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appunti corporale strategy candelo. scuola di management ed economia (Torino)
Tipologia: Appunti
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L’automotive è l’industria per eccellenza. Il settore dell’auto è un settore b2c (business to consumer), ma ha la complessità che di solito è intrinseca di un settore b2b, che ad esempio costruisce macchinari. Dal punto di vista tecnologico ha una complessità enorme, ma a differenza degli altri settori b2c (abbigliamento, scarpe, cibo, accessori ecc.), l’acquisto di un’auto è un acquisto importante per un consumatore, infatti è il secondo acquisto più importante per una famiglia dopo una casa, soprattutto per il prezzo. La complessità del settore è uno dei motivi che ne fanno un vero e proprio benchmark (cioè il settore o l’azienda o il prodotto di riferimento, in questo caso è il settore). Il settore dell’auto è un settore in benchmark per qualsiasi ambito in un ambito b2c anche se si parla di intensità di capitali: per costruire un’auto ci vogliono moltissimi soldi (si parla cdi catene di montaggio, di linee di montaggio), l’intensità di capitali è enorme, è la più grande in assoluto dei settori b2c. L’intensità di capitale rende tutti molto complesso perché decisioni notevolmente sbagliate possono far fallire un’azienda; lanciare un modello sbagliato può far fallire un’azienda con 200mila dipendenti. Si muovono quindi tantissimi soldi, sia dentro il settore dell’auto nello specifico, sia in quello che è chiamato indotto, ma che ci dà l’idea di una piccola parte di players, mentre invece il cosiddetto indotto ormai è composto da tantissime aziende, le quali sono addirittura disposte a fondare una sede nei posti più sperduti pur di stare vicino al costruttore che li vuole vicini. Il settore automotive ancora oggi, seppur in crisi, contribuisce al PIL italiano per il 4,5%. Se a questo 4,5% si aggiunge il cosiddetto “indotto” si arriva al 6-7% in base a cosa si inserisce (es. agenzia pubblicitaria ecc.). È quindi in settore che, se crolla, porta con sé gran parte dell’economia. Quali sono i cambiamenti che interessano il settore auto? Uno importante è il passaggio ipotetico all’auto elettrica. Ipotetico perché non si sa ancora se l’auto elettrica diventerà lo standard dominante. I principali problemi dell’auto elettrica sono: Infrastrutture adeguate Colonnine di ricarica Smaltimento Modalità di produzione di energia elettrica Oggi quanti sanno manutenere un’auto elettrica? Se l’auto si rompe dove la portiamo? Per quanto riguarda la produzione delle batterie: produzione interna o esterna? Materie prime per la produzione delle batterie sono costosissime e concentrate in poche aree nel mondo Ecc. Per lanciare un nuovo modello di auto serve una grandissima quantità di denaro. Nel settore dell’auto sono fondamentali le economie di scala, quindi bisogna produrre tantissimo. Gli unici che possono permettersi di non produrre tantissimo sono i costruttori di nicchia (Ferrari, Bmw ecc.). Il settore automotive è considerato l’industria per eccellenza. È un grande laboratorio per chi studia strategie di impresa perché nel settore auto si trovano applicate tutte le possibili strategie di impresa. Torino è una delle grandi capitali dell’automotive. Oggi il consumatore è un esperto che pretende sempre di più. Il consumatore si sta evolvendo anche verso la distribuzione e questo crea non pochi problemi. Ci sono dei concessionari di proprietà del costruttore di auto, con una loro strategia di comunicazione. Ci sono anche dei concessionari che sono dei provati imprenditori, cioè degli imprenditori particolari perché normalmente un imprenditore non può fare ciò che vuole in termini assoluti, ma con i propri soldi e il proprio tempo prende delle decisioni secondo il proprio sentire. Il concessionario di proprietà del costruttore ha invece delle linee guida abbastanza ferree da seguire, sia per quando riguarda gli sconti, sia per quanto riguarda le auto da comperare (quindi pagare in anticipo e mettere in vendita), per quanto riguarda il layout del punto vendita ecc. Una terza categoria riguarda i concessionari multimarca che sono molto più indipendenti, ma non godono dell’effetto brand del costruttore (insegna del costruttore e tutte le garanzie che il costruttore può dare).
Settore auto come benchmark di riferimento, perché? Perché è molto complesso e dopo aver imparato a gestire una tale complessità si riesce tranquillamente ad operare in altri settori. Ci sono molti costruttori che sono brand driven o brand oriented, quindi guidati dal brand. A livello di corporate, Volkswagen è un brand che certifica nella nostra mente la qualità dei prodotti, a livello di linea di prodotti Audi è un brand di Volkswagen che certifica nella nostra mente ancora una volta un tipo di prodotto, e all’interno A1. A2. A3 ci comunicano le dimensioni dell’auto. La qualità è sempre alla base del successo del brand, ci sono eccezioni in cui la qualità è un fattore rinunciabile da parte del cliente: prezzi bassi, vasta scelta. BRAND:
In una grande impresa abbiamo le agenzie pubblicitarie di riferimento alle quali viene dato un briefing, cioè un foglio con quello che vogliamo da loro, e le agenzie pubblicitarie portano la loro idea. Che non è l’idea di uno spot, ma è l’idea di una strategia di comunicazione generale. Cioè: abbiamo un valore, come lo traduciamo nei confronti del cliente? Queste agenzie pubblicitarie vengono invitate davanti una commissione di manager che guardano le proposte, discutono e decidono. L’agenzia pubblicitaria poi propone lo spot per la televisione, per la radio, per tutti i media tradizionali o digitali. Per ognuno di questi canali dovrà adattare l’idea inziale. Il posizionamento è un concetto astratto che le imprese moderne utilizzano sempre, ma non è facile da applicare. Quando individuiamo tutto ciò che dà valore al cliente, dobbiamo sempre ricordarci che dobbiamo comunque creare un vantaggio competitivo nella mente del consumator, bisogna far intendere al consumatore che si sta facendo qualcosa meglio di altri. Occorre occupare una posizione distinta, e MIGLIORE, nella mente dei clienti. Se pensiamo che l’innovazione sia il punto sul quale incentriamo il nostro posizionamento dovremmo far capire che è un’innovazione complessa, che non fa perdere tempo al consumatore nell’imparare. Immagine che sintetizza l’incrocio del valore per il cliente e del valore dell’impresa nella costruzione del vantaggio competitivo. Per costruire un vantaggio competitivo bisogna ricordarsi le basi. L’obiettivo dell’impresa può essere quello di avere costi più bassi dei concorrenti oppure quello di avere un premium price, cioè un prezzo più alto rispetto alla media del settore o della fetta di settore. Se l’impresa riesce a fare entrambe le cose la sua redditività sarà più alta. Il vantaggio competitivo si individua in due modi:
Posizionamento e differenziazione: La strategia di posizionamento inizia con la differenziazione ed è dunque parte della strategia di impresa e delle sue business unit. Realizzare un posizionamento basandosi su una strategia di costo è difficile perché il leader di costo può essere facilmente imitato e poi perché non necessariamente il leader di costo desidera di posizionarsi come tale. Il posizionamento comincia con la differenziazione perché su questa mente del consumatore vogliamo occupare uno spazio differente da tutti gli altri. bisogna dare quanti un’offerta di valore che sia differente rispetto a quella dei concorrenti. Come avviene la differenziazione?
Il primo mercato della Smart è la Cina, il secondo è l’Italia. È piccola e inoltre consente a Mercedes di abbassare il CO2 unitario emesso nell’atmosfera (valore preso in considerazione per assegnare le multe che il costruttore deve pagare quando emette più di una certa quantità di CO2 per auto prodotta). BMW avrebbe potuto di scegliere di produrre un’auto in casa, ma aveva già Mini nel portafoglio e inoltre era già conosciuta, aveva già una sua identità basata sulla storia, sulle corse e sul passato. BMW separato da Mini: perché?
Suzuki, specialista in partnership e alleanze, aveva un’alleanza anche con Volkswagen. Volkswagen aveva il 19% di Suzuki, il signor Suzuki aveva detto che era aperto a collaborazioni con tutti, anche a ricominciare quella con Fiat. L’obiettivo è creare una squadra coordinata, con Toyota al comando. In questo momento però la collaborazione tra Suzuki e Volkswagen è congelata perché i Giapponesi si stanno organizzando. Toyota al comando, nella collaborazione Toyota ha tirato in mezzo anche altri competitors giapponesi (come Subaru e Mazda, a cui si sono aggiunte Honda e Daihatsu): obiettivo di affrontare la concorrenza americana e quella cinese. Toyota è anche entrata nei servizi pensando ad un futuro sempre più anziano della popolazione che avrà bisogno di auto che prendano la persona, la accompagnino ecc. Si è legata a SoftBank per gestire i trasporti legati all’invecchiamento della popolazione nipponica. Articolo 2 riguarda le vendite in generale e non le partnership TRE costruttori ai primi tre posti, ma dipende da come vengono fatto i calcoli. I criteri con cui i calcoli vengono fatti condizionano tantissimo la classifica. Quando esce la classifica, i prezzi delle azioni delle imprese cambiano. Quindi i criteri che si usano per fare i calcoli sono importantissimi. Le variabili sono tantissime. Abbiamo questa partnership Renault/Nissan/Mitsubishi → chiamata in alcuni casi alleanza strategica e in altri fusione. L’ideatore di questa alleanza, Carlos Ghosn, creò questa alleanza per salvare Nissan dal fallimento negli anni ‘90 e convinse Renault ad unirsi a Nissan per fare sinergie, sinergie relative alla distribuzione, al portafoglio prodotti. Nissan era specializzata in Suv e Renault in auto di piccole dimensioni ecc; Nissan fu salvata. Lui divenne eroe nazionale in Giappone, era come un idolo pur non essendo giapponese. Il salvataggio di Nissan volle dire anche salvare una quantità di lavoratori immensa in Giappone. Venne trattato come un dio sia da Nissan, che da Renault. Renault possedeva la maggioranza delle azioni di Nissan. Il manager inizia ad usare i soldi delle aziende come se fossero suoi. Tutto questo viene fuori mentre si trovava in Giappone, e lo mettono subito in galera e vi rimane per mesi. Ora è agli arresti domiciliari. L’accorto inizia a traballare, ad essere messo in dubbio. Insieme Renault, Nissan e Mitsubishi arrivano ai 10 milioni di auto vendute. Hanno ancora quote azionarie intrecciate, ma cercano di distaccarsi una dall’altra. La Volkswagen controlla anche Scania e Man, che vendono camion. Man è leader mondiale dal punto di vista del margine operativo sui camion, vendono camion a prezzo elevato. Dunque Volkswagen controlla anche i veicoli industriali (camion), che Renault, Nissan e Mitsubishi non producono. Quindi è prima Volkswagen, o il gruppo Renault, Nissan e Mitsubishi? Toyota vende sicuramente 10,59 milioni di auto; Toyota possiede però anche Lexus, Daihatsu e Hino (veicoli industriali di grandi dimensioni). Questi veicoli non fanno grandi numeri. General Motors è stata per decenni al primo posto della classifica, ed era la prima delle big three (tre imprese americane: GM, Chrysler e Ford, perché facevano dei numeri inarrivabili), grazie soprattutto alla sua consolidata posizione in Cina. Ancora una volta la Cina torna come mercato strategico. Sono stati avvantaggiati per 20-30 anni essendo pionieri. Oggi, la GM è al quarto posto. La GM ha subito molti turnaround e ha avuto molti aiuti di stato (cioè lo stato americano mette soldi perché queste imprese non falliscano). Peugeot (Francia) lancia alcuni modelli, non vengono venduti, così Mitsubishi compra delle azioni di Peugeot. Peugeot aveva Citroen, poi compra Opel, impresa tedesca posseduta per tanti anni da GM. BMW, oltre a possedere Mini, possiede anche la Rolls-Royce ed è per questo che ha dei margini elevatissimi. Daimler possiede Mercedes e Smart
Riguardo al brand → la 500: di solito il ciclo di vita di un’auto è di 6-7 anni, la 500 fu lanciata nel 2007, quindi ora ha 12 anni, che per un’auto è tantissimo! È l’unico caso italiano. La 500 è conosciuta in gran parte del mondo, ed è riconosciuta come made in Italy. Il made in Italy in questo caso è molto importante perché noi italiani siamo reputati molto bravi per quanto riguarda lusso, abbigliamento e cibo, ma non siamo mai stati riconosciuti eccellenti nelle auto. Il nomignolo che veniva dato dagli americani agli italiani era “Fix it again, Tony”, nomignolo sgradevole perché fix ita gain voleva dire riassemblala perché è stata assemblata male, ma anche offensivo perché quando gli italiani sbarcavano ad Ellis Island non sapevano parlare inglese ma gli era stata attaccata sulla giacca la scritta To NY (verso New York). E spesso quando gli americani chiedevano in inglese agli italiani come si chiamavano loro rispondevano Tony perché leggevano To NY. Quindi, il fatto che un’impresa italiana (Fiat) abbia salvato un’impresa americana è stato un caso eccezionale e il fatto che la 500 sia riconosciuta come eccellenza italiana è molto importante perché dovrebbe aiutarci ad avere un po’ più di fiducia nelle nostre capacità creative e tecnologiche. Continuano a vendere molto anche con il brand Abarth. La 500 è leader di vendita in 11 Paesi europei, ed è sul podio in altri 4, ma soprattutto vende in 100 paesi diversi. Dal 2007 ad oggi ha venduto oltre 2 milioni di esemplari. Parliamo della cassa. Cosa importante: come fanno i costruttori di auto ad investire nell’elettrico? Dove prendono i soldi? Possono prendere i soldi dalle vendite delle auto e investirli nell’elettrico (con tutto quello che comporta: formazione, marketing, conoscenze…). Se non vendo le auto elettriche tanto quanto le auto a combustione (diesel, benzina) ho sottratto cassa alle auto a combustione interna e le ho messe in un’area che almeno per adesso non mi genera redditività, allora con quali soldi costruisco le auto a combustione interna se ho tolto la cassa che avevo per farlo? Il costruttore si indebita enormemente senza sapere se poi riuscirà a ricoprirlo. La gestione della cassa è la ragione per cui si va cauti con questi investimenti così elevati e complessi. Sono decisioni difficili da prendere.
Articolo: Il Parmigiano fa causa al “Parmesan” Esempio di come nei prodotti alimentari il made in Italy sia diventato un valore. Kraft, multinazionale americana, sta registrando il brand Parmesan in Nuova Zelanda. Non è che il Parmigiano non fosse stato registrato come brand, perché già da tempo un consorzio di produttori di parmigiano si è messo insieme e ha registrato il marchio Parmigiano. La Nuova Zelanda gode di una giurisdizione particolare e quindi Kraft ha registrato lì il marchio Parmesan utilizzando soltanto il suono della parola (sounding). Il presidente del Consorzio del Parmigiano Reggiano, Nicola Bertinelli, è contro l’italian sounding, cioè i prodotti esteri che richiamano nel nome i DOP italiani. Gli italiani hanno subito lanciato una “guerra” a quella che è stata definita una produzione tarocca. Il Parmigiano Reggiano è stato registrato 20 anni fa. La differenza tra l’italiano e l’imitazione è che il nostro è moto stagionato e gli altri no, quindi non possono essere dei Parmigiani. La Kraft, però, vale 20 miliardi di euro e solo con il suo Parmesan vende 200mila tonnellate di prodotto, quindi 15 volte di più di tutto il parmigiano reggiano che produttori diversi esportano nel mondo. Quindi questa guerra è molto difficile da vincere. In questo caso abbiamo l’importanza del nome e non l’importanza del gusto, perché gli americani non sanno riconoscere la differenza tra l’uno e l’altro e se la riconoscono magari preferiscono il prodotto americano perché è stato pensato per loro.
Articolo La sfida dell’acciaio sostenibile: l’avanguardia di Arvedi Fondata nel 1963. Idea del 1992: collegare senza soluzione di continuità due mondi che in acciaieria sono stati due mondi separati, cioè la colata continua e la laminazione. Brevettano un processo, brevetto italiano già stato comprato da cinesi e americani. Abbattimento della bolletta energetica del 50% e del 60% del consumo di acqua e una riduzione del 70% di anidride carbonica.