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I CLASSICI DELLA SPIRITUALITÀ IGNAZIANA DI
®CIS - NAPOLI IGNAZIANA 2007
ignaziana
CLAUDIO ACQUAVIVA S.I.
ACCORGIMENTI PER CURARE
LE MALATTIE DELL’ANIMA
(Titolo originale: «R. P. Claudii Aquavivae Societatis Iesu Praepositi Generalis
INDUSTRIAE pro Superioribus eiusdem Societatis
AD CURANDOS ANIMAE MORBOS»)
Traduzione dall’originale latino di Giuliano Raffo S.I. (sul testo pubblicato su Istitutum vol. I pp. 395-440)
Indice
- Ai Superiori della Compagnia - Introduzione - I. Che cosa è necessario per praticare correttamente la cura................................... - II. Mitezza ed energia nel governo - III. L’aridità e la distrazione nella preghiera.............................................................. - IV. Languore e fiacchezza nella vita spirituale e nelle virtù - V. Mancanza di obbedienza - VI. Effusione dell’anima verso le realtà esterne - VII. Desiderio di eccellere e amore dell’onore - VIII. Inclinazione alla sensualità e alle amicizie - IX. Chiusura e mancanza di chiarezza - X. Ira, intolleranza, antipatia verso i fratelli - XI. Rilassatezza nell’osservanza delle Regole e coscienza poco retta - XII. Fissazioni di malattie, ricerca della quiete, rifiuto dei ministeri - XIII. Tentazione contro l’Istituto e contro alcune Regola che non piacciono - XIV. Tentazione contro il Superiore con avversione e diffidenza - XV. Secolarismo e cortigianeria per cercare amicizie e favori - XVI. Ostinazione e rigidità di giudizio con accanimento
- XVII. Turbamento della pace e seminagione di discordie e di liti................................
- XVIII. Malinconia, scrupoli
Introduzione
La cura dell’anima, che è molto più importante e più difficile della cura del corpo, esige una sollecitudine e un’abilità ancora maggiori: noi, che gemiamo sotto il peso di tale responsa- bilità, non solo vediamo, ma anche esprimiamo mestamente le ansie e i rischi che questo ufficio comporta. Prima di tutto è necessario valutare accuratamente se ci sforziamo con lo zelo necessario per ricondurre all’auspicata sanità i nostri religiosi, con un’azione vigilante e con carità instancabile; e poi occorre che ci impegniamo a farlo. Una diligente e attenta riflessione, insieme a una lunga esperienza, mi hanno convinto che molti possono essere ricondotti alla sanità, se si agisce con paterna pazienza, sostenuta da amore e da fiducia; se invece non si fa nulla o si usano rimedi superficiali, molti sono allonta- nati come irrecuperabili o sono lasciati con i loro difetti. Io stesso, con un’assidua osservazione nel corso di molti anni, ho rilevato casi nei quali io o altri avevamo commesso errori, e ho notato quanto era stato fatto bene e quanto male, che cosa era risultato vantaggioso e che cosa dannoso. Perciò mi è sembrato utile esporlo, nel modo più succinto e chiaro possibile, quasi in forma di precetti medici. Così, a coloro che non sono tanto esperti nel governo, cioè nel praticare questa cura spiri- tuale, si offrirà molta luce e molto aiuto; e a coloro che non ne avrebbero bisogno – grazie all’unzione dello Spirito Santo, alla lettura dei Santi e alla loro esperienza – si rinfrescherà non poco la memoria e si stimolerà ancora di più la volontà e lo zelo.
I. Che cosa è necessario per praticare correttamente la cura
- Per praticare in modo corretto ed efficace la cura delle malattie, sono necessarie molte cose, che riguardano sia il medico stesso sia l’infermo; di queste tratteremo ora brevemente. Prima di tutto, bisogna sempre tener presente l’impegno che – secondo la parola del Pro- feta, anzi del Signore stesso – abbiamo assunto davanti a Dio accettando questo incarico, cioè di «rendere la forza alle pecore deboli e di curare le inferme» 1. San Basilio, che si domanda con quale disposizione d’animo il Superiore debba assumere la cura di altri, risponde: «Chi si dedica alla cura di molti feriti e asterge le piaghe di ciascuno e fornisce i rimedi adatti ai singoli mali, non insuperbisce per tale ufficio, ma piuttosto si abbassa e si fa più premuroso e solleci- to. Ugualmente, e a maggior ragione, chi ha ricevuto l’incarico di risanare tutta la comunità dei fratelli, essendo il servo di tutti e dovendo rendere conto di ciascuno 2 , deve pensare in cuor suo allo stesso modo e operare diligentemente»^3. È dunque necessaria una continua attività e vigilanza. Non impropriamente Cassiano, usan- do un termine medico, chiama «accolti» ( suscepti ) quelli da noi ricevuti per essere curati, come se fossero accolti sotto la nostra protezione e a nostro rischio 4. Consideri dunque il Superiore, come dovendo renderne conto a Dio, che cosa fare e che cosa evitare; infatti su questo dobbiamo impegnarci molto, per non crederci innocenti soltanto perché non abbiamo fatto nulla di male.
- Dopo aver posto questo fondamento, sapendo che la salvezza viene da Dio e che la luce, la vita e tutti i beni sono suscitati nei cuori dei fedeli dal suo Spirito, il Superiore non si affidi alla sua prudenza o alla sua diligenza, ma ricorra alla preghiera, propria e di altri: infatti la correzione esterna non produce nulla, se non c’è una voce che sprona dall’interno. Perciò san Gregorio dice di colui che ha autorità e che vuole condurre altri a Dio: «Deve avere tanta carità che, grazie al suo intenso desiderio, sia riconosciuto non come un richiedente ma come una richiesta: deve infatti desiderare così intensamente la salvezza dei fedeli che, con l’esercizio del gusto interno, ogni moto del cuore sia trasformato in un sentimento di supplica»^5. Anche Giobbe, come rileva Cassiano^6 , offriva ogni giorno un sacrificio a Dio per purificare i figli^7 , volendo che si presentassero come «accolti» e come amici non tanto a lui quanto a Dio.
- Il Superiore, con animo aperto e fiducioso, rifletta che, se è vero quanto osserva san Leone, che la cura delle malattie di lunga durata è lenta e difficile, è altrettanto vero, come
(^1) Cfr Ez 34,4. (^2) Cfr Eb 13,17. (^3) S. B ASILIO , Regulae fusius tractatae , resp.30. (^4) CASSIANO , De instituto coenobiorum , lib.10, c.7. (^5) S. G REGORIO, lib.5, c.3, In 1 Sam. (^6) CASSIANO , Collatio 6 , c.10. (^7) Cfr Gb 1,5.
Allora il medico, con fermezza ma con pazienza, deve cercare di minimizzare le difficoltà: può ottenere questo sia con le spiegazioni sul male, sia cogliendo l’occasione opportuna, sia con il modo affabile di trattare e il modo amabile di comunicare, e infine mostrando che le medicine non sono sgradevoli, o di per sé o con l’aggiunta di qualche addolcimento, che si può anche variare. Così si può sperare che il malato, mitigandosi a poco a poco l’asprezza degli umori, inco- minci a non rifiutare le medicine di cui prima provava ripugnanza. Intanto, finché continua a rifiutarle, (poiché si tratta di un difetto della volontà, che può essere cambiata) il Superiore ricordi che è compito del medico anche stimolare il malato perché voglia. Quando tale diffi- coltà sarà eliminata o almeno attenuata, egli stesso vedrà ogni giorno con gioia il progresso della salute e la crescita delle forze.
- Per compiere efficacemente questo ufficio in favore di un fratello, il Superiore deve procurarsi gli «aromi», cioè deve cercare di possedere gli strumenti che sono richiesti da parte sua. San Bernardo lo spiega bene con l’immagine degli aromi. Ci sono – dice – aromi della mente, della lingua e della mano. Quelli della mente sono tre: il sentimento di compassione, lo zelo della giustizia, lo spirito di discernimento: la nostra mente – dice – deve avere lo spirito di discernimento, per essere in grado, secondo le circostanze, di contrastare o di perdonare. Anche gli aromi della lingua sono tre: la moderazione nel rimproverare, la facondia nell’esor- tare, l’efficacia nel persuadere. Sono infine tre gli aromi della mano, cioè quelli che riguarda- no l’esempio: la temperanza, la misericordia, la benevolenza^12. Tutto questo si può trovare più diffusamente nel discorso di san Bernardo agli abati; qui è sufficiente averlo accennato. Ma tali doti sono indispensabili al Superiore per correggere efficacemente; perciò si devono ricer- care diligentemente, se non si vuole fallire.
- Il Superiore, fornito di questi strumenti, si dedichi al suo compito e applichi i rimedi convenienti a ogni genere di malattia, curando i mali con i rimedi contrari, come dicono le nostre Costituzioni a proposito della superbia e di altre cattive inclinazioni 13. San Basilio inse- gna saggiamente come curare i singoli difetti: la vanagloria con l’imposizione di lavori umili; la frivola loquacità con il silenzio; il sonno immoderato con sveglie ed esercizi di preghiera; la pigrizia con l’imposizione di fatiche più gravose; l’indecorosa golosità con il digiuno; la mor- morazione con la separazione dagli altri ecc. 14. Tuttavia faccia in modo che l’infermo accetti questi rimedi non come imposti dal Superio- re, ma come accolti da lui stesso. E il religioso si persuada che, impegnandosi seriamente, come è necessario per chi vuole davvero guarire, si sentirà sollevato più rapidamente di quan- to pensava, e l’esperienza gli confermerà ciò che l’Autore sacro disse dei frutti della salvezza: «Faticherai un po’ per coltivarla, ma presto mangerai dei suoi prodotti» 15. Inoltre il medico dell’anima procuri di agire al momento opportuno, imitando il medico del corpo. San Gregorio, dopo aver detto al vescovo Siagrio che non si devono dare al malato
(^12) Cfr. S. B ERNARDO , Sermo 2 in Resurrectione ad abbates. (^13) Cfr. Constitutiones , P.III,265. (^14) Cfr. S. B ASILIO , Regulae fusius tractatae , resp.51. (^15) Sir 6,19.
medicine confezionate da poco che non siano ancora opportunamente macerate, aggiunge: «Non c’è dubbio che, se si offre il rimedio prima del tempo, si mette a repentaglio la salute»^16. Non per questo il Superiore deve rinunciare a usare qualsiasi rimedio; ma, come fanno i medici del corpo, ne adoperi qualcuno più leggero, di cui l’infermo non provi ripugnanza; lo inviti ad astenersi da alcune cose, quindi susciti in lui un più forte desiderio di guarire. La sospensione sia semplicemente un rinvio e una forma di moderazione, e non una negligenza nella cura che sarebbe molto dannosa. Ci sono infatti Superiori che, vedendo un religioso mal disposto, anziché differire il rimedio a un momento più opportuno, vi rinunciano; ma di que- sto si dirà in seguito.
- Il Superiore stia bene attento a non astenersi dalla cura, lasciandosi sviare da un’errata forma di benevolenza o dalla sua naturale timidezza. Si convinca invece e rifletta che ama di più l’infermo e gli dimostra maggiore benevolenza se lo favorisce non favorendolo. Dice infat- ti san Gregorio: «Non dilazionando la parola di correzione lo ha liberato subito dalla colpa; rimproverandolo apertamente non lo ha favorito; ma lo ha favorito avendolo corretto» 17. È davvero crudele questo genere di misericordia, con la quale le malattie progrediscono e si aggravano, e, se prima si potevano curare facilmente, ora hanno bisogno del chirurgo; per di più si crea un contagio e un pericolo per le altre membra, e la nostra indolenza reca danno a tutto il corpo. Il Superiore non si sgomenti se i rimedi da applicare sembrano all’infermo troppo amari, perché non è in questione il suo gusto, ma la sua salute. Dice Cassiano: «Un taglio o un’ustio- ne salutare, che il medico benevolmente pratica su colui che ha piaghe putrefatte, sono ritenu- ti cattivi da chi li subisce: allo stesso modo lo sprone non è piacevole per il cavallo, né la correzione per il colpevole» 18.
- Ma prima di intraprendere la cura, il Superiore osservi ed esamini attentamente la natu- ra del male, la struttura del corpo e, come dice san Gregorio, il temperamento: se è sanguigno e ilare, o melanconico e triste, o collerico e impetuoso, o lento e pigro 19. Consideri poi da quanto tempo dura l’infermità, quali rimedi sono stati applicati, che cosa è risultato utile e che cosa dannoso, chi tra le persone di casa può favorire la cura e chi ostacolarla, così da potersi valere di tutti questi dati.
- Ma prima di tutto il Superiore esamini se stesso, sia per umiliarsi e operare con maggiore umiltà e soavità, sia per rendersi tale che il Signore possa servirsi di lui come di uno strumento più adatto e più comodo per ottenere la guarigione di un figlio. San Gregorio invita a fare questo: «Consideriamo – dice – che noi siamo come alcuni di quelli che correggiamo, o che lo siamo stati un tempo, anche se ora per l’azione della grazia divina non lo siamo più; così facendo, con cuore umile, correggeremo con tanto maggiore moderazione, quanto più since-
(^16) S. G REGORIO, Epistulae , lib.7, ep.110. (^17) I D ., Moralia , lib.13. (^18) CASSIANO , Collatio 6, c.6. (^19) Cfr. S. G REGORIO , Moralia , lib.29, c.14.
Che cosa, dunque, deve fare il Superiore perché la fermezza non degeneri in asprezza, e la mitezza in debolezza e in rilassatezza? Lo spiegherò brevemente, valendomi di ciò che ho potuto capire con l’esperienza e con l’osservazione. Per farlo in modo chiaro e sintetico, riten- go che il metodo più semplice sia di esaminare prima le forme più comuni di durezza e di asprezza nel governare, quindi le forme di rilassatezza; e infine, confrontando gli estremi, indicare come si possa tenere il giusto mezzo.
- I casi che rendono il governo sgradevole e aspro sono per lo più i seguenti. Primo, nell’impartire un ordine, se ciò che si impone è gravoso e intollerabile, come a volte accade per lo scarso discernimento o il poco giudizio del Superiore. Secondo, come avviene più spesso, se ciò che si impone non è per sé difficile, ma chi riceve l’ordine non ha la forza fisica o spirituale per sopportarlo. Terzo, se ciò che si impone è ordinato con parole aspre e in modo autoritario, specialmen- te se può apparire che proviene da un animo alterato. Quarto, se si esige l’esecuzione in un momento in cui il suddito non è ben disposto, e non gli si concedono il tempo e i mezzi per disporsi a eseguire l’ordine. Quinto, se si pretende ciò che è gravoso con la stessa forza di ciò che è leggero, special- mente se si tratta di una cosa particolarmente cara a colui che comanda. Sesto, se non si ascolta benevolmente il suddito e si respingono immediatamente come tentazioni le sue motivazioni e giustificazioni. Settimo, se il Superiore si mostra così sospettoso e mal disposto, che il suddito pensa di non poterlo in alcun modo soddisfare. Ottavo, se il Superiore ha una cattiva opinione del suddito, così da interpretare nel modo peggiore qualunque cosa faccia; e questo procura molta pena. Nono, se il Superiore, mirando alla perfezione dell’Istituto e delle Regole, e non conside- rando se stesso, non sa compatire le debolezze e, quando scopre un errore, esagera la colpa; e se dà l’impressione di avere a che fare non con un figlio ragionevole e volenteroso, ma con uno strumento inanimato. Decimo, se nell’impartire ordini parla in modo equivoco e oscuro, come se volesse non esser capito e aver sempre la possibilità di accusare il suddito; ed è incredibile quanta afflizio- ne procuri tale comportamento. Undicesimo, se abitualmente rifiuta ciò che gli si chiede; infatti deve tener conto di ciò che viene chiesto, di colui che chiede, dell’edificazione degli esterni e dei Nostri, e infine del vantaggio di chi chiede. Dodicesimo e ultimo, se nei casi dubbi dà sempre l’interpretazione più scrupolosa e più rigida.
- Invece, i casi che rendono il governo debole e rilassato sono di solito i seguenti. Primo, se si considerano soltanto i fatti gravi, che procurano scandalo, e il Superiore tiene conto solamente di questi, trascurando abitualmente gli altri. Secondo, se si esige poco puntualmente l’osservanza delle Regole, con il pretesto o del loro grande numero o dello stile blando con cui nostro Padre le ha composte. Terzo, se ciò che si impone viene cambiato o ritirato per una piccola resistenza del suddito o per l’intercessione di altri.
Quarto, se per le frequenti trasgressioni di alcuni il Superiore si abitua a considerare meno gravi certe mancanze che prima giudicava gravi. Quinto, se, dopo aver giudicato e condannato un comportamento, non ammonisce o non punisce il colpevole, per non rattristarlo o per non tirarsi addosso calabroni. Qui bisogna tener presente il detto di san Gregorio: «Quando un male si può correggere parlando, si sospetti che il silenzio equivalga a un consenso» 25. Sesto, se per conforto di alcuni, o per l’autorità di altri, o per un’amicizia particolare, o per un interesse privato, il Superiore concede facilmente ciò che non sarebbe conveniente né per l’interessato né per la comune edificazione. Settimo, se per evitare di affliggere un colpevole non indaga sull’errore né lo corregge né usa le misure necessarie soprattutto in via cautelativa. Ottavo, se con il pretesto di mostrarsi umile e mite consente che non si tenga in considera- zione quello che dice. Nono, se per la naturale timidezza o per qualche considerazione ammonisce in modo così freddo che non fa alcuna impressione al colpevole, come se avesse voluto ammonire soltanto per illudersi di aver fatto il proprio dovere davanti a Dio e liberarsi dallo scrupolo di aver trascurato la correzione. Decimo e ultimo, se si limita ad ammonire e, dopo aver riprovato l’errore, crede di aver fatto tutto ciò che doveva davanti al Signore, anziché porre rimedio alla situazione. È un po’ come Eli che diceva: «No, figli, non è bene ciò che io odo di voi»^26.
- Da questi esempi appare chiaramente che cosa sia l’asprezza e che cosa siano la debolezza e la rilassatezza, e quali estremi si debbano evitare per non essere giudicati troppo rigidi o più condiscendenti del dovuto. Perciò si capisce facilmente come si debba unire l’energia con la mitezza: bisogna essere decisi nel conseguire il fine, e miti nel modo e nella via per raggiungerlo. Nel concedere o negare, nel correggere o rimproverare, nel punire le colpe, nell’impartire ordini, nell’incitare i sudditi alla virtù e alla perfezione spronandoli a tendere più in alto, il Superiore deve tener conto delle persone e delle loro forze fisiche e spirituali, considerare le circostanze, ricorrere a esortazioni, unire allo zelo la carità, continuare ad essere indulgente e paziente. D’altra parte, il Superiore non deve consentire che i sudditi cerchino l’impunità, facendo ciò che vogliono e non facendo ciò che non vogliono, assecondando le proprie inclinazioni, pensando e agendo abitualmente contro i giudizi e gli ordini del Superiore, considerando le Regole come meri consigli, così che se le osservano fanno bene e se non le osservano non fanno nulla di male. Tollerare tutto questo non è un segno di mitezza ma di fiacchezza, e così facendo non si opera per il bene né della Compagnia né del suddito. Perciò il Superiore, quando agisce così, non creda di essere mite nel governo, ma indolente e debole; e quando è aspro, non creda di essere zelante custode della disciplina. I sudditi, dal canto loro, non devono tacciare di rigore e di asprezza lo sforzo e lo zelo del Superiore nel promuovere sempre la perfezione e la disciplina religiosa, né devono pretende- re da lui una mitezza che sia piuttosto una colpevole condiscendenza. Si convincano poi che
(^25) S. G REGORIO, Moralia , lib.10, c.4. (^26) 1Sam 2,.
distogliere da ciò che giudicherà più gradito a Dio nostro Signore, e da non omettere di avere per i suoi figli la giusta indulgenza. In tal modo, anche quelli ripresi e puniti riconosceranno che in ciò che fa procede con rettitudine nel Signore nostro e con carità, benché ciò, secondo l’uomo inferiore, sia contro il loro gusto» 29.
III. L’aridità e la distrazione nella preghiera
- È necessario indagare attentamente sull’aridità ed esaminarne i diversi aspetti, per ap- plicare il rimedio adatto a ogni forma di questo male. Prima di tutto bisogna esaminare se l’aridità è continua o saltuaria, e in questo caso se dura per molto tempo o per poco; se si manifesta soltanto nell’orazione del mattino o anche nelle altre pratiche spirituali ed è quasi costante. Bisogna poi vedere da dove proviene, e valutare da che cosa nascono le distrazioni: se da una naturale instabilità e incostanza, che non lascia stare tranquillo; o dai desideri e da un affetto disordinato verso qualche oggetto che spesso ritorna, inquieta l’animo e attira a sé la mente in modo fastidioso; o da un’occasione momentanea sorta all’improvviso; o dalla scarsità della materia per l’orazione, così che la mente non ricevendo alimento divaga da ogni parte; o dalla negligente custodia dei sensi, per cui nascono immagini vane; o da oziosità, frivolezza, volgarità e da simili difetti che spingono l’animo verso le cose esteriori e lo rendono superficiale e in qualche modo infantile; o da un’attività eccessiva che quasi soffoca lo spirito; o infine da una prova prolungata o dalla mancanza di visite del Signore. Bisogna indagare su questi e su altri sintomi dello stesso genere, perché non ci può essere un solo tipo di cura per tutte le persone e per tutti i mali. Il medico dello spirito potrà trovare molte indicazioni circa le cause di una preghiera agi- tata e inquinata e circa i relativi rimedi, sia in diversi passi di san Gregorio, sia in Cassiano, nella conferenza dell’abate Isacco sull’orazione; ma alcune di queste indicazioni riguardano piuttosto i contemplativi, e non è prudente proporle e applicarle ai Nostri^30.
- L’aridità può dipendere anzitutto da una naturale instabilità: ciò si riconosce se l’aridità è continua, se si manifesta senza che ci sia una causa o un’occasione da parte dell’infermo, se si sono applicati rimedi ma senza alcun vantaggio, e questo non saltuariamente o per breve tempo ma con assidua diligenza. In tale caso bisogna esortare ad avere pazienza, a dedicarsi con generosità e costanza alle vere e solide virtù – come dicono le Costituzioni^31 –, a sforzarsi di progredire nella via del divino servizio. Inoltre si può supplire con frequenti e fervorose giaculatorie, affidando la propria miseria a Dio, a nostro Padre e a tutti i Santi come un men- dicante dello spirito, secondo l’espressione di Gersone^32. È utile fare letture spirituali brevi, piuttosto che lunghe, e meditare su queste con vigile attenzione; si possono anche percorrere i diversi misteri del rosario sulla vita e la passione del
(^28) Cfr. Prv 30,. (^29) Constitutiones , P. IX,727. (^30) Cfr. C ASSIANO , Collatio 9. (^31) Cfr. Constitutiones , P.III,260; P.IV,340; P.X,813. (^32) Cfr. GERSONE , Tomus 3, De mendicitate spirituali.
Signore, ringraziando, facendo richieste, proponendosi di imitarli, offrendoli per sé all’eterno Padre: se, riflettendo su questi misteri, si persevererà devotamente nella richiesta, si troverà certamente una grande luce per l’intelletto e una valida stabilità nell’affetto, anche se «la nostra strada è buia e scivolosa» 33. Se la difficoltà dura a lungo, cioè si soffre di aridità e distrazioni ogni giorno, nella medita- zione e nelle altre pratiche spirituali, bisogna esortare a raccogliersi di più e a fare gli Esercizi spirituali per qualche settimana: infatti l’assiduità nella meditazione e nella lettura è molto utile per procurare pace all’anima e per distogliere la mente da divagazioni, come insegna l’esperienza. In questi Esercizi gioverà molto annotare i lumi e i propositi, e raccoglierne alcu- ni per servirsene in seguito, sia per esercitare le virtù, sia per elevare la mente e unirsi con Dio. Se l’aridità si presenta soltanto nell’orazione del mattino, può dipendere talvolta da un mal di testa o da un inconveniente simile, che rende quel tempo poco adatto alla meditazione, oppure dall’incapacità di mantenere viva l’attenzione per un’ora intera. In tale caso si può dividere la meditazione in più tempi, oppure spostare l’ora (ma questo si conceda con pru- denza e non tanto facilmente). Qualche volta si può supplire con frequenti pensieri ed eleva- zioni della mente; si può infervorare l’animo con versetti di salmi a pentirsi, a umiliarsi, a chiedere aiuto, a lodare Dio. Bisogna infine disporsi a esprimere diversi affetti, come suggeri- sce un bisogno più intenso o un moto dell’animo.
- Se l’aridità dipende da un desiderio o da un affetto disordinato verso qualche oggetto, bisogna agire con fermezza e costanza, per estirpare la radice o almeno per dominarla ed estinguerla, perché non produca cattivi frutti. Le occasioni sorte all’improvviso si possono evitare facilmente, perché non provengono da una particolare affezione o inclinazione; perciò si tengono a freno più agevolmente, non affliggono molto l’animo e si allontanano senza diffi- coltà; tuttavia non devono mai mancare la prudenza, la vigilanza, la custodia dei sensi.
- Se l’aridità dipende dalla scarsità della materia per l’orazione, bisogna preparare dili- gentemente i punti, leggere qualche testo sull’argomento (infatti la lettura aiuta molto), impa- rare ad ampliare i punti sulla vita e la passione del Signore, considerando chi ha sofferto, che cosa, per chi, con quanto amore, con quale frutto; rivolgendo l’attenzione alle persone, alle parole, alle azioni; riflettendo su di sé, confrontando, contrapponendo la grandezza di Dio alla propria pochezza, la sua benignità alla propria ingratitudine, e facendo altre osservazioni di questo genere, che offrono abbondante materia di meditazione e di riflessione. Infine si tenga sempre pronto qualche punto in più, per passare, se necessario, da uno a un altro.
- Se l’aridità dipende dalla negligente custodia dei sensi, bisogna essere più attenti su questo punto, esaminarsi più accuratamente, evitare tutto ciò che può fare del male. È certo infatti quello che dice Cassiano nella conferenza già citata: «Tutto ciò che la nostra mente ha pensato prima dell’ora dell’orazione, si ripresenta alla nostra memoria mentre preghiamo. Perciò prima del tempo della preghiera dobbiamo prepararci, per metterci nella condizione in cui vogliamo trovarci pregando» 34.
(^33) Sal 34,. (^34) CASSIANO , Collatio 9, c.4.
per meritare, conservare e ricuperare la grazia, quanto il porsi davanti a Dio non in atteggia- mento di sapiente ma come uno che teme lui»^38. Lo stesso Santo indica i segni e gli effetti dell’allontanamento da Dio: «Il mio cuore si è inaridito, si è rappreso come il latte, è divenuto come terra senz’acqua; non posso essere mosso alle lacrime, tanta è la durezza del cuore. Non provo gusto dei salmi, non mi piace leggere, non mi rallegra pregare, non riesco più a meditare. Dov’è quell’ebbrezza dello spirito? Dove la serenità dell’anima, la pace e la gioia nello Spirito santo?» 39. Qui il Santo dichiara che la causa dell’aridità è l’orgoglio, o quello passato o quello che può nascere se non ci si umilia. Invece san Bonaventura, nel libro sul progresso della vita religiosa, dice che cosa produco- no l’aridità e la scarsa devozione: anzitutto la mortificazione; poi la purificazione, essendo stato l’uomo poco limpido, poco impegnato a cercare la devozione, poco riconoscente dopo averla ricevuta; quindi un insegnamento, perché capisca che la devozione non dipende da lui né dai suoi meriti, ma dalla grazia e dalla generosità di Dio 40. Dice ancora che l’aridità può dipendere da un disordinato slancio e impulso del cuore, che vorrebbe impossessarsi della devozione con la forza. Afferma infine che l’aridità produce un maggior merito di grazia e di gloria, poiché il desiderio non soddisfatto affliggendo l’anima la purifica: l’accettazione della desolazione e l’umile sopportazione della tristezza sono come una lima che rende l’anima più luminosa e più disposta ad accogliere lo splendore divino 41. A sua volta il cancelliere Gersone attribuisce una lunga serie di finalità alla temporanea lontananza di Dio. La prima, che riprende da san Bernardo, è di reprimere e abbattere l’orgo- glio; poi di accendere ancor più il desiderio di Dio; quindi di far prendere coscienza della propria fragilità. per avere una bassa stima di sé e imparare a compatire la desolazione degli altri; e ancora, di riparare le proprie colpe mediante il dolore sensibile che si prova. Questa lontananza di Dio serve anche ad altri scopi: perché chi è in grado di aiutare gli altri, non avendo da compiacersi per le consolazioni interne, non sia distolto dalle opere di carità e dal sostegno al prossimo; perché l’uomo, ammaestrato dall’esperienza di questa tenta- zione, apprenda meglio le altre virtù e le insegni più efficacemente; perché per la dolcezza delle consolazioni non trascuri gli ordini di Dio. La lontananza di Dio serve ancora per punire le colpe veniali, come quando un padre mostra al figlio il volto triste per renderlo più vigilante e prudente; per comprendere che la devozione «non dipende dalla volontà né dagli sforzi dell’uomo, ma da Dio che usa misericor- dia»^42 ; per purificare l’anima, come il mare che quando è troppo calmo raccoglie immondizie e quando è mosso le allontana; per mostrare se l’anima teme Dio disinteressatamente ed è pronta a servire il suo Signore senza cercare la ricompensa di consolazioni e di delicatezze; per non amare i doni di Dio piuttosto che lui, affezionandosi ad essi e provandone piacere, men- tre il Padre benevolmente, se a volte li ritira come si fa togliendo un frutto o un cibo, prepara in cambio l’eredità del Regno; talvolta per conservare la salute fisica, perché non si consumi nelle lacrime, nei gemiti e nella dolcezza sensibile; per essere di sprone, come fa l’aquila che
(^38) S. B ERNARDO , Sermo 54 In Cantica. (^39) Ivi. (^40) Cfr. S. B ONAVENTURA , Proc .7 § 21. (^41) Cfr. I D ., De mysterio theologiae practicae, consideratio vel industria 6. (^42) Rm 9,.
spinge i suoi piccoli a volare^43 , o la madre che per un po’ di tempo lascia solo il figlio, perché gridi più forte, la cerchi più ansiosamente, la abbracci più strettamente, ed ella a sua volta lo accarezzi più teneramente; per esercitare la pazienza, perché quella situazione comporta sof- ferenza e angoscia; infine per far comprendere quanta amarezza provocherebbe la separazio- ne perpetua da Dio, se una sua breve lontananza procura già tanto dolore. Del resto, come dice il santo Diadoco, durante questa lontananza, con la quale il Signore privandoci della consolazione castiga la debolezza della nostra volontà per insegnarci la diffe- renza tra la virtù e il vizio, dobbiamo ricordarci di continuare a sperare nella misericordia divina, con afflizione, umiltà e dignitosa sottomissione; infatti il temporaneo ritiro della grazia serve per nostro ammaestramento 44.
- Teodoreto, citato da Cassiano, dice a questo proposito che bisogna cercare di essere «ambidestri», cioè andare sempre avanti nelle situazioni spirituali favorevoli e in quelle sfavo- revoli. In ogni situazione – sia quando, nutrendoci di pensieri spirituali, siamo fervorosi e distaccati dalle cose terrene, sia quando, venendo meno il fervore, cadiamo nella tiepidezza e nella tristezza, e tutti gli atti di virtù languiscono per un forte disgusto – dobbiamo usare entrambe la mani per riportare la vittoria. Perciò Teodoreto aggiunge: «Colui che, nelle situazioni che diciamo della parte destra, tentato dalla vanagloria non insuperbisce, e che, nelle situazioni della parte sinistra, lottando coraggiosamente non si lascia abbattere, anzi dalle contrarietà attinge l’arma della pazienza per praticare la virtù, questi userà nello stesso modo le due mani e, trionfando in entrambe le situazioni, di destra e di sinistra, otterrà la palma della vittoria»^45.
IV. Languore e fiacchezza nella vita spirituale e nelle virtù
Chi soffre di languore spirituale dev’essere curato con rimedi stimolanti, come chi è op- presso da un forte sonno.
- Prima di tutto è necessario ripetergli quelle parole che possono risvegliare anche chi dorme profondamente: «L’uomo non sa se è degno di amore o di odio»^46. Dice san Bernardo: «Questo passo è terribile e non mi lascia tranquillo. Quando l’ho letto, sono rimasto allibito e ripetevo fra me con trepidazione: “Chi sa se è degno di amore o di odio?”» 47. Se questo pen- siero ha fatto trepidare anche uomini santissimi, vere colonne della Chiesa, che cosa dobbia- mo fare noi, che da molte parti riceviamo messaggi di morte, se non siamo un po’ rinfrancati da qualche segnale o indizio di salvezza? Crediamo forse di essere al sicuro soltanto perché siamo entrati in un Ordine religioso? Con questa idea ci inganniamo e ci illudiamo pericolosa- mente. San Gregorio afferma che alcuni, avanzando come guide, mostrano agli altri la via
(^43) Cfr. Dt 32,. (^44) Cfr. D IACOCO , c.87. (^45) CASSIANO , Collatio 6, c.10. (^46) Qo 9,1. (^47) S. B ERNARDO , Sermo 23 In Cantica.
- Comprenda che, come in natura in ciò che è allentato sono presenti elementi contrari, ad esempio il caldo e il freddo; così nella tiepidezza e nel languore spirituale possono trovarsi insieme molti difetti e molte imperfezioni, anche nelle virtù che uno sembra avere. Ad esem- pio, uno si vanta dell’obbedienza perché in molte occasioni obbedisce e dimostra un certo amore per questa virtù; però, se l’obbedienza si allenta e si indebolisce, egli commette molte disobbedienze e imperfezioni, per mancanza di diligenza e di fervore, anche negli atti in cui si vanta di essere obbediente. Lo stesso accade per la castità, la pazienza, lo zelo delle anime e per altre virtù. Così, se da una parte c’è di che lodare Dio e consolarsi, dall’altra non mancano motivi per dolersi. Bisogna considerare molto attentamente questo punto, perché, come un pungolo, sproni verso la perfezione.
- Esamini se questo languore e questa debolezza dipende, come nel corpo, da un eccesso di umori cattivi; in tale caso è vano il suo sforzo di eliminarli, se ha fini particolari e se ricerca se stesso. Se il languore dipende dalla mancanza di nutrimento spirituale, veda in che modo pratica i sacramenti, le meditazioni, le preghiere, gli esercizi di pietà; vàluti perché non ne riceve nutrimento, si esamini diligentemente e si sforzi di scoprirlo. Se da queste pratiche non è ristorato, saziato, rafforzato, c’è sotto qualche difetto che bisogna attentamente ricercare e diligentemente correggere.
- Sia invitato a confessarsi e a comunicarsi più spesso; ma gli sia imposta una cura partico- lare nella preparazione, perché, se lo fa per abitudine, il male anziché diminuire si aggrava.
- Gli sia assegnato un tempo supplementare, ad esempio un quarto d’ora, per la medita- zione o per una proficua lettura spirituale, e vi si applichi non fiaccamente ma volentieri, come chi prende una medicina con il desiderio di guarire. D’altra parte, non si deve temere che quel poco tempo sia sottratto agli studi o ad altra attività, ma piuttosto pensare che tutte le altre occupazioni languiscono se non si rafforza lo spirito.
- Legga vite di Santi adatte a lui, specialmente quelle dei Nostri, come il beato padre Ignazio, il Saverio e altri; e legga non sorvolando, ma come vero esercizio dello spirito.
- Se è ancora lontano il tempo della rinnovazione dei voti, è molto utile – dopo aver fatto gli Esercizi spirituali per alcuni giorni e la confessione generale o dall’ingresso in Compagnia o dall’inizio di questa infermità spirituale – che rinnovi in privato i suoi voti, con il desiderio di ricominciare da capo, proponendosi e spesso ripetendo: «Ora, che attendo, Signore? In te la mia speranza»^52 , e: «Ho detto: “Ora incomincio. È mutata la destra dell’Altissimo”»^53.
- Scelga una o due virtù appropriate e si eserciti nei loro atti; se durante la giornata non si presenta alcuna occasione, almeno nell’esame di coscienza chieda a Dio quella virtù e mo- stri di volerla praticare.
(^52) Sal 38,. (^53) Sal 76,.
- Si mortifichi con qualche rinuncia, anche leggera, per fortificare lo spirito contro la carne, e si abitui così a frenare la propria volontà e i propri desideri.
- Si accordi con il Superiore e gli chieda con insistenza di mortificarlo, anche quando fosse restio e lamentoso; comunichi spesso con lui e speri nella bontà del Signore.
- Infine tenga sempre presente quello che egregiamente insegna Severo, riferito da Cas- siano^54. Egli cita dalle Scritture secondo i Settanta: «In colui che è solerte c’è molto; ma chi è inerte e non si sforza è nella povertà»^55 ; «Chi fatica lo fa per sé, e si oppone alla propria rovina»^56 ; «Il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono»^57. Quindi ag- giunge: «Nessuna virtù si ottiene senza fatica; e nessuno può giungere all’auspicato equilibrio dell’animo senza una grande mortificazione del cuore. Infatti “l’uomo nasce per faticare”» 58.
V. Mancanza di obbedienza
- Chi non è obbediente deve comprendere la bellezza e la necessità dell’obbedienza, la tranquillità dell’animo che essa procura, il suo merito, la sua importanza in Compagnia: infatti il nostro beato Padre l’ha voluta come nota distintiva. Infine, fra tutti i voti, come insegnano i santi e i Dottori della Chiesa, è l’obbedienza che costituisce veramente il religioso.
- Legga per alcuni giorni con diligenza e attenzione la lettera di nostro Padre sull’obbedien- za; vi riconosca i propri difetti come in uno specchio, vi ravvisi quanto si trova lontano dalla vera obbedienza, se ne rammarichi, provi confusione e vergogna e si proponga di emendarsi.
- Per molti giorni faccia diverse meditazioni su questo argomento, per il quale non manca la materia di riflessione: questa potrà essere suggerita dal Padre spirituale o attinta dalle Scrit- ture e dai santi Padri: I temi appena toccati in un primo punto possono essere poi ampliati con grande umiltà, soprattutto aggiungendo alcuni particolari che possono favorire o ostacolare l’obbedienza.
- Raccolga una serie di esempi dei Santi su questa virtù, e li tenga sempre a portata di mano, per accusare e rimproverare se stesso.
- Esamini attentamente – e ne parli con il Superiore e con il Padre spirituale – su quale punto è maggiore la sua riluttanza e da che cosa dipende: se da orgoglio, da vanità, da pigrizia, da un attaccamento disordinato agli studi o ad altro, da un fine e da un desiderio personale. Potrà così applicare il rimedio adatto.
(^54) Cfr. C ASSIANO , Collatio 7, c.6. (^55) Prv 14. (???) (^56) Prv 16,26. (???) (^57) Mt 11,. (^58) Gb 5,.