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riassunto sul sant'uffizio in sicilia di giuseppe pitrè
Tipologia: Appunti
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Giuseppe Pitré (Palermo 1841-1916) era un medico e un demologo (studio del popolo), per lui era importante ricercare e annotare tutto ciò che appartiene alla “cultura” popolare cioè tutto ciò che riguarda le tradizioni, gli usi, i costumi, il sentire, il vivere di un popolo. Ricopriva cariche prestigiose ed aveva una corrispondenza con illustre cariche siciliane. La sua professione di medico gli consentiva di conoscere il popolo, i suoi usi, costumi e tradizioni. Lavorativamente, parlando, lui raccoglieva tutte le informazioni utili e li catalogava, in seguito alla catalogazione operava un’analisi critica, attingendo da fonti storiche, filologiche, antropologiche, pedagogiche, non si soffermava solo alle trascrizioni ma operava con il confronto con altri paesi, cercando quindi di trovare le origini. Le corrispondenze che lui teneva con gli altri studiosi del campo lo aiutavano in queste ricerche, ricerche che non sempre si fermavano in Sicilia, ma arrivavano in tutta Italia.
Nucleo essenziale della sua produzione è “Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane” (25 volumi scritti dal 1870 al 1913) in quanto è la sua più grande raccolta di tradizioni popolari ed oggetti siciliani.
I volumi contengono: canti, fiabe, racconti, leggende, poesie, giochi, proverbi, feste (patronali), usi e costumi.
Opere:
60 volumi , in edizione nazionale, comprendente tutti gli scritti di Giuseppe Pitré, editi ed inediti. Sono importanti perché si tratta di un’edizione critica sulla base dei manoscritti originali che tiene conto delle pubblicazioni e delle correzioni e delle aggiunte che l’autore ha fatto dopo la stampa, questo lavoro si chiama collazione.
Tutta la sua produzione è stata raccolta in quella che viene chiamata “ Edizione Nazionale ” cioè un’edizione che ha dei parametri ben precisi e che è un’edizione critica perché mette a confronto il manoscritto e fa una collazione.
Altri meriti:
La Demopsicologia è chiamata scienza del folklore (folk= popolo, lore=sapere cioè “cultura”) ed è di origine anglosassone.
La Demopsicologia ha rapporti con:
Per G. Pitré la Demopsicologia è una scienza che, come l’antropologia, consiste nello studio dell’ uomo nella sua interezza della sua natura psichica e fisica e nei prodotti di tutte le sue attività nel passato e nel presente. Solo conoscendo il passato possiamo capire il nostro presente. La Demopsicologia studia la vita morale e materiale dei popoli civili, dei popoli non civili e dei selvaggi, questa vita è documentata da tradizioni orali e oggettive (Fiabe, favole, racconti, proverbi, giocattoli, balocchi, feste ecc.) per conoscere la vita di un popolo, un popolo che tramandava oralmente il proprio sapere da generazione in generazione. Secondo Pitrè bisogna controllare (perché è sempre in continuo cambiamento) e conservare la “cultura orale” proprio come quella ufficiale.
Quindi il punto di partenza è la Tradizione che può essere:
Materiale: Orale:
Tutti questi oggetti, che vengono chiamati etnoreperti vengono conservati nei musei etnostorici (primo creato da Pitrè).
Tutti questa produzione orale la possiamo dividere in prosa e poesia. In prosa abbiamo le novelle, le fiabe e le leggende. In poesia abbiamo i canti popolari, le canzoncine per i bambini, le filastrocche, gli scongiuri e i giuramenti.
È importante ricordare che G. Pitré faceva una raccolta su materiale di indagine per cercare l’origine, cercava la spiegazione storica e linguistica e confrontava le sue indagini con i modi di fare di altre regioni.
Nella primavera del 1906 un conoscente di Pitrè, l’avvocato Cappellani, gli riferì che durante dei lavori di restauro nei locali annessi al palazzo Chiaramonte (Steri), al primo piano, una parete si scrostò spontaneamente facendo venire fuori delle figure coperte dall’intonaco. Pitrè si recò sul posto e inizio il suo lavoro, che
Dal 1605 al 1782 fu sede dell’inquisizione. Nel 1783 ci fu l’incendio degli archivi, tutto il materiale cartaceo fu incendiato. Successivamente tutti i libri che dovevano entrare a Palermo passavano dal palazzo Chiaramonte ma prima venivano sottoposti a censura, se venivano censurati allora venivano bruciati in piazza Marina. Fu anche Tribunale della Fede.
Pag. 38 Dice Pitrè: “Mentre i lavori di restamento si venivano eseguendo io seppi di una camera, del primo piano, della Regia Procura, nella quale, scrostandosi spontaneamente della calce veniva fuori non so che figura e non indulgiai un istante a recarmi, impaziente di trovarmi qualche cosa utile alla conoscenza dell’uomo”
Pag. 39 Dice Pitrè: “Man mano che io mi avanzavo nel difficile lavoro di scrostamento, si venivano agli occhi miei delineando figure, disegni, iscrizioni e versi a lavoro finito mi trovai innanzi quattro pareti intere ed altre per metà, fino all’altezza delle mani di un uomo, fitte di manifestazioni grafiche. Era una generazione scomparsa, ignorata, che dopo due secoli e mezzo riappariva e riviveva, erano uomini che tornavano a parlare di …????”
Secondo Pitrè nelle celle del primo piano ci stavano solo gli uomini, si capisce dai graffiti. Recentemente sono state ritrovate alcune celle al piano terra dove quasi sicuramente ci stavano le donne. Gli inchiostri usati erano: il nero, il rosso e il giallo. Il rosso era dovuto alla terra rossa, il giallo alla terra gialla mentre il nero dalle lampade ad olio. Le figure con il nero si vedono meglio ma il buono stato di conservazione di tutti i graffiti è dovuto perché le celle erano quasi del tutto al buio.
Sul Sant’Uffizio in Sicilia (ed. nazionale 36)
Condanne:
Ragioni politiche perché ogni atto di ribellione al re era considerato un atto di ribellione a Dio. Ragioni economiche, anche se non era un motivo esplicito, alla persona condannata venivano espropriati i beni che divenivano di proprietà del tribunale. Le ragioni economiche erano giustificate dal fatto che il tribunale aveva dei costi enormi per il suo mantenimento. In Sicilia a quel tempo c’erano i viceré. Pitrè espone i casi di Cristina Rovere e di Suor Teresa di San Girolamo, condannata per capacità intellettive. Pitrè pensa in base alle immagini ritrovate sui sacerdoti che doveva trattarsi di sacerdoti minori.
29 ottobre Si trattava in origine di 6 celle, poi però furono ridotte a 3, grandi 5m per 5m. Pitrè cercava di immedesimarsi nella condizione del prigioniero.
La prima è quella più ricca graficamente e pittoricamente.
La seconda e la terza hanno subito dei mutamenti poiché nel corso del tempo sono state create delle finestre e un arco per metterle in comunicazione, una parte del muro è stata quindi tagliata. Queste stanze sono dipinte alcune per intero, altre per metà. Pitrè si spiega questa pittura totale supponendo che ci fossero delle panchette su cui si poteva salire.
Pag. 115 Dice Pitré: “Noi ci aggiriamo per luoghi materialmente e moralmente oscuri. I poveri penitenziati lo ripetono in tutti i toni: terra tenebrosa terra miseriae et tenebrorum; libera nos carcere et a tenebris: e tenebre e miseria erano il difetto di luce, la rude nudità del terreno e delle pareti, l’angustia dello spazio, il lezzo, gli insetti, le privazioni, i disagi, la fame; e dal lato morale, come conseguenza, la oppressione di cuore, la confusione di mente, lo smarrimento di spirito.” Pitrè cerca di immedesimarsi nella condizione dei prigionieri che erano, dal punto di vista morale e materiale, privati da ogni dignità di uomo.
Distinguiamo: Scritture e Disegni.
Le scritture erano in: siciliano, latino e italiano del tempo (600)
Secondo Pitrè i prigionieri dovevano essere sacerdoti perché queste manifestazioni grafiche erano troppo precise per essere state realizzate da un uomo comune , l’uomo comune non si ricorda interi brani della Bibbia in latino, non conosce le caratteristiche particolari di santi minori. Solo una volta si ritrova un accenno che lì venivano eseguite anche delle torture, non ci sono imprecazioni contro gli inquisitori e questo ci riconferma che si tratta di
Pag. 49 Iscrizione di Santa Rosalia con sotto la mappa topografica della Sicilia
Santa Lucia è rappresentata con i capelli sciolti, una palma su una mano e una ciotola con gli occhi sull’altra e ai lati si ritrovano dei sonetti, 1in italiano, 1 in latino e dei distici che giocano sul significato della parola luce e Lucia. Pitrè li trova somiglianti a quelli di una chiesa di Savona, ritiene però che non sono stati copiati.
Pag. 90 Figura di Cristo resuscitato (la figura più grande della cella). Pitrè nota che questa figura è molto somigliante a quella che ha realizzato Pietro Novelli nella chiesa madre di Piana dei Greci (Piana degli Albanesi). Sotto questa figura si legge il nome di Carafa , Pitrè, dopo svariate ricerche ipotizza che si tratti di Francesco Carafa, un sacerdote con una vita un po’ agitata.
Profani:
Pag. 110 Questo signore che prega segna il passaggio dal sacro al profano. Dal sacro perché nella cella ci sono figure di santi e Cristo, profano perché nella cella ci sono figure di teste di uomini, di donne. È una figura complessa, si tratta di un nobile del 600, Pitrè è interessato a questa figura perché è uno sguardo sulla moda del tempo e nota che i capelli e i baffi sono di moda spagnoleggiante si ritrovano in altre figure di santi, come se i carcerati non riuscissero a rappresenta in maniera diversa, anche le sante avevano la stessa pettinatura. Questo signore che prega ha da un lato la preghiera che sta recitando e dall’altro lato uno stemma grande.
Pag. 60 Pitrè dice più volte che queste celle sono pienissime di graffiti
Troviamo 2 rettili con iscrizioni di prudenza e di timore e un’aquila con 2 teste che secondo Pitrè è simbolo del penitenziato, del tribunale dell’inquisizione.
Matteo Guglielmino= c’è un’immagine, in questa cella, che ha un aspetto demoniaco ironico, poi c’è una scritta, fuori dalla cella che per Pitrè potrebbe indicare il lavoro che svolgeva Guglielmino, cioè quello di carceriere.
SECONDA CELLA
Vede la presenza di santi e sante però disposte in modo più ordinato, tanto da far pensare che fosse una Cappella, ma dei particolari fanno pensare il contrario per esempio figure e parole disordinate, la ringhiera e certi ornamenti. In questa cella una parete venne tagliata per fare un arco che mettesse in comunicazione la cella 2 con la cella 3 facendo perdere delle figure. Le figure di questa cella, con buona probabilità, sono state organizzate dalla stessa persona, utilizzando in prevalenza il colore nero e giallo. Pitrè giunge a questa conclusione perché nota uno schema ben preciso e ordinato nel rappresentare queste figure.
Pag. 74 Secondo Pitrè l’autore di queste figure conosce bene i santi e probabilmente recita ogni giorno il breviario e il messale e conosce anche i santi meno comuni come per esempio Sant’Alexius che è un santo che non troviamo in Sicilia quindi è una citazione erudita.
Vi sono 15 figure : 12 di santi e 3 di sante tutte incise da B. Pag. 121 Pitrè cerca di capire chi si nasconde dietro questa lettera B e lo definisce: “maestro in scienza biblica e patristica, in angiografia e in teologia. Dilettante in disegno, esperto nella poesia italiana e latina… Quest’uomo non dice mai di essere ingiustamente perseguitato, pur piangendo del pianto del dolore. La sua carcerazione non è anteriore al 1646, non è posteriore al 1649” così giunge alla conclusione che si tratta di Francesco Baronio di Monreale, sacerdote erudita della Capitale e poeta, visto per l’ultima volta nel 1646. “Vittima del suo ingegno superiore o della sua lingua troppo libera nel dire la verità o quella che a lui pareva verità”.
Alcune figure dipinte sono:
San Leonardo lo ritroviamo in tutte e 3 le celle, nella cella 3 soltanto come nome citato, nella cella 1 c’è una preghiera rivolta a lui affinché rompa le catene e quindi faccia il miracolo di liberare il prigioniero. È il santo dei carcerati perché si narra che avesse guarito la figlia del re Teodorico e questi per ringraziamento gli concesse di liberare dei prigionieri, da allora si narra che San Leonardo operò dei miracoli e in seguito alle sue preghiere i prigionieri venivano liberati. Importante è anche la rappresentazione che viene data del santo: in mano tiene delle catene tipiche dei carcerati e da un lato c’è una finestrella con la grata che segna il carcere.
San Giorgio di Cappadocia si narra che fu il cavaliere che affrontando il drago salvò la fanciulla, per i carcerati è importante perché desiderano essere salvati proprio come salvò la fanciulla.
Disegni di vario genere si trovano in maniera disordinata, iscrizioni che si sovrappongono senza farsi distinguere.
Pag. 268 San Michele Arcangelo venne raffigurato come guerriero, con la corazza e con la lancia che uccide il drago.
San Giovanni nel deserto è coperto di verde e si trova sotto una palma di colore verde cupo, prima volta che troviamo il verde perché, secondo Pitrè, questa figura risale alla fine del 600 e quindi alla fine dell’inquisizione era concesso ai carcerati di avere qualcosa in più. In questa cella ci sono altri disegni con il colore verde.
Testa di cardinale , si capisce che si tratta di un cardinale perché in testa ha un cappello cardinalizio, su di esso c’è un angelo che vola in alto. Pitrè cerca di capire di chi possa essere questa testa di cardinale e, dopo aver ricercato chi fossero i cardinali in Sicilia nel 600, arriva alla conclusione che si tratta di Luigi Guglielmo Moncada, principe di Paternò, perché oltre ad essere una figura importante, ad aver vissuto in quel periodo, ad avere importanti cariche politiche ed ecclesiastiche era anche un poeta di vernacolo.
Una parete di questa cella è piena di navi esattamente 14 navi di genere vario, diverse per grandezza e per la tipologia (mercantili, gregge e da guerra) realizzate nei particolari.
Pag. 270 Pitrè si chiede come mai in un posto dove c’è una grande rappresentazione di santi troviamo tutte questi navi e giunge alla conclusione che si tratta della galera nel senso primitivo del termine. Anticamente vi erano delle condanne che costringevano i carcerati ad andare sulle navi per remare, quindi una condanna a dei lavori forzati, finito il periodo della loro pena dovevano tornare al Sant’Uffizio, che doveva decidere la vita futura di queste persone, se dovevano ritornare nelle carceri o no, probabilmente alcuni ritornavano in cella e quindi incidevano le navi.
Un altro disegno importante per Pitrè è quello del Tribunale Pag. 102 Pitrè descrive questo graffito come delle pietose rivelazioni: c’è un banco con sopra una croce, un campanello e un libro aperto nel mezzo, due angioletti attorno alla croce e come la figura di un Prelato seduto innanzi, manca l’imputato e il giudice. È sicuramente la rappresentazione del Tribunale.
Scritture:
Pitrè si domanda come mai alcune iscrizioni sono in ebraico e greco e giunge alla conclusione che probabilmente il condannato sarà stato vicino alla cultura e alla religione ebraica, questo è importante perché uno dei compiti dell’inquisizione era di
soffocare gli eretici, cioè coloro che sostenevano l’ipotesi di altre religioni che non fosse quella Cristiana, quindi il tribunale della fede voleva estirpare l’ebraismo.
Poesie in ottave siciliane, di notevole pregio, sono 2 di autori diversi. Pag. 105 Pitrè parla del suo lavoro fatto sulle poesie Pag. 108 Le poesie fanno la descrizione del carcere e delle pene. In questa poesia si fa un accenno ad una frase dantesca: “lasciate ogni speranza voi che entrate” il poeta fa questo riferimento perché difficilmente si poteva essere liberati una volta reclusi; la poesia continua con la distinzione tra la vista e l’udito in quanto non si sa se è giorno o notte si sa solamente che è un luogo di pianto. Questo verso dantesco lo ritroviamo in un’altra iscrizione, in un altro motto siciliano.
Poesia rivolta ai giudici: quando una persona era accusata anche la famiglia, fino alla 3° o 4° generazione, subiva una sorta di infamia, di marchio. Un inquisitore spagnolo ha scritto che cosa non poteva fare una persona che aveva un parente condannato:
Sempre in questo scritto si sollecitava il popolo a denunciare gli eretici, le streghe ecc altrimenti, se si scopriva di tale conoscenza e di non averli denunciati, si veniva scomunicati.
Quando le persone venivano incarcerate si cercavano maggiori prove d’accusa. Pitrè scrive anche che c’erano le anime pietose che donavano ai detenuti una specie di vitalizio. Quando non c’erano posti venivano incarcerati nel convento di Gibilmanna o dei Cappuccini. Anche se poi il condannato veniva riconosciuto innocente non gli venivano restituiti i beni, inoltre gli eredi venivano costretti a pagare una sorta di vitalizio.
Le torture venivano inflitte per scoprire la verità. Se si confessava: Pro ulteriori veritate Se si negava: Pro Habenda veritate
Segreto mantenuto per (c’era una camera del segreto, al quale non tutti potevano accedere, che conteneva tutti i documenti del tribunale, chi vi accedeva senza permesso veniva scomunicato):
La giustizia civile prevedeva la morte per forca. La giustizia del tribunale prevedeva la morte per rogo.
Altra pena leggera era il collare. La persona che indossava il collare era legata per strada, nuda fino alla vita, gli veniva spalmato del miele sul viso e sul torace e veniva esposta in balia delle mosche e dei monelli.
Una delle ragione più frequenti dello spettacolo era la bestemmia. Pag. 180 Pitrè però nota che chi veniva accusato di bestemmia se era un plebeo si conduceva allo spettacolo con una mitra sul capo, la lingua legata e senza mantello, mentre veniva fustigato e poi si mandava a vogare nelle galere, cioè morte quasi certa, se invece era un nobile allora veniva rinchiuso in un convento, senza mitra, e dopo un certo tempo pagava una multa e usciva. Un’altra forma di punizione per il bestemmiatore era quella di dover stare davanti ad una chiesa senza entrare, durante la celebrazione della messa cantata della Domenica, col capo scoperto, i piedi nudi, una fune pendente dal collo ed una candela accesa in mano.
Anche nella morte (non per la bestemmia) c’era distinzione: il plebeo veniva strangolato, il nobile veniva decapitato (la forca era infamante e un signore non poteva scendere tanto in basso).
Pitrè ricorda che nel 1400 si condannavano i bestemmiatori alla perforazione della lingua. Il Sant’Uffizio riprese questa pratica, si usava un grosso ago che inchiodava la lingua all’esterno della bocca, successivamente venne alleggerita questa pena e la lingua veniva solo legata. Nella tradizione popolare è rimasta nella memoria popolare. Pag. 182 3° capoverso
TRIBUNALE
Inquisizione spagnola Re
Inquisizione siciliana Viceré
Tribunale Sant’Uffizio Giustizia Ordinaria
La persona più potente era il Re però non poteva controllare tutti i territori anche perché viveva molto lontano, in questo caso in Spagna , allora il Re dava a delle persone importanti l’incarico di amministrare per conto suo, queste persone venivano chiamate Viceré erano anche gli amministratori della Giustizia Ordinaria in Sicilia. Nel periodo in cui l’inquisizione acquistò molta importanza in Spagna , questa rivestì un ruolo importante scavalcando le funzioni del Viceré.
( Spagna = sede del Re e dell’inquisizione spagnola Il Re aveva… ??? inquisizione siciliana e…??? Viceré erano gli amministratori della Giustizia Ordinaria cioè l’inquisizione siciliana e il Sant’Uffizio)
In Sicilia il Tribunale Sant’Uffizio era potentissimo, questo perché il re stesso aveva emanato degli editti a loro favore e per la cattiva applicazione di tali editti. L’inquisitore era una persona molto importante: viaggiava a cavallo e scortato e lo stesso Viceré doveva giurargli fedeltà e protezione, si sottometteva.
Pag. 192 Dice Pitrè: “Il Re di Spagna faceva quel che voleva, i Viceré quel che potevano, gli Inquisitori quel che volevano e quel che non potevano né dovevano”
Il fatto che si potevano arrestare persone solamente con accuse non formalizzate, che i processi venivano svolti con superficialità, i medici non venivano considerati, queste sono tutte cose che si vanno a sommare al fatto che questi inquisitori maltrattavano il popolo con delle vertenze anche economiche ad esempio acquistavano delle cose e non le pagavano o costringevano le persone a pagare una certa cifra, erano dei maltrattamenti che in realtà non potevano fare. Il popolo esasperato da questa situazione chiese udienza a Carlo V Re di Spagna quando venne in Sicilia chiedendogli il favore di limitare lo stra-potere del Sant’Uffizio. Pag. 197 Carlo V accontentò il popolo ma solo per 5 anni, in questi 5 anni l’inquisizione andò in declino e il popolo ne rideva. Terminati la sospensione (dal 1535 fino al 1543, prolungata fino al 1543) il Tribunale tornò ad essere potente come prima e le persone tornarono ad ammirarlo e a riverirlo. Tutto tornò come prima. Il Tribunale non sopportava che la Giustizia Ordinaria si interessasse alle questioni del Sant’Uffizio e delle persone che ne facevano parte o che ne erano coinvolte.
Quando succedeva che la giustizia civile incarcerava una persona che faceva parte del Sant’Uffizio c’era una risposta violenta. L’arma del Tribunale era la scomunica e non solo questa.
Pag. 202 ultimo capoverso Pag. 204 Pitrè racconta il caso di Ludovico Spatafora, capo della giustizia Capitale, una sorta di capo della polizia, si era permesso di arrestare qualcuno del Sant’Uffizio ma il Sant’Uffizio fece arrestare lui. La Giustizia Civile si trovava su un piano inferiore rispetto al Sant’Uffizio, tra l’altro, gli agenti del Sant’Uffizio avevano l’immunità armata cioè gli era concesso di portare armi, che portavano anche quando non erano in servizio, prendendosi così potere che non avevano. Questo comportamento portò a delle rivolte popolari. Pag. 217 Pervicacia = caparbietà Però nessun inquisitore venne mai ucciso perché in realtà la rivolta era contro l’istituzione no contro la singola persona e così, a poco a poco il Sant’Uffizio perse il proprio prestigio e la forza che lo distingueva e cominciò il suo declino. Questo declino consisteva del fatto che si cominciò ad interessare di questioni meno importanti come i costumi dell’epoca, come la disciplina ecclesiastica oppure la censura dei libri.
Luoghi del Sant’Uffizio anche se il Sant’Uffizio non c’è più.
Fu l’unico ad uccidere un inquisitore.
Leggenda popolare = romanzo di Luigi Natoli basato sulla memoria orale Importanza storica = L. Sciascia scrisse nel 1964 il saggio: “morte dell’inquisitore” partendo dalla memoria popolare e dal romanzo di Natoli smentisce le ipotesi di Natoli (il quale sosteneva che Fra Diego La Mattina fu arrestato per difendere la sorella da un abuso) e ricostruisce gli eventi ma si rende conto di avere poco materiale (a causa degli archivi bruciati) e per questo visionò gli archivi di Madrid.
Dalle manette è ripartita l’indagine storica fatta da uno storico dell’università catanese andò a Madrid e trovo dei documenti inediti, in questi documenti viene citato un ferro che probabilmente serviva per le torture.
Secondo Sciascia questa vicenda è importante perché Fra Diego diventa simbolo di ribellione e di tenacia e secondo lui il tema dell’inquisizione è delicato e attuale perché è un tema di sopraffazione che, anche se in modi e tempi diversi, accadono anche ora.
METODO ETNOSTORICO
Secondo Pitrè è caratteristica dell’uomo voler lasciare un segno.
I graffiti che ritroviamo nelle celle non esprimono vendetta o qualcosa di simile, ma sono quasi tutti religiosi e Pitrè li ha chiamati palinsesti del carcere e per Pitrè sono importanti perché ci dicono cose che la storia non ci dice. Palinsesto significa antico codice manoscritto che è stato prima scritto poi raschiato e poi riscritto. Infatti Pitré ha trovato vari strati di imbiancatura (4 o 6). I palinsesti del carcere sono importanti perché ci permettono di avere una storia integrale (non solo la storia dei grandi eventi, bisogna pensare anche ad una storia dal basso, bisogna coniugare le 2 per avere una storia integrale).
Scritte e materiali orali e materiali cioè le fonti d’archivio (quelle materiali sono etnoreperti)
Pag. 246 Pitrè si rivolge allo Steri