DISTORSIONE DELL’ARTICOLAZIONE TIBIO-TARSICA: EFFETTI DI  DUE PROGRAMMI RIABILITATIVI A CONFRONTO SUL CONTROLLO  DEL CARICO E DELL’EQUILIBRIO STATICO, Tesi di laurea di Medicina fisica e riabilitazione. Università degli Studi di Siena
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DISTORSIONE DELL’ARTICOLAZIONE TIBIO-TARSICA: EFFETTI DI DUE PROGRAMMI RIABILITATIVI A CONFRONTO SUL CONTROLLO DEL CARICO E DELL’EQUILIBRIO STATICO, Tesi di laurea di Medicina fisica e riabilitazione. Università degli Studi di Siena

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TESI SULLA DISTORSIONE DELL'ARTICOLAZIONE TIBIO-TARSICA NELLA QUALE DI CONFRONTANO DUE PROTOCOLLI RIABILITATIVI D'INTERVENTO
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CAPITOLO I°

UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI SIENA

TESI DI LAUREA IN FISIOTERAPIA

DISTORSIONE DELL’ARTICOLAZIONE TIBIO-TARSICA: EFFETTI DI DUE PROGRAMMI RIABILITATIVI A CONFRONTO SUL CONTROLLO

DEL CARICO E DELL’EQUILIBRIO STATICO

Relatore: Dott. Bonifazi Marco, Università Degli Studi Di Siena.

Candidato:

Riccardo Contigliani

Anno Accademico 2003/2004

INDICE

INTRODUZIONE pag 4

I° CAPITOLO: anatomia e fisiologia articolare della tibiotarsica pag. 6

II° CAPITOLO: epidemiologia dell’ articolazione tibiotarsica pag.16

III° CAPITOLO: eziopatogenesi e rilievi patologici pag.18

IV° CAPITOLO: l’esame clinico pag.25

V° CAPITOLO: criteri terapeutici e trattamenti fisioterapici pag.32

A) primi interventi

B) operazioni favorenti il riassorbimento dell’edema

C) massoterapia

D) lavoro passivo del piede

E) lavoro attivo del piede senza carico

F) lavoro attivo del piede sotto carico

G) rieducazione propriocettiva o riprogrammazione neuromotoria

H) lavoro su tavolette instabili

I) Taping

2

VI° CAPITOLO: scopo della ricerca pag. 49

VII° CAPITOLO: metodi e materiali:pag. 50

A) criteri di inclusione

B) criteri di esclusione

C) sigle e valori utilizzati

D) analisi posturale

E)materiali usati per rieducazione popriocettiva utilizzata nel gruppo “b”

VIII° CAPITOLO: analisi e discussione dei risultati pag. 62

IX° CAPITOLO: conclusioni pag. 68

BIBBIOGRAFIA pag. 72

3

INTRODUZIONE

La distorsione della caviglia è il trauma di più frequente

osservazione in quasi tutti i tipi di sport. Avviene a causa di

sollecitazioni importanti che coinvolgono i legamenti della caviglia.

Grazie a nuovi approcci scientifici oggi si sono ridotti i tempi di

recupero.

Le distorsioni di caviglia fanno parte dell’esperienza di molte

persone anche non sportive, ma rappresentano indubbiamente

l’evento accidentale più frequente nella carriera sportiva di un

atleta. Si è così focalizzata su questa patologia, l’attenzione di tutte

le figure sanitarie che, come noi fisioterapisti, si occupano della

riabilitazione degli sportivi, dando il via ad una serie di studi che

hanno profondamente modificato l’approccio diagnostico e

terapeutico a questa patologia. Ciò che abbiamo ottenuto è una forte

accelerazione dei tempi di recupero ed una minore tendenza alle

recidive.

Nell’ ambulatorio di fisioterapia in cui lavoro seguiamo molti

sportivi anche di livello nazionale e la rieducazione della caviglia

viene fatta seguendo protocolli che indicano come loro parte

integrante la rieducazione propriocettiva.

4

Ssono convinto che una buona ginnastica propriocettiva sia una

terapia molto valida per il recupero e la prevenzione delle

distorsioni di caviglia e di altri traumi; al congresso nazionale dei

medici dello sport effettuato il 9 Ottobre 2004 a Firenze, nella I

sessione ortopedica è infatti emerso dalle ultime ricerche che la

ginnastica propriocettiva è significativamente efficace anche come

prevenzione degli infortuni.

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CAPITOLO I°

ANATOMIA E FISIOLOGIA ARTICOLARE DELLA

TIBIOTARSICA

L’articolazione della tibiotarsica è la sede della flesso – estensione

di tutto il piede, in realtà si riscontra anche un contributo del tarso

ma solo per pochissimi gradi e tra l’altro

esclusivamente nelle escursioni estreme.

L’unico asse di movimento determina quindi una troclea. Un

ipotetico modello meccanico potrebbe essere rappresentato da un

cilindro con fulcro lungo l’asse longitudinale, libero di ruotare in

una cavità con la stessa forma ma di circa un mezzo di superficie di

contatto; situazioni importanti sono però il fatto che la concavità

arriva a conglobare le due basi del cilindro, e che il medesimo

presenta una scanalatura, a metà dell’altezza, in cui scorre una

cresta della struttura concava a fungere da guida (Kapandji,1983).

Ideato il modello meccanico ora risulterà più semplice immaginare

le facoltà di movimento, o meglio, l’unica facoltà di movimento che

è appunto la flesso – estensione.

6

Andiamo ora ad analizzare le connessioni tra una tibio – tarsica

reale e la sua ideazione meccanica.

Intanto bisogna precisare che le parti ossee di una caviglia sono tre,

detti elementi vengono identificati nella tibia, nel perone e

nell’astragalo.

Si potrà obiettare il fatto che nel modello meccanico presentato le

parti erano due, nella realtà però è talmente forte la connessione

nella zona distale della gamba tra le due ossa della tibia e del

perone, grazie ad elementi tendinei, che a livello pratico e

meccanico sono quasi da considerarsi un monoblocco.

Il cilindro del modello meccanico sta a rappresentare la puleggia

dell’astragalo, la superficie dove avviene lo scorrimento di detta

puleggia è caratterizzata da una depressione in cui scorre, durante il

movimento, una cresta del piatto tibiale inferiore.

La depressione della puleggia dell’astragalo non è sagittale ma si

proietta lateralmente, seguendo l’asse longitudinale del piede;

essendo quest’ultimo diverso dall’orientamento del collo

astragalico, si potrà dedurre come l’astragalo sia torto su se stesso.

(Kapandji,1983).

Un’altra osservazione che si compie analizzando l’astragalo

dall’alto è che l’ampiezza della troclea nella parte anteriore

è maggiore che non nella parte posteriore.

7

Da ciò deriva l’aumentata instabilità dell’ articolazione in flessione

plantare ( le persone calzanti scarpe con tacchi molto alti hanno

percentuali di rischio di distorsione maggiori).

Punto di forza della stabilità trasversale dell’articolazione

trasversale dell’articolazione tibiotarsica sono i malleoli delle due

ossa lunghe della gamba che incastrano quasi totalmente le basi

della puleggia dell’astragalo.

E’ tra malleolo peroneale e faccia esterna dell’astragalo che si

realizza la maggior connessione di superfici.

Difatti detta superficie astragalica assume una concavità dall’alto in

basso su cui combacia la faccetta articolare della parte mediale del

malleolo esterno.

Diversamente il malleolo tibiale non arriva a coprire totalmente la

superficie interna dell’astragalo.

Quindi il malleolo esterno si porta più in basso dell’interno; altre

differenziazioni tra i due malleoli sono che il peroneale è più

voluminoso del tibiale ed anche più posteriore: da qui l’obliquità

dell’asse trasversale della caviglia ( Kapandji,1983).

Oltre ai sopracitati malleoli, facenti parte della cosiddetta pinza

bimalleolare o mortaio tibio - peroneale, ne esiste nella caviglia un

terzo rappresentato dal margine posteriore della superficie articolare

tibiale, lo si indica con l’appellativo di terzo malleolo di Destot ( o

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solamente con una delle due parti del nome ) ed è ciò che blocca la

flessione plantare dell’astragalo.

Prima di affrontare la biomeccanica relativa alle due ossa lunghe

della gamba, che con ogni loro movimento influenzano

intimamente la tibiotarsica ( e viceversa), sarà opportuno conoscere

in maniera dettagliata l’anatomia dell’apparato legamentoso di

questa articolazione.

Sono quattro i legamenti della caviglia: due collaterali (laterale e

mediale), l’anteriore ed il posteriore; i primi due vengono

considerati principali, i secondi sono detti accessori.

I due collaterali risultano essere molto simili tra loro : partono dal

malleolo corrispondente al di sopra dell’asse trasversale tibiotarsico

e vanno ad agganciare sia il sottostante astragalo che le ossa

posteriori del tarso.

Il collaterale interno è composto da un piano superficiale ed uno

profondo; il primo viene detto legamento deltoideo per la sua forma

triangolare a mo’ di delta.

Ha origine tibiale e inserzioni sullo scafoide e su una piccola apofisi

calcaneare.

Nel piano profondo invece distinguiamo un fascio anteriore ed uno

posteriore.

9

L’anteriore, con decorso obliquo verso il basso – avanti va a fissarsi

sulla branca interna della troclea dell’astragalo.Il posteriore ha

decorso divergente in basso ma verso dietro; la sua inserzione è

nella zona mediale della puleggia astragalica in corrispondenza di

una profonda fossetta; alcune fibre, tra le più posteriori,

raggiungono il tubercolo postero – interno.

La costituzione del legamento collaterale esterno è a tre fasci:

anteriore, medio e posteriore.

Figura 1

L’anteriore parte dal bordo anteriore del malleolo laterale e decorre

verso il basso – avanti terminando sull’astragalo tra faccia esterna e

seno del tarso.

Il fascio medio è dei tre fasci l’unico destinato al calcagno invece

che all’astragalo; la zona d’inserzione calcaneare è la faccia esterna,

10

l’origine è sull’apice del malleolo peroneale per cui si ha un

decorso verso il basso – dietro.

Ultimo dei tre fasci è il posteriore che ha la particolarità della zona

d’origine sita sulla faccia interna del malleolo, dietro la faccetta

articolare; il decorso è orizzontale verso il dentro con lieve

inclinazione all’indietro e destinazione al tubercolo posteriore

esterno dell’astragalo.

Da qui si continua in un altro legamento di dimensioni più ridotte

( l’astragalo – calcaneare posteriore) diretto appunto al calcagno.

Gli altri due dei quattro legamenti dell’articolazione tibiotarsica

sono il legamento anteriore e quello posteriore; si presentano come

ispessimenti della capsula articolare.

L’anteriore unisce, con un decorso obliquo, il bordo anteriore della

superficie tibiale con la branca di biforcazione posteriore della

troclea astragalica.

Il posteriore assume una forma a lettera “ Y “ inclinata sulla

sinistra; dei tre segmenti che lo formano uno viene dalla tibia e uno

dalla superfici interna del malleolo peroneale dietro la faccetta

articolare, e vanno a convergere (terzo braccio) sul tubercolo

posteriore interno dell’astragalo (Kapandji,1983).

Esaurito il capitolo relativo all’apparato legamentoso tibiotarsico è

possibile ora affrontare il complicato meccanismo di movimenti che

11

avvengono nelle due ossa lunghe della gamba ogni qualvolta la

caviglia stia lavorando.

Sarà bene ricordare che tra tibia e perone esistono due articolazioni:

una superiore ed una inferiore.

La prima è una artrodia, vengono messe a contatto due superfici di

forma pressoché ovale a rilievo leggermente convesso.

La faccetta articolare tibiale può essere localizzata sul contorno

posteriore esterno della testa inferiore tibiale, ha un orientamento

obliquo verso il basso – dietro – fuori.

Ovviamente con orientamento opposto sarà la faccetta articolata del

perone che è sita sulla superficie superiore mediale del malleolo

peroneale.

L’articolazione tibio – peroneale inferiore è caratterizzata da

mancanza di strati cartilaginei per cui è una anfiartrosi.

Sulla faccetta tibiale notiamo una superficie concava e rugosa

delimitata dalla biforcazione del bordo esterno della tibia.

Sul perone, subito al di sopra della faccetta articolare malleolare

della tibiotarsica, troviamo la superficie corrispondente che può

essere convessa, piana, concava.

Particolarità di questa articolazione è la mancanza di contatto

diretto tre le due ossa: questo spazio è occupato da un tessuto

adiposo.

12

Notevole, a livello di robustezza, è l’apparato legamentoso di

questa articolazione.

Due sono le fasce legamentose: legamento anteriore e posteriore. Il

primo, di colore madreperla, è molto spesso; con decorso obliquo

va ad unire la superficie anteriore della testa peroneale con la tibia.

Il secondo, ancora più consistente in spessore e larghezza, ha

decorso più lungo e quasi orizzontale.

Ma il carico maggiore di lavoro nella tenuta della pinza

bimalleolare è effettuato dal legamento interosseo che è fissato al

margine laterale della tibia e sulla superficie mediale del perone

lungo quasi tutta la diafisi delle due ossa lunghe.

Dopo aver visto quante connessioni esistono tra tibia e perone e tra

pinza bimalleolare e astragalo, appare impossibile pensare che

un’escursione della tibiotarsica non abbia ripercussioni meccaniche

a livello più prossimale nelle due ossa della gamba.

Il tutto nasce dalla conformazione della puleggia astragalica che,

come si era in precedenza visto, non presenta parallelismo tra le sue

due superfici laterali su cui articolano i malleoli.

Più precisamente si può affermare che il piano offerto sul lato

tibiale è di fatto sagittale, mentre il piano che si affaccia sul perone

ha una inclinazione obliqua in fuori.

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La differenza di larghezza della troclea che ne deriva risulta essere

intorno ai 5,5 mm; ed è minore posteriormente.

Dato che deve essere assicurata la stabilità durante l’escursione,

osserviamo una continua variazione della distanza tra i due

malleoli: diminuisce proseguendo nella flessione plantare della

caviglia, s’incrementa nella flessione dorsale della medesima.

Vista la saggittalità del piano astragalo – tibia rispetto all’obliquità

di quello astragalo – perone, il primo assumerà una funzione di

cerniera o fulcro: il movimento osseo lo riscontreremo nel perone.

Ecco ciò che avviene a questo osso.

Nella flessione della tibiotarsica il malleolo peroneale si allontana

lateralmente, sale prossimalmente rispetto alla tibia (e ciò causa

l’orizzontalizzazione delle fibre dei legamenti della tibia –

peroneale inferiore e dell’interosseo ); infine ruota internamente per

qualche grado.

La risalita è data dalla inclinazione della faccia laterale della

puleggia astragalica.

Invece nell’estensione i movimenti sono opposti: riavvicinamento

del malleolo peroneale in senso mediale.

Questo movimento è compiuto in maniera attiva dal tibiale

posteriore che è appunto un estensore della tibiotarsica ed ha

inserzioni sia sulla tibia che sul perone; ancor più precisamente si

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osserva che , dato l’orientamento convergente delle linee di forza

dei due tendini tibiale e peroneale, la contrazione del sopracitato

muscolo ha un effetto di chiusura della pinza bimalleolare.

Il malleolo del perone, durante l’estensione della caviglia, slitta

verso il basso con la conseguente verticalizzazione delle fibre

legamentose della tibio- peroneale inferiore e dell’interosseo.

Ultimo movimento è la rotazione esterna, anche qui per pochi gradi

( Kapandji,1983) .

15

CAPITOLO II°

EPIDEMIOLOGIA DELL’ ARTICOLAZIONE TIBIOTARSICA

Nell’affrontare il discorso relativo all’epidemiologia sarà opportuno

riportare una distinzione che caratterizza tutta la traumatologia in

generale, ma in via più specifica quella sportiva.

La menzionata divisione si riferisce al tipo di patologia: se essa sia

cronica o da traumi acuti.

In un trauma acuto l’energia, o la forza, insita nel trauma stesso va a

sfondare istantaneamente il livello di resistenza dei tessuti colpiti,

ovvia la conseguente e immediata lesione.

In questa tipologia di trauma risulta facile comprendere

l’occasionalità di questi eventi.

E’ il caso della distorsione alla tibiotarsica, oggetto del nostro

lavoro.

Nella patologia di tipo cronico si assiste invece ad una lesione, una

perdita di funzionalità, ottenuta dall’accumularsi, dal sommarsi, di

effetti da microtraumatismi che sono continuativi nel tempo e che

sono tipici di certi gesti sportivi o di certe situazioni biomeccaniche.

16

Uno solo di questi microtrami non ha assolutamente alcun effetto di

perdita di funzionalità; nella stragrande maggioranza dei casi non

viene nemmeno avvertito.

La questione acuto – cronico è determinata e quindi dalla natura

dell’agente che può essere esterno o interno.

Un agente esterno è un oggetto o un entità con caratteristiche

fisiche e meccaniche che provoca la lesione mediante l’energia

cinetica accumulata dall’agente stesso o di cui è dotato il distretto

corporeo che impatta contro il suddetto agente.

Agenti interni sono invece quei meccanismi predisponenti

micropatologie ricorrenti che sfociano in situazioni di tipo cronico:

terreno fertile per l’insorgenza di patologie appartenenti alla

casistica acuta.

17

CAPITOLO III°

EZIOPATOGENESI E RILIEVI PATOLOGICI

Si premette che, parlando di distorsione della tibiotarsica e dei

meccanismi che la procurano, si farà riferimento esclusivamente

alla componente trasversale di questo trauma.

Una distorsione sul piano antero – posteriore sarebbe infatti

possibile solo a livello teorico.

Nella realtà infatti, vista l’intima connessione della

Tibiotarsica con il tarso e la netta superiorità di robustezza

dell’apparato legamentoso di questa rispetto a quella dell’intero

complesso podalico, si avrà che una escursione del piede in toto

oltre i limiti di flessione o estensione procuri lesioni ad altri livelli

che non siano quelli tibiotarsici.

Per tanto quello che ci riguarderà in maniera specifica sono le

forzature del piede in abduzione o adduzione, in eversione o

inversione, in pronazione o supinazione.

Effetto comune di queste forzature è la diastasi tibio – peroneale.

Una diastasi tibio – peroneale corrisponde ad una distanza tra i due

malleoli maggiorata rispetto a quella che

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normalmente dovrebbe esserci a certi gradi di flessione o di

estensione.

Generalmente l’evento distorsivo porta ad una diastasi tibio –

peroneale che a sua volta porterà all’insorgenza di una lesione

legamentosa o fibromuscolare in un qualche punto del complesso

articolare; immediatamente si ha un rientro in sede propria

dell’astragalo con ripristino immediato dei rapporti precedenti.

Risulterà però minata la solidità e quindi la funzionalità articolare.

Il permanere della diastasi è segno di rottura completa di un tratto

legamentoso: è il caso di traumi con più intensa forza d’urto che

possono portare a fratture ossee di tipo malleolare o anche

sovramalleolare.

Anzi, contro questi traumi molto violenti, è più probabile il

cedimento delle strutture ossee che non quelle legamentose.

Vediamo quindi quali sono i meccanismi distorsivi e quando a

questi si può associare la frattura ossea.

Supponiamo che una tibiotarsica subisca una forza verso l’esterno:

che sia un movimento forzato in abduzione, in eversione o in

pronazione, la risultante sarà, in via approssimativa, una pressione

che la faccia esterna dell’astragalo compie verso il malleolo

peroenale.

19

L’energia va a scaricarsi sul legamento tibio – peroenale inferiore

che tiene unita la pinza bimalleolare, il suddetto legamento è così il

primo a subire le conseguenze: può resistere al trauma; ledersi in

parte o rompersi completamente.

Nell’ultima delle ipotesi dello stiramento

Dell’apparato legamentoso mediale e consegue per l’aumentante

diastasi tibioperoneale fa si che l’astragalo sia libero nell’effettuare

un ballottamento in senso laterale possa porsi in rotazione sul suo

asse longitudinale.

Se il movimento traumatico non ha ancora esaurito la propria

energia viene a rompersi anche l’apparato legamentoso mediale o,

se questi è in grado di resistere, si assiste alla frattura al di sopra dei

legamenti mediali per l’interno e tibio – peroenale per quello

esterno.

La suddetta frattura del malleolo peroenale ha un nome preciso: “

frattura di Adupuytren alta”; se la rima si riscontra a livello del

collo del perone la frattura prende invece il nome di

“Maisonneuve”.

Cambiano le conseguenze in caso di tenuta del legamento tibio –

peroneale inferiore; l’evento più probabile che la pressione

esercitata dalla faccia esterna dell’astragalo

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rompe il malleolo peroneale inferiore con una rima di frattura che

si collocherà al di sotto del legamento che ha resistito.

L’energia si scarica istantaneamente sul legamento mediale che

può rompersi, ledersi o, resistendo, scaricare la sua tensione sul

malleolo tibiale “ stappandolo “ dal resto della tibia.

La frattura peroneale sopraccitata risulterà essere “di Dupuytren

bassa “ in quanto appunto sita al di sotto dell’inserzione

legamentosa tibio – peroneale inferiore. Anche per i movimenti

forzati in adduzione, in inversione o supinazione, assistiamo ad una

risultante di forza che approssimativamente fa esercitare alla faccia

interna dell’astragalo una pressione contro il malleolo tibiale, è

l’identica situazione del movimento opposto appena visto, ma

ribaltata.

Primo punto cruciale è il solito legamento tibio – peroneale

inferiore; generalmente la “ tenuta di questa struttura fa si che entri

in azione l’apparato legamentoso esterno che assorbendo l’energia

traumatica si può lesionare: è questa la più comune distorsione che

si procurano tanto gli sportivi quanto le altre persone nella vita di

relazione per cattivo appoggio di un piede con conseguente

caricamento del proprio peso corporeo più eventuali energie

cinetiche sul complesso podalico posizionatosi in inversione.

21

Quando invece si ha una forzatura del movimento che porta in

dentro la punta del piede, assistiamo ad una rotazione interna

dell’astragalo sul suo asse verticale: è così conseguente sul suo

asse verticale: è così conseguente la rottura del malleolo interno

(spinto dalla faccia astragalica interna) e di quello peroneale a

livello del piatto tibiale inferiore ( spinto invece dalla faccia esterna

sempre all’astragalo).

Quanto sopra descritto comunque non completa i meccanismi di

distorsioni che possiedono un aspetto neuromotorio oltre che

meccanico – ortopedico.

Difatti la conquista della posizione eretta da parte dell’uomo ha

spostato il controllo della statica da quattro punti ( mani e piedi) a

soli due (piedi): l’equilibrio, per essere mantenuto vista la ristretta

base d’appoggio, risulta controllato dal basso: lo stesso spostamento

in centimetri fatto dal capo e dal piede ha tutt’altro significato dal

punto di vista statico.

Questo “ ragionare dal basso” fa si che tutte le informazioni

posturali nascono a partire dal piede ( naturalmente ciò è valido per

la stazione eretta).

Sono quindi i recettori ad assumere grande importanza in questo

ambito, se ne conoscono di molteplici quali le espansioni libere a

palizzata e a viticci, la clave di Krause, i corpuscoli di Pacini e

22

Ruffini, gli organuli muscolo – tendinei di Golgi, i fusi neuro

muscolari, i recettori cutanei tattili.

Ma più che la nomenclatura interesserà la foro funzione: il prof.

Wyke li classifica in quattro categorie: recettori di controllo della

funzione della muscolatura scheletrica, recettori contenuti nei

articolari e periarticolari, recettori localizzati nello strato

sottocutaneo e nelle fasce, recettori nocicettivi.

Se il sistema dei recettori svolgesse correttamente sempre il

compito a cui è preposto, teoricamente sarebbe impossibile

procurarsi una distorsione in quanto il nostro cervello sarebbe

impossibile procurarsi una distorsione in quanto il nostro cervello

avrebbe la capacità di trovare una risposta (muscolare) al

meccanismo che la sta inducendo.

Questo ovviamente non sempre avviene, quando si ha esito in

distorsione della tibiotarsica scopo della riabilitazione sarà di

stimolare la produzione di informazioni da parte dei recettori e di

riallenare il cervello a leggerli: infatti davanti ad una distorsione è

chiaro che la catena informazione – risposta ha avuto un anello che

ha ceduto.

Situazioni causa di distorsione saranno quindi: intossicazione

dell’informazione o sua cattiva interpretazione da parte del

cervello; terreno non facilmente codificabile dai recettori

23

(cedevole, accidentato, sconosciuto); velocità di spostamento del

soggetto; età del soggetto ( invecchiamento nell’attività celebrale) ,

fatica fisica ( distorsione dell’informazione); false informazioni ( da

calzature); tipo morfologico ( lasso, ipertonico, rigido o ipotonico);

lateralizzazione del soggetto; velocità di reazione del soggetto.

( Herveou / Messean,1989)

24

CAPITOLO IV°

L’ ESAME CLINICO

L’esame clinico del paziente è importante ai fini di una corretta

diagnosi e terapia; per questo scopo ci sembra utile l’iter

diagnostico proposto da Besnier nel suo trattato “ Distorsioni e

lussazioni”.(Besnier J.P.,1990)

Prima tappa dell’indagine clinica sarà l’esame interlocutorio con il

paziente o con l’atleta infortunato.

Le modalità e le circostanze dell’infortunio spesso possono

determinare una prima idea per la diagnosi che andrà poi

confermata con le altre tappe dell’esame.

Estremamente importante sarà il conoscere se si tratta del primo

incidente alla tibiotarsica o se, in passato, la stessa caviglia aveva

subito traumi distorsivi; in quest’ultimo caso le attenzioni e i tempi

del recupero dovranno subire incrementazioni.

Seconda tappa dell’esame clinico è l’esame del dolore.

In un trauma distorsivo la presenza del dolore è certa oltre che

immediatamente successiva all’incidente.

Non può essere assunta come valutazione della gravità

dell’infortunio l’intensità del dolore.

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