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appunti autori scienze umane, Appunti di Scienze Umane

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Tipologia: Appunti

2022/2023

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silvia-g-10 🇮🇹

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AUTORI SOCIOLOGIA E ANTROPOLOGIA
PARSONS (sociologo)
Biologo di formazione, lo statunitense Talcott Parsons si specializzò in scienze sociali a
Londra con Malinowsky per addottorarsi poi ad Heidelberg con una tesi su Weber e
Sombart.
Tornato negli Stati Uniti, insegnò per quarant’anni ad Harvard dove elaborò la sua
teoria della società e dell’azione sociale secondo il modello struttural-funzionalista,
proponendosi cioè di illustrare la struttura di fondo della società attraverso il
funzionamento delle sue componenti.
In questo sforzo teorico tentò di conciliare gli opposti approcci di Weber e Durkheim
circa la priorità di individuo e società nell’analisi sociale.
3.1 Il modello AGIL
L’organizzazione funzionale dei sistemi sociali teorizzata da Parsons in The Social
System (1951) è uno degli esempi più ortodossi di teoria funzionalista.
La condizione più decisiva perché un’analisi dinamica sia buona, è che in essa ogni
problema venga continuamente e sistematicamente riferito allo stato del sistema
considerato come una totalità […] Un processo o un insieme di condizioni o
“contribuisce” alla conservazione (o allo sviluppo) del sistema, oppure è
“disfunzionale”, nel senso che attenta all’integrità e all’efficacia del sistema
Il sociologo descrisse il sistema sociale attraverso un modello che chiamò AGIL,
dall’acronimo delle quattro funzioni principali (o «imperativi funzionali») della società:
adattamento (Adaptative);
di raggiungimento dei fini (Goal Attainment),
di integrazione (Integrative)
e di mantenimento dei modelli latenti (Latent pattern).
La funzione di adattamento risponde al problema di ricavare sufficienti risorse
dall’ambiente e di distribuirle nel sistema. A svolgere questo compito indispensabile
per la sussistenza provvedono le istituzioni economiche.
Affinché il sistema sociale possa raggiungere fini specifici occorre un potere in grado
di decidere e mobilitare la società: è il compito delle istituzioni politiche.
Il bisogno di integrazione consiste nella necessità di tenere uniti i membri della
società e di coordinare le azioni evitando disordini, compito di cui, secondo Parsons, si
incarica il sistema giuridico, controllando che si rispettino le regole e sanzionando i
comportamenti devianti.
I modelli latenti sono invece quella parte del sistema sociale che dipende dal mondo
interiore degli individui, come forgiato dalle istituzioni educative, religiose e familiari.
Secondo Parsons, i quattro imperativi funzionali sono presenti non solo in tutte le
società, ma anche in ciascuna istituzione all’interno della società.
La famiglia, ad esempio, deve provvedere alla sussistenza e alla distribuzione delle
risorse al suo interno, all’organizzazione decisionale del gruppo, nonché
all’integrazione e alla gestione degli aspetti psicologici e relazionali della convivenza.
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AUTORI SOCIOLOGIA E ANTROPOLOGIA

PARSONS (sociologo) Biologo di formazione, lo statunitense Talcott Parsons si specializzò in scienze sociali a Londra con Malinowsky per addottorarsi poi ad Heidelberg con una tesi su Weber e Sombart. Tornato negli Stati Uniti, insegnò per quarant’anni ad Harvard dove elaborò la sua teoria della società e dell’azione sociale secondo il modello struttural-funzionalista, proponendosi cioè di illustrare la struttura di fondo della società attraverso il funzionamento delle sue componenti. In questo sforzo teorico tentò di conciliare gli opposti approcci di Weber e Durkheim circa la priorità di individuo e società nell’analisi sociale. 3.1 Il modello AGIL L’organizzazione funzionale dei sistemi sociali teorizzata da Parsons in The Social System (1951) è uno degli esempi più ortodossi di teoria funzionalista. La condizione più decisiva perché un’analisi dinamica sia buona, è che in essa ogni problema venga continuamente e sistematicamente riferito allo stato del sistema considerato come una totalità […] Un processo o un insieme di condizioni o “contribuisce” alla conservazione (o allo sviluppo) del sistema, oppure è “disfunzionale”, nel senso che attenta all’integrità e all’efficacia del sistema Il sociologo descrisse il sistema sociale attraverso un modello che chiamò AGIL, dall’acronimo delle quattro funzioni principali (o «imperativi funzionali») della società: adattamento (Adaptative); di raggiungimento dei fini (Goal Attainment), di integrazione (Integrative) e di mantenimento dei modelli latenti (Latent pattern). La funzione di adattamento risponde al problema di ricavare sufficienti risorse dall’ambiente e di distribuirle nel sistema. A svolgere questo compito indispensabile per la sussistenza provvedono le istituzioni economiche. Affinché il sistema sociale possa raggiungere fini specifici occorre un potere in grado di decidere e mobilitare la società: è il compito delle istituzioni politiche. Il bisogno di integrazione consiste nella necessità di tenere uniti i membri della società e di coordinare le azioni evitando disordini, compito di cui, secondo Parsons, si incarica il sistema giuridico, controllando che si rispettino le regole e sanzionando i comportamenti devianti. I modelli latenti sono invece quella parte del sistema sociale che dipende dal mondo interiore degli individui, come forgiato dalle istituzioni educative, religiose e familiari. Secondo Parsons, i quattro imperativi funzionali sono presenti non solo in tutte le società, ma anche in ciascuna istituzione all’interno della società. La famiglia, ad esempio, deve provvedere alla sussistenza e alla distribuzione delle risorse al suo interno, all’organizzazione decisionale del gruppo, nonché all’integrazione e alla gestione degli aspetti psicologici e relazionali della convivenza.

Nella visione tradizionalista di Parsons, il padre accentra le prime tre funzioni, mentre la madre si incarica del mantenimento dei modelli latenti, curando l’integrazione psicologica dei componenti. La teoria di Parsons non si limita a considerare il sistema sociale e le sue istituzioni, ma prende in esame anche il versante individuale, soggettivo, della società. Perché il sistema sociale si mantenga e si riproduca non bastano infatti le istituzioni, ma occorre il concorso attivo degli individui al suo funzionamento. Scrive infatti, Parsons: «Sono necessari molti complicati processi per mantenere il funzionamento di ogni sistema sociale; se i suoi membri non intervenissero mai, una società cesserebbe di esistere molto presto». Ciò che assicura che gli individui si comportino in modo adeguato alle necessità istituzionali è, oltre alla motivazione del vantaggio esterno, l’interiorizzazione dei modelli sociali, dei loro principi e valori. Parsons riprende da Freud l’idea di un Super-Io, cioè una coscienza morale che governa le nostre scelte in base alle esigenze della società. In sociologia la tesi era stata già avanzata da Durkheim, per il quale la realtà sociale «oltrepassa le coscienze individuali, e nello stesso tempo è loro immanente». Nella concezione di Parsons la società è composta da più sistemi stratificati e in connessione tra loro: il sistema culturale, fatto di conoscenze, simboli, valori, il sistema sociale, strutturato dalle posizioni, dai ruoli, dalle norme, dalle istituzioni, fino al sistema personale in cui si svolge la vita interiore dell’individuo, e quello sistema fisico-biologico. È il sistema culturale a dominare sugli altri, influenzando il sistema sociale e penetrando negli individui, portandoli ad adeguarsi alla cultura a cui appartengono e a seguire le regole del sistema sociale. L’integrazione sociale non è assicurata però solo dall’interiorizzazione dei contenuti culturali. Occorre anche che gli individui agiscano conseguentemente, cioè in modo conforme ai dettati del sistema sociale. Per spiegare come ciò accada, Parsons propone una teoria dell’azione sociale razionale [La struttura dell’azione sociale, 1937], sostenendo che le persone si comportano conformemente alle regole sociali perché sono esseri razionali che decidono che cosa fare coerentemente con le mete che si prefiggono: Il punto di partenza logico per l’analisi del ruolo che gli elementi normativi svolgono nell’azione umana, è la constatazione empirica che gli uomini non soltanto rispondono a stimoli, ma in un certo senso cercano di conformare la loro azione a modelli, che sono ritenuti desiderabili dall’attore e da altri membri della collettività. Secondo Parsons, poiché è la società che suggerisce a ciascuno quali mete prefiggersi e quali strategie seguire per raggiungerle, l’individuo finisce per conformarsi al sistema sociale. Vediamo qui Parsons muoversi sul terreno opposto a quello di Pareto, che aveva sostato particolarmente sulle componenti irrazionali della vita individuale e sociale, discostandosi anche da Durkheim per il quale la coesione sociale è dovuta in primo

La società La società si presenta come il risultato di azioni individuali dotate di senso. Weber, inoltre, parla di relazione sociale come comportamento di più individui instaurato reciprocamente ed essa si fonda perciò esclusivamente sulla chance che si agisca socialmente in un dato modo dotato di senso. L’agire sociale e i tipi di ideali L’agire sociale non si può analizzare in termine di leggi immutabili, ma va valutato attraverso forme empiriche da verificare di volta in volta. La possibilità di cogliere le uniformità dell’agire, trova un modo valido per la formulazione di tipi ideali (IDEALTYPEN) dell’agire stesso. I tipi ideali sono il risultato di un procedimento dove il concetto di determinate caratteristiche prevalenti dell’agire sociale vengono astratte. Weber distingue 4 tipi di ideali: Razionale rispetto allo scopo: è quello che risulta più evidente all’osservatore, perché l’agire è determinato da aspettative in relazione a scopi; Razionale rispetto al valore: quando l’agire è influenzato da credenze; Affettivo: quando l’agire è influenzato da sentimenti; Tradizionale: quando l’agire è influenzato da abitudini acquisite. In sociologia i tipi ideali non si applicano solo ai comportamenti esterni ma si accentuano anche negli interni. Ideali di potere Inoltre, Weber costruisce anche i suoi tipi ideali di potere che si basano sulle diverse forme di legittimazione, che danno la loro legittimità alle credenze dei tipi ideali; i 4 tipi ideali di potere sono: Potere tradizionale: si verifica quando la legittimazione del potere è fondata sulla credenza di tradizioni ritenute valide da sempre; Potere carismatico: è fondato sul carisma di un individuo; Potere legale: si verifica quando la legittimazione poggia sulla credenza di ordinamenti giuridici. Rapporto religione-società Come accennato nell’introduzione, Weber dà un importante contributo al rapporto religione-società; egli individua la religione come la risposta agli interrogativi fondamentali della vita umana: la religione costituisce lo strato fondante della cultura di ogni società. Max Weber e il capitalismo L’autore tedesco Max Weber dà particolare importanza anche al capitalismo e la sua specificità è data dal fatto che, in esso, la produzione economica è orientata a un profitto che non viene impiegato solo a migliorare un tenore di vita, ma per essere reinvestito in vista di maggiori profitti. Egli inoltre crede che il protestantesimo abbia favorito tutto ciò, mostra che il cristianesimo, a differenza di altre religioni, conteneva valori che promuovevano l’individualismo e un atteggiamento attivo nei confronti del mondo.

GOFFMAN

Erving Goffman nasce a Manville, in Canada, l’11 giugno 1922. Il principale contributo di Goffman alla teoria sociale è la sua formulazione dell’interazione simbolica nella sua opera La vita quotidiana come rappresentazione (The Presentation of Self in Everyday Life – 1959). Per il sociologo canadese la vita sociale è, appunto, una rappresentazione (si parla infatti di metafora drammaturgica), che i gruppi sociali mettono in scena di fronte ad altri gruppi. La vita sociale si divide così in spazi di palcoscenico e di retroscena, cioè in spazi privati, in cui gli individui non “recitano”, e spazi pubblici in cui inscenano invece una precisa rappresentazione. Naturalmente, il comportamento nel retroscena contraddice il comportamento pubblico: una persona insicura, ad esempio, può assumere in pubblico un atteggiamento spavaldo, e mostrarsi invece vulnerabile soltanto nel suo retroscena (ad esempio in famiglia). La società, sostiene Goffman, si divide in gruppi di audience e di performance (dove ogni individuo, a seconda delle situazioni, appartiene sia a gruppi di audience che a gruppi di performance). Per appartenere ad un gruppo, quindi, bisogna condividere il suo retroscena, che è lo spazio in cui si prepara la rappresentazione pubblica. Condividere il retroscena, però, significa soprattutto conoscere i segreti del gruppo, ossia quelle informazioni che, portate all’esterno, renderebbero poco credibile la rappresentazione. Erving Goffman a tal proposito cita l’esempio dei camerieri in un hotel delle isole Shetland (dove aveva svolto la sua ricerca). Verificando che il gruppo di performance dei camerieri, di fronte al proprio pubblico (ovvero i clienti del ristorante), inscena una rappresentazione, mostrandosi deferente, rispettoso, discreto. Questo accade in uno spazio di “palcoscenico” (cioè dove il pubblico è presente): mentre nello spazio di “retroscena”, (la cucina dell’albergo) nascosto al pubblico, i camerieri hanno un comportamento del tutto diverso, molto più informale e irrispettoso. Se un cameriere raccontasse al pubblico dei clienti i segreti del gruppo – come i camerieri preparano le portate, il modo in cui mangiano o in cui deridono i clienti – il gruppo stesso verrebbe distrutto, perché la sua rappresentazione apparirebbe falsa e non credibile. I segreti devono quindi rimanere all’interno del gruppo: e per questo motivo, il gruppo stesso deve comprendere, per definizione, tutte le persone che sono a conoscenza di questi segreti. Quindi, appartenere ad un gruppo sociale significa soprattutto condividere i suoi segreti, cioè il suo patrimonio di conoscenze. Secondo Goffman, quindi, la vita sociale si fonda sulla demarcazione dei confini tra palcoscenico e retroscena. Il gruppo di audience non deve accedere alle situazioni di retroscena che contraddicono il comportamento pubblico. Le opere di Erving Goffman in Sociologia Oltre a La vita quotidiana come rappresentazione, Erving Goffman è stato autore di altre importanti opere. Dopo aver assunto il ruolo di osservatore scientifico all’istituto nazionale di salute mentale a Bethesda, nel Maryland, avviò le ricerche che lo portarono alla stesura di Asylums. Le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza (Asylums: Essays on the Social Situation of Mental Patients and Other Inmates – 1961). Si tratta di un’acuta analisi sull’importanza della struttura sociale nel produrre comportamenti conformati, specialmente all’interno di ambienti che Goffman etichettò come “total institutions” (istituzioni totali), quali gli asili di igiene mentale, le prigioni e i consorzi militari. Da ricordare anche la sua ultima opera, Forme del parlare (Forms of Talk – 1981), in cui prosegue la sua originale metafora del teatro. Erving Goffman muore a Filadelfia il 19 novembre 1982 all’età di 60 anni.

quelli che rifiutano sia i valori e le norme che riguardano i mezzi per raggiungere questi ultimi; ribelli, coloro che mettono in discussione obiettivi e mezzi comuni e lottano per affermare obiettivi e mezzi diversi. COMTE Isidore Marie Auguste François Xavier Comte nasce a Montpellier il 19 gennaio 1798. Frequentò la scuola politecnica di Parigi, il che incise profondamente sulla sua formazione filosofica. Al centro della sua filosofia, infatti, vi è la matematica e la convinzione che l’unica vera forma di sapere sia la scienza. Ad Auguste Comte è attribuita la nascita della moderna scienza sociale: fu proprio lui, infatti, a coniare il termine “sociologia“, dove con questa definizione sperava di unificare tutti gli studi sull’uomo, includendo storia, psicologia ed economia. Inizialmente egli chiamò questa nuova scienza “Fisica Sociale”; questo termine fu tuttavia utilizzato inconsapevolmente da Adolphe Quetelet nel 1835 per indicare l’importanza dell’uomo medio come trascinatore della società e l’uniformità del sistema sociale. Comte decise così di coniare il termine “sociologia” per differenziarsi dal pensatore belga. Questa disciplina si divide in due branche, nella realtà inscindibili: statica, la quale ha per oggetto le strutture permanenti nella società e quindi si basa sul concetto di ordine; dinamica, la quale ha per oggetto le trasformazioni nel tempo e quindi si basa sul concetto di progresso. Proprio questi due concetti espressi da Comte figurano sulla bandiera del Brasile (Ordem e progresso). Auguste Comte è generalmente considerato il padre del Positivismo. Al termine “positivo” egli dedica il Discorso sullo spirito positivo (1844). Comte individua 5 significati diversi del termine positivo, i quali concorrono tutti a definire il carattere della nuova concezione filosofica. Positivo è anzitutto ciò che è reale, effettivo, sperimentale, in opposizione a ciò che è astratto, chimerico, metafisico. Positivo è anche ciò che appare fecondo, utile, efficace, in opposizione a ciò che è inutile ed ozioso. Positivo è ciò che è preciso, cioè determinante il proprio oggetto, in contrasto con il vago del pensiero e del linguaggio teologico-metafisico. Positivo è ciò che è certo e si basa sul dato di fatto, in opposizione all’indecisione e ai dubbi esistenziali. Un sapere, quindi, ben saldo entro i propri limiti. Infine positivo è costruttivo, a differenza della negatività distruttiva dell’illuminismo che si limitava alla critica. Ma le sue idee, quand’egli era ancora in vita, non riscossero molto successo e tutti i suoi tentativi di entrare pienamente nella vita accademica fallirono miseramente; questi continui insuccessi, uniti al fallimento amoroso, stanno probabilmente alla base dello squilibrio psichico che lo tormentò per il resto della sua vita. La legge dei tre stati In Corso di filosofia positiva (1830) Auguste Comte elabora la famosa “legge dei tre stati”. Comte considerava la sociologia come l’ultimo risultato di uno sviluppo di scienze, quali la biologia, la chimica, la fisica. Egli credeva che lo studio di tale disciplina avrebbe portato l’umanità ad uno stato di benessere, dato dalla comprensione e dalla conseguente capacità di controllo del comportamento umano. Con la legge dei tre stadi Comte prefigurava l’avvento dell’era positiva in cui la scienza avrebbe avuto un posto centrale nella vita degli uomini. La legge è articolata in tre fasi (ispirate alle tre età degli dei, degli eroi e degli uomini) che riguardano sia lo sviluppo dell’individuo che quello dell’umanità intera. Il primo stato è quello teologico, che corrisponde al periodo dell’infanzia dell’umanità; la ricerca delle cause dei

fenomeni viene attribuita ad esseri soprannaturali, dapprima ai feticci delle religioni animistiche poi a pluralità di divinità (politeista) e alla fine all’unico Dio (monoteista). Il secondo stato è metafisico e corrisponde al periodo dell’adolescenza o giovinezza del pensiero: l’uomo si pone le stesse domande che si poneva nello stato teologico, ma formula una diversa risposta, non ricorrendo più a cause che trascendano la dimensione naturale, bensì facendo ricorso a cause immanenti. Si tratta dell’epoca in cui la causa dei fenomeni viene cercata nell’essenza e nella forma: alla domanda “come cresce l’albero?”, non si risponde più dicendo che c’è un Dio che provvede a ciò, ma, viceversa, si dice che vi è la forma dell’albero che ha in sé tutte le strutture che lo fanno sviluppare. Il terzo ed ultimo stato è quello positivo-scientifico, descritto come «lo stato virile della nostra intelligenza»; esso comporta lo sviluppo della filosofia positiva. In questa fase, l’uomo smette di sognare: la ragione non divaga più, bensì viene finalizzata alla prassi. L’umanità è arrivata sulla strada di questo stadio grazie all’opera di uomini come Galileo Galilei, Cartesio e Bacon, passando per l’illuminismo e approdando al positivismo nel XIX secolo, come inizio di questa nuova era. La legge dei tre stati corrisponde così a ciò che effettivamente è avvenuto nella storia: ai tempi degli antichi greci regnava la religione, poi con il cristianesimo è invalsa la metafisica e infine, con Auguste Comte, è stata spodestata dalla scienza positivistica. Tuttavia, oltre ad essere un processo avvenuto nella storia dell’umanità, la legge dei tre stati è anche un itinerario che ciascuno di noi percorre dentro di sé: da bambini, quando si è più creduloni, si tende a spiegare ogni fenomeno ricorrendo ad un Dio; man mano che si cresce, la religione è sostituita dalla metafisica, ed infine, divenuti adulti, la scienza ha la meglio. Tutte le scienze esistenti, sostiene Comte, sono passate per i tre stati poc’anzi delineati, ma non tutte sono arrivate con la stessa rapidità: ci sono state scienze che sono arrivate prima e altre che sono arrivate dopo, e in virtù di questa diversità nei tempi d’arrivo esse vengono da Comte classificate secondo un ordine che è al contempo di complessità crescente e di generalità decrescente. Infatti, sul piano logico, meno fattori si considerano nel tratteggiare un concetto e più il concetto, per così dire, si allarga: il concetto di uomo, ad esempio, è più complesso del concetto di animale, proprio perchè implica il concetto di animale più qualcos’altro; ma il fatto che sia più complesso comporta che sia anche più ristretto (ovvero racchiude un minor numero di casi), poichè tutti gli uomini sono animali ma non tutti gli animali sono uomini. I concetti studiati dalla matematica sono, nel loro insieme, molto semplici, dice Comte, in quanto tale scienza si limita ad analizzare la quantità allo stato puro, senza porsi problemi più specifici. Emerge dunque la convinzione comteiana secondo la quale la matematica è una scienza semplice, poiché lavora su un solo concetto (la quantità) e proprio per questo è applicabile ad ogni realtà; e per la sua applicabilità ad ogni realtà, Comte è più propenso a considerarla una sorta di logica della conoscenza scientifica piuttosto che una scienza. man mano che si sale la scala, le scienze diventano sempre più complesse (perché studiano sempre più caratteristiche) e per ciò meno generali. Giunti al vertice della scala, troviamo la scienza che è la più complessa di tutte, ma anche la meno generale: la sociologia. Diversamente da come ci si potrebbe aspettare, Auguste Comte non è un riduzionista, ovvero non riconduce ad una sola scienza tutte le altre, come aveva invece fatto, due secoli addietro, Hobbes, ad avviso del quale, conoscendo le leggi della materia, allora è possibile spiegare con esse l’intero mondo vivente, umano e politico. Per Comte, è senz’altro vero che non si può costruire una scienza più complessa senza conoscere quella più semplice che la fonda, ma tuttavia sarebbe scorretto ricondurla in tutto e per tutto ad essa: per individuare le leggi della biologia, ad esempio, non potrò prescindere da

Ma l’approccio linguistico di J. ha una portata più generale che, mentre lo eleva ai vertici dello strutturalismo, lo consacra maître à penser della semiotica. A lui dobbiamo un modello di comunicazione fondato sullo scambio verbale (definito appunto ‘modello di Jakobson’), che consente di passare, con sostegno epistemologico, da un’analisi quantitativa a un’analisi qualitativa (Comunicazione). Punto di riferimento è la classica situazione interpersonale, il ‘dialogo’, di cui J. coglie i vari parametri umani, materiali, semantici ed estetici, superando il modello cibernetico di Shannon e Weaver. Sei i fattori che intervengono nello schema jakobsoniano: 1) destinatore (emittente, chi codifica e invia il messaggio); 2) contesto (referente); 3) contatto (canale fisico, connessione fisiologica tra chi invia e chi riceve il messaggio); 4) codice (forma di comunicazione); 5) messaggio (contenuto); 6) destinatario (chi riceve e decodifica il messaggio). Lo schema è bilaterale, contempla cioè la ‘retroazione’ ( feedback, risposta del destinatario che diventa a sua volta destinatore). L’originalità di J. riguarda peraltro le sei funzioni del messaggio che, in quanto primarie rispetto agli altri fattori, sono introdotte quale modello complementare: soggettiva o espressiva, referenziale, conativa, metalinguistica, fatica, poetica ( Funzione; Abbigliamento). MC LUHAN Nato nel 1911 ad Edmonton, in Canada, Marshall McLuhan studiò lingua e letteratura inglese nell'università di Manitoba e poi in Inghilterra, nell'Università di Cambridge. A Cambridge, McLuhan studiò sotto la guida di I.A. Richards e di F.R. Leavis e fu influenzato dalla corrente letteraria del “Nuovo Criticismo”. Nell'anno accademico 1936-37, insegnò all'Università del Wisconsin. Il 30 marzo 1937, McLuhan completò quella che era stata una conversione lenta ma totale, quando fu formalmente accolto nella Chiesa cattolica Romana. In seguito, egli insegnò nelle istituzioni di educazione superiore della Chiesa cattolica. Dal 1937 al 1944, egli insegnò inglese nell'Università di Saint Louis. Qui ebbe tra gli studenti un giovane gesuita di nome Walter J. Ong, che avrebbe poi preparato e discusso una tesi di laurea su un argomento proposto da McLuhan e che sarebbe diventato in seguito, in modo analogo al suo amico e maestro McLuhan, un'autorità nel campo dei mezzi di comunicazione e delle relative tecnologie. Il 4 agosto 1939, McLuhan sposò Corinne Lewis, di Fort Worth (Texas), e insieme passarono il 1939-40 nell'Università di Cambridge, dove egli continuò a lavorare alla sua tesi di dottorato su Thomas Nashe e le arti verbali. Dal 1944 al 1946, McLuhan insegnò presso l'Assumption College a Windsor, nel Canada. Dal 1946 al 1979 egli insegnò al St. Michael's College, University of Toronto, dove Hugh Kenner fu uno dei suoi studenti. McLuhan insegnò anche per un anno alla Fordham University, quando avvenne il famoso esperimento di Fordham sugli effetti della televisione. Si spense a Toronto nel 1980. Pensiero Durante gli anni trascorsi all'Università di Saint Louis (1937-1944), McLuhan lavorò in contemporanea a due progetti ambiziosi: la sua tesi di dottorato e il manoscritto che fu poi pubblicato in libro nel 1951 col titolo La sposa meccanica (The Mechanical Bride: Folklore of Industrial Man). Tale libro includeva solo una selezione del materiale

che McLuhan aveva preparato. La tesi di dottorato a Cambridge di MCLuhan del 1943 è un saggio di formidabile erudizione, che studia la storia delle arti verbali (grammatica, logica e dialettica, retorica: cioè il trivium) dall'epoca di Cicerone fino al tempo di Thomas Nashe. Nelle sue pubblicazioni successive, McLuhan usa a volte il concetto latino di trivio per indicare una rappresentazione ordinata e sistematica di alcuni periodi della storia della cultura occidentale. Per esempio, egli suggerisce che il Medioevo fu un’epoca caratterizzata da una forte enfasi sullo studio della logica formale. La svolta chiave che portò al Rinascimento non fu la riscoperta di testi antichi, ma una nuova enfasi data allo studio della retorica e del linguaggio invece che allo studio formale della logica. Nel successivo La galassia Gutenberg, del 1976 (The Gutenberg Galaxy: The Making of Typographic Man), McLuhan sottolinea per la prima volta l'importanza dei media nella storia umana; in particolare egli discute dell'influenza della stampa a caratteri mobili sulla storia della cultura occidentale. Nel libro, McLuhan illustra come con l'avvento della stampa a caratteri mobili si compia definitivamente il passaggio dalla cultura orale alla cultura alfabetica. Se nella cultura orale la parola è una forza viva, risonante, attiva e naturale, nella cultura alfabetica la parola diventa un significato mentale, legato al passato. Con l'invenzione di Gutenberg, queste caratteristiche della cultura alfabetica si accentuano e si amplificano: tutta l'esperienza si riduce ad un solo senso, cioè la vista. La stampa è la tecnologia dell'individualismo, del nazionalismo, della quantificazione, della meccanizzazione, dell'omogeneizzazione: insomma, è la tecnologia che ha reso possibile l'era moderna. Alla base del pensiero di McLuhan (e della cosiddetta “Scuola di Toronto”, di cui egli, insieme a W. J. Ong, è il maggiore rappresentante) troviamo un accentuato determinismo tecnologico, cioè l'idea che in una società la struttura mentale delle persone e la cultura siano influenzate dal tipo di tecnologia di cui tale società dispone. Nel suo scritto più famoso, Gli strumenti del Comunicare, del 1964 (Understanding Media: The Extensions of Man), McLuhan inaugura uno studio pionieristico nel campo della “ecologia dei media”. È qui che McLuhan afferma che è importante studiare i media non tanto in base ai contenuti che essi veicolano, ma in base ai criteri strutturali con cui organizzano la comunicazione. Questo pensiero è notoriamente sintetizzato con la frase "il medium è il messaggio". McLuhan afferma che il contenuto della trasmissione ha in realtà un effetto minimo sulla società, e che quindi se, ad esempio, la televisione trasmettesse programmi per bambini o spettacoli violenti, l'influenza di questo medium sarebbe la stessa. McLuhan osserva che ogni medium ha caratteristiche che coinvolgono gli spettatori in modi diversi; ad esempio, un passo di un libro può essere riletto a piacimento, mentre (prima dell'avvento delle videocassette o dei DVD) un film deve essere ritrasmesso interamente per poterne studiare una parte. È in questo testo che McLuhan introduce la classificazione dei media in caldi e freddi, classificazione alla quale è legata la sua fama mondiale. McLuhan è noto al grande pubblico per la classificazione dei media in "caldi" e "freddi" e per le espressioni "villaggio globale" e "il medium è il messaggio". L'espressione "il mezzo è il messaggio", considerata la riflessione più importante di McLuhan, sta ad indicare che il vero messaggio che ogni medium trasmette è costituito dalla natura del medium stesso. Ogni medium va quindi studiato in base ai “criteri strutturali” in base ai quali organizza la comunicazione; è proprio la particolare

quanto la scrittura prealfabetica, con i suoi innumerevoli segni, era difficile da apprendere. Ripercorrendo a grandi tappe le più importanti innovazioni che si sono avute per la diffusione del sapere, quali l’alfabeto (IX secolo a.C.), la stampa (XV secolo d.C.) e internet (XX secolo), che però McLuhan non aveva previsto, possiamo dire che oggi la conoscenza è patrimonio di tutti e si costruisce con la collaborazione di ogni membro della società. A questo scopo, da qualche anno a questa parte, sono sorte delle “comunità di pratica e di apprendimento” che hanno come obiettivo finale il generare conoscenza creata, organizzata e di qualità cui ogni individuo può avere libero accesso. In queste comunità c’è un apprendimento continuo, c’è consapevolezza delle proprie conoscenze, tutti hanno un proprio ruolo, ma le varie posizioni non sono di tipo gerarchico (in quanto la gerarchia impedisce i rapporti tra le persone) ma tutti hanno uguale importanza, perché il lavoro di ciascuno sarà un beneficio per l’intera comunità. La finalità è il miglioramento collettivo. Chi entra in questo tipo di organizzazione ha in mente un “modello di condivisione”; non esistono spazi privati o individuali, in quanto tutti condividono tutto, perché chi ha conoscenza e la tiene per sé è come se non l’avesse. Le comunità di pratica tendono all’eccellenza, a prendere ciò che di meglio produce ognuno dei loro collaboratori. Ma questo “metodo costruttivista”, che punta ad una conoscenza che si costruisce insieme, rappresenta un modo di vivere, lavorare e studiare che ci è ancora poco familiare. Siamo infatti ancora legati ad una società di tipo individualistico; tra gli uomini c’è competizione e manca quella collaborazione che funge da motore pulsante nelle “comunità di pratica e di apprendimento”. Ma non c’è da meravigliarsi; come spiega McLuhan, già le lettere fonetiche ed i numeri furono mezzi sufficienti per la frammentazione e la de-tribalizzazione dell’uomo. Con l’avvento della stampa, poi, si ebbe un processo di separazione (o esplosione) delle funzioni mai avutosi in precedenza che si sviluppò rapidamente a tutti i livelli e in tutti i settori; l’essenza formale della pressa tipografica, infatti, consiste “nella capacità di trasferire la conoscenza nella produzione meccanica con la frantumazione di qualsiasi processo in aspetti frammentari da calcolare in una sequenza lineare di parti mobili”. Nella società occidentale allora sorsero il nazionalismo, l’industrialismo, la produzione di massa, l’alfabetismo e l’istruzione universale e lo spirito individualistico. Conseguenze naturali del processo di separazione delle funzioni furono, inoltre, la separazione del pensiero dall’emozione e l’agire senza reagire. Ma se la stampa nel XV sec. sfidò gli schemi collettivi dell’organizzazione medievale, oggi c’è una nuova sfida in atto: quella tra l’era elettrica e il nostro individualismo frammentato. Ed è proprio in questa era elettrica che trovano la loro giusta ed ovvia collocazione le “comunità di pratica e di apprendimento”. Nell’epoca odierna, infatti, tutti sono sempre e reciprocamente coinvolti e i doni che ci sono stati dati dalla stampa, ovvero il distacco e il non coinvolgimento, ormai sono diventati degli ostacoli da superare. Stiamo vivendo in una società che barcolla tra l’individualismo e la divisione dei ruoli dell’epoca appena passata e la collaborazione e il villaggio globale tipici dell’era elettrica che sta pian piano affermandosi. Quelli che una volta erano fattori di velocità (la specializzazione, la divisione, la catena di montaggio) oggi sono stati messi in secondo piano dalla tecnologia elettrica; l’informazione si sposta alla velocità dei segnali del nostro sistema nervoso. Con i jets e l’elettricità ci è possibile toccare in

poche ore ogni parte del globo (è facile, ad esempio, mangiare a New York, prendere un aereo e digerire a Parigi ); si sta creando una sorta di villaggio globale e, non a caso, oggi si sente parlare così tanto di globalizzazione. LEVI-STRAUSS Claude Levi-Strauss è tra gli antropologi più famosi e iconici di tutto il Novecento. Di origine belga, nato a Bruxelles ma cresciuto in Francia, è stato uno studioso stimato in ogni ambito accademico, che ha saputo avvicinare anche il grande pubblico alla disciplina antropologica e alle scienze umane. Scomparso alla venerabile età di 101 anni, è il principale teorico del strutturalismo applicato agli studi etnologici e antropologici, una corrente che lascerà, per la sua portata sistematica, un’impronta indelebile su un’intera generazione di intellettuali. Pur avendo fatto ricerca sul campo è ricordato infatti come un grande pensatore in cui convergono psicologia, storia, filosofia e ovviamente antropologia. Per le sue opere e idee, nel corso della sua carriera, gli saranno riconosciuti infiniti premi e onorificenze in tutto il mondo. Dalla linguistica all’antropologia Lo strutturalismo nasce però in linguistica, per opera di Ferdinand de Saussure, fondatore della linguistica moderna. L’autore, anch’esso francese, in controcorrente rispetto alla tradizione prevalente considerava la lingua come un prodotto sociale derivante dalla facoltà del linguaggio in cui i diversi segni vengono connessi gli uni agli altri tramite strutture logiche di opposizione e associazione per comunicare con gli altri in modo convenzionale e arbitrario. Questi distingueva tra “langue”, la parte sociale del linguaggio, esterna all’individuo, che da solo non può né crearla né modificarla ed esiste solo in virtù d’una sorta di contratto stretto tra i membri della comunità; e “parole”, ovvero l’esecuzione linguistica individuale. Trasponendo all’antropologia de Saussure e i suoi concetti, in quanto “fenomeni la cui natura si ricollega a quella della stessa natura del linguaggio”, Levi-Strauss in “Antropologia strutturale” afferma che il compito della disciplina antropologia era quello di ricercare gli “universali strutturali“: quell’ordine mentale soggiacente e comune a tutte le società da cui poi nascono gli infiniti elementi della variabilità culturale e sociale. Diversamente da altri autori come Radcliffe-Brown, che ricercavano le leggi del funzionamento della società, Levi-Strauss, richiamando la psicoanalisi, si occupava di rintracciare quelle “forme nascoste e inconsce” dietro ai fatti sociali e culturali, le quali “presiedono alla istituzione di quella complessa organizzazione sociale dei propri componenti sorta dall’ineludibile esigenza vitale di imporre quell’indispensabile ordine al fluire indistinto e caotico del reale”. Così come i fonemi assumono un senso solo all’interno di un sistema di regole che li mettono in relazione, questi principi stanno alla base e danno senso a ogni fenomeno sociale. Claude Levi-Strauss fu l’ultimo a tentare questo tipo di impostazione “universalista“ e razionalista. Ovviamente, le popolazioni cosiddette “selvagge” erano, secondo il francese, il terreno migliore per questo tipo di indagine in quanto le strutture in esse erano più facilmente rintracciabili. Incesto, logica binaria e simmetria Un primo elemento strutturale, una prima invarianza nota è la proibizione dell’incesto. Riprendendo Durkheim e alcuni concetti del suo maestro Marcel Mauss, nella sua tesi di dottorato “Les structures élémentaires de la parenté” per Levi-Strauss questo

Appassionato di etnologia, spese le sue energie nella ricerca sulle popolazioni native del Nordest, facilitato dall'amicizia con il nativo nordamericano Ely Parker, commissario governativo per gli affari dei nativi nordamericani durante la guerra civile. Insieme a lui scrisse la Lega degli Irochesi nel 1851. Avvantaggiato dalla presenza di molte tribù di nativi nordamericane nel suo Paese, che egli visitava di frequente, partecipò alla loro vita guadagnandosi la loro amicizia. Tra queste, la tribù dei nativi nordamericani Seneca a cui apparteneva Ely Parker lo adottò col nome di Taydawahguh, «colui che si tiene in mezzo», ossia colui che fa da mediatore tra i nativi nordamericani e gli ultimi arrivati. Sistemi di consanguineità e di affinità nella famiglia umana Morgan condivide con l'inglese Edward Burnett Tylor il titolo di fondatore dell'antropologia culturale. Secondo Morgan la storia umana si è sviluppata in tre periodi etnici: lo stato selvaggio, la barbarie e la civiltà. Egli suddivide a sua volta questi tre stadi in sette periodi dallo stadio selvaggio inferiore (gli uomini si nutrono di frutta e di bacche) allo stadio civile (uso dell'alfabeto fonetico e della scrittura). All'interno di questa evoluzione la famiglia ha conosciuto cinque tappe: La famiglia consanguinea in cui il matrimonio avveniva tra fratelli e sorelle. La famiglia punalua in cui vigeva il divieto di matrimonio tra fratelli e sorelle. La famiglia sindiasmiana nella quale le coppie nascevano e si scioglievano spontaneamente. La famiglia patriarcale in cui l'autorità suprema spettava al capo di sesso maschile. La famiglia monogamica basata sull'uguaglianza tra maschio e femmina, che si va evolvendo verso la famiglia nucleare. Questi passaggi sono avvenuti a causa del succedersi delle forme di economia, da quella dei raccoglitori e cacciatori a quella dell'industrializzazione moderna. Morgan dimostrò queste intuizioni nella sua opera successiva intitolata La società antica (1877), criticata dagli anti-evoluzionisti e ignorata dai funzionalisti, ma molto apprezzata da Friedrich Engels, che ne fece l'elogio nell'opera L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato. Stadi di sviluppo Morgan delineò in maniera rigorosa gli stadi culturali, utilizzando gli elementi materiali come riferimento, suddividendoli in: Lo stadio Selvaggio: le popolazioni vivevano prevalentemente di caccia, pesca e raccolta. Stadio caratterizzato da nomadismo in cui la comunità primitiva non avverte l'esigenza di stabilirsi su di un territorio preciso e si sposta di volta in volta. Lo stadio delle Barbarie: in cui la popolazione si dedica all'agricoltura e all'allevamento degli animali. Le comunità cominciano a raggiungere notevoli livelli di strutturazione sociale (ad esempio fanno la loro comparsa i tabù come quello dell'incesto). Scompare o cala vistosamente il fenomeno del nomadismo. Lo stadio della Civiltà: ossia lo stadio che secondo Morgan è stato raggiunto solo dalle civiltà occidentali, è lo stadio più evoluto fra i tre ed è uno stadio in cui nasce e si sviluppa l'economia industriale.

Poiché le società più semplici non hanno ancora raggiunto gli stadi culturali più elevati del progresso, possono essere ritenute simili alle società più antiche. È quindi possibile che le tribù primitive riescano a illustrare le condizioni di vita dei nostri antenati. MAUSS Antropologo e sociologo francese (Épinal 1872 - Parigi 1950). Insieme allo zio Émile Durkheim, a Lévi-Bruhl e all'intero gruppo della rivista L'Année sociologique (1898), è da considerarsi tra i fondatori della moderna antropologia francese, nonché tra gli ispiratori delle prospettive strutturaliste e tra i pensatori che più hanno influenzato lo sviluppo dell'antropologia sociale britannica. Prendendo gradualmente le distanze dal metodo di spiegazione "genetica" proposto da Durkheim, M., specie dopo la morte di questi, contribuì a creare uno statuto autonomo della scienza etnologica, intesa tanto come riflessione globale su determinati fatti sociali, quanto come inchiesta concreta e diretta, volta all'indagine di reali situazioni sociali. Professore all'École pratique des hautes études (1901), tra i fondatori dell'Institut d'ethnologie dell'università di Parigi (1925) e membro del Collège de France dal 1931, M. fu il maestro della prima generazione di etnografi francesi (Devereux, Dieterlen, Griaule, Leiris, Metraux, Paulme, tra gli altri), contribuendo in maniera determinante allo sviluppo delle loro importanti ricerche sul campo. Il contributo di M. consiste nell'aver messo alla prova, di fronte a situazioni concrete, l'apparato concettuale elaborato da Durkheim e dal gruppo de L'Année sociologique, mettendo in secondo piano gran parte del bagaglio di tipo evoluzionista che ancora lo caratterizzava, e spingendo i diversi ricercatori a considerare i fatti sociali non più nella loro derivazione da situazioni più semplici, ma nella loro interrelazione con l'insieme dell'organizzazione sociale. Centrale in questo mutamento di prospettiva è la nozione di fatto sociale totale, che si dimostrerà particolarmente feconda nel noto Essai sur le don (1923), fondamentale per gli studî di antropologia della parentela e di antropologia economica. Altro aspetto essenziale dell'opera di M. è l'attenzione teorica, metodologica ed epistemologica al lavoro etnografico, esplicitata nel Manuel d'ethnographie (1947; trad. it. 1969), tratto dai suoi corsi universitarî e pubblicato da alcuni allievi. Caratterizzati da una serie di importanti intuizioni, e dalla capacità di cogliere problemi e trattare argomenti (la costruzione culturale della nozione di persona; le tecniche del corpo; il concetto di reciprocità) nodali per la riflessione antropologica, il pensiero e l'insegnamento di M. hanno avuto un'influenza concreta, operativa e immediata nella nascita dell'antropologia moderna, al punto da essere presi come iniziale momento ispiratore da parte di approcci antropologici tra loro, spesso, contrapposti. Tra i suoi lavori: Le suicide (1897) e Des quelques formes primitives de classification (1902-03), in collaborazione con Durkheim; Le sacrifice (1899) ed Esquisse d'une théorie générale de la magie (1902-03), in collaborazione con Hubert; Essai sur les variations saisonnières des sociétés Eskimos (1905-06), in collaborazione con Beuchat; Rapports réels et pratiques de la psychologie et de la sociologie (1924-25); Effet physique chez l'individu de l'idée de mort (1926); Les techniques du corps (1936). GODELIER Maurice Godelier (Cambrai, 28 febbraio 1934) è un antropologo francese, directeur d'études alla École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi.

intellettuale La vie en double (2010, trad. it. Straniero a me stesso. Tutte le mie vite di etnologo, 2011); Journal d'un SDF. Ethnofiction (2011), opera tra il racconto e il saggio sociologico tradotta nello stesso anno in Italia; il testo breve pubblicato in Italia sotto il titolo Futuro (2012), sul concetto di futuro e sul suo rapporto con il passato e la sua interpretazione; Les nouvelles peurs (2013; trad. it. 2013), saggio breve in cui vengono analizzate le paure dell'Occidente ed enucleati i possibili sviluppi di tale malessere generalizzato; L'anthropologue et le monde global (2013; trad. it. 2014), testo sugli effetti paradossali della globalizzazione; Une ethnologie de soi. Le temps sans âge (2014; trad. it. Il tempo senza età. La vecchiaia non esiste, 2014), riflessione sulla necessità di fondare un'etnologia della vita individuale basata sulla soggettività; il saggio breve Eloge du bistrot parisien (2015; trad. it. Un etnologo al Bistrot, 2015). Nel 2016 sono stati editi in Italia Football. Il calcio come fenomeno religioso, traduzione di un saggio pubblicato nel 1982 sulla rivista Le débat in cui l'antropologo analizza il tifo come fatto sociale che sfugge a ogni indagine razionale, Prendere tempo. Un'utopia dell'educazione. Conversazione con Filippo La Porta, e Le tre parole che cambiarono il mondo (ed. or. La sacrée semaine: qui changea la face du monde, 2016), dissacrante riflessione sul sacro, mentre è del 2017 il saggio Qui donc est l'autre? (trad. it. 2019), in cui l'antropologo torna a indagare sull'irriducibile alterità dell'altro, e del 2019 Ressuscité! (trad. it. 2020). HANNERZ Si occupa principalmente di antropologia urbana, studi sui media e sulla globalizzazione. Famosa è la sua definizione di città come "il luogo dove si può trovare una cosa mentre se ne cerca un'altra". Hannerz considera il mondo globalizzato come un prodotto dialettico tra globale e locale, che nelle città vede un momento ed un luogo di rielaborazione e contaminazione culturale. A questo proposito mette in luce come negli ultimi anni sia possibile individuare anche fenomeni etichettabili come "deglobalizzazione". Ha condotto ricerche negli Stati Uniti, in Africa e nei Caraibi, ma anche a Gerusalemme, Johannesburg e Tokyo. Ha partecipato a convegni nelle principali Università europee, statunitensi, asiatiche e australiane e ottenuto la cattedra all'European Association of Social Anthropologists (EASA). Macroantropologia della cultura Dallo stesso ambito di studi (dell'antropologo indiano Arjun Appadurai) muove il lavoro teorico di Ulf Hannerz (1992) orientato alla costruzione di una macroantropologia della cultura, attraverso l'elaborazione di un complesso di categorie multidimensionali: dal piano individuale alle diverse scale di società (tradizionali/complesse), fino alle configurazioni globali. Anche per Hannerz (così come per Appadurai) la dimensione fondamentale e l'unita di analisi della globalizzazione è quella della circolazione di flussi di significato. Per ricostruire un quadro generale del flusso culturale attuale vengono individuati quattro framework (italianizzabile in "cornici organizzative") facilmente distinguibili sulla base del senso comune: La prima è quella della forma di vita, che descrive il processo culturale in scala ridotta, legando il cambiamento alle attività quotidiane di produzione e riproduzione (ossia

quelle domestiche, di vicinato o, anche, di lavoro, fino a definire una pluralità di stili di vita e consumo culturale); qui entra in gioco la dimensione creativa che investe anche l'individuo come protagonista di scelte; La seconda è quella del mercato, della circolazione delle merci, in cui vengono trasferiti beni e servizi, e insieme a essi anche significati, attese, valori culturali; La terza è quella dello Stato: “forma organizzativa di controllo delle attività all'interno di un territorio, sulla base di un potere concentrato e pubblicamente riconosciuto” (1992, p. 65), identificabile nella nazione con la sua produzione istituzionale di significati e il suo welfare culturale; La quarta è quella dei movimenti, vicini alle forme di vita, perché poco centralizzati e strutturati, tuttavia non si deve sottovalutare il fatto che essi si basano sulla produzione di una coscienza e su cambiamenti di significato, dunque su fattori eminentemente culturali. Questa schematizzazione, per Hannerz, rappresenta i referenti di base che, interagendo, determinano il processo culturale contemporaneo. «Queste [cornici] non agiscono separatamente l’una dall’altra, ma è piuttosto attraverso la loro interazione, con influenze reciproche variabili, che danno forma sia a quelle che definiamo piuttosto arbitrariamente culture particola, sia alla complicata entità complessiva che è l’ecumene globale» Ecumene globale Per rappresentare questa condizione e definire la nuova determinazione dello spazio contemporaneo Hannerz si rifà a Igor Kopytoff che definiva l’Ecumente come una “regione di interazione e scambio culturale costante”, formulando così il concetto di Ecumene globale. Con questo termine – che riprende la radice greca oikos (familiare, domestico) – laddove l’oikomene definiva i limiti del mondo conosciuto –, si è voluta esprime l'idea dell'interconnessione culturale e della definitiva unificazione- domestifcazione del pianeta: «le entità che per abitudine definiamo culture diventano sempre più simili a subculture all’interno di tale entità più ampia, con tutto ciò che questo comporta in termini di indeterminatezza dei confini e di delimitazioni più o meno arbitrarie di unità analitiche» L'insieme di queste rappresentazioni convergono nel proporre un modello dinamico di rapporti tra flusso globale e realtà locali – in contrasto con quelli scenari catastrofici degli anti-globalismi. Gli antropologi constatano che l'appropriazione dei prodotti culturali cambia a seconda dei contesti e può contribuire a rinforzare la singolarità e le identità. TOCQUEVILLE Storico e uomo politico francese (Verneuil, Seine-et-Oise, 1805 - Cannes 1859), tra i maggiori esponenti del liberalismo ottocentesco. Autore di studi sulla democrazia e sulla società americane (De la démocratie en Amérique, 1835; Démocratie en Amérique, 1840), in realtà riflessioni sulla società occidentale, fu più volte eletto deputato (1839, 1842, 1846); fu membro dell'assemblea costituente (1848) e ministro degli Esteri (1849). La sua carriera politica terminò con il colpo di stato del 1851, dopo