

































Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Prepara i tuoi esami
Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Prepara i tuoi esami con i documenti condivisi da studenti come te su Docsity
Trova i documenti specifici per gli esami della tua università
Preparati con lezioni e prove svolte basate sui programmi universitari!
Rispondi a reali domande d’esame e scopri la tua preparazione
Riassumi i tuoi documenti, fagli domande, convertili in quiz e mappe concettuali
Studia con prove svolte, tesine e consigli utili
Togliti ogni dubbio leggendo le risposte alle domande fatte da altri studenti come te
Esplora i documenti più scaricati per gli argomenti di studio più popolari
Ottieni i punti per scaricare
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Appunti per l'esame "Finanza etica e sostenibile" della prof.ssa Chiappini (Voto: 30)
Tipologia: Appunti
1 / 41
Questa pagina non è visibile nell’anteprima
Non perderti parti importanti!


































Materia: Finanza etica e sostenibile. Anno: 2019/2020. Mercoledì 18/03/2020. Iniziamo a parlare di responsabilità sociale. Essa è proprio la responsabilità che l’impresa detiene verso la società. Nel 1962, Friedman disse che l’unica responsabilità delle imprese è quella di massimizzare i profitti. Noi sappiamo che le imprese nascono per produrre beni e servizi e nascono grazie all’investimento di capitali (proprio e/o di terzi), quindi attraverso il finanziamento. La stessa impresa deve tener conto a due classi di soggetti: gli stakeholder e gli shareholder e vediamo in che modo. La teoria classica considera i soli shareholder (azionisti), mentre a partire dal 1984 nasce la “Stakeholder Theory” elaborata da Freeman. Gli stakeholder sono tutti i portatori di interesse dell’impresa, ossia clienti, dipendenti, manager e azionisti, etc. Freeman, nel 2009, ci dice che già dal 1943 alcuni documenti di aziende hanno iniziato a citare altri soggetti oltre agli shareholder, in particolare la “General Electric” individuò in un documento soggetti come: azionisti, dipendenti, clienti e pubblico. Successivamente, nel 1974, Johnson & Johnson individuò altri soggetti. Tuttavia, il termine “stakeholder” viene usato per la prima volta nel 1963 dallo Stanford Research Institute per indicare appunto quei gruppi senza il cui supporto l’organizzazione cesserebbe di esistere. Freeman, poi, nel 1984, definisce lo stakeholder come ogni gruppo di individuo che può influenzare o è influenzato dalla realizzazione degli obiettivi dell’organizzazione, ossia: azionisti, clienti, personale, comunità locali, etc. Nella definizione di stakeholder molte volte vengono incluse anche le generazioni future. Possiamo distinguere diverse tipologie di stakeholder:
Freeman ci dice che la responsabilità sociale non si dovrebbe fermare mai. Se tanto è stato fatto, c’è ancora molto altro che bisogna fare. Vero è che, nel corso degli anni c’è stata una legittimazione della responsabilità sociale. Giovedì 19/03/2020. Per cominciare a parlare di finanza sostenibile dobbiamo, ovviamente, prima introdurre il concetto di finanza tradizionale distinguendo il sistema finanziario dall’economia reale. Mentre l’economia reale è formata dalle imprese, dalle famiglie, etc; il sistema finanziario è composto da: soggetti i surplus, soggetti in deficit, intermediari finanziari, mercato finanziario, strumenti finanziari e le autorità di regolamentazione e vigilanza. Il sistema finanziario opera in questo modo: I soggetti in surplus sono soggetti che possono risparmiare e corrispondono con gli stessi soggetti che possono trovarsi in deficit , ossia: famiglie, imprese, amministrazione pubblica ed estero. Come vediamo nello schema sopra ci sono due circuito: uno diretto e uno indiretto. In quello diretto i soggetti in surplus e quelli in deficit si mettono d’accordo tra loro e, attraverso i mercati, si scambiano le risorse finanziarie in modo diretto. Quindi, possiamo dire che, le unità in deficit prendono a prestito direttamente dai soggetti in deficit. Esempio banale ma concreto: una sorella che presa 10E all’altra con la rispettiva restituzione. In quello indiretto invece lo scambio delle risorse è intermediato da un terzo soggetto, ovvero un intermediario finanziario. A proposito di intermediari finanziario possiamo distinguere gli intermediari classici, ossia: banche, imprese di assicurazione, fondi pensione, SIM e banche di investimento e SGR.
Il patrimonio del fondo è separato da quello della SGR, quindi se la SGR fallisce il fondo no. Questi di sopra nominati sono investitori istituzionali e se li contrapponiamo agli investitori retail (chiunque di noi) notiamo che i primi hanno sicuramente una forza maggiore perché riescono a muovere grandissime quantità di capitali. Venerdì 20/03/2020. Dobbiamo cercare di introdurre il concetto di finanza etica. La finanza è etica quando un investimento (o un finanziamento) è guidato da criteri di eticità , quindi dobbiamo meglio definire quali sono questi criteri d eticità. I criteri di eticità fanno riferimento da un lato, alle motivazioni dell’investimento etico (investire in ciò che è “buono” e “giusto”) e dall’altro, alla condotta dell’investitore etico, ovvero, alla coscienza, alla scrupolosità con la quale viene effettuato l’investimento. In altre parole, la finanza è etica quando combina un obiettivo etico (“buono”) – come ad esempio, erogare finanziamenti a soggetti socialmente esclusi – ed un comportamento etico (La Torre,
Con il termine “finanza socialmente responsabile” si fa riferimento all’investimento (finanziamento) realizzato applicando dei criteri extra-finanziari, ovvero applicando dei criteri ambientali, sociali di governance (ESG) o dei criteri etici (Renneboog et al., 2008). Sebbene questa definizione di finanza socialmente responsabile mostra al suo interno un evidente punto di contatto e sovrapposizione con la finanza etica, è pacificamente riconosciuto che la finanza socialmente responsabile dovrebbe prevedere un ritorno finanziario in linea con l’investimento tradizionale. Pertanto, questo elemento può essere considerato uno dei principali punti di divergenza rispetto ala finanza etica “pura”, ovvero con una finanza che prevede anche un “sacrificio economico” da parte dell’investitore. Tuttavia, molto spesso nella prassi operativa, finanza etica e finanza responsabile sono
utilizzati come meri sinonimi. Le strategie di investimento sono:
Screening negativo : la selezione delle imprese da inserire in un portafoglio di investimenti avviene escludendo dal set di imprese investibili, le imprese che operano in settori controversi, come alcol, tabacco, armamenti o particolarmente inquinanti, come il settore petrolifero. Screening positivo : prevede l’inclusione di tutte quelle imprese che si distinguono in ragione della loro operatività in settori green (come le imprese che si occupano di energie rinnovabili) o che mostrano un elevato ESG score. In questo secondo caso, si può anche parlare di approccio “best in class”. Best in Class : le imprese vengono scremate secondo un determinato criterio “positivo” e tra queste imprese vengono selezionate per l’investimento solo le imprese con score più alto (le migliori della classe!). Shareholder activism (azionariato attivo) costituisce un’altra possibilità di screening degli investimenti – quarta generazione di screening (Chiappini & Vento, 2017). L’azionariato attivo, nel dettaglio, si configura in un dialogo con gli stakeholder e/o nell’influenzare le strategie di investimento attraverso il voto nelle assemblee societarie. In ultimo, talune organizzazioni, come ad esempio lo European Sustainable Investment Forum (Eurosif, 2016), includono tra le strategie di investimento SR anche l’investimento ad impatto sociale (impact investing). Noi seguiamo la classificazione maggiormente accettata (Freireich and Fulton, 2009; Social Impact Investment Taskforce, 2014; Höchstädter and Scheck, 2015), secondo cui gli investimenti ad impatto identificano una categoria a sé di investimento, come si dirà nel proseguo della trattazione. Abbiamo precedentemente utilizzato il termine “CONSOB”, andiamo ora a vedere cos’è e cosa fa:
Pertanto, è possibile rinvenire definizioni di finanza sostenibile che si sovrappongono alle precedenti o al contrario è possibile rinvenire definizioni “parziali”, come nel caso della definizione adottata a livello Europeo, per cui la finanza sostenibile si configura esclusivamente come finanziamento della sostenibilità ambientale. Siamo quindi arrivati ad un punto in cui ci troviamo davanti una serie di termini e bisogna vedere in che modo questi si distinguono fra loro. Lo facciamo utilizzando lo schema colorato delle slide: La finanza socialmente responsabile e quella tradizionale si discostano poco tra loro, basta guardare l’obiettivo, che è principalmente quello finanziario, e i datori di fondo che coincidono. Giovedì 26/03/2020.
Oggi cerchiamo di capire come si fa a definire un’azienda socialmente responsabile. Ovviamente, anche in questo caso, troviamo un sistema finanziario caratterizzato dal datore di fondi, dall’intermediario/mercato e dal prenditore di fondi; esattamente come nel circuito sopra. L’unica differenza sta ne fatto che qui troviamo le agenzie di rating. Ad esempio, il datore di fondi potrebbe essere un fondo pensione che è un investitore istituzionale che raccoglie del denaro per poter poi garantirci la pensione. Esso però può avere anche un altro obiettivo, ossia quello sociale/ambientale, pur non potendo prescindere dall'elemento di ritorno finanziario del capitale. Quindi, il fondo pensione investe nel mercato acquistano una serie di azioni od obbligazioni affidandosi ai prenditori di fondi, ossia delle imprese socialmente responsabili. Ma chi stabilisce se un’impresa è socialmente responsabile o meno? Noi sappiamo che il datore di fondi, quando va nel mercato, può utilizzare delle strategie, ossia screening negativo o positivo, best in class o la combinazione di esse. Il fondo pensione va quindi a scegliere quali prenditori di fondi finanziare, e come fa a scegliere? Implementando quelle strategie. Ma per applicare queste strategia devo aver chiaro quali imprese non producono armamenti o tabacco, ma se utilizzo lo screening positivo o best in class, devo anche aver chiaro quali sono le migliori. Quindi, come stabiliamo il grado di responsabilità sociale dell’impresa? Ci sono, appunto, le
agenzie di rating. Le agenzie di rating di sostenibilità o di rating ESG (Environment,Social e Governance) sono centri di ricerca specializzati nella raccolta ed elaborazione di informazioni sul profilo ambientale, sociale e di governance delle imprese, al fine di fornire agli investitori le informazioni utili a prendere decisioni di investimento consapevoli. Cerchiamo di capire il processo attraverso il quale un’agenzia di rating lavora. Prendiamo in esempio l’agenzia di rating “REFINITIV”. REFINITIV è un service provider di dati tipicamente finanziari e si occupa anche di rating ESG. Guardando il documento cerchiamo di capire come opera. Si vanno a guardare gli annual report (bilanci), siti web, documenti delle borse, report sulla CSR (Corporate Social Responsibility) ed estrapolano tutti i dati rispetto ad una serie di elementi, ossia l’elemento environment, social e quello di governance. Ci sono, ovviamente, diversi sottogruppi di informazioni: environment (utilizzo risorse, le missioni, le innovazioni in cambio ambientale), social (la forza lavoro, i diritti umani), governance (management, shareholder). Osserviamo file Excel. La valutazione degli elementi può andare da 0 a 1, in base ad una classificazione dettagliata traslata con delle lettere:
L’Europa ha da alcuni anni intrapreso un percorso di armonizzazione di alcuni aspetti chiave della finanza non tradizionale. Questo percorso nasce a seguito della firma da parte dell’Unione Europea dell’Accordo di Parigi sul Clima. L’Accordo prevede la riduzione delle temperatura, attraverso la riduzione delle emissioni, 2°C q Nell’ambito dell’Accordo di Parigi, l’Unione Europea si è impegnata a raggiungere tre obiettivi entro il 2030:
Giovedì 02/04/2020. L’unione Europea, quindi, ad un certo punto ha definito come primo passo per dare una definizione di finanza sostenibile, ancor prima di parlare di finanza, il capire quali sono le attività eco-compatibili, lasciando fuori la parte sociale. Parliamo, quindi, di tassonomia. La tassonomia è una classificazione delle attività economiche eco-compatibili concepita come strumento per guidare le scelte di investitori e imprese in vista della transizione verso una crescita economica priva di impatti negativi sull’ambiente e, in particolare, sul clima. La tassonomia comprende una lista di attività economiche accompagnate da criteri tecnici che ne misurano l’impatto ambientale. Le attività sono selezionate in base alla possibilità di contribuire a sei obiettivi ambientali identificati dalla Commissione Europea:
infine calcolare il peso relativo degli investimenti nelle attività compatibili con la tassonomia rispetto alla totalità delle masse del portafoglio d’investimento (ossia quando parlo del portafoglio devo aver, almeno un minimo, investito in quelle attività). Il terzo punto ci dice che bisogna verificare l’assenza di impatti negativi e in questo ambito rientra un po’ l’aspetto social, cioè se io investo in un’impresa molto green ma la stessa sfrutta dei minori oppure tratta male i dipendenti, è chiaro che si crea un impatto negativo sugli altri obiettivi; oppure, ad esempio, un’impresa green che non rispetta i requisiti economici. In questo senso, l’intermediario guarda prima la tipologia di attività poi il contributo ad uno degli obiettivi per poi verificare le altre fasi viste sopra. Da un punto di vista della Disclosure ESG, nel 2014, è stata adottata una direttiva che poi è stata recepita in Italia nel 2016, per la quale le imprese che hanno più di 500 dipendenti devono redigere una dichiarazione non finanziaria (ESG). In ambito europeo, la rendicontazione sull’integrazione dei fattori di sostenibilità da parte degli investitori istituzionali (“Disclosure ESG”) è disciplinata da due direttive/modifiche:
Art. 19,b) Il principio di persona prudente si riferisce all’obbligo dell’investitore di adottare misure adeguate per identificare, misurare, monitorare, controllare e gestire efficacemente i rischi di un’attività di investimento, agendo nel migliore interesse del cliente. Questo principio può essere collegato al principio di buona fede e prudenza del buon padre di famiglia del diritto. Art. 21) Significato di governance -> corrisponde al governo dell’impresa, cioè ad esempio il CEO, I soggetti che fanno parte dei BORD e poi via via a scendere il management. Quindi sono gli organi di governo dell’impresa. Quindi la governance, nelle sue strategie, deve tener conto degli impatti ambientali, sociali e di governance. Art. 30 e 31) sono fondamentali. Riassumiamo: questa direttiva ci dice che un fondo pensione deve considerare gli impatti a lungo termine delle decisioni di investimento sui fattori ESG, deve utilizzare la prudenza, deve tener conto di eventuali rischi e, ancor più importante, deve comunicare come la politica di investimento tiene conto dei fattori ESG e una qualsiasi persona deve poter accedervi ad esempio tramite il sito web, e dopodiché deve comunicare ai potenziali aderenti, prima della loro adesione, se e come la strategia di investimento prende in considerazione i fattori ESG. Le Direttive IORP II e SRD II non introducono alcun obbligo sull’integrazione dei fattori ESG, ma si limitano a prescrivere agli operatori previdenziali di comunicare se e come adottino tale pratica. I criteri ESG non sono ancora adottati in maniera sistematica da parte degli investitori istituzionali e gli investitori finali non ricevono informazioni chiare, complete e comparabili. Inoltre, il quadro risulta frammentato a causa dell’eterogeneità delle norme di recepimento negli Stati membri e della diffusione di pratiche di mercato che si basano su logiche e standard di natura commerciale, spesso di carattere nazionale e/o settoriale.
Inoltre, per i prodotti che dichiarano di perseguire obiettivi ambientali e/o sociali occorre esplicitare nell’informativa precontrattuale e nelle comunicazioni periodiche:
Il microcredito è un prestito di piccole dimensioni. Troviamo questo libro scritto da Yunus , intitolato “Il banchiere dei poveri” e ne parliamo poiché il padre del microcredito vine considerato lo stesso Yunus (Premio Nobel per la pace 2006 e creatore della Grameen Bank). Yunus afferma che mentre nelle città c’è la possibilità di chiedere prestiti, tutti coloro che vivono fuori dai centri urbani in Bangladesh, non possono usufruirne; quindi lui decide di portare il microcredito alle persone che vivevano nella campagne mediante dei banchieri ambulanti. Un’ulteriore intuizione di Yunus fu quella di renderci conto della necessità dell’emancipazione delle donne. Lui si rese conto che erogare questi microcrediti alle donne faceva sì che questi piccoli crediti fossero ripagati, non solo in tempo, ma anche più
frequentemente rispetto ad un microcredito erogato ad un uomo della stessa famiglia. Talvolta il microcredito veniva erogato come prestito di gruppo , ma come funziona? Immaginiamo un piccolo villaggio e che venga erogato un microcredito a me e al mio gruppo formato da altre persone. A questo punto il gruppo funge da garanzia. Ma solo se ripago il credito la banca erogherà il credito ad un’altra persona dello stesso gruppo. Quindi se una persona del gruppo non ripaga si interrompe il meccanismo di erogazione. Questo è simbolo di una grande coesione sociale per dare la possibilità a tutti di ottenere un prestito. Tutto ciò non potrebbe, quindi, funzionare in un contesto dove non c’è alcuna coesione sociale come nei paesi dell’UE (come si sta dimostrando durante questo periodo). In Italia il microcredito viene regolato dagli art. 111 (dove troviamo la definizione) e 113 (dove troviamo I soggetti che vigilano su questo mercato) del Testo Unico Bancario. L’art. 111 definisce i requisiti oggettivi e soggettivi. Caratteri soggettivi: chi può erogare il microcredito e chi può riceverlo; Caratteri oggettivi: caratteristiche del microcredito. Per quanto riguarda la regolamentazione del microcredito l’Italia, in Europa, è all’avanguardia, infatti pochi Stati hanno regolamentato questo fenomeno. Invece, c’è un’elevata regolamentazione in molti paesi Africani (Nigeria, Ruanda). Resta comunque da dire che ciò che potrebbe essere un microcredito per noi potrebbe essere un credito normale per altri paesi. Mix Market e CGAP sono associazioni al riguardo del microcredito nei paesi in via di sviluppo. Il legislatore individua due tipologie di microcredito: il microcredito per la micro imprenditorialità e il microcredito sociale. Si differenziano sotto diversi punti di vista:
Gli operatori di microcredito sono stati introdotti dall’art. 111 del Tub e devono iscriversi ad un elenco specifico presso Banca d’Italia e si costituiscono come SPA, SAPA, SRL e Società cooperative. Essi devono avere requisiti di onorabilità e professionalità e possono erogare entrambi i tipi di microcredito (il microcredito sociale non può essere prevalente rispetto al microcredito imprenditoriale). Essi, ad oggi, sono molto pochi (sotto i 15) poiché ci sono dei limiti alla loro operatività e quindi non è conveniente iscriversi all’Albo degli operatori di microcredito e proprio per questo è una classe di soggetti che negli anni non ha trovato un grande favore da parte di chi vuole operare nel microcredito. Prendiamo in analisi il report “Multiformi caratteristiche del microcredito” che si basa sullo studio dei programmi. E’ un report del 2013, quindi fatto in un momento di transizione del mercato, ma pur essendo un report datato offre degli spunti di riflessione. Quindi, in questo report, troviamo quei soggetti che hanno promosso a queste erogazioni e tra questi soggetti il 25% era composto da enti religiosi (diocesi, arcidiocesi..), il 10% erano fondazioni non bancarie, quasi un 7% erano fondi di origine bancaria e se sommiamo questi dati arriviamo ad un bel 17%. La presenza di banche nazionali, rappresentava soltanto l’1,1% dei promotori; quindi le banche a volte venivano chiamate ad erogare il microcredito, ma non erano necessariamente promotori di una determinata iniziativa. Questo sta a significare che nel momento di promozione del microcredito in Italia, quest’ultimo era affidato a soggetti piccoli. Il microcredito era spesso regionale, cioè promosso e veicolato attraverso le regioni. Ossia la regione otteneva una quota di fondi da istituzioni europee, per esempio il Fondo Sociale Europeo, e attivava un fondo rotativo, quindi metteva questi soldi tutti insieme, e con questi calcolava il numero di microcredito da poter erogare. Quando poi, questi soldi, tornavano TUTTI nel fondo, si partiva con una seconda erogazione. Un elemento connesso al microcredito è quello dei fondi di garanzia , pubblici ma anche privati. Nei paesi sviluppati se si vuole favorire il microcredito, sono nati dei fondi di garanzia inizialmente da privati, ma ultimamente è stata riservata al microcredito una quota del fondo di garanzia per le PMI. La copertura della garanzia per tutte le operazioni di microcredito è quella massima prevista in base alla normativa in vigore: il Fondo interviene infatti fino all’80% dell’ammontare del finanziamento concesso (Garanzia diretta) o all’80% dell’importo garantito da Confidi o Altro Fondo di garanzia, a condizione che le garanzie da questi rilasciate non superino l’80% del finanziamento (Controgaranzia). La concessione della garanzia è completamente gratuita, non comportando il pagamento di alcuna commissione al Fondo. Quindi sono degli strumenti atti a favorire l’inclusione finanziaria e la sostenibilità di queste operazioni, poiché essendo queste persone escluse dal sistema finanziario non possono essere incluse così facilmente.
Giovedì 09/04/ GREEN BOND. La Borsa Italiana ci definisce i Green Bond come obbligazioni i cu proventi sono utilizzati per finanziare (in tutto o in parte) progetti che hanno un impatto positivo per l’ambiente. Un’obbligazione è un titolo di debito emesso dalle società per finanziare la propria attività. Le obbligazioni sono quindi titoli di debito (per il soggetto che li emette) e di credito (per il soggetto che li acquista) che rappresentano una parte di debito acceso da una società o da un ente pubblico per finanziarsi. Garantiscono all’acquirente il rimborso del capitale (al termine del periodo prestabilito) più un interesse (la remunerazione che spetta a chi acquista obbligazioni in cambio della somma investita). A differenza delle azioni, con le obbligazioni, non si sta acquistano una quota della società e quindi non si ha diritto di voto all’assemblea e non si partecipa alle perdite/utili dell’impresa. Ci sono ovviamente diversi tipi di obbligazione, ma noi parleremo di obbligazioni ordinarie (titoli di stato). I bond pagano a scadenza il capitale e periodicamente la cedola. La cedola è il tagliando allegato al certificato rappresentativo dell’obbligazione che, staccato dal certificato, consente al possessore la riscossione degli interessi. La cedola è pagata durante la vita del titolo e può avere diverse periodicità, le più frequenti sono su base triennale, semestrale e annuale. L’interesse può essere fisso (stabilito a priori) o variabile (solitamente indicizzato al Libor o all’ Euribor maggiorato di uno spread o ad altri tassi ufficiali e di norma aggiustato semestralmente). Spesso, per incentivare la sottoscrizione, l’emissione avviene sotto la pari, cioè il valore nominale (ovvero il valore che verrà rimborsato a scadenza) è maggiore rispetto al prezzo di sottoscrizione (che è quello che si paga per acquistare il titolo): in questo modo aumenta il rendimento. I titoli detti “ zero coupon ”, invece, non pagano interessi sotto forma di cedole durante la loro vita ed il rendimento è dato unicamente dalla differenza tra il valore nominale ed il prezzo di sottoscrizione. Molto più raramente le obbligazioni vengono prezzate alla pari (valore di emissione e valore nominale uguali) o sopra la pari (valore nominale minore del prezzo di emissione). Le obbligazioni emesse dagli stati prendono il nome di titoli di stato o obbligazioni pubbliche. Gli standard. Essi ci servono per capire il funzionamento dei Green Bond. Il più importante è lo standard Green Bond Principles, ossia atto a chiarire i requisiti che un bond deve avere per essere definito “green bond” ed è stato definito dalla ICMA (International Capital Market Association). Gli standard, in generale, sono delle soft regulation, quindi è un’autoregolamentazione e non una vera è propria regolamentazione del settore e quindi non possono essere applicate sanzioni. Altra differenza tra soft e hard regulation è che per i primi c’è la volontarietà di adesione, cosa che il secondo non ha in quanto caratterizzato da obbligatorietà. Alcuni ritengono che la sanzione eventualmente sia data dal mercato: l’emittente di un green bond deve rispettare i principi ICMA negli anni successivi l’emissione; in caso contrario avrà una ricaduta negativa in termini reputazionali.