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contiene alcuni appunti presi durante le lezioni del prof Vignuzzi per l'esame di didattica dell'italiano e sociolinguistica 2018/19
Tipologia: Appunti
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Il test scritto a fine corso è costituito da 20 domande sugli argomenti affrontati durante le lezioni. Le domande spesso sono ingannevoli, 15 sono a risposta chiusa (3 sono le possibilità di risposta chiusa: 1 è nettamente falsa, 1 è verosimile e 1 è giusta), 5 domande sono aperte ma brevi. Il test è auto-valutativo e non verrà corretto con voto ma si esaminerà con il prof. Le domande dell’esame saranno basate proprio sugli errori fatti nel test. Durante l’esame si più anche scegliere un argomento trattato dagli esperi e parlarne. I libri da studiare sono:
Un semicolto non sa creare un testo comprensibile problema della retorica. Una cosa semplice non si può scrivere in modo semplice, ma complicato. 1/03/ Quando si insegna l’italiano, bisogna scegliere il miglior italiano ma in relazione a quella circostanza specifica. I temi del corso sono:
Il linguaggio si intreccia anche con il sessismo. L’indoeuropeo, per esempio, vede il maschile imporsi come genere non marcato. 09/03/ L’italiano è una lingua strana per varie problematiche: questo è un concetto fisico-matematico. Qual è il modello linguistico su cui è stato elaborato l’italiano di oggi? Il fiorentino? Se sì, di quale epoca? Parlato o scritto? Il fiorentino volgare era la lingua diffusa nel XV sec. che deriva da quello delle 3 corone e non è quindi il fiorentino parlato. Dante, Petrarca e Boccaccio non si incontrano spesso: Dante muore prima, gli ultimi due si incrociano solo tre volte e non parlano volgare tra loro Boccaccio era fiorentino ma parlava francese o napoletano. La loro lingua parlata non era il volgare fiorentino, quindi. Normalmente le lingue sono varietà delle classi dominanti adottate dal resto della popolazione perché imposte dal potere e si consolidano nello scritto. È il caso del latino, che ha due varietà: latino classico e latino volgare. Il latino classico era quello che veniva insegnato nelle scuole e che inizia a non essere più parlato a partire dal 476 d.C., anno della caduta dell’Impero romano d’Occidente di cui era lingua ufficiale, scomparendo dall’uso comune. Diventa poi l’unica lingua scritta, parlata da pochissime persone della Chiesa occidentale. Il latino classico era quindi scritto e parlato soltanto dai ricchi e dai potenti. Il latino volgare era invece quello del popolo, quello usato da tutti tranne che a scuola. Ma non era uno: comprendeva più varietà. Il modello di lingua, quella standard, si basa quasi sempre sul parlato delle classi superiori. In Inghilterra, la lingua standard era fino a poco tempo fa il king’s language o queen’s language. In Francia, Francesco I ordina ai sudditi di usare la lingua del re, cioè il francese parigino della corte. E così sarà un po’ovunque. Le due eccezioni in Europa sono rappresentate dal tedesco e dall’italiano. Per il tedesco standard non si usa la lingua della corte ma quella di Martin Lutero, che traduce la Bibbia e una serie di libri di canti usati durante la messa nel suo tedesco parlato: così tutti vengono a conoscenza di una lingua parlata e poi scritta. Il tedesco moderno si basa quindi sul parlato-scritto di Lutero. L’italiano è l’unica lingua basata sullo scritto, in particolare sul fiorentino, il fiorentino di Petrarca (quello del Canzoniere o Rerum vulgarium fragmenta ) e di Boccaccio (quello del Decameron ), con Dante (quello delle parti più elevate della Commedia ) sullo sfondo. Italiano lingua strana
Nello stesso anno, Antonio de Nebrija pubblica la prima grammatica europea di una lingua volgare, la Grammatica della lingua castigliana e dedica il libro alla regina Isabella di Castiglia per fare in modo che la lingua castigliana diventi la lingua dell’Impero cristiano. Nel prologo di questa grammatica, l’umanista spagnolo scrive “sempre la lingua fu compagna dell’Impero”. Francesco Bruni ha definito l’ italiano una “lingua senza impero” perché mentre molte lingue europee, in primo luogo lo spagnolo (ma anche il portoghese, il russo, il francese), debbono la loro espansione fuori dei confini nazionali alla supremazia politico-militare o a quella economico-commerciale (l’inglese della colonizzazione britannica che è fattore non secondario all’attuale diffusione dell’anglo-americano), per l’italiano, lingua senza impero, questo metro non vale, e la lingua letteraria ha avuto fortuna perché è stata e continua a essere una lingua leggera, che si afferma non per la pesantezza di forti organizzazioni statali o economiche, ma per le virtù della creatività. L’italiano è quindi una lingua non sostenuta, come nel caso di altre lingue europee, da un apparato coloniale e da precise strategie di espansionismo politico. Il Regno Sabaudo prima e la Repubblica poi, non avevano nemmeno una legge che riconoscesse una lingua, che rendesse una lingua la lingua dello stato. L’italiano non c’è nella Costituzione perché i costituenti lo davano per scontato. Nessuno ha mai imposto un modello di italiano, nemmeno in Italia, neanche Manzoni. Il concetto di Italia nasce nella Francia della seconda metà del XIII secolo dove si sviluppa un concetto di cultura molto avanzato, grazie a Brunetto Latini e a Dante. L’Italia è una nazione plurale che sviluppa una letteratura tra le più avanzate al mondo (in primis, l’umanesimo). Un élite tra le più colte in Europa, un gruppo di intellettuali, si riconosce nella lingua delle tre corone, la sceglie come modello, ma non la impone mai. A distanza di 300 anni, diventa la base di una nazione che non ha ancora una lingua. 15/03/ Fino a metà dell’800 non c’era nessuna idea o ipotesi di creare un paese di nome Italia (leggere capitolo 5 Trifone). Tra il 1260 e il 1265, in Francia, Brunetto Latini (fiorentino, maestro di Dante che lo mette all’inferno) crea il concetto di Italia. Di Brunetto non abbiamo documentazioni se non i dati forniti da Dante. Brunetto Latini tradusse Cicerone e scrisse La Rettorica (ripresa dalla Retorica di Aristotele). Era in esilio in Francia dopo la vittoria dei ghibellini a Montaperti (1260) perché era guelfo. In Francia scrisse il Tresor (prima enciclopedia volgare in senso proprio, scritta in lingua d'oïl). In essa compaiono le parole “Ytalie” e “Ytalien”, termini già esistenti ma riferiti soltanto all’antichità. Per i linguisti, “Italia” non è un termine popolare: la “i” dovrebbe cadere e il nostro Paese dovrebbe chiamarsi Taglia/ Talia. Il concetto geografico politico non esiste. Dopo il 568 d.C., cioè dopo l’arrivo dei Longobardi (ariani che non avevano una cultura forte), l’Italia era spaccata in 2: Longobardi (i quali non riuscirono, infatti, a conquistare tutta l’Italia) e Bizantini. Nel 774 il Regno dei Longobardi cade a opera dei Franchi di Carlo Magno. Quando Carlo Magno fonda nell’’800 il Sacro Romano Impero, non conquista il sud italiano, il quale resta sempre in mano ai musulmani. Bari per circa 50 anni è stata un emirato. Esistono due Italie, la cui divisione persiste fino al 1860: nord-centro, corridoio Ravenna-Roma, e sud. Il sud sarà unificato dai Normanni. In Italia fino al 1860 quando si parla di regno si parla di regno del sud. Questa divisione non è qualcosa di contingente, ma corrisponde a esigenze di lunga durata. Anche se oggi si parla giustamente di divisione Nord-Sud in realtà l’Italia è una terra di incontri e scontri da 5000 anni, l’Italia è una terra divisa anche tra est e ovest. La divisione Nord-Sud è valsa fino al 1300. Un testo fiorentino di metà 200 oppone Longobardia e Romània. Nella Divina Commedia Dante se la prende con i pugliesi per aver tradito l’impero. In Puglia a quel tempo la gente era divisa per nationes, gruppi omogenei per nascita. La nationes italica non esisteva. I popoli hanno una “natio” separata per cui tutta l’Italia dei comuni è l’Italia dei longobardi. Il ducato di toscana era longobardo e il termine longobardo venne utilizzato in Europa con significato di “strozzino”. In tutto questo si inserisce Brunetto Latini, grande uomo di cultura che conosce il latino classico, che ha studiato il diritto romano (Cino da Pistoia (Guittoncino) era professore di diritto romano). Le età umanistiche sono tre:
Tanto gentile e tanto onesta pare (1280) Nel mezzo del cammin di nostra vita (1305) [= nel mezzo del cammino della nostra vita] L’amor che move il sole e l’altre stelle (1321) Sono frasi scritte centinaia di anni fa, ma corrispondono all’italiano corrente. Francesco Petrarca: Chiare, fresche et dolci acque (1374) Chiara Fresca Sprite (1990) L’italiano è una lingua particolare, peculiare, idiosincratica e “strana”. Non in sé, ma per la sua storia. La storia linguistica dell’italiano risale al latino classico, a cui si accompagna il latino volgare. Molti romanzi vengono scritti in volgare fino a che si arriva al fiorentino delle tre corone e, infine all’italiano contemporaneo. Latino classico/latino volgare volgari romanzi fiorentino delle tre corone italiano contemporaneo Italiano lingua scritta e letteraria 2 codici su cui Petrarca ha raccolto bozze poi messe in bella. Codici del Canzoniere : 1. Brutta copia (codice abbozzi 3196); 2. Bella copia dell’editore, in cui c’è lo standard dell’italiano. 3° codice della Commedia scritto da Boccaccio e inviato a Petrarca. Codice trovato da Bembo, che fa da “consulente editoriale” ad Aldo Manuzio (a cui si deve dare il merito della stampa in caratteri latini, la diffusione dell’apostrofo, l’invenzione del corsivo, e l’apertura del mercato ai libri tascabili).
Manuzio propone che i classici volgari scelti da Bembo ( Cose volgari di Petrarca e Commedia di Dante) siano belli di grafia, di stampa e di contenuto (1500) Il modello linguistico delle tre corone si impone come modello letterario dopo la morte di Petrarca e l’umanesimo. Quando nasce l’italiano? Abbiamo una fase preistorica della lingua italiana fino al 1525. Difatti, il modello neostandard alto coincide al 90% con quello stabilito da Bembo nel 1525. La storia dell’italiano nasce nel 1525, ma si ricollega a 150 anni prima, perché Bembo dice che bisogna scrivere sul modello di Petrarca, morto nel 1374. La scelta di Bembo è una scelta arcaicizzante perché Bembo sceglie una lingua che a Firenze già non si usa più nel parlato. Si tratta di una duplice stranezza dell’italiano. Macchiavelli sosteneva che occorresse scrivere in fiorentino contemporaneo e diceva a chi, come Trissino, aveva proposto il nome di italiano, che era un traditore del fiorentino. Questo Macchiavelli lo dice in Discorso intorno alla nostra lingua in cui immagina un litigio con Dante. In questa operetta afferma che chi lo chiama fiorentino ha ragione mentre chi lo chiama toscano merita la tortura. Dice inoltre di non voler essere considerato e definito scrittore italiano, eppure noi lo consideriamo uno scrittore della letteratura italiana. Macchiavelli come parlava? Al suo tempo il fiorentino si era molto modificato, c’erano state molte innovazioni nella lingua parlata rispetto all’epoca fino a Boccaccio (per esempio, si diceva già “io ero” e “io andavo”, mentre fino all’epoca di Boccaccio si diceva “io era” e “io andava”. Quest’ultima forma era considerata letteraria e ritenuta più corretta anche da Carducci, il quale difetti accusa Manzoni di scrivere in dialetto nei Prossimi Sposi dove utilizza la prima forma). Erano innovazioni quattrocentesche, riguardanti espressioni, lessico, etc... Ecco quindi un’altra stranezza dell’italiano: oggi parliamo una lingua che è più arcaica di quella di Macchiavelli. Preistoria dell’italiano: XIV (prima del 1525). Il modello dello standard italiano odierno è la lingua delle tre corone, in particolare dei capolavori letterari di Dante, Petrarca e Boccaccio. Cioè, non la lingua delle tre corone in assoluto, ma la lingua che usano nella loro letteratura migliore ( Commedia, Canzoniere, Decameron ). Diffusione del modello: sec. XV con Umanesimo che prima è fiorentino, poi diventa italiano e infine europeo. Il sec. XV è stato definito anche, oltre che secolo senza poesia, “il secolo della crisi linguistica dell’umanesimo”. Questo concetto di crisi linguistica è fondamentale perché la storia dell’italiano è un susseguirsi di crisi. Questo perché, come ha sostenuto Gramsci, ogni volta che la società italiana si interroga sulla lingua, cioè ogni volta che c’è una crisi linguistica, vuol dire che la società è andata oltre i limiti della lingua. L’italiano difatti nasce come una coperta troppo corta per le esigenze della società; nasce come lingua per la società italiana letterata, ma era inadeguata ai bisogni comunicativi. Man mano che la società si modernizza, si pone il problema dell’inadeguatezza del modello italiano ai bisogni comunicativi della società italiana. Ecco perché Manzoni ci ha messo un quarto di secolo (25 anni) a scrivere i Promessi Sposi , o meglio, per trovare una lingua adeguata (li aveva scritti già nel 1821). L’italiano tutt’oggi è una lingua aristocratica e letteraria, una lingua strana. L’Umanesimo rappresenta una crisi che però è anche un momento di crescita. Il problema di questa crisi è che la patria delle tre corone, Firenze, vede dei problemi procurati proprio dall’Umanesimo, che inizialmente è un umanesimo latino. L’italiano non si è mai diffuso per imposizione, ma per espansione, in particolare con due grandi poli, Nord (Padova dove ha insegnato Cino da Pistoia, Veneto) e Napoli (dove gli angioini avevano sempre usato il francese, ma l’economia era in mano ai fiorentini). Ciò non significa che ci sia stata una diffusione dal basso: la diffusione, infatti, a lungo è avvenuta tra letterati cortigiani, perché nelle corti erano richieste persone che sapessero leggere e scrivere. Con l’Umanesimo, nelle corti tutti gli intellettuali devono imparare il latino. La cultura umanistica quindi si diffonde negli ambienti di corte, ma con alcune differenze. Il Decameron è spesso copiato dai mercanti, è una sorta di Best-seller. Nel ‘400 si sviluppano due tipi di grafia: italica , destinata più per la divulgazione dei testi, e mercantesca , non destinata alla letteratura, ma al commercio e all’industria. Quindi abbiamo da una parte l’umanesimo latino, che vede il latino come la lingua perfetta, la lingua per eccellenza, perché è la lingua dei classici e non di tutta la tradizione latina come diceva Dante. Chi non conosce il latino, non è degno di avere ruoli importanti perché, per l’amministrazione, serve gente che sappia leggere e scrivere in latino. Iniziano a sorgere problemi: fuori da Firenze, nella metà del ‘400, tutta l’amministrazione è in latino, un latino che non è quello insegnato oggi, ma un latino quasi parlato che gli umanisti non conoscevano e riportante termini oggi sconosciuti. Questo latino aveva soprattutto termini molto concreti, non belli. A partire da un episodio avvenuto a Federico II (il suddito non sa che “accipiter” significhi “prendere” (in riferimento a un bellissimo spalviero) e, credendo che voglia dire arciprete, lega quest’ultimo e lo mette in un sacco, ricevendo così la scomunica del
Le Istitutiones di Manuzio vengono ristampate con un trattato di Erasmo da Rotterdam. Alcune opere di Manuzio stampate dopo la sua morte, e dopo la morte di Erasmo, recano i loro nomi in frontespizio, ma il nome di Erasmo è cancellato, perché accusato di essere eterodosso, sebbene questi testi non trattino di argomenti religiosi. In uno di questi testi, compare per la prima volta il corsivo, nelle parole di Santa Caterina. Comunque, al tempo abbiamo 3 ipotesi possibili per il volgare a fine ‘400, inizio ‘500:
alla portata di più persone. Le prime stampe fino al 1500 sono chiamate incunaboli o quattrocentine, in seguito cinquecentine. A Venezia opera l’importante editore Aldo Manuzio fiancheggiato da Bembo che è una sorta di editor perché cura la collana dei classici greci, latini e italiani (pubblicherà anche la Commedia di Dante). Accanto a Manuzio, cresce anche un’editoria popolare che stampa, per esempio, manualetti per imparare a leggere e a scrivere (quelli che oggi chiameremmo libri d’uso e di servizio). La prima cosa che fa Martin Lutero, invece, è stampare la sua Bibbia. La stampa produce quindi una rivoluzione importante che avrà un ruolo nella storia dell’italiano. L’italiano standard di oggi si basa sui tre capolavori delle tre corone, ovvero su tre libri: Commedia, Canzoniere e Decameron. Il modello delle tre corono si è diffuso all’inizio del ‘500. Nascono tre ipotesi: due che possiamo chiamare del “fiorentino puro” e una non fiorentina, proposta dai nobili di corte. La lingua cortigiana è variabile a seconda delle località e anche a seconda della cultura degli intellettuali di corte. La lingua cortigiana è parlata perché è usata nelle corti. [ Il Cortegiano di Castiglione è un manuale di buone maniere che insegna pure come il gentiluomo deve parlare.]. La soluzione che propone questa lingua è chiamata eclettica cortigiana, la quale però non può funzionare per i motivi sopra elencati, in quanto il lettore vuole che il testo stampato sia senza errori (con ogni diligenza corretto). Paolo Trovato nel suo libro Con ogni diligenza corretto. La stampa e le revisioni editoriali dei testi letterari italiani (1470-1570) spiega che le correzioni dei testi nel ‘500 vanno in direzione del mercato, che vuole una lingua pulita, corretta, e quindi verso la soluzione di Bembo. Il modello cortigiano non è quindi buono perché eclettico e finisce con la chiusura delle corti, crolla perché crolla il suo supporto fisico: le corti, appunto. È un periodo storico in cui le corti hanno problemi da affrontare più impellenti e gravi rispetto a quello linguistico. Venezia ha un problema con i turchi. Roma ha problemi con la riforma protestante di Lutero. Napoli, con l’arrivo dei viceré spagnoli, vede la chiusura delle accademie. Le uniche corti che si pongono il problema linguistico sono quella di Firenze e quella di Torino. Firenze lo fa con i Medici che, ripercorrendo la storia di Lorenzo il Magnifico, propongono il primato linguistico del fiorentino. Torino lo fa con i Savoia, ma in Piemonte l’italiano usato non era buono. Restano in piedi, quindi, altre due soluzioni: quella contemporanea, il cui esponente più illustre è Machiavelli, e quella classicistica, il cui sostenitore è Bembo. Machiavelli s’inserisce nella disputa tra i sostenitori della linea bembiana, che propongono come modello il toscano letterario del Trecento, e i fautori della teoria cortigiana, che ritengono preferibile la lingua delle cancellerie in quanto strumento collaudato di comunicazione interregionale. Machiavelli rivendica invece il primato del fiorentino contemporaneo, vivo e parlato, rivendica il diritto di scrivere quindi nel proprio fiorentino, come aveva fatto Dante. In realtà, Machiavelli innalza il livello linguistico del fiorentino e tende a un fiorentino alto, sostituendo a forme uso alcune forma usate dalle tre corone. Affinché questa soluzione potesse essere adottata, affinché le persone potessero parlare il fiorentino, dovevano studiarlo. L’unico modo per imparare questa lingua era quello di recarsi a Firenze (come faranno i giovani dei Cappuccini nel ‘600 e come farà Manzoni più tardi). Non si poteva fare una grammatica perché sarebbe stata una grammatica di una lingua parlata. È un modello che quindi non può funzionare. L’unica soluzione possibile resta allora quella arcaizzante. Si tratta di un modello scritto, formulato da Bembo, uno dei massimi umanisti e classicisti. Bembo fissa, da una parte, il modello di Cicerone delle Epistole e della Retorica e, dall’altra, Virgilio, Orazio ed Euripide. Si tratta di un modello valido per tutte le epoche e facilmente conoscibile attraverso il possesso di libri. Bembo fa con il volgare lo stesso lavoro che era stato fatto con il latino classico. A Bembo non interessa la lingua d’uso, ma la migliore lingua possibile per scrivere poesia e, in particolare, la lirica. È una questione di stile e non d’uso. Per la poesia, i modelli sono Dante e Petrarca, per la prosa, il modello è Boccaccio. A questo punto, se si vuole scrivere in italiano, non si deve avere necessariamente una grammatica (Bembo, tra l’altro, scrive anche una grammatica all’interno delle Prose ma non è la prima come da lui dichiarato): basta comprare un libro di Petrarca. I problemi iniziano con Boccaccio, considerato il modello della prosa. Dopo il concilio di Trento, sia nella chiesa italiana che in quella protestante prevalgono gli estremisti che decidono di attuare un controllo minuzioso e strettissimo sulla stampa perché, a parer loro, diffonde idee sbagliate (uccidono anche
Nascono allora due problemi:
nazionale. Nel sonetto alfieriano si dice che “il germano ci ha tolto perfino la lingua, l’unico elemento che ci restava dell’unità nazionale”. L’Illuminismo stava già formulando il nostro concetto di unità nazionale dove la presenza della lingua è fondamentale. In un momento in cui praticamente nessun italiano può pensare ad un’unità italiana politica, questo gruppo, compresi i fratelli Verri, parla di unità culturale. Anche un illuminista moderato cattolico come il Muratori (fondatore della filologia storica italiana) parla di italiano “lingua comune”. L’Italia venne definita espressione geografica nel congresso di Vienna del 1815, quando non ha un’unità politica, ma ha un’unità culturale che ha come base questo italiano. La situazione era complicata perché non solo l’italiano era sotto attacco dal punto di vista teorico, ma anche dalla prassi. Dalla seconda metà del ‘600 viene creato dal re Sole (Luigi XIV) quel concetto del re come Stato. Il re Sole fa un sondaggio sul fatto che lui è lui e tutti gli altri non sono nulla e chi non era d’accordo veniva eliminato. Ormai l’idea francese che si stava diffondendo in tutta l’Europa illuministica è che il francese era la lingua della cultura, dell’essere civile. La Francia è centro di cultura e moda. Venezia nel ‘700 era uno dei centri più ricchi d’Europa e in un giorno di festa viene messo in piazza un manichino di donna vestita alla francese, la cosiddetta “bambola di Francia”, in modo che tutte le donne si possano vestire come detta la Francia. C’è un’accettazione delle classi medio-alte e del popolo di termini francesi (per esempio, il termine “supplì” viene dal francese). Si viene a creare un lessico intellettuale europeo nel periodo illuministico, una serie di termini ripresi o coniati da termini greci e latini (i termini “televisore” e “telefono” sono coniati dal greco). Si crea un lessico in cui le parole non sono coniate solo in Francia ma anche negli altri Paesi. Gli illuministi italiani sono all’avanguardia anche perché in Italia molto presto (primi del 700) arrivano grandi pensatori francesi. Questi intellettuali si trovano il problema di quale lingua usare per scrivere. La lingua della cultura tradizionale contro cui si combatte è il latino, quindi non bisogna scrivere in latino (già Galileo e poi Newton scrivevano anche nella propria lingua). La lingua della nuova cultura diventa il francese, anche perché gli intellettuali europei parlano il francese, lo studiano. Una delle grandi contraddizioni dell’Italia nell’800 è che la maggior parte degli intellettuali parla il francese e non parla l’italiano. Usare il francese sarebbe però fare una cosa anti-nazionale: bisognava usare la lingua italiana, ma non era adeguata. Ecco allora la prima grande rottura: bisogna quindi allargare l’italiano all’esperienza colta, intellettuale. Il pensatore Melchiorre Cesarotti scrive un saggio che pubblica nel 1800. La prima versione è intitolata Della lingua italiana ; durante il predominio di Napoleone, il saggio si chiama Sulla filosofia delle lingue e si parte dal concetto che non esistono lingue pure ma che ogni lingua si arricchisce tramite lo scambio con le altre lingue. Questa idea illuministica comporterebbe però la creazione di un’accademia in cui si esamini e si scelga cosa accettare e cosa non accettare. Quello che conta non è quello che decide l’accademia ma quello che fanno le persone di quella lingua (il concetto di uso), ma dove sta l’uso per l’italiano? Questa è la situazione nei primi dell’800. Il problema è: come fare per arricchire i settori che non usano l’italiano? Questo è un problema di tutte le lingue nuove e quindi anche dell’italiano perché, nonostante abbia origini antiche, è una lingua giovane. Con la rivoluzione francese c’è stato un altro cambiamento storico: si collega il concetto di stato e il concetto di popolo di uno stato, nasce quindi il concetto di nazione. Ogni popolo ha un territorio che consiste in una nazione che necessita di uno Stato. Questo nesso condizionerà la storia del nostro continente, cioè il collegare gli stati ai popoli con il concetto di nazione. Ciò lo esprime bene Marzo 1821 del giovane Manzoni, il quale lo pubblica solo nel 1848. In questo testo si dice che l’Italia sarà un esercito-lingua-religione e questo pensiero nasce proprio in Francia sulla base della monarchia assolutistica (Francesco I nel ‘500 stabilì che tutti i sudditi francesi dovevano parlare in francese, la buona lingua del re, in sede “istituzionale”). L’unico sovrano che in Italia fa una cosa del genere èun sovrano nato in Francia e di cultura spagnola, Emanuele Filiberto, il quale stabilisce intorno al 1560 che nei suoi stati al di là delle Alpi si deve parlare in francese, mentre al di qua (in territorio italiano) italiano. Ma nelle altre parti d’Italia nessuno pensa una cosa simile. Se prima della rivoluzione lo Stato era del re, adesso è dei cittadini, quindi il francese diventa la lingua dei cittadini, nonostante il francese non fosse la lingua parlata dai cittadini. Un abate francese, Gregoire, per spingere i francesi a studiare la lingua propone alla Convenzione un certificato di conoscenza del francese senza il quale non si può contrarre matrimonio (questa proposta però non passa). L’idea era che se non si insegnava il francese a tutti, i figli delle coppie non avrebbe saputo il francese e non ci sarebbe stata uguaglianza. Di fatto, alla Francia rivoluzionaria servivano bambini che, crescendo, sarebbero andati a fare i soldati e
Manzoni era di formazione illuminista, di area cattolica. Scrive un romanzo per una nazione che non c’è (cioè che non esiste ancora come Paese, è solo una nozione geografica), in una lingua che non c’è. L’Italia era costituita da tutti piccoli stati e gli italiani non si consideravano tali, soprattutto al Sud. Non esisteva nemmeno una lingua, c’era solo una lingua per la poesia. Manzoni, negli anni ’20, era considerato uno dei massimi poeti. Le sue tragedie sono scritte in francese, mentre le poesie in italiano poetico. Anche Manzoni scrie in quella lingua, ma quasi sicuramente non la parla. In quale lingua può invece scrivere i Promessi Sposi? È un romanzo di formazione sociale perché racconta come due contadini, reagendo a una sorta di mafioso (ucciso poi dalla peste), scalano la piramide sociale. Renzo si sposa, diventa imprenditore e fa studiare i figli. Questo era ciò che dovevano fare gli italiani dopo essersi liberati dagli stranieri. Gli umili per Manzoni sono gli appartenenti alla piccola borghesia che ancora non esiste. Manzoni pensa di scrivere in dialetto milanese (sul modello di Porta), ma nella prosa sa di non poterlo fare perché sarebbe venuto meno lo scopo linguistico di raggiungere i contadini. La lingua doveva essere quella in cui le istituzioni dell’Italia (che si doveva ancora creare) avrebbero dovuto utilizzare. Manzoni ci impiega 25 anni (dal 1821 al 1845) per scrivere i Promessi Sposi perché non conosce la lingua in cui deve scrivere. Le uniche due lingue nel cuore di Manzoni sono il dialetto milanese e il francese. Ci sono tre fasi dei Promessi Sposi : ’21-’25; ’27; ’40. Manzoni all’inizio scrive di getto, sulla base della sua competenza linguistica, l’italiano letterario, ma appena finisce di scrivere, scarta il romanzo e ricomincia. In mente, ha il modello francese e cerca una lingua di questo genere. Pensa di averla trovata nel Vocabolario dell’Accademia della Crusca, ma contiene pochissimi termini quotidiani si basa sull’italiano scritto degli autori. Manzoni cerca soprattutto autori parlati e si volge allora verso il teatro e verso gli scrittori comici perché nella commedia si parla di cose quotidiane. Si convince che la lingua del Vocabolario è una lingua parlata e la usa per riscrivere i Promessi Sposi. Resosi conto che non è così, va in Toscana, entra a contatto con i nobili e gli intellettuali e inizia a pensare che il modello giusto sia costituito dal fiorentino colto (che non è il dialetto fiorentino, ma l’italiano imparato sui libri e parlato dai fiorentini colti). Ciò che interessa a Manzoni sono però gli elementi che fanno viva una lingua: i modi di dire, le cosiddette espressioni politematiche. Manzoni cerca una lingua vera e viva, e la cerca nell’uso. 6/04/19 SEMINARIO SUAREZ DOCUMENTI EUROPEI FONDAMENTALI PER LA DIDATTICA DELLE LINGUE Quando si parla di documenti europei, si parla di politica linguistica. Ci sono delle date importanti nella storia della politica linguistica: 1989 programma lingua 2001 anno europeo delle lingue (nato con l’obiettivo di diffondere le lingue europee) 2000 strategia di Lisbona (convegno nato per ribadire l’importanza dell’insegnamento delle lingue anche in chiave lavorativa) Progetto istruzione e formazione 2010 2004 e 2006 divulgazione dell’apprendimento delle lingue mettendo in risalto l’importanza della diversità. Nel 2006 il Parlamento europeo e il Consiglio europeo definiscono 8 competenze chiave nel sistema educativo; le più importanti sono le prime due: la prima competenza è la comunicazione nella madrelingua e la seconda competenza è la comunicazione nelle lingue straniere. Le due competenze sono considerate ugualmente importanti: non va quindi stabilita tra di esse una gerarchia. 2010 Strategia Europa 2020 (sono presentate le attività che promuovono la mobilità dei giovani, anche in funzione lavorativa) I documenti importanti sono: