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Appunti gestione, Dispense di Ecopolitica

Appunti Corso di gestione Urbana prof Torre

Tipologia: Dispense

2015/2016

Caricato il 17/01/2016

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CORSO DI LAUREA
IN INGEGNERIA EDILE ARCHITETTURA
APPUNTI DI GESTIONE URBANA
C. M. TORRE
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CORSO DI LAUREA

IN INGEGNERIA EDILE ARCHITETTURA

APPUNTI DI GESTIONE URBANA

C. M. TORRE

PPR PRRIIIMMMAAA PPPAAARRRTTTEEE:::

LLELEE SSSFFFIIIDDDEEE DDDEEELLLLLLEEE CCCIIITTTTTTÀÀÀ FFFUUUTTTUUURRREEE

città, l’America Latina è già ora il continente maggiormente urbanizzato (70% di popolazione urbana alla metà degli anni Novanta).

L’impatto della metropolizzazione può essere rilevato non solo negli spazi centrali e forti delle economie avanzate (Nord-America, Europa, Giappone), ma anche e soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Qui la struttura urbana è l’espressione evidente degli squilibri dell’organizzazione territoriale, che privilegia la "primazialità" delle metropoli principali (spesso le capitali), a discapito dei centri urbani piccoli e medi.

Nel corso di questo secolo l’ordine gerarchico delle principali agglomerazioni del pianeta è mutato più volte. Sono così scomparse dalla lista delle 20 più grandi città del mondo 5 capitali europee: Londra, Parigi, Berlino, Vienna e Mosca e 7 grandi città industriali dell’Occidente, e in particolare le città britanniche della "rivoluzione industriale" (Manchester, Birmingham, Liverpool, Glasgow, Chicago, Filadelfia, San Pietroburgo), oltre a Boston, Osaka e Istanbul.

Rispetto al 1900, nella nuova gerarchia delle metropoli del 2000 resistono solo 4 città:

New York (seconda nel 1900 e quarta nel 2000) Tokio (al settimo posto nel 1900, terza nel 1950 e nel 2000) Pechino (tredicesima nel 1990 e sesta nel 2000) Calcutta (quattordicesima nel 1900 e settima nel 2000)

Urbanesimo

Nel 2000 circa il 47% della popolazione mondiale era insediata nelle città. Nel 2020 si prevede che la percentuale salirà al 56%. L’incremento di popolazione nelle città induce un aumento della povertà urbana.

Si prevede che entro il 2015 si trasferirà dalle aree extraurbane nelle città circa un altro miliardo di persone. Il 90% di questo fenomeno interesserà le città dei paesi meno sviluppati.

Le cause di questa crescita esponenziale sono dovute essenzialmente a fattori di ordine demografico come la diminuzione dei tassi di mortalità e l’aumento della speranza di vita della popolazione. Esse sono generate soprattutto dal miglioramento delle condizioni dell’igiene, della sanità e della vita quotidiana. In altre parole, gli abitanti della terra sono sempre più numerose e, soprattutto, vivono più a lungo.

I diversi tentativi di riequilibrare la crescita attraverso politiche di "controllo delle nascite" hanno avuto un successo relativo: Se pure in Cina, il paese più popoloso del pianeta, il tasso di natalità è sceso tra il 1965 e il 1990 del 60%, in altri casi i ritmi di crescita della popolazione sono ancora molto elevati: Kenya 4,1%, Tanzania 3,7%, Congo ex-Zaire 3,2%, Pakistan 2,9%.

Una conseguenza importante della crescita della popolazione nel mondo è l’urbanizzazione. Sia l’incremento naturale, sia l’affluire continuo di migranti dalle campagne fanno concentrare , negli spazi urbani, una forte spinta demografica.

Attualmente, dunque, gran parte della crescita della popolazione mondiale si produce nelle agglomerazioni. L’insieme degli abitanti delle città è passato da 724 milioni nel 1950 a un miliardo e 800 milioni nel 1980 e si accinge a raggiungere circa 3 miliardi nel 2000.

Pertanto, se nel 1950 la popolazione urbana della terra rappresentava circa un terzo della popolazione mondiale, e solo una persona su 100 abitava nelle città con oltre un milione di abitanti, alla fine del secolo circa metà dell’umanità abiterà in città 8e già nella seconda metà degli anni ’80, una persona su dieci abitava in città milionarie).

L’urbanizzazione della popolazione mondiale (alcuni esempi). Fonte Le monde diplomatique, 1991 Popolazione urbana

1960 (in milioni)

1980 (in milioni)

2000 (in milioni)

Evoluzione 1960-

Evoluzione 1980-

Europa 266 364 476 + 38% +30% America Latina 106 240 466 +125% +95%

Cina 122 230 443 +87% +92%

India 100 214 517 +114% +140% Nord America 133 183 239 +37% +30%

Ex-Urss 104 173 240 +65% +38% Giappone 59 91 114 +54% +25%

Africa tropicale 30 83 234 +180% +180%

Anche l’Europa sarà interessata, seppure in maniera più leggera, da un nuovo flusso migratorio.

La migrazione nelle città pone problemi di gestione/governo delle aree urbane di straordinaria complessità, poiché il tasso di crescita della domanda di beni/servizi sarà molto superiore di quello espresso dalla capacità di governo e di risposta da parte delle amministrazioni metropolitane.

Il risultato di questo differenziale sarà la rapida espansione delle bidonville , degli slum, delle favelas , dei “quartieri in crisi”, che rappresentano la più evidente espressione della povertà urbana.

Il rapporto tra paesi ricchi e paesi poveri era di 3 a 1 nel 1820; era di 35 a 1 nel 1950; è diventato pari a 72 a 1 nel 1992. Esso tende a crescere più velocemente negli ultimi anni.

Analogamente, con la globalizzazione si sono estese ovunque le reti delle nuove tecnologie informatiche. Ma ci sono interi continenti che sono sempre più marginalizzati.

Per esempio, soltanto lo 0,1% della popolazione in Africa ha accesso ad Internet e lo 0,04% in Asia meridionale.

Con la globalizzazione è cresciuta la capacità di esportazione di diversi paesi, ma in modo molto disomogeneo. Per 25 paesi la crescita delle esportazioni è stata superiore al 10% all’anno (Messico, Turchia, Vietnam), in altri paesi, invece, vi è stata una forte contrazione (Ucraina, Giamaica, Camerun). Molti paesi, soprattutto quelli meno sviluppati, rimangono lontani rispetto alle opportunità aperte con la globalizzazione e registrano un declino economico.

Incidenza dell’affitto sul reddito familiare in città dei PVS

Città Incidenza dell’affitto sul reddito familiare (%) Bangalore 49 Asuncion 52 Dobo 45 Delhi 44 Guatemala 85 Hanoi 55 Harare 44 Kakamaya 50 Labore 69 Lusaka 49 Monrovia 58 N'Djamena 52 Ouagadougou 57

Incidenza della popolazione delle aree depresse a livello nazionale e a livello urbano. Fonte: OECD, 1998

Nazione Anno di riferime nto

Numero di aree depresse analizzate

Popolazione media di ogni area

Popolazione totale nelle aree depresse

Incidenza sulla popolazione nazionale

Incidenza sulla popolazione urbana

Canada 1990 610 4.491 2.500.000 8,9 % 14,7 % Danimarca 1993 186 250.000 5,0 % Finlandia 1995 38 4.621 88.320 3,7 % 5,6 % Francia 1990 532 5.582 2.970. 000 5,2 % Irlanda 1991 83 3.177 263.715 7,5 % 25,7 % Norvegia 1993 6 14.150 84.900 2,0 % 12,5 % Spagna 1991 374 7.689 2.875.000 7,0 % 14,0 % Svezia 1994 46 6.107 295.325 3,6 % 11,1 % Regno Unito 1991 413 6.000 2.478.000 5,0 % 16,0 % Usa 1990 4.597 3.863 12.155.000 4,8 % 8,1 %

La mancanza di abitazioni è un problema che riguarda almeno 100 milioni di persone, anche se più di un miliardo vive in abitazioni informali a Calcutta, Bombay, Città del Messico, Lagos, Nuova Delhi, ecc.

Incidenza della povertà negli ambiti urbani degradati di alcune metropoli dei PVS.

Città Anno Popolazione Popolazione in slums

Incidenza %

1952 2371000 330000 14 1966 3287000 1500000 46 1970 7314000 3438000 47 1976 11312000 5656000 50

Città del Messico

1990 15783000 9470000 60 1956 1397000 112000 8 1961 1846000 347000 17 1972 3303000 805000 24 1981 4687000 1455000 32

Lima

1989 6234000 2338000 38 1961 1330000 280000 21 1964 1590000 556000 35 1971 2200000 867000 39 1985 2742000 1673000 61

Caracas

1991 2966000 1238000 42 1955 917000 367000 40 1965 1782000 766000 43 1975 3069000 921000 30 1985 4123000 1278000 31

Bogotà

1991 4824000 1254000 26

Quanto più intensamente popolate sono le aree urbane-metropolitane, tanto più evidenti appaiono i fenomeni di marginalità urbana.

La povertà fortemente urbanizzata si concentra in aree degradate dal punto di vista ambientale, aggravandone ulteriormente le condizioni di invivibilità.

Gli “insediamenti informali” si sono spesso moltiplicati con la diffusione di politiche di liberalizzazione che hanno comportato la riduzione del supporto finanziario pubblico ai programmi di edilizia sociale e welfare, con costi umani ed ambientali molto elevati, in termini di morbilità, illegalità, violenza, ecc.

Ci sono numerosi esempi (come San Paolo in Brasile) che evidenziano come lo sviluppo economico non abbia affatto comportato una redistribuzione delle opportunità, ma abbia anche prodotto la moltiplicazione dei quartieri poveri.

In base alla crescita della popolazione urbana, i poveri che vivono nelle città sono aumentati di 8 milioni in quattro anni (1990-1995)

Occupazione nell’economia informale in America Latina

Argentina Brasile Venezuela Messico America latina 1980 1990 1980 1990 1980 1990 1980 1990 1980 1990 Economia informale

26,4 32,6 24 28,6 25,7 26,4 24,2 36 25,6 30,

Settore pubblico

18,9 19,3 11,1 10,9 25,6 22,6 21,8 25 15,7 15,

Grandi imprese

41,8 33,2 55,2 36,6 39,8 28,9 29,1 19,6 44,1 31,

Piccole imprese

13 14,9 9,7 23,9 8,8 22,1 24,9 19,5 14,6 22,

Totale Economia formale

73,7 67,4 76 71,4 74,3 73,6 75,8 64 74,4 69,

Sviluppo sostenibile, equità e giustizia

La visione di sviluppo sostenibile si scontra con quella proposta dalla globalizzazione economica, che ritiene di promuovere la prosperità per tutti trasformando il mondo in un grande e unico mercato, regolato dalla legge dell’efficienza e della competizione.

Il mercato, garantisce efficienza ma non giustizia. I poteri diseguali sull’uso delle risorse rendono la competizione sempre meno “libera” e sono fonte di nuovi oligopoli/monopoli che fanno l’interesse di pochi.

In effetti, l’esistenza di un problema etico globale emerge chiaramente se si analizzano i risultati del processo di globalizzazione degli ultimi 10 anni, laddove emerge che del mercato globalizzato riesce a fruire circa il 25% della popolazione, anche se questa consuma l’80% delle risorse e dell’energia disponibile. In un contesto di risorse limitate, ciò pone evidenti problemi di giustizia.

Uno studio della Banca Mondiale (Undp, 2001) mostra la crescita delle diseguaglianze tra il 1988 ed il 1993.

Il coefficiente di Gini (che è l’indicatore usato per definire la differenza media nella distribuzione del reddito tra ricchi e poveri di un paese), evidenzia un valore che è passato da 0,63 a 0,66 in soli cinque anni (un valore pari a zero indica perfetta uguaglianza ed un valore pari ad uno indica

  1. promuovere la crescita economica sostenibile, migliorando in particolare la situazione economica delle persone in difficoltà;
  2. migliorare la salute della popolazione, con attenzione prioritaria ai problemi più diffusi e ai gruppi più vulnerabili;
  3. migliorare l’istruzione, con priorità all’alfabetizzazione, all’educazione di base e all’educazione allo sviluppo;
  4. promuovere i diritti umani, con priorità alle persone in maggiore difficoltà e al diritto alla partecipazione democratica;
  5. migliorare la vivibilità dell’ambiente, salvaguardare le risorse ambientali e ridurre l’inquinamento.

Al posto degli indicatori che si riferiscono alla sola crescita economica (come il prodotto nazionale lordo), che nulla dicono degli squilibri e delle contraddizioni che stanno dietro alla crescita, l’ United Nation Development Program utilizza dal 1990 un nuovo indicatore di sviluppo umano ( ISU o HDI nell'acronimo inglese).

L’indice di sviluppo umano (Human Development Index) del UNDP è un sistema di indicatori che valuta, su una scala da 0 a 1, la qualità di vita di un paese considerando alcuni fattori di base dell’esistenza umana.

Il valore dell'ISU, compreso tra 0 e 1, indica quanto ciascun paese si è avvicinato ai seguenti obiettivi:

  1. 85 anni di speranza di vita
  2. Accesso all'istruzione per tutti
  3. Livello decente di reddito

Ad ognuno di questi tre obiettivi è dato peso uguale per il calcolo dell'indice ISU. L’indice di sviluppo umano tiene conto dei seguenti indicatori:

  1. Il livello di sanità, rappresentato dalla speranza di vita alla nascita.
  2. Il livello d’istruzione, rappresentato dall’indice di alfabetizzazione degli adulti (moltiplicato per due) e dal numero effettivo di anni di studio.
  3. Il livello di vita misurato attraverso la parità di potere di acquisto espresso in dollari USA rappresentato dal prodotto interno lordo (Pil) individuale, dopo una trasformazione che tiene conto sia del potere di acquisto della valuta, sia del fatto che l’aumento del reddito non determina un aumento del benessere in modo lineare (l’aumento di benessere è molto maggiore quando il Pil passa da 1000 a 2000 dollari che quando passa da 15.000 a 16.000).

Il valore teorico massimo dell'indice (ISU = 1) indica che il paese ha conseguito tutti gli obiettivi.

1990 2002

Tagikistan 0.719 0. Repubblica Moldova 0.736 0. Kirghizistan .. 0. Uzbekistan .. 0. Georgia .. 0. Azerbaigian .. 0. Turkmenistan .. 0. Armenia 0.751 0. Kazakistan 0.767 0. Ucraina 0.798 0. Romania 0.771 0. Bosnia-Erzegovina .. 0. Albania 0.702 0. Belarus 0.785 0. Macedonia .. 0. Bulgaria 0.795 0. Federazione Russa 0.813 0. Lettonia 0.807 0. Croazia 0.806 0. Slovacchia .. 0. Lituania 0.823 0. Ungheria 0.807 0. Polonia 0.802 0. Estonia 0.817 0. Repubblica ceca .. 0. Slovenia .. 0.

Per ogni Paese, ognuno di questi 3 fattori è espresso da un numero compreso tra 0 e 1, dove 0 corrisponde al valore fissato più basso e 1 al valore fissato più alto. Il numero è calcolato in base alla formula:

(VP-vm)/(VM-vm)

in cui VP = valore osservato nel Paese; vm = valore minimo; VM = valore massimo. La media dei 3 valori ottenuti è l’ indice di sviluppo umano.

L’Isu permette di evidenziare come il legame tra sviluppo economico e sviluppo umano non è automatico, né ovvio, sebbene oltre certi livelli di reddito, sia difficile avere un Isu basso. Solo alcuni dei Paesi di nuova industrializzazione sono riusciti a collegare crescita economica, occupazione e crescita nello sviluppo umano. Negli ultimi 20 anni, quasi tutti i Paesi hanno compiuto passi in avanti – in particolare il Terzo mondo ha ottenuto notevoli miglioramenti – nello sviluppo umano, ma lo hanno fatto con velocità diseguale e in connessione abbastanza diretta con le politiche che i Paesi intraprendono per migliorare il benessere dei propri cittadini. Rispetto all’Isu, l’Indice di povertà umana (Ipu) serve a misurare la distribuzione dei risultati ottenuti in termini di sviluppo umano. Non c’è correlazione tra Ipu e sviluppo umano, né tra Ipu e reddito.

Le disparità di sviluppo umano sono stridenti anche tra città e campagna, regioni più ricche e più povere, aree centrali e periferiche, uomo e donna e tra etnie. Altri elementi minacciano un progresso nello sviluppo umano e sono cause di arretramenti. Tra di essi, l’impatto dei conflitti sulle strutture

IL PROGRAMMA CITTÀ SOSTENIBILI DELL’ UNCHS

Le Nazioni Unite attraverso l’United Nation Centre for Human Settlements e altre istituzioni mondiali hanno finanziato “esperimenti” di sostenibilità nel mondo qui seguono alcuni esempi.

Tipologie di insediamenti e aree urbane nel mondo

TIPOLOGIA QUARTERI E CITTÁ

Centro Il centro funzionale, amministrativo e finanziario della città (C.B.D.), spesso corrisponde alla città costruita dagli europei nel periodo coloniale

Place des Nations Unies – Casablanca Rampa – L’Avana Connaught Place – Delhi Plateau – Dakar, Abidjan Av. San João – San Paolo

Quartieri di edilizia pubblica

Le aree abitative costruite dallo Stato negli ultimi 50 anni

Campo Grande – Salvador de Bahia Eastleigh – Nairobi HLM (case popolari) – Dakar, Abidjan L’Avana del Este – L’Avana

Quartieri di edilizia privata

Le zone edificate dai privati seguendo le indicazioni del piano regolatore

Alphaville – San Paolo Canela – Salvador de Bahia El-Mourouj – Tunisi Lottizzazioni illegali Aree edificate con la vendita o l’affitto abusivo dei suoli

Fraccionamento illegale (Messico) Lottissements clandestins (Marocco) Barrios de ranchos (Venezuela) Slums Squatters

Vecchi edifici sovraffollati, generalmente prossimi al centro, spesso occupati abusivamente

Cortços (Brasile) Oukala (Tunisia) Funduq (Marocco) Insediamenti illegali e precari

Quartieri spontanei sorti su terreni pubblici o non edificabili, costruiti con materiali precari o di recupero (latta, bidoni, terra, cartone, legno, ecc.), su suoli a rischio (inondabili, franosi, ecc.)

Favelas e invaçao (Brasile) Bidonvilles (Maghreb) Villas miserias (Argentina) Rancitos (venmezuela) bustees (India) gecekondù (Turchia) Township (Sud Africa, Zimbabwe) Centro storico Nucleo originario della città precedente alla colonizzazione (in America Latina corrisponde, invece, alla città coloniale del XVI secolo)

Centri storici: Teheran, Il Cairo Medine: Fès, marrakech, Tunisi Casco coloniale: Quito, L’Avana, Città del Messico, Cuzco Zone industriali Nelle città industriali più importanti queste aree sono localizzati in distretti periferici, ma spesso sono disseminate nel cuore della città.

Ain Sebaa – Casablanca Regla – L’Avana Riberia – Salvador de Bahia Bonaberi - Abidjan

Periferie

Nell’area metropolitana di San Paolo (che oggi conta circa 17,8 milioni di abitanti, dei quali il 65% vive in abitazioni in condizioni al di sotto degli standard), tra la fine degli anni ’80 e gli inizi degli anni ’90, con la collaborazione dell’Università Cattolica, si è attuato un processo di riqualificazione basato sull’ auto-organizzazione dei gruppi sociali più deboli. Il punto di partenza è stato la promozione di associazioni e cooperative a cui veniva attribuita la responsabilità della realizzazione di nuove unità edilizie nella stessa area degli slum, tenendo conto di un insieme di regole stabilite dalla Città metropolitana.

Questo tipo di intervento ha consentito in molti casi di ridurre i costi di costruzione fino al 50% rispetto ad esperienze analoghe di intervento pubblico e, quindi, di raddoppiare la quantità di abitazioni prodotte.

In particolare a Santo André, sono stati promossi degli “incubatori sociali” volti a collegare le reti associative/comunitarie con l’accesso al credito, lo stimolo all’imprenditorialità, l’assistenza tecnica, l’istruzione professionale e nuovi strumenti di concertazione.

La raccolta ed il riciclo dei rifiuti (plastica, vetro, carta, gomma) ha prodotto nuova occupazione oltre che la riqualificazione ambientale.

Il “bilancio partecipato” è stato introdotto per sviluppare cittadinanza, in quanto il recupero è stato concepito per ridurre anche questa forma immateriale di povertà (Daniel e Avamileno, 2002).

Nairobi può essere considerata una città globale perché è sede di un numero elevatissimo di organizzazioni internazionali, tra queste lo stesso UNCHS. Tra il 1995 ed il 2000 è cresciuta ad un tasso di circa il 4,9%.

Il 65% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà e questo si riflette nella rapida espansione delle sue bidonville (dove è localizzato il 60% degli abitanti). Kibera, Kasarani, Dagoretti, Mathare, Korogocho, sono soltanto alcuni di questi insediamenti informali, caratterizzati da una elevatissima densità (42.000 ab/kmq), da piccole unità immobiliari di uno/due locali e completamente privi di infrastrutture (Obudho, 1998).

A Mathare è stato realizzato, con la partecipazione della Repubblica Federale Tedesca e della Chiesa Cattolica di Nairobi, un programma di riqualificazione che interessa circa 32.000 persone, stabilendo un accordo di cessione in uso del suolo per 99 anni. Attraverso il coinvolgimento delle organizzazioni non-profit sia per le opere di realizzazione che di manutenzione, è stato possibile ridurre sensibilmente i costi e garantire i servizi sanitari e scolastici. Ad esempio, la costruzione di oltre 100 chioschi per la vendita di generi alimentari e per la produzione di sapone, candele, ecc, ha prodotto occupazione e reddito. In modo analogo, nel progetto di riqualificazione di Korogocho è stata stimolata la capacità di auto-organizzazione ed il mondo del terzo settore ha rappresentato il motore delle diverse iniziative di sviluppo per combattere la disperazione e “costruire la speranza”.

Istanbul , la più occidentale delle città medio-orientali, ponte di collegamento tra Europa ed Asia, che svolge un ruolo particolare tra il sistema delle “città musulmane” (Il Cairo, Teheran, Lahore, ecc.) e le “città globali”, è caratterizzata da una popolazione di circa 10 milioni di abitanti, che cresce al tasso annuo del 3,56%. I circa 350.000 nuovi abitanti all’anno si localizzano in unità spesso auto-prodotte, espandendo gli insediamenti informali già esistenti. Per affrontare il problema abitativo si è potenziato il ruolo del settore privato e della cooperazione. La Città metropolitana ha acquisito i terreni periferici a basso costo e, successivamente, li ha ceduti ad una società mista che, in poco più di due anni, ha realizzato i nuovi insediamenti. Ad esempio, ad Ikitelli è in corso di ultimazione una nuova città composta da circa 20.000 nuove abitazioni, con un costo di costruzione mediamente inferiore del 20% rispetto a quello “ordinario”.

Tutte queste esperienze hanno cercato di dare una risposta alla sfida dell’allargamento delle opportunità anche a coloro che sono generalmente esclusi dai nuovi processi, collegando gli interventi di riqualificazione edilizia delle periferie povere con la promozione di occupazione (micro-imprese, cooperative giovanili, ecc.) e la realizzazione di nuovi servizi (fonte, a loro volta, di nuovo lavoro). Un elemento che accomuna le diverse esperienze e da cui è dipeso il loro stesso successo, è stato la presenza del mondo dell’associazionismo, del volontariato, delle imprese cooperative, del settore non-profit. Senza il contributo di questo capitale sociale, infatti, sarebbe stato impossibile erogare quei beni e servizi che il mercato non ha alcun interesse a produrre e che le istituzioni pubbliche non riescono ad offrire a causa della sempre minore disponibilità finanziaria. D’altra parte il terzo settore, a sua volta, stimola a realizzare non solo servizi ed occupazione, ma

SSE SEECCCOOONNNDDDAAA PPPAAARRRTTTEEE:::

SSESEERRRVVVIIIZZZIII EEEDDD EEENNNEEERRRGGGIIIAAA

2. INFRASTRUTTURE NEL MONDO

L’acqua nella città

Siccità e scarsa disponibilità, difficoltà finanziarie, organizzative e infrastrutturali proprie dei paesi in via di sviluppo, sommati alla povertà, sono tutti elementi che concorrono a rendere particolarmente critico, l’approvvigionamento dell’acqua, risorsa essenziale della vita.

Il problema dell’acqua è inevitabilmente legato a quello della regolarizzazione della casa: in un quartieri abusivo o precario, le abitazioni non possono essere collegate all’acquedotto per questioni giuridiche (ad esempio assenza del titolo di proprietà) o per questioni tecniche e finanziarie (costruire una rete idrica in un quartiere già edificato è più caro e difficile).

Tali premesse portano a condizioni di paradosso, come nel caso di Dar-es-Salam (ex-capitale della Tanzania), dove il 47% delle famiglie non dispone di acqua corrente, né in casa né nelle immediate vicinanze; il 32% deve dividerla con il vicino (acquistandola dai venditori d’acqua, oppure servendosi alle fontane di quartiere).

Dunque, attraverso un difficile e complesso sistema di reperimento "informale" dell’acqua, ogni persona, in media, dispone di 23,6 litri d’acqua al giorno contro il fabbisogno minimo di 90 l/g accettato a livello internazionale.

Iniquità nella dotazione di infrastrutture. Fonte: WB

Acquedotto Fogna Rete elettrica Poveri e ricchi secondo la soglia di povertà della Banca Mondiale poveri^ ricchi^ poveri^ ricchi^ poveri^ ricchi

Costa D’Avorio 2,4 62,1 3,4 57 13,2 74,

Ghana 10,5 30,6 0,5 14,6 5,6 46

Guatemala 46,9 86,8 16,1 86,

Messico 50,2 95 14,2 83,2 66,2 99

Perù 31 82 12,3 70 22,8 82,

Bolivia solo aree urbane 84,8 89,9 52,6 87,

Paraguay solo aree urbane 53,7 88,8 10,4 62,2 94,5 99,

Oltre tutto, in quei quartieri spontanei dove i singoli privati si organizzano per portare l’acqua alla popolazione, essa è "riveduta" a prezzi superiori a quelli delle erogazioni ordinarie.

Ad Abidjan (Costa d’Avorio) l’acqua venduta per strada può costare fino a 5 volte di più di quella dell’acquedotto; mentre in Mauritania, nella città di Nouakchott, gli speculatori vendono l’acqua dalle 30 alle 100 volte più cara del prezzo pagato dagli utenti allacciati alla rete pubblica (Stren, 1993).

Le condizioni delle città in America Latina sono relativamente migliori di quelle africane: solo il 15% della popolazione non dispone di acqua corrente potabile, anche se in termini assoluti ciò significa ben 45 milioni di persone.

  • produce inquinamento
  • implica consumo di suolo

Infatti il sistema dei trasporti è quello che occupa la quota più elevata di superficie in una città (basti pensare alle maglie urbane).

Città Intensità di uso del suolo Percentuale occupati che utilizzano (Pop + occupati/ettaro) (^) Auto privata Trasporti pubblici A piedi/bicicletta

Phoenix 13 93 3 3 Perth 15 84 12 4 Washington 21 81 14 5 Sydney 25 65 30 5 Toronto 59 63 31 6 Hamburg 66 44 41 15 Amsterdam 74 58 14 28 Stockholm 85 34 46 20 Munich 91 38 42 20 Vienna 111 40 45 15 Tokyo 171 16 59 25 Hong Kong 403 3 62 35

Tale superficie dipende però dalle modalità di trasporto utilizzate. Infatti non tutte le modalità di trasporto implicano lo stesso consumo di suolo. In generale i trasporti collettivi implicano l’uso di minori quantità di suolo, come mostra la figura, nella quale è evidenziata la domanda di spazio espressa da differenti mezzi di comunicazione (Van Witsen, 1990).

La domanda di suolo per il trasporto si identifica

a) in uno spazio statico : lo spazio corrispondente più o meno alla superficie fisicamente occupata dal mezzo di trasporto divisa per il numero di soggetti trasportati, e b) in uno spazio dinamico : lo spazio minimo all’interno del quale può muoversi un solo mezzo di trasporto diviso il numero di soggetti trasportati.

Il cambiamento degli stili di vita in relazione al trasporto incide fortemente sulla domanda di spazio statico e dinamico di trasporto.

Prendiamo ad esempio una metropoli nordamericana ed una giapponese: Toronto e Tokio.

A Toronto l’incidenza di abitanti che usano l’auto è il 63%, il 31% usa mezzi pubblici (metrò e bus), il 6% usa la bici o va a piedi.

A Tokio l’incidenza di abitanti che usano l’auto è il 16%, il 59% usa mezzi pubblici (metrò e bus), il 25% usa la bici o va a piedi.

La domanda di spazio dinamico per l’auto è 50 mq/utente, per l’autobus è 6 mq/utente, per il metrò 2 mq/utente, per la bici 6 mq/utente, per il pedone 1 mq.

La domanda di spazio dinamico per trasporto di 100 abitanti di Toronto è quindi:

(63 utenti x 50mq/utente) + [31 utenti x (6+2)/2 mq/utente] + [6 utenti x (6+1)/2 mq/utente] = = 3150 + 124 + 19 = 3293 mq

mentre la domanda di spazio dinamico per trasporto di 100 abitanti di Tokio è tre volte inferiore:

(16 utenti x 50mq/utente) + [59 utenti x (6+2)/2 mq/utente] + [25 utenti x (6+1)/2 mq/utente] = = 800 + 236 + 98 = 1134 mq

Infatti le densità urbane delle due città sono estremamente diverse, si ribaltano i rapporti e quella di Tokio è tre volte maggiore di quella di Toronto (171 contro 59 abitanti/Ha).

In generale le metropoli densamente popolate si affidano nella gestione dei trasporti ad un incentivo dell’uso dei trasporti pubblici. La superficie stradale pro capite è inferiore nelle metropoli ad elevata densità, e l’uso dei mezzi privati è disincentivato. Anche l’inquinamento diminuisce al diminuire del consumo di benzina, e quindi all’aumentare della densità abitativa. A Toronto vengono consumati 33 GigaJoule/anno procapite, mentre a Tokio circa 9.

Riduzione dei consumi di idrocarburi in funzione dell’incremento della densità abitativa (Newman e Kenworthy, 1989)