti costituzionali) , e le leggi a contenuto

costituzionalmente vincolato ( leggi ordinarie con delle scelte corrispondenti ai principi e ai valori costituzionali,dunque considerate come loro attuazione) c)Le leggi ‘connesse’ a quelle espressamente enunciate nell’art. 75, cioè che hanno caratteristiche, contenuti e finalità simili.

71. Il referendum abrogativo è un istituto di democrazia diretta. Che cosa si intende con questa espressione ( e con l'altra, opposta, di democrazia indiretta, mediata o rappresentativa)? la democrazia diretta è quella forma di democrazia nella quale il popolo decide direttamente il destino e le decisioni dello stato tramite diretta espressione della propria volontà. La democrazia indiretta è quando il popolo elegge tramite pubbliche elezioni dei rappresentanti che decidono per loro.

72. Il referendum abrogativo ha dimostrato di potersi inserire in vario modo nelle dinamiche della forma di governo e del sistema dei partiti. Sapreste offrire qualche esempio di ciò? Il referendum è uno strumento importante, che rappresenta la nostra democrazia, è un elemento che ha caratterizzato la nostra forma di governo. La corte costituzionale ha contribuito a delineare i caratteri del referendum, ovvero affermando quello che si può o non si può fare con esso, condizionando gli effetti, le manifestazione e la portata. Singole decisioni della corte come quella della reiterazione dei decreti legge hanno ricadute sul funzionamento della forma di governo.

73. I limiti ulteriori alla ammissibilità del referendum individuati dalla Corte costituzionale. la corte costituzionale ha escluso dal referendum: a)Le leggi costituzionali e di revisione costituzionale e gli atti regolamentari b) le leggi costituzionalmente necessarie (leggi ordinarie che sono necessarie a permettere il funzionamento di organi o istituti costituzionali) , e le leggi a contenuto costituzionalmente vincolato ( leggi ordinarie con delle scelte corrispondenti ai principi e ai valori costituzionali,dunque considerate come loro attuazione) c)Le leggi ‘connesse’ a quelle espressamente enunciate nell’art. 75, cioè che hanno caratteristiche, contenuti e finalità simili.

74. Illustrare i motivi dell'istituzione delle Regioni da parte della Costituzione italiana, fornendo anche una definizione dei principi di autonomia locale e di decentramento amministrativo. Nel 1948 l'Assemblea Costituente riconobbe le comunità locali e attribuì loro una certa autonomia. Ci si rese conto che lo Stato era portatore degli interessi generali della popolazione, ma che spesso questi non rispecchiavano le esigenze specifiche delle singole realtà locali i cui problemi richiedevano interventi mirati. L'art. 5 della nostra Costituzione dichiara: La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento. La Costituzione mantenne in vita i due enti locali preesistenti, i Comuni e le Province ed istituì dei nuovi enti territoriali con maggiori poteri, le Regioni. Inizialmente si attuarono le Regioni a statuto speciale, mentre per la realizzazione di quelle a statuto ordinario si dovette attendere per più di 20 anni. Con la creazione delle regioni, si valorizzarono gli aspetti dell'autonomia locale e del decentramento amministrativo. L’ autonomia locale ovvero dotare gli enti locali della capacità di governarsi da sé in un certo ambito di competenze, anche se comunque sia sempre direzionati dall’ordinamento statale. Il decentramento amministrativo ovvero che gli enti locali oltre le proprie funzioni esercitano anche funzioni delegate dallo Stato.

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82. Caratteristiche della forma di governo regionale prima e dopo la legge cost. n. 1 del 1999. Nel modello originario era il consiglio l'organo politicamente più importante della regione, in seguito si è verificato un inversione che ha portato al rafforzamento del ruolo della giunta e del presidente con poteri più incisivi che in passato. Il presidente eletto a suffragio universale e diretto, nomina e revoca i componenti della giunta. Il governo regionale si impernia su due pilastri: la previsione del rapporto tra consiglio e giunta, il consiglio può esprimere sfiducia alla giunta mediante mozione motivata; l'approvazione della fiducia comporta le dimissioni della giunta e lo scioglimento del consilgio.

83. Che cosa si intende con il principio 'aut simul stabunt aut simul cadent', cui si ispira la formadi governo regionale, e quali obiettivi esso intende raggiungere? con il principio 'aut simul stabunt aut simul cadent' si intende ogni ipotesi di perdita della carica da parte del presidente della giunta che comporta le dimissioni della giunta e lo scioglimento del consiglio. Ha come obiettivo di evitare le crisi extraconsigliari, dovute alle dimissioni del presidente, e alle crisi di origine consigliare dovute a smottamenti. Il suo obiettivo è portare stabilità.

84. Il principio personalista e quello pluralista sono tra i fondamentali principi ispiratori della nostra Costituzione. Qual è il loro significato? Il principio personalista afferma che le persone non sono strumenti dello stato, ma al contrario lo stato e il suo potere devono orientarsi a servire le persone come viene espresso nell'articolo 2. il principio pluralista afferma che gli individui vivono la loro vita insieme ad altri, creando legami, associazioni e forme di collaborazione, egli ha due eccezioni: il pluralismo sociale e il pluralismo istituzionale. 85. Il principio di eguaglianza, in particolare nella sua dimensione solidarista. Il principio di eguaglianza viene spiegato nell'articolo 3 ( tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, razza, ..) il compito della repubblica è quello di rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà, e l'uguaglianza dei cittadini. Dal principio di uguaglianza possono nascere altri principi come quello solidarista in cui si spiega che “la repubblica deve adottare provvedimenti orientati a mettere le persone in una condizione di pari opportunità, ossia di godere effettivamente tutti dei diritti cui siamo titolari. Esso è la colonna portante del nostro ordinamento costituzionale. 86. Che cosa si intende per diritti civili, individuali e collettivi? Che cosa essi proteggono? I diritti civili sono i diritti che costituiscono e tutelano la società civile in opposizione alle tentazioni autoritarie dei pubblici poteri. Si dividono in individuali (esercitati dal singolo nella sfera privata), e in collettivi (esercitati dal singolo o da più persone, ma rilevanti nella sfera pubblica). Per sfera privata si intende sia l'ambito di vita come singolo, sia come società civile. La sfera privata si intende un eventuale strapotere di alcuni privati ai danni dei diritti degli altri.

87. La libertà personale e le sue garanzie. Per libertà personale si intende il diritto di avere il proprio corpo libero, non è ammessa forma alcuna di detenzione, ispezione e perquisizione personale se non per atto motivato dall'autorità giudiziaria e solo nei casi prefissi dalla legge. Una persona può essere privata della sua libertà quando: viene deliberata una legge, ed è un meccanismo di garanzia al quale ricorre la costituzione; quando la limitazione è prevista dalla legge e accertata con un atto dall'autorità giudiziaria, in questo modo gli apparati esecutivi non possono togliere la libertà senza controllo esterno, praticamente l'atto giudiziario deve essere motivato e procedere nei limiti della libertà personale previsti dalla legge. È un controllo dei poteri delle autorità giudiziarie.

88. Ricordare alcune importanti libertà civili individuali diverse dalla libertà personale. Possiamo ricordare la libertà di domicilio: in cui si garantisce una sfera di signoria della persona non sul proprio corpo ma sul luogo (il domicilio è inviolabile, non si possono fare ispezioni o perquisizioni se non regolati da legge) tutto ciò per proteggere un esigenza di intimità della persona; la libertà di corrispondenza ( tutte le forme di comunicazione sono inviolabili, la loro limitazione può avvenire solo per atto motivato); la libertà di circolazione e soggiorno (ogni cittadino può circolare, soggiornare liberamente, salvo le limitazioni che al legge stabilisce per motivi di sicurezza e sanità). Tali motivi sono indicati nella costituzione. 89. La libertà di riunione e la libertà di associazione. La libertà di riunione è esercitata sia nel privato che non, (tutti i cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senza armi. In luogo aperto al pubblico non è richiesto preavviso, in luoghi pubblici devono essere avvisate le autorità, che possono vietarle solo per motivi di sicurezza o incolumità pubblica. I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente solo per fini che non sono vietati dalla legge penale (es. quelle per scopi politici con mezzi militari).

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91) I diritti della sfera economica ed etico – sociale. Quali sono i soggetti che essi prendono in considerazione? In particolare, quale concezione delle relazioni e delle libertà economiche ispira la nostra Costituzione? Sono quei diritti che prendono in considerazione le articolazioni della società e a cui questi momenti cordinali devono essere ispirati. I principali soggetti che vengono presi in considerazione sono: la famiglia, la scuola, il sindacato, la cooperazione e la libertà di iniziativa economica privata, libera, ma non può svolgersi in contrasto con la libertà. L’idea di relazioni economiche della nostra Costituzione e che esse siano ispirate al rispetto degli interessi generali in contrapposizione con quelli egoistici del profitto e alla protezione dei soggetti economicamente più deboli. Immagina un modello di relazioni economiche ispirato all’importanza del lavoro e della dignità dei lavoratori, che hanno diritto di associarsi e di scioperare.

92) I diritti sociali, che cosa sono e i principali esempi. I diritti sociali sono quelli che si rivolgono al riequilibrio di situazioni svantaggiate, alla realizzazione di condizioni di uguaglianza sostanziale e possono pertanto essere considerati come applicazioni specifiche del principio solidarista. I principali esempi sono: il diritto alla salute e il diritto all’istruzione. La Repubblica tutela la salute come diritto fondamentale del cittadino e garantisce cure gratuite agli indigenti. La scuola è aperta a tutti, è obbligatoria.

93) Nel disegno costituzionale, almeno una importante differenza intercorre tra i diritti civili e politici da un lato, e i diritti economico – sociali dall’altro. Sapreste dire quali? La differenza è che i diritti civili e politici non possono essere conformati per adattarsi ad esigenze diverse ed esterne, ma lo scopo è liberamente scelto dai partecipanti. I diritti economico – sociali sono costruiti dalla Costituzione, nel senso che il loro stesso contenuto inerisce una limitazione o un indirizzo che li funziona lizza al rispetto di esigenze diverse. 94) I doveri costituzionali. I doveri costituzionali sono i principali adempimenti il cui singolo si sottopone nei confronti della Repubblica, riassumono l’immagine di buona cittadinanza, fondata sulla partecipazione delle scelte comuni. I diritti sono: il diritto al voto, dovere civico di partecipare attivamente alla vita politica del paese; il diritto di difesa della patria, sacro dovere del cittadino; il dovere di concorrere alle spese pubbliche, in ragione della propria capacità contributiva; il dovere di fedeltà alla Repubblica.

95) La Costituzione può essere definita con atto normativo superiore alla legge. In quali conseguenze ciò si traduce? La nostra Costituzione funziona come un vero e proprio atto normativo ed è superiore alla legge. Si traduce in due conseguenze: la prima è che la Costituzione non può essere modificata da una legge ordinaria, ma solo da una legge approvata con il procedimento di revisione; la seconda è che le leggi che contrastano con la Costituzione non sono in grado di modificarla o abrogarla, ma sono dei vizi, che vengono pronunciati dalla Corte Costituzionale, che ha il ruolo di controllo di costituzionalità delle leggi e degli atti aventi forza di legge.

96) Il procedimento di revisione costituzionale. E’ il procedimento con cui una legge va a modificare il testo costituzionale. E’ un procedimento pieno di ostacoli, in modo che la Costituzione sia protetta da modifiche e non diventi uno strumento politico per chi è al governo. Le leggi di revisione della Costituzione sono adottate da entrambe le Camere con due deliberazioni con un intervallo di solo tre mesi e devono essere approvate da maggioranza assoluta dai componenti delle Camere. Possono poi essere una volta approvate pubblicate nella Gazzetta ufficiale. Si può nell’intervallo di tre mesi richiedere che sia sottoposta a referendum. Se il referendum non viene richiesto, dopo tre mesi la legge entrerà in vigore. I principali ingredienti di questo procedimento sono il tempo e il consenso. Non tutta la Costituzione può essere modificata, per esempio tutti i principi fondamentali che danno un’identità alla nostra repubblica sono immodificabili. Tutte le leggi ordinarie non devono contrastare la Costituzione e se ciò accade, esse hanno un vizio ed esse devono essere controllate dalla Corte Costituzionale.

97) Il giudizio in via incidentale. Che cosa è? Come si instaura? Il giudizio in via incidentale è un tipo di processo di costituzionalità. Esso si instaura davanti alla

Corte Costituzionale secondo un procedimento: tutte le volte che un giudice, nel corso di un processo, abbia il dubbio che una legge o una disposizione di legge che egli deve applicare per risolvere la controversia sottoposta al suo esame, contrasti con la Costituzione, non può ne applicare ne disapplicare la legge della cui costituzionalità dubiti; deve sospendere (= interrompere) il processo e rivolgere alla Corte Costituzionale la domanda se quella disposizione non sia effettivamente incostituzionale. Il dubbio può essere anche prospettato al giudice da una delle parti del processo. L’atto col quale il giudice interrompe il processo e rimette la questione di costituzionalità alla Corte Costituzionale si chiama ordinanza di rimessione, la domanda contenuta nell’ordinanza è la questione di legittimità costituzionale.

98) Effetti della sentenza di accoglimento della questione di legittimità costituzionale. Se la Corte stabilisce che la legge è effettivamente incostituzionale, la sua decisione è detta sentenza di incostituzionalità o di accoglimento. L’effetto di questa sentenza è l’annullamento della legge. La legge annullata per incostituzionalità non potrà più essere applicata a nessun caso, neanche ai casi sorti prima della dichiarazione di incostituzionalità e che nel giorno della dichiarazione sono ancora aperti. L’annullamento ha un effetto parzialmente retroattivo: si applica a tutti i casi futuri e a tutti quelli a cui era già stata applicata nel passato, purchè non siano stati decisi con sentenza passata in giudicato, o prescritti, o decaduti.

99) Caratteri del nostro processo di costituzionalità. Il nostro processo di costituzionalità è accentrato, nel senso che un solo organo – la Corte Costituzionale – può pronunciare l’incostituzionalità della legge. Questo sistema presenta anche elementi di diffusione, nel senso che, annullare una legge per incostituzionalità è potere della sola Corte, ma valutare se una legge presenta o meno un dubbio di costituzionalità è compito di tutti i giudici; essi inoltre devono verificare che la legge non sia suscettibile di un’interpretazione costituzionalmente conforme. Il processo di costituzionalità è inoltre concreto, nel senso che le questioni di costituzionalità devono sorgere durante la vita di una legge, nella sua applicazione a casi concreti, cioè nei processi. Per questo il processo è anche successivo: ha luogo solo dopo l’entrata in vigore della legge.

100) I diversi giudizi davanti alla Corte Costituzionale, tracciarne un quadro sintetico che distingua i giudizi che hanno ad oggetto leggi e atti aventi forza di legge e gli altri giudizi. I giudizi di legittimità costituzionale hanno ad oggetto leggi e atti aventi forza di legge dello Stato e delle regioni. In caso affermativo, possono condurre all’annullamento dell’atto impugnato e sono: il giudizio in via incidentale (chiamato così perché sorge come un incidente nel corso di un processo) in cui si può denunciare una legge per qualunque contrasto con la Costituzione; e il giudizio in via principale (chiamato così perché sorge da un ricorso fatto appositamente) in cui si può denunciare una legge solo per violazione della sfera di competenza legislativa assegnata. I giudizi per conflitti di attribuzione hanno ad oggetto atti o comportamenti espressivi di competenze diverse da quelle legislative e sono: conflitti di attribuzione tra i poteri dello Stato (un potere dello Stato denuncia un altro lamentando che ha male esercitato la sua sfera di competenza) e conflitti di attribuzione tra Stato e Regioni (lo Stato ritiene che una Regione ha esorbitato dalle sue competenze). Il giudizio per conflitto sorge su ricorso. Vi è poi il giudizio di ammissibilità del referendum abrogativo, giudizio condotto alla stregua dell’art. 75 della Costituzione, che enumera le leggi sottratte a referendum. E infine il giudizio sulle accuse al Capo dello Stato, in cui l’alto tradimento e l’attentato alla Costituzione da parte del Capo dello Stato, sono giudicati con sentenza irrevocabile, in una composizione integrata da giudici laici (non membri della Corte).

101) Norme sulla produzione giuridica, definizione e differenza rispetto alle norme di produzione. In un ordinamento come il nostro, svolgono un ruolo molto importante le cosiddette norme sulla produzione giuridica, o norme sulle fonti, o norme di “secondo grado”. Sono quelle norme che istituiscono o disciplinano altre fonti del diritto, determinandone il procedimento di formazione, o la forza, o il valore, e stabilendo contenuti che singole fonti o tipi di fonti possono o non possono assumere, o altri limiti e vincoli cui una singola fonte o tipo di fonte è sottoposta. La definizione “norme sulla produzione” vuole distinguere questo tipo di norme da tutte le altre norme di produzione il cui oggetto non è un atto normativo ma un caso della vita.

102) Origine storica e funzione del concetto di norme sulla produzione. In origine, l’idea stessa di “norma sulla produzione” è un prodotto della statizzazione del diritto, legata alla formazione dello Stato moderno e contemporaneo. Da un punto di vista storico, le norme sulla produzione sorgono allo scopo di costituire in capo al legislatore e agli organi politici

l’esclusiva nell’individuazione di quali sono gli atti dai quali deve essere tratta il diritto, ossia la disciplina dei fatti e delle relazioni. Tale esigenza di riservare allo Stato e ai suoi organi questa esclusiva è stata superata, ma la tecnica di istituire e regolare le fonti del diritto mediante norme è rimasta e continua ad esser utilizzata.

103) Dove possiamo rinvenire norme sulla produzione? La Costituzione, come atto superiore ad ogni altro dell’ordinamento nazionale, è la sede naturale per le norme sulla produzione, la sede naturale per stabilire come si fanno e quali caratteristiche devono avere, per essere valide, le norme del nostro ordinamento. Ma vi sono moltissime norme sulla produzione che non si trovano nella Costituzione: per esempio le disposizioni preliminari del codice civile, le norme contenute nella legge n. 400 del 1988 sull’organizzazione e funzionamento del governo, oppure gli statuti regionali.

104) Quali sono i possibili contenuti di una norma sulla produzione? Le norme sulla produzione sono quelle che istituiscono o regolamentano le fonti del diritto. Un esempio è l’art. 77 della Costituzione il cui contenuto è stabilire a quali condizioni il governo può emanare un atto con forza di legge senza delegazione delle Camere. Un altro esempio è l’art. 72 della Costituzione che regolamenta il procedimento di formazione della legge e individua nel regolamento parlamentare l’altra fonte che può disciplinare il procedimento di formazione della legge. Oppure l’art. 117 della Costituzione, che è un articolo tutto composto da varie norme sulla produzione.

105) Definizione di “atto – fonte” Nel linguaggio giuridico la parola “atto” indica un documento che incorpora una manifestazione di volontà. Sono chiamati “atti – fonte” quei particolari atti che sono deputati a porre il diritto, e che sono tali perché una norma sulla produzione li riconosce come tali, ne determina il procedimento di formazione, la forza, il valore, il contenuto o altri aspetti. Dunque la legge, il regolamento governativo, la legge regionale, la Costituzione, sono tutti atti normativi o atti – fonte.

106) L’espressione “fonti del diritto” è una metafora. Che cosa intende comunicare? L’espressione “fonti del diritto” è una metafora che vuole trasmettere una certa idea. Il significato di quella metafora è che il diritto fluisce, scorre, proviene da certi atti che lo creano e lo racchiudono; lo si trova già pronto da qualche parte. Questa metafora si lega così ad una serie di idee il cui significato essenziale è che il diritto, dettato dagli organi politici, esiste già pronto come contenuto di qualche atto, ed è destinato ad essere applicato dai giudici ai casi della vita senza venire influenzato dalle caratteristiche di questi ultimi, così come l’acqua scorre dal rubinetto sempre uguale, sia che sotto ci sia un bicchiere, una bottiglia o altro. Per trovare il diritto applicabile al caso, basta individuare la fonte corretta, aprirla e lasciar fluire sul fatto il voluto della norma.

107) Forza e valore di un atto normativo. In particolare, forza e valore di legge. Ad ogni tipo di atto corrispondono una certa forza e un certo valore, che si ricavano dalle norme sulla produzione che concernono quell’atto. La forza di un atto normativo è la sua capacità di innovare il diritto (forza attiva), resistendo all’abrogazione da parte di altri atti successivi (forza passiva). La forza attiva della legge comprende la capacità di innovare il diritto prevalendo su leggi anteriori contrastanti e su altri atti dotati di forza inferiore alla legge; la forza passiva della legge è la capacità di resistere all’abrogazione da parte di altri atti successivi diversi dalla legge e ad essa inferiori. Con valore di un atto normativo descriviamo i tipi di vizio di cui un atto normativo può soffrire e il regime giuridico, ossia il trattamento, cui esso è sottoposto in caso di vizio. La legge può avere un solo tipo di vizio, che è il suo contrasto con la Costituzione; in caso di vizio, essa può essere portata a giudizio davanti alla Corte Costituzionale che, se rileva che il vizio esiste, può annullare la legge.

108) Le norme sulla produzione possono istituire “riserve” a favore di certi atti. Che cosa si intende con ciò? Quali esempi di “riserve” sapreste fare? Le norme sulla produzione possono istituire delle riserve, cioè riservare ad un certo tipo di atto una certa materia. In molti casi la Costituzione individua nella legge la fonte riservataria della disciplina di materie concernenti i diritti e le libertà costituzionali. Secondo l’art. 117 comma 2 lett. A) della Costituzione, la materia “immigrazione” rientra nella competenza legislativa esclusiva dello Stato; questo concetto viene espresso dicendo che la legge statale è riservataria (gode della riserva) della materia “immigrazione”. L’art. 13 istituisce una riserva di legge, nel senso che i casi in cui è ammesso limitare la libertà personale devono essere fissati con legge. Si parla di riserve

assolute di legge quando solo la legge o atti equiparati possono disciplinare una certa materia; di riserve relative di legge quando la Costituzione si accontenta che la disciplina di una certa materia sia posta nelle linee generali con legge, ma completata da atti del Governo (es. l’art. 33 comma 4); di riserve rinforzate di legge nei casi in cui riservando – in modo assoluto o relativo – una materia alla legge, la Costituzione vincola anche la legge a disporre in un certo modo (es. la libertà di circolazione, limitata solo per motivi di sanità e sicurezza, art. 16).

109) Le fonti del diritto possono essere rappresentate come componenti di un sistema articolato secondo relazioni di sovra, sotto o equiordinazione in relazione alla forza, al valore e alla competenza dei singoli atti fonte. Illustrate questo sistema e le sue componenti. Il “sistema” delle fonti del diritto contempla al vertice la Costituzione, come atto fonte fondamentale dell’ordinamento giuridico nazionale, che non può essere, per lo meno non nella sua interezza, modificato da altre fonti e che invece istituisce e regola le altre. Al di sotto vengono poste le leggi costituzionali e di revisione costituzionale, che hanno forza analoga alla Costituzione, anche se lievemente inferiore perché non tutta la Costituzione può essere modificata. Vengono poi le cosiddette fonti primarie, rappresentate dalla legge e dagli atti ad essa equiparati: dello Stato (decreto legge e delegato); della Regione (legge regionale); di organi costituzionali dotati di autonomia normativa (regolamento parlamentare). Quindi vengono le fonti secondarie, rappresentate dai regolamenti statali e regionali. Seguono le fonti terziarie come i regolamenti dei singoli Ministri, di enti autonomi, di organi regionali o statali. E infine vengono le fonti non scritte (consuetudine e usi).

110) In che modo si risolve il conflitto tra due atti fonte: a) dotati di forza diversa, b) dotati della stessa forza e dello stesso ambito di competenza, c) dotati della stessa forza ma di diverso ambito di competenza. Quando due fonti sono dotate di una forza differente, quella dotata di forza inferiore non può contrastare con quella dotata di forza superiore; se lo fa, è viziata e può essere annullata: per esempio la legge se contrasta con la Costituzione ha un vizio che può condurre al suo annullamento. L’annullamento è il trattamento che una fonte subisce in caso di vizio derivante dal suo contrasto con una fonte superiore. Quando due fonti sono dotate della stessa forza quella successiva prevale, abrogando la precedente che contrasti con essa: il decreto delegato può abrogare la legge e viceversa. L’abrogazione è il modo in cui viene regolata la successione nel tempo di fonti di pari forza e valore. Se due o più fonti sono dotate della stessa forza, ma godono ciascuna di un ambito di competenza ad esse riservato, esse si abrogano reciprocamente ma solo all’interno della propria sfera di competenza. Per esempio, la legge statale ha, secondo l’art. 117 della Costituzione, una serie di materie di sua competenza esclusiva. In quell’ambito, la legge statale può essere abrogata dal decreto delegato, ma non dalla legge regionale che non ha competenza su quelle materie e, qualora intervenga su di esse, è viziata e può esser annullata.

111) Tutti gli atti appartenenti a un certo tipo di atto fonte hanno sempre la stessa forza e lo stesso valore? Tendenzialmente è vero che tutti gli atti appartenenti ad un certo tipo hanno la stessa forza e lo stesso valore, ma non è sempre vero in assoluto. Per esempio, l’art. 75 della Costituzione, dice che ogni atto appartenente al tipo legge può essere abrogato con referendum; meno le leggi elencate nell’articolo stesso. Certe volte, a seconda del loro contenuto, atti appartenenti ad un certo tipo hanno una forza o un valore diversi da quella che è propria del tipo cui appartengono. Alcune volte, non un intero atto, ma solo certe parti di un atto appartenente ad un certo tipo presentano eccezioni rispetto alla forza attiva o passiva che sarebbe propria del tipo cui appartengono, sempre per effetto del loro contenuto. Per esempio la legge sulla fecondazione assistita che venne abrogata solo in parte.

112) Tra le norme sulla produzione vanno annoverate le norme sull’interpretazione. Quale è la funzione che ad esse fu storicamente attribuita? Le norme sull’interpretazione sono quelle che dettano i criteri o passaggi logici che il giudice deve seguire quando interpreta la legge. L’esigenza di dettare per legge i criteri che il giudice deve seguire per interpretare il diritto è il frutto della principale tra le preoccupazioni e gli intenti che hanno caratterizzato il rapporto tra Stato e diritto: si voleva, con questo tipo di norme, controllare le operazioni e le valutazioni che il giudice compie quando applica il diritto, e dirigerle esclusivamente verso gli atti fonte statali, escludendo altri elementi.

113) I criteri di interpretazione dettati dall’art. 12 delle preleggi L’art. 12 delle preleggi annovera quattro criteri interpretativi, disponendoli secondo l’ordine in cui

andrebbero posti in essere. Il primo criterio è l’interpretazione letterale: nell’applicare la legge non si può ad essa attribuire altro senso che quello fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la loro connessione. Il criterio letterale deve essere integrato dall’intenzione del legislatore; questa precisazione intendeva vincolare il giudice al rispetto massimo della volontà normativa del legislatore storico; il giudice doveva disporsi in modo da dare alla legge il senso in cui essa risultasse più capace di servire allo scopo per cui era stata dettata. Il secondo comma dell’art. 12 si occupa delle ipotesi di lacune, che ricorrono quando un certo caso della vita non è previsto e disciplinato da alcuna fattispecie normativa. Il percorso che il giudice deve compiere è quello dell’analogia. In primo luogo, si deve cercare di compiere la cosiddetta analogia legis, cioè andare a vedere nell’ordinamento se sono presenti norme simili, e cercare di estenderne il significato. Se anche questo non è possibile, occorre compiere la cosiddetta analogia iuris, il ricorso ai “principi generali del diritto, vale a dire a quei criteri generali elaborati nel corso della storia. I redattori del codice civile del 1942 li chiamarono principi dell’ordinamento giuridico dello Stato.

114) Atto, disposizione, norma: illustrare il significato che queste parole assumono nella tripartizione di Vezio Crisafulli. Crisafulli distinse tre elementi di cui l’attività di ricerca della norma applicabile è fatta. L’atto è l’atto fonte, il documento che incorpora un disposto normativo. Gli atti normativi sono redatti in articoli, a loro volta articolati in lettere o commi. La disposizione è ogni parte di un testo normativo che abbia un senso compiuto. La disposizione non coincide necessariamente col comma o con l’articolo. La norma è la disposizione interpretata; questa definizione richiama l’attenzione sul fatto che il testo normativo (la disposizione) è capace di produrre più significati. Il significato che può essere tratto è appunto la norma. Una disposizione può produrre una norma “nuova” quando posta a contatto con un caso della vita che in qualche modo appare riconducibile ad essa, anche se non contemplato nel suo tenore letterale. A far vedere in una disposizione una certa norma spinge il caso concreto, il fatto, e il contesto temporale in cui ci si muove, contesto che porta con sé idee e principi che incidono sull’interpretazione.

115) Che cosa si intende per interpretazione adeguatrice? Secondo la Corte Costituzionale, tutti i giudici hanno il dovere, prima di sollevare la questione di legittimità costituzionale di una certa disposizione, di vedere se da essa non possa esser tratta una norma conforme a Costituzione. Si parla di “interpretazione adeguatrice” o “costituzionalmente conforme”. Il giudice deve sollevare la questione di legittimità costituzionale solo se l’interpretazione adeguatrice non appare possibile. Dunque la capacità di una disposizione di produrre più norme viene utilizzata nella pratica del diritto per cercare la norma più coerente con l’insieme dei valori costituzionali e dei principi che orientano il nostro ordinamento.

116) Sentenze costituzionali interpretative e manipolative La Corte Costituzionale per valutare le questioni di costituzionalità può emettere sentenze interpretative in cui dice che: a) la disposizione oggetto della questione non è incostituzionale se interpretata come produttiva della norma “x” (sentenza interpretativa di rigetto, stabilisce che la questione è infondata perché la disposizione deve essere interpretata non come fa il giudice del processo a quo, ma in un altro significato, conforme a costituzione, per cui non bisogna annullarla); b) la disposizione oggetto della questione è incostituzionale in quanto interpretata come produttiva della norma “y” (sentenza interpretativa di accoglimento, stabilisce che una certa disposizione rimarrà in vita dopo la sentenza, non sarà annullata, ma dovrà esser considerata come incapace di produrre la norma y, che è incostituzionale). Le sentenze interpretative non toccano il testo della disposizione, si limitano a dire se una certa norma, che da essa può esser tratta, è conforme o contraria o costituzionale. Vi sono poi le sentenze manipolative che dichiarano che una certa disposizione è da considerare incostituzionale nella parte in cui prevede x invece di y. Effetto di queste sentenze è che il testo della disposizione, dopo la sentenza, deve esser letto come se vi fosse scritto y e non x.

117) Il “fatto” ha un ruolo nella ricerca della norma applicabile? Il momento della produzione del diritto e quello dell’applicazione sono separati? Il momento applicativo, in cui si svolge l’interpretazione, ha un ruolo molto importante nella scelta della norma applicabile, ossia del riconoscimento del diritto che regola un certo caso. Quando viene applicato il ragionamento analogico, un caso della vita è regolato da una norma che non è stata dettata espressamente per esso, ma che viene individuata come adatta a quel nuovo caso, perché il caso che essa regola appare simile o analogo a quello nuovo. Le relazioni di similitudine che si instaurano tra il caso A ed altri non esistono in natura, ma dipendono dalla valutazione del

giudice (contesto storico ecc). Quindi il diritto non è tutto preconfezionato negli atti fonte, esso viene individuato in relazione ai casi cui deve esser applicato. Il diritto è legato al fatto, perché è dalla investigazione intorno alla natura del fatto che si risale alla norma applicabile.

118) La giurisdizione ha un ruolo nell’interpretazione e integrazione delle norme sulla produzione? Quali esempi abbiamo fatto in questo senso? L’interpretazione giurisdizionale è la sede dove vengono elaborate norme sulla produzione, dove i meccanismi da esse istituiti (prevalenza di una fonte sull’altra, competenza, riserva) vengono messi in moto a partire dal problema in funzione del quale la norma applicabile viene cercata. Molto spesso, a essere oggetto di interpretazione è proprio l’atto, la fonte che la norma sulla produzione regola.

119) Gli esiti di un conflitto tra norme o tra atti fonte che presuppongono il vizio di uno dei due atti o norme. Un conflitto tra norme o tra atti fonte che presuppongono il vizio di uno dei due può portare all’annullamento o alla disapplicazione. L’annullamento è la sorte subìta da un atto o da una disposizione quando contrasta con un atto ad esso superiore per forza (o quando invade la competenza riservata ad un altro atto). I vizi delle leggi e degli atti aventi forza di legge sono accertati dalla Corte Costituzionale, che può annullare l’atto viziato. I vizi dei regolamenti del governo sono accertati dal giudice amministrativo. La disapplicazione è la sorte degli atti interni di qualunque forza, valore o competenza siano dotati, quando contrastano con un atto normativo dell’Unione Europea direttamente applicabile, ad esempio un regolamento emanato anteriormente o successivamente.

120) Gli esiti di un conflitto tra norme o tra atti fonte che non presuppongono il vizio di uno dei due atti o norme. Un conflitto tra norme o tra atti fonte che non presuppongono il vizio di uno dei due può portare all’abrogazione e alla preferenza. L’abrogazione è il modo in cui viene circoscritta nel tempo l’efficacia di una legge. L’effetto abrogativo si produce: quando il legislatore, emanando una nuova legge, indica espressamente che una certa altra legge o certi suoi articoli sono abrogati (abrogazione espressa); quando si rileva un contrasto tra due disposizioni, contenute in atti diversi, che non possono sussistere insieme (abrogazione implicita); quando viene adottata una legge che, come si comprende dal modo in cui è intitolata, aspira a prendere il posto di quella che in precedenza regolava la materia (abrogazione per nuova disciplina generale). L’abrogazione è il risultato del succedersi delle leggi nel tempo. La preferenza è un meccanismo che ricorre nei casi in cui su una materia un tempo regolata da una legge generale dello Stato, venga istituita una competenza normativa di altri enti (es. enti locali). Per esempio le norme di bilancio e rendiconto dei comuni che erano fissate con legge dello Stato; in seguito ai comuni venne dato il potere di regolamentarlo con proprie norme: se un comune non avesse adottato il regolamento, si applicava la legge statale; se il comune lo aveva adottato, si applicava il regolamento comunale.

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