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Saggio Teatrale dell' Antica Grecia usato come trasposizione della diversità tra Superiorità normativa e superiorità giuridica .
Tipologia: Dispense
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Scena, piazza in Tebe avanti alla Regia.
Sotterra il morto. I SMENE. A sepellirlo intendi Quando in Tebe è divieto? ANTIG. Al fratel mio, E fratel tuo, se tu no 'l vuoi, dar tomba Io voglio, sì: non fia che i miei tradisca. I SMENE. Sventurata! e il farai contro al commando Pur di Crëonte? ANTIG. Ei non può tôrmi a' miei. I SMENE. Ohimè! Pensa, o sorella, ah pensa il padre Come a tutti in mal nome, in odio a tutti Ne morì, per le colpe in sè scoperte, Con man propria strappati ambo a sè gli occhi. La madre poi (madre e consorte) appesa A intorto laccio si troncò la vita; Quindi, terza sciagura, in un sol giorno Due fratelli, infelici! l'un con l'altro Trucidaronsi insieme. Or noi due sole Restammo: guarda a qual verremo atroce Morte anche noi, se del tiranno osiamo Franger la legge, o soverchiar l'impero. E avvisar pur si dee che noi siam donne, Non atte a far con uomini contrasto, E, soggette a' più forti, è d'uopo a queste Quetarci, e a cose anco più dure. Ond'io Perdon chiedendo degli estinti all'ombre, Poi che forza m'astringe, a chi sta in trono Obedirò. Far più che far non puossi, Non è consiglio d'assennata mente. ANTIG. Io nè a ciò più t'esorto, e se tu meco Adoprarti volessi, or non più grata Mi sarìa l'opra tua. Pensa pur, pensa Come a te piace: io darò tomba a lui. Bello mi fia per tal fatto morire: Col fratello diletto, a lui diletta Per la santa opra, io giacerò. Più tempo Agli estinti piacer deggio che a' vivi; Chè laggiù starò sempre. E tu dispregia, Se buon ti par, ciò ch'hanno in pregio i numi. I SMENE. Non io ciò sprezzo; ma nulla far posso Contro al voler de' cittadini. ANTIG. Arreca Pretesti pure: io sola andrò la tomba Ad apprestar del mio fratello amato. I SMENE. Ah com'io per te misera pavento! ANTIG. Non paventar per me: ben la tua sorte Assecurar procura. I SMENE. Oh, no 'l dicessi Tu almen questo proposto ad uom nessuno! Tienlo celato; io tacerò. ANTIG. No, parla.
Più assai sgradita mi sarai, se il taci, Che se a tutti il proclami. I SMENE. Opra ti scalda, Che il cuore agghiaccia. ANTIG. Io con tal opra a quelli Piacer so, cui piacere assai mi giova. I SMENE. Se il pur potrai; ma non possibil cosa Trar brami a fine. ANTIG. Io ristarommi quando Più non potrò. I SMENE. Non si convien da pria Quello agognar, che conseguir non puossi. ANTIG. In odio a me, se così parli, e in ira All'estinto fratello anco verrai Meritamente. Or via, lascia che pena Abbia l'insano mio voler: non pena Toccar me 'n può, che un bel morir mi tolga. I SMENE. Va', se così pur vuoi; ma forsennata, Sappi, ti rende il molto amor de' tuoi. (partono)
CORO.
Strofe I.
Lampa del Sol che mai Bella così su la Cadméa cittade Non säettasti i rai,^17 Delle Dircèe su 'l margo Aque splendesti, o d'aureo dì pupilla, Che alle tante che d'Argo Vennero a Tebe di guerrier' masnade, Nel cui braccio il brocchier bianco sfavilla, Lentasti in fuga il morso A più veloce corso: A quelle che, siccome aquila il volo Stridendo a terra cala, Per mutua lite su 'l tebano suolo Da Polinice spinte, Corser coperte d'una candid'ala, D'elmi chiomati e di tutt'armi accinte.
(^17) Partite le due sorelle dalla scena, Ismene per alle sue stanze nel palazzo regale, Antigone per al campo fuor
delle mura di Tebe, ove giace il cadavere di Polinice, esce il Coro composto di seniori Tebani, che si felicita della finita guerra mossa alla città dagli Argivi condotti da Polinice, e incomincia apostrofando il Sole che abbia fatto splendere il più bel giorno per Tebe, e séguita ricordando i fatti principali di quella famosa impresa, che col titolo de' Sette a Tebe fu l'argomento di una tragedia di Eschilo. — Degli Argivi è qui detto che sfavilla loro nel braccio il bianco brocchiero , e popolo dal bianco scudo li chiama Eschilo nella citata tragedia, e l' esercito degli Argivi dal bianco scudo sta nelle Feni- cie di Euripide; il che allude all'uso de' combattenti gregarii, i quali portavano scudo non dipinto, nè adorno di alcuna insegna od emblema, come i guerrieri di grado, ma liscio e brunito sì da riflettere una bianca luce; chè bianco significa pure chiaro , e bianca siccome il Sole dice Omero la benda che Giunone si avvolse intorno alla fronte nel XIV dell' Ilia- de. Quindi è che, pochi versi più sotto, le stesse Argive schiere, la cui discesa nel campo di Tebe è paragonata al calar dell'aquila, si raffigurano coperte di una candida ala , cioè protette da bianchi scudi.
Nuova sorte divina al trono adduce. In mente ei volge alcun disegno, or quando Fra' cittadini, ad ascoltar suoi detti, Qui noi d'età provetti Diè di raccôrré a' banditor commando.
CREONTE e CORO.
CREONTE. Tebani, alfin della città lo stato, Dopo molta tempesta, han fermamente Ricomposto gli dei. Voi per gli araldi Fatto a parte dagli altri ho qui venirne, Poi che sempre voi seppi il regal trono Veneranti di Lajo, e quel di Edípo, Quando ei Tebe reggea; quindi a' suoi figli, Dacch'ei cessò, nella devota fede Ognor costanti. Or poi che questi a un tempo Cadder con empio fratricidio entrambo, Dando l'un l'altro, e ricevendo morte, Tutta io tengo di lor possanza e regno, Qual più presso congiunto. Ma dell'uomo Mal conoscer si può l'animo, il senno E il pensamento, se rettor di genti Pria non s'è mostro, e dettator di leggi. A me l'uom che di popoli ha governo, Se a' più saggi consigli non s'apprende, Se chiuso tien per qual sia tema il labro, Pessimo pare, e tal mi parve ognora; Chi poi l'amico esser da più s'avvisa Della propria sua patria, io costui tengo In quel conto che il nulla. Io (testimone Giove mi sia, che tutto vede), io muto Non mi starò, se sovrastar periglio Vedrò de' cittadini alla salvezza; Nè chi nimico è della patria, amico A me fia mai. Questo io ben so, che dessa È che ne salva; e ben di lei la nave Reggendo, è lieve il far d'amici acquisto. Io di leggi siffatte afforzar voglio Questa città: tale già dianzi ho fatto Per li figli d'Edípo una bandirne. Etéocle, quei che di valor con l'armi Fe' per Tebe pugnando inclite prove, E per Tebe morì, pongasi in tomba, E a lui tutto si dia ciò che sotterra Ne va grato agli eroi; ma il fratel suo, Polinice, che profugo tornando, Incender tutta e struggere volea La patria terra, i patrii numi, il sangue Ber de' congiunti, e schiavo il popol trarre, Costui, bando mandai che nè di tomba
Abbia onor, nè di lagrime: insepolto Si lasci, e il corpo sia strazio e pastura D'augelli e cani. — Io così voglio. I tristi Mai da me premio non avran di buoni: Ma chi bene ama Tebe, estinto o vivo Sempre onorato io lo terrò del paro. CORO. A te, Crëonte, di Menéceo figlio, Così piace trattar chi amico a Tebe, E chi avverso le fu. Tu puoi di legge Qual più t'aggrada usar sì con gli estinti, Sì con quanti viviamo. CREONTE. E del decreto Curate voi l'adempimento. CORO. Affida Ad uom di noi più giovene l'incarco. CREONTE. Vigili guardie di quel morto corpo Stan là su 'l campo. CORO. E ch'altro imponi a noi? CREONTE. Non dar licenza a' trasgressori. CORO. Insano Niuno è così che morir brami. CREONTE. E morte N'è la mercè; ma speme di guadagno Gli uomini spesso in perdimento addusse.
Una GUARDIA, CREONTE e CORO.
GUARDIA. Sire, io, no, non dirò ch'alto levando Il piè leggiero a frettoloso corso, Or qui ne giunga con lena affannata. Molti dubii pensieri ebbi per via, Che fean sostarmi e dar. di volta addietro, Poi che il cuor mi dicea: stolto! chè vai Ove, giunto, a pagarne avrai la pena?... Sciagurato! e t'arresti? E se Crëonte Da un altro il sa, come impunito andarne Allor potrai? — Così dubio ondeggiando, Procedea lentamente, e la via breve Lunga intanto si fa; ma vinse alfine Il qui venirne a te. Vero è che dirti Nulla di buon poss'io; ma nondimanco, Sì, te 'l dirò. Già non patirne spero Più di quel ch'è destino. CREONTE. Or ben, che avvenne, D'onde sei sì smarrito? GUARDIA. Io, prima cosa, Vo' dir di me, ch'io ciò non feci, ed anco Non so chi 'l fece; onde a caderne in pena Non giustamente avrei. CREONTE. Cauto d'intorno Ben ti vai premunendo. Annunziar mostri
CORO. Signor, l'animo mio mi vien pensando, Non parte forse abbian gli dei nell'opra. CREONTE. Taci, pria che tu ancor m'empia di sdegno, Nè mostrarti di senno sprovveduto, Vecchio qual sei. Non sopportabil cosa Questa è che dice, aver gli dei pensiero Di quell'estinto. In pregio assai l'han forse Di benemerto, e a lui diêr tomba, a lui Che ad arder venne i colonnati templi E i santi doni, a sterminar di loro La sacra terra, i riti sacri? O forse Vedi agli empii gli dei rendere onore? Eh no! Ma già mal ciò soffrendo alcuni Della città, ne fean susurro, il capo Di celato crollando. Il collo al giogo Non ben piegano ancor per acquetarsi A' miei commandi. E da color son certo, Questi a prezzo condotti han fatto l'opra. Nulla a' mortali infesta cosa al paro Dell'oro v'ha: le città strugge; in bando Manda l'uom di sue case; a turpi fatti Ammäestra de' buoni anco le menti, E li perverte; e di nequizia ad essi Insegnò l'arti, e d'empietà le vie. Ma color che a mercede han ciò commesso, N'andran puniti: anzi per quanto è Giove Onorato da me, questo io ti giuro: Se non porrete al mio cospetto il reo, L'Orco per voi non basterà; ma pria Vivi sospesi palesar dovrete L'autor del fatto, e apprenderete poi Lucro a trar d'onde lice, e che non vuolsi Far guadagno di tutto. I più tu vedi Per mali acquisti in rüinosi danni Anzi cader, che salvi andarne, e lieti. GUARDIA. Favellar mi concedi, o partir deggio? CREONTE. Nè intendi ancor, che il tuo parlar m'irrita? GUARDIA. Morder l'orecchio o l'animo ti senti? CREONTE. E che? cercar del mio corruccio il dove Anche vuoi tu? GUARDIA. Chi fe' quell'opra, il cuore; Io l'orecchio, t'offendo. CREONTE. O come astuto Agitator ti mostri! GUARDIA. E pur quell'opra Fatta io non ho. CREONTE. Sì; per mercè venduto
E nell' Odissea (lib. XI, v. 27) l'ombra di Elpenore, narrato ad Ulisse il caso della sua morte nell'isola di Circe, ove il corpo ne giaceva tuttavia senza sepoltura, lo prega che, là ritornato, lo sepellisca, acciocchè, rimanendo insepolto, non gli si renda strumento dell'ira degli dei. Qui pertanto la Guardia racconta essere stato il corpo di Polinice ricoperto di polvere, come gittatavi sopra da un passeggero per evitare empietà.
Hai la stessa tua vita. GUARDIA. Oh trista cosa Quand'uom raccetta opinïon fallace! CREONTE. Pompa fa' di sentenze; ma se i rei Non palesate a me, dir ben dovrete Che di gran danni un mal guadagno è fabro. (parte) GUARDIA. Trovisi pur, trovisi il reo; ma colto Venga egli, o no (ch'opra del caso è questa), Me più qui non vedrai. Fuor di speranza Salvo scampato, assai n'ho grado ai numi.
CORO.
Strofe I.
Molte v'ha grandi cose, Ma più dell'uom nessuna. Fra l'onde fragorose Per vento e per fortuna Ei su di fragil barca Il mar che frange, varca; Ei la Terra, fra' divi esimia diva, Altrice inesaurita, Col rivoltar dell'aratrice stiva Ogni nov'anno attrita.
Antistrofe I.
Tende in aria a' volanti Insidie, e in terra agresti Va cacciando animanti; E in fili a rete intesti Scaltro dell'aqua impiglia La guizzante famiglia. Anco ammansar silvestri belve, e domo Sotto il giogo al lavoro Il giubato destriero addur sa l'uomo, E l'indefesso toro.
Strofe II.
E la potente apprese Usar parola, e la ragion sottile, E del viver civile Costumi e leggi, e dell'aperto cielo Sè dal rigor difese Di piove e brine e gelo. Sperto è di tutto, ed anco Dell'avvenir nel campo Penetra accorto e franco. Sol non dall'Orco ha scampo,
Quest'è del fatto. CREONTE. Il sai tu bene? e vero È ciò che narri? GUARDIA. Io, sì, la vidi io stesso Quel corpo sepellir, che tu vietasti. Cose non dico a me ben chiare e conte? CREONTE. Come vista e sorpresa era in quell'atto? GUARDIA. Tale il caso avvenía. Noi là tornando Da tue fiere minacce sbigottiti, Tutta la polve che copría quel corpo, Via ne spazzammo, e lo ponemmo a nudo, Già putrescente; indi in un poggio assisi A ritroso del vento, a fin che il tetro Odor di quel non ne ferisse, a gara Ci attizzavam, l'un l'altro rimbrottando, S'altri stava men desto alla vedetta. Era l'ora che splende in mezzo al cielo Del Sol la sfera ardente, e vampeggiava L'aer di calor, quando repente un turbine Procelloso da terra in alto levasi, Sfronza le piante, e della frasca tutto Ne ingombra il pian; l'aria s'abbuja e noi Le palpebre stringendo, aspettavamo Che cotanta passasse ira divina. Queta alfin la tempesta, ecco, veduta Ne vien questa donzella che gemea Con l'acuto gridío d'augel dolente, Che de' piccioli suoi vuoto rivede L'orfano nido. Ella così, veggendo Dissepolto quel corpo, in alti lai Ruppe, imprecando imprecazioni atroci A chi fatto ciò avea: poi tostamente Con sue man su vi porta arida arena, E di rame una coppa alto levando, Gli fa tre libagioni. E noi, ciò visto, Corriam sovr'essa, e l'afferriam, che punto Non si smarrì: del primo fatto accusa, E di questo le demmo; ella nè l'uno Negò, nè l'altro. — Avventurosa e insieme Dura cosa per me; chè uscir di guai È dolce, sì; ma trarre in guai gli amici Anco è dolore. E nondimen ciò tutto Posporre io deggio alla salvezza mia. CREONTE. — O tu, tu che la fronte hai china a terra, Dici, o pur nieghii aver ciò fatto? ANTIG. Il dico; No 'l niego io, no. CREONTE (alla Guardia) — Tu d'ogni colpa or puoi Sciolto andarne a tua voglia. — E tu rispondi, Ma breve, a me. Quel divietante bando Sapevi?
ANTIG. Sì; come ignorarlo? A tutti Era palese. CREONTE. E trasgredirlo osasti? ANTIG. Non Giove, no, nè la Giustizia pia Degl'iddii di sotterra eran di quello Promulgatori; e i bandi tuoi non tanta Aver forza io stimai, che tu mortale Superar possa e soprafar de' numi L'alte, non scritte ed inconcusse leggi. Queste non d'oggi e non da ier, ma sempre Furono e sono; e il quando apparver prima, Non è chi 'l sappia; ed io del trasgredìrle Per timor d'alcun uomo non dovea Darne pena agli dei. Che morir deggio (Come no?) già sapea, se prenunziato Anche tu non l'avessi; ed or, se muoio Inanzi tempo, il nomerò guadagno. Chi, com'io, vive in tanti guai, vantaggio Non ha morendo? Io d'incontrar tal morte Duolo non ho; ma se sofferto avessi Insepolto lasciar lui che pur nato È della madre mia, ben mi dorrebbe: Non duolmi, no, di quel che feci; e stolta Se a te par l'opra mia, rea di stoltezza Quasi dissi uno stolto è che m'accusa. CORO. Ben la dura del padre indole altera Nella figlia si mostra. Alle sventure Ceder non sa. CREONTE. Ma i più ritrosi spirti Cadono anch'essi agevolmente. Il ferro Che durissima tempra ebbe dal foco, Spesso infrangersi vedi, e picciol freno So che ardenti corsier docili rende. Alto sentire a chi degli altri è servo, Mal si confà. Costei già d'oltraggiarmi Sapea, rompendo il proclamato bando; Secondo oltraggio, ecco, or mi fa; dell'opra Osar vantarsi, e sogghignar superba. Ma non uomo io sarei, se un tanto ardire Impunito n'andasse. Ella pur figlia Sia di mia suora, o fosse ancor di sangue Più a me congiunta, ella, e del par con lei Quella germana sua non fuggiranno Da orribil morte: in questa trama io tengo Del par complice anch'essa. — Olà! qui tosto Chiamatela. — Veduta io l'ho poc'anzi Colà dentro aggirarsi corrucciosa E fuor di sè. Suol l'animo tradirsi Anzi tratto di quei che van nel bujo Rei disegni covando. Aborro io poi Chi soprapreso nel colpevol atto,
ISMENE, CREONTE, ANTIGONE e CORO.
CREONTE. O tu che queta a me d'appresso in casa Mi suggevi, qual vipera (nè accorto Io m'era di nudrir meco due pesti, Del trono mio sovvertitrici), or dimmi Complice tu nel sepellir quel corpo Fosti con questa, o ignara esserne giuri? I SMENE. Con essa oprai, — s'ella il consente; — e parte Pur con lei della colpa in me ne prendo. ANTIG. No 'l consente giustizia. Esser compagna Non mi volesti, e compagna io non t'ebbi. I SMENE. Ma ne' tuoi mali io non vergogno insieme Pormi a soffrir con te. ANTIG. Di chi fu l'opra Lo san Dite e gli estinti. — Io non m'appago Dà chi m'ama in parole. I SMENE. Ah no, sorella! Non mi spregiar che teco io muoja e teco Pia sia stata all'estinto. ANTIG. Nè morire Tu dèi con me, nè tua far l'opra, a cui Man pur non davi. Io morrò sola, e basto. I SMENE. Come a me più la vita esser può cara, Priva di te? ANTIG. Ne interroga Crëonte. Tu zelante sei d'esso. I SMENE. A che m'affligi, Senza tuo giovamento? ANTIG. Anzi ho dolore Ch'io ragion di deriso in te ritrovi. I SMENE. Ma in che giovarti ora potrei? ANTIG. Te stessa Salvar procura: io, che tu scampi, ho caro. I SMENE. Lassa! nè teco avrò commun la morte? ANTIG. Tu di vivere hai scelto; io di morire. I SMENE. Ma non ch'io ti tacessi i miei consigli. ANTIG. Non già; ma parve, a me migliore il mio. I SMENE. Pur del pari siam ree. ANTIG. Fa' cuor: tu vivi; E già l'anima mia spenta è da tempo, Sì che solo giovar cerca agli estinti. CREONTE. Queste due figlie, a delirar poc'anzi Cominciò l'una, e delirante è l'altra Fin dacchè naque. I SMENE. Invarïabil sempre Non rimane, o signor, la mente prima In chi tocco è da' guai, ma si rimuta. CREONTE. Ciò avvenne in te quando ad oprar co' tristi Triste cose imprendevi.
I SMENE. A me che vale, Sola restando senza lei, la vita? CREONTE. Lei non nomar, che più non è. I SMENE. La sposa Ucciderai del tuo proprio figliuolo? CREONTE. Altre ve n'ha. I SMENE. Non v'ha per quello e questa, Altre non v'ha sì ben adatte nozze. CREONTE. Io dar donne cattive a' figli aborro. I SMENE. Oh egregio Emon, qual ti fa torto il padre! CREONTE. Cessa. Troppo m'irriti ormai con queste Tue nozze. I SMENE. E tôrre al tuo figliuol vorrai Questa ch'è sposa sua? CREONTE. Troncar dee l'Orco Tali imenei. I SMENE. Decreto è dunque, parmi, Ch'ella ne muoja. CREONTE. E pare a me. — Su via; Non più indugi, o sergenti. Entro adducete Queste donzelle, e lor non sia concesso Andar disciolte. Anche gli arditi fuggono Quando l'ora appressar veggon di morte. (Antigone e Ismene partono fra le guardie)
CORO.
Strofe I.
Oh quei felici, a cui Tutta è l'età di tutti guai digiuna; Ma se ad uomo la casa ira divina Scosse, sventura in avvenir più a lui Niuna manca, e si stende Anco alla prole che da lui discende, Similmente d'allor quando la bruna Sommossa onda marina De' tracii al soffio impetüosi venti Volve insù le profonde Torbide sabbie, e senti Gemer battute da lontan le sponde.
Antistrofe I.
Su le sventure prime Che di Lábdaco afflitta avean la casa, Veggo nuovo pesar fato infelice; Nè d'uomini un'età da' guai redime L'altra età che succede, Nè fine a' mali un qualche dio concede. Della stirpe d'Edípo or la rimasa
I figli aver, perchè di par col padre Del nimico punir voglian le offese, E l'amico onorar; ma chi procrea Un'indocile prole, altro diresti Generar, che a sè stesso inciampo e crucio, E assai gaudio a' nimici? Oh mai tu il senno Non gittar, figlio, per amor di donna! Freddo è l'amplesso di malvagia donna Compagna al letto. E qual maggior dolore D'un pravo amico? Or tu spregia e rigetta Colei come nimica, e ad altri lasciala Maritarsi nell'Orco. Io, poi che sola Di tutta Tebe apertamente lei Colsi a me ribellante, in faccia a Tebe Smentitor di me stesso or non vo' farmi; Ella morrà. Giove a sua posta invochi, Protettor de' congiunti; ov'io ritrosi Soffra i propinqui miei, ritrosi gli altri Saranno più. L'uom che giustizia eserce Pur contro a' suoi, tra' cittadini ancora Nomar giusto si fa. Chi tracotante, O alle leggi fa forza, o agl'imperanti Commandar s'argomenta, ei da me lode Riportarne mal crede. Ad uom cui fece Una città suo capo, in tutte cose Picciole e grandi, e giuste e no, si dee Obedir sempre; e chi obedir sa bene, Imperar bene anco saprebbe, e in arme, Nel tempestar della battaglia, il loco Tener prode e onorato, in che fu posto. Licenza il sommo è d'ogni mal; sovverte Le case, strugge le città, nel campo Rompe e fuga le genti; obbedïenza Le migliaja ne salva. Ordine quindi Serbar si vuole, e non lasciarsi a donna Soprafar mai. Meglio piegar, se d'uopo, D'uomo al voler; ma non sarà che noi Niun mai dica da meno esser di donna. CORO. Se l'età di giudicio non ne froda, A noi tu sembri favellar prudente. EMONE. Padre, gli dei poser nell'uom ragione, D'ogni altro aver più prezïosa cosa. Io, che il tuo favellar giusto non sia, Nè potrei dirlo, nè poter vorrei; Aver può nonpertanto altri pur anco Un retto senso; ond'è che orecchio e mente Io per te porgo ad esplorar quant'altri Dice o biasma o a far prende. Il tuo cospetto Tema al popolo impon di parlar cose Che non gradir ti possano; ma dato È a me furtivamente udir per questa
Figlia il dolente susurrar di Tebe, Che di tutte le donne ella più degna Indegnamente or muor d'orribil morte Per gloriosissim'opra, ella, che il suo Insepolto germano in campo estinto Non lasciò strazio di voraci cani E d'augelli rapaci. E non si merta Splendida lode e guiderdon costei? Tal sorda voce a me ne viene. Io nulla, O genitor, tengo in più caro pregio Del felice esser tuo. Qual può più grata Che dal padre felice orrevol gioja Venirne a' figli, e che da' figli al padre? Non però costumarti a creder dritto Quel che tu pensi, ed altro no. Chi saggio Stima sè solo, e aver parola e senno Qual non altri, costui, se fuor lo spieghi, Vuoto dentro si vede. All'uom vergogna Non è nessuna, ancor che saggio sia, Imparar sempre, e non contender troppo. Vedi alle sponde di gonfio torrente Salvar sè co' suoi rami arbor che cede; Quel che contrasta, da radice è svelto. Il nochier che di vele ognor fa forza, Nè mai punto le cala, alfin travolto Ne va dal vento, e su i riversi banchi Naviga poi. Queta lo sdegno, o padre; Cangia pensier. Se in me, giovin quantunque, È alcun giudicio, io meglio estimo assai Che l'uom nascesse d'ogni saper pieno; Ma, poi che questo esser non suole, è bello Da qualsia che ben parli, util ritrarre. CORO. Sire, tu de' suoi detti, — e tu dovresti Far profitto de' suoi; chè d'ambe parti Or fu ben ragionato. CREONTE. E noi, provetti, Senno e prudenza apprenderemo noi Da tal garzone? EMONE. Apprenderesti nulla Che ingiusto sia. Giovine io son; ma vuolsi Non all'età più riguardar che all'opre. CREONTE. Opra è bella onorar chi delle leggi Scherno si fa? EMONE. Cessi ch'io mai t'esorti D'esser pio co' malvagi! CREONTE. E non è presa Di tal morbo colei? EMONE. Tebe no 'l dice. CREONTE. Tebe adunque dirà quel ch'io far deggio? EMONE. Un siffatto parlar non vedi come È d'uom giovine molto?