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Annah Harendt, Vita Activa, Sintesi del corso di Filosofia Politica

riassunto integrale di Vita Activa, contenuto nel programma di storia della filosofia politica unimi 2024-2025

Tipologia: Sintesi del corso

2024/2025

Caricato il 08/05/2025

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HANNAH ARENDT, VITA ACTIVA
PROLOGO
Con il primo invio di un razzo verso lo spazio si verifica il primo distacco dell’uomo dalla terra
L’uomo quindi, separandosi dalla terra, fugge dalle proprie condizioni;
questo fatto ha un’assoluta rilevanza politica: vogliamo che la scienza
proceda in questa direzione?
Ciò che ha spinto l’umanità in questa direzione è quello che
può essere definito il “processo scientifico”. Vi è però un
paradosso: la scienza decide i fini dell’umanità parlando un
linguaggio che si è distaccato, ed è perciò quasi
incomprensibile, dal linguaggio comune
Politica e scienza appartengono quindi a due dimensioni
differenti; è un po’ come se stiamo andando a stabilirci nello
spazio senza rendercene conto
Arendt quindi definisce a pieno titolo questo fatto un’alienazione.
Scopo di Vita activa è stabilire quando e come si è venuta a creare
questa alienazione
1. LA VITA ACTIVA E LA CONDIZIONE UMANA
La vita activa indica una delle tre attività fondamentali dell’uomo:
a. L’attività lavorativa: indica la dimensione del lavoro attraverso cui l’uomo fa fronte ai
propri bisogni biologici
b. L’operare: dimensione non-naturale. L’opera è qualcosa di creato dall’uomo attraverso il
lavoro, è il prodotto del lavoro. Alla dimensione dell’operare appartengono le esistenze
degli oggetti. Per questo dice Arendt, è quella dimensione detta “l’essere-nel-mondo”, in
un mondo fatto di oggetti noti e dotati di un significato
c. L’azione (o appunto la vita activa): Corrisponde all’abitare il mondo insieme ad altri uomini,
è per questo la condizione dell’attività politica.
Tutte e 3 queste condizioni sono connesse alla fondamentale caratteristica biologica
dell’uomo: la vita e la morte
Il lavoro vi è connesso perché attraverso di esso l’uomo provvede alla sopravvivenza di
sé come individuo ed a quella della specie
L’operare permette di creare un mondo di cose che trascende la semplice vita
individuale di chi ha creato quelle cose; grazie alle cose del mondo gli uomini si
mantengono in un rapporto di permanenza e continuità con il mondo
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HANNAH ARENDT, VITA ACTIVA

PROLOGO

Con il primo invio di un razzo verso lo spazio si verifica il primo distacco dell’uomo dalla terra ↓ L’uomo quindi, separandosi dalla terra, fugge dalle proprie condizioni; questo fatto ha un’assoluta rilevanza politica: vogliamo che la scienza proceda in questa direzione? ↓ Ciò che ha spinto l’umanità in questa direzione è quello che può essere definito il “processo scientifico”. Vi è però un paradosso: la scienza decide i fini dell’umanità parlando un linguaggio che si è distaccato, ed è perciò quasi incomprensibile, dal linguaggio comune ↓ Politica e scienza appartengono quindi a due dimensioni differenti; è un po’ come se stiamo andando a stabilirci nello spazio senza rendercene conto ↓ Arendt quindi definisce a pieno titolo questo fatto un’ alienazione. Scopo di Vita activa è stabilire quando e come si è venuta a creare questa alienazione

  1. LA VITA ACTIVA E LA CONDIZIONE UMANA La vita activa indica una delle tre attività fondamentali dell’uomo: a. L’attività lavorativa: indica la dimensione del lavoro attraverso cui l’uomo fa fronte ai propri bisogni biologici b. L’operare: dimensione non-naturale. L’opera è qualcosa di creato dall’uomo attraverso il lavoro, è il prodotto del lavoro. Alla dimensione dell’operare appartengono le esistenze degli oggetti. Per questo dice Arendt, è quella dimensione detta “l’essere-nel-mondo”, in un mondo fatto di oggetti noti e dotati di un significato c. L’azione (o appunto la vita activa): Corrisponde all’abitare il mondo insieme ad altri uomini, è per questo la condizione dell’attività politica. ↓ Tutte e 3 queste condizioni sono connesse alla fondamentale caratteristica biologica dell’uomo: la vita e la morte ↓ Il lavoro vi è connesso perché attraverso di esso l’uomo provvede alla sopravvivenza di sé come individuo ed a quella della specie ↓ L’operare permette di creare un mondo di cose che trascende la semplice vita individuale di chi ha creato quelle cose; grazie alle cose del mondo gli uomini si mantengono in un rapporto di permanenza e continuità con il mondo ↓

L’azione, come l’opera, sopravvive alla morte in quanto forma e mantiene gli istituti politici, la forma delle relazioni umane e costituisce quindi la condizione per il ricordo e per la storia ↓ Questa dimensione ha il più stretto rapporto con il fatto della natalità: un neonato al mondo è da subito inserito in un mondo fatto di relazioni che precede la sua nascita ↓ In questo senso si dice che la vita di ogni essere umano è condizionata: condizionata da un mondo di cose e da un mondo di relazioni ↓ Eppure l’unica modalità che ha un uomo per manifestare la propria esistenza individuale agli occhi degli altri, o in altre parole, per entrare a far parte di questo mondo, è quella di creare qualcosa di nuovo a partire da questo suo fondamentale condizionamento ↓ Questo produrre qualcosa di nuovo consiste nell’azione ↓ È questa implicita ed ineliminabile capacità di azione che rende gli uomini difficili da definire, perché sono sì condizionati ma sono sempre anche oltre le proprie condizioni ↓ Infatti non esiste alcuna condizione che caratterizza l’uomo in maniera assoluta

  1. VITA ACTIVA Concetto che ha le sue origini nel processo a Socrate, ovvero il primo esempio dell’individuo che entra in conflitto con la polis; si sviluppa poi lungo tutto il corso della storia fino a giungere a Karl Marx ↓ Il significato di “Vita activa” coincide con quello aristotelico di bios politikos ↓ Era collocato da Aristotele nel mezzo di altri due modi di vita:
  • Quello dello schiavo che deve lavorare per vivere
  • Quello del filosofo che, libero da ogni altra preoccupazione, si dedica alla contemplazione delle cose eterne ↓ Quest’idea della contemplazione ha infatti le sue radici nel pensiero di Platone, il processo a Socrate rappresenta alla

perciò ha che fare con il mondo della storia, il mondo dello scorrere del tempo, ma con una realtà distaccata quale è il mondo delle idee ↓ Pertanto la dimensione dell’eternità è accessibile solamente a colui che si ritira dal mondo, a colui che esce dalla caverna. Da qui l’idea che il filosofo è solo in quanto abita un mondo separato dagli altri uomini, abitanti invece il mondo comune ↓ Politicamente parlando, in quanto è un cessare d’essere tra gli uomini, la vita del filosofo è una vita morta ↓ Una possibile spiegazione di questa scoperta socratica può essere data dallo scetticismo nei confronti dell’effettiva immortalità della polis ↓ Per garantirsi dunque una permanenza nel mondo, Platone si ritira dalla politica per rifugiarsi nella ragione o nella verità ↓ La caduta dell’Impero Romano fu quindi letta da questo genere di pensiero come la dimostrazione che nessuna opera umana può ambire all’immortalità; questo rafforzò l’istituzione del cristianesimo come culto esclusivo dell’Occidente

  1. L’uomo: animale sociale o politico Cose e uomini acquisiscono il proprio significato per il fatto di essere in mezzo agli altri uomini ↓ La condizione d’esistenza della vita umana è infatti l’esistenza di un mondo che attesti la presenza di altri ↓ Un uomo che operasse da solo sarebbe quindi un uomo impegnato esclusivamente nella natura, alla stessa maniera degli animali ↓ Invece poiché l’uomo agisce, lo fa necessariamente nei confronti di altri esseri umani ↓ Questa relazione tra l’azione e l’essere insieme degli uomini giustifica la definizione aristotelica dell’uomo come zoon politikon ↓ Comunemente tradotto come animale sociale. Il concetto di società è però un concetto romano che indica un’alleanza particolare tra uomini diretta ad un fine specifico (in latino societas) ↓

Quindi Aristotele probabilmente per vita insieme degli uomini intendeva qualcosa di simile: una capacità umana come un’associazione naturale per cui gli uomini si uniscono per fare fronte comune contro le esigenze della loro vita biologica, nella stessa maniera in cui lo fanno gli animali ↓ Arendt sostiene invece che questa innata facoltà umana al vivere insieme non ha nulla a che vedere con la condizione naturale dell’uomo ↓ Con la nascita della polis, il cittadino era come se si iscrivesse nell’ordine di una nuova natura da porre accanto a quella semplicemente biologica: il proprio bios politikos ↓ Con la sua introduzione il cittadino appartiene a due ordini di esistenza ↓ Quest’idea trova le proprie radici già nel pensiero pre-socratico: Nell’Antigone ad es. si legge che la capacità di pronunciare “parole grandi” è ciò che permette agli uomini di rispondere ai colpi degli dei ↓ Dunque, da una parte viene posta la parola come risultato del pensiero, dall’altra la muta violenza naturale ↓ Con la progressiva degenerazione della polis la parola, da strumento per rispondere, per ribattere e per reagire a ciò che accade, si trasforma in mero strumento di persuasione, venendo così a perdere il suo significato essenziale ↓ L’uomo di Arendt, diversamente dallo zoon politikon, è quindi un animale politico, capace cioè di parlare e di persuadere rinunciando alla violenza ↓ Ed è attraverso la violenza che Arendt introduce un’ulteriore distinzione:

  1. LA POLIS E LA SFERA DOMESTICA La distinzione tra una sfera domestica ed una sfera politica corrisponde a quella tra privato e pubblico ↓ Distinzione che ha origine con la nascita della polis. La polis come nuovo modello di vita in comune si opponeva alla vita meramente individuale e pre-politica ↓

La casa si governa attraverso la violenza, poiché la natura costringe l’uomo alla violenza. Il lavoro infatti non è altro che la fatica impiegata ad alterare una condizione naturale che senza di essa sarebbe dominante ↓ Attraverso il dominio e la forza si doma la necessità e ci si libera ↓ Usciti da dominatori dalle proprie case, i cittadini si presentavano poi nell’assemblea in una perfetta condizione di uguaglianza ↓ Esser liberi significa quindi non governare e non essere governati ↓ Lo stato di natura, inteso come la condizione in cui l’uomo è immerso nella fatica del lavoro, è quindi l’opportunità che ha ciascuno per conquistare la propria libertà, per soddisfare la propria esistenza biologica ↓ Nulla ha a che vedere con lo stato di natura del giusnaturalismo che è invece definito come una condizione cui bisogna rifuggire attraverso la società ↓ Nel mondo moderno invece la politica è a servizio della società (intesa come associazione semplice tra uomini), e così l’azione, il discorso ed il pensiero sono sovrastrutture determinate in primo luogo da interessi sociali ↓ Con la modernità è scomparsa la distanza tra la vita domestica privata e la vita politica pubblica ↓ L’ambito domestico di ciascuno è diventata la società, non esiste più uno spazio veramente privato. ↓ Ultimo teorico che ha tentato di recuperare l’antica autonomia e dignità della politica è stato Machiavelli ↓ Parla infatti dell’ascesa del Principe dalla vita privata al principato, cioè dalla gestione dei propri affari alla gloria delle grandi gesta ↓ Elemento che egli definisce come essenziale alla politica è il coraggio, ovvero la messa a rischio della propria vita. Quale vita? Quella privata, quella che attraverso la fatica ha portato l’uomo alla libertà; la stessa libertà attraverso cui poi si combatte nell’ambito politico

La semplice permanenza nella dimensione biologica, il semplice desiderio di volersi mantenere in vita non è una virtù politica poiché impedisce la libertà il cui unico vero luogo di realizzazione è la pubblica piazza

  1. L’AVVENTO DELLA SFERA SOCIALE Ciò che oggi chiamiamo proprietà privata non ha alcun precedente nei periodi antecedenti l’età moderna ↓ Quello che chiediamo alla proprietà privata è il rispetto della privacy. ↓ Sta su un piano diverso rispetto alla proprietà privata (possibile in relazione allo spazio pubblico), si riferisce infatti ad uno spazio di privazione dalla società ↓ Dunque: proprietà privata/spazio pubblico; privacy/società ↓ Primo teorico della Privacy è Rousseau che ne pensò il concetto non in relazione ad un’invasione dello stato ma della società ↓ Attraverso l’imposizione delle sue mode e dei suoi costumi portava infatti avanti una corruzione nella sfera più intima della vita di un cittadino ↓ A partire da Rousseau e procedendo con il romanticismo, viene quindi a crearsi questa nuova dimensione della vita dell’uomo che è l’intimità o l’interiorità, fino ad allora sconosciuta ↓ La ragione di questo illecito avvicinamento all’intimità dei cittadini da parte della società si deve alla necessaria presenza di un altro elemento essenziale alla vita di qualsiasi società: il conformismo ↓ Perché una società possa mantenersi salda nell’esecuzione del proprio piano economico, bisogna che abbia dei costumi, degli usi uniformi e che dunque la maggioranza delle sue componenti “remi dalla stessa parte” ↓ Viene così a formarsi il concetto di norma. Una norma è valida quando è rispettata dalla maggioranza delle persone cui si riferisce ↓

Questo ha comportato un decadimento dell’azione nell’ambito sociale e la creazione dell’eccellenza non nell’ambito pubblico-politico ma nell’ambito lavorativo ↓ Dappertutto c’è lavoro, dappertutto si è immersi nel circolo tirannico della soddisfazione del bisogno perché l’enorme aumento della produttività ha ampliato a dismisura l’ambito, prima solo esclusivamente naturale, del consumo ↓ Dunque, quello che prima era un consumo prettamente biologico e destinato alla sfera domestica, ora è un consumo generalizzato imperante del contesto sociale ↓ La trasposizione del lavoro nello spazio pubblico ha dunque prodotto il miserabile effetto della impossibilità della politica

  1. LA DIMENSIONE PUBBLICA: L’ESSERE IN COMUNE La dimensione pubblica definisce due tipologie di fenomeni: a. Ogni cosa che appare in pubblico e che è vista ed udita da tutti ↓ È ciò che noi consideriamo la realtà. Un esempio della decisività del “momento dell’apparenza” è rappresentato dai pensieri, i quali finché non sono tradotti in parole, non possono divenire reali agli occhi degli altri ↓ È quindi la presenza degli altri ad assicurare la realtà al mondo ↓ La crescita di una dimensione dell’interiorità tipica dell’età moderna produce un aumento degli stati soggettivi non comunicati che pertanto impattano sulla certezza circa il mondo degli uomini b. Il mondo stesso, in quanto comune a tutti e distinto dallo spazio che ciascuno occupa privatamente ↓ Il fenomeno del mondo comune è connesso a quello del mondo artificiale composto dagli artefatti, dagli oggetti da cui siamo separati ma che allo stesso tempo ci uniscono agli altri in virtù del loro significato comune ↓ La sfera pubblica quindi separa ed unisce allo stesso tempo: ci riunisce insieme ed allo stesso tempo impedisce di caderci addosso a vicenda ↓ Questa caratteristica è ciò che la società di massa non è riuscita a mantenere

Le origini di questo venir meno dello spazio pubblico possono essere ritrovate nel principio che Agostino assegna a tutte le relazioni umane: la carità ↓ È per sua stessa essenza qualcosa di nascosto; la sua apparenza in pubblico la tramuterebbe in vanità ↓ Principio che è perfettamente coerente con l’idea cristiana di lontananza dal mondo, spiegata bene dal principio che il vero momento in cui Dio si mette in comunicazione con gli uomini è nel momento della loro solitudine ↓ La vita sulla terra rispetta dunque il modello di conduzione familiare proprio perché essa implica relazioni non-politiche ↓ La politica non è infatti il luogo dove si realizzeranno gli autentici rapporti umani; l’astensione dal mondo è infatti possibile solamente grazie alla fede nel mondo ultra-terreno ↓ La rinuncia alla dimensione pubblica coincide con la rinuncia al tentativo di lasciare un segno tangibile ed immortale su questa terra da parte dell’uomo ↓ La costruzione di una dimensione pubblica è l’unica possibilità per l’uomo di raggiungere l’immortalità ↓ È dunque sovraindividuale dal momento che è il luogo in cui approdiamo quando nasciamo e che ci sopravvive quando moriamo ↓ L’ascesa della società ha generato negli uomini il desiderio non più di immortalità ma di ammirazione pubblica ↓ Vana di per sé poiché svanisce e si consuma con la vanità individuale e non è pertanto capace di fondare un mondo comune ↓ La futilità dell’ammirazione pubblica è tale che si è ricorsi ad un ulteriore creazione per stabilire una continuità sulla terra: il denaro ↓ Non può rispondere al principio fondamentale della vita pubblica. A causa della presenza simultanea di

Di tipo completamente diverso è la ricchezza privata di origine moderna, caratterizzata dall’accumulazione, sconosciuta nella polis ↓ L’accumulazione moderna nasce a partire dall’espropriazione delle terre dei contadini; da quel momento, qualora la proprietà entrasse in contrasto con l’accumulazione della ricchezza veniva facilmente sacrificata

  1. IL SOCIALE E IL PRIVATO Con la socializzazione moderna, quella che era la cura privata, si trasforma in preoccupazione pubblica ↓ La società è infatti garante della proprietà (Locke) dei proprietari, i quali, liberi dalla preoccupazione di vedere minacciati i propri averi, possono dedicarsi all’acquisizione di altra proprietà e dunque all’accumulazione ↓ La proprietà si trasforma così in capitale ↓ Con la trasformazione della proprietà nel valore sociale fondamentale, il capitale diviene una permanenza nel mondo condiviso ↓ A permanere non è dunque una struttura stabile come è la dimensione pubblica, ma un processo: quello dell’accumulazione ↓ Questo processo dell’accumulazione era sconosciuto alla politica della polis che limitava l’impiego della proprietà al ciclo chiuso dell’uso e del consumo; l’accumulazione pone invece un freno a questa ciclicità attribuendole stabilità e permanenza ↓ Abbiamo quindi ricchezza privata e governo comune e, con la circolazione del denaro, la proprietà privata entra in circolo, diviene contenuto delle relazioni sociali ↓ Due conseguenze: a. La differenza che esiste tra ciò che si possiede privatamente e ciò che si possiede in comune sta nel consumo dei primi e nella permanenza dei secondi ↓ Se la proprietà circola, quel che diviene uso e consumo privato, si trasforma in fenomeno pubblico.

Quello che privatamente veniva consumato per necessità, diviene ora comune e sociale, il consumo necessario e privato si sposta sull’ambito pubblico ↓ Nasce così il bisogno sociale, poiché non più privato, al consumo generico b. La scomparsa della dimensione privata e la sua conseguente emissione nella sfera pubblica, ha provocato la scomparsa delle mura domestiche. Quello che al tempo della polis rimaneva privato in quanto protetto all’interno della propria casa è ora disponibile alla vista di tutti ↓ Risulta che quel che i cittadini nascondono, lo nascondono esclusivamente nella propria interiorità ↓ La parte che la società moderna ha a lungo nascosto è la propria parte corporea, quella cioè rappresentata dal lavoro proletario e manuale. ↓ Con l’emancipazione dei lavoratori la società moderna ha svelato anche le proprie funzioni corporee ↓ Gli unici residui di inalienabile proprietà privata rimangono rinchiusi nel rousseiano concetto di privacy

  1. LA POSIZIONE DELLE ATTIVITÁ UMANE Socrate e Gesù di Nazareth hanno in comune il fatto che i loro rispettivi insegnamenti, la saggezza e la bontà, pur richiedendo la presenza altrui, hanno come uguale esito la solitudine ↓ Il saggio è solo poiché non compreso, colui che invece compie azioni buone è solo poiché le buone azioni vanno fatte di nascosto ↓ La saggezza, a differenza della bontà lascia comunque dei segni nel mondo comuni quando si trasforma in scritti o in racconti, la bontà invece non deve, per sua essenza, lasciare traccia ↓ Machiavelli, ultimo uomo politico classico , insegna infatti agli uomini di potere a non essere buoni: le azioni politiche sono infatti quelle fatte in pubblico
  2. IL LAVORO DEL NOSTRO CORPO E L’ “OPERADELLE NOSTRE MANI” Lavoro ed opera sono due concetti distinti: il lavoro è un’attività e per questo non designa mai il prodotto finito; l’opera coincide invece con il lavoro finito (opera delle mani dell’uomo) ↓

reso le arti liberali (fra cui la politica) subordinate al funzionamento della macchina amministrativa

  1. LA COSALITÁ DEL MONDO Tra opera e lavoro un elemento discriminante concerne la durabilità nel tempo: i prodotti del lavoro sono destinati al consumo immediato, le opere alla permanenza nel tempo ↓ I beni per la vita dell’uomo saranno quindi i beni di consumo, invece gli oggetti d’uso saranno gli oggetti destinati a sopravvivere ai diversi usi che se ne fanno ↓ Altra categoria di oggetti sono i prodotti dell’azione e del discorso che costituiscono il tessuto delle relazioni ↓ La loro realtà si fonda sulla pluralità umana, perché esistano devono essere uditi e sentiti
  2. LAVORO E VITA Nascita e morte sono due elementi che non riguardano il mondo ciclico della natura, ma presuppongono un mondo che sia permanente e stabile ↓ Un mondo cioè la cui durevolezza permette il fenomeno dell’apparenza e della scomparsa ↓ La vita possibile dell’essere umano si realizza solamente in questo spazio presente tra apparizione e scomparsa ↓ L’operare non è ciclico come il lavorio della natura, raggiunge il proprio scopo quando fa il proprio ingresso nel permanente mondo delle cose ↓ Dunque l’opera non si consuma, rifugge al ciclo dell’uso e consumo della natura ↓ Da due diversi punti di vista lavoro ed opera hanno due valori opposti:
  • Dal punto di vista del mondo delle cose il lavoro è distruttivo poiché è escluso dalla dimensione della permanenza
  • Dal punto di vista della natura, l’opera è distruttiva perché sottrae dal ciclo della natura dei prodotti che non le vengono restituiti
  1. LAVORO E FECONDITÁ

L’ascesa del lavoro a valore pubblico ha inizio con la teorizzazione di Locke che il lavoro è la fonte di ogni proprietà ↓ Smith ne riprende le tesi definendo il lavoro fonte di ogni ricchezza; infine Marx per cui il lavoro esprimerebbe l’umanità dell’uomo ↓ Insomma tutti e tre vedono il lavoro come la suprema facoltà umana capace di fondare un mondo; ma siccome il lavoro è l’attività più estranea possibile al mondo delle cose, i 3 cadono in contraddizione: ↓ L’aver fatto derivare da una facoltà naturale dell’uomo un’esistenza extra-naturale come il mondo oggettivo di cose ↓ Le “buone cose” che la natura offre, non perdono mai la propria naturalità: il grano non si dissolve nel pane, così come il tronco di un albero non si dissolve in un tavolo ↓ Locke e Smith sbagliano nel non porre una distinzione tra i lavori del corpo ed le opere; si limitano ad equiparare tutti i prodotti, differenziandoli per la loro permanenza nel mondo Marx invece proponeva una rivoluzione che emancipasse l’uomo dal lavoro, poiché fintanto che lavora l’uomo non potrà essere libero ma sempre vincolato dalla necessità ↓ La contraddizione in Marx sta nella definizione che lo stesso Marx dà al lavoro: “l’eterna necessità imposta dalla natura” ↓ L’uomo, animal laborans , dovrebbe trovarsi in una condizione in cui la sua attività specifica non è più necessaria ↓ Questa impasse in cui si incastrano Locke, Smith e Marx dipende da un errore che ha caratterizzato tutta l’epoca moderna, ovverosia l’aver innalzato a proprio concetto chiave l’idea di processo ↓ Il lavoro viene quindi impiegato come l’immagine più aderente al processo vitale ↓ Processo che, in quanto naturale, è ciclico e quindi in costante riproduzione ↓ Marx compie, sulla base di questo schema, un’imprecisione facendo coincidere con il lavoro in

Un uomo interamente privato è un uomo completamente sottomesso all’attività più privata che ci sia: l’attività del proprio corpo ↓ Il fatto è che pensare l’uomo solamente come animal laborans non è un fatto naturale ma una concezione artificiosa; la sua attività non si esaurisce infatti nella semplice soddisfazione del bisogno ↓ L’ animal laborans persegue infatti la propria felicità completamente assorbito dalla ciclicità del lavoro e della fatica, felicità che dunque non sarebbe di altro tipo che non quello stoico di assenza del dolore ↓ Tipologia di felicità che esclude completamente la costruzione di un mondo di cose, si realizza infatti solamente nell’intervallo fra un’esperienza di dolore ed un’altra ↓ L’edonismo è infatti la forma più radicale di un modo di vita non-politico ↓ Il lavoro è dunque l’attività che trasforma questa esperienza di estraneità dal mondo, in cui il corpo è interamente ripiegato su se stesso ed imprigionato nel proprio ritmo biologico ↓ Locke però non pone ad origine della proprietà privata questo fatto, la considera invece come una “porzione ritagliata da ciò che è comune” ↓ Questo lo mantiene ancora in una dimensione pre-moderna poiché pone l’uomo in una condizione di relazione con un mondo di cose comune ↓ Sotto la pressione del proprio ciclo lavorativo, il lavoro è frenato dall’acquisizione della proprietà ↓ Una società di proprietari, rispetto ad una di salariati, è ancora una società politica, poiché resta ancora libera di occuparsi di un mondo comune ↓ La situazione cambia radicalmente quando il principio primario è rappresentato dall’accumulazione; divenendo un fatto sociale, riproduce le strutture della vita biologica ↓

Se l’accumulazione non è più esigenza del singolo ma dell’intero genere umano, allora, l’individuo socializzato può seguire solamente la propria necessità ↓ È Marx a teorizzare l’evoluzione dell’uomo da singolo a membro del genere umano, in cui la vita diviene processo traducibile unicamente con il lavoro ↓ Seppur socializzato, l’ animal laborans resta ineliminabilmente vincolato dal proprio corpo. Sarà quindi sempre servo, sia che lo sia di un padrone, sia che lo sia del proprio ritmo biologico

  1. GLI STRUMENTI DELL’OPERA E LA DIVISIONE DEL LAVORO In quanto lavoratore l’uomo è quindi sempre schiavo e solamente l’impiego della schiavitù può liberarlo da questa condizione ↓ La vita si fa dunque sentire attraverso la fatica e lo sforzo imposti dal lavoro; percepire la vita e percepire un mondo di cose sono dunque due tipologie di esperienze differenti ↓ L’impiego di strumenti e la divisione del lavoro ha reso meno gravosa la percezione della vita, al punto da renderla meno evidente ↓ Perdere la consapevolezza della propria necessità equivale però a perdere la consapevolezza della possibilità di essere liberi ↓ Inoltre, siccome gli strumenti sono il risultato dell’operare, il loro utilizzo implica il riferimento ad un mondo comune ↓ Diversamente, la divisione del lavoro è un fenomeno interamente derivato dalla necessità del lavoro: non richiede alcuna specializzazione (necessaria all’opera) ma solamente una parcellizzazione ed un aumento della forza lavoro impiegata ↓ Aumentando la produttività, è resa possibile l’accumulazione della ricchezza e la messa in circolazione di beni di consumo ↓ Destinati alla soddisfazione di bisogni individuali. In questo schema di produzione irrefrenabile i prodotti dell’operare vengono equiparati a beni di consumo: un abito diventa durevole quanto un tozzo di pane ↓