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Analisi 9 canti Divina Commedia, Appunti di Letteratura Italiana

Il documento presenta un'introduzione generale all'opera della Divina Commedia, una panoramica di ogni cantica e 10 canti corredati di parafrasi, analisi e commento per l'esame di letteratura italiana del Prof. Marzo. I 10 canti analizzati sono: - Inferno 1, 2, 6, 34 - Purgatorio 1, 6, 30 - Paradiso 1, 6, 33

Tipologia: Appunti

2024/2025

In vendita dal 04/05/2026

kardamomo
kardamomo 🇮🇹

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DIVINA COMMEDIA
Il titolo: Commedia
«Il titolo del libro è “Incomincia la Commedia di Dante Alighieri fiorentino di nascita, non di costumi”»: così scrive
Dante in una famosa lettera al signore di Verona e suo protettore Cangrande della Scala (Epistola XIII, 28-31). Aveva
già definito “commedia” la sua opera nel corso del poema, a partire dai versi 127-128 del canto XVI dell’Inferno («... e
per le note / di questa comedìa, lettor ti giuro»). Il titolo Commedia fa riferimento alle caratteristiche della narrazione
secondo le regole retoriche tradizionali: la commedia è il genere il cui la storia comincia con una situazione difficile (la
discesa all’Inferno) ma si sviluppa e finisce positivamente (l’ascesa al Paradiso). È dunque il caso opposto della
tragedia. L’aggettivo «divina», con la quale oggi è conosciuta l’opera, è un’aggiunta posteriore risalente all’edizione
stampata a Venezia nel 1555. L’aggettivo ha due valenze: indica che gli argomenti trattati riguardano il mondo
ultraterreno, ed esprime un giudizio sul suo sublime valore artistico.
La composizione: 1304-1321
Le date di composizione della Commedia non sono precise, ma si sa che compresero un lungo periodo, all’incirca
quindici anni. Iniziata probabilmente nel 1304, fu portata a termine negli ultimi mesi di vita, nel 1321. Le prime due
cantiche (l’Inferno e il Purgatorio), riviste e pubblicate da Dante, circolavano già negli anni 1314-1315.
La trama
Il poeta Dante Alighieri, giunto a metà della sua vita, si ritrova smarrito in una selva oscura, cioè la selva del peccato.
Qui incontra lo spirito del poeta latino Virgilio, cui chiede aiuto. Virgilio gli svela che, per salvarsi, dovrà attraversare i
tre regni dell’oltremondo: l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso. Lui gli farà da guida nei primi due, poi salirà in Paradiso
con l’aiuto dell’amata Beatrice. Dante compirà l’avventuroso viaggio dal 7 al 13 aprile dell’Anno Santo 1300 (dal
giovedì di Pasqua al mercoledì successivo), vedrà le condizioni di pena, espiazione e felicità eterna cui sono destinate le
anime di tutti gli umani, incontrerà le anime di numerosi personaggi e verrà a conoscenza di molte verità sublimi, fino a
raggiungere nel più alto dei cieli la grazia della visione di Dio.
La struttura del poema
La Commedia è strutturata in tre cantiche, che prendono il nome e corrispondono ai tre regni ultraterreni: l’Inferno, il
Purgatorio e il Paradiso. Ogni cantica è poi organizzata al suo interno in 33 canti, tranne l’Inferno che ne ha 34 perché
comprende anche il primo canto di introduzione generale. Si raggiunge così il numero complessivo di 100 canti. Si
rispecchia in questa partizione l’attenzione di Dante e di tutta la cultura medievale alla simbologia dei numeri: è infatti
evidente la costanza formale del 3 (e quindi del 9) e del 10. Analogo rapporto si può rintracciare nelle partizioni interne:
9 sono i cerchi infernali, ma a questo va aggiunto l’Antinferno (dove sono puniti gli ignavi), che porta quindi il numero
a 10. Nel Purgatorio alle 7 cornici (il 7 è altro numero simbolico) si devono aggiungere l’Antipurgatorio (dove sono
puniti gli spiriti negligenti) e la spiaggia, a formare ancora nove zone nella montagna, con sulla vetta il Paradiso
terrestre, per un totale quindi di 10. Nel Paradiso alle 9 sfere celesti fa corona l’Empireo a raggiungere anche qui il
numero 10.
L’ispirazione morale
La Commedia è innanzitutto un’opera “morale”. Nei tre regni dell’oltretomba si compie infatti il destino eterno di
salvezza o di dannazione di ogni persona rispetto alla vita condotta sulla terra: il bene e il male, la virtù o il peccato
diventano il criterio unico e ultimo per determinare il destino eterno delle anime in quella che è la vera vita, quella dopo
la morte. Tale ispirazione morale dell’opera rispecchia i principi essenziali della concezione di Dante sul senso della
vita: le verità della Fede e il primato della giustizia.
I «quattro sensi» della scrittura
La comprensione completa e profonda del racconto della Commedia deve tener conto di un dato essenziale della cultura
medievale: ogni aspetto della realtà materiale ha valore in se stesso ma nello stesso tempo è “simbolo” delle verità
soprannaturali, “segno” della presenza di Dio. Rispetto ai testi scritti, erano stati “codificati” quattro livelli di
interpretazione:
senso letterale;
senso allegorico;
senso morale;
senso anagogico.
Un teologo francese coetaneo di Dante, Nicolas de Lyre, così riassume le finalità di ognuno di essi:
« La lettera insegna quanto è avvenuto, l’allegoria quello che devi credere,
la morale quello che devi fare, l’anagogia il fine a cui devi tendere».
Quindi, anche il racconto di Dante dovrà essere letto a diversi livelli di interpretazione. Lui stesso lo dichiara e lo
illustra nel Convivio (II, 1) e nell’Epistola XIII.
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DIVINA COMMEDIA

Il titolo: Commedia «Il titolo del libro è “Incomincia la Commedia di Dante Alighieri fiorentino di nascita, non di costumi”»: così scrive Dante in una famosa lettera al signore di Verona e suo protettore Cangrande della Scala (Epistola XIII, 28-31). Aveva già definito “commedia” la sua opera nel corso del poema, a partire dai versi 127-128 del canto XVI dell’Inferno («... e per le note / di questa comedìa, lettor ti giuro»). Il titolo Commedia fa riferimento alle caratteristiche della narrazione secondo le regole retoriche tradizionali: la commedia è il genere il cui la storia comincia con una situazione difficile (la discesa all’Inferno) ma si sviluppa e finisce positivamente (l’ascesa al Paradiso). È dunque il caso opposto della tragedia. L’aggettivo «divina», con la quale oggi è conosciuta l’opera, è un’aggiunta posteriore risalente all’edizione stampata a Venezia nel 1555. L’aggettivo ha due valenze: indica che gli argomenti trattati riguardano il mondo ultraterreno, ed esprime un giudizio sul suo sublime valore artistico. La composizione: 1304- Le date di composizione della Commedia non sono precise, ma si sa che compresero un lungo periodo, all’incirca quindici anni. Iniziata probabilmente nel 1304, fu portata a termine negli ultimi mesi di vita, nel 1321. Le prime due cantiche (l’Inferno e il Purgatorio), riviste e pubblicate da Dante, circolavano già negli anni 1314-1315. La trama Il poeta Dante Alighieri, giunto a metà della sua vita, si ritrova smarrito in una selva oscura, cioè la selva del peccato. Qui incontra lo spirito del poeta latino Virgilio, cui chiede aiuto. Virgilio gli svela che, per salvarsi, dovrà attraversare i tre regni dell’oltremondo: l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso. Lui gli farà da guida nei primi due, poi salirà in Paradiso con l’aiuto dell’amata Beatrice. Dante compirà l’avventuroso viaggio dal 7 al 13 aprile dell’Anno Santo 1300 (dal giovedì di Pasqua al mercoledì successivo), vedrà le condizioni di pena, espiazione e felicità eterna cui sono destinate le anime di tutti gli umani, incontrerà le anime di numerosi personaggi e verrà a conoscenza di molte verità sublimi, fino a raggiungere nel più alto dei cieli la grazia della visione di Dio. La struttura del poema La Commedia è strutturata in tre cantiche, che prendono il nome e corrispondono ai tre regni ultraterreni: l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso. Ogni cantica è poi organizzata al suo interno in 33 canti, tranne l’Inferno che ne ha 34 perché comprende anche il primo canto di introduzione generale. Si raggiunge così il numero complessivo di 100 canti. Si rispecchia in questa partizione l’attenzione di Dante e di tutta la cultura medievale alla simbologia dei numeri: è infatti evidente la costanza formale del 3 (e quindi del 9) e del 10. Analogo rapporto si può rintracciare nelle partizioni interne: 9 sono i cerchi infernali, ma a questo va aggiunto l’Antinferno (dove sono puniti gli ignavi), che porta quindi il numero a 10. Nel Purgatorio alle 7 cornici (il 7 è altro numero simbolico) si devono aggiungere l’Antipurgatorio (dove sono puniti gli spiriti negligenti) e la spiaggia, a formare ancora nove zone nella montagna, con sulla vetta il Paradiso terrestre, per un totale quindi di 10. Nel Paradiso alle 9 sfere celesti fa corona l’Empireo a raggiungere anche qui il numero 10. L’ispirazione morale La Commedia è innanzitutto un’opera “morale”. Nei tre regni dell’oltretomba si compie infatti il destino eterno di salvezza o di dannazione di ogni persona rispetto alla vita condotta sulla terra: il bene e il male, la virtù o il peccato diventano il criterio unico e ultimo per determinare il destino eterno delle anime in quella che è la vera vita, quella dopo la morte. Tale ispirazione morale dell’opera rispecchia i principi essenziali della concezione di Dante sul senso della vita: le verità della Fede e il primato della giustizia. I «quattro sensi» della scrittura La comprensione completa e profonda del racconto della Commedia deve tener conto di un dato essenziale della cultura medievale: ogni aspetto della realtà materiale ha valore in se stesso ma nello stesso tempo è “simbolo” delle verità soprannaturali, “segno” della presenza di Dio. Rispetto ai testi scritti, erano stati “codificati” quattro livelli di interpretazione: ○ senso letterale; ○ senso allegorico; ○ senso morale; ○ senso anagogico. Un teologo francese coetaneo di Dante, Nicolas de Lyre, così riassume le finalità di ognuno di essi: « La lettera insegna quanto è avvenuto, l’allegoria quello che devi credere, la morale quello che devi fare, l’anagogia il fine a cui devi tendere». Quindi, anche il racconto di Dante dovrà essere letto a diversi livelli di interpretazione. Lui stesso lo dichiara e lo illustra nel Convivio (II, 1) e nell’Epistola XIII.

La struttura fisica e metafisica dei mondi ultraterreni Nella rappresentazione fantastica dell’oltremondo Dante elabora le convinzioni religiose e intellettuali del suo tempo: la tradizione giudaico-cristiana, la cosmologia tolemaica, dell’Etica di Aristotele interpretata e sviluppata da san Tommaso, i teologi e i mistici cristiani, gli scienziati orientali. E parte dall’idea centrale della cultura medievale: la continuità diretta tra il mondo terreno e la vita ultraterrena fondata sulla fede cristiana, quindi tra mondo fisico e mondo metafisico. Può dunque immaginare e costruire i regni dei morti su basi concrete e “scientifiche”: la terra è al centro dell’universo; nelle viscere della terra, il luogo più lontano da Dio, si apre la voragine dell’Inferno; agli antipodi del mondo abitato dagli uomini, in mezzo all’oceano, sorge la montagna del Purgatorio; intorno alla terra girano i nove cieli concentrici dell’astronomia tolemaica, dove Dante colloca provvisoriamente le anime dei beati; esternamente a essi si estende infinito il decimo cielo, l’Empireo, vero ed eterno Paradiso dove ha sua propria sede Dio con gli angeli e con tutti gli spiriti beati. La costruzione puramente fisica della terra e dei mondi ultraterreni non obbedisce però a una fredda geometria di strutture. Anzi, a determinare questa costruzione è un avvenimento fuori dal tempo, alle origini della creazione, che la anima di un soffio epico e drammatico: la biblica ribellione contro Dio di Lucifero e degli angeli suoi seguaci. In principio, dunque, c’è il dramma eterno della lotta fra il bene e il male colto nei suoi momenti iniziali e nello stesso tempo già concluso, fissato nell’eternità del trascendente con la vittoria definitiva del Bene, di Dio, come Dante può constatare nel suo viaggio attraverso le regioni dell’eterna condanna, della temporanea purgazione, dell’eterna felicità. Quando infatti Lucifero fu scacciato dal Paradiso e precipitato nella voragine infernale creata proprio a questo scopo, venne confitto nel centro fisico della terra, nell’emisfero australe. Come conseguenza di questa caduta, le terre dell’emisfero australe si ritrassero e formarono le terre dell’emisfero boreale, tra le colonne d’Ercole e il Gange, che furono la dimora dell’uomo e che hanno al loro centro la città di Gerusalemme. Una massa dello stesso emisfero australe, per evitare il contatto con Lucifero, risalì in mezzo all’oceano, andando a formare una montagna, esattamente agli antipodi di Gerusalemme, sulla cui cima è il Paradiso terrestre, prima dimora dell’uomo e che, dopo il peccato originale di Adamo ed Eva, divenne il luogo della purgazione, il Purgatorio. La terra, quindi, risulta al centro dell’universo e attorno a essa ruotano le nove sfere celesti e sopra di esse l’Empireo.

natura del peccato il poeta ricorre spesso a simboli e immagini ricorrenti: tali sono le insistenze sulla totale mancanza della luce – che avrà invece simmetrico trionfo nel Paradiso –, sulla nudità delle anime prive di ogni residuo di dignità, sulla presenza di fantasiosi carnefici demoniaci. I peccatori sono eloquenti incarnazioni, veri e propri exempla, scelti con accuratezza nel passato, ma soprattutto nel presente. Più che una fredda casistica e una catalogazione di peccati e colpe, l’Inferno dantesco è una palpitante galleria di personaggi,

  1. L’uomo protagonista. La prima cantica non si esaurisce in questa esposizione moralistica del peccato e del travaglio del cristiano; Dante è nel mondo dei morti, ma con il corpo, ricco della sua umanità e delle ansie di vivente. Affiorano così di continuo problematiche terrene, e l’Inferno diventa un affresco del mondo e dell’umanità, con tonalità buie e apocalittiche: ma il pessimismo dantesco è sempre sorretto dalla certezza che il male sarà sconfitto.
  2. La politica. Le cause che minacciano l’umanità sono, secondo Dante, di ordine morale, ma anche di ordine politico. Nell’Inferno Dante si rifà alle convinzioni espresse nel Monarchia e nel Convivio: ribadisce il ruolo determinante dell’impero universale per garantire la giustizia e la pace, e l’importanza di Roma, prediletta da Dio perché sede del papato. La lupa (l’insaziabile avidità) sta mandando in rovina la società; essa si annida nel cuore di ognuno, persino nel santuario del mondo cristiano, la curia romana, in cui si trama, per sete di potere, per usurpare i compiti e gli uffici dell’impero, assecondati da una politica imperiale che non si interessa dell’Italia e di Roma. Da questa latitanza nascono le fazioni che stanno dilaniando le città e i comuni italiani.
  3. Virgilio. Virgilio, il poeta latino che le «tre donne benedette», Beatrice, Maria e Lucia, hanno voluto accanto a Dante durante questa grande prova, appare nel primo canto nel momento dello sconforto e dello scoraggiamento, e lo accompagnerà nella discesa all’Inferno e nella salita al monte del Purgatorio, quando sarà sostituito da Beatrice, non essendo egli degno di accedere al Paradiso. Virgilio è lo strumento della Provvidenza, ma, nello stesso tempo, è il modello ideale di poeta, l’esempio supremo della poesia epica, del «bello stilo». La scelta di Virgilio come guida, oltre che alla venerazione artistica di Dante, è da riferire anche alla grande fama del poeta nel Medioevo, come profeta della venuta di Cristo: nella quarta Egloga delle Bucoliche, infatti, Virgilio preconizza l’avvento di una nuova età dell’oro, e in questa profezia i contemporanei di Dante leggevano l’allegoria della nascita di Cristo. La figura del poeta latino si arricchisce di una valenza simbolica determinante per l’assunto didascalico della Commedia: rappresenta la sudditanza della ragione umana nei confronti della Teologia; egli ha la funzione propedeutica di preparare all’avvento e al trionfo di Beatrice, simbolo della Verità rivelata che la ragione umana ricerca, ma che è raggiungibile solo con il dono divino della Fede. E Virgilio confesserà più volte la propria colpa di non avere riconosciuto i limiti della ragione umana, che lo relega per sempre nel Limbo, privo della visione beatifica di Dio. La scrittura Nell’Inferno è evidente la consapevolezza della necessità di un forte impegno linguistico per descrivere le realtà escatologiche. Dante nella Commedia supera i limiti fissati dalla tradizione, conferendo autorità poetica a termini ed espressioni che in seguito verranno ricacciati nel limbo della impoeticità. Alla complessità strutturale della Commedia corrisponde un linguaggio variegato, definito «plurilinguismo»: non solo latino e volgare, ma molteplicità di stili, generi letterari. Un tale concetto si applica in modo esemplare all’Inferno dove riscontriamo una straordinaria varietà di registri linguistici, da quelli lirici a quelli «bassi», cupi, che operano da base ossessiva per interi episodi. Dante, con la medesima libertà di movimento che gli ha permesso di rifarsi nello stesso tempo alle fonti bibliche e a quelle mitologiche, indifferentemente alla storia sacra e a quella profana, alla cronaca e alla leggenda, si serve di linguaggi molto diversificati e il risultato è una continua oscillazione tra il comico e il tragico. La prima cantica si caratterizza comunque rispetto alle altre per un forte colorito realistico, e soprattutto in alcuni «blocchi» di canti e di episodi lo stile si uniforma verso il basso, si fa accentuatamente «comico». Il lessico dell’Inferno ha un’eccezionale ampiezza di toni e guarda a diverse tradizioni: quella colta, con rari prestiti diretti dal latino, ma con non pochi latinismi presi dalla Bibbia, dai poeti classici, dai filosofi scolastici; quella trobadorica o comunque illustre; quella marcatamente dialettale, settentrionale e meridionale; quella fortemente realistica, bassa e perfino volgare. Tragedìa e comedìa si avvicendano anche sul piano linguistico, in perfetto accordo con la natura degli argomenti trattati. Gli scoppi di violenza verbale, come nella zuffa plebea tra i diavoli nei canti dei barattieri (If. XXI-XXII), farcita quasi con compiacenza di elementi triviali e scurrili, coesistono con soluzioni liriche e pacate, come nei celebri canti di Francesca o di Ulisse, e con esiti di forte drammaticità, come nei canti di Pier della Vigna o del conte Ugolino. Attraversare l’Inferno significa inoltrarsi in un tessuto linguistico vario e complesso, discendere negli abissi del realismo fino al grottesco e al triviale, per risalire poi, gradatamente, e recuperare anche la dignità e il decoro linguistico. Tale discesa è una delle più ardue scommesse e sfide che l’arte di Dante abbia saputo fare e vincere.

CANTO I

Tempo Luogo Personaggi giovedì santo 7 aprile 1300, notte venerdì santo 8 aprile, alba La selva oscura: un bosco intricato e selvaggio. Ai suoi margini, separato da un dolce pendio, si erge un monte illuminato dai raggi del sole, il «colle della Grazia». Dante; Virgilio; le tre fiere (la lonza, il leone, la lupa). Sommario vv. 1-30 Dante si smarrisce nella selva del peccato Giunto a metà della vita, Dante si trova smarrito in una selva fitta e insidiosa: è la selva del peccato, dove è caduto perché si è allontanato dalla via del bene. Narrare questa drammatica esperienza costerà dolore e fatica, ma il poeta si accinge a farlo per mostrare il prodigio della Grazia e della Provvidenza sempre premurosa verso di lui come verso ogni uomo. Giunto ai bordi della selva, e vedendo un colle illuminato dai raggi del sole, Dante riacquista la speranza, dopo una notte di lotta con le tenebre del peccato, come un naufrago che intravede la proda e torna a credere nella salvezza. vv. 31-60 L’incontro con le tre fiere Tre fiere ostacolano però la sua ascesa al colle «dilettoso»; una lonza dal mantello screziato e dal corpo flessuoso, allegoria della sensualità, minaccia Dante che non si abbatte, perché rincuorato dall’alba e dalla primavera che gli sono di buon auspicio; il sopraggiungere di un leone ruggente per la fame, allegoria della superbia, e di una lupa di orribile magrezza, allegoria dell’avidità, convince il poeta che le sole sue forze non sono sufficienti; non gli resta dunque che ritornare sul cammino faticosamente percorso, verso la notte del peccato. vv. 61-90 L’incontro con Virgilio A salvarlo dalla rovina, giunge il poeta latino Virgilio, allegoria della ragione umana; l’incontro offre l’occasione a Dante di manifestare con entusiasmo riverente tutta la sua riconoscenza verso il maestro di retorica e poesia e di chiedere aiuto contro la lupa insidiosa. vv. 91-136 La profezia del Veltro Virgilio mette in guardia Dante dalla cupidigia, vizio così grave che spesse volte rende l’uomo schiavo. Unico ostacolo al suo dilagare nel mondo sarà il Veltro, un restauratore morale e civile che, bramoso soltanto di sapienza, amore e virtù, riuscirà a cacciarla. Inutile per Dante seguire la via che conduce direttamente al colle: molto meglio attraversare i tre regni dell’oltretomba per liberarsi dal peccato e raggiungere la Grazia. Virgilio si offre come guida, ma gli annuncia che sarà Beatrice a condurlo alla contemplazione della beatitudine del Paradiso. Dante, rassicurato, si accinge a ubbidire. 3 6 9 12 15 18 Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita. Ahi quanto a dir qual era è cosa dura esta selva selvaggia e aspra e forte che nel pensier rinova la paura! Tant' è amara che poco è più morte; ma per trattar del ben ch'i' vi trovai, dirò de l'altre cose ch'i' v'ho scorte. Io non so ben ridir com' i' v'intrai, tant' era pien di sonno a quel punto che la verace via abbandonai. Ma poi ch'i' fui al piè d'un colle giunto, là dove terminava quella valle che m'avea di paura il cor compunto, guardai in alto e vidi le sue spalle vestite già de' raggi del pianeta che mena dritto altrui per ogne calle. 1-3 Giunto a metà del percorso della mia vita terrena (nostra: di noi uomini) mi ritrovai in un bosco scuro, poiché (ché) la via del bene (diritta) era smarrita. 4-9 Ahi, quanto è difficile (è cosa dura) descrivere quanto fosse selvaggia e intricata (aspra) e impenetrabile (forte) questa selva, che al solo ripensarci (nel pensier) mi rinnova la paura! È così angoscioso (amara) che poco più lo è la morte; ma per descrivere ed esporre (trattar) il bene che vi ho trovato, parlerò delle altre cose che lì ho visto (scorte). 10-12 Non so riferire bene il modo in cui vi entrai, tanto ero pieno di sonno in quel momento (punto) in cui abbandonai la via della verità (verace). 13-18 Ma quando giunsi (poi ch’i’ fui) ai piedi di un colle, là dove finiva quella valle che mi aveva trafitto (compunto) il cuore di paura, guardai in alto e vidi i suoi pendii (spalle) illuminati (vestite) già dai raggi del sole (pianeta) che guida sulla giusta via (mena dritto) tutti (altrui) per ogni sentiero (calle).

Quando vidi costui nel gran diserto, «Miserere di me», gridai a lui, «qual che tu sii, od ombra od omo certo!». Rispuosemi: «Non omo, omo già fui, e li parenti miei furon lombardi, mantoani per patrïa ambedui. Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi, e vissi a Roma sotto 'l buono Augusto nel tempo de li dèi falsi e bugiardi. Poeta fui, e cantai di quel giusto figliuol d'Anchise che venne di Troia, poi che 'l superbo Ilïón fu combusto. Ma tu perché ritorni a tanta noia? perché non sali il dilettoso monte ch'è principio e cagion di tutta gioia?». «Or se' tu quel Virgilio e quella fonte che spandi di parlar sì largo fiume?», rispuos' io lui con vergognosa fronte. «O de li altri poeti onore e lume, vagliami 'l lungo studio e 'l grande amore che m'ha fatto cercar lo tuo volume. Tu se' lo mio maestro e 'l mio autore, tu se' solo colui da cu' io tolsi lo bello stilo che m'ha fatto onore. Vedi la bestia per cu' io mi volsi; aiutami da lei, famoso saggio, ch'ella mi fa tremar le vene e i polsi». «A te convien tenere altro vïaggio», rispuose, poi che lagrimar mi vide, «se vuo' campar d'esto loco selvaggio; ché questa bestia, per la qual tu gride, non lascia altrui passar per la sua via, ma tanto lo 'mpedisce che l'uccide; e ha natura sì malvagia e ria, che mai non empie la bramosa voglia, e dopo 'l pasto ha più fame che pria. Molti son li animali a cui s'ammoglia, e più saranno ancora, infin che 'l veltro verrà, che la farà morir con doglia. Questi non ciberà terra né peltro, ma sapïenza, amore e virtute, e sua nazion sarà tra feltro e feltro. Di quella umile Italia fia salute per cui morì la vergine Cammilla, Eurialo e Turno e Niso di ferute. Questi la caccerà per ogne villa, fin che l'avrà rimessa ne lo 'nferno, 64-66 Non appena vidi costui in quella landa desolata, gli gridai: «Abbi pietà (Miserere) di me, chiunque (qual) tu sia, spirito o uomo vero (certo)!». 67-69 Mi rispose: «Non sono più un uomo, ma lo fui, e i miei genitori (parenti) furono dell’Italia settentrionale (lombardi), tutti e due mantovani di nascita. 70-75 Nacqui, sebbene (ancor che) troppo tardi, al tempo di Giulio Cesare (sub Iulio), e vissi a Roma sotto l’impero del valente Augusto, al tempo degli dei falsi e bugiardi. Fui poeta e cantai di quel giusto figlio di Anchise che venne da Troia, dopo che la superba Ilio fu bruciata (combusto). 76-78 Ma tu perché torni al così grande affanno (noia) di questo luogo? perché non sali il beato monte, principio e causa di totale (tutta) felicità?». 79-87 «Sei davvero (Or) il famoso (quel) Virgilio e quella fonte che spande un così grande fiume di eloquenza (di parlar)?», gli risposi con la fronte abbassata (vergognosa). «O tu che sei l’onore e la guida degli altri poeti, mi giovi (vagliami) la costante attenzione e il grande amore che mi ha spinto a studiare a fondo (cercar) la tua opera (volume). Tu sei il mio maestro e colui che ha su di me grande autorità (autore), da te solo io trassi quello stile alto (bello) che mi ha procurato onore. 88-90 Vedi la bestia per cui io mi voltai indietro; difendimi (aiutami) da lei, o famoso saggio, poiché mi fa tremare le vene e le arterie (i polsi)». 91-93 «A te è necessario (convien) seguire un diverso percorso», rispose dopo che mi vide in lacrime, «se vuoi uscire salvo da questo luogo selvaggio; 94-99 poiché questa bestia,per cui tu invochi aiuto (gride), non lascia passare nessuno (altrui) per la sua strada, ma l’ostacola tanto che l’uccide; e ha una natura così malvagia e crudele, che non soddisfa mai la sua insaziabile voglia, e dopo il pasto ha più fame di prima. 100-102 Molti sono gli animali con cui si accoppia (ammoglia), e saranno ancora di più, fino a quando verrà il Veltro, che la farà morire con dolore (doglia). 103-105 Questi non si nutrirà né di possedimenti terrieri né di ricchezze (peltro), ma di sapienza, amore e virtù, e la sua origine sarà tra gente umile (tra feltro e feltro). 106-108 Sarà la redenzione (fia salute) di quella umile Italia per cui morirono la giovane Camilla, Eurialo e Turno e Niso per le ferite (ferute). 109-111 Egli inseguirà la lupa per ogni città (villa), finché l’avrà ricacciata nell’Inferno, da dove Lucifero, il primo

là onde 'nvidia prima dipartilla. Ond' io per lo tuo me' penso e discerno che tu mi segui, e io sarò tua guida, e trarrotti di qui per loco etterno; ove udirai le disperate strida, vedrai li antichi spiriti dolenti, ch'a la seconda morte ciascun grida; e vederai color che son contenti nel foco, perché speran di venire quando che sia a le beate genti. A le quai poi se tu vorrai salire, anima fia a ciò più di me degna: con lei ti lascerò nel mio partire; ché quello imperador che là sù regna, perch' i' fu' ribellante a la sua legge, non vuol che 'n sua città per me si vegna. In tutte parti impera e quivi regge; quivi è la sua città e l'alto seggio: oh felice colui cu' ivi elegge!». E io a lui: «Poeta, io ti richeggio per quello Dio che tu non conoscesti, a ciò ch'io fugga questo male e peggio, che tu mi meni là dov' or dicesti, sì ch'io veggia la porta di san Pietro e color cui tu fai cotanto mesti». Allor si mosse, e io li tenni dietro. invidioso, la fece uscire (dipartilla). 112-120 Per cui io per il tuo meglio (me’) ritengo e giudico (discerno) che tu mi debba seguire, e io sarò la tua guida, e ti trarrò in salvo di qui attraverso questo luogo eterno (l’Inferno), dove udrai le grida disperate e vedrai le anime di coloro che soffrono (dolenti) da tempo (antichi), tanto che ognuno ma- ledice (grida) la propria dannazione (la seconda morte); e vedrai coloro che sono felici, anche se nel fuoco (in Purgatorio), perché sperano di giungere, quando sia il tempo (quando che sia), tra le anime beate (in Paradiso). 121-126 Alle quali poi se tu vorrai salire, ci sarà per questo (a ciò) un’anima più degna di me; con lei ti lascerò quando dovrò separarmi da te (nel mio partire); poiché quell’imperatore che regna nei cieli, dal momento che io fui ribelle alla sua legge, non permette che io entri nella sua città. 127-129 Su tutto il creato governa e là (quivi, cioè nel regno delle anime beate, in Paradiso) regge direttamente; là è la sua città e l’alto trono (seggio): felice colui che egli sceglie». 130-136 E io a lui: «Poeta, io ti chiedo, in nome di quel Dio che tu non hai conosciuto, affinché io scampi da questo male o da altro peggiore, che tu mi guidi là dove hai detto ora, così che io veda la porta di san Pietro e coloro che tu dici (fai) essere tanto tristi». Allora si mosse, e io gli tenni dietro. LA FUNZIONE DEL PRIMO CANTO In questo canto Dante pone le basi poetiche e ideologiche di tutto il suo viaggio nei regni dell’oltremondo cristiano: ▸ la concreta situazione narrativa (lo smarrimento nella selva del peccato, l’incontro con le tre fiere, l’incontro con Virgilio) che giustifica e avvia il pellegrinaggio nell’oltretomba; ▸ il significato morale di tutta l’opera (il cammino dell’anima di Dante verso la salvezza diventa esempio di conoscenza ed espiazione per tutti gli uomini); ▸ l’indice, l’annuncio delle tre parti di cui essa sarà costituita (Inferno, Purgatorio, Paradiso). LA STRUTTURA ALLEGORICA Il significato allegorico, cioè il valore morale simboleggiato dalla vicenda narrata, caratterizza tutto il poema e trova in questo canto la sua più importante espressione. Gli episodi di Dante che si perde nella selva, intravede la salvezza oltre un colle ma si vede sbarrare il passo dalle tre fiere, incontra Virgilio e da questi è avviato al viaggio oltremondano, fanno da presupposto a tutta la trama, e rimandano a precisi significati simbolici: la selva è il peccato, il colle con il sole alle spalle è la strada erta che porta alla salvezza in Cristo, le tre fiere sono i vizi che impediscono il procedere di Dante lungo la strada della virtù (la lonza, simbolo della lussuria; il leone, simbolo della superbia; la lupa, simbolo dell’avarizia); Virgilio che si fa guida di Dante è simbolo della conoscenza, che sola può condurre l’anima alla salvezza; il viaggio nell’oltretomba è il viaggio dell’uomo nella propria conoscenza morale per apprendere il bene e il male. LE COSTANTI STRUTTURALI Incontriamo qui per la prima volta alcuni elementi della narrazione che si riveleranno tipologie costanti della costruzione poetica di Dante, specialmente nell’Inferno:

  • l’incontro e il riconoscimento con le anime dei morti (vv. 61-90);
  • le spiegazioni dottrinarie (vv.91-99);
  • le profezie (vv. 100-111). LA FIGURA DI VIRGILIO

CANTO II

Tempo venerdì santo 8 aprile, al tramonto Luogo La diserta piaggia Il leggero pendio iniziale del «colle della Grazia», al limite della selva oscura. Personaggi Dante; Virgilio; Beatrice; la vergine Maria; santa Lucia. Sommario vv. 1-9 Invocazione alle Muse È la sera del venerdì santo del 1300, quando Dante si accinge, solo tra i viventi, ad affrontare il viaggio nel mondo degli Inferi; per avere aiuto nell’ardua impresa di pellegrino e di poeta, egli invoca il sostegno delle Muse e il soccorso della memoria. vv. 10-42 Dubbi e timori di Dante Subito Dante si ferma e rivolge a Virgilio i suoi dubbi e le sue esitazioni rispetto a un viaggio tanto pericoloso e insolito, che solo altissime personalità, quali Enea e s. Paolo, poterono in passato affrontare, giustificate dai fini religiosi e storici che ne dovevano conseguire. vv. 43-114 L’incontro di Virgilio con Beatrice Virgilio, per rimuovere l’incertezza dall’animo del discepolo, gli rivela l’origine e i motivi della sua missione: egli si trovava nel Limbo – dove la giustizia divina lo aveva relegato –, quando venne a pregarlo di offrire il suo aiuto a Dante smarrito la stessa Beatrice, piena di premure e mossa da amorosa trepidazione. Virgilio prosegue il racconto dell’incontro con Beatrice, che gli ha svelato come il destino e la salvezza di Dante fossero stati voluti dalla vergine Maria e da s. Lucia: esse l’avevano convinta a soccorrere il poeta che tanto l’aveva amata e che per questo amore si era elevato dalla mediocrità morale e artistica. vv. 115-142 Esortazione di Virgilio e inizio del viaggio Terminato il racconto, Virgilio sollecita Dante ad abbandonare ogni timore di fronte alla rivelazione del disegno e dell’intervento celeste; Dante si riconforta e si riconferma nella decisione di intraprendere il viaggio e, affidandosi alla guida, si addentra nella selva. 3 6 9 12 15 18 Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno toglieva li animai che sono in terra da le fatiche loro; e io sol uno m’apparecchiava a sostener la guerra sì del cammino e sì de la pietate, che ritrarrà la mente che non erra. O muse, o alto ingegno, or m’aiutate; o mente che scrivesti ciò ch’io vidi, qui si parrà la tua nobilitate. Io cominciai: "Poeta che mi guidi, guarda la mia virtù s’ell’è possente, prima ch’a l’alto passo tu mi fidi. Tu dici che di Silvïo il parente, corruttibile ancora, ad immortale secolo andò, e fu sensibilmente. Però, se l’avversario d’ogne male cortese i fu, pensando l’alto effetto ch’uscir dovea di lui, e ’l chi e ’l quale non pare indegno ad omo d’intelletto; 1-6 Il giorno volgeva al termine (se n’andava) e l’oscurità (aere bruno) sollevava (toglieva) dalle loro fatiche gli esseri animati della terra; ma solo io mi preparavo ad affrontare il travaglio (la guerra) tanto del viaggio quanto dell’angoscia (pietate), che la mia memoria che ricorda tutto (la mente che non erra) descriverà (ritrarrà). 7-9 Aiutatemi ora, o Muse, o nobile intelletto; o memoria (mente) che scrivesti ciò che io ho visto, in questa impresa si dimostrerà il tuo valore. 10-12 Io iniziai (a dire): «O poeta che mi conduci, giudica (guarda) se le mie capacità sono adeguate (possente) prima di affidarmi all’arduo (alto) viaggio (passo). 13-15 Tu racconti che il padre (parente) di Silvio (cioè Enea), mentre era ancora col corpo materiale (corruttibile), si recò nel mondo (secolo) dell'eternità, e vi andò fisicamente. 16-27 Però il fatto che Dio, avversario di ogni male, fu benevolo con lui (i), pensando ai nobili frutti (alto effetto) che dovevano derivare da lui, pensando alla sua persona (’l chi) e alle sue qualità (’l quale), non potrà non apparire degno all’uomo ragionevole, che pensi alle grandi conseguenze che

ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo impero ne l’empireo ciel per padre eletto: la quale e ’l quale, a voler dir lo vero, fu stabilita per lo loco santo u’ siede il successor del maggior Piero. Per quest’andata onde li dai tu vanto, intese cose che furon cagione di sua vittoria e del papale ammanto. Andovvi poi lo Vas d’elezïone, per recarne conforto a quella fede ch’è principio a la via di salvazione. Ma io, perché venirvi? o chi ’l concede? Io non Enëa, io non Paulo sono; me degno a ciò né io né altri ’l crede. Per che, se del venire io m’abbandono, temo che la venuta non sia folle. Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono". E qual è quei che disvuol ciò che volle e per novi pensier cangia proposta, sì che dal cominciar tutto si tolle, tal mi fec’ïo ’n quella oscura costa, perché, pensando, consumai la ’mpresa che fu nel cominciar cotanto tosta. "S’i’ ho ben la parola tua intesa", rispuose del magnanimo quell’ombra, "l’anima tua è da viltade offesa; la qual molte fïate l’omo ingombra sì che d’onrata impresa lo rivolve, come falso veder bestia quand’ombra. Da questa tema acciò che tu ti solve, dirotti perch’io venni e quel ch’io ’ntesi nel primo punto che di te mi dolve. Io era tra color che son sospesi, e donna mi chiamò beata e bella, tal che di comandare io la richiesi. Lucevan li occhi suoi più che la stella; e cominciommi a dir soave e piana, con angelica voce, in sua favella: "O anima cortese mantoana, di cui la fama ancor nel mondo dura, e durerà quanto ’l mondo lontana, l’amico mio, e non de la ventura, ne la diserta piaggia è impedito sì nel cammin, che vòlt’è per paura; e temo che non sia già sì smarrito, ch’io mi sia tardi al soccorso levata, per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito. dovevano procedere da lui; poiché egli fu prescelto nel cielo Empireo come padre della santa Roma e del suo Impero, la quale Roma e il quale Impero, a dir la verità, furono destinati a essere la santa sede del successore del sommo (maggior) Pietro (cioè dei papi e del papato). Per mezzo di questo viaggio per cui tu gli rendi onore (vanto), apprese cose che furono motivo della sua vittoria e della dignità papale (papale ammanto). 28-30 In seguito vi andò s.Paolo, Vaso di elezione, per riportarne sostegno a quella fede che è fondamento (principio) alla via per la salvezza. 31-36 Ma io, con quale diritto (perché) venire in questo luogo? e chi lo permette? Io non sono Enea, non Paolo; né io né alcun altro mi crede degno di questo. Perciò, se decido senza riflettere riguardo (del) il venire, temo che la mia andata sia temeraria (folle). Tu sei saggio; comprendi meglio (me’) di quanto io non sappia esprimere». 37-42 E come colui che non vuole più (disvuol) ciò che aveva voluto e cambia intenzione in seguito a nuove riflessioni, così che si distoglie completamente (tutto si tolle) da ciò che stava per intraprendere, così diventai io in quell’oscuro pendio, poiché esaurii, nel pensiero, il viaggio che fu nel suo inizio tanto veloce. 43-48 «Se ho ben capito il tuo discorso (parola)» rispose l’anima (ombra) di quel magnanimo, «il tuo cuore è sopraffatto (offesa) dalla viltà; questa molte volte ostacola (ingombra) l’uomo, così da farlo recedere (rivolve) da un’impresa onorevole, come una falsa visione (fa recedere) un animale quando si spaventa. 49-51 Affinché ti liberi (solve) da questo timore (tema), ti dirò perché sono venuto e che cosa ho inteso nel primo momento in cui provai dolore (dolve) per te. 52-54 Io mi trovavo tra le anime del Limbo (color che son sospesi), quando fui chiamato da una donna santa e bella, tanto che la pregai di darmi ordini. 55-57 I suoi occhi brillavano più di una stella; e iniziò a dirmi, con angelica voce, nel suo modo di parlare (favella) dolce (soave) e pacato (piana): 58-66 – O cortese anima mantovana, la cui fama si perpetua ancora sulla terra e sopravvivrà a lungo (lontana) quanto il mondo terreno, colui che mi amò (l’amico mio), e non per interesse (de la ventura), si trova sulla spiaggia deserta tanto ostacolato nel cammino, che per la paura sta tornando indietro; e temo sia già così sperduto, che io mi sia mossa in suo soccorso troppo tardi, per quanto ho sentito in Paradiso di lui.

fidandomi del tuo parlare onesto, ch’onora te e quei ch’udito l’ hanno". Poscia che m’ebbe ragionato questo, li occhi lucenti lagrimando volse, per che mi fece del venir più presto. E venni a te così com’ella volse: d’inanzi a quella fiera ti levai che del bel monte il corto andar ti tolse. Dunque: che è perché, perché restai, perché tanta viltà nel core allette, perché ardire e franchezza non hai, poscia che tai tre donne benedette curan di te ne la corte del cielo, e ’l mio parlar tanto ben ti promette?". Quali fioretti dal notturno gelo chinati e chiusi, poi che ’l sol li ’mbianca, si drizzan tutti aperti in loro stelo, tal mi fec’io di mia virtude stanca, e tanto buono ardire al cor mi corse, ch’i’ cominciai come persona franca: "Oh pietosa colei che mi soccorse! e te cortese ch’ubidisti tosto a le vere parole che ti porse! Tu m’ hai con disiderio il cor disposto sì al venir con le parole tue, ch’i’ son tornato nel primo proposto. Or va, ch’un sol volere è d’ambedue: tu duca, tu segnore e tu maestro". Così li dissi; e poi che mosso fue, intrai per lo cammino alto e silvestro. l’hanno ascoltata –. 115-120 Dopo avermi detto (ragionato) questo, distolse gli occhi che brillavano per il pianto, e con questo mi rese ancor più sollecita (presto) nell’ac- correre. E giunsi da te, come lei desiderava (volse): ti portai via dal cospetto di quell’animale (la lonza) che ti ostacolò (ti tolse) il cammino più breve su per il monte soave. 121-126 E allora: che c’è? perché rimani fermo (restai)? perché accogli (allette) tanta viltà nel tuo cuore? perché ti vengono meno coraggio e sicurezza, dopo aver saputo (poscia che) che tre donne sante di tanta nobiltà (tai) si prendono cura di te, lassù nel regno del Paradiso, e le mie parole ti promettono una così grande felicità?». 127-132 Come i piccoli fiori, reclinati e chiusi dal freddo della notte, non appena la luce del sole li illumina, si alzano sul loro stelo completamente (tutti) dischiusi, così divenni io rispetto al mio co- raggio incerto, e mi scese (corse) in cuore tanto attivo ardore che cominciai a dire come persona riconfortata (franca): 133-135 «Omisericordiosaleichemivenneinaiu- to! e nobile (cortese) tu che subito obbedisti alle parole veritiere (le vere parole) che ti disse! 136-138 Con le tue parole mi hai reso il cuore così desideroso e disposto ad affrontare il viaggio (venir), che io sono di nuovo del primo proposito. 139-142 Procedi dunque, che unica è la volontà di entrambi: tu sarai la mia guida, il mio signore, il mio maestro». In questo modo parlai; e non appena egli si mosse, lo seguii nel cammino arduo e selvaggio. IL DESTINO ECCEZIONALE DI DANTE Dopo l’introduzione narrativa del primo canto, questo secondo canto costituisce una sorta di proemio che spiega il significato personale e insieme sacro del viaggio di Dante. Si tratta di un’esperienza eccezionale, che preannuncia un fine altrettanto eccezionale: egli sarà infatti il terzo uomo a penetrare i misteri dell’oltretomba, dopo personaggi quali Enea e s. Paolo. A determinare il suo cammino di salvezza si è mossa la volontà divina, attraverso l’intercessione della Vergine e l’intervento diretto di s. Lucia e Beatrice, anime somme fra i beati. «IO NON ENEA, IO NON PAULO SONO» Per esprimere i propri dubbi e timori a intraprendere il cammino nei regni dei morti, Dante fa riferimento a due celebri predecessori: l’eroe troiano Enea, la cui discesa nell’Ade è narrata dallo stesso Virgilio nell’Eneide, e s. Paolo, che nella sua Seconda lettera ai Corinzi dichiara di essere stato assunto al terzo cielo. Si tratta di due esempi illustri, tanto più perché da loro sarebbero derivati i due sommi poteri del tempo, l’Impero e la Chiesa. La domanda di Dante su come lui possa condividere la stessa esperienza è umile solo in apparenza: in effetti sottintende la convinzione che anche il proprio viaggio rivesta importanza eccezionale. IL TEMA ALLEGORICO: LE TRE DONNE BENEDETTE A intervenire per la salvezza di Dante, in pericolo di rovinare nella selva del peccato, sono tre donne celesti: la Vergine, s. Lucia e Beatrice. L’intercessione della Vergine imprime un sigillo di alta sacralità al destino di Dante, ed è la prima testimonianza del suo culto mariano, che costituisce uno dei temi religiosi dell’opera: troverà definitiva sanzione proprio nell’ultimo canto del Paradiso. Meno evidenti i motivi della scelta di s. Lucia: la devozione per la santa protettrice degli occhi si può forse collegare all’importanza che Dante attribuisce al senso della vista, oltre che a una

personale grave malattia. Di Beatrice diremo al punto successivo. Le tre donne benedette hanno valore simbolico: Maria è la Grazia preveniente, Lucia la Grazia illuminante, Beatrice la Grazia operante. L’APPARIZIONE DI BEATRICE Dal punto di vista strutturale, l’apparizione di Beatrice, oltre alla funzione immediata di mandare Virgilio in aiuto al poeta, diventa preannuncio dello scopo finale del viaggio, quando con la sua guida Dante potrà salire al Paradiso e giungere alla visione di Dio. Dal punto di vista psicologico e autobiografico, è da notare la commozione di Beatrice per il suo amico in pericolo e la nuova lena che sospinge il poeta al cammino, sapendo che potrà ricongiungersi con lei: la tensione affettivo-amorosa conferisce concretezza poetica anche ai significati allegorici. Dal punto di vista stilistico, il dialogo tra Beatrice e Virgilio, che pure si svolge all’Inferno, propone espressioni e sentimenti che appartengono alla sensibilità stilnovistica (cfr. vv. 52 sgg.). IL TEMA DOTTRINARIO: IL DUBBIO DI VIRGILIO Nel colloquio con Beatrice, dopo aver promesso il proprio intervento in aiuto a Dante, Virgilio esprime un dubbio che può suscitare qualche perplessità (vv. 82 sgg.): non teme Beatrice, anima beata, di discendere all’Inferno? In realtà si tratta del primo esempio di quelle questioni dottrinarie che costituiscono gran parte della poetica dell’opera: la Commedia è innanzitutto poema religioso e didascalico e si rivelerà come un’enciclopedia in versi della religiosità medievale. Beatrice, simbolo della dottrina teologica, così risponde: si deve temere solo ciò che può far male, e uno spirito che ha ricevuto da Dio la beatitudine eterna non può temere nulla dai luoghi dannati. Poco dopo (vv. 100-102) Beatrice ci anticipa una visione del Paradiso, così come lo descriverà Dante negli ultimi canti dell’opera: lei assisa a fianco della biblica Rachele nell'anfiteatro celeste, tra i sommi spiriti contemplativi. Su questo squarcio di futura beatitudine prende slancio la discesa agli inferi. L’INCIPIT DEL CANTO Il canto si apre (vv. 1-6) con l’immagine lirica del mondo pacificamente addormentato nel riposo notturno, in contrasto con la veglia tormentata di Dante, in procinto di affrontare i grandi pericoli del viaggio tra i dannati. La situazione descritta riprende un topos letterario classico, presente anche in Virgilio (Aen. vi, 295-332), e che ritornerà in molti autori dopo Dante (cfr. Ariosto, Orlando furioso viii, 79). L’INVOCAZIONE ALLE MUSE Ai versi 7-9 leggiamo l’appello di Dante alle Muse, per ottenere l’ispirazione divina nel lavoro artistico. Si tratta di un’invocazione sintetica, un ossequio appena accennato ai canoni tradizionali del proemio epico. Ma è comunque da tener presente, soprattutto in parallelo con i più significativi proemi delle altre due cantiche.

Cerbero, fiera crudele e diversa, con tre gole caninamente latra sovra la gente che quivi è sommersa. Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra, e ’l ventre largo, e unghiate le mani; graffia li spirti ed iscoia ed isquatra. Urlar li fa la pioggia come cani; de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo; volgonsi spesso i miseri profani. Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo, le bocche aperse e mostrocci le sanne; non avea membro che tenesse fermo. E ’l duca mio distese le sue spanne, prese la terra, e con piene le pugna la gittò dentro a le bramose canne. Qual è quel cane ch’abbaiando agogna, e si racqueta poi che ’l pasto morde, ché solo a divorarlo intende e pugna, cotai si fecer quelle facce lorde de lo demonio Cerbero, che ’ntrona l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde. Noi passavam su per l’ombre che adona la greve pioggia, e ponavam le piante sovra lor vanità che par persona. Elle giacean per terra tutte quante, fuor d’una ch’a seder si levò, ratto ch’ella ci vide passarsi davante. «O tu che se’ per questo ’nferno tratto», mi disse, «riconoscimi, se sai: tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto». E io a lui: «L’angoscia che tu hai forse ti tira fuor de la mia mente, sì che non par ch’i’ ti vedessi mai. Ma dimmi chi tu se’ che ’n sì dolente loco se’ messo, e hai sì fatta pena, che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente». Ed elli a me: «La tua città, ch’è piena d’invidia sì che già trabocca il sacco, seco mi tenne in la vita serena. Voi Cittadini mi chiamaste Ciacco per la dannosa colpa de la gola, come tu vedi, a la pioggia mi fiacco. E io anima trista non son sola, ché tutte queste a simil pena stanno per simil colpa». E più non fé parola. Io li rispuosi: «Ciacco, il tuo affanno mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ’nvita; 13-21 Cerbero, animale crudele e mostruoso (diversa), con le sue tre teste (gole) latra come un cane sulla gente che è qui sommersa. Ha gli occhi rossi, la barba sudicia e nera (atra), il ventre largo e le zampe (mani) con artigli (unghiate); graffia le anime e le scuoia (iscoia) e le squarta. La pioggia le costringe a urlare come cani; cercano di ripararsi (fanno … schermo) un fianco con l’altro; si rigirano spesso quei miserabili peccatori (profani). 22-24 Quando Cerbero, l’orrendo mostro (gran vermo), ci scorse, aprì le bocche e ci mostrò le fauci (le sanne); non c’era membro che non tremasse. 25-27 Allora la mia guida allungò le mani (spanne), prese della terra, e con i pugni colmi la gettò nelle gole (canne) affamate. 28-33 Come il cane che latra per la brama del cibo, e si quieta quando addenta il pasto, poiché è tutto intento a divorarlo e a questo soltanto s’affatica (pugna), così divennero quelle sudicie facce del demonio Cerbero, che stordisce (’ntrona) le anime tanto che vorrebbero esser sorde. 34-39 Noi camminavamo su quelle ombre che la greve pioggia opprime (adona), e posavamo i piedi sopra i loro spiriti impalpabili (vanità) che hanno parvenze corporee. Esse giacevano tutte distese a terra, eccetto una che si levò a sedere, appena (ratto) ci vide passare dinanzi. 40-42 «O tu che sei condotto per questo Inferno», mi disse, «riconoscimi, se sei in grado: tu nascesti (fosti ... fatto), prima che io morissi (disfatto)». 43-48 E io a lui: «La tua pena (L’angoscia che tu hai) forse ti cancella dalla mia mente, tanto che non mi sembra di averti mai visto. Ma dimmi chi sei tu che ti trovi in questo luogo così doloroso, e patisci una sofferenza tale di cui, anche se ce n’è di maggiori (maggio), nessuna è tanto odiosa». 49-54 Ed egli a me: «La tua città (Firenze), che è così colma di invidia da superare ogni limite (trabocca il sacco), mi tenne con sé durante la dolce vita. Voi cittadini mi chiamaste Ciacco: per il mio maledetto vizio della gola, come tu puoi vedere, vengo fiaccato sotto questa pioggia. 55-57 E io anima colpevole (trista) non sono qui da sola, poiché tutte queste altre soffrono la stessa condanna per la mia stessa colpa». E non pronunciò più altro. 58-63 Io gli risposi: «Ciacco, il tuo dolore (affanno) mi pesa tanto che mi spinge al pianto; ma dimmi, se lo sai, a cosa

ma dimmi, se tu sai, a che verranno li cittadin de la città partita; s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione per che l’ ha tanta discordia assalita». E quelli a me: «Dopo lunga tencione verranno al sangue, e la parte selvaggia caccerà l’altra con molta offensione. Poi appresso convien che questa caggia infra tre soli, e che l’altra sormonti con la forza di tal che testé piaggia. Alte terrà lungo tempo le fronti, tenendo l’altra sotto gravi pesi, come che di ciò pianga o che n’aonti. Giusti son due, e non vi sono intesi; superbia, invidia e avarizia sono le tre faville c’ hanno i cuori accesi». Qui puose fine al lagrimabil suono. E io a lui: «Ancor vo’ che mi ’nsegni e che di più parlar mi facci dono. Farinata e ’l Tegghiaio, che fuor sì degni, Iacopo Rusticucci, Arrigo e ’l Mosca e li altri ch’a ben far puoser li ’ngegni, dimmi ove sono e fa ch’io li conosca; ché gran disio mi stringe di savere se ’l ciel li addolcia o lo ’nferno li attosca». E quelli: «Ei son tra l’anime più nere; diverse colpe giù li grava al fondo: se tanto scendi, là i potrai vedere. Ma quando tu sarai nel dolce mondo, priegoti ch’a la mente altrui mi rechi: più non ti dico e più non ti rispondo». Li diritti occhi torse allora in biechi; guardommi un poco e poi chinò la testa: cadde con essa a par de li altri ciechi. E ’l duca disse a me: «Più non si desta di qua dal suon de l’angelica tromba, quando verrà la nimica podesta: ciascun rivederà la trista tomba, ripiglierà sua carne e sua figura, udirà quel ch’in etterno rimbomba». Sì trapassammo per sozza mistura de l’ombre e de la pioggia, a passi lenti, toccando un poco la vita futura; per ch’io dissi: «Maestro, esti tormenti crescerann’ei dopo la gran sentenza, o fier minori, o saran sì cocenti?». giungeranno i cittadini della città divisa (partita); se c’è qualcuno giusto; e dimmi il motivo (la cagione) per cui tanta discordia l’ha assalita». 64-66 E quegli a me: «Dopo una lunga contesa, faranno scorrere il sangue, e la fazione selvaggia caccerà l’altra con molto danno (offensione). 67-72 Poi questa (la parte bianca) cadrà dopo tre anni (tre soli), e l’altra (la parte nera) prenderà il sopravvento con l’aiuto di una persona (papa Bonifacio VIII) che adesso si destreggia (piaggia). Terrà alta la fronte per lungo tempo, opprimendo la parte bianca con duri provvedimenti (pesi), per quanto essa si addolori e si sdegni (n’aonti). 73-75 Vi sono solo due giusti, ma non vengono ascoltati; la superbia, l’invidia e l’avarizia sono le tre scintille che hanno infiammato i cuori». 76-78 Qui interruppe le parole dolorose (lagrimabil suono). E io a lui: «Voglio ancora che mi dica, e che mi conceda (facci dono) di parlare un altro poco. 79-84 Farinata e il Tegghiaio, uomini sì degni in vita, Iacopo Rusticucci, Arrigo e il Mosca e gli altri che posero il loro ingegno nel perseguire il bene, dimmi dove sono e fa’ in modo che possa sapere di loro (li conosca); poiché mi spinge un gran desiderio di sapere se il Paradiso li rende beati o l’Inferno li tormenta (attosca)». 85-87 E quegli a me: «Essi sono tra le anime più malvagie (nere); colpe diverse li precipitano nell’Inferno più profondo; se scenderai ancora, là li potrai trovare. 88-90 Ma quando tu tornerai sulla dolce terra, ti prego che mi riporti al ricordo degli altri (a la mente altrui mi rechi): non ti dico più altro, e non ti rispondo più». 91-93 Stravolse (torse … in biechi) allora gli occhi fissi (diritti); mi guardò un poco e poi chinò il capo: con esso ripiombò giù insieme agli altri dannati (ciechi). 94-99 E la guida mi disse: «Non si leverà più fino al suono della tromba angelica (cioè: nel giorno del Giudizio universale), quando verrà il giudice nemico (Dio, nimica podesta verso i peccatori): ciascuno rivedrà la sua triste tomba, riprenderà il corpo e le sembianze, sentirà quella sentenza che risuonerà in eterno». 100-105 Attraversammo così quella sozza mistura di pioggia e di spiriti, lentamente, parlando un poco della vita ultraterrena; per cui io dissi: «Maestro, questi tormenti aumenteranno dopo il giudizio finale (la gran sentenza), oppure saranno (fier) minori, o rimarranno ugualmente terribili (cocenti)?».

di uno dei primi esempi di quella tematica escatologica e teologica che si accentuerà nel cor- so dell’opera e che ne costituisce una delle anime ideologiche principali: la Divina Commedia, infatti, vuole essere innanzitutto un poema religioso e Dante si vuole presentare anche come teologo.

CANTO XXXIV

Tempo sabato 9 aprile 1300, le sette pomeridiane circa; dopo il passaggio nell’emisfero australe, le sette di mattina Personaggi Dante; Virgilio; Lucifero; Giuda; Bruto; Cassio. Luogo CERCHIO IX: traditori Il fondo dell’Inferno è un lago ghiacciato alimentato dal fiume Cocito e suddiviso in quattro zone: Caina, Antenora, Tolomea e Giudecca. Peccatori Traditori dei benefattori Sono coloro che ingannano e provocano danni a persone e istituzioni a cui è affidata la felicità e la salvezza del genere umano. Pena e contrappasso Sono peccatori che hanno freddamente premeditato il loro delitto e si sono mostrati completamente avversi al calore della carità. Per questo sono immersi nel ghiaccio. Nella Giudecca, i traditori sono confitti interamente nel ghiaccio, da cui traspaiono come una pagliuzza imprigionata nel vetro. Stanno in posizioni diverse: o distesi o eretti o a capofitto o rovesciati all’indietro. Poiché ogni pur minima parvenza di umanità è esclusa, essi non possono comunicare in nessun modo. La loro condizione è il silenzio assoluto. Sommario vv. 1-67 Lucifero Entrati nell’ultima zona di Cocito, Virgilio annuncia a Dante che stanno avanzando le insegne del re dell’Inferno. Al poeta appare una macchina gigantesca, simile a un mulino a vento che si intravede nella nebbia o nel buio della sera. A essa si accompagna un grande vento. Nella zona in cui sono giunti i due poeti, la Giudecca, i dannati sono interamente immersi nel ghiaccio, anche se in posizioni diverse. Giunti in prossimità della macchina gigantesca, Virgilio si sposta e mette Dante nella condizione di vedere Lucifero che prorompe spaventoso dal ghiaccio in cui sta infisso dal petto in su, smisurato. Ha una testa enorme composta da tre facce di diverso colore, e sotto ognuna delle facce spuntano due gigantesche ali da pipistrello, che muovendosi provocano il vento capace di ghiacciare Cocito. I sei occhi versano lacrime che si mescolano al sangue gocciolante dalle tre bocche in atto di maciullare un peccatore diverso: Giuda, Bruto e Cassio. Giuda ha il capo nella bocca centrale di Lucifero e dimena le gambe di fuori; la schiena viene scorticata dalle terribili unghie del suo carnefice. vv. 68-87 Discesa e risalita lungo il corpo di Lucifero Ormai vicini alla notte, è ora di ripartire. Dante si aggrappa al collo di Virgilio, il quale coglie il momento in cui le ali di Lucifero si aprono, si afferra alle costole pelose e scende all’altezza dell’anca. Qui, ansimando, compie una mezza rotazione e poi comincia a risalire fino a deporre Dante sull’orlo di una grotta, che a sua volta raggiunge. vv. 88-139 Dal centro della terra all’aria aperta Il poeta, nel punto in cui è stato deposto, crede di vedere ancora Lucifero come lo ha visto prima e invece ne vede le gambe volte all’insù, e non riesce a darsene ragione. Virgilio lo esorta a riprendere il cammino perché è ormai mattina e il tragitto è ancora lungo. Ma Dante chiede spiegazioni: dove sia Cocito, perché Lucifero stia a capofitto, come mai in così poco tempo si sia passati dalla sera al mattino. Virgilio risponde che è stato varcato il centro della terra, che essi sono ormai giunti all’emisfero australe e che qui è mattino dove nell’emisfero boreale è sera. Quanto a Lucifero, egli sta in quella posizione perché quando venne cacciato dal cielo, precipitò dalla parte dell’emisfero australe. La terra si ritirò ed emerse dall’emisfero opposto. Essendosi Lucifero conficcato nel centro della terra, ne nacque un vuoto (la natural burella), che emerse e formò la montagna dell’Eden. Attraverso la grotta naturale, Dante e Virgilio percorrono un sentiero nascosto, uscendo a riveder le stelle. 3 6 9 "Vexilla regis prodeunt inferni verso di noi; però dinanzi mira", disse ’l maestro mio, "se tu ’l discerni". Come quando una grossa nebbia spira, o quando l’emisperio nostro annotta, par di lungi un molin che ’l vento gira, veder mi parve un tal dificio allotta; poi per lo vento mi ristrinsi retro al duca mio, ché non lì era altra grotta. 1-3 Virgilio disse: «Avanzano verso di noi le insegne del re dell’Inferno; perciò guarda attentamente (mira) davanti se riesci a scorgerlo». 4-9 Come quando si diffonde (spira) una fitta (grossa) nebbia, o quando il nostro emisfero si fa buio, appare di lontano un mulino a vento, mi sembrò allora (allotta) di vedere un’enorme macchina (un tal dificio); poi a causa del vento mi riparai (mi ristrinsi) dietro la mia guida, poiché lì non c’era un altro rifugio (grotta).