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3. REGIMI NON DEMOCRATICI, Appunti di Scienza Politica

I regimi non democratici cap. 3 dal libro: M. Cotta, D. della Porta e L. Morlino, Fondamenti di scienza politica.

Tipologia: Appunti

2011/2012

Caricato il 24/04/2012

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CAP. 3 REGIMI NON DEMOCRATICI
I principali tipi di regime non democratico sono i regimi tradizionali, il totalitarismo e
l’autoritarismo, a cui possono aggiungersi i regimi in transizione, non più autocratici ma non ancora
democratici. Questi tipi principali sono poi ulteriormente scomponibili in numerosi sotto-tipi.
tipologia dei sistemi non democratici
regimi tradizionali oligarchia competitiva
regime sultanistico
regimi totalitari di destra
di sinistra
regimi autoritari regimi militari tirannia militare
oligarchia militare{militari moderatori
militari guardiani
militari governanti
regimi civili militari regime burocratico militare
regime corporativo
regime populista
regime esercito-partito
regimi civili regime nazionalista
regime comunista
regime fascista
regime a base religiosa
regimi di transizione pseudo-democrazie
democrazia protetta
democrazia elettorale
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CAP. 3 REGIMI NON DEMOCRATICI

I principali tipi di regime non democratico sono i regimi tradizionali, il totalitarismo e l’autoritarismo, a cui possono aggiungersi i regimi in transizione, non più autocratici ma non ancora democratici. Questi tipi principali sono poi ulteriormente scomponibili in numerosi sotto-tipi.

tipologia dei sistemi non democratici regimi tradizionali oligarchia competitiva regime sultanistico

regimi totalitari di destra di sinistra

regimi autoritari regimi militari tirannia militare

oligarchia militare{

militari moderatori militari guardiani militari governanti

regimi civili militari regime burocratico militare regime corporativo regime populista regime esercito-partito

regimi civili regime nazionalista regime comunista regime fascista regime a base religiosa

regimi di transizione pseudo-democrazie

democrazia protetta democrazia elettorale

I REGIMI AUTORITARI

L’autoritarismo è caratterizzato rispetto a cinque dimensioni:

Pluralismo politico limitato e non responsabile - riguarda quegli attori rilevanti nel regime autoritario e nella comunità politica, ossia gli attori istituzionali ( l'esercito, la burocrazia o una parte di essa, l'eventuale partito unico ) e gli attori sociali politicamente attivi ( la chiesa, gruppi industriali o finanziari, i proprietari terrieri ed in qualche caso persino i sindacati con strutture economiche transnazionali che hanno importanti interessi nel paese ). Ciò significa che questi attori non sono politicamente responsabili attraverso elezioni libere competitiva e corrette, come prevede la liberal-democrazia di massa, ma se vi è responsabilità questa viene fatta valere al livello di politica invisibile nei rapporti reali ad esempio tra militari e gruppi economici oppure proprietari terrieri. Gli attori rilevanti in ciascun regime autoritario formano una coalizione dominante , e con questo termine s'intende in generale l’insieme dei gruppi sociali politicamente attivi che sostengono il regime al momento della sua instaurazione e poi nei periodi successivi, formando la base sociale di regime e più in senso stretto quelle élites che costituiscono l'espressione diretta o indiretta di quei gruppi che partecipano alla gestione del regime perché occupano posizioni di comando delle strutture chiave del regime autoritario. Quando la coalizione dominante prende un accordo, esclude ed emargina tutti gli altri ad esempio i contadini o gli operai prima più o meno attivi politicamente attraverso i partiti con sindacati di categoria. Questa emarginazione politica viene raggiunta combinando la repressione poliziesca ed il ricorso all'ideologia adottata dal regime, proprio per legittimare l'uso della repressione. L'intesa tra i vari attori all'interno del regime e tanto più facile se certe ideologie, principi o valori sono prevalenti all'interno della coalizione governante.

Ideologia - non vi è nessuna ideologia di fondo ma piuttosto mentalità distintive, che sono valori più o meno ambigui, sui quali è più facile trovare un accordo tra gli attori diversi con differenti caratteristiche di interessi. Si tratta di valori come la patria, la nazione, l'ordine e la gerarchia l’'autorità, perciò da questo si evince che non vi sono elaborazioni ideologiche particolarmente complesse che giustificano o che servono a sostenere regime.

Mobilitazione - ossia il Quantum o grado di partecipazione di massa, indotta e controllata dall'alto. La società politica non ha né autonomia né indipendenza e nelle fasi nel quale è più stabile l'autorità, i governanti adotteranno una politica volta a mantenere la società fuori dall'arena politica; ad ogni modo un basso livello di partecipazione non esteso né intenso, può essere voluto e controllato dall'alto. Per far si che questo accada devono esistere efficaci apparati repressivi ed anche la parziale debolezza o l'assenza di strutture in grado di provocare e controllare al tempo stesso la partecipazione, nonché l'assenza di garanzie reali attinenti i diversi diritti politici civili.

Leadership - il potere è esercitato da un leader oppure occasionalmente da un piccolo gruppo; questi regimi sono caratterizzati da una notevole personalizzazione del potere, dalla visibilità del leader molto spesso carismatico oppure, di poche persone che detengono una buona fetta del potere in quanto operano neri organi di vertice.

Potere - esso è esercitato entro limiti mal definiti, ma comunque prevedibili. Il fatto che i limiti siano formalmente mal definiti significa che non vi è certezza del diritto e ciò consente ai governanti di esercitare il proprio potere con maggiore discrezionalità.

I REGIMI TRADIZIONALI

I regimi tradizionali sono caratterizzati spesso da patrimonialismo – mancata distinzione tra sfera pubblica e privata – e ruolo preponderante della religione. Esempi di regime di questo tipo sono l’oligarchia competitiva 1 e il sultanismo , descritto nella figura seguente.

Pluralismo - il pluralismo economico sociale non scompare, però è soggetto ad interventi dispotici e imprevedibili. Il dispotismo assoggetta tutti i gruppi e gli individui, non vi è nessuno Stato di diritto, l'istituzionalizzazione è bassa con la fusione di pubblico e privato.

Ideologia - glorificazione del leader, nel suo sistema di riferimento ideale oltre al personalismo dispotico. Non vi è nessun tentativo di giustificare le iniziative politiche su una qualche base ideologica. Manca sia qualsiasi ideologia sia una qualche struttura che permetta la mobilitazione di massa.

Mobilitazione - la mobilitazione è di tipo cerimoniale e si basa su metodi coercitivi e sul clientelismo, non facendo ricorso ad organizzazioni permanenti. Vengono attivate periodicamente bande statali per esercitare violenza contro i gruppi individuati dal leader.

Leadership - questo regime si basa sul potere personale del sovrano che tiene legati i suoi collaboratori in un rapporto fatto di paure e ricompense, e le decisioni del sovrano non sono limitate da norme. Lo staff del leader proviene dalla propria famiglia, propri amici oppure tramite apparati coercitivi. Per ottenere queste posizioni bisogna sottomettersi al leader.

Potere - non vi è nessun controllo legale sull'esercizio del potere del despota, e alla perpetuazione del potere stesso per via dinastica. Uso del potere per fini essenzialmente privati, l’esercito e la polizia svolgono un ruolo centrale.

Esempi di regime sultanistico sono: la Repubblica Dominicana (Trujillo), Cuba (Batista), Nicaragua (Somoza), Haiti (Duvalier), Iran (Reza Palevi), Filippine (Marcos), Zaire (Mobutu), Romania (Ceausescu).

Il termine “sultanismo” deriva da Max Weber ed enfatizza gli aspetti patrimoniali tipici di questi regimi. Spesso il sultanismo non si presenta come un regime vero e proprio, ma piuttosto come una tendenza che si manifesta all’interno di altri regimi non democratici , rispetto ai quali il sultanismo si differenzia per diversi aspetti:

  • Rispetto al totalitarismo manca il richiamo ad una ideologia politica, la distinzione fra pubblico e privato, le organizzazioni fiancheggiatrici per la mobilitazione di massa, la grande capacità di penetrazione nella società;
  • Rispetto all’autoritarismo manca un certo grado di pluralismo e si registra invece la totale mancanza di rispetto di qualsiasi norma (p.es. tutela dei diritti umani).
  • La fine dei regimi sultanistici avviene invariabilmente in modo caotico e non controllabile, e produce le peggiori premesse per la successiva evoluzione in senso democratico 2.

I REGIMI MILITARI

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Dal primo sottotipo di sistema autoritario, è costituito da i regimi militari, detti anche pretoriani. In questi regimi:

  • Il principale attore politico è l'esercito oppure parte di esso, tale assetto politico di solito, nasce da un colpo di Stato.
  • L'instaurazione di tale regime avviene per mezzo del colpo di Stato, frequenti in Africa e in America Latina nelle quali nel periodo 1945-85 sono stati effettuati quasi 200 golpe, ma solo pochi di essi hanno dato origine a regimi militari in senso stretto.
  • L'ideologia, fa appello a principi o valori quali l'interesse nazionale, e la sicurezza, l'ordine, la lotta alla corruzione, e perciò è poco articolata.
  • La mobilitazione è assente a causa dell'inesistenza di strutture di partecipazione come partiti e parlamenti.

Quasi mai i regimi militari hanno creato partiti unici o parlamenti, che sono stati, eventualmente una loro semplice emanazione.

Tipologia di regimi militari

Ci sono altri aspetti che uniti a quelli già visti contribuiscono a definire meglio un regime militare.

La tirannia militare , si realizza attraverso la presenza di un tiranno ossia un capo che domina l'esercito e governa in maniera personalistica. L'esercito rimane la principale struttura del potere, è scarsamente professionale, poco coeso ed inefficiente. Il reclutamento avviene su basi personalistiche oppure attraverso connessioni tribali, perciò le loro caratteristiche costituiscono anche il loro limite che li rende instabili.

L'oligarchia militare - comporta un gruppo più o meno ampio di militari. L'aspetto più importante riguarda l'effettivo ruolo politico di quei militari o meglio, il loro grado di penetrazione nelle strutture politiche, sociali o economiche preesistenti, infatti essi amministrano e controllano i vari settori della burocrazia, degli affari, dei sindacati.

Militari moderatori - in questo caso l'esercito si limita ad un controllo della politica. I militari sono un gruppo di pressione potente e politicizzato capace di intervenire per destituire il governo in carica. Il loro obiettivo principale è il mantenimento dell'ordine delle cose.

Militari guardiani - l'esercito assume un ruolo di direzione ed è per questo che questi sono considerati regimi militari veri e propri perché essi possono controllare direttamente il governo occupando i ruoli decisionali più importanti, ed hanno compiti come la riduzione dell'inflazione, le spese pubbliche, il deficit di bilancio.

Militari governanti - in questo tipo di regime l'esercito assume un ruolo dominante in tutti i settori della vita politica, ciò significa che in tutte le strutture politiche, burocratiche ed economiche si ha un profondo controllo militare. Nei regimi, quei militari governanti hanno obiettivi di mutamento, che sono più radicali e ambiziosi, poi maggiore è il grado di repressione, più alta sarà la probabilità di persistenza. La probabilità di instaurazione di un regime militare e l'estensione della presenza politica di militari sono minori quanto più il paese interessato è sviluppato dal punto di vista socioeconomico.

L’intervento militare è ostacolato dalla presenza di un sistema a partito egemonico dominante, che garantisce maggiore stabilità, e dalla professionalizzazione della vita militare. L’alta professionalità dei militari insieme al principio di superiorità civile, il timore di una guerra tra militari stessi e la paura che in seguito ad un intervento l’esercito possa sciogliersi, sono altre motivazioni che limitano l’intervento militare.

I REGIMI CIVILI MILITARI

Un elevato livello di sviluppo economico favorisce la formazione di regimi misti civili-militari. Professionalizzazione, specie nell’area latino-americana significa per i militari l’acquisizione di nuove nozioni teoriche, con maggiore coesione, spirito di corpo,capacità manageriali e specialmente una maggiore disposizione a prendere in mano il potere, nonché maggiore sicurezza nelle proprie capacità di governo, e la dottrina basata sulla sicurezza nazionale e perciò scarsa disponibilità a lasciare il potere ai civili o a influenze esterne.

I regimi civili militari, sono fondati su una alleanza tra militari più o meno professionalizzati, e civili, sia burocrati, che politici di professione oppure tecnocrati, rappresentanti della borghesia industriale e finanziaria. Ma il fatto che esista tale coalizione, non ci deve far dimenticare che esiste comunque tensione oggettiva tra militari e civili, proprio a causa della diversità di interessi che spesso li dividono.

  • I regimi burocratici militari

Questa è una coalizione tra ufficiali e burocrati, vi fanno parte anche altri gruppi, ma a prescindere da motivazioni ideologiche di solito le decisioni politiche sono determinate dal pragmatismo. Non vi è un partito di massa che ricopre un ruolo dominante.

Nonostante ciò è possibile la creazione di un partito unico voluto dal governo per cercare di ridurre la partecipazione della popolazione, persino nelle sue manifestazioni manipolate. In qualche caso sono ammessi anche più partiti , ma questi non danno di certo vita ad elezioni libere o ad una effettiva competizione. Questo tipo di regime si instaurò in sistemi in cui erano già comparse istituzioni di tipo democratico liberale, ma nei quali non si era ancora consolidato un sistema partitico capace di dar vita governi stabili.. dunque i partiti non erano in grado di mobilitare consensi al di fuori delle aree urbane con un basso livello di istruzione ed educazione delle masse ed una politica a livello locale fin troppo clientelare.

Dunque è da notare come con il processo di modernizzazione però si assiste a due fenomeni ossia la maggiore importanza assunta dai ruoli tecnocratici nella vita politica ed il maggiore ricorso a misure repressive per controllare le masse popolari come in Brasile ed Argentina, governati appunto da una oligarchia civile militare del tipo appena descritto..

  • I regimi corporativi

I regimi corporativi sono ancora basati sulla cooperazione fra civili e militari, ma si distinguono dagli altri per un certo livello di mobilitazione politica garantito dalla rappresentanza degli interessi del mondo del lavoro. Questo tipo di regime si caratterizza per il tipo di partecipazione controllata e dalla mobilitazione della comunità politica attraverso strutture organiche. A livello ideologico non ‘è spazio per la concezione liberale basata sulla competizione, ne per quella di tipo marxista basata sul conflitto di classe per aderire ad una scelta corporativa, che si fonda sull’idea di una rappresentanza sulla base delle unità economiche e/o sociali di appartenenza. Questo tipo di regime inoltre presenta anche partiti unici, organizzati e talora importanti nella meccanica del regime.

Il corporativismo può essere di tipo includente e escludente a seconda dell’atteggiamento, tollerante oppure ostile, assunto dai governanti nei confronti della classe operaia.

Corporativismo Includente – l’obbiettivo dei governanti, è mantenere un equilibrio tra stato e società, utilizzando come garanzia, politiche volte a includere gruppi operai importanti nel nuovo assetto politico-economico.

Corporativismo Escludente – l’obbiettivo è quello di escludere i gruppi operai importanti, utilizzando la coercizione, la smobilitazione e la ristrutturazione stessa dei gruppi operai più importanti.

Il Populismo

I regimi civili-militari possono presentare tratti di populismo. Particolarmente diffuso in Sud America, il populismo enfatizza la volontà popolare come criterio di giustizia e il rapporto diretto fra popolo e leader.

I regimi sopra descritti, possono essere anche definiti populisti, ed il populismo va inquadrato in un’ottica di profondo e radicale mutamento della componente socio-economica della società presa in questione. Essenzialmente il termine, riguarda l’enorme processo di mobilitazione che riguarda settori della popolazione prima non partecipanti, o comunque attivi politicamente.

Ma chi costituisce la base sociale di un regime populista? Sono le masse urbane di recente immigrazione, associati di gruppi di classe media, classi alto- borghesi, clero o anche militari. I movimenti populisti si contraddistinguono per la presenza di un leader carismatico, e da un rapporto non mediato tra quel leader e le masse. La partecipazione non è di tipo spontaneo o autonomo, e non vige un tipo di ideologia precisa, che si riferisce spesso a valori ambigui e piuttosto vaghi, o ai valori del progresso, dello sviluppo, industrializzazione e a quelli del nazionalismo, comunque facendo leva sulla volontà popolare come criterio di giustizia e il rapporto diretto fra popolo e leader.

però vi sia una vera competizione. Le differenze stanno nelle origini, nei contesti culturali e socio- economici e nelle ideologie-mentalità che ispirano e guidano le azioni di chi governa. I regimi autoritari civili sono inclini più di quelli militari alla mobilitazione, avvicinandosi in questo senso ai regimi totalitari.

Il regime nazionalista di mobilitazione

Esso nasce dalla lotta per l'indipendenza nazionale, diretta da un'elite locale, molto spesso da un leader carismatico, che riesce a fare del partito, uno strumento che sollecita la mobilitazione dal basso. Questa mobilitazione inizia già prima dell'indipendenza e poi diventa la struttura portante del regime stesso. Le élites nazionaliste civili ricoprono un ruolo primario rispetto ai militari, ed il partito con il passare gli anni si può trasformare in una macchina burocratica e clientelare, che una volta raggiunta l'indipendenza, cambia forma avvicinandosi a un socialismo dalle caratteristiche ambigue. Questa situazione è tipica del continente africano dove questi regimi vengono instaurati negli anni 60 in seguito alla decolonizzazione, e l'ideologia nazionalista e socialista dell'umanismo africano rimane molto importante se non addirittura centrale.

post-totalitarismo pluralismo Pluralismo sociale ed economico limitato e non responsabile. Quasi nessun pluralismo politico per il perdurante monopolio del partito unico. È possibile una seconda economia, ma lo stato mantiene una presenza prevalente.

ideologia Ideologie ufficialmente praticate ma indebolite dalla perdita nella fede per l’utopia. Il consenso su base ideologica si sposta progressivamente verso il consenso in base alla prestazione. Limitato dibattito senza riferimento all’ideologia.

mobilitazione Perdita di impegno dei leader delle organizzazioni per la mobilitazione. Mobilitazione conformistica di routine. I militanti si trasformano in carrieristi. La privatizzazione della vita dei cittadini viene accettata.

leadership Raro ricorso al carisma. Reclutamento nella leadership attraverso il partito ma anche dai tecnocrati di stato.

potere Limiti all’esercizio del potere imposti dal partito e da qualche forma di democrazia interna.

Il regime comunista di mobilitazione

Questi regimi si sono affermati in Asia e in Europa Orientale in contesti socioeconomici abbastanza sviluppati, basandosi su un partito unico con grandi capacità di controllo della società e su un esplicito riferimento al marxismo come ideologia ufficiale, come avviene nei regimi totalitari, a

differenza dei quali però esiste un certo grado di pluralismo. Questi regimi spesso derivano da modifiche intervenute in un preesistente regime totalitario, e sono perciò definiti regimi post- totalitari.

Il fatto che vi sia un partito unico non ci deve far pensare che ci troviamo innanzi al monismo. Infatti, pur essendo un modello autoritario molto vicino al totalitarismo, proprio la complessità sociale oppure altri aspetti strutturali di tipo etnico ed economico fanno sì che accanto al partito a tendenza totalitaria, queste componenti abbiano un proprio ruolo nel regime, altri gruppi quali diversi settori pubblici, burocratici e industriali, o anche l'esercito.

Per quanto riguarda i militari non vi sono tensioni ma piuttosto confusione per quello che riguarda i ruoli militari e quelli partitici, essi sono i garanti del regime e sostengono l'egemonia del partito, e sono in grado anche di intervenire modificando lo stesso regime se il partito cade in una profonda crisi. L'ideologia legittimante e dominante è il marxismo-leninismo che ha rappresentato uno degli strumenti di mobilitazione è controllo della partecipazione, tra i più potenti elaborati dalla cultura occidentale, esportata ed adattata a differenti realtà tradizioni culturali e strutture sociali di altri paesi come la Cina di MAO e la Jugoslavia di Tito. Questo modello si differenzia appunto per il grado di pluralismo limitato da una ideologia dominante è minore mobilitazione, l'ideologia in se rimane la stessa però la differenza di fondo sta nell'esito diverso di quest'ideologia operante in contesti molto diversi. In questo modello la stessa ideologia del primo modello viene affermata o continuata in paesi che sono già indipendenti, spesso socio economicamente sviluppati, che talvolta escono da un'esperienza totalitaria, come i paesi comunisti dell'Europa Orientale.

Il regime fascista di mobilitazione

I dati essenziali di questo modello si basano su un leader carismatico che rappresenta l'attore principale, ed è strettamente legato ad un partito con tendenza totalitaria; esso è articolato e strutturalmente differenziato, ed esistente anche prima dell’instaurazione del regime. Successivamente quando il regime si consolida, le strutture dello stesso regime e il partito totalitario tendono a diventare più autonomi rispetto agli altri gruppi socio-economici che lo appoggiano è che, in buona misura ne hanno determinato il successo durante l'instaurazione.

I gruppi sociali sono costituiti anche da istituzioni tradizionali come la monarchia , l' esercito e la chiesa in una sorta di cooperazione-conflitto , ed anche gruppi come proprietari terrieri , medi e piccoli, la grande industria e la piccola classe media. Il fatto che vi siano attori come alla Chiesa cattolica, fa sì che il partito mantenga un certo pluralismo seppur limitato, elemento che lo differenzia chiaramente dal regime totalitario. Questo pluralismo limitato dunque fa rimanere questo modello ai confini tra autoritarismo e totalitarismo, come il precedente.

Il fascismo costituisce una risposta di tipo autoritario alla mobilitazione delle classi lavoratrici, l'ideologia è approssimativa, composta da un misto di nazionalismo e di avversione per il liberalismo, parlamentarismo, comunismo, clericalismo, e capitalismo, ed è proprio la componente nazionalista che ci fa comprendere meglio il tipo di politica estera aggressiva ed imperialista di questo tipo di regime. Esso punta sull'integrazione e la solidarietà nazionale, sull'uso della violenza, sulla supremazia dello Stato, sui principi di disciplina, ordine, autorità. I suoi gruppi sociali iniziali di riferimento sono i giovani, gli studenti, civili o ex militari.

Democrazia elettorale - si ha quando il procedimento elettorale è corretto, ma i diritti civili non sono ben garantiti, ed anche se l'informazione è condizionata da situazioni di monopolio che causano l'esclusione di parti della popolazione dall'uso effettivo dei propri diritti, e se non avviene una vera opposizione partitica ed in realtà è solo un partito, che domina la scena elettorale e più generalmente quella politica.

Pseudo democrazia - si tratta di regimi autoritari che presentano le forme più visibili del regime democratico, come le costituzioni che garantiscono i diritti, e le elezioni, ma ad esse non corrisponde alcuna realtà néanche parzialmente democratica e dunque, una qualunque forma di rispetto dei diritti e di competizione è assente.

LA CRISI AUTORITARIA

La crisi del regime autoritario inizia quando la coalizione dominante perde coesione. La crisi autoritaria può scaturire per una serie di ipotesi, innanzitutto se intervengono trasformazioni nella struttura, nella consistenza e poi nelle scelte e preferenze dei gruppi sociali ed economici che formano la coalizione dominante, allora essi tenderanno a modificare la coalizione stessa; queste modificazioni possono portare all'uscita di alcuni attori dalla coalizione, che poi diventeranno oppositori attivi o passivi del regime, dando vita a tensioni interne, conflitti; oppure trasformazioni socio-economiche che possono dare maggiori risorse di influenza a nuovi attori esclusi dalla coalizione dominante, che potranno mobilitarsi contro il regime.

Alla perdita di coesione può dipendere da tre cause:

  • Divisioni all'interno dell'esercito - a causa di lotte personalistiche di potere, da un allontanamento dalla leadership, a differenze ideologiche o dalle difficoltà concrete che comporta l'attuazione di certe politiche. Altro motivo di tensione può essere che un gruppo di militari, più precisamente quello al governo, tiene posizioni che alla lunga possono diventare molto diverse da quelle di militari che rimangono nelle caserme.
  • Divisioni fra civili ed esercito - avviene quando le forze armate vogliono affermare il proprio dominio all'interno della coalizione, oppure quando le politiche imposte dai civili diventano inaccettabili per i militari, in quanto non riescono a raggiungere i fini di ordine è stabilità voluti dalle stesse forze armate; o ancora quando quegli obiettivi sembrano raggiunti ed i militari non sono predisposti a sopportare è far sopportare i costi economici e umani di quelle politiche. Queste situazioni possono spingere i militari a riconsiderare il loro ruolo in politica togliendo il sostegno a regime, ovvero disimpegnarsi da responsabilità dirette di governo in certe condizioni.
  • Distacco delle elite civili dal regime - esse si distaccano dalla coalizione dominante poiché le politiche economiche varate dal regime risultano fallimentari, oppure in quanto sembra giunto il momento per attuare altre politiche che prescindano dal condizionamento troppo nazionalistico dei militari stessi. Questa situazione e più probabile laddove vi è una struttura economica industriale più sviluppata con un più forte gruppo borghese-capitalista a sostegno del regime.

Le reazioni di un regime autoritario in crisi prevedano spesso un misto di repressione e di liberalizzazione, perciò la risposta del regime per superare la crisi prende due vie principali, talvolta anche contemporaneamente, ossia può proseguire nella repressione della società civile e al tempo stesso operare aperture democratiche che risulteranno solo a parenti e di facciata.

Dunque vi saranno dimostrazioni pacifiche, scioperi o gli stessi atti terroristici, con l'emergere di organizzazioni sindacali e partiti anche clandestini e tutte le attività di propaganda, la mobilitazione politica della società civile e più in particolare di studenti operai, ed è così che il regime reagisce ossia con licenziamenti, arresti, creazione di tribunali speciali incaricati dei relativi processi politici, leggi speciali antiterrorismo, proclamazione dello stato di emergenza sia livello locale che nazionale, una rigorosa censura della stampa.

Indipendentemente dalle ragioni, la rottura della coalizione dominante a sostegno del regime ha conseguenze e manifestazioni anche livello di politica visibile. Se il conflitto tra le élites comporta una maggiore difficoltà decisionale se non un vero e proprio immobilismo , magari proprio in quei settori che sono stati all'origine dei dissensi e della rottura del patto, le divisioni possono diventare incolmabili e il regime continua a perdere legittimità.

Un'altra conseguenza, in caso di divisioni interne alla coalizione che investono i militari, può essere una riduzione delle capacità repressiva del regime. Di fronte ad una crescita di mobilitazione il regime non è più in grado di controllare, e nemmeno di affermare ideologie autoritarie.

La lunghezza della crisi dipendere da:

  1. Disimpegno o anche opposizione da parte di attori della coalizione autoritaria , nel senso che c'è il rischio che i settori della coalizione dominante si distacchino dal regime assumendo posizioni di disimpegno e poi eventualmente anche di opposizione attiva contro il regime.
  2. Mobilitazione di attori politicamente inattivi , in sostanza alcuni gruppi prima indecisi o indifferenti come i gruppi organizzati che appartengono in prevalenza alle classi medie, passano così all'opposizione attiva regime, ingrossando e rafforzando le file dell'opposizione già esistenti più nettamente contrarie al regime, e che lo stesso regime non è mai riuscito ad eliminare completamente, oppure dando vita a nuovi diversi movimenti organizzati anch'essi in parte oppure completamente contrari al regime autoritario esistente.
  3. Capacità di azione delle opposizioni , nel senso che riprendono vigore e diventano capaci di maggiore attività, più o meno clandestine, più o meno, estremiste ma che sono riuscite comunque a resistere alla repressione autoritaria. Ciò può avvenire più probabilmente se esistono solide basi sociali nell'opposizione, ad esempio se vi era una forte Chiesa cattolica o una classe operaia abbastanza forte con precedenti tradizioni di organizzazione.