Docsity
Docsity

Prepara i tuoi esami
Prepara i tuoi esami

Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity


Ottieni i punti per scaricare
Ottieni i punti per scaricare

Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium


Guide e consigli
Guide e consigli


258 dispensa marginalita, Dispense di Sociologia

Dispensa sulla marginalità per politiche sociali e terorie dell'organizzazione

Tipologia: Dispense

2012/2013

Caricato il 28/02/2013

adrianina
adrianina 🇮🇹

5

(1)

2 documenti

1 / 12

Toggle sidebar

Questa pagina non è visibile nell’anteprima

Non perderti parti importanti!

bg1
1
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI “ALDO MORO”
FACOLTÀ DI SCIENZE POLITICHE
CORSO DI LAUREA IN SCIENZE DEL SERVIZIO SOCIALE
Anno Accademico 2012-2013
PROGRAMMA di “POLITICHE SOCIALI E TECNICHE DEL SERVIZIO SOCIALE
(modulo di politiche sociali e teorie dell’organizzazione)”
LA MARGINALITA’ COME FENOMENO
MULTIDIMENSIONALE
di Patrizia Marzo
INDICE
DISPENSA AD USO ESCLUSIVO DEGLI STUDENTI
1. Premessa. Il paradosso dello studio delle marginalità
2. Gli oggetti di studio
3. Le “risposte comportamentali” della marginalità
4. Bibliografia
pf3
pf4
pf5
pf8
pf9
pfa

Anteprima parziale del testo

Scarica 258 dispensa marginalita e più Dispense in PDF di Sociologia solo su Docsity!

UNIVERSITÀ DEGLI STUDI “ALDO MORO” FACOLTÀ DI SCIENZE POLITICHE CORSO DI LAUREA IN SCIENZE DEL SERVIZIO SOCIALE Anno Accademico 2012- PROGRAMMA di “POLITICHE SOCIALI E TECNICHE DEL SERVIZIO SOCIALE (modulo di politiche sociali e teorie dell’organizzazione)”

LA MARGINALITA’ COME FENOMENO

MULTIDIMENSIONALE

di Patrizia Marzo

INDICE

DISPENSA AD USO ESCLUSIVO DEGLI STUDENTI

1. Premessa. Il paradosso dello studio delle marginalità

2. Gli oggetti di studio

3. Le “risposte comportamentali” della marginalità

4. Bibliografia

1. Premessa. Il paradosso dello studio della marginalità.

Il fenomeno della marginalità sociale non è contemplato dalla Storia e dalle storiografie ufficiali come elemento fondamentale nella costruzione delle civiltà. Tanto, principalmente a causa dell’ oggetto di studio che, per definizione, coincide con le fasce minori/residuali/instabili dei popoli e, quindi, con quei “vinti” che notoriamente, al contrario dei vincitori, non scrivono la Storia!

Si tratta di una condizione umana e sociale caratterizzata da diversi fattori, in quanto essa risulta: a) complessa - per origini, caratteristiche, tipologie, evoluzioni, modalità di soluzione/repressione, b) correlata ad altre componenti storiche e socio-economiche, come la povertà, la solidarietà, la società, l’economia, la discriminazione, i modelli di esclusione e di inclusione sociale - c) universalistica , poiché presente nel tempo e nello spazio di tutte le società, d) multidisciplinare e, quindi, studiata da molteplici discipline – quali la sociologia, l’antropologia culturale e l’etnolinguistica, la psicologia, l’urbanistica, il servizio sociale professionale, la storia orale, e) codificata sul piano sociale, in quanto presenta diverse forme di istituzionalizzazione e di organizzazione all’interno delle strutture sociali e precise forme di comportamento e di adattamento interne ai gruppi dei “marginali”.

Queste prime considerazioni evidenziano le forti contraddizioni dello studio della marginalità, che ne costituiscono un vero e proprio “paradosso”. Infatti, a fronte della generale superficialità – se non indifferenza - con la quale la Storia ufficiale delle società occidentali si è occupata dei marginali, dei devianti, degli “esclusi”, l’evoluzione di tale fenomeno ha contribuito in misura determinante ai processi di formazione degli Stati che la medesima Storia analizza. In questa sede si vuole affrontare il tema della multidimensionalità delle forme di marginalità: le prospettive dalle quali il fenomeno è osservato e studiato sono molteplici e ben strutturate sul piano culturale: si pensi a quella sociologica, psicologica, etno-antropologica, economica, linguistica, ecc.. Ciascuna di queste discipline ha prodotto riflessioni, teorie, elementi culturali che, data la complessità e l’universalità del fenomeno, non possono che integrarsi fra loro.

Ciò è necessario non solo in funzione dell’analisi della marginalità, delle sue cause, caratteristiche, tipologie, modalità di espressione, del monitoraggio delle sue evoluzioni, ma soprattutto in funzione dell’elaborazione di teorie, processi, prassi che consentano il più ampio spazio possibile alle pari opportunità e, quindi, all’inclusione sociale.

La marginalità che oggi affligge quote consistenti delle popolazioni del pianeta, tanto nei Paesi in via di sviluppo quanto nelle aree post-capitalistiche, non è più limitata a gruppi di persone identificabili mediante precise problematiche o disagi sociali e sanitari, o stereotipi riferiti al tipo di mestiere espletato.

distinguendo, di conseguenza, le società “a solidarietà meccanica” (ossia quelle citate) da quelle “a solidarietà organica” (le società “moderne”). Presso le forme sociali semplici/primitive l’ individuo non è concepito – a differenza della gran parte delle società moderne – come entità auto-referenziale ed auto-determinata, potenzialmente “libera” dai vincoli relazionali che non siano immediatamente riconducibili all’organizzazione del lavoro:

“Che il gruppo sociale, clan o Sippe , sia la effettiva unità di cui l’individuo è un semplice elemento, non ci viene – in molti casi – dimostrato soltanto dalla struttura della famiglia. E’ la vita quotidiana del primitivo che lo dimostra. […] Questa solidarietà, per così dire fisiologica, fra parenti si presenta anche sotto altre forme.”^3

Espressioni come “solidarietà meccanica” o “fisiologica” indicano, quindi, condizioni di vita nelle quali ben difficilmente potrebbe essersi manifestata la “marginalità sociale” intesa secondo l’accezione corrente, di cui si è accennato in premessa.

Ciò non esclude la presenza della marginalità “in sé” anche presso le società/civiltà più antiche (prevalentemente correlata al comportamento del singolo individuo e al suo grado di adesione alle regole del gruppo) ma senz’altro circoscrive la nascita delle forme “codificate” di marginalità soprattutto nell’Europa del periodo compreso fra l’XI e il XVIII secolo, all’indomani della disgregazione socio-politica verificatasi con la crisi del feudalesimo.

Nella sua interessante ricostruzione storica della marginalità, Schmitt^4 afferma che l’Europa ha conosciuto una lenta e precisa evoluzione del fenomeno, annoverato, peraltro, fra le cause principali della nascita dell’urbanesimo (“..esseri sradicati, mercanti senza legami che seguivano le rotte di traffico, stranieri, servi e fuggiaschi che ponevano le loro speranze di libertà nell’<>”) 5.

A partire dal XIII secolo, la marginalità interessa prevalentemente le “categorie” degli eretici, dei lebbrosi e degli ebrei; tuttavia, successivamente (fra il XIV e il XV secolo) assume proporzioni sempre più vaste e coinvolge anche mendicanti, vagabondi, criminali, zingari, alcolisti e malati mentali.

Fra il XV e il XVII secolo le società europee sviluppano e affinano i sistemi di repressione/esclusione/reclusione che hanno costituito le principali risposte istituzionali alla marginalità fino al XX secolo e che, ancora oggi, non sono del tutto debellate.

(^3) Lucien Levy Bruhl, L’anima primitiva , Bollati Boringhieri, Torino, 1990, pagg. 101 e 102 (^4) Jean Claude Schmitt, La storia dei marginali , in Jacques Le Goff (a cura di) “La nuova storia”, Mondadori, Milano, 1980. (^5) J. C. Schmitt, La storia dei marginali , op.cit., pag. 266

Rispetto alla diffusa accezione negativa che ha accompagnato il fenomeno della marginalità durante i secoli, esistono, tuttavia, significative eccezioni, come quella del “banditismo sociale” descritto da Hobsbawm: un complesso sistema criminale – trasversale nel tempo e nello spazio – che si acuisce durante le crisi economiche particolarmente gravi, è sostenuto dalle masse rurali/popolari vittime delle povertà e “.. spesso precorre o accompagna movimenti sociali più importanti, come le rivoluzioni contadine” 6 , poiché rappresenta una significativa espressione di giustizia sociale.

E’ evidente, dunque, che non è possibile definire il concetto di marginalità senza riferirsi ai molteplici altri oggetti di studio che questo sottende ed interessa, come società , povertà , solidarietà , inclusione / esclusione sociale , discriminazione , economia , sviluppo , ecc.

Nel caso di The Hobo , il capolavoro di Nels Anderson^7 , l’oggetto prevalente della ricerca è, ad esempio, il “ mito ” degli hobos (ossia - nel loro gergo - i vagabondi che occupavano tre zone specifiche di Chicago, costituenti Hoboemia ). La ricerca rivela alcuni aspetti fondamentali della vita dell’ hobo.

Nella descrizione di Anderson, gli uomini di Hoboemia vivono in accampamenti abusivi (le “giungle”) spesso situati vicino ai binari che, all’epoca, costituivano uno dei nodi ferroviari più importanti d’America. La ragione di tale sistemazione appare abbastanza semplice: molta gente viaggiava clandestinamente sui convogli delle merci, attraversando il Paese, cambiando continuamente lavoro, attratta dall’idea del viaggio e della mobilità costante (“il muschio non cresce sulle pietre che rotolano” dicevano gli hobos ) e, quando decideva di cercare un lavoro temporaneo a Chicago, si stabiliva nelle immediate vicinanze della ferrovia oppure nelle aree limitrofe, occupate da baracche abusive, camere in affitto e pensioni economiche.

Coloro che si fermavano nelle giungle , anche per brevissimi periodi (da pochi giorni ad un massimo di pochissimi mesi), legavano la propria esistenza al gruppo già presente, adattando di volta in volta al nuovo contesto urbano le proprie abilità e conoscenze lavorative insieme ai comportamenti e ai linguaggi.

Nelle giungle di Hoboemia confluivano persone che la società aveva emarginato e che, tuttavia, ritrovavano all’interno del nuovo gruppo una propria dignità, una precisa collocazione sociale, un’aura di “eroismo” propria della condizione intrinseca di essere hobo. Quest’ultimo, infatti, si considerava la rappresentazione della vera America, i cui valori dell’intraprendenza, del coraggio, della curiosità di esplorare le nuove “frontiere” potevano preludere a grandi successi e corrispondere all’ ideologia americana del self made man.

(^6) Eric J. Hobsbawm, I banditi , Einaudi, Torino, 1971, pag. 18 (^7) pubblicato nel 1923 per conto del Dipartimento di Sociologia e Antropologia di Chicago (la cosiddetta “Scuola di Chicago”, diretta in quel periodo da Burgess e Park) rappresenta uno degli studi classici sui temi della marginalità sociale.

Le immagini che emergono dalle storie di vita descritte da Montaldi nelle “Autobiografie della leggera”si riferiscono ad un’umanità che risente di un periodo storico di particolare miseria che non dà “ accesso sociale ” ai beni, alle risorse, alle opportunità di crescita e di autodeterminazione, proprio come accade a molti degli hobos di Anderson.

Il contesto temporale non è l’unico elemento comune fra gli hobos e i marginali di Montaldi e, in particolare, la figura del vagabondo Orlando P .: nelle due opere sono riscontrabili diverse analogie, nonostante esse si riferiscano a società molto diverse. Appaiono comuni, infatti, il prematuro incontro dei protagonisti con il mondo del lavoro (che avviene intorno ai 14-15 anni), la grande varietà di mestieri che essi sono costretti a svolgere per sopravvivere, la prolungata assenza di progetti per il futuro, l’uso di forme linguistiche gergali, una continua mobilità finalizzata alla ricerca del lavoro e alla fuga dai problemi creati dal rapporto con la legge, un’ampia tolleranza all’alcol (ossia al vino) una filosofia di vita improntata al fatalismo e all’”arte di arrangiarsi”, la tendenza dei protagonisti ad accompagnarsi a persone nelle loro medesime condizioni di vita, con le quali poter condividere problemi, sogni e “avventure”.

Emerge da queste letture che non si tratta di persone “predisposte” alla delinquenza, alla devianza, all’esclusione: l’evidente stigmatizzazione che accompagna la loro condizione esistenziale è imposta molto più dai meccanismi e dai comportamenti escludenti delle istituzioni e dei sistemi (sociali, scolastici, sanitari, economici,…) che dalla loro propensione a deviare o a delinquere; in genere si tratta di individui che, posti nelle condizioni di pari opportunità , sarebbero stati (e sarebbero ancora oggi) ben felici di vivere un’esistenza regolare, stabile, integrata.

Lo stesso termine “leggera”, di derivazione gergale lombarda (“Ligiera”) indicava, infatti, l’area grigia compresa fra legalità ed illegalità, non propriamente caratterizzata dalla criminalità o dall’esclusione sociale. Le condizioni di vita dei marginali di Montaldi sono subite, più che provocate, ed accompagnate da quella forma di rassegnazione che fa dire ad Orlando P. :

“..si avvicina l’inverno e la maggior parte tornano alle loro case ma io che faccio parte alla leggera bisogna che rimanga sul tremar come diversi altri come bisogna svernare e quando si è a zero i lavori si fermano perciò bisogna arrangiarsi”.

Accanto alle interpretazioni “mitiche” e sociali della marginalità, Glauco Sanga ne offre una di carattere storico. Posto che “il vagabondo non è definito dalla mancanza di residenza, ma dalla mancanza di una residenza stabile”^9 , sin dal Medioevo, in Europa, si legifera contro la mobilità e l’instabilità dell’esistenza umana, cercando di difendere in tal modo lo status della stabilità del lavoratore della terra. In questo periodo emerge, quindi, anche una forte componente “ morale ”della marginalità, connessa ai valori della rispettabilità, dell’onore e della dignità di coloro che lavorano la terra: questi, a differenza dei

(^9) Glauco Sanga, “Introduzione”, Il gergo dei pastori bergamaschi , in La cultura dei marginali , dispensa del corso di Etnologia 2, Venezia, marzo 2007, pag. 143

“vagabondi”, sono “stabili”, quindi “affidabili”, al contrario degli “altri” verso la cui mobilità lavorativa ed esistenziale si instaura un clima generale di diffidenza, paura e rifiuto.

Tale atteggiamento sociale nei confronti dei marginali, avviato nel Medioevo, diventa progressivamente più rigido ed indiscriminato: come fa notare lo storico Alessandro Allemano 10 , il rifiuto sociale si trasforma da sentimento collettivo ad organizzazione istituzionale mediante l’affermazione dell’ ordine pubblico , in virtù del quale - a partire dal XVI secolo – le risposte ai fenomeni della marginalità saranno sempre più restrittive e repressive.

Per legittimare questo tipo di risposta sociale nei confronti dei gruppi marginali e tacitare le coscienze dei più sensibili, i processi di esclusione sono generalmente accompagnati da meccanismi psicologici e culturali di rafforzamento delle paure e dei pregiudizi e da processi di stigmatizzazione. In proposito, Allemano osserva:

“Il problema dei girovaghi, che percorrono le strade e visitano i paesi con intenzioni men che oneste appare nel suo aspetto più deleterio: il rapimento dei bambini.”

E, col passare del tempo:

“.. si prendono di mira i "birbanti" che potrebbero celarsi sotto gli scarsi panni dei mendicanti e dei vagabondi. Anche in questo caso […] non si fanno distinzioni tra coloro che, semplicemente poveri, praticano la mendicità e quanti invece si propongono scopi criminali (latrocinii, grassazioni, furti campestri).”^11

L’accusa del rapimento dei bambini , che rievoca alcune fra le paure più ancestrali, è stata ampiamente utilizzata dalle società europee nei confronti dei Rom , costituendo nel tempo un vero e proprio stigma a carico di questi gruppi, ancora oggi non completamente cancellato sebbene ne sia stata abbondantemente accertata l’infondatezza. Tale pregiudizio – spesso utilizzato in malafede dai sistemi politici – è, comunque, incardinato in un’immagine molto più ampia della cultura Rom , costruita nel corso dei secoli dalle società occidentali e caratterizzata da innumerevoli inesattezze e accuse che, per quanto infondate, hanno infine prevalso nell’innescare drammatiche persecuzioni.

Il comune denominatore dei pregiudizi che nel tempo si sono avvicendati a carico dei Rom è stato rappresentato dalla diffidenza per il nomadismo e l’esplicito senso di libertà e di anticonformismo di questi gruppi. Ma in relazione a questi ultimi elementi, si deve registrare il fatto che si tratta, anche qui, di pregiudizi: in uno dei saggi che ha dedicato ai popoli Rom , Leonardo Piasere ha, infatti, dimostrato che:

(^10) Alessandro Allemano, Vagabondi, mendicanti ed emarginati nei documenti locali e nei provvedimenti delle autorità dal ‘500 all’ ‘800 , in Pagine Moncalvesi - Bollettino della Biblioteca Civica "Franco Montanari" di Moncalvo – Asti, Anno IV - n. 7 luglio 1999 11 Alessandro Allemano, op. cit.

società - condizionata dai periodi storici e dalle diverse culture e società - produce forme culturali nuove e in continua trasformazione, analizzate, peraltro, da una vasta letteratura antropologica.

Nei contesti della marginalità, infatti, sussistono tutti gli elementi costitutivi delle culture: i simboli, compresi quelli linguistici e religiosi, i giochi, i riti, i miti, le forme d’arte, il rapporto col cibo, la salute, la sessualità, il dormire, il proteggersi dagli innumerevoli rischi della strada, il denaro, il tempo , le relazioni e la vita affettiva, finanche le “celebrità”, come descritto da Anderson.

In diversi casi, la sociologia ha evidenziato anche le forme sociali nelle quali si organizza il comportamento marginale, come nei casi dell’ anti-Stato e dell’ anti-Potere , tipici di alcune organizzazioni malavitose come il banditismo.

I comportamenti dei marginali di oggi presentano alcune costanti rispetto agli esclusi del passato. Oltre ad alcuni fattori scatenanti della marginalità, presenti di frequente nel fenomeno (come i disturbi mentali o della personalità, le dipendenze patologiche da alcol o stupefacenti, le separazioni coniugali particolarmente traumatiche, ...), ve ne sono altri tipicamente culturali, come l’atteggiamento eccessivamente assistenzialista (soprattutto nei confronti delle istituzioni assistenziali pubbliche e religiose). Sull’assuefazione all’assistenzialismo come fattore storico-culturale (che ha prodotto nel tempo effetti disastrosi) è stato evidenziato da Geremek, in riferimento all’Europa dell’età moderna:

“È ben visibile che l'accesso all'ospedale costituisce una specie di privilegio, dal quale sono esclusi i mendicanti forestieri; lo conferma il fatto che essere mandati via dall'ospedale sia considerato una punizione.”^15

Inoltre , Autori come Anderson, Montaldi, Bonadonna e molti altri, nelle loro ricerche etnografiche, hanno ampiamente evidenziato anche l’aspetto emotivo/affettivo del fenomeno che implica un livello di sofferenza, di paura, di bisogno di affetto e protezione: caratteristiche immutabili in tutte le situazioni di marginalità. Appare inevitabile, dunque, fare leva su questi bisogni – pienamente rilevabili solo attraverso il racconto delle storie di vita - se si vogliono attivare iniziative serie e credibili di prevenzione e di contenimento dell’esclusione e della marginalità sociale.

Emergono, d’altro canto, significativi mutamenti nei processi di adattamento dei marginali. Oggi, più che in passato, oltre alla marginalità costruita socialmente ed economicamente - di cui si è fatto cenno -, sussistono forme di emarginazione connesse alla percezione del sé e, quindi, al livello di autostima o di alienazione delle persone.

(^15) Bronislaw Geremek, Ospedale Maggiore: la "grande reclusione" in Francia , Tratto da: La pietà e la forca. Storia della miseria e della carità in Europa, Edizioni Laterza, Bari, 2001, pubblicato nel sito web www.filiarmonici.it

I processi di marginalizzazione spesso si innescano nei confronti di cittadini che non hanno nelle proprie storie di vita e nelle loro famiglie le “matrici” della scelta volontaria o del tipo di mestiere/attività: si entra nelle schiere dei marginali per un divorzio, uno sfratto, la perdita del lavoro o le difficoltà ad accedere al mondo del lavoro, la morte di un congiunto, i postumi di un’esperienza migratoria o di una detenzione, una violenza sessuale, particolari fattori traumatici, ecc…

Le istituzioni spesso rispondono a questo genere di situazioni con interventi frammentati, temporanei, insufficienti, determinando, di fatto, un’estremizzazione del disadattamento e delle patologie sociali che ricade drammaticamente sui singoli individui, rendendoli sempre più “vittime dei sistemi”. In proposito, Bonadonna osserva che: “…riducendo un fenomeno alla sua categoria, si rischia di confondere questa con il fenomeno.”^16 Provocando, quindi, ulteriori danni a persone già molto provate.

Inoltre, paradossalmente, oggi la stigmatizzazione e la discriminazione materiale (urbanistica, economica, sociale, ..) sono rese molto meno visibili rispetto al passato: un tempo la società civile rispondeva ai marginali con le iniziative di beneficenza e di carità religiosa e, quindi, sussisteva un diverso coinvolgimento emotivo nei confronti di questi problemi; oggi, invece, si stanno sviluppando forme di grave indifferenza, cinismo e violenza:

“La caratteristica dell’invisibilità sociale che caratterizza alcune situazioni contemporanee di povertà economica, mantiene un suo peso anche nel caso delle forme più “visibili” di povertà e di indigenza, come è il caso dell’accattonaggio e dell’elemosina su strada.”^17

Le prospettive della marginalità nel prossimo futuro, purtroppo, sono più che mai consistenti: le emergenze legate alla sostenibilità/compatibilità ambientale, le “migrazioni climatiche”, i problemi sempre crescenti dell’accesso all’acqua, al cibo e alle cure sanitarie continueranno a coinvolgere fasce sempre più ampie delle popolazioni mondiali.

Le “nuove” strategie di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale, come il wellness , il reddito minimo di inserimento , il microcredito , la cittadinanza attiva , l’educazione alla diversità , la cooperazione internazionale,…devono, quindi, sempre più muovere “dal basso”, agendo direttamente sulle culture - istituzionali e sociali - cercando di ribaltare l’ottica di irreversibilità e di ineluttabilità che caratterizza questi fenomeni e, per una volta, spostando la persona marginale, la sua rappresentazione sociale e la sua cultura “al centro della Storia”, nella consapevolezza che l’alternativa dell’abbandono sarebbe deleteria per tutti.

(^16) F. Bonadonna, Il nome del barbone , op.cit., pag. 62 (^17) Caritas Italiana e Fondazione E.Zancan, Cittadini invisibili, Rapporto 2002 su esclusione sociale e diritti di cittadinanza, Feltrinelli, Milano, 2002, pagg. 279-