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Riassunto sui concetti di altruismo e collaborazione
Tipologia: Appunti
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I comportamenti prosociali sono quelli finalizzati a vantaggiare il prossimo, comportamenti che esistono da sempre, anche in natura tra alcuni animali, e che si contrappongono ai comportamenti antisociali. Rientrano nella categoria i comportamenti di Aiuto, cioè che favoriscono intenzionalmente un’altra persona, Altruismo, cioè i comportamenti attuati secondo il principio che il bene degli altri sia più importante del nostro, e i comportamenti Collaborativi, quando uniamo le forze con un’altra persona per raggiungere un obiettivo comune, vi è quindi un vantaggio reciproco. Sono comportamenti valutati positivamente dalla società, rinforzati da essa. Secondo un approccio evoluzionistico, i comportamenti prosociali si basano su tendenze innate vantaggiose per la sopravvivenza della specie. L’aiuto reciproco, o Mutualismo, avvantaggia tutti, vi è un aiuto complessivo verso tutti. L’aiuto può essere prevalentemente rivolto verso i membri del proprio gruppo, e in questo caso si parla di selezione familiare, contribuisce alla diffusione dei propri geni, si avvantaggia il proprio gruppo sociale. Abbiamo una naturale tendenza all’altruismo, che si svilupperà più o meno a seconda della cultura, del modo di essere ecc..,non dobbiamo immaginare che i comportamenti degli individui non siano altro che strategie di sopravvivenza dei propri geni, dobbiamo tener conto di fenomeni sia biologici, sia psicologici sia sociali. A favore della naturale tendenza all’altruismo vi è la teoria dell’attaccamento di Bowlbi, teoria evoluzionista secondo cui ogni bambino nasce con la tendenza innata a cercare un adulto che si prenda cura di lui, che si esprime in forme diverse a seconda dell’ambiente in cui il bambino nasce, e allo stesso modo l’adulto in questione deve avere la tendenza all’accudimento, a prendersi cura di lui, che è un comportamento altruistico. Questa è un’idea evoluzionistica biopsicosociale dello scambio di cure. Altra teoria a sostegno viene dall’ l’Antropologia Evoluzionista di Tomasello, studia alcune scimmie e bambini piccoli di massimo un anno e osserva comportamenti altruistici e collaborativi, intuendo ci sia una tendenza innata, e teorizza che gli esseri umani siano capaci di leggere e interpretare le intenzioni e di coordinare le proprie azioni in funzione del raggiungimento di obiettivi comuni, abbiano una tendenza alla collaborazione, grazie a cui si possono fare cose non possibili da soli. A capire gli altri e le loro intenzioni contribuiscono i neuroni specchio, che si attivano quando osserviamo azioni compiute da altri e fanno in modo che le simuliamo a livello mentale, questo crea le basi dell’Empatia, che favorisce i comportamenti prosociali. L’empatia è il calarsi nei panni dell’altro, vi è la comprensione intuitiva di bisogni, stati d’animo e intenzioni dell’altro, e questo crea una spinta alla condivisione; ciò ha una componente cognitiva, cioè riesco a rappresentarmi l’altro e quello che fa, ma anche una componente emotiva, perché capiamo ciò che l’altro prova. Piliavin col Modello dei costi-benefici, sostiene che in realtà, quando vediamo qualcuno in difficoltà, questo ci causa una situazione di attivazione fisiologica, reazione che non possiamo evitare. Tale sensazione è spiacevole, in più una capacità di appraisal, cioè di interpretare ciò che sta succedendo, ci mette in una condizione di coinvolgimento emotivo, e a quel punto il disagio comporterà una tendenza ad entrare in azione, sulla base di un calcolo delle conseguenze, della convenienza ad agire, si tratta quindi di una scelta egoistica. Questo punto di vista ha convincenti posizioni contrarie, ad esempio la teoria del Coinvolgimento empatico di Batson, per cui i comportamenti prosociali sono sostenuti da sentimenti di affetto, disponibilità, compassione, derivanti dall’assunzione del punto di vista altrui, quindi l’empatia non serve solo ad eliminare il disagio, ma entri in risonanza con l’altro e te ne prendi cura. Noi immaginiamo come si sente l’altro e al tempo stesso come ci sentiremmo noi nei suoi panni. Differenze di genere: alcuni indizi ci dicono che tendenzialmente le donne sono più orientate verso i rapporti sociali, ma questo sembra essere più collegato a fattori culturali, di ruolo sociale, piuttosto che genetici. La socialità si apprende tramite Istruzioni, ad esempio funziona indicare ai bambini di essere buoni; Rinforzo, le ricompense aumentano i comportamenti prosociali; e Modellamento, tramite apprendimento vicario quindi, dall’osservazione degli altri. Un possibile fattore che spiega i c.
prosociali è l’autopercezione, negli umani vi è la tendenza a darsi delle spiegazioni dei propri comportamenti per spiegarci come siamo fatti ed avere comportamenti prosociali ci aiuta ad avere una percezione di noi come persone solidali e altruiste. Altro fattore che sostiene i comportamenti prosociali è l’Ipotesi del mondo giusto, cioè è utile pensare che il mondo sia un posto giusto in cui vigono determinate regole, quindi un posto più controllabile e prevedibile, meno pericoloso, le persone buone vengono premiate e le cattive punite, quindi noi ci adattiamo e seguiamo le regole perché ci torni qualcosa di buono, il problema è che secondo questo principio se a qualcuno capita qualcosa di male se l’è meritata, anche se in realtà abbiamo la consapevolezza che cose belle e brutte capitano a tutti. Il terzo fattore è la valutazione di Efficacia, cioè i comportamenti prosociali saranno vincolati anche al fatto che noi pensiamo di avere la capacità di intervenire positivamente, e al fatto che l’altro abbia una condizione di bisogno non stabile, cioè che possiamo intervenire risolvendo quella situazione, se pensiamo di non essere in grado o che il problema non sia risolvibile, non attueremo i comportamenti prosociali. I comportamenti di aiuto sono conformi a norme sociali, che aiutano ad orientarci su come dovremmo comportarci. Esistono regole che ci dicono come e quando applicare determinati comportamenti. Principalmente facciamo riferimento a 2 grandi categorie di regole sociali: Norme di reciprocità, cioè fai agli altri ciò che vorresti loro facessero a te, si basa su una regola di aiuto reciproco, La mutualità, Io faccio qualcosa sapendo che gli altri la faranno me, un patto sociale, se qualcuno smette di aiutarci e viola quel patto noi non lo aiutiamo più; e Norme di responsabilità sociale, noi abbiamo una specie di obbligo morale ad aiutare chi ne ha bisogno, soprattutto se riconosciamo spetta a noi e quindi entra in ballo il senso di responsabilità. L'effetto spettatore fu studiato alla fine degli anni 60 in America a seguito di un episodio e in cui una ragazza fu stuprata e uccisa nell’indifferenza delle persone. Sono stati fatti una serie di studi ed è venuto fuori che se ci sono più persone che potenzialmente possono intervenire in una situazione che richiede aiuto, la probabilità che interverranno personalmente tende diminuire, la presenza di tante persone li ha legittimati a non intervenire basandosi sulla convinzione che qualcun altro intervenisse. E’ stato dimostrato che la maggior probabilità di ricevere aiuto in una condizione di emergenza e quando è presente un solo spettatore, se c'è qualcuno che ha bisogno d'aiuto ed è presente solo un’altra persona c’è il 70 % di probabilità che quella sola persona intervenga, e più aumenta il numero di persone più si abbassano le probabilità che qualcuno faccia qualcosa. Le situazioni d’Emergenza hanno delle caratteristiche evident:i sono usuali ed inattese quindi si colgono alla sprovvista, sono situazioni potenzialmente pericolose, essendo situazioni di emergenza inusuali e inattese non consentono la pianificazione quindi noi non abbiamo un piano di azione, non sappia cosa fare lì per lì, e Richiedono un’azione istantanea, una tendenza ad agire d'impulso. La tendenza a non intervenire o apatia dello spettatore può dipendere da altri fattori: Inibizione del pubblico, cioè se interveniamo possiamo pensare che qualcuno giudica il nostro intervento come eccessivo o inappropriato, abbiamo paura di esporci; Influenza sociale, giudichiamo ciò che va fatto sulla base di ciò che fanno gli altri, se non intervengono forse non è opportuno farlo. Per intervenire dobbiamo uscire dal ruolo di spettatore e compiere una serie di passi: Fare caso ai segnali di richiesta di aiuto; Giudicare una situazione come grave e che può peggiorare rapidamente; Ritenerci in grado e sentire la responsabilità di intervenire; Decidere in che modo intervenire. I fattori individuali favoriscono in parte l'aiuto: Lo stato d'animo, chi è in uno stato d'animo positivo e più propenso ad intervenire; Caratteristiche fisiche, le persone più forti fisicamente sono più portate ad aiutare gli altri; Sicurezza in sè, le persone più sicure tendono ad essere più compassionevoli ed altruiste; Ruoli sessuali e attrazione sessuale, gli uomini sono più propensi ad aiutare le donne soprattutto se queste gli piacciono, è una forma di corteggiamento. Un fattore che incoraggia questi comportamenti è il senso di competenza, basato sull’autopercezione: Interveniamo se ci riconosciamo o se altri ci riconoscono in grado di affrontare una situazione perché sentiamo la reponsabilità di agire. Altro fattore rilevante sono le variabili demografiche, la dimensione della città di residenza: chi proviene da piccoli centri e