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2 LA PRONUNZIA, Sintesi del corso di Lingua Latina

Riassunto del secondo capitolo del libro "Propedeutica al latino universitario" di Traina Perini - Capitolo 2 LA PRONUNZIA

Tipologia: Sintesi del corso

2015/2016

In vendita dal 29/05/2016

Eugenia.Cordiano
Eugenia.Cordiano 🇮🇹

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2 LA PRONUNZIA
§1. Storia della questione
Il problema della pronuncia del latino esiste da sempre ed ha origini molto antiche.
All’inizio fu un aspetto della lotta che la urbanitas (= puro latino del centro urbano) combatté contro la
rusticitas (= latino dialettale delle campagne) e la peregrinitas (= latino provonciale).
Cicerone dichiara che per parlare la lingua latina (Latine), occorre controllare non solo grammatica e
lessico, ma anche la pronuncia, evitando sia la rustica asperitas, sia la peregrina insolentia.
Un secolo dopo, Quintiliano definiva negli stessi termini la pronuncia corretta del latino.
Alla fine del II sec. d.C., il Latine loqui era minacciato dal barbare loqui, così anche nella pronuncia si
opporrà il contrasto tra Latinitas e barbaria, che caratterizzerà gli ultimi secoli dell’impero.
Con la scomparsa di Roma come centro politico e culturale, la pronuncia del latino andò differenziandosi
secondo le tendenze fonetiche dei rispettivi sostrati.
Il medioevo non tentò mai di uniformare la pronuncia perché:
1) Mancava ogni punto di appoggio nella tradizione grammaticale antica;
2) La Chiesa non volle oscurare la comprensione dei testi liturgici leggendoli con una pronuncia
diversa da quella volgare;
Solo con lo storicismo umanistico la questione passò dal piano normativo a quello teorico, perché per
riformare e uniformare le pronunce nazionali bisognava stabilire quale fosse stata la pronuncia dei Latini.
La risposta degli umanisti, documentata su testi antichi, fu sostanzialmente esatta, attuarla invece era
tutt’altra cosa.
Neppure Erasmo ci riuscì, o meglio, riuscì in parte per il greco (pronuncia erasmiana= etacistica).
La situazione oggi non è cambiata perché ci sono pronunce nazionali molto diverse tra loro.
Esiste la pronuncia ecclesiastica, che è quella italiana e poi c’è quella “classica” che, grazie alla linguistica
storica e comparata, conosciamo con più esattezza degli umanisti.
Questa però è insegnata e, fra molte resistenze, diffusa dalle università.
L’aspetto teorico e pratico non sono necessariamente congiunti.
Se non si può studiare scientificamente il latino senza conoscerne la pronuncia storica, che è parte della sua
fonetica, conoscerla non significa adottarla.
§2. La pronunzia <<classica>>
Non esiste <<una>> pronuncia di una data lingua, ne esistono tante quanti sono i parlanti.
Ci sono 3 cause di differenziazione: storiche, geografiche, sociali; fu così anche per il latino.
Bisogna dare una definizione sincronica della pronuncia <<classica>> che tenga conto di queste 3
componenti: il tempo, il luogo e la condizione sociale.
Intendiamo per pronuncia classica del latino quella del ceto colto della città di Roma nel I sec. a.C.: era la
pronuncia di Cesare e Cicerone, che può valere, con alcune varianti, anche per tutto il periodo che va da
Plauto a Tacito, e interessa la parte più significativa della letteratura pagana.
Sono vari i mezzi per ricostruire la pronuncia classica con buona approssimazione:
1) Testimonianze dirette dei grammatici antichi, che descrivono i suoni della loro lingua o correggono
gli errori dei contemporanei (tali testimonianze sono oscurate dalla terminologia fonetica
imprecisa);
2) Testimonianze indirette degli antichi scrittori, che fanno giochi di parole o usano figure di suono,
soprattutto onomatopee (l’onomatopea è un’interpretazione soggettiva, non è una mimesi
oggettiva del suono);
3) Scritture fonetiche delle iscrizioni, spesso incise da scalpellini incolti e scrivevano come
pronunciavano;
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2 LA PRONUNZIA

§1. Storia della questione Il problema della pronuncia del latino esiste da sempre ed ha origini molto antiche. All’inizio fu un aspetto della lotta che la urbanitas (= puro latino del centro urbano) combatté contro la rusticitas (= latino dialettale delle campagne) e la peregrinitas (= latino provonciale). Cicerone dichiara che per parlare la lingua latina ( Latine ), occorre controllare non solo grammatica e lessico, ma anche la pronuncia, evitando sia la rustica asperitas , sia la peregrina insolentia. Un secolo dopo, Quintiliano definiva negli stessi termini la pronuncia corretta del latino. Alla fine del II sec. d.C., il Latine loqui era minacciato dal barbare loqui , così anche nella pronuncia si opporrà il contrasto tra Latinitas e barbaria , che caratterizzerà gli ultimi secoli dell’impero. Con la scomparsa di Roma come centro politico e culturale, la pronuncia del latino andò differenziandosi secondo le tendenze fonetiche dei rispettivi sostrati. Il medioevo non tentò mai di uniformare la pronuncia perché:

  1. Mancava ogni punto di appoggio nella tradizione grammaticale antica;
  2. La Chiesa non volle oscurare la comprensione dei testi liturgici leggendoli con una pronuncia diversa da quella volgare; Solo con lo storicismo umanistico la questione passò dal piano normativo a quello teorico, perché per riformare e uniformare le pronunce nazionali bisognava stabilire quale fosse stata la pronuncia dei Latini. La risposta degli umanisti, documentata su testi antichi, fu sostanzialmente esatta, attuarla invece era tutt’altra cosa. Neppure Erasmo ci riuscì, o meglio, riuscì in parte per il greco (pronuncia erasmiana= etacistica). La situazione oggi non è cambiata perché ci sono pronunce nazionali molto diverse tra loro. Esiste la pronuncia ecclesiastica, che è quella italiana e poi c’è quella “classica” che, grazie alla linguistica storica e comparata, conosciamo con più esattezza degli umanisti. Questa però è insegnata e, fra molte resistenze, diffusa dalle università. L’aspetto teorico e pratico non sono necessariamente congiunti. Se non si può studiare scientificamente il latino senza conoscerne la pronuncia storica, che è parte della sua fonetica, conoscerla non significa adottarla. §2. La pronunzia <> Non esiste <> pronuncia di una data lingua, ne esistono tante quanti sono i parlanti. Ci sono 3 cause di differenziazione: storiche, geografiche, sociali; fu così anche per il latino. Bisogna dare una definizione sincronica della pronuncia <> che tenga conto di queste 3 componenti: il tempo, il luogo e la condizione sociale. Intendiamo per pronuncia classica del latino quella del ceto colto della città di Roma nel I sec. a.C. : era la pronuncia di Cesare e Cicerone, che può valere, con alcune varianti, anche per tutto il periodo che va da Plauto a Tacito, e interessa la parte più significativa della letteratura pagana. Sono vari i mezzi per ricostruire la pronuncia classica con buona approssimazione:
  3. Testimonianze dirette dei grammatici antichi, che descrivono i suoni della loro lingua o correggono gli errori dei contemporanei (tali testimonianze sono oscurate dalla terminologia fonetica imprecisa);
  4. Testimonianze indirette degli antichi scrittori, che fanno giochi di parole o usano figure di suono, soprattutto onomatopee (l’onomatopea è un’interpretazione soggettiva, non è una mimesi oggettiva del suono);
  5. Scritture fonetiche delle iscrizioni, spesso incise da scalpellini incolti e scrivevano come pronunciavano;
  1. Trascrizione di parole latine in greco e viceversa (nei limiti in cui ci è nota la pronuncia greca);
  2. Termini latini passati in epoca antica in altre lingue, tipo il germanico, con il presupposto di trasmissione orale e non scritta, in questo caso potrebbe valere solo per la grafia;
  3. I dati della fonetica comparata indoeuropea come punto di partenza, invece quella romanza come punto di arrivo. §3. I dittonghi Tutti i dittonghi si pronunciano come si scrivono, anche se bisogna ricordare che il secondo elemento non fa sillaba e non può avere accento. ( áetas , áestimo …) Il nome “Cesare” si deve pronunciare “ Cáesar ” poiché il tedesco “Kaiser” conserva ancora oggi il dittongo latino. L’allitterazione è una delle figure di suono più utilizzate dalla poesia latina, soprattutto quella arcaica. Proprio per questo motivo bisogna leggere “ cáerula ” nella frase: caua caerula candent. La chiusura di ae in ē era dialettale. Il mediolatino eliminò i dittonghi ae e oe anche graficamente e la restaurazione della grafia dittongata si deve agli umanisti. §4. Y La ipsilon o i greca è una lettera greca che indica un suono estraneo al latino e fu aggiunta all’alfabeto dopo la X, solo nel I sec. a.C., per trascrivere i nomi greci. Prima era trascritta con la lettera u , come mostrano i più antichi grecismi. Il titolo della commedia di Plauto era Ampitruo , forma fedelmente traslitterata dal greco Amphitryon. La y suona come in greco ionico-attico “ ü ”, cioè l’ u francese. Lyra va pronunciata come λύρα , anche se questa pronuncia era dotta. La pronuncia popolare oscillò sempre tra i e u e questa si riflette negli esiti romanzi: gyrus > girus > giro , crypta > crŭpta > grotta. Tuttavia la pronuncia i doveva essere più diffusa e penetrò anche nel tardo insegnamento grammaticale. §5. Il << sonus medius >> Quintiliano in un passo denomina “…un suono intermedio tra la u e la i ”: troviamo resa con un’oscillazione grafica tra u e i una vocale breve, sia tonica sia atona, davanti a labiale. ( lŭbet / lĭbet , optŭmus / optĭmus …) La grafia più antica era u e fu l’analogista Cesare, come ci informa Quintiliano, a generalizzare la i , ma la u rimase segno di arcaismo. Sulla reale pronuncia di questo fonema variano ancora oggi le opinioni: la più probabile sembra quella di chi lo considera una vocale indistinta che nei proparossitoni poteva preludere alla sincope. ( tegŭmen / tegĭmen / tegmen ) §6. U semivocale ( v ) Noi distinguiamo tra U u da una parte e V v dall’altra, i latini usavano un solo segno ( V ) per la maiuscola, e in seguito, ( u ) per la minuscola. ( VIVO , VNVS , uiuo , unus …) I segni U e v entrarono in uso solo con gli umanisti venendo definite “lettere ramiste” in seguito all’opera di Pierre de La Ramée. Galileo conosceva però un alfabeto di 20 caratteri senza la v. I Latini non avevano il segno v e quasi certamente non avevano il suono corrispondente (fricativa labiodentale sonora).

§8. Ti davanti a vocale Si pronuncia come è scritto, senza assibilazione. Fino al II sec. d.C. non si ha traccia che la i suonasse diversamente in sentio e sentis , in Latium e lateo. Era avvenuto che la i , divenuta da vocale ( gra-ti-a , trisillabo) a semivocale in iato ( gra-tia , bisillabo), aveva intaccato la dentale precedente. Quando nel latino tardo e medievale anche ci davanti a vocale si assibilò, i due segni si confusero, dando luogo a doppioni omofoni come pronuntiatio / pronunciatio , antenati degli allotropi italiani pronunzia e pronuncia. §9. Le velari davanti a vocale palatale ( e / i ) Questo è il punto di maggior distanza tra la nostra pronuncia e quella classica. C e g suonavano sempre <>, anche davanti a e e i. Si diceva kikero e non čičero , ġenus e non ğenus. Le testimonianze sono numerose, basti pensare al buffone, incontrato da Orazio, soprannominato Cicirrus , a causa della sua voce stridula. Nella grecità ϰίϰιρρος significava <>, quindi bisogna pronunciare kikirrus. L’omofonia di c e k è documentata dai frequenti scambi epigrafici delle due lettere: DEKEM(bris), MARKELLINO. I Latini trascrivevano con c il ϰ greco, a loro volta i Greci trascrivevano con ϰ il c latino. Se avessero sentito una c palatale, l’avrebbero trascritto con τζ, come poi faranno i Bizantini. Un’altra spia sono i prestiti latini nelle altre lingue. La velare sonora g era più rara della sorda c : le testimonianze sono più scarse. L’equivalenza col γ greco è attestata da alcune trascrizioni ( legio /λεγιών nel Nuovo Testamento) e dall’omofonia dei due imperativi lege /λέγε. San Girolamo, tra il IV e il V secolo, sembrava conoscesse solo il suono velare, ma nello stesso periodo la paronomasia salo / solo / caelo del gallo Ausonio fa pensare che caelum fosse pronunciato selum , cioè non era solo palatalizzato come in cielo , ma già assibilato come nel francese ciel. §10. Il gruppo gn Se la g aveva sempre un suono velare, ne consegue che il gruppo gn non poteva essere pronunciato come in italiano, con la cosiddetta schiacciata ( ñ ), ma come velare + nasale ( ġn ), come in Wagner. È più probabile che nel gruppo gn la g , assimilandosi alla n seguente, suonasse come una nasale velare ( ), cioè come la prima γ di ἄγγελος e la n di angelus e di angolo. In tal caso la pronuncia di agnus , aṅnus , si avvicinerebbe di più a quella di annus <>, piuttosto che ad agnello. Si discute anche se in gn- iniziale ( Gnaeus ) la g si facesse sentire o fosse caduta nella pronuncia, sopravvivendo solo nella grafia (come k nell’inglese know ). §11. Il gruppo quu La labiovelare sorda qu ( K ) non pone problemi di pronuncia a noi italiani ( quattuor come quattro …), tranne davanti a u : equus , sequuntur ,… Noi diciamo ecuus , secuuntur , con due u. Sembra che classicamente coesistessero due grafie e rispettive pronunce: una, fonetica e popolare, che riduceva la labiovelare qu alla velare pura c dinanzi a ( ŏ / ŭ ) ecus , secuntur ; l’altra, colta che conservava la labiovelare, ma conservando allo stesso tempo anche la ŏ originaria: equos , sequontur , seruos. La prima aveva il vantaggio di allineare la desinenza con quella degli altri nominativi singolari maschili della II declinazione ( ecus - > filius , dominus ) e delle altre terze persone plurali mediopassive ( secuntur - > leguntur ); la seconda aveva il vantaggio di mantenere l’unità-fonetica del paradigma, mantenendo la labiovelare ovunque ( equos - > equī , equō ; sequontur - > sequimur ). Nel I sec. dell’impero si giunge ad un compromesso tra le analogie con le forme equus , sequuntur , anche se fu solo un compromesso grafico: la pronuncia era con una sola u. Riepilogando, si deve leggere equos , sequontur se così si trova scritto; se invece si trova scritto equus , sequuntur , che è la grafia più diffusa, si deve leggere ecus , secuntur.

§12. - s- intervocalica S intervocalica è sempre sorda, come s - iniziale ( rosa = sacer ), mentre l’italiano settentrionale ha la pronuncia sonora. Rosa in latino suonava come oggi in siciliano. No è che il latino non possedesse la - s- intervocalica sonora: ma questa entro il IV sec. a.C. si rotacizzò, cioè diventò - r - e si ebbe aurora < * ausosa (rimase s nel nome etnico Ausoni <<gli uomini dell’est>>), cineris < * cinisis (rimase la s non intervocalica nel nominativo cinis ). Rimasero solo - s- intervocaliche sorde: in parole di origine non indoeuropea ( rosa , asinus …) o introdotte tardi nel latino ( basium era gallico), o dove la - s- deriva dalla semplificazione di una doppia - ss- ( causa , casus , scritte fino all’età di Augusto come caussa e cassus ), o dove il rotacismo non aveva avuto luogo per dissimilazione con una r ( miser ), o nei composti ( de-sipio , de-sĭno ). §13. Il gruppo ns La tendenza del latino ad eliminare la n davanti alla s , allungando per compenso la vocale precedente, è preletteraria. ( lupōs < * lupo-m-s = lupo - tema + desinenza dell’accusativo + desinenza del plurale) Questa tendenza continuerà ad agire nella pronuncia classica anche in contrasto con la grafia, riducendo la n davanti alla s nelle sillabe radicali a una debole appendice nasale della vocale precedente che si allunga. ( mensis , sponsa ; pronuncia: mēⁿsis , spōⁿsa ) Per questo motivo la sigla di consul è COS. Velio Longo ci dice che Cicerone preferiva pronunciare hortēsia ( hortensia sono gli ortaggi), e il nome di persona omofono Hortensia veniva traslitterato dal greco Ὁρτησία. Per ipercorrettismo la n era aggiunta davanti alla s anche dove in origine non c’era. ( formonsus , da forma , come famosus , da fama ; il grecismo thensaurus che in greco era ϑησαυρός) È controverso se la caduta della nasale continuasse ad operare anche in sillaba finale:  Varrone: pos e pons per lui erano omofoni;  Analogia dei casi obliqui dentis e amantis restaurava la n nel nominativo dens e amans , nella grafia e nella pronuncia. §14. Tavola riassuntiva GRAFIA SCOLASTICA PRONUNZIA CLASSICA PRONUNZIA ITALIANA ae aḙ e oe oḙ e y ü i v ṷ v vu ṷo vo h- h muta

  • h- muta muta ch k+h k th t+h t ph p+h f ti+vocale ti Zi ce, ci ke, ki če, či ge, gi ġe, ġi ğe, ği
  • gn- ġn (ṅn?) ñ gn- ġn (ṅ?) ñ quu kṷo, ku kuu
  • s- s (sorda) ς (sonora)
  • ns- s ns
  • ns ns (s?) ns