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Appunti Domenico Musti, Appunti di Greco Antico

Punti chiave di storia greca, al fine di fissare i concetti base

Tipologia: Appunti

2018/2019

Caricato il 04/07/2019

-Ludovica58-
-Ludovica58- 🇮🇹

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1. Introduzione
-Proporre un panorama generale della storia greca significa presentare una nuova sintesi e
dunque una nuova scelta di temi;
-Musti è convinto che, entro certi limiti, non sia possibile veramente distinguere una storia
politica da una storia culturale nel senso più ampio: i fatti che si succedono al livello del
registro politico sono al fondo storia della cultura, delle idee e delle forme mentali;
-Bisogna compiere il massimo sforzo di applicare le categorie interpretative e le forme mentali
dei greci: tentare di vedere i Greci con gli occhi dei Greci;
-Una coppia di categorie che ricorre quasi ossessivamente nei testi di storici, oratori, teorici
greci è la coppia pubblico e privato: è il binario lungo il quale procede tutta l’esperienza
politica e culturale greca;
-La storia greca come una ‘grande parabola’: un processo che muove dagli inizi della storia
arcaica, trova il suo culmine nel V secolo avanzato e imbocca quindi una curva che si stenta a
chiamare di declino” ma che certo è di grande trasformazione;
-Questa parabola, che tocca l’apice nel V secolo avanzato, è definita sulla base della storia della
città, e significa una storia della grecità come storia della pólis [percorso diacronico della
parabola];
-In ciascun punto di questa parabola è verificabile l’intreccio tra il politico, il sociale,
l’economico, la cultura, il mondo del mentale e dell’immaginario in genere [intreccio
sincronico dei punti della parabola];
-La parabola greca rivela in ogni suo momento il nesso stretto che sussiste tra politica e cultura,
un rapporto d’interazione dove è difficile distinguere tra la causa e l’effetto, il prima e il dopo;
-Nel popolo greco si manifesta il processo per cui la natura si fa cultura, senza mai smettere di
essere natura, in una straordinaria congiunzione di realismo e idealismo: la capacità di
trasferire tutto sul piano dell’idealità, dell’astrazione, delléthos, ribaltando peuna base di
partenza che è realistica, naturalistica, utilitaristica, passionale, sensuale;
-La cultura greca è delle più realistiche della storia, ma è altrettanto capace di creare un mondo
di valori ideali in piena e lucida coscienza degli impulsi e dei bisogni naturali e materiali
dell’uomo;
-Non c’è nessuna massima o posizione ideale espressa nella grecità che non sia stata sofferta, e
filtrata, attraverso l’esperienza dell’esistenza reale, di tutte le sue passioni, di tutti i suoi mali, o
perfino dei suoi orrori. L’armonia della pólis classica del V secolo è una pura invenzione di
alcuni moderni l’esperienza greca della realtà è totale: il bene e il male, il senso dell’amicizia
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1. Introduzione

  • Proporre un panorama generale della storia greca significa presentare una nuova sintesi e dunque una nuova scelta di temi;
  • Musti è convinto che, entro certi limiti, non sia possibile veramente distinguere una storia politica da una storia culturale nel senso più ampio: i fatti che si succedono al livello del registro politico sono al fondo storia della cultura, delle idee e delle forme mentali;
  • Bisogna compiere il massimo sforzo di applicare le categorie interpretative e le forme mentali dei greci: tentare di vedere i Greci con gli occhi dei Greci ;
  • Una coppia di categorie che ricorre quasi ossessivamente nei testi di storici, oratori, teorici greci è la coppia pubblico e privato : è il binario lungo il quale procede tutta l’esperienza politica e culturale greca;
  • La storia greca come una ‘grande parabola’: un processo che muove dagli inizi della storia arcaica, trova il suo culmine nel V secolo avanzato e imbocca quindi una curva che “si stenta a chiamare di declino” ma che certo è di grande trasformazione;
  • Questa parabola, che tocca l’apice nel V secolo avanzato, è definita sulla base della storia della città, e significa una storia della grecità come storia della pólis [percorso diacronico della parabola];
  • In ciascun punto di questa parabola è verificabile l’intreccio tra il politico, il sociale, l’economico, la cultura, il mondo del mentale e dell’immaginario in genere [intreccio sincronico dei punti della parabola];
  • La parabola greca rivela in ogni suo momento il nesso stretto che sussiste tra politica e cultura, un rapporto d’interazione dove è difficile distinguere tra la causa e l’effetto, il prima e il dopo;
  • Nel popolo greco si manifesta il processo per cui la natura si fa cultura, senza mai smettere di essere natura , in una straordinaria congiunzione di realismo e idealismo: la capacità di trasferire tutto sul piano dell’idealità, dell’astrazione, dell’ éthos , ribaltando però una base di partenza che è realistica, naturalistica, utilitaristica, passionale, sensuale;
  • La cultura greca è delle più realistiche della storia, ma è altrettanto capace di creare un mondo di valori ideali in piena e lucida coscienza degli impulsi e dei bisogni naturali e materiali dell’uomo;
  • Non c’è nessuna massima o posizione ideale espressa nella grecità che non sia stata sofferta, e filtrata, attraverso l’esperienza dell’esistenza reale, di tutte le sue passioni, di tutti i suoi mali, o perfino dei suoi orrori. L’armonia della pólis classica del V secolo è una pura invenzione di alcuni moderni – l’esperienza greca della realtà è totale: il bene e il male, il senso dell’amicizia

e gli odi profondi, la capacità della dedizione generosa e quella di tradire, vi si mescolano insieme;

  • Una cultura dunque in cui l’armonia appare strettamente intrecciata alla tensione;
  • Quando i greci parlano di unità politica non intendevano unità territoriale (come noi moderni), bensì un’ unità nella diversità , un rapporto autonomistico, in cui ogni città conservasse la propria identità, i propri usi, costumi, istituzioni: autonomía – questa però si intreccia, realisticamente, con la hegemonía , cioè con la funzione di guida di un’entità più autorevole, a cui tocchi la preminenza in forza del consenso dei molti che, pur restando autonomi, accettano di farsi guidare;
  • Physis : ogni essere ha un proprio sviluppo organico, non illimitato, in virtù del quale ciascuno ha e conserva la sua identità, ma segnato dalla stessa ferrea legge del tempo, che fa nascere, crescere, maturare ma che piega anche a un inesorabile declino: entro questo pessimismo di fondo c’è pur sempre uno spazio temporale e di possibilità reali perché entro cui ciascuno può esprimere la propria identità; hybris: porsi contro questa concezione è il peccato capitale per i Greci, il disprezzo della misura, prepotenza, che vuole mettere in forse le eterne regole del gioco e sfidare gli equilibri naturali, che immancabilmente si ricostituiscono;
  • Nel processo della storia greca che porta dall’età alto-arcaica alla Guerra del Peloponneso, assistiamo a un infittirsi e accelerarsi progressivo delle esperienze, delle innovazioni, delle elaborazioni e distinzioni che, se culminano nello sconquasso della guerra civile, costituiscono di per sé un patrimonio di esperienze di straordinarie dimensioni e immenso valore, per i Greci come per l’umanità intera: un patrimonio costituito, quasi guadagnato, a costo di sofferenze indicibili, a riprova del nesso stabilito una volta per tutte dai Greci tra sapere e soffrire;
  • Questo capitale storico, politico e culturale, sarà investito in una quantità di riflessioni, sistemazioni, elaborazioni, caratteristici della grecità del IV secolo e dei secoli successivi;
  • Ma è la stessa cultura greca ad avere un’intrinseca propensione a porsi come paradigma , a cominciare dall’ épos , il processo si intensifica via via nel corso del tempo, accelerando nel passaggio dal V al IV secolo, quando si aggiunge un netto sentimento dell’avvenuta conclusione di un’epoca, la chiara consapevolezza di uno stacco tra passato e presente, che consolida la già forte funzione paradigmatica del passato, in un imponente processo di recupero di esso;
  • Riepilogando: ruolo centrale assegnato alla nozione di pólis ; al binomio pubblico-privato , nei rapporti interni alla città, o egemonia-autonomia , nei rapporti esterni; al rapporto tra società/ economia e storia; al valore indicativo delle forme mentali come filtro interpretativo tra situazioni sociale e politiche, economiche e culturali.
  • Tre grandi periodi della storiografia contemporanea sul mondo greco: dal 1725 alla fine del XVIII secolo; quello dai primi dell’Ottocento fino al 1870; quello tra questa data e gli anni 1914-1918;
  • La memoria storica dei greci non si spinge molto oltre la metà del II millennio a.C. (intorno al 1500). Bisogna però precedere alla storia dei Greci una storia della Grecia, una descrizione dell’ambiente in cui essi penetrarono. C’è dunque una Grecia prima dei Greci.
  • Nel Neolitico gli abitanti, non ancora indoeuropei (e in questo senso non ancora greci), cominciano a darsi forme organizzate di vita sociale archeologicamente documentabili: sedentarietà, allevamento del bestiame, agricoltura, prime espressioni artistiche.
  • In Grecia il Neolitico inizia nel VI millennio a.C., caratterizzato anche per l’avvento della ceramica, prime abitazioni a pianta quadrangolare, prime forme di fortificazione.
  • Il discorso però su quest’epoca non può essere compiutamente storico; è un discorso di base archeologica, che indica livelli culturali e forme elementari di organizzazione sociale: perché dall’archeologia si passi alla storia occorre poter delineare meglio il rapporto tra soggetti storici determinati, perciò la presenza di quei soggetti, i loro conflitti, insomma la catena degli eventi che risulta dall’interazione tra soggetti e ambiente: tutte cose per cui le maglie dell’archeologia risultano troppo larghe.
  • Questa disciplina, l’archeologia, coglie un tipo di movimento diverso da quello che è oggetto della storia che ricostruisce gli avvenimenti. Le forme culturali rivelano una loro fluidità, vischiosità, interconnessione, una lunga durata , che ha solo in parte ha che fare con quel tipo di movimento in cui consiste la successione degli eventi storici, quelli di cui sono protagonisti i soggetti della storia.
  • L’Età del Bronzo in Grecia si estende grosso modo dal 2800 al 1100 a.C., ed è tripartita in Antica, Media e Recente. È caratteristica la diffusione di una ceramica a vernice lucida.
  • Tra Antica e Media Età del Bronzo, nel continente, si assiste all’arrivo di un primo movimento di popolazioni indoeuropee, destinate a chiamarsi storicamente greche, avvenuto tra 2000- a.C. Essi costituiscono il nucleo della popolazione ellenica di età pienamente storica e sono tradizionalmente indicati come Achei. 3. La civiltà minoica
  • La civiltà minoica è una civiltà non greca presente nell’isola di Creta. Anche la sua storia si suole suddividere in tre fasi: Antico, Medio e Tardo Minoico, distinguibili principalmente attraverso quella che è la caratteristica architettonica di questa società, i palazzi.
  • Il Minoico Antico (2000-1850 a.C per il Levi) è fase prepalaziale, anche se rappresenta una fase vitale per l’uso del metallo e i suoi effetti nell’organizzazione sociale. Il grado di sviluppo economico si manifesta anche attraverso la gioielleria, che raggiunge forme raffinatissime, in cui è facile vedere influenze orientali.
  • Con il Medio Minoico I emerge la civiltà palaziale, con quei ‘primi palazzi’ che presentano una struttura semplice, che sviluppa, contornandola di ambienti diversi, la fondamentale struttura dello spazio quadrangolare. Circa il 1900 a.C. sorgono i famosi palazzi di Cnosso e di Festo.
  • Con la III fase del Medio Minoico (1700 a.C.) abbiamo l’epoca dei Secondi Palazzi, in cui essi (come quelli di Cnosso e Festo) conoscono un notevole ampliamento, un’articolazione diversa delle funzioni dei diversi ambienti, la creazione di ambienti di rappresentanza e destinati a funzioni sociali elevate. Questa trasformazione può essere dovuta a fatti distruttivi, come un’invasione e la guerra, o un terribile terremoto; ma si deve pensare anche a un’accentuata dinamica sociale, che determinò la nascita di una forma e di un’immagine diversa del potere. Differenze cospicue si avvertono anche nella ceramica, sempre più ricca e fantasiosa.
  • All’ultima fase del Minoico Medio e alle prime fasi del Tardo minoico (età neopalaziale) vanno assegnati fatti d’ordine culturale di particolare importanza, come la diffusione della scrittura sillabica – riflesso di un potere che si organizza in maniera sempre più complessa e allo stesso tempo di scambi, economici e culturali, con l’Oriente mediterraneo.
  • I Greci quando rievocano questo periodo, che sentono chiaramente distinto dalla loro storia, parlano di talassocrazia di Minosse : talassocrazia non nel senso di pratica del mare o familiarità con la navigazione, bensì dominio sul mare, sottoposto a un rigido controllo, in primo luogo militare, di una determinata entità politica: ha perciò una connotazione quasi territoriale. È concetto dunque da tenere ben fermo, quello della talassocrazia minoica, ben distinto da quello di espansione micenea. 4. La civiltà micenea e la sua espansione nel Mediterraneo. I Fenici
  • Pure la civiltà micenea si suddivide in base archeologica in tre sottoperiodi, che si considerano come l’ultimo periodo dell’Età del Bronzo Elladico, dunque: Tardo Elladico I (1600- a.C.), Tardo Elladico II (1500-1425 a.C.), Tardo Elladico III (1425-1100 a.C.). Il rapporto di Creta col mondo miceneo risale al 1450 a.C., dunque al Tardo Minoico II.
  • Palazzi micenei scavati in Grecia sono: Micene e Tirinto nell’Argolide, Pilo in Messenia, Tebe e Gla in Beozia, Iolco in Tessaglia; resti di strutture si colgono anche ad Atene (Attica) e Orcomeno (Beozia).
  • Se durante il Medio Elladico si coglieva un’avanzata di popolazione indoeuropea (Protogreci) fino al Peloponneso, con l’età dei palazzi, all’incirca tra il 1600-1200 a.C., assistiamo a profonde trasformazioni delle forme dell’organizzazione sociale ed economica e delle stesse forme del potere: passaggio dal nomadismo alla sedentarietà, pratica di attività produttive, sia per sviluppi interni che per influenze cretesi.
  • Sul continente spicca l’utilizzazione di luoghi forti, come l’insediamento su acropoli di rispettabile altezza. Dai minoici molti micenei riprendono la scrittura, adattandola da una

Occidente; non va dimenticato neanche il ruolo di mediatori svolto dai popoli mercanti, come i Fenici.

  • Riassumendo: 1) Dopo l’invasione del continente e l’assestamento (Medio Elladico) si raggiungono assetti e nuove forme di organizzazione sociale, economica e politica, che corrispondono alla fioritura dei palazzi nel Tardo Elladico; 2) A metà del XV secolo questo assestamento, politico, economico e anche demografico, ha portato all’espansione anche nell’Egeo, a cui corrisponde l’insediamento di un principato miceneo a Cnosso; 3) Successivamente, si verifica un poderoso fenomeno d’espansione commerciale, che segue vie proprie, portando a un’ulteriore grecizzazione della penisola, delineando i contorni di quello vivaio di espressioni diverse che noi chiamiamo ‘mondo greco’, ‘grecità’. Vi si esprime la grande mobilità greca, la straordinaria capacità di spostarsi, adattarsi a situazioni nuove, inserirsi in quadri sociali ed economici diversi. Se si guarda al fenomeno dell’espansione micenea nel suo complesso, la sua matrice ci appare il bisogno, più che la potenza; la potenza era stata invece la matrice dell’espansione minoica.
  • Confronto tra espansione greca in età micenea ed espansione greca in età arcaica: Nel II millennio a.C. i Greci cercano soprattutto interlocutori validi, società in grado di accoglierli e di fare uso dei suoi prodotti e tecniche – essi si appoggiano a società evolute insediate sulle coste del Mediterraneo. L’espansione di epoca arcaica invece è caratterizzata dalla capacità delle póleis di programmare una propria espansione, ha un carattere sistematico e una finalità ben precisa, cioè quella di creare vere e proprie nuove póleis , cercando per questo spazi vuoti: non vuole tanto inserirsi in società organizzate preesistenti, quanto contrastarle e sostituirle; cerca spazi vuoti per sé , non spazi occupati, regolati, civilizzati dagli altri.
  • I Fenici: Con Phoínikes , alla lettera ‘i rossi’, con probabile riferimento al colore bruno della pelle, i Greci intendevano riferirsi alle popolazioni non greche in generale, intendendo anacronisticamente anche popoli del XIII secolo a.C.; i Fenici però non costituiscono una realtà etnica e politica organizzata prima del XII/XI secolo a.C. Gli scrittori greci tardi proiettano in un passato remoto una definizione e un’immagine valida per il I millennio a.C. Questo sta a dimostrare, comunque, l’esistenza di una corrente commerciale che, dal Vicino Oriente, si muoveva verso il mondo miceneo, in risposta alle correnti commerciali micenee, e che con i nomi Fenici i Greci riassumevano nella loro memoria l’insieme delle presenze commerciali di questi Vicino Oriente, anche nel II millennio a.C. 5. La fine della civiltà micenea e la tradizione sulle migrazioni doriche
  • Dalla fine del XIII secolo a.C. fino circa a 1150 a.C. il mondo miceneo conosce innegabili segni di declino. Le evidenze archeologiche sono la distruzione dei palazzi di Micene, Tirinto e Pilo. A queste distruzioni non si accompagna però una scomparsa repentina della civiltà micenea: la ceramica e il livello di vita si rivelano certo inferiori, ma non vanno riportati necessariamente a un cambiamento di popolazione.
  • Quanto alle cause della distruzione dei palazzi, potevano essere le più diverse: cause naturali, come terremoti disastrosi accompagnati da incendi, ma anche invasioni e guerre.
  • La tradizione epica e storica greca ha invece un nome preciso per i conquistatori dei grandi centri micenei: i Dori nel Peloponneso, e i Tessali in Tessaglia; ma è interessante osservare come nella stessa tradizione antica, i Dori figurino più come conquistatori che come distruttori, e che in varie regioni (Argolide, Messenia, Laconia) diano vita a forme di convivenza o di vera e propria fusione coi popoli precedenti.
  • Non è lecito liquidare la tradizione sulle migrazioni doriche con l’argomento di una sua assoluta incongruenza con i dati archeologici. I Dori non appaiono nella tradizione antica né come grandi distruttori né come grandi costruttori: la penetrazione appare come una conquista ora più ora meno veloce, ma nel suo insieme graduale, accompagnata da fatti di penetrazione e di appropriazione di un patrimonio culturale precedente.
  • Ci sono segni anche di un malessere che ha investito la rigogliosa civiltà micenea alcune generazioni prima dell’arrivo dei Dori nell’Argolide.
  • La guerra di Troia e il declino della società micenea: Della spedizione contro Troia l’esito apparente, o quanto meno immediato, è la vittoria degli Achei, ma una vittoria che non porta a una stabile conquista della Troade, a un florido insediamento greco sulle rovine della civiltà vinta; è una spedizione punitiva, e riuscita come fatto punitivo, ma pagata a caro prezzo da tutti, nelle case dei prìncipi achei reduci da Troia. Sarà forse una proiezione di un’umanissima nozione, tutta greca, della guerra (un male naturale, sì, ma pur sempre un male per i Greci, che non hanno mai avuto una cinica nozione della guerra come un semplice fatto naturale e necessario, un dato di semplice routine dell’esistenza); sta di fatto che quella dei Greci sui Troiani è una strana vittoria, e l’ épos che la celebra, e il complesso dei riecheggiamenti letterari, non hanno nulla di una trionfalistica celebrazione. Al racconto epico della guerra di Troia si accompagna tutta una memoria di fatti di contorno, che parla di ritorni degli eroi, accompagnati da lutti, seguiti da dissidi, esìli, da profonde convulsioni del mondo dei regni micenei: e tutto questo è di circa tre generazioni anteriore all’epoca della presunta invasione dorica del Peloponneso.
  • Questo declino della civiltà micenea si svolge in due tempi : 1) Prima dell’arrivo dei Dori, si possono ipotizzare cause interne di conflitti sociali tra strati diversi della popolazione, o tra il sovrano e un’embrionale aristocrazia, accompagnate forse dall’irrompere di fattori distruttivi esterni, tutto questo inserito in un quadro di crescita del mondo miceneo cui però non corrispondono le risorse adeguate; 2) A tutto questo si succede una progressiva trasformazione delle condizioni di popolamento in aree vitali del mondo greco, come il Peloponneso, la Tessaglia e Creta. Vi si accompagna anche un rapporto diverso col territorio, passando dal dominio dei signori e di una società a vertice palaziale dell’epoca micenea, alla proprietà di tribù di invasori, i Dori, organizzate in una forma molto meno gerarchica e verticistica: le pianure, un tempo dominate dai palazzi, diventano l’oggetto di spartizione delle nuove tribù.
  • La formazione delle póleis è da collocarsi nei secoli immediatamente posteriori all’età micenea, cioè dall’XI al IX secolo a.C. Le póleis hanno origine da diverse situazioni, con diversi precedenti e differenti caratteristiche. Quel che nasce nell’VIII secolo a.C., dunque, è la forma comune delle póleis , quando i diversi rivoli di esperienze cittadine, formatisi e presenti nei secoli XI/X e fino all’inizio dell’VIII secolo a.C., confluiscono in un fiume che è la pólis tipica, cioè essenzialmente la città aristocratica, il cui quadro di riferimento comune, nonostante le diversità, è appunto l’aristocrazia fondamentalmente oplitico-contadina. [Successivamente, col periodo delle tirannidi prima, e poi con gli sviluppi del tardo arcaismo, cioè del VI secolo, si vanno rideterminando e ricostituendo nuovi rivoli dall’alveo comune, fino a sboccare nel V secolo in quella tendenziale dicotomia che si identifica rispettivamente nella forma oligarchica e in quella democratica, un grandioso sviluppo a forbice dunque].
  • Possibile divisione in tre frasi: 1) La pólis nasce dalla crisi e dopo la crisi dei palazzi micenei: si ha un atomismo delle singole póleis ; 2) Si passa dopo alla koiné della civiltà della pólis , cioè la pólis diventa la forma comune dell’organizzazione sociale greca; 3) Si ha una regionalizzazione delle póleis , principalmente nel VII e VI secolo a.C., che trova riscontro concreto nella nascita delle leghe tra popoli e città circonvicini, ma anche nelle guerre interregionali, che via via (tra VI e V secolo a.C.) si colorano di tinte politiche diverse e di connesse alleanze con le due città egemoni, Sparta e Atene [si crea un’unità culturale e politica nell’ambito ionico intorno ad Atene, nell’ambito dorico intorno a Sparta].
  • Riflessione sul rapporto tra Archeologia e Storia: L’archeologia è in grado di cogliere movimenti e mutamenti diversi da quelli che coglie la tradizione storica. La storia coglie il movimento dei soggetti storici; questi movimenti si compiono attraverso eventi che riguardano individui, popoli, Stati, che la memoria storica è in grado di cogliere, fermare nelle sue maglie, trasferire ai posteri. L’archeologia coglie trasformazioni interne, movimenti che hanno una vischiosità che non permette di vedere cesure e passaggi netti, quali sono segnati dagli eventi; coglie l’incessante trasformazione degli oggetti e degli stili, che è insieme e nello stesso tempo punto conservazione e trasformazione. Raramente il tasso di trasformazione contenuto in uno di questi momenti studiati dall’archeologia è talmente alto da corrispondere alla cesura rappresentata da un evento. Archeologia e storia parlano perciò spesso di movimenti e mutamenti diversi: di un movimento oggettuale (o oggettivo) la prima, di soggetti la seconda. La prima coglie la lunga durata; la seconda la scansione in eventi. Il movimento dei soggetti storici per lo più non è tale da poter essere fermato e fissato dalle maglie dell’archeologia, troppo larghe per afferrare i mutamenti dei soggetti medesimi. 7. Colonizzazione dell’Asia Minore. Le città ioniche ed eoliche
  • Per la tradizione antica la colonizzazione delle coste occidentali dell’Asia Minore si colloca solo dopo la fine dei regni micenei e l’invasione dorica del Peloponneso. Oggi si tende a datare gli stessi insediamenti coloniali greci di Eolide, Ionia e Doride d’Asia in piena epoca micenea.

Si devono però fare alcuni considerazioni preliminari: 1) È innegabile la presenza di resti micenei in quella che sarà la zona grecizzata dell’Asia Minore occidentale; 2) In parte queste presenze possono riflettere la naturale circolazione di uomini, prodotti, merci, che nell’Egeo c’è sempre stata (non mancano neanche presenze minoiche); 3) Al 1044 a.C. la tradizione eratostenica riconduce la migrazione ionica, cioè dopo la migrazione dorica e perciò dopo la fine dei regni micenei. Il problema della colonizzazione dell’Asia Minore è strettamente connesso con l’origine della pólis , del quale costituisce anzi una faccia significativa.

  • La colonizzazione ionica è l’espressione della decisione di un corpo civico volta a dare sfogo e sbocco a bisogni urgenti per le nuove realtà delle póleis. Dunque, alle precedenti e sporadiche frequentazioni micenee, succede l’impianto di vere e proprie póleis , espressione di una precisa collocazione delle comunità di partenza rispetto ai problemi del bisogno e dell’opportunità di una migrazione.
  • La colonizzazione ionica parte principalmente dall’Eubea e dall’Attica per fondare la famosa dodecapoli (12 città) ionica, tra cui le principali colonie sono Mileto, Efeso, Colofone e Samo; la colonizzazione eolica invece parte dalla Tessaglia e, attraverso Lesbo, costituisce la dodecapoli eolica sulla cosa, tra Kane e Smirne; la colonizzazione dorica invece costituisce l’esapoli dorica comprendente alcune località importanti come Rodi, Cnido e Alicarnasso (presto ionizzata). L’elemento più attivo e meglio organizzato è quello ionico.
  • Quattro fasi dell’espansione greca nel Mediterraneo: 1) le frequentazioni micenee in aree diverse della penisola greca, a cui fanno seguito significativi fenomeni di migrazione, come esito del dissolvimento della civiltà palaziale; 2) la colonizzazione di epoca arcaica, tra VIII e VI secolo a.C., con la fondazione di vere e proprie città-figlie in tutto il Mediterraneo, in particolare in quello occidentale; 3) l’espansione greca di carattere egemonico (o imperialistico), particolarmente visibile nel IV secolo a.C.; 4) l’espansione e colonizzazione greca nell’Oriente persiano, a seguito della conquista di Alessandro Magno. 8. Le regalità omeriche
  • I poemi omerici proiettano sull’epoca della guerra troiana (XII secolo a.C.) gran parte dell’esperienza storica dell’ alto arcaismo greco dell’epoca della composizione dei poemi omerici stessi (circa l’VIII secolo a.C.); la proiezione si ricongiunge in parte però con le condizioni reali della monarchia di età micenea.
  • Per alto arcaismo Musti intende il periodo che va dalla fine dell’XI secolo al 730 a.C. circa; per medio arcaismo il periodo tra 730 e 580 a.C. circa; e per tardo arcaismo il VI e gli inizi del V secolo a.C.
  • Nell’ Iliade il re figura come detentore del comando in guerra, presiede le assemblee, fa da arbitro nelle controversie – egli appare a capo di una coalizione di contingenti di diversi popoli e città. L’esperienza cittadina greca è già presente in questa rappresentazione; è l’idea di

il Musti, che a Sparta la diarchia corrisponda alla funzione di garantire un equilibrio di leadership , tenere in scacco eventuali propensioni ad un eccessivo accentramento di potere, realizzare anche nella regalità la ‘parità’ degli hómoioi [ hómoios , simile, pari, è concetto più pertinente a un’aristocrazia ristretta; ísos , uguale, equo, si adatta di più a un regime ugualitario di tipo democratico].

  • Ad Atene la basileía ereditaria e vitalizia è seguita, secondo la tradizione storica, dall’arcontato (prima forse arcontato a vita, ma non più carica ereditaria, poi arcontato decennale, quindi magistratura annuale); anche qui modelli micenei e insieme nuove realtà comunitarie (le quattro phylaí , tribù, e i rispettivi phylobasileîs ) possono aver favorito il formarsi di un’aristocrazia a guida basilica, e il suo perdurare per circa quattro secoli. In Macedonia la basileía è molto meno imbrigliata in un contesto aristocratico: qui l’aristocrazia è più di tipo iliadico (piccoli capi attorno al grande capo) che non odissiaco (l’aristocrazia come gruppo sociale, ma anche come consesso, che esprime, circonda, controlla costantemente il primus inter pares ).
  1. Géne , fràtrie, tribù
  • Fràtria: per il Musti la fràtria si può concepire soltanto come una ripartizione di un’entità più vasta, e che potrebbe aver avuto funzione militare, ma soltanto appunto accanto alla tribù, cioè come sua ripartizione. Ad Atene per esempio la fràtria assume piuttosto le funzioni del moderno registro civile (ognuna delle 4 tribù ioniche era suddivisa in 3 fràtrie); altrove, come a Locri, è suddivisione fondamentale della pólis per lo svolgimento di funzioni amministrative e finanziarie. La fràtria, tuttavia, non si lascia agevolmente concepire come un’entità autonoma: l’idea di fratellanza che essa contiene serve appunto a creare nessi più stretti fra membri di un corpo più vasto – la tribù.
  • Tribù: eventualmente solo la tribù potrebbe essere chiamata in causa come entità che abbia avuto una sua vita autonoma prima della nascita della pólis. Le tribù che noi conosciamo all’interno del mondo greco, secondo il modello dorico (Illei, Dimani e Pànfili) o ionico/attico (Opleti, Argadei, Egicorei, Geleonti), diventano parte integrante ed essenziale dell’organizzazione cittadina: lo sviluppo della pólis potenzia le tribù, come suddivisione della comunità [le tribù mancano però presso le stirpi eoliche, ma anche in Eubea e in Beozia].
  • Effettivamente la tribù mostra in determinate città e regioni del mondo greco una vitalità e una chiarezza e specificità di funzioni che non ha altrove: si tratta ancora una volta delle zone doriche (in Sparta i membri delle singole tribù avanzano separatamente brandendo le loro lance). Meno chiara è la funzione delle tribù ad Atene, che del resto furono soppiantate con la riforma di Clistene nel 508/507 a.C. dalle dieci tribù territoriali. Si può ipotizzare che il rapporto tribù-città doriche è più stretto che altrove, e forse è proprio qui originario, ed altrove è un lato riflesso, in quel processo di riorganizzazione della vita politica greca, che segue alla crisi dei regni micenei, e in cui l’apporto dei Dori è vitale.
  • Le fràtrie si possono ben concepire come originaria ripartizione delle tribù, in àmbito dorico. Non sorprende che in àmbito attico, ove altra è la funzione delle tribù, diversa sia anche la funzione della fràtria. Come ripartizione del corpo civico, costituito su base aristocratica, è naturale che la fràtria, per struttura, carattere, culti, appaia come una cellula vitale del tessuto delle società e della cultura aristocratica. Tuttavia ben poco chiari sono i rapporti tra fràtrie e géne , le grandi famiglie o consorterie nobiliari.
  • Géne : i géne però hanno un carattere artificioso e secondario – in quanto attribuivano a se stessi capostipiti eroici comuni e vantavano un patrimonio di memorie che li distingueva dalla gente qualunque e fra loro stessi, i géne appaiono propriamente come l’esito storico della stratificazione sociale presto impiantatasi all’interno delle póleis. Il richiamo ad antenati mitici significa in un certo qual modo lo sforzo di appropriarsi il passato miceneo, giá preistorico per i Greci di età arcaica, facendone una mitica premessa, un titolo di nobiltà: il carattere artificioso dei richiami consentiva un’ampia diffusione della struttura del génos – il mondo miceneo era lì come un arsenale di miti, a disposizione di chi volesse servirsene. Per quanto riguarda il rapporto tra géne e tribù, dove la tribù era più vitale e determinante, è probabile che i le tradizioni dei géne si sviluppassero all’interno di quelle delle tribù – in altri termini, che i géne fossero parti, parti eminenti, delle tribù stesse. Dove invece le tribù sembrano avere un carattere più artificiale, la realtà dei géne sembra svolgere un ruolo maggiore dell’altra struttura. 11. Altre realtà regionali dell’alto e medio arcaismo
  • Beozia e Tessaglia in età arcaica avanzata, cioè nel VII e nel VI secolo a.C., sono regioni vitali e potenti. In Tessaglia nei secoli dell’alto arcaismo si ha un processo di organizzazione del territorio che comporta lo sviluppo di una grande proprietà terriere, e perciò la formazione di saldissimi poteri aristocratici e, corrispondentemente, di un cospicuo strato di servitù rurale. I signori della terra sono anche signori della guerra, fondata sulla cavalleria. I Tessali, se davvero erano Dori, non riuscirono però a imporre il loro dialetto, che in età storica, in Tessaglia, è l’eolico, segno che la popolazione preesistente rimase sul luogo in quantità cospicua. La Tessaglia non conosce grandi sviluppi urbani prima del V secolo, così come non consce quelle forme di vita e organizzazione collettiva che sono proprie di Sparta: il privato delle grandi famiglia aristocratiche (che si riflette nella poesia di VI e V secolo a.C., da Simonide a Pindaro) appare assolutamente dominante - la comunità politica appare poco più che l’espressione della stessa società aristocratica.
  • Beozia: la storia di Tebe nel periodo dell’alto arcaismo è quella della ricostituzione del suo ruolo egemone nella regione (dopo il declino alla fine dell’età micenea). Nell’alto arcaismo già si configura in Beozia tutta la dinamica della sua storia, nelle sue rivalità e antagonismi interni, nelle tensioni unitarie che la percorrono, nella maggiore capacità di Tebe di assicurarsi una posizione egemone.

alfabetica, di origine fenicia, con l’integrazione di alcuni segni, la variazione del valore fonetico d’altri, l’esclusione (diversa a seconda delle diverse località greche) di altri ancora, viene adottata in àmbito greco, dove è per la prima volta sicuramente documentata nell’VIII secolo a.C.; forse il IX a.C. secolo è una data approssimativa accettabile per un inizio congetturale. l) Sulla diarchia a Sparta

  • Sull’origine della diarchia a Sparta esistono tre tipi di spiegazione: 1) il primo parte dal numero delle tribù doriche, tre, e nella diarchia vede l’esito di un processo riduttivo; 2) il secondo vi scorge un compromesso tra due località confluite nel sinecismo di Sparta, una di origine dorica l’altra di origine achea; 3) il terzo vi riconosce il risultato dell’ascesa di un secondo magistrato accanto al re.
  • Dobbiamo sottrarci alla falsa suggestione della mentalità moderna, che non riesce a concepire la regalità se non come vertice unico. La parità (qualitativa, e perfino numerica) dei vertici regali dell’aristocrazia corrisponde al carattere delle monarchia aristocratiche , o aristocrazie a vertice monarchico, dei secoli bui. m) Il pántheon greco
  • Nel corso dell’età arcaica si va costituendo, entro i confini del politeismo greco, una sorta di canone delle dodici divinità maggiori, un dodekátheon , comprendente sei divinità maschili (Zeus, Posidone, Ares, Efesto, Apollo, Ermes) e sei femminili (Era, Atena, Demetra, Afrodite, Artemide, Estia). Attorno ad essi, una folla di divinità minore, qualcuna delle quali destinata a guadagnarsi un posto nel dodekátheon a scapito di qualche altra, meno dotata di tratti personali definiti e di un contesto mitologico adeguato (ad es. Dioniso al posto di Estia).
  • Zeus è dio della luce, ma anche quintessenza della sovranità, vista, soprattutto nel mondo indoeuropeo, al maschile. Posidone rappresenta anch’esso una versione della sovranità – la diversità del nome potrebbe dipendere all’origine solo da tradizioni locali o specificare l’àmbito di sovranità, terra o mare; Era significa la condizione matrimoniale della donna; Demetra la meternità; Estia la stabilità del focolare; Atena è figlia della mente di Zeus – questo rapporto privilegiato con la sovranità ne rivela una funzione che risale almeno ad età micenea; di Ares e di Afrodite, soprattutto della seconda, si colgono le origini straniere alla grecità indoeuropea – Ares ha caratteristiche di divinità della Tracia, Afrodite è divinità dell’area siro- mesopotamica, fenicia: è la femminilità come natura, è la dea dell’amore, con cui è collegata la divinità della guerra, Ares, che le è insieme antitetica (amore-odio) e congenere (aggressività); Efesto è dio del fuoco e delle tecniche artigianali, il cui inaspettato matrimonio con Afrodite potrebbe essere ulteriore segno dell’estraneità originaria di Afrodite al pántheon greco; Apollo presenta caratteristiche indoeuropee di divinità solare e saettatrice, portatrice di pestilenze come di miracolose guarigioni, divinità simbolo dell’adolescenza vincente, e via via diventa divinità della bellezza, dell’ispirazione invasante, collegata agli oracoli e alle Muse; in un rapporto polare con la divinità solare vi era una divinità femminile, associata alla luna, e che rappresenta, accanto al notturno, anche il selvatico e l’esterno, Artemide, che i Greci sentono

come divinità della caccia; Ermes, figlio di Zeus e di una ninfa, è fra le divinità maggiori quella più singolare, cui competono funzioni dalle quali gli dèi non possono che asternersi – gli appartengono funzioni che attengono alla sfera della promiscuità, dello scambio: dio del commercio, come del connesso furto, della parola e della comunicazione, messaggero fra dèi e uomini, accompagnatore di anime ( psychopompos ) verso la nuova vita dopo la morte.

  • La tesi dell’origine micenea della religione e della mitologia greca vale senz’altro per alcune divinità ; meno certo che miti e culti eroici abbiano avuto già la loro compiuta definizione in epoca micenea. Le tavolette in Lineare B contengono menzione di Atena e Posidone, di Zeus ed Era; c’è dunque già un sistema politeistico, che però si presenta con gerarchie non in tutto corrispondenti a quelle di epoca greca arcaica (a Pilo per esempio su Zeus predomina Posidone). Quello che l’età delle città greche porta con sé è forse il completamento del pántheon , e una sistemazione definitiva dei rapporti interpersonali fra le divinità, con assunzione del primato da parte di Zeus e della divinità femminile più collegata alla sovranità, Atena (che per i micenei era la dea del palazzo). Al dodekátheon si arriva attraverso l’incontro, la sommatoria dei diversi culti cittadini, in ciascuno dei quali diversa è la prevalenze dell’uno o dell’altro dio. Anche nella storia religiosa, dunque, tra miceneo ed alto arcaismo v’è continuità ma anche innovazione, soprattutto sul terreno dei rapporti interni al sistema, e si verifica il passaggio da molteplici e distinte esperienze, con lunghissime radici, ad una forma communis che si definisce fra VIII e VI secolo a.C. 2. La Grecia delle città. Legislazioni, colonizzazione, prime tirannidi (tra secolo VIII e VII a.C.) Ci sono tre aspetti sotto i quali gli eventi della storia greca tra secolo VIII e VII sono considerati: la colonizzazione (particolarmente quella in Occidente); le grandi figure dei legislatori cittadini (Licurgo di Sparta, Fidone di Argo, Draconte di Atene ecc.); l’avvento di regimi tirannici in molte città greche (dell’Istmo peloponnesiaco o dell’Asia Minore). La colonizzazione è certamente una risposta allo squilibrio determinatosi nel rapporto tra le risorse e i bisogni alla fine dei secoli bui. Al fenomeno migratorio si accompagna certo la diffusione di una più risentita coscienza politica. Ma lo stesso deve dirsi per le legislazioni e per le stesse tirannidi: entrambi i fenomeni sono espressione di sviluppi politici interni, e rappresentano spesso soluzioni alternative fra loro, nell’evoluzione delle aristocrazie greche. Si tratta, nel caso delle legislazioni, di forme di adattamento, di autocorrezione o di autocensura dell’aristocrazia al potere, forse anche sollecitate da strati più modesti e inquieti della popolazione. Nel caso delle tirannidi, il movimento storico assume forme più traumatiche, ma è all’interno delle strutture oplitiche che l’aristocrazia si è data, e quindi è dal cuore stesso dell’aristocrazia che nascono le tirannidi, naturalmente attraverso una catena di azioni e reazioni, che configurano una presa di coscienza, da parte dell’aristocrazia, della necessità di revisione del campo dei rapporti sociali, che non conduce però a una vera e propria rivoluzione di questi rapporti. 1. Legislazioni e forme politiche
  • Per il Musti le notizie sulle legislazioni vanno studiate all’interno della storia delle singole città, o quanto meno delle singole aree storiche greche. Tuttavia è possibile considerare le legislazioni in una prospettiva d’insieme sotto due punti di vista d’ordine generale: 1) le
  • Struttura politica : 1) la Diarchia , il potere dei due re, uno della famiglia degli Agiadi, che si dicevano discendenti dalll’eraclide Euristene, e uno della famiglia degli Euripontidi, che si dicevano discendenti del fratello Procle; è possibile che la presenza di due re appartenga al numero degli espedienti volti a garantire all’interno del corpo civico spartano condizioni di stabilità e di equilibrio; 2) la Gerousía di trenta membri, cioè, composta da 28 anziani con più di sessant’anni (eletti per acclamazione) e in più i due re; 3) l’ Apélla , composta da tutti i cittadini (cioè dagli uomini che avevano terminato il periodo di allenamento militare), si riuniva stagionalmente e, nonostante non avesse potere di controproporre le decisioni della gerousía , probabilmente aveva diritto di parola e di moderata discussione. Questi tre organi cittadini sono sanciti dalla Grande Rhétra , il responso delfico, che Licurgo avrebbe ricevuto e messo in atto, forse agli inizi dell’VIII secolo a.C., il quale tra l’altro conserva le tre originarie tribù doriche ma istituisce cinque tribù territoriali nuove. Questa legge detta, non scritta, non menziona un altro organo importantissimo nella struttura cittadina Spartana, 4) l’ Eforato , costituito da 5 efori, magistrati eletti per un solo anno tra tutti gli Spartiati, e che avevano diverse funzioni amministrative (la principale di esse, con il passare degli anni, sarà quella di sorvegliare l’attività dei re); la storia spartana fa risalire la magistratura degli efori come minimo all’anno 754/753 a.C.
  • Struttura sociale : 1) gli Spartiati , gli unici veri cittadini di Sparta, il cui numero era fisso e calcolato dalla tradizione in 9000; gli spartiati erano padroni di altrettanti klêroi , cioè lotti, appezzamenti di terreno, nei quali gli spartiati però non lavorano direttamente: il lavoro agricolo infatti era vietato ai cittadini, i quali dovevano invece attendere obbligatoriamente (ad eccezione del primo figlio dei re) l’ agogé – essa era la forma caratteristica dell’educazione a Sparta, completamente volta alla formazione del cittadino militare: i ragazzi vivevano insieme, dai 7 ai 20 anni, allenandosi costantemente alla vita militare, lontani dall’ambiente familiare; a partire dai 20 anni era permesso ai ragazzi di sposarsi, anche se dovevano comunque continuare a vivere nell’accampamento militare con gli altri compagni, fino ai 30 anni di età; a questo punto si aspettava che essi appartenessero a una delle syssítia , mense di pasto comune, composte da circa 15 membri, e che rimaneva la stessa per tutta la vita del cittadino: tutto questo era intento a sviluppare forme di familiarità e solidarietà maschile, particolarmente importanti in una società il cui scopo principale era la formazione militare del cittadino. 2) agli Iloti invece era affidato il lavoro agricolo nei singoli klêroi ; essi erano infatti servi rurali, probabilmente residui dell’antica popolazione dominata dai dori, vincolati alla terra dei loro padroni spartiati e ridotti in una condizione di quasi schiavitù; 3) i Perieci invece erano liberi abitatori delle periferie di Sparta, sottoposti ad obblighi militari, ma dediti probabilmente anche ad attività artigianali e mercantili, le quali erano vietate agli Spartiati, ma comunque importanti in una società che aveva bisogno del lavoro del metallo, principalmente per scopi di guerra.
  • Una così articolata struttura sociale e politica può forse non essere tutta maturata entro l’VIII secolo; le notizie circa le riforme introdotte dall’eforo Chilone, detentore della magistratura nel 556/555, hanno anche fatto pensare che la data di nascita del kósmos spartano sia da trasferire alla metà del VI secolo. Conseguenza di queste riforme sarebbe stata non solo la sempre maggiore valorizzazione della funzione degli efori, messi ormai con grande evidenza al fianco

dei re, ma anche un cambiamento radicale del clima culturale e dello stile di vita a Sparta, che spiegherebbe come la Sparta aperta all’esercizio della musica e della poesia, o all’ingresso di poeti e artisti forestieri, come forse Alcmane o Terpandro, si chiudesse in quella sorta di caserma, che essa sembra diventata nei secoli VI e V. Ora, per ciò che riguarda l’accrescimento di potere degli efori, il ruolo storico di Chilone può essere stato molto significativo; ma non è facile credere che tutto il kósmos licurgheo sia da riportare al VI secolo e meno ancora che ne sia responsabile l’opera di un solo magistrato. In realtà, già nel corso dell’VIII e VII secolo, nei conflitti con i Messenii e con gli Arcadi, gli Spartani hanno avuto modo di mettere a frutto la loro struttura, organizzazione e singolare disciplina; già i versi di Tirteo riflettono quel senso di struttura compatta, che è l’ideologia stessa dell’oligarchia militarista spartana.

  • Ma nell’VIII e VII secolo questa rigida organizzazione militare è anche nella sua fase più attiva e vitale: Sparta è in fase di espansione e conquista. La città, dove i ruoli cittadini tendono già alla fissità, non partecipa a quelle imprese coloniali, che costituiscono una prova della mobilità sociale e mentale degli altri Greci – l’unica colonia spartana d’Occidente nota è Taranto, con la quale Sparta cerca di risolvere quei problemi di ordine demografico ed economico che altre città, nello stesso Peloponneso, risolvono, almeno in parte, con la migrazione. Una Sparta conquistatrice però è ancora una Sparta in ascesa e a suo modo vitale, aperta, anche se aggressivamente, all'’esterno. Successivamente, e già nel VI secolo, la stessa capacità espansionistica di Sparta si va esaurendo; la città diventa l’essenza stessa di una statica conservazione. È allora che essa diventa la gendarme della propria costituzione e delle aristocrazie in genere, spesso così diverse da quella spartana. Ciò nondimeno Sparta è la loro tutrice e garante (anche attraverso lo strumento della Lega peloponnesiaca), e diventa sempre di più il loro modello ideologico, il loro (di fatto, così diverso) ‘dover essere’. Essa si sente chiamata a una responsabilità di difesa contro tutto il nuovo che turba gli ordinamenti politici e sociali greci: le tirannidi prima, la democrazia ateniese dopo. Il maturare di tutte queste nuove condizioni, interne ed esterne, fissa ed esalta il ruolo ideologico di Sparta, che si riflette anche al suo interno: di qui la xenofobia e il senso di profonda chiusura, in cui si ibernano valori di un kósmos , che è ragionevole ammettere però costituito già tra VIII e VII secolo. 3. La conquista spartana della Messenia
  • Ancora fin verso gli inizi dell’VIII secolo Sparta era stata impegnata, secondo la tradizione storica, nel completamento della conquista della Laconia. Stando alla tradizione, intorno alla metà dell’VIII secolo gli Spartani aggirano verso occidente la fortissima barriera del Taigeto e conquistano la Messenia o almeno la sua parte centro-orientale (è la I guerra messenica, durata 20 anni, dal 743 al 724 per Pausania, o dal 757 al 738 per Apollodoro). Due generazioni dopo esplode la rivolta contro le condizioni di durissimo sfruttamento imposte ai vinti: è la II guerra messenica, combattuta da Sparta (dal 684 al 668 secondo Pausania) contro una coalizione di Messeni ribelli, del re dei Pisati Pantaleone e del re dell’arcadica Orcomeno Aristocrate; dopo anni le ultime fortezze cadono in mani spartane e i Messenii si dispersero nel Peloponneso e in Occidente.