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La Conoscenza Dharmica: Veda, Smriti, Sedachara e Atmanastushti - Prof. Francavilla, Sbobinature di Diritto Pubblico Comparato

Questo testo rivela la struttura e la gerarchia delle fonti della conoscenza dharmica in base alle tradizioni indiane. Esploriamo le quattro fonti principali: Veda, Smriti, Sedachara e Atmanastushti, e il ruolo di Mimamsa nella loro comprensione. Vediamo come le fonti scritte e non scritte sono riconosciute e applicate nella pratica del dharma.

Tipologia: Sbobinature

2019/2020

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8 ottobre 2020
Fonti del dharma
Le 4 fonti del Dharma (Dharmamula), secondo la dottrina indù sono:
1) shruti : è la rivelazione che ha la forma di un’audizione e si identifica con i Veda, che possono essere intesi
come la totalità della conoscenza valida e, più in particolare, come quattro raccolte dotate di autorità dalla
tradizione;
2) smriti: è quello che potremmo chiamare “la tradizione” in cui rientra una letteratura molto vasta, con testi
diversi tra di loro e per noi i più importanti sono i testi del dharmashastra e del dharmasutra;
3) sedachara: sono fonti non scritte, sono consuetudini dharmiche quindi modelli di comportamento
4) atmanastushti: è la quarta fonte più controversa non riconosciuta da tutti all’interno della tradizione indù,
oppure se la riconoscono ne delimitano molto l’ambito. Soprattutto per i soggetti occidentali moderni c’è una
certa difficoltà a riconoscere come fonte quello che è l’equivalente della coscienza, quindi il senso di
soddisfazione interiore derivante dal comportarsi nel modo appropriato in un determinato contesto; si tratta
di una fonte non coercitiva non esterna all’individuo, che però nel pensiero indù si intende come senso di
soddisfazione interiore rispetto al comportamento giusto, il qualee può essere inteso come un’indicazione del
fatto che quel comportamento è un comportamento dharmico, perché se fosse adharmico, il soggetto
avrebbe una percezione di ingiustizia.
Gerarchia delle fonti
Qui dobbiamo distinguere quelle che sono le dottrine e le filosofie del diritto sviluppate nella tradizione indù
precoloniale, da quello che poi era l’uso di queste teorie e l’applicazione nella pratica.
C’è una specifica scuola filosofica che si chiama mimamsa, una delle sei grandi scuole filosofiche del pensiero indù che
si è occupata del dharma e della teoria della conoscenza del dharma, quindi anche del rapporto tra queste quattro
fonti.
Dal punto di vista della mimamsa (che significa sforzo di conoscenza, investigazione), queste fonti sono ordinate in
senso gerarchico, per cui i Veda sono superiori alla Smriti, che è superiore al Sadachara, mentre l’Atmanastushti è
l’ultima fonte.
Ciò significa che in caso di conflitto tra una norma che si trova in un testo vedico e una norma che si trova in un testo
del dharmashastra deve prevalere la norma vedica, così come tra una norma che si trova in un dharmashastra e una
norma consuetudinaria dovrebbe prevalere la norma scritta del dharmashastra.
Nell’induismo si intende che il dharma non possa essere conosciuto autonomamente dall’individuo, quindi non c’è una
razionalità umana che è capace di conoscere le regola del dharma, per cui l’unico modo che hanno gli esseri umani per
conoscere tali regole è quello della rivelazione, quindi la Shruti dal punto di vista della teoria è la fonte superiore (e
secondo molti l’unica vera fonte del dharma), perciò si può dire che il dharma può essere conosciuto solo attraverso il
Veda. Le altre fonti possono essere considerate autorevoli soltanto perché si intendono tutte basate sulla rivelazione,
quindi è la conoscenza vedica che fornisce la legittimazione alle fonti inferiori.
Nulla nella tradizione indù può essere considerato dotato di autorità se non è basato sui Veda.
Qui entra in gioco la teoria del Veda perduto: se tutto deve basarsi sul Veda, gli interpreti trovano una difficile
situazione perché i Veda è vero che hanno anche il significato della totalità della conoscenza vedica, però le raccolte
vediche comunque sono testi che contengono principalmente inni, canti, formule magiche, quindi sono testi molto
compositi in cui sicuramente non si trova quel dettaglio di regole sul dharma che invece si trova nel dharmashastra e a
maggior ragione non si trovano tutte quelle regole dharmiche né nei veda né nel dharmashastra, che si trovano invece
a livello consuetudinario. Gli interpreti devono in qualche modo ricorrere a delle finzioni o comunque a dei
procedimenti interpretativi che permettono di dotare di autorità delle norme che si trovano nelle consuetudini e nel
dharmashastra, ma che in realtà nei Veda non ci sono affatto: viene elaborata la c.d. teoria del Veda perduto o Veda
scomparso, per cui si dice che quando non è possibile trovare una base vedica per una regola, si presume che questa
regola fosse prevista nel Veda, ma che questo testo sia andato perduto. C’è anche una versione parallela per cui non è
scomparso il testo, ma non c’è più la capacità degli uomini moderni di vedere quel significato nel Veda, quindi l’idea
che si basa su una filosofia più generale di decadenza progressiva dell’umanità è che alcuni significati e alcune norme
sono implicite nei Veda, e che mentre in passato gli interpreti erano in grado di riconoscere la base vedica di una
determinata norma del dharmashastra, gli interpeti attuali non ne sono più in grado ma presumono che comunque
quel significato o quella determinata norma che si trovano in un dharmashastra sia effettivamente presente nei Veda.
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8 ottobre 2020

Fonti del dharma

Le 4 fonti del Dharma (Dharmamula), secondo la dottrina indù sono:

  1. shruti : è la rivelazione che ha la forma di un’audizione e si identifica con i Veda, che possono essere intesi come la totalità della conoscenza valida e, più in particolare, come quattro raccolte dotate di autorità dalla tradizione;
  2. smriti: è quello che potremmo chiamare “la tradizione” in cui rientra una letteratura molto vasta, con testi diversi tra di loro e per noi i più importanti sono i testi del dharmashastra e del dharmasutra ;
  3. sedachara: sono fonti non scritte, sono consuetudini dharmiche quindi modelli di comportamento
  4. atmanastushti: è la quarta fonte più controversa non riconosciuta da tutti all’interno della tradizione indù, oppure se la riconoscono ne delimitano molto l’ambito. Soprattutto per i soggetti occidentali moderni c’è una certa difficoltà a riconoscere come fonte quello che è l’equivalente della coscienza, quindi il senso di soddisfazione interiore derivante dal comportarsi nel modo appropriato in un determinato contesto; si tratta di una fonte non coercitiva non esterna all’individuo, che però nel pensiero indù si intende come senso di soddisfazione interiore rispetto al comportamento giusto, il qualee può essere inteso come un’indicazione del fatto che quel comportamento è un comportamento dharmico, perché se fosse adharmico, il soggetto avrebbe una percezione di ingiustizia.

Gerarchia delle fonti

Qui dobbiamo distinguere quelle che sono le dottrine e le filosofie del diritto sviluppate nella tradizione indù precoloniale, da quello che poi era l’uso di queste teorie e l’applicazione nella pratica. C’è una specifica scuola filosofica che si chiama mimamsa , una delle sei grandi scuole filosofiche del pensiero indù che si è occupata del dharma e della teoria della conoscenza del dharma, quindi anche del rapporto tra queste quattro fonti. Dal punto di vista della mimamsa (che significa sforzo di conoscenza, investigazione), queste fonti sono ordinate in senso gerarchico , per cui i Veda sono superiori alla Smriti, che è superiore al Sadachara, mentre l’Atmanastushti è l’ultima fonte. Ciò significa che in caso di conflitto tra una norma che si trova in un testo vedico e una norma che si trova in un testo del dharmashastra deve prevalere la norma vedica , così come tra una norma che si trova in un dharmashastra e una norma consuetudinaria dovrebbe prevalere la norma scritta del dharmashastra. Nell’induismo si intende che il dharma non possa essere conosciuto autonomamente dall’individuo, quindi non c’è una razionalità umana che è capace di conoscere le regola del dharma, per cui l’unico modo che hanno gli esseri umani per conoscere tali regole è quello della rivelazione, quindi la Shruti dal punto di vista della teoria è la fonte superiore (e secondo molti l’unica vera fonte del dharma), perciò si può dire che il dharma può essere conosciuto solo attraverso il Veda. Le altre fonti possono essere considerate autorevoli soltanto perché si intendono tutte basate sulla rivelazione, quindi è la conoscenza vedica che fornisce la legittimazione alle fonti inferiori. Nulla nella tradizione indù può essere considerato dotato di autorità se non è basato sui Veda. Qui entra in gioco la teoria del Veda perduto : se tutto deve basarsi sul Veda, gli interpreti trovano una difficile situazione perché i Veda è vero che hanno anche il significato della totalità della conoscenza vedica, però le raccolte vediche comunque sono testi che contengono principalmente inni, canti, formule magiche, quindi sono testi molto compositi in cui sicuramente non si trova quel dettaglio di regole sul dharma che invece si trova nel dharmashastra e a maggior ragione non si trovano tutte quelle regole dharmiche né nei veda né nel dharmashastra, che si trovano invece a livello consuetudinario. Gli interpreti devono in qualche modo ricorrere a delle finzioni o comunque a dei procedimenti interpretativi che permettono di dotare di autorità delle norme che si trovano nelle consuetudini e nel dharmashastra, ma che in realtà nei Veda non ci sono affatto: viene elaborata la c.d. teoria del Veda perduto o Veda scomparso, per cui si dice che quando non è possibile trovare una base vedica per una regola, si presume che questa regola fosse prevista nel Veda, ma che questo testo sia andato perduto. C’è anche una versione parallela per cui non è scomparso il testo, ma non c’è più la capacità degli uomini moderni di vedere quel significato nel Veda, quindi l’idea che si basa su una filosofia più generale di decadenza progressiva dell’umanità è che alcuni significati e alcune norme sono implicite nei Veda, e che mentre in passato gli interpreti erano in grado di riconoscere la base vedica di una determinata norma del dharmashastra, gli interpeti attuali non ne sono più in grado ma presumono che comunque quel significato o quella determinata norma che si trovano in un dharmashastra sia effettivamente presente nei Veda.

Questo permette di dare autorità a tutta una serie di fonti (scritte e non) rimanendo nel vincolo per cui è solo il Veda che può dirsi un mezzo di conoscenza , proprio perché si tratta di una conoscenza rivelata e non di una conoscenza umana soggetta ad errore. In realtà per il diritto il Veda è molto poco rilevante, perché le regole che poi effettivamente venivano seguite si trovano a livello del dharmashastra, quindi i testi dottrinali, e soprattutto a livello di consuetudini, quindi bisogna distinguere tra il rango e la rilevanza pratica delle fonti: nella pratica la regola del dharma non viene cercata prima nei Veda e poi nelle altre fonti, in realtà il Veda rimane sullo sfondo a legittimare le altre fonti normative, quindi le regole rilevanti nella pratica si collocano in sostanza all’intersezione tra regole dottrinali e consuetudine; per le consuetudini che vengono poi elaborate a livello di testi dottrinali, si può parlare di inversione dell’ordine delle fonti : se da un punto di vista del rango delle fonti rimane vero che sono collocate in ordine gerarchico discendente le quattro fonti, dal punto di vista dell’accertamento del dharma, quindi nel modo concreto di operare degli interpreti, in realtà c’è un‘inversione per cui i Veda sono la fonte più autorevole ma meno importante per la pratica del diritto. Questo è possibile perché si presume che anche le fonti inferiori sono legittimate dai Veda. Questa teoria del Veda scomparso ha delle conseguenze significative: vi è la questione dell’ordine gerarchico, ma anche la questione del conflitto fra fonti dotate di pari autorità. Cosa succede se ci sono due testi vedici che sono in conflitto fra di loro : nel pensiero indù, più specificamente nel pensiero della mimamsa, si ritiene che se c’è un conflitto tra due testi vedici allora sono entrambi validi , ma c’è un’opzione, quindi non si escogita un modo per far prevalere uno o l’altro ma si dice siano entrambi dharma, soltanto che il soggetto può scegliere fra i due modelli di azione. Questa concretizzazione del contesto avviene a livello locale, quindi una comunità può seguire uno di quei modelli di azione mentre un’altra comunità seguirà il modello contrapposto (es. la poligamia in alcune comunità indù è accettata mentre in altre no), ma entrambe le comunità possono dire di seguire il dharma. L’atmanastushti è un po’ particolare da questo punto di vista, perché pur avendo detto che si tratta di una fonte più controversa rispetto alle altre, in realtà si trovano anche nei testi del dharmashastra e nei commenti delle affermazioni per cui l’atmanastushti in teoria potrebbe prevalere anche sul testo vedico espresso , quindi il senso di soddisfazione interiore di un individuo che si comporta secondo il dharma, potrebbe legittimare quel comportamento come dharmico anche se in conflitto con il testo vedico. Alla fine, tutte le norme vengono ricondotte al Veda, con la differenza tra testi vedici espliciti e testi vedici impliciti o scomparsi e, visto che in caso di conflitto fra due testi vedici, entrambi i testi sono dotati di autorità, si permette questa possibilità per le varie fonti di avanzare una pretesa dharmica anche in conflitto con il Veda.

attraverso il confronto con le consuetudini locali, il lavoro degli interpreti e l’intervento del potere sovrano. Quindi per conoscere il diritto indù nella pratica bisogna immaginare l’interazione tra questi formanti.

 Dayabahga e Mitakshara

Sono testi che riguardano in particolare le successioni. I testi circolavano con i commenti i quali potevano divergere, in quanto in alcune parti del’India poteva prevalere l’interpretazione data da alcuni commentatori rispetto a quella data da altri commentatori. Dayabahga è il regime delle successioni che è divenuto prevalente nell’area del Bengala, mentre Mitakshara è il regime delle successioni che rimane prevalente in altre aree dell’India. Queste idee si sono formate nel periodo coloniale quindi sono stati gli amministratori coloniali britannici a stabilirne l’applicazione nelle varie aree.

Periodo islamico

Il periodo islamico è molto importante per la storia dell’India, in quanto ha influenzato molti aspetti della cultura indiana nel suo complesso. Vi è una prima penetrazione islamica sunnita, ma il quadro cambia quando si ha una manifestazione politica dell’islam, cioè quando cominciano ad esserci regni con sovrani islamici: l’esperienza più importante è il sultanato di Delhi del 1200 e poi anche l’Impero Mogul del 1500. Si parla di dominazione islamica e di potere politico non in tutta l’India, in quanto l’india politicamente anche con gli imperi non è mai stata unica. Il potere islamico ha avuto un forte impatto nell’evoluzione storica, culturale e giuridica. Dal punto di vista giuridico, nel periodo islamico, quello che succede è che vi sono profonde modificazioni soprattutto nelle parti del diritto più collegate al potere politico, quindi più in particolare nel diritto penale, che viene islamizzato. Anche qui non tutte le cause penali arrivavano necessariamente alle corti centrali, infatti molte controversie tendevano a essere risolte nell’ombra a livello comunitario. Soprattutto dal punto di vista del diritto privato, si ha una continuità nell’applicazione del diritto indù, quindi comincia ad essere applicato il diritto musulmano ai musulmani, ma non è mai stata intenzione quella di applicare il diritto musulmano a queste materie anche ai loro sudditi indù. Il diritto islamico ha una base dottrinale più chiara e precisa del diritto indù, ma comunque anche nell’islam esistono varie manifestazioni del diritto islamico (es. diritto islamico mediorientale, diritto islamico del subcontinente indiano o diritto islamico del sud-est asiatico) quindi l’islam pur avendo una dottrina molto più solida rispetto a quella induista, comunque ha interagito con diverse consuetudini locali.

Caratteri generali del periodo coloniale

Il periodo coloniale segna nella storia giuridica indiana il vero momento di passaggio: secondo alcuni studiosi questo periodo coloniale trasforma del tutto il diritto indiano, mentre secondo altri studiosi sicuramente si trasforma, ma quello che si ha è piuttosto un aumento della complessità, quindi questo diritto coloniale non riesce a superare del tutto il diritto preesistente, per cui abbiamo sicuramente una massiccia importazione di common law inglese, ma lascia comunque anche formalmente una rilevanza, almeno in alcune materie, per i diritti preesistenti e oltre a questo rimane una forte rilevanza culturale dei principi dell’induismo. Il periodo coloniale nel subcontinente indiano inizia nel 1600 e si conclude con l’indipendenza dell’India nel 1947. Nel 1600 arriva nel subcontinente indiano la East India Company , che è una compagnia commerciale cui la corona attribuisce delle prerogative, tra cui quella di amministrare il territorio coloniale, in quanto chi operava in questi territori così lontani doveva avere dei poteri di controllo dell’ordine pubblico e anche di soluzione di controversie che potevano sorgere innanzitutto tra gli stessi colonizzatori o progressivamente anche nel rapporto tra colonizzatori e colonizzati, e poi in definitiva anche nel decidere come amministrare il diritto per le popolazioni colonizzate. Quindi il primo dato è che si tratta di una penetrazione progressiva iniziata appunto con l’East India Company, che ha diversi momenti, tra cui è significativo il Diwani del Bengala, Bihar e Orissa del 1765 che è un accordo tra la Compagnia delle Indie Orientali e l’allora sultano di quell’area; l’altro anno importante, perché dà delle prerogative ulteriori all’East India Company nell’amministrazione in quanto era un accordo che le delegava tutti i poteri traendone un beneficio dal punto di vista economico è il 1858 del Government India Act con cui si ha l’inizio del vero e proprio british rush, quindi il dominio diretto della corona britannica sul subcontinente indiano e poi il 1947 con l’indipendenza. Abbiamo anche altre esperienze coloniali più limitate come quelle portoghesi nell’area di Goa, cioè nell’area geograficamente vicina a Bombay e quella francese nel sud. Quello che accade è una trasformazione del diritto indiano sul piano delle fonti, delle regole e dei principi; il modello coloniale è diverso da quello della madrepatria, nel senso che le potenze coloniali è vero che importano nel loro paese

fonti, regole e principi della propria esperienza, ma ragionano spesso, soprattutto nella colonizzazione britannica in India, con l’idea dell’adattamento alle circostanze e alle culture locali , più del modello francese che invece normalmente viene considerato il modello più assimilazionista. Un altro aspetto che caratterizza l’esperienza giuridica coloniale è che si ha una prevalenza di aspetti amministrativi: per quanto riguarda gli aspetti organizzativi in territori colonizzati, la prima cosa che bisogna fare è organizzare il potere amministrativo, quindi ci si preoccupa innanzitutto del diritto penale e della conservazione dell’ordine pubblico e poi ci si comincia anche ad occupare di contratti, famiglia e successioni. Altro aspetto molto importante per l’evoluzione del diritto coloniale ha che fare con la formazione di élite locali, per cui un po’ in tutte le esperienze coloniali vi sono stati degli indù che sono stati integrati nel potere coloniale. L’altro aspetto da evidenziare è che un’amministrazione coloniale governa le popolazioni colonizzate, ma quello che fa non è necessariamente influenzato dall’opinione pubblica locale: molte delle cose che hanno fatto i britannici nell’amministrazione coloniale, come ad es. la legge che vietava la pratica della sati (pratica di immolazione della vedova sulla pira funebre) o anche le riforme per quanto riguarda l’età matrimoniale, sono state in molti casi dettate dall’opinione pubblica della madrepatria. L’India in quel periodo era una grande potenza dal punto di vista della ricchezza: prima dell’inizio della colonizzazione alcuni studi di storici dell’economia mostrano che in realtà l’India fosse più ricca dell’Europa, quindi la Compagnia delle Indie Orientali si è trovata di fronte una civiltà importante sia dal punto di vista culturale (con una parte indù e una musulmana) sia dal punto di vista economico. Inevitabilmente, in ogni colonizzazione, c’è una legittimazione di superiorità della potenza coloniale anche in termini di civilizzazione delle popolazioni ritenute inferiori. Questo dipende in parte dalla sempre difficile comprensione tra popoli di civiltà diverse e in parte anche da un’esigenza di legittimare il proprio operato sia agli occhi della popolazione indigena sia agli occhi delle parti più liberali della madrepatria. Nel 1857 il centro del potere britannico è nell’area del Bengala a Calcutta e Bombay mentre al sud nell’area di Madras; questi sono i tre centri c.d. Presidency Towns quindi aree a forte dominazione britannica. Le altre aree vengono denominate con il termine di Mofussil che significa periferia, quindi aree rurali in cui c’è comunque influenza britannica ma meno forte, questo perché esistono centri di potere riconosciuti in queste aree di potere indigeno.

 Diritto applicato

Per quel che riguarda il diritto che viene applicato, questo è quello inglese. Il problema riguarda il diritto da applicare agli indigeni, soprattutto considerando l’estrema varietà di diritti che si trovano applicati nel subcontinente indiano. Un momento molto importante si ha nel 1726 con l’istituzione di Royal Courts per cui vengono resi applicabili nel contesto indiano statute law (legislazione in senso formale del parlamento) quindi l’applicazione del diritto inglese adattato al contesto indiano. Il diritto inglese è in gran parte fatto soprattutto di sentenze, quindi di common law in senso stretto; il diritto applicato dalle corti di Westminster in cui includiamo anche l’equity judgement , quindi tutti i precedenti e quelle regole sviluppate giurisprudenzialmente dal 1726, potevano essere applicate anche nel contesto indiano. Già nel 1726 si diceva che in alcune materie (famiglia, successioni, contratti) bisognava applicare il diritto indù agli indù e il diritto musulmano ai musulmani, quindi in alcune materie rimane il riconoscimento dell’applicabilità di norme non inglesi ma indigene. Nel 1772 con il regolamento di Hastings (governatore del Bengala) si riuscì a istituzionalizzare quest’idea per cui in alcune materie non bisognava imporre il diritto inglese agli indiani, ma in quelle specifiche materie bisognava preservare l’applicazione dei diritti locali. Il testo di questo regolamento dice che: “in tutte le cause civili concernenti beni ereditari e questioni in materia di successioni per causa di morte nonché quelle aventi ad oggetto questioni matrimoniali o di casta, o ancora le costumanze religiose e le loro istituzioni, i precetti del Corano con riguardo ai maomettani e gli insegnamenti degli shastra con riguardo agli indù, saranno applicati e seguiti.” Questo è il sistema del Listed Subjects , quindi delle materie elencate per cui la politica coloniale britannica nel diritto si basa su questa idea: in alcune materie si applica il diritto indigeno, in altre materie si applica quello coloniale inglese.