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Analisi dei personaggi in La Meccanica di Carlo Emilio Gadda: Zoraide e Gildo, Appunti di Letteratura

Un'analisi dettagliata dei personaggi di zoraide e gildo nel romanzo di carlo emilio gadda, la meccanica. Zoraide, descritta come una donna affascinante e sensuale, desiderosa di evadere dalla sua vita proletaria, incontra gildo, un cugino del marito, che è fisicamente imponente ma mentalmente debole. L'incontro tra i due stabilisce una gerarchia ben definita di valori che regge l'intera struttura del romanzo. Anche un'esplorazione della psiche di zoraide e della sua contrapposizione con la vita di suo marito e del suo desiderio di un amante borghese.

Tipologia: Appunti

2018/2019

Caricato il 20/11/2019

federico_unimi
federico_unimi 🇮🇹

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2. Analisi dei personaggi
2.1 Il prologo dialogato: Zoraide e Gildo
Zoraide aprì finalmente ed uscì lei sul terrazzino, decisa. […] «Cosa vuoi? Ma un’altra
volta ricordati che sorda non sono: » disse a quel Gildo sorvolando sui convenevoli. E lo
guardò seria, stringendo le labbra, con una ruga verticale, improvvisa e dritta, sulla fronte
bianca. […] «Va bene, va bene», disse Gildo, un po’ pallido, quasi con un tremito addosso
[…]. Era un cugino del marito di Zoraide, all’anagrafe Pessina Spártaco di Ermenegildo, al
sècolo Gildo, detto il Castagna.1
Si apre la porta della casa di Zoraide ed entra in moto il perfetto ingranaggio della
Meccanica gaddiana, le cui ruote girano assieme ai quattro personaggi principali in
un fine gioco di opposizioni e leve che portano il romanzo a funzionare come perfetto
quadro della società milanese durante la Grande Guerra. L’incontro tra Zoraide e
Gildo, le due ruote che possiamo definire minori, apre la vicenda in medias res e
funziona da prologo dialogato stabilendo sin da subito una gerarchia ben definita di
valori, su cui si sorregge l’intera struttura del romanzo. Da un lato c’è Zoraide che
con la sua «presenza splendida e calda2» domina lo spazio che la circonda e il suo
interlocutore, Gildo, fisicamente raccapricciante, balbuziente e incapace di portare
gloriosamente a termine le sue azioni, come il suo soprannome, «il Castagna»,
suggerisce.
Zoraide è simbolo di sensualità e bellezza, con le sue carni che «…fulgide per latte e
per ambra si pensavano misteriose mollezze da disvelare per l’elisia e impudica
serenità del Veccellio, con drappo di dogale porpora e oro»3, descrizione che, come fa
notare Romano4, viene ripresa circolarmente nell’ultimo capitolo5. La bella Zoraide
pare l’incarnazione di un’opera d’arte, capace di ispirare un «d’annunziano in
ritardo»6 e impossibile da immortalare in una fotografia perché «catastroficamente
sintetica»7.
1 Gadda C. E., La Meccanica, p.12
2 Ivi, p. 16
3 Ivi, p.11
4 Romano G., Il «disegno meditato» modelli narrativi della «Meccanica» di Gadda, in «La Rassegna della Letteratura
Italiana», nn.1-2, 1992, p. 180
5 cfr. Gadda C. E., La Meccanica, p. 147: «Franco lasciò la preda dalle fulgide, bianchissime carni, quella che
vanamente sopra l’avorio de’ seni il Veccellio soffuse l’ambra delle chiome e dell’inguine e sopra la coltre di neve,
dogale porpora e l’oro».
6 Ivi, p.11
7 Ivi, p. 12
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2. Analisi dei personaggi

2.1 Il prologo dialogato: Zoraide e Gildo

Zoraide aprì finalmente ed uscì lei sul terrazzino, decisa. […] «Cosa vuoi? Ma un’altra volta ricordati che sorda non sono: » disse a quel Gildo sorvolando sui convenevoli. E lo guardò seria, stringendo le labbra, con una ruga verticale, improvvisa e dritta, sulla fronte bianca. […] «Va bene, va bene», disse Gildo, un po’ pallido, quasi con un tremito addosso […]. Era un cugino del marito di Zoraide, all’anagrafe Pessina Spártaco di Ermenegildo, al sècolo Gildo, detto il Castagna.

Si apre la porta della casa di Zoraide ed entra in moto il perfetto ingranaggio della Meccanica gaddiana, le cui ruote girano assieme ai quattro personaggi principali in un fine gioco di opposizioni e leve che portano il romanzo a funzionare come perfetto quadro della società milanese durante la Grande Guerra. L’incontro tra Zoraide e Gildo, le due ruote che possiamo definire minori, apre la vicenda in medias res e funziona da prologo dialogato stabilendo sin da subito una gerarchia ben definita di valori, su cui si sorregge l’intera struttura del romanzo. Da un lato c’è Zoraide che con la sua «presenza splendida e calda 2» domina lo spazio che la circonda e il suo interlocutore, Gildo, fisicamente raccapricciante, balbuziente e incapace di portare gloriosamente a termine le sue azioni, come il suo soprannome, «il Castagna», suggerisce.

Zoraide è simbolo di sensualità e bellezza, con le sue carni che «…fulgide per latte e per ambra si pensavano misteriose mollezze da disvelare per l’elisia e impudica serenità del Veccellio, con drappo di dogale porpora e oro» 3, descrizione che, come fa notare Romano 4, viene ripresa circolarmente nell’ultimo capitolo5. La bella Zoraide pare l’incarnazione di un’opera d’arte, capace di ispirare un «d’annunziano in ritardo» 6 e impossibile da immortalare in una fotografia perché «catastroficamente sintetica» 7. 1 Gadda C. E., La Meccanica , p. 2 Ivi, p. 16 3 Ivi, p. 4 Romano G., Il «disegno meditato» modelli narrativi della «Meccanica» di Gadda , in «La Rassegna della Letteratura Italiana», nn.1-2, 1992, p. 180 5 cfr. Gadda C. E., La Meccanica , p. 147: «Franco lasciò la preda dalle fulgide, bianchissime carni, quella che vanamente sopra l’avorio de’ seni il Veccellio soffuse l’ambra delle chiome e dell’inguine e sopra la coltre di neve, dogale porpora e l’oro». 6 Ivi , p.

La sua eroticità, emanata dalla «corta gonnella» 8, dalle ascelle bionde «di delicate sete» 9 che per «un gioco perverso» 10 si contorcono «in cirri secreti» 11 e, infine, dalle bianche braccia nude «da morsicarle» 12, è emblema della sua vitalità, poco adatta alle povere e brutta mura della sua casa. Così Zoraide aspira a evadere dalla sua vita proletaria per approdare tra le braccia di uno di quegli studenti «con il termosifone» 13 .

Ai suoi sogni Gadda dedica gran parte del secondo capitolo quando, grazie al discorso indiretto libero, ci è possibile aprire uno squarcio sulla psiche di questo personaggio femminile. Nella lettura, tuttavia, risulta evidente una discrepanza tra l’estrazione umile di Zoraide, e il linguaggio prezioso ed eccessivamente raffinato che in queste pagine le viene messo in bocca: nei giardini «legiferano con magiche strida i pavoni d’oro e di cobalto» 14 e sul «margine paradisiaco dell’acque sogna bianco nel suo silenzio l’airone». 15 Esclusa una défaillance da parte dell’autore, non resta che da supporre, come fa Baldi nel suo saggio 16, un intento parodico nei confronti della «stupenda» Zoraide.

In effetti, il risultato complessivo è quello della “bambina che gioca a fare la grande”, con i suoi movimenti pacati, ricercati, che forse non sono altro che impostati. Così, in apertura di romanzo la troviamo «seduta in un certo modo succinto e piccante da far venire l’acquolina in bocca a’ suoi non pochi ammiratori» 17, immagine che l’autore subito sferza sottolineando l’inutilità del gesto, dal momento che «lì non ce n’era nessuno»18.

Per Zoraide lo studente «con il termosifone» 19 equivale all’evasione dal mondo di suo marito, il mondo degli operai, così diverso dal mondo borghese cui aspira. Tuttavia, questa contrapposizione è per Zoraide puramente estetica e rimane del tutto estranea alla sfera ideologica. Tanto che quando conosce Franco, ignara della sua reale identità sociale, non le importa la «rete quasi impercettibile di strie nere nelle

8 Ivi , p. 9 Ivi , p. 10 Ivi , p. 11 Ibidem , p. 12 Ivi , p. 13 Ivi , p. 14 Ivi , p. 15 Ibidem , p. 16Baldi G., «La Meccanica»: vita «vera» e vita «finta» , in Eroi intellettuali e classi popolari , Napoli, Liguori, 2005, p. 170 17 Gadda C. E., La Meccanica p. 10 18 Ibidem , p. 19

Si professa seguace dell’«Avanti!», acerrimo nemico di ogni interventista, cui avrebbe volentieri «mollato una coltellata nel ventre», proletario come il cugino, ma è ben lontano dal saldo idealismo del Pessina. Per Gildo l’unico ideale esistente è quello della convenienza, così la guerra diventa una realtà fluida, accolta con gioia quando gli toglie i carabinieri di dosso («fortuna che era venuta la guerra! Se no quelli chissà fin quando avrebbero seguitato a rimestare la polenta» 26), ma temuta e rifuggita quando gli tocca prendervi parte. Per questo decide di rivolgersi a Zoraide: «io, ricordati sposa, di guerre ne potete far cento; ma voglio vedermi squartato se me mi pescheran mai: com’è vero che mi chiamo Spàrtaco…» 27. L’ironia qui è doppia. Da una parte, Gildo non lo sa ma ha appena predetto il suo futuro, infatti in guerra ci finirà e morirà fucilato mentre tenta di disertare. Dall’altra, stride il nome, con cui non viene mai chiamato all’interno del romanzo, che rimanda al famoso gladiatore, con cui ha di sicuro poco in comune.

Come fa notare Baldi nel suo saggio, «leggendo verticalmente i dati ricavati dal quadro delle opposizioni su cui insiste questo dialogo iniziale […] si avrà il grafico delle opposizioni e delle omologie su cui si regge l’intero sistema del romanzo» 28: da una parte vitalismo, spontaneità, salute, dall’altra malattia, ideologia e inautenticità.

2.2 Il marito e l’amante

Il binomio positivo-negativo pare mantenersi intatto anche con gli altri due personaggi, veri protagonisti dell’opera: Luigi e Franco. La loro opposizione può essere riassunta nei loro ruoli di amante e marito. Non a caso, entrambi vengono presentati solo dopo l’idilliaco sogno ad occhi di Zoraide, così che il lettore venga inconsciamente accompagnato ad associare lo studioso Pessina a una grigia e noiosa vita claustrofobica, mentre l’energico Velaschi porta con sé libertà e freschezza. Come nota Romano, quest’opposizione viene amplificata dagli spazi. Franco Velaschi è presentato quasi esclusivamente en plain air dove i suoi «continui slanci che oscillano da un polo all’altro della gamma del sentimento» (^29) (ira, giovialità, ruvidezza, dispregio, tenerezza) sono liberi di esplodere nella più sincera manifestazione della pienezza del vivere. Al contrario, il Pessina è accompagnato da

26 Ivi , pp. 15- 27 Ivi , p. 28 Baldi G., «La Meccanica»: vita «vera» e vita «finta» , p. 168 29 Romano G., Il «disegno meditato» modelli narrativi della «Meccanica» di Gadda , p. 187

un continuo senso di claustrofobia, nei laboratori dell’Umanitaria, piegato sui libri, nel treno che lo porta sul campo.

Emblematico diventa il suo ultimo agognante percorso verso la morte: sotto il diluvio, al buio, barcollante, «per strade e stradette» 30, «un andito buio» 31 dopo l’altro, fino ad assistere allo spettacolo più atroce, la moglie e l’amante nel mezzo dell’amplesso. Così la vita, sin dalle prime pagine associata dall’erotismo e dalla sensualità, si scontra in una stessa stanza con la morte e ne esce vittoriosa. Proprio come il Velaschi esce vittorioso da ognuna delle sue azioni. Vita e morte, vittoria e sconfitta, sono queste le opposizioni assiologiche tra Franco e Luigi: le due più grandi conquiste del primo – la bella Zoraide e la medaglia d’argento– sono le due più grandi sconfitte del secondo.

Lo schema di contrasti fra i due costella il romanzo, portando facilmente a individuare l’uno come nemesi dell’altro. Il giovane Velaschi è descritto con il potente trittico «alto, magro, fortissimo» 32, mentre l’unico ritratto che abbiamo di Luigino è lo scarno reperto dell’analisi medica che ci riporta un fisico esile e malto. Ancora una volta salute e malattia, bellezza e bruttura sono indicatori di un’attitudine alla vita. Questa opposizione di fondo si traduce nella pulsione sessuale, atto vitalistico per eccellenza, tra la vivacità del primo e l’inibizione del secondo, marcata pesantemente dal fatto che i due condividano la stessa donna. Mentre per il giovane Franco è naturale e semplice trovare donne che assaporino «qualche suo madrigale un po’ perentorio» 33, il Pessina solo a «diciott’anni, a furia di tenacia e di metodo» 34 si abitua, come fosse un compito da eseguire, a guardare le donne per strada. Ma non è adatto all’atto amoroso, glielo dicono pure i medici («Vada adagio con le donne; lei di polmoni da buttar via non ne ha» 35), e questa tensione tra desiderio e incapacità diventa riflesso di una inconciliabilità tra pulsione sessuale e fervente ideologia, in altre parole, inadeguatezza alla vita.

Per questo, non sorprende il rapporto che hanno i due protagonisti con le rispettive madri. Morboso è l’attaccamento di Luigi, che Gadda mette in luce in due occasioni: durante il commiato davanti al treno e nel capitolo finale, quando a Vicenza sostiene che «più che sua moglie avrebbe voluto ribaciare sua madre» 36. Sembra esprimere un desiderio di ritorno all’esistenza prenatale, al chiuso e al sicuro della dimensione

30 p. 31 p. 32 Ivi , p. 33 Ivi , p. 83 34 Ivi , p. 56 35 Ivi , pp. 67-

incontrino sul campo, dove le differenze sociali sono livellate nella comune condizione di soldato. Proprio qui, Franco compirà la sua decisiva gesta.

I compagni illividirono, vedendo quel sangue: «Sei ferito!» gli dissero «salta su, tagliamo la corda, per carità, se no qui ci restiamo tutti.» Ma lui fu bravo; riprese pronto la sua macchina e caricò lui anzi uno dei tre feriti e andò avanti […] Lo Jodice era raggiante […] La medaglia d’argento viaggiava. E quando la prende chi è sotto, la prenderà chi è sopra.

D’accordo che a muoverlo non ci sia alcun sentimento patriottico, quanto un eroico narcisismo, nulla può levare al Velaschi la sua vittoria. Sono la sua vitalità, il suo impulso, la sua giovinezza a vincere, per quanto prive di idealismo e moralismo. E ad essere sconfitto è proprio Luigino che nelle pagine finali, con un colpo di scena, scopre di essere stato salvato dall’amante della moglie. Perdono, dunque, l’idealismo, la devozione, il temperamento, l’onestà. Negli ultimi attimi di vita, il Pessina vede il suo «premio» 48 andare nelle mani di chi ha professato tutto il contrario. Così, del «bravo operaio» non resta che un funerale dove «due preti cantarono per dieci minuti e alcuni ceri arsero un centimetro e mezzo» 49, mentre nel buio della notte i due amanti, unici vincitori, si godono la loro gioiosa libertà.

47 Ivi , p. 129

48 Ivi , p.57: «Così, gli anni migliori, per Luigi, avevano avuto uno scopo, un indirizzo; erano stati un ardore, una volontà. E il premio, diceva, è venuto: ed era Zoraide»