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La Città: Da Martinotti a Bianchetti - Storia e Progettazione Urbana - Prof. Vassallo, Dispense di Urbanistica

La concezione di 'città' da martinotti a bianchetti, interrogano il significato di urbanistica moderna e i suoi problemi, come inquinamento e abitazioni malsane. Esplorano i due indirizzi di urbanistica riformista e industriale, con esempi come il ring di vienna e la cité industrielle di garnier. Anche della dispersione urbana e i suoi effetti negativi, e il ruolo del suolo nella progettazione urbana. Le trasformazioni urbane e socio-economiche sono anche discusse.

Tipologia: Dispense

2020/2021

Caricato il 19/01/2024

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Politecnico di Torino
Corso di Laurea in Architettura
2021/2022
URBANISTICA
Docente: Janira Vassallo
Collaboratore: Luis Martin
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Scarica La Città: Da Martinotti a Bianchetti - Storia e Progettazione Urbana - Prof. Vassallo e più Dispense in PDF di Urbanistica solo su Docsity!

Politecnico di Torino

Corso di Laurea in Architettura

URBANISTICA

Docente: Janira Vassallo

Collaboratore: Luis Martin

MODULO INTRO

PRIMA LEZIONE DI URBANISTICA COSA È LA CITTÀ?

Bernardo Secchi è un importante architetto e urbanista italiano. Egli intende la città e il territorio in
maniera molto ampia, e l’urbanistica come una disciplina che si occupa di tutte le trasformazioni
nello spazio nel quale vediamo una densità importante di situazioni e relazioni. Non si intende
l’insieme di opere e progetti di un determinato territorio, ma bensì l’insieme di pratiche che si
adottano al territorio.
à Idefonso Cerdà è un architetto e urbanista spagnolo, realizzatore del piano regolatore di
Barcellona. Il piano di Cerdà è il primo piano di urbanistica considerato moderno, perché tiene conto
non solo di questioni puramente spaziale, ma anche tecniche, economiche… al fine di costruire un
habitat sociale. Cerdà definisce l’urbanistica come una serie di agglomerati, come le facoltà fisiche
della città e il rapporto tra le questioni fisiche e morali della città (periodo Marx, Engels, questione
delle abitazioni).
à Patrick Geddes è un socialista e urbanista, che ritiene che l’urbanistica è un ramo della sociologia
che studia le città e la loro struttura. L’urbanistica, per lui, deve diventare un’arte sempre più
efficace.
à Le Corbusier rietene che l’urbanista è lo stesso architetto e di conseguenza l’urbanistica e
architettura sono uguali, l’unica differenza è che l’urbanistica è un’architettura su larga scala.
à Benevolo scrive un libro: Le Origini Dell’urbanistica Moderna , affermando che l’urbanistica
moderna nasce nel momento in cui si guarda alla fortissima crescita demografica, ovvero quando si
guarda all’abitazione dei ceti più bassi, e l’urbanistica nasce come una forma di soluzione a questo
fenomeno, che si sviluppa in due modi:
  • ingegneria igienista (riformista)
  • socialismo utopico, che partono da una progettazione ex novo di centri urbani.
Cosa intendiamo per città oggi?
Martinotti , nel libro Sei Lezioni Sulla Città , mette insieme diversi ambiti, dove si interroga sul
significato del termine città, soffermandosi su:
  • densità di popolazione e relazioni;
  • la città come sistema aperto, ovvero una città che permette l’intersezione di diverse culture.
Introduce quindi la concezione di megalopoli padana, data dalle interazioni e densità ugauli a
diverse città, allargando il concetto dalla singola metropoli (Milano) alla megalopoli, vedendo un
territorio che diventa città.

Due principi guideranno l’azione dei rimedi: la protezione sociale e la profilassi fisica e morale (ingegneria sanitaria legata a interventi pubblici). Piano Di Chicago di Burnham del 1909 mai costruito, prende spunto da Haussman e alcuni piani barocchi di metà 700. Manhattan Grid nel 1812 , piano che prevedeva la suddivisione dei lotti per motivi economici (anche se non si può parlare compiutamente di città moderna). CENTRAL PARK, OLMSTED : New York ha un’espansione enorme legata alle ambizioni capitalistiche, e il Central Park riprende l’idea di riportare la natura alla città (danneggia il privato ma allo stesso tempo fa alzare di molto i prezzi dei lotti centrali) cercando di ricreare una natura realistica (non tipo i boschi parigini, ma più strutturati al decoro). A fine ‘800 per la storiografia moderna nascono due linee di pensiero:

  • corrente organistica: idea di città come corpo vivo in evoluzione (arterie, cuore della città) da tutelare e curare à Wright, Aalto, Piccinato. Legata a questa idea organicistica è la città giardino , che si esplica sia come progetto che come movimento, portato avanti a fine 800 da Howard, un imprenditore, che avrà un’enorme influenza nella progettazione di città realizzando sobborghi americani. Il suo progetto parte dall’idea di un corpo che inizia a crescere per poi fermarsi (fermare la crescita incontrollabile della città à sprawl). L’organizzazione è concentrica, c’è una divisione netta tra industria agricoltura e abitazione.
  • corrente urbanicista: per fare accettare il contenimento del conflitto politico attraverso la protezione sociale dell’industria e la profilassi fisica e morale delle malattie e del crimine è necessaria un’autorità legittima, che è trovata nell’idea del progresso, che diventa quasi una nuova religione, che coincide con la secolarizzazione della società, auspicando costantemente a un futuro migliore. Quando viene meno il mito del progresso si passa poi DA CITTÀ MODERNA A CITTÀ CONTEMPORANEA. Si definisce, pertanto, un sistema di protezione sociale vedendo il lavoro al centro. La Cité Industrielle di Garnier del 1904, è legata ad un’idea industriale e meccanicistica della città (città come macchina, avanguardie ecc), che mette insieme aspetti di urbanistica moderna e architettura moderna. Nel Manifesto Dell’architettura Futurista di Sant’Elia vi è un’esaltazione e celebrazione enorme della macchina, del progresso, e la città diventa una celebrazione del connubio tra abitare, produrre, progredire. Ville Radieuse di Le Corbusier 1930, è un piano per una città di 3 milioni di abitanti, che segue l’idea di una città costruita su una tabula rasa (tanto sono tutte uguali) e l’idea di una divisione netta tra le funzioni, un sistema chiuso, piccole abitazioni, grandi spazi pubblici (la società è il fulcro). Brodoacre City di Wright, 1932 prevede la realizzazione di una città che si espande incarnando e esaltando l’idea del mito pionieristico americano. È legata al trasporto individuale (macchina), l’abitazione è sempre unifamiliare (la famiglia è il fulcro, il singolo), mentre gli spazi pubblici non esistono. È una città regionale che mette insieme infrastrutture legate all’industria, all’agricoltura. La Città Lineare di Leonidov, 1930, si lega al costruttivismo russo, con un’idea di città meccanicista, industriale, che celebra il progresso russo. La città lineare si snoda attraverso una parte interna amministrativa, poi residenziale e poi industriale. La città lineare nasce dalla Ciudad Linear Di Soria , pubblicata nel 1882, che pone le basi di una forma e un’idea che ritorna spesso nella città novecentesca. La Vertical City di Hilberseimer, 1927, prevede una città moderna, molto astratta (l’idea di astrazione nel moderno è estremamente ricorrente), lontana dalla figuratività e dal decoro. Fa della modularità e ripetizione i fulcri del pensiero. Viene divisa per livelli del traffico. DOPO LA SECONDA GUERRA MONDIALE nei principali paesi occidentali inizia una forte ripresa economica (boom economico Italia, Golden Age). Tutte le basi poste 150 anni prima vengono consolidate ( trenta gloriosi ). Quindi il welfare e l’edilizia popolare diventano elementi cardine che rappresentano un forte intervento dello stato. Quest’idea comincia a cambiare a partire dagli anni 80 fino al 2008, dando vita ai trenta opulenti, con un’esaltazione dell’individualità. La Golden Age è la fase del capitalismo fordista al suo apogeo (produzione di massa, consumismo), definita come produzione democratica, che crea prodotti tutti uguali secondo l’idea di produrre di più per dare di più; negli stati uniti comincia prima della guerra, in Europa dopo. L’idea della società industrializzata entra in ogni

aspetto della vita, portando a un consolidamento del ceto medio, e si conferma al centro delle politiche europee quel senso di poter dare a tutti ( più o meno ). Si ha, quindi, un consolidamento del Welfare State, a partire dalla costruzione di servizi per tutti. In questa fase il capitalismo industriale è stato definito « regolato ». In quanto esito di un complesso sistema segnato da politiche per sostenere lo sviluppo e accompagnare la crescita. L’immaginario della Golden Age costruisce il progetto di architettura e della città. Nascono le prime autostrade in Italia, vi è la diffusione capillare della ferrovia, la tutela del lavoro, nascono i luoghi di svago come villaggi turistici. L’immaginario della Golden Age costruisce il progetto di architettura e della città. La città riprende il senso di separazione, realizzazione di molte aree verde, città che è meno densa, cresce in altezza: nasce la cosiddetta ortodossia del moderno. Nasce quel senso di diritto alla casa facendo nascere i grandi agglomerati di residenza popolare ( Robinhood Garden ). L’ortodossia del moderno entra in crisi negli anni 50, con un ritorno alla natura, al contesto, attenzione ai materiali e alle tradizioni tradizioni. Dal ‘68 comincia a cambiare un po’ tutto, con una rivoluzione totale che inizia a rivendicare diritti (lavoro, scuole, università, abitazione), in un momento nel quale la società industriale viene messa totalmente in discussione e di conseguenza molti dei presupposti del moderno, causando la nascita di alcuni gruppi come Superstudio, Archizoom, Ufo, 9999, Stura... Questi gruppi introducono l’idea di architettura radicale, con una mostra superarchitettura Pistoia , dove si prende in giro l’ipercapitalismo degli anni, criticando l’attaccamento alla forza capitalistica. La superarchitettura è l’architettura della superproduzione, del superconsumo, della superinduzione al consumo, del supermarket, del superman e della benzina super. No Stop City , idea di città nomade come critica al modo di vivere capitalista borghese. Archigram, Instant City : città che si crea sola, flessibile, diversa dalla città rigida industriale del moderno. Yona Friedman intende l’architettura in senso verticale. Il boom economico finisce. Negli anni 19 72 - 73 si ha il passaggio da città moderna a contemporanea, finendo così l’idea del progresso. Grande fase di stagnazione economica globale: entra in crisi il sistema economico fordista (produzione di beni eccesivo). Gli anni ’80 segnano una faglia, nuove politiche di ripresa. Avvento di politiche neoliberiste (celebrazione iniziativa personale, Stato minimo – ritiro dello Stato dall’economia) emancipa l’individuo (maggior libertà e creatività, flessibilità, adattamento) ma l’economia si concretizza – valore del suolo che comanda: avvio della terza rivoluzione industriale, che porta con sé l’inizio di una robotizzazione. Essa riduce forza lavoro e provoca un aumento degli strumenti tecnologici e di sistemi di trasporto globali (globalizzazione, si va nei paesi in cui è più conveniente produrre). Al capitalismo regolato segue quello sregolato. All’economia fordista segue la finanziarizzazione (economia legata al capitale). Gli ultimi due decenni del secolo celebrano le forze del mercato, l’iniziativa individuale e la crescita della produttività come unici fattori che permettono, a lungo termine, di migliorare redditi e condizioni di vita (in particolare dei più sfavoriti). Gli anni ‘ 80 , dunque, sono il momento in cui tutte queste cose diventano evidenti sotto vari profili: economico, sociale, culturale. Sul piano politico ci sono manovre recessive e neo-liberiste; sul piano culturale si celebrano cambiamento, rischio, mobilità , diversi modelli di gestione dell’azienda. Creatività, flessibilità, capacità di adattamento, responsabilizzazione e autonomia sono le nuove parole d’ordine che ricorrono nella letteratura del neo-management.

Le industrie o chiudono o cambiano sede. La produzione subisce sia una:

  • decentrazione : a fronte dell’insalubrità delle fabbriche le amministrazioni richiedono di spostarsi all’esterno. l’individuo aumenta la propria qualità della vita, l’operaio si emancipa. in sardegna si creano addirittura città satellite attorno alle fabbriche di produzione del carbone. nascono così una serie di città fantasma nel momento in cui vengono abbandonate. esempio carbonia. per le politiche interne è molto difficile trovare un modo di occupare gli spazi, perché sono ormai luoghi in cui non si genera più economia.
  • globalizzazione negli anni 80 il fenomeno è di contrazione, si occupa di piccole parti di città, ma negli anni 90 diventa invece sempre più grande. In questi anni tre sono i caratteri che costituiscono il dibattito sulla dismissione in Italia: 1. Delimitazione del campo : dismesse da cosa? Un problema di definizione dell’oggetto: in generale si intendono le aree precedentemente adibite alla produzione industriale o agricola ( friches in francese). In realta, l’abbandono è un fenomeno non unicamente legato alla fine del XX secolo e riguarda situazioni molto diverse. 2. Costruire il problema : la misura e la quantità. Periodicamente viene avanzata in Europa la richiesta di un censimento delle aree industriali dismesse. A ricostruire la dimensione del fenomeno sono la misura e la frequenza. 3. Linguaggio : dare nome alle cose. Si introduce il termine “vuoti” dietro al quale vi è un presupposto funzionalista. È vuoto perché ha perso l’attività che lo connotava precedentemente. Questo modo di intendere, sottovaluta che l’area o l’edificio potrebbero averne assunte altre (tipicamente come luogo- rifugio per popolazioni prive di abitazione). L’dea del vuoto presuppone una trasformazione lineare cioè un’idea banale del tempo dei processi: ciò che è vuoto prima o poi si riempie. Nei processi di trasformazione della città ci sono sempre degli inciampi, resistenze, asimmetrie. Non sono eccezione. A volte qualcosa non funziona, si interrompe, rimane in sospeso (la lezione della storia urbana) Tra gli anni 80 e 90 c’è un ingenuo ottimismo, quando le prime forme di dismissione coincidono con la delocalizzazione dell’impresa si pensa a un distaccamento dall’industria inquinata, malsana. Si ha la percezione di fenomeni di dismissione come occasioni progettuali, per costruire spazi di qualità, residenze e funzioni migliori. Non sono quindi definiti come li vediamo noi adesso, cioè come una causa di contrazioni economiche. Nell’ottica di espansione dei trenta gloriosi non c’era il tempo di guardare alla qualità. Le aree di dismissione sono quelle precedentemente adibite alla produzione industriale o agricola, ma a mano a mano si estendono a aree diverse, anche aree ferroviarie, non unicamente edifici ma intere parti di città. Nei contesti rurali il fenomeno diventa più pervasivo (Sicilia, Puglia, Sardegna). In Italia il fenomeno ha una gestazione molto lunga, e quindi il progetto cambia spesso (A Detroit ad esempio, con la Ford, è molto più veloce). Nei primi tempi viene fatto un censimento delle aree dismesse, al fine di definire da un punto di vista spaziale la dimensione del fenomeno, definendo così il vuoto urbano : la dimensione di un edificio che cessa la sua attività e ne ospita un’altra. Alla fine degli anni 90 vi è una vera propria esplosione del fenomeno. Negli anni 90 il problema si ridefinisce e pertanto non si tratta più di riempire i vuoti ai fini di un ridisegno urbano o di un vantaggio economico e funzionale, ma si tratta di ripensare intere parti degradate di città. Le scure e inquinate terre industriali del post-fordismo denunciano una paura per il futuro che fa trasparire una simmetrica paura del passato industriale, come se questo continuasse ad incombere e contaminare il presente. Rigenerazione e sostenibilità divengono le parole chiave del recupero che riguarda non solo lìarea, ma il quartiere, e quindi la parte della città. Le varie modalità di intervento sono concorsi, progetti, varianti al piano regolatore, accordi di programma, strumenti comunitari…

ARCHITETTURA E PAESAGGI DELLA PRODUZIONE LEZIONE DI GIULIA SETTI Intorno al 2010 si lavorava sulla dismissione di architetture senza architetti, quali capannoni, spazi produttivi, il quale abbandono provoca rotture sia nel tessuto urbano in cui si inserisce sia nella struttura in sé. Le domande da porsi in questi casi sono molte:

  • come agire su tessuti e manufatti diversi per scala e morfologia delle parti coinvolte?
  • come costruire strategie progettuali capaci di considerare le diversità dei tessuti urbani e industriali come risorsa necessaria? L’obiettivo del contributo è quello di definire modi e forme con cui poter intervenire nelle relazioni tra spazio produttivo e città nei contesti i cui si inserisce.
  • come il fattore temporale si inserisce nei fenomeni di dismissione? ci sono tempi diversi in relazioni a gradi di consolidamento o rarefazione diversi? Nel contesto italiano c’è stata una lunga tradizione di rinuncia alla demolizione a favore di una più forte politica di conservazione, e quindi la domanda è recuperare, riutilizzare, o spostarsi verso una demolizione più massiccia? La presentazione lavora su tre aspetti del tema della dismissione:
  • TEMA URBANO
  • TEMA DEL PATRIMONIO : qual è il valore dell’architettura dismessa?
  • CREATIVITÀ ARCHITETTONICA : demolizione o conservazione/riconversione? se negli edifici da trasformare si mantiene, sebbene diverso, un carattere produttivo, che succede? Problema di scala: la dismissione può interessare il tessuto urbano, cioè può avere un impatto sulla città in toto. PAESAGGI INDUSTRIALI TRA FRAMMENTI E ROVINE Come utilizzare l’idea di patrimonio nei contesti industriali e produttivi? Nel contesto americano il vuoto diventa una modalità̀ progettuale, a fronte di una profonda contrazione dell’industria produttiva, che lascia quindi spazi abbandonati. Si avviano così nuovi periodi di dismissione (stagioni diverse), cicli di abbandono e demolizioni. La contrazione del tessuto urbano e industriale avviene in tempi rapidi. Nel contesto europeo la situazione è diversa (Lipsia), è presente un linguaggio, un’unità di scelte estetiche con l’idea che gli edifici industriali abbiano una forte identità nel panorama urbano in cui si inseriscono. Nel contesto italiano ci sono molti edifici industriali di nuova realizzazione effettivamente mai usati o neanche mai completati. AUBERVILLIERS DISMISSIONI INDUSTRIALI: UN MOSAICO DI FRAMMENTI Aubervilliers ci dona una nuova relazione tra lo spazio della produzione e il tessuto urbano. La prima domanda che il caso apre è di tipo progettuale, e quindi fa avanzare diverse proposte di progetto, e di conseguenza strategie di intervento.

A livello urbano nuovo immaginario... Un esempio è il Parc de la Villette a Parigi: terzo parco della città, per il quale è avviato un concorso internazionale. I progetti presentati reinterpretano i mutati rapporti tra capitale e lavoro Sia il progetto vincitore di Bernard Tschumi, sia quello di Rem Koolhaas/OMA enfatizzano la possibilità di costruire un universo urbano caratterizzato da processi, programmi, flussi. Il progetto vincitore di Tshumi, costruito su piani, punte e linee è organizzato per “sistemi autonomi” tra loro sovrapposti. Parte da matrice cubica e crea nuove forme. Si costruisce solo lo spazio, senza utilità specifica. L’individuo può cambiare lo spazio in cui è. Ritorno crescita economica à rito del capitalismo sregolato. Stagione della rigenerazione urbana (trasformazione del Lingotto, progetto di Renzo Piano: Fiat simbolo fordismo italiano diventa grande centro culturale e commerciale, nuova visione della fabbrica). Intorno al 2007/2008 c’è una nuova faglia: stato di crisi. Si chiudono i Trenta opulenti con una crisi definita come la peggiore dal 1929. Nel libro Territories in crisis si indaga su effetti di crisi economica, che ha effetti in tutti gli ambiti. Il progetto si costruisce entro diversi valori. Si verifica la crescita delle diseguaglianze e si sviluppa la logica dell’espulsione di persone, imprese, luoghi che ridisegnano nuovi territori. Nel libro di Secchi La città dei ricchi e la città dei poveri , si fa presente l’aumento delle disuguaglianze anche spaziali (muri e barriere).

STORIE DI DISMISSIONE VARI ESEMPI DI DISMISSIONE NEL TERRITORIO ITALIANO Progetto MILANO BICOCCA Milano negli anni ‘70 ha un significativo calo demografico poiché molte persone dalla città si trasferiscono attorno alle cinta delle città, per avere ville e più zone verdi. Ciò provoca anche la riduzione di numero di addetti all’industria, provocando cosi anche un decentramento delle attività produttive fuori dai confini comunali. La Bicocca è un quartiere di Milano posto nella periferia nord-orientale della città. La Bicocca è stata il cuore di quell'area industriale che si era rapidamente costituita ai primi del Novecento, e che per molti decenni ha rappresentato il simbolo dell'industrializzazione lombarda, elemento trainante dell'economia dell'intero Paese. Con la progressiva espansione edilizia di Milano, le campagne settentrionali della città erano state poco alla volta integrate nel tessuto urbano, venendo ad ospitare una serie di stabilimenti industriali che hanno a lungo caratterizzato il territorio della Bicocca, il cui stabilimento più popolare era quello della Pirelli, che vi trasferì i propri impianti. A partire dalla fine degli anni settanta, in seguito soprattutto a riorganizzazioni dei grandi gruppi a livello internazionale, si assistette a un progressivo disimpegno dell'industria dalle aree urbane di tutta Italia. Il quartiere della Bicocca fu particolarmente interessato da fenomeni di deindustrializzazione e delocalizzazione (= fenomeno della dismissione). Nel 1984 infatti anche Pirelli decise di delocalizzare la produzione di pneumatici giganti tessili a Villafranca Tirrena e a Settimo Torinese (CEAT), con la perdita di numerosi posti di lavoro. Oltre agli insediamenti Pirelli, anche per molte altre aziende si prevede la stessa sorte in futuro. La delocalizzazione, dunque, ebbe un impatto fortissimo sull'aspetto e sui progetti del quartiere. A livello urbanistico si mettono a punto dispostivi tecnici e di indirizzo strategico:

1. La variante del piano regolatore generale del 198 7 2. La residenza è subordinata a servizi 3. Il terziario (uffici e commercio) è contrastato. 4. Le aree di trasformazione strategica: polo finanziario Garibaldi-Repubblica. Chi abita Bicocca? 25.000 studenti 12.000 lavoratori 4.000 residenti. Come sono distribuiti gli spazi? 40% università 32% aziende 23% residenza 5% servizi pubblici e commerciali. A partire dagli anni ottanta, con la progressiva dismissione degli irimpianti di produzione si aprì un dibattito inerente al recupero e alla riconversione delle vaste aree industriali. La Pirelli stava infatti trasferendo la propria produzione all'estero o in altri siti nazionali. Nell'aprile del 1985 l'azienda indisse autonomamente un concorso internazionale volto alla risistemazione delle aree, a cui furono invitati a partecipare venti fra i più grandi architetti urbanisti del tempo. Il Comune di Milano, messo di fronte al fatto compiuto, si dovette limitare ad approvare nel 1987 una variante al Piano Regolatore Generale , che definisse le diverse linee di intervento e la destinazione d'uso futura dell'intera area della Bicocca, qualunque fosse stato il vincitore. La gestione del concorso venne affidato a Bernardo secchi. Nel luglio del 1988 fu lo stesso Leopoldo Pirelli a proclamare il progetto vincitore, ossia quello della Gregotti Associati International. Numerosi sono stati i progetti proposti al concorso per il progetto di Milano Bicocca. Tra questi abbiamo quello di Aldo rossi, Gabetti e isola. Il tema del concorso:

  • idee progettuali
  • flessibilità del progetto
  • l’impianto degli appartamenti non è stato pensato per chi effettivamente doveva viverli, gli spazi non si potevano legare a una tradizione di abitare di una classe media italiana
  • problematiche di tipo socio economico importanti del quartiere alla fine del 2020 le palazzine sono state sgomberate quindi il progetto di riqualificazione è ancora aperto (improntato al cohousing). TORINO, SPINA CENTRALE La Spina Centrale è una vasta area urbana della città di Torino, in via di terminazione. In termini generali, si tratta di una lunga e imponente area che si sviluppa in direzione nord-sud nel territorio comunale, in posizione pressoché baricentrica rispetto al contesto cittadino, rappresentante il più grande intervento infrastrutturale realizzato in città dal secondo dopoguerra. La zona, liberata dal passante ferroviario di Torino, è oggetto di una profonda e radicale riorganizzazione a livello urbanistico, con la realizzazione di un nuovo viale
  • l'avveniristico Viale della Spina - progettato sul sedime della vecchia ferrovia e la riqualificazione dell'intera area circostante, a partire dall'allacciamento col raccordo autostradale Torino-Caselle (all'altezza di corso Grosseto) per finire in largo Orbassano. Il costruito Viale della Spina si avvale di caratteristiche architettoniche uniche lungo tutto il suo percorso. Il carattere principale, oltre all'impiego di materiali di qualità, sono i cosiddetti "pali bianchi", peculiari ed imponenti strutture tubolari a sostegno (non esclusivo) dell'impianto di illuminazione. Un altro tratto interessante è l'arricchimento del Viale con opere d'arte contemporanea, realizzate da artisti di fama internazionale. Il progetto del Viale della Spina ha ispirato un'analoga idea per il progetto del "secondo passante di Torino", in corrispondenza dell'asse di corso Marche, ancora di ipotetica realizzazione. Nella seconda metà degli anni ottanta, in concomitanza con la necessità di riorganizzare e potenziare il sistema ferroviario cittadino, il Comune di Torino cominciò a porre attenzione alle aree dismesse e degradate adiacenti al tracciato della ferrovia. L'idea generale era quella di dare un nuovo ordine all'assetto urbano della zona, migliorandone sia il tessuto logistico (trasporto ferroviario, collegamenti veicolari e ciclopedonali) sia la qualità offerta dai quartieri limitrofi (nuovi servizi, verde pubblico, ecc.). Le basi del progetto comunale furono poste dal piano regolatore generale (PRG) redatto dagli architetti Vittorio Gregotti e Augusto Cagnardi. Il piano proponeva come obiettivo la trasformazione urbana della cosiddetta Spina Centrale, progettata per l'appunto come una sorta di spina dorsale cittadina, potenzialmente in grado di sostenere l'intero assetto urbanistico. Data la vasta portata dei lavori, che interessano molteplici quartieri e circoscrizioni di Torino, il progetto fu scandito in quattro ambiti di trasformazione urbana, noti rispettivamente con i nomi di Spina 1, Spina 2, Spina 3 e Spina 4, che definiscono nello specifico le zone di intervento lungo il percorso della Spina Centrale. 1. Spina 1: Il primo tratto, racchiuso fra largo Turati e largo Orbassano, è caratterizzato dal cosiddetto parco della Clessidra, un parco urbano dalla curiosa pianta a forma di clessidra. Proseguendo oltre, il tratto compreso fra largo Orbassano e corso Vittorio Emanuele II, interessa corso Mediterraneo e il successivo corso Castelfidardo, uno dei più maestosi lungo tutto il Viale; 2. Spina 2 : La Spina 2, uno dei tratti più complessi del progetto, si estende per l'intero corso Inghilterra, da corso Vittorio Emanuele II a piazza Statuto. Il Viale affianca la nuova stazione di Torino Porta Susa, posta fra corso Inghilterra e corso Bolzano e accessibile da entrambi i lati. La stazione è dotata di binari interrati e in superficie presenta un fabbricato viaggiatori a forma di semicilindro trasparente. L'intera struttura occupa la sezione che va da corso Giacomo Matteotti a piazza XVIII Dicembre. Dopo Porta Susa, il viale supera con un sottopasso piazza Statuto; 3. Spina 3 : Dei quattro ambiti del progetto, la Spina 3 occupa la superficie più ampia e rappresenta uno dei più grandi interventi del Piano Regolatore di Torino. La sezione della Spina 3 corre lungo corso Principe

Oddone, fino a piazza Baldissera. L'area è a sua volta suddivisa in sette macrozone, create in corrispondenza di altrettanti fabbricati industriali dismessi intorno agli anni ottanta: i tre vecchi impianti siderurgici dell'ex Fiat Ferriere, divenuta in seguito Teksid (Valdocco, Vitali, Valdellatorre), gli ex stabilimenti Michelin, Paracchi, Fiat Nole, Ingest, e le Officine Savigliano. Queste aree nel complesso formano il parco Dora, le cui linee guida sono state definite dall'architetto Andreas Kipar e la progettazione affidata allo studio Peter Latz e associati. Molte delle trasformazioni in quest'area sono già state realizzate. Nell'area Valdocco si trova l'Environment Park, complesso di uffici immersi nel verde, nato da operazioni di trasformazione urbana, sorto sulle aree ex Valdocco, realizzato attraverso finanziamenti dell'Unione europea. Sempre nel comprensorio Valdocco lo studio Isola Architetti ha realizzato il complesso residenziale Isole nel Parco, dove è situato uno degli edifici più alti della città, la residenza La Torre. Nell'area Valdocco Nord è stato realizzato il principale villaggio media per le Olimpiadi 2006, costituito da tre torri da circa 70 metri che si affacciano su corso Mortara. Dopo il 2006, il villaggio media è stato riconvertito quasi per intero a residenza popolare. Tra l'Environment Park e l'ex villaggio media è stata infine ultimata la sezione del parco chiamata Valdocco, a cavallo della Dora. Di fronte all'Environment Park, in parte dell'area Michelin, è stato inaugurato il Centro commerciale Dora, comprensivo di una multisala cinematografica, di un ipermercato, di una galleria commerciale e di un parcheggio multipiano. Le aree Vitali e Teksid , in cui un tempo sorgevano le ferriere Teksid, sono racchiuse tra via Orvieto, via Verolengo, via Valdellatorre, corso Potenza, via Nole e la Dora stessa, sono separate da via Borgaro e attraversate dal sottopasso Carlo Donat Cattin. Il recupero, firmato dallo studio di architetti francese Buffi Associés, accoglie un comprensorio di terziario (il Vitalipark), l'ipermercato della catena Bennet, l'Art Hotel Olympic e aree residenziali. Dell'ex stabilimento Vitali è stata trattenuto lo scheletro con tettoia, e l'area ospita campi da calcio, tennis, basket, skate ed è utilizzata per manifestazioni ed eventi. Nell'area tra piazza Piero della Francesca, via Valdellatorre e via Nole è stata costruita la nuova sede della curia di Torino. Il complesso include anche la nuova chiesa del Santo Volto, progettata dall'architetto Mario Botta.

4. Spina 4 : La Spina 4, ultimo tratto della Spina Centrale, si sviluppa lungo l'asse di corso Venezia, a partire da piazza Generale Antonio Baldissera per finire all'altezza di corso Grosseto, attraversando in ultimo il parco Sempione. Si tratterà, in buona sostanza, di un nuovo accesso a nord per la città, che permetterà un più facile e veloce collegamento fra Torino e l'aeroporto di Caselle. HIGH LINE, NEW YORK Nel 1847, la Città di New York autorizzò la realizzazione di un tratto ferroviario nel West Side per il trasporto delle merci. Tra il 1929 e il 1934 i binari vengono sopraelevati, e da quel momento la linea ferroviaria è rimasta attiva dal 1934 agli anni 60. Successivamente la sezione più a sud fu demolita e l’ultimo treno è transitato negli anni 80. Da quel momento l’area fu completamente abbandonata a se stessa Nel 2004 viene bandito un Concorso a invito, per il riutilizzo della zona. Il concorso prevedeva la proposta di progetti con dei gruppi formati d a 4 architetti: “design team”. La cordata vincitrice fu James Corner Field Operations, Diller Scofidio Renfro e Piet Oudolf. Nel 2005 ci fu la nuova zonizzazione urbanistica del West Chelsea, venne sancito l'uso pubblico della High Line. L’acquisizione delle aree in proprietà venne svolta da parte dell’amministrazione pubblica. Nel 2012 ci fu l’approvazione ufficiale di un emendamento allo zoning per la High Line e le Rail Yards. Cosa caratterizza il progetto della High Line: Presupposti di base:

  • Rispettare il carattere proprio della High Line, ossia linearità e singolarità, mix naturale tra vegetazione selvatica ed elementi della ferrovia, binari, cemento.

PRODUZIONE E CITTÀ TORINO VILLE INDUSTRIALI La produzione (di beni, manifatturiera) costruisce la città moderna. L’assenza di produzione costruisce la città postmoderna? In qualche modo sì. Torino per molti anni è stata la città industriale più importante grazie anche dall’industria FIAT. Nei primi anni del ‘900 c’è un movimento industriale molto importante nella città di Torino. Lingotto viene costruita tra il 1914 - 21 , Mirafiori nel 1939 durante il fascismo. Tra 1945 - 1963 molti territori vengono costruiti nella città, costituendo una grande parte della città attuale. A partire dagli anni ‘ 70 ci sono una serie di fattori che fanno si che le città occidentali si svuotano di molte aeree industriali. Si è costruita una città molto specifica, causando uno spostamento delle attività introduttive. Se inizialmente l’idea di produzione era molto concentrata verso il centro, con gli anni si sposta sempre di più verso le periferie. Le cause sono molte: § diffusione di auto, più facile da raggiungere § mancanza di spazio perché vi è un maggiore crescita di abitazioni in centro § molte attività chiudono, a causa dell’inizio della produzione di massa Nel 1979 la Cina apre quel processo di riforma economica ed apertura verso l’economica occidentale e integrazione nel commercio globale. Molte fabbrica si spostano in Cina, ma non solo, anche in Brasile o Argentina (manodopera costa meno). Con il processo di automazione dell’industria, è necessario meno spazio. Continuare ad investire sulla produzione manifatturiera, nonostante le carenze. Negli anni ‘90 c’è un cambio dell’amministrazione c’è un ballottaggio: comunisti da una parte e il centro sinistra dall’altra. Vince il centro sinistra e c’è un cambio importante nel comune di Torino. L’amministrazione decide di fare tabula rasa della città industriale. Si propone di cambiare volto alla città. Dal 1993 fino al 2016 i progetti di Torino vengono definiti in della agende: § Torino pirotecnica : si incentra sulla città legata al turismo, ai grandi eventi e soprattutto legati alla cultura. Molte aree dismesse dall'industria sono quindi riconvertite in aree legate alla cultura, al commercio, grandi eventi (olimpiadi 2006). Così abbiamo la riconversione della zona delle OGR, del lingotto, quadrilatero, in generale una riqualifica di spazi urbani. § Torino politecnica legata all’industriale ai centri di ricerca. § Torino policentrica : guardava ad una sorta di decentramento di diversi centri abitati intorno a Torino. Recupero e riconversione di aree industriali fuori dal centro con la nascita di nuovi centri abitativi. Riqualifica urbana al di fuori. Gentrilificazione. Processi di riqualificazione urbana come nuovo paradigma della città. Nasce il SISTEMA TORINO , per definire un rapporto molto stretto tra governo e amministrazioni in generale. Processo con grandi investimenti. La Crisi del 2008 (in Italia arriva nel 2010 circa) provoca la fine dei finanziamenti. La città attira nuova competenze. Se inizialmente attira solo operai, con gli anni e con la riqualificazione di nuove aree vi è un cambiamento: ad esempio la città attira molti studenti grazie alle università. 1993 - 2013 sono vent’anni dove Torino cambia completamente. Si attua un piano che porta avanti in ambito territoriale e spaziale quelle tre agende. Cambiamento di paradigma. Anni in cui a Torino ci sono tante aree vuote, molte aree dismesse. Si comincia a elaborare diversi progetti. Spina 3 è un esempio concreto. Ci sono molti soldi pubblici e si inizia a pensare ad un ‘idea di una città più giusta. Il settore che nasce dopo il 2008 e la sua crisi è il settore manifatturiero. Esso fa fatturati importanti. Riesce a tenere in vita la città di Torino, ma anche altri paesi del mondo. Distretti industriali à Un distretto industriale è un'agglomerazione di imprese, in generale di piccola e media dimensione, ubicate in un ambito territoriale circoscritto e storicamente determinato, specializzate in una o più fasi di un processo produttivo e integrate mediante una rete complessa di interrelazioni di carattere economico e sociale. Sebbene il modello di sviluppo industriale basato sui distretti non sia un'esclusiva

italiana, esso ha trovato in Italia le condizioni ideali per la sua affermazione sin dagli anni ‘70, contemporaneamente ai primi segnali di crisi della grande impresa: essendo venute meno le condizioni di crescita espansiva della domanda di mercato, abbondanza di risorse e stabilità monetaria sulle quali si era basato lo sviluppo industriale degli anni sessanta, le grandi imprese riscontrarono notevoli difficoltà nel mantenere le proprie strategie di crescita espansiva. Molte di esse intrapresero una profonda riorganizzazione sia avviando azioni di decentramento produttivo sia sfruttando le potenzialità della specializzazione e della divisione del lavoro tra imprese di uno stesso settore. Contemporaneamente, si registrò un processo di crescita di un tessuto di piccole imprese di origine artigiana, fortemente radicate con la produzione tradizionale di aree geografiche ristrette, che raggiunse gradualmente rilevanti quote di mercato in produzioni di nicchia. La legislazione italiana riconosce e tutela 156 distretti industriali, distribuiti a macchia di leopardo sull'intero territorio nazionale. I distretti industriali in Italia si concentrano in 17 regioni.

concezione del singolo non più appartenente a un genere o a una categoria sociale. E quindi la dispersione non analizza più la vita comune, ma la vita del singolo. Lo spazio della dispersione è estremamente privato, fortemente recintato, lo spazio aperto ma privato diventa fondamentale: uso privatistico e domestico dello spazio esterno. Per questo si fa riferimento a città degli individui. Gli studi sulla dispersione permettono lo spostamento di definizione di città in termini spaziali ad un riconoscimento di macchina tecnologica. La qualità della vita cambia dal centro alla periferia di una città. Ci sono varie ricerche sulla dispersione negli anni ‘90: o Il territorio che cambia , 1993 o Le ricerche. Paesaggi ibridi , 1996 * o Tentativi di mettere al lavoro una nuova operatività: usare nuovi lessici, costruire fuori, costruire sopra, costruire prototipi, The Dense City , 199 o La nuova questione urbana: ambiente, mobilità e disuguaglianze urbani di Bernardo Secchi. Nell 198 6 la XVII triennale di Milano ( la città del mondo e il futuro delle metropoli ) e nel 2004 la XX triennale di Milano ( la memoria e il futuro, mostra la CITTÀ INFINITA ) mettono il tema della dispersione al centro: in particolare quest’ultima annulla i confini della città di Milano, ed è qui che si segna quel passaggio dell’importanza dei territori intermedi. La città di Milano funziona perché ci sono tutti gli spazi produttivi “esterni” a Milano che non vengono considerati parte di Milano stessa, ma che in realtà lo sono, avviene pertanto un decentramento produttivo per “conservare” la bella immagine della città interna. Si parla anche dei nuovi luoghi della produzione, che diventano spazi isolati, lontani dall’abitazione (radicalmente opposto a Mirafiori), e quindi l’infrastruttura stradale deve essere efficace per far muovere la gente. Gli spazi produttivi più innovativi hanno all’interno tutta una serie di servizi. La struttura, pertanto, della città dispersa non favorisce il microcommercio, importando così il modello americano.

  • Paesaggi Ibridi, 1996, Mirco Cardini afferma che non è più giusto parlare di città ma bisogna parlare di paesaggio, considerato da lui un termine più ampio. Introduce il concetto di pittoresco, cancella la divisione tra maturale e artificiale, e quindi cancella la dicotomia definita tra città campagna. Dopo le ricerche cominciano a nascere i primi progetti in merito a questo fenomeno, tra cui:

1. Wes 8 , Progetto Ad Amrsfoort : qui si afferma che l’abitare suburbano ma concentrato propone una diversa idea di urbanità che è quello tipico di Amsterdam. Il tema del suburbano ha un carattere che nella sua dispersione mobilita necessariamente l’automobile, che non porta una qualità della vita che può invece nascere dalla prossimità (ad Amsterdam). Bisogna dunque costruire uno spazio di qualità che nella sua prossimità non è più quello dell’individuo. Questo nasce da una ricerca sui diversi modi di abitare, così da costruire modelli abitativi eterogenei che ospitino la diversità (evidenzia la non necessità di dover cerare spazi con la ripetizione di un singolo tipo). 2. Progetto di Kengo Kuma (architetto e urbanista giapponese più influente al mondo), il progetto punta a cerare una nuova forma urbana che possa creare un nuovo tipo di interazione uomo natura per le generazioni successive. propone una città parco o una parco città: l’elemento che governa non è più quello costruttivo ma il parco, le masse verdi diventano gli elementi fissi e tutto il resto si adatta a questi. 3. Progetto MVRDV – programma Vinex (programma di politiche sull’abitare negli anni 90). MVRDV è uno studio di architettura e progettazione urbana con diverse sedi in tutte il mondo. à Negli anni 2000 , il fenomeno della dispersione da essere descrittivo diventa un fenomeno che riguarda l’ isotropia. L’isotropia è un carattere di un corpo che presenta le stesse proprietà in tutte le direzioni. L’isotropia nell’urbanistica è vista come una possibilità di una nuova visione territoriale. L’area metropolitana di Venezia è uno dei territori europei di diffusione insediativa, caratterizzato da una condizione isotropa oggi sottoposta a processi di forza.

Gli studi sull’isotropia portano alle realizzazione di una serie di diagrammi. Il tema della dispersione passa, dunque, da essere un fenomeno descrittivo ad un tema progettuale, in cui la distribuzione delle reti è l’argomento principale per parlare di dispersione. La ricerca principale da dove nasce questa concezione è Water and Asphalt. The project of isotropy. Il libro raccoglie in maniera sistematica i diversi contributi per la ricerca condotta da Bernardo Secchi e Paola Viganò. Nella ricerca si prova a mettere in relazione caratteri molto differenti come, appunto, acqua e asfalto (suolo). Manca ciò che è l’edificato. Tutto ciò porta alla formulazione di nuove regole: nuova dialettica e un novo modo di pensare al progetto, legato all’acqua. Tutto in coesione con quelli che sono gli spazi dell’acqua. Il tutto si ricollega anche alla teoria del suolo di Secchi. Il tipo di progetto è diverso da quelli degli anni 90, dato che ora il protagonista della progettazione è il suolo e l’infrastruttura. Tutti gli elementi materiali che costituiscono lo spazio del suolo diventano materiali di progetto. Ad esempio la regolamentazione del sistema dell’acqua diventa un elemento su cui costruire il progetto. Quindi più che cercare di capire gli elementi diversi e eterogenei, è necessario guardare a quelli che necessariamente si ripetono (isotropi, acqua e asfalto). Vengono così fatti una serie di esercizi di scenario. à In anni più recenti , si passa ad un nuovo termine del concetto di dispersione, che è quello della proprietà. Si inizia a costruire tutto attraverso delle nuove forme. Questa questione apre diversi dibattiti: § La proprietà è un dominio esclusivo? à per lungo tempo, sia coloro che considerano la proprietà come la più utile delle istituzioni, sia coloro che la considerano un furto, le attribuiscono i tratti caratterizzanti dell’esclusività , della totale soggezione delle cose alla volontà del proprietario. L’immagine della proprietà come dominio esclusivo e dispotico è richiamata in un passo di apertura, molto famoso, del Il libro dei Commentaries (1765-1769). “ Nulla colpisce l'immaginazione e impegna gli affetti del genere umano quanto il diritto di proprietà; dvvero l'unico e dispotico dominio che un uomo rivendica ed esercita sulle cose del mondo, in totale esclusione del diritto di ogni altro individuo”. Il diritto della proprietà privata esclude tutti gli alti diritti pubblici. § La proprietà delinea una contrapposizione sociale? à Le radici di questa idea: il pensiero giuridico di William Blackstone - 1723 - 1780 Giurista e accademico, professore a Oxford metà del XVIII secolo Commentaries on the Lows of England 1765 - 1769. sono il più importante trattato sul common law. Nel corso del 17° sec. l'Inghilterra fu tormentata da una lunga guerra civile tra la Monarchia, che voleva garantirsi l'assolutismo, e il Parlamento, che usci vittorioso grazie anche al fatto che i giudici ebbero garantite autonomia e inamovibilità. Common law diviene un simbolo della storia inglese e garanzia contro le prerogative assolutistiche del re. Common law = il diritto riferito a consuetudini Civic law = diritto affidato alla dottrina. § Che regola la proprietà e i sui diritti? à La dottrina giuridica del Novecento:

- demolisce l'immagine della proprietà individuale come compatta e tendenzialmente assoluta - nega che sia un concetto astratto ( property without properties ) con validità universale, - ne ribadisce la dipendenza da diversi sistemi giuridici: i diritti di proprietà sono prodotti dell'ordinamento giuridico, Sono prodotti della società, quanto tali storici e locali introduce limiti al diritto di proprietà. Codice Civile Italiano (corpo organico di norme di diritto civile e di diritto processuale emanato il 16 marzo 1942 insieme alla Costituzione Italiana). Titolo Il, art. 832: Il proprietario ha diritto di godere e di disporre delle cose in modo pieno ed esclusivo, entro i limiti e con l'osservanza degli obblighi stabiliti dall'ordinamento giuridico. Acqua (rosso) + asfalto (grigio) + pozzi e discariche (nero).