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riassunto integrale di Vita Activa, contenuto nel programma di storia della filosofia politica unimi 2024-2025
Tipologia: Sintesi del corso
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Con il primo invio di un razzo verso lo spazio si verifica il primo distacco dell’uomo dalla terra ↓ L’uomo quindi, separandosi dalla terra, fugge dalle proprie condizioni; questo fatto ha un’assoluta rilevanza politica: vogliamo che la scienza proceda in questa direzione? ↓ Ciò che ha spinto l’umanità in questa direzione è quello che può essere definito il “processo scientifico”. Vi è però un paradosso: la scienza decide i fini dell’umanità parlando un linguaggio che si è distaccato, ed è perciò quasi incomprensibile, dal linguaggio comune ↓ Politica e scienza appartengono quindi a due dimensioni differenti; è un po’ come se stiamo andando a stabilirci nello spazio senza rendercene conto ↓ Arendt quindi definisce a pieno titolo questo fatto un’ alienazione. Scopo di Vita activa è stabilire quando e come si è venuta a creare questa alienazione
L’azione, come l’opera, sopravvive alla morte in quanto forma e mantiene gli istituti politici, la forma delle relazioni umane e costituisce quindi la condizione per il ricordo e per la storia ↓ Questa dimensione ha il più stretto rapporto con il fatto della natalità: un neonato al mondo è da subito inserito in un mondo fatto di relazioni che precede la sua nascita ↓ In questo senso si dice che la vita di ogni essere umano è condizionata: condizionata da un mondo di cose e da un mondo di relazioni ↓ Eppure l’unica modalità che ha un uomo per manifestare la propria esistenza individuale agli occhi degli altri, o in altre parole, per entrare a far parte di questo mondo, è quella di creare qualcosa di nuovo a partire da questo suo fondamentale condizionamento ↓ Questo produrre qualcosa di nuovo consiste nell’azione ↓ È questa implicita ed ineliminabile capacità di azione che rende gli uomini difficili da definire, perché sono sì condizionati ma sono sempre anche oltre le proprie condizioni ↓ Infatti non esiste alcuna condizione che caratterizza l’uomo in maniera assoluta
perciò ha che fare con il mondo della storia, il mondo dello scorrere del tempo, ma con una realtà distaccata quale è il mondo delle idee ↓ Pertanto la dimensione dell’eternità è accessibile solamente a colui che si ritira dal mondo, a colui che esce dalla caverna. Da qui l’idea che il filosofo è solo in quanto abita un mondo separato dagli altri uomini, abitanti invece il mondo comune ↓ Politicamente parlando, in quanto è un cessare d’essere tra gli uomini, la vita del filosofo è una vita morta ↓ Una possibile spiegazione di questa scoperta socratica può essere data dallo scetticismo nei confronti dell’effettiva immortalità della polis ↓ Per garantirsi dunque una permanenza nel mondo, Platone si ritira dalla politica per rifugiarsi nella ragione o nella verità ↓ La caduta dell’Impero Romano fu quindi letta da questo genere di pensiero come la dimostrazione che nessuna opera umana può ambire all’immortalità; questo rafforzò l’istituzione del cristianesimo come culto esclusivo dell’Occidente
Quindi Aristotele probabilmente per vita insieme degli uomini intendeva qualcosa di simile: una capacità umana come un’associazione naturale per cui gli uomini si uniscono per fare fronte comune contro le esigenze della loro vita biologica, nella stessa maniera in cui lo fanno gli animali ↓ Arendt sostiene invece che questa innata facoltà umana al vivere insieme non ha nulla a che vedere con la condizione naturale dell’uomo ↓ Con la nascita della polis, il cittadino era come se si iscrivesse nell’ordine di una nuova natura da porre accanto a quella semplicemente biologica: il proprio bios politikos ↓ Con la sua introduzione il cittadino appartiene a due ordini di esistenza ↓ Quest’idea trova le proprie radici già nel pensiero pre-socratico: Nell’Antigone ad es. si legge che la capacità di pronunciare “parole grandi” è ciò che permette agli uomini di rispondere ai colpi degli dei ↓ Dunque, da una parte viene posta la parola come risultato del pensiero, dall’altra la muta violenza naturale ↓ Con la progressiva degenerazione della polis la parola, da strumento per rispondere, per ribattere e per reagire a ciò che accade, si trasforma in mero strumento di persuasione, venendo così a perdere il suo significato essenziale ↓ L’uomo di Arendt, diversamente dallo zoon politikon, è quindi un animale politico, capace cioè di parlare e di persuadere rinunciando alla violenza ↓ Ed è attraverso la violenza che Arendt introduce un’ulteriore distinzione:
La casa si governa attraverso la violenza, poiché la natura costringe l’uomo alla violenza. Il lavoro infatti non è altro che la fatica impiegata ad alterare una condizione naturale che senza di essa sarebbe dominante ↓ Attraverso il dominio e la forza si doma la necessità e ci si libera ↓ Usciti da dominatori dalle proprie case, i cittadini si presentavano poi nell’assemblea in una perfetta condizione di uguaglianza ↓ Esser liberi significa quindi non governare e non essere governati ↓ Lo stato di natura, inteso come la condizione in cui l’uomo è immerso nella fatica del lavoro, è quindi l’opportunità che ha ciascuno per conquistare la propria libertà, per soddisfare la propria esistenza biologica ↓ Nulla ha a che vedere con lo stato di natura del giusnaturalismo che è invece definito come una condizione cui bisogna rifuggire attraverso la società ↓ Nel mondo moderno invece la politica è a servizio della società (intesa come associazione semplice tra uomini), e così l’azione, il discorso ed il pensiero sono sovrastrutture determinate in primo luogo da interessi sociali ↓ Con la modernità è scomparsa la distanza tra la vita domestica privata e la vita politica pubblica ↓ L’ambito domestico di ciascuno è diventata la società, non esiste più uno spazio veramente privato. ↓ Ultimo teorico che ha tentato di recuperare l’antica autonomia e dignità della politica è stato Machiavelli ↓ Parla infatti dell’ascesa del Principe dalla vita privata al principato, cioè dalla gestione dei propri affari alla gloria delle grandi gesta ↓ Elemento che egli definisce come essenziale alla politica è il coraggio, ovvero la messa a rischio della propria vita. Quale vita? Quella privata, quella che attraverso la fatica ha portato l’uomo alla libertà; la stessa libertà attraverso cui poi si combatte nell’ambito politico
La semplice permanenza nella dimensione biologica, il semplice desiderio di volersi mantenere in vita non è una virtù politica poiché impedisce la libertà il cui unico vero luogo di realizzazione è la pubblica piazza
Questo ha comportato un decadimento dell’azione nell’ambito sociale e la creazione dell’eccellenza non nell’ambito pubblico-politico ma nell’ambito lavorativo ↓ Dappertutto c’è lavoro, dappertutto si è immersi nel circolo tirannico della soddisfazione del bisogno perché l’enorme aumento della produttività ha ampliato a dismisura l’ambito, prima solo esclusivamente naturale, del consumo ↓ Dunque, quello che prima era un consumo prettamente biologico e destinato alla sfera domestica, ora è un consumo generalizzato imperante del contesto sociale ↓ La trasposizione del lavoro nello spazio pubblico ha dunque prodotto il miserabile effetto della impossibilità della politica
Le origini di questo venir meno dello spazio pubblico possono essere ritrovate nel principio che Agostino assegna a tutte le relazioni umane: la carità ↓ È per sua stessa essenza qualcosa di nascosto; la sua apparenza in pubblico la tramuterebbe in vanità ↓ Principio che è perfettamente coerente con l’idea cristiana di lontananza dal mondo, spiegata bene dal principio che il vero momento in cui Dio si mette in comunicazione con gli uomini è nel momento della loro solitudine ↓ La vita sulla terra rispetta dunque il modello di conduzione familiare proprio perché essa implica relazioni non-politiche ↓ La politica non è infatti il luogo dove si realizzeranno gli autentici rapporti umani; l’astensione dal mondo è infatti possibile solamente grazie alla fede nel mondo ultra-terreno ↓ La rinuncia alla dimensione pubblica coincide con la rinuncia al tentativo di lasciare un segno tangibile ed immortale su questa terra da parte dell’uomo ↓ La costruzione di una dimensione pubblica è l’unica possibilità per l’uomo di raggiungere l’immortalità ↓ È dunque sovraindividuale dal momento che è il luogo in cui approdiamo quando nasciamo e che ci sopravvive quando moriamo ↓ L’ascesa della società ha generato negli uomini il desiderio non più di immortalità ma di ammirazione pubblica ↓ Vana di per sé poiché svanisce e si consuma con la vanità individuale e non è pertanto capace di fondare un mondo comune ↓ La futilità dell’ammirazione pubblica è tale che si è ricorsi ad un ulteriore creazione per stabilire una continuità sulla terra: il denaro ↓ Non può rispondere al principio fondamentale della vita pubblica. A causa della presenza simultanea di
Di tipo completamente diverso è la ricchezza privata di origine moderna, caratterizzata dall’accumulazione, sconosciuta nella polis ↓ L’accumulazione moderna nasce a partire dall’espropriazione delle terre dei contadini; da quel momento, qualora la proprietà entrasse in contrasto con l’accumulazione della ricchezza veniva facilmente sacrificata
Quello che privatamente veniva consumato per necessità, diviene ora comune e sociale, il consumo necessario e privato si sposta sull’ambito pubblico ↓ Nasce così il bisogno sociale, poiché non più privato, al consumo generico b. La scomparsa della dimensione privata e la sua conseguente emissione nella sfera pubblica, ha provocato la scomparsa delle mura domestiche. Quello che al tempo della polis rimaneva privato in quanto protetto all’interno della propria casa è ora disponibile alla vista di tutti ↓ Risulta che quel che i cittadini nascondono, lo nascondono esclusivamente nella propria interiorità ↓ La parte che la società moderna ha a lungo nascosto è la propria parte corporea, quella cioè rappresentata dal lavoro proletario e manuale. ↓ Con l’emancipazione dei lavoratori la società moderna ha svelato anche le proprie funzioni corporee ↓ Gli unici residui di inalienabile proprietà privata rimangono rinchiusi nel rousseiano concetto di privacy
reso le arti liberali (fra cui la politica) subordinate al funzionamento della macchina amministrativa
L’ascesa del lavoro a valore pubblico ha inizio con la teorizzazione di Locke che il lavoro è la fonte di ogni proprietà ↓ Smith ne riprende le tesi definendo il lavoro fonte di ogni ricchezza; infine Marx per cui il lavoro esprimerebbe l’umanità dell’uomo ↓ Insomma tutti e tre vedono il lavoro come la suprema facoltà umana capace di fondare un mondo; ma siccome il lavoro è l’attività più estranea possibile al mondo delle cose, i 3 cadono in contraddizione: ↓ L’aver fatto derivare da una facoltà naturale dell’uomo un’esistenza extra-naturale come il mondo oggettivo di cose ↓ Le “buone cose” che la natura offre, non perdono mai la propria naturalità: il grano non si dissolve nel pane, così come il tronco di un albero non si dissolve in un tavolo ↓ Locke e Smith sbagliano nel non porre una distinzione tra i lavori del corpo ed le opere; si limitano ad equiparare tutti i prodotti, differenziandoli per la loro permanenza nel mondo Marx invece proponeva una rivoluzione che emancipasse l’uomo dal lavoro, poiché fintanto che lavora l’uomo non potrà essere libero ma sempre vincolato dalla necessità ↓ La contraddizione in Marx sta nella definizione che lo stesso Marx dà al lavoro: “l’eterna necessità imposta dalla natura” ↓ L’uomo, animal laborans , dovrebbe trovarsi in una condizione in cui la sua attività specifica non è più necessaria ↓ Questa impasse in cui si incastrano Locke, Smith e Marx dipende da un errore che ha caratterizzato tutta l’epoca moderna, ovverosia l’aver innalzato a proprio concetto chiave l’idea di processo ↓ Il lavoro viene quindi impiegato come l’immagine più aderente al processo vitale ↓ Processo che, in quanto naturale, è ciclico e quindi in costante riproduzione ↓ Marx compie, sulla base di questo schema, un’imprecisione facendo coincidere con il lavoro in
Un uomo interamente privato è un uomo completamente sottomesso all’attività più privata che ci sia: l’attività del proprio corpo ↓ Il fatto è che pensare l’uomo solamente come animal laborans non è un fatto naturale ma una concezione artificiosa; la sua attività non si esaurisce infatti nella semplice soddisfazione del bisogno ↓ L’ animal laborans persegue infatti la propria felicità completamente assorbito dalla ciclicità del lavoro e della fatica, felicità che dunque non sarebbe di altro tipo che non quello stoico di assenza del dolore ↓ Tipologia di felicità che esclude completamente la costruzione di un mondo di cose, si realizza infatti solamente nell’intervallo fra un’esperienza di dolore ed un’altra ↓ L’edonismo è infatti la forma più radicale di un modo di vita non-politico ↓ Il lavoro è dunque l’attività che trasforma questa esperienza di estraneità dal mondo, in cui il corpo è interamente ripiegato su se stesso ed imprigionato nel proprio ritmo biologico ↓ Locke però non pone ad origine della proprietà privata questo fatto, la considera invece come una “porzione ritagliata da ciò che è comune” ↓ Questo lo mantiene ancora in una dimensione pre-moderna poiché pone l’uomo in una condizione di relazione con un mondo di cose comune ↓ Sotto la pressione del proprio ciclo lavorativo, il lavoro è frenato dall’acquisizione della proprietà ↓ Una società di proprietari, rispetto ad una di salariati, è ancora una società politica, poiché resta ancora libera di occuparsi di un mondo comune ↓ La situazione cambia radicalmente quando il principio primario è rappresentato dall’accumulazione; divenendo un fatto sociale, riproduce le strutture della vita biologica ↓
Se l’accumulazione non è più esigenza del singolo ma dell’intero genere umano, allora, l’individuo socializzato può seguire solamente la propria necessità ↓ È Marx a teorizzare l’evoluzione dell’uomo da singolo a membro del genere umano, in cui la vita diviene processo traducibile unicamente con il lavoro ↓ Seppur socializzato, l’ animal laborans resta ineliminabilmente vincolato dal proprio corpo. Sarà quindi sempre servo, sia che lo sia di un padrone, sia che lo sia del proprio ritmo biologico