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L'italiano, Lingua Strana: Storia, Evoluzione e Problematiche - Prof. Vignuzzi, Appunti di Storia della lingua italiana

contiene alcuni appunti presi durante le lezioni del prof Vignuzzi per l'esame di didattica dell'italiano e sociolinguistica 2018/19

Tipologia: Appunti

2019/2020
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Caricato il 11/02/2020

darioilcane94
darioilcane94 🇮🇹

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Vignuzzi – Didattica dell’italiano e sociolinguistica
L’italiano, lingua strana
Il test scritto a fine corso è costituito da 20 domande sugli argomenti affrontati durante le lezioni. Le domande spesso
sono ingannevoli, 15 sono a risposta chiusa (3 sono le possibilità di risposta chiusa: 1 è nettamente falsa, 1 è
verosimile e 1 è giusta), 5 domande sono aperte ma brevi. Il test è auto-valutativo e non verrà corretto con voto ma si
esaminerà con il prof. Le domande dell’esame saranno basate proprio sugli errori fatti nel test. Durante l’esame si più
anche scegliere un argomento trattato dagli esperi e parlarne.
I libri da studiare sono:
- G. Berruto, Sociolinguistica dell’italiano contemporaneo, Roma, Carocci, 2012, nuova edizione (capp. 1, 2, 4);
- P. Trifone, Pocoinchiostro. Storia dell'italiano comune, Bologna, il Mulino, 2017 (capp. 1-5);
- Luca Serianni, Prima lezione di grammatica, Roma-Bari, Laterza, 2006 (tutto, in particolare concetto di norma,
concetto di coerenza, concetto di coesione).
Altre letture consigliate:
Marazzini, L’italiano è meraviglioso;
De Mauro, Storia linguistica dell’Italia unita;
Antonio Manzini, racconti con protagonista Rocco Schiavone;
G. Lo Duca, Lingua italiana ed educazione linguistica. Tra storia, ricerca e didattica, Roma, Carocci, 2013;
Giuseppe Antonelli, Anche Leopardi diceva le parolacce;
Marco Biffi;
Rita Fresu, studi su linguaggio e genere;
Contini, analisi di Tanto gentile e tanto onesta pare;
Ernesto Galli Della Loggia, L’identità italiana;
Paolo Trovato, Con ogni diligenza corretto. La stampa e le revisioni editoriali dei testi letterari italiani (1470-1570);
Carlo Ginzburg, Il formagggio e i vermi (sono riportate le vicende di Domenico Menocchio).
Al prof interessano soprattutto le idee fondamentali con le ricadute didattiche non intese solo nel senso scolastico
però.
Le tesine sono due, facoltative e si possono fare anche insieme. Aiutano dal punto di vista dell’esame che si riduce ad
una formalità.
1. Breve schizzo di 3 pagine (3 cartelle di 2000 battute ciascuna, massimo 8000 battute) della nostra autobiografia
linguistica. Bisogna ripercorrere criticamente la formazione della nostra competenza linguistica (come si è
studiato l’italiano, le differenze tra lingua parlata a casa e a scuola, il concetto di errore ecc..). La tesina deve
essere strutturata così:
1.1. Storia linguistica personale (come si è formato il proprio repertorio linguistico con particolare riferimento allo
standard o, meglio, all’italiano pensato in situazioni formali) con elencazione di fasi/situazioni linguistiche
(competenza attiva, ovvero forma che si usano; competenza passiva, ovvero forma che si accettano; uso
formale e informale) e descrizione di coloro che hanno partecipato alla formazione del repertorio linguistico
(parenti, scuola, attività del tempo libero).
1.2. Confronto tra tratti neo standard e tratti usati, accettati o non accettati (uso attivo e passivo, uso formale e
informale). Ci sono tre livelli della comunicazione: F1 gruppo interno (famiglia in senso ampio, chi
frequentava la nostra casa quando eravamo piccoli e chi ha partecipato al tipo linguistico di base); F2 gruppo
“dei pari” (socializzazione primaria tipo asilo ed elementari. Parlare di come è emerso il dialetto durante la
scuola nel confronto con i compagni. Ciò che conta non è la distanza geografica, ma antropica. Dire se si sono
incontrati professori puristi al liceo e poi spiegare perché si è scelta la Sapienza, dove si incontrano studenti da
tutta Italia. Parlare della propria esperienza da fuori sede, del confronto con altri dialetti e dei problemi che ne
sono derivati); F3 gruppo esterno.
F1 e F2 fanno parte della cosiddetta rete di comunicazione primaria”, F3 della rete di comunicazione
secondaria.
2. Indagine di tipo storico di 5 pagine circa (una pagina per testo, mezza pagina o una pagina per trascrizione, 1
pagine per analisi). Cercare un documento privato (lettere di emigrati, documenti non istituzionalizzati, ricette,
diari, agende, appunti, cartoline); scrivere dove è stato trovato; descrivere i suoi dati (grandezza, dati proprietario:
chi è, quali studi ha fatto ecc..); fare ricostruzione, trascrizione e analisi (uso interpunzione, uso maiuscole e
minuscole); analisi di grafia (per esempio, un semicolto scriverebbe come un bambino, con caratteri grandi, senza
differenziare maiuscole e minuscole ecc…); parlare di eventuali errori ortografici e fare resa grafica corretta;
analisi del lessico.
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Vignuzzi – Didattica dell’italiano e sociolinguistica

L’italiano, lingua strana

Il test scritto a fine corso è costituito da 20 domande sugli argomenti affrontati durante le lezioni. Le domande spesso sono ingannevoli, 15 sono a risposta chiusa (3 sono le possibilità di risposta chiusa: 1 è nettamente falsa, 1 è verosimile e 1 è giusta), 5 domande sono aperte ma brevi. Il test è auto-valutativo e non verrà corretto con voto ma si esaminerà con il prof. Le domande dell’esame saranno basate proprio sugli errori fatti nel test. Durante l’esame si più anche scegliere un argomento trattato dagli esperi e parlarne. I libri da studiare sono:

  • G. Berruto, Sociolinguistica dell’italiano contemporaneo , Roma, Carocci, 2012, nuova edizione (capp. 1, 2, 4);
  • P. Trifone, Pocoinchiostro. Storia dell'italiano comune , Bologna, il Mulino, 2017 (capp. 1-5);
  • Luca Serianni, Prima lezione di grammatica , Roma-Bari, Laterza, 2006 (tutto, in particolare concetto di norma, concetto di coerenza, concetto di coesione). Altre letture consigliate: Marazzini, L’italiano è meraviglioso ; De Mauro, Storia linguistica dell’Italia unita ; Antonio Manzini, racconti con protagonista Rocco Schiavone; G. Lo Duca, Lingua italiana ed educazione linguistica. Tra storia, ricerca e didattica , Roma, Carocci, 2013; Giuseppe Antonelli, Anche Leopardi diceva le parolacce ; Marco Biffi; Rita Fresu, studi su linguaggio e genere; Contini, analisi di Tanto gentile e tanto onesta pare ; Ernesto Galli Della Loggia, L’identità italiana ; Paolo Trovato, Con ogni diligenza corretto. La stampa e le revisioni editoriali dei testi letterari italiani (1470-1570); Carlo Ginzburg, Il formagggio e i vermi (sono riportate le vicende di Domenico Menocchio). Al prof interessano soprattutto le idee fondamentali con le ricadute didattiche non intese solo nel senso scolastico però. Le tesine sono due, facoltative e si possono fare anche insieme. Aiutano dal punto di vista dell’esame che si riduce ad una formalità.
  1. Breve schizzo di 3 pagine (3 cartelle di 2000 battute ciascuna, massimo 8000 battute) della nostra autobiografia linguistica. Bisogna ripercorrere criticamente la formazione della nostra competenza linguistica (come si è studiato l’italiano, le differenze tra lingua parlata a casa e a scuola, il concetto di errore ecc..). La tesina deve essere strutturata così: 1.1. Storia linguistica personale (come si è formato il proprio repertorio linguistico con particolare riferimento allo standard o, meglio, all’italiano pensato in situazioni formali) con elencazione di fasi/situazioni linguistiche (competenza attiva, ovvero forma che si usano; competenza passiva, ovvero forma che si accettano; uso formale e informale) e descrizione di coloro che hanno partecipato alla formazione del repertorio linguistico (parenti, scuola, attività del tempo libero). 1.2. Confronto tra tratti neo standard e tratti usati, accettati o non accettati (uso attivo e passivo, uso formale e informale). Ci sono tre livelli della comunicazione: F1 gruppo interno (famiglia in senso ampio, chi frequentava la nostra casa quando eravamo piccoli e chi ha partecipato al tipo linguistico di base); F2 gruppo “dei pari” (socializzazione primaria tipo asilo ed elementari. Parlare di come è emerso il dialetto durante la scuola nel confronto con i compagni. Ciò che conta non è la distanza geografica, ma antropica. Dire se si sono incontrati professori puristi al liceo e poi spiegare perché si è scelta la Sapienza, dove si incontrano studenti da tutta Italia. Parlare della propria esperienza da fuori sede, del confronto con altri dialetti e dei problemi che ne sono derivati); F3 gruppo esterno. F1 e F2 fanno parte della cosiddetta “rete di comunicazione primaria”, F3 della rete di comunicazione secondaria.
  2. Indagine di tipo storico di 5 pagine circa (una pagina per testo, mezza pagina o una pagina per trascrizione, 1 pagine per analisi). Cercare un documento privato (lettere di emigrati, documenti non istituzionalizzati, ricette, diari, agende, appunti, cartoline); scrivere dove è stato trovato; descrivere i suoi dati (grandezza, dati proprietario: chi è, quali studi ha fatto ecc..); fare ricostruzione, trascrizione e analisi (uso interpunzione, uso maiuscole e minuscole); analisi di grafia (per esempio, un semicolto scriverebbe come un bambino, con caratteri grandi, senza differenziare maiuscole e minuscole ecc…); parlare di eventuali errori ortografici e fare resa grafica corretta; analisi del lessico.

Un semicolto non sa creare un testo comprensibile  problema della retorica. Una cosa semplice non si può scrivere in modo semplice, ma complicato. 1/03/ Quando si insegna l’italiano, bisogna scegliere il miglior italiano ma in relazione a quella circostanza specifica. I temi del corso sono:

  • Quale italiano insegnare? (Didattica in chiave sociolinguistica)
  • Concetto di errore. Il concetto di errore è inadeguato e inapplicabile: non si può parlare di giusto o sbagliato quando si parla di lingua. Il concetto che va affrontato è quello di adeguatezza/inadeguatezza o conformità alla situazione. La lingua è uno strumento sociale che va usato a seconda della circostanza (tenendo conto anche del registro). Il titolo del corso è Italiano, lingua strana. Anche Marazzini pala di lingua peculiare. “Strano” è l’elemento di un insieme che non mostra però le caratteristiche di quell’insieme, è un oggetto che pur appartenendo a un certo gruppo, si distingue per il fatto di non possedere le caratteristiche di quel gruppo. La prima stranezza dell’italiano è il fatto di essere la lingua degli intellettuali letterati e non della classe dirigente, come succede ovunque. La prima grammatica europea di una lingua volgare è Grammatica della lingua castigliana (1492) di Antonio de Nebrija, che dedicò il libro alla regina Isabella di Castiglia. Nel prologo di questa grammatica, l’umanista spagnolo scrive che “sempre la lingua fu compagna dell’Impero”. Una nazione, un popolo quindi, ha una lingua. Dalla rivoluzione francese nasce il concetto che ogni popolo ha una lingua. L’Italia, prodotto di Dante (il quale ha inventato l’italiano), è un concetto ripreso dalla romanità classica. I classici erano i nobili e i ricchi, coloro che governavano la Res pubblica, chiamati così perché a Roma votavano nella prima classe, basata sul patrimonio. Il latino classico è la lingua dei classici, dei nobili, dell’élite romana. La lingua della classe dirigente diventa ovunque la lingua di tutti. In Italia no: l’italiano è la lingua degli intellettuali letterati, pur se appartenenti all’aristocrazia. Dante apparteneva alla piccola aristocrazia. Petrarca era figlio di un notaio. Il padre di Boccaccio era in affari con noti banchieri. Bembo era un aristocratico veneziano, poi diventato prete, imparentato con le più note famiglie nobili. Manzoni era nobile anche se rifiutò l’appellativo di conte. Dopo le P rose della volgar lingua del 1525 fu adottato dalla famiglia dei Medici per meriti letterari. Aldo Manunzio, che introdusse il carattere a stampa corsivo, il formato in ottavo e alcuni segni grafici (per esempio, il punto e virgola), era nobile. Ma non è la lingua parlata dall’élite a diventare la lingua di tutti, l’italiano. Bembo, con Erasmo da Rotterdam, era il più grande umanista del ‘500. Quando comunicava, dicono che parlasse in italiano cortigiano (mix tra lingua delle tre corone, veneziano e latino). Ma a Bembo interessava solo la lingua della letteratura e non quella parlata. le Prose della volgar lingua di Bembo è una grammatica che si basa sulla poesia più elevata di Petrarca (tutta la lingua di Petrarca è comunque iper elevata) e sulla prosa più elevata di Boccaccio. Quando si è cominciato a parlare della nazione Italia, si è iniziato a parlare anche della lingua. I momenti cruciali per l’italiano sono rappresentati da quelli che precedono e seguono l’Unità d’Italia. Prima l’italiano era scarsamente diversificato. Negli anni 1950-1960 l’italiano viene appreso dagli italiani. La lingua pubblicitaria ha 150 anni. L’italiano “lingua strana” è l’italiano lingua colta, elevata, utilizzata per enunciare concetti astratti ma anche concreti. Molti termini concreti prima non erano nemmeno registrati. Il primo vocabolario che registra termini concreti è di fine ‘700 - inizi ‘800 a opera di Francesco Alberti di Villanova. Ancora oggi abbiamo i geosinonimi che sono termini italiani della cultura materiale (anguria-cocomero, papà-babbo). Quando si insegna l’italiano agli stranieri, sarebbe meglio insegnare la varietà regionale locale. L’italiano regionale è però trasversale. C’è un’unificazione linguistica, ma restano le varietà. Il rapporto con i dialetti non è stato sempre facile. Soprattutto durante il ventennio, non si poteva parlare in dialetto, nonostante fosse adottato dai maggiori scrittori e autori teatrali (anche se Mussolini, come tutti i romagnoli, non sa dire “Italia” e dice “Itaia”). Tullio De Mauro scrive “l’Italia delle Italie” proprio per indicare un modello pluralistico che non andava unificato. Si insegna la cultura pluricentrica.

Il linguaggio si intreccia anche con il sessismo. L’indoeuropeo, per esempio, vede il maschile imporsi come genere non marcato. 09/03/ L’italiano è una lingua strana per varie problematiche: questo è un concetto fisico-matematico. Qual è il modello linguistico su cui è stato elaborato l’italiano di oggi? Il fiorentino? Se sì, di quale epoca? Parlato o scritto? Il fiorentino volgare era la lingua diffusa nel XV sec. che deriva da quello delle 3 corone e non è quindi il fiorentino parlato. Dante, Petrarca e Boccaccio non si incontrano spesso: Dante muore prima, gli ultimi due si incrociano solo tre volte e non parlano volgare tra loro Boccaccio era fiorentino ma parlava francese o napoletano. La loro lingua parlata non era il volgare fiorentino, quindi. Normalmente le lingue sono varietà delle classi dominanti adottate dal resto della popolazione perché imposte dal potere e si consolidano nello scritto. È il caso del latino, che ha due varietà: latino classico e latino volgare. Il latino classico era quello che veniva insegnato nelle scuole e che inizia a non essere più parlato a partire dal 476 d.C., anno della caduta dell’Impero romano d’Occidente di cui era lingua ufficiale, scomparendo dall’uso comune. Diventa poi l’unica lingua scritta, parlata da pochissime persone della Chiesa occidentale. Il latino classico era quindi scritto e parlato soltanto dai ricchi e dai potenti. Il latino volgare era invece quello del popolo, quello usato da tutti tranne che a scuola. Ma non era uno: comprendeva più varietà. Il modello di lingua, quella standard, si basa quasi sempre sul parlato delle classi superiori. In Inghilterra, la lingua standard era fino a poco tempo fa il king’s language o queen’s language. In Francia, Francesco I ordina ai sudditi di usare la lingua del re, cioè il francese parigino della corte. E così sarà un po’ovunque. Le due eccezioni in Europa sono rappresentate dal tedesco e dall’italiano. Per il tedesco standard non si usa la lingua della corte ma quella di Martin Lutero, che traduce la Bibbia e una serie di libri di canti usati durante la messa nel suo tedesco parlato: così tutti vengono a conoscenza di una lingua parlata e poi scritta. Il tedesco moderno si basa quindi sul parlato-scritto di Lutero. L’italiano è l’unica lingua basata sullo scritto, in particolare sul fiorentino, il fiorentino di Petrarca (quello del Canzoniere o Rerum vulgarium fragmenta ) e di Boccaccio (quello del Decameron ), con Dante (quello delle parti più elevate della Commedia ) sullo sfondo. Italiano lingua strana

  1. Italia delle Italie
    1. Italiano lingua senza impero
  2. Tullio De Mauro ha parlato di “Italia delle Italie” mettendo in risalto l’identità globalistica, ovvero la presenza di tante Italie e un solo organismo. La nostra lingua è localistico-globalizzata: ci sono più identità, ognuna con un suo posto e non ce n’è una specifica. Il dialetto italiano è qualcosa di unico nel patrimonio mondiale, non è paragonabile ad altri dialetti. Nella storia linguistica italiana, i dialetti sono lingue identitarie di comunità locali, legate alle identità locali. Le identità locali sono numerose come i comuni, i quali sono circa 10000. Questo significa che ci sono anche circa 10000 lingue in Italia. La lingua è proiezione della propria identità. L’Italia è un Paese di piccole comunità (circa 8-9 mila) che non vogliono essere inglobate nei comuni circostanti più grandi con cui per secoli sono state in contrasto. Alcune di queste piccole comunità risalgono all’epoca romana, o anche prima, e hanno quindi 2000 anni. Anche i confini sono rimasti invariati nel tempo: i confini di oggi sono basati sui confini dei comuni, basati su quelli delle diocesi, basati su quelli romani, basati su quelli pre-romani. I confini, spesso linguistici, hanno dato origine a confini reali. Si parla di Isoglosse , ovvero di linee immaginarie con la quali si uniscono i punti estremi di un’area geografica caratterizzata dalla presenza di uno stesso fenomeno linguistico.
  3. Il 1492 è una data importante per Castiglia: Ferdinando II di Aragona e Isabella di Castiglia conquistano Granada, l’ultima roccaforte musulmana, completando la Reconquista con l’obiettivo di imporre il Cristianesimo e di convertire alla religione cristiana i musulmani. Inoltre c’è la scoperta dell’America.

Nello stesso anno, Antonio de Nebrija pubblica la prima grammatica europea di una lingua volgare, la Grammatica della lingua castigliana e dedica il libro alla regina Isabella di Castiglia per fare in modo che la lingua castigliana diventi la lingua dell’Impero cristiano. Nel prologo di questa grammatica, l’umanista spagnolo scrive “sempre la lingua fu compagna dell’Impero”. Francesco Bruni ha definito l’ italiano una “lingua senza impero” perché mentre molte lingue europee, in primo luogo lo spagnolo (ma anche il portoghese, il russo, il francese), debbono la loro espansione fuori dei confini nazionali alla supremazia politico-militare o a quella economico-commerciale (l’inglese della colonizzazione britannica che è fattore non secondario all’attuale diffusione dell’anglo-americano), per l’italiano, lingua senza impero, questo metro non vale, e la lingua letteraria ha avuto fortuna perché è stata e continua a essere una lingua leggera, che si afferma non per la pesantezza di forti organizzazioni statali o economiche, ma per le virtù della creatività. L’italiano è quindi una lingua non sostenuta, come nel caso di altre lingue europee, da un apparato coloniale e da precise strategie di espansionismo politico. Il Regno Sabaudo prima e la Repubblica poi, non avevano nemmeno una legge che riconoscesse una lingua, che rendesse una lingua la lingua dello stato. L’italiano non c’è nella Costituzione perché i costituenti lo davano per scontato. Nessuno ha mai imposto un modello di italiano, nemmeno in Italia, neanche Manzoni. Il concetto di Italia nasce nella Francia della seconda metà del XIII secolo dove si sviluppa un concetto di cultura molto avanzato, grazie a Brunetto Latini e a Dante. L’Italia è una nazione plurale che sviluppa una letteratura tra le più avanzate al mondo (in primis, l’umanesimo). Un élite tra le più colte in Europa, un gruppo di intellettuali, si riconosce nella lingua delle tre corone, la sceglie come modello, ma non la impone mai. A distanza di 300 anni, diventa la base di una nazione che non ha ancora una lingua. 15/03/ Fino a metà dell’800 non c’era nessuna idea o ipotesi di creare un paese di nome Italia (leggere capitolo 5 Trifone). Tra il 1260 e il 1265, in Francia, Brunetto Latini (fiorentino, maestro di Dante che lo mette all’inferno) crea il concetto di Italia. Di Brunetto non abbiamo documentazioni se non i dati forniti da Dante. Brunetto Latini tradusse Cicerone e scrisse La Rettorica (ripresa dalla Retorica di Aristotele). Era in esilio in Francia dopo la vittoria dei ghibellini a Montaperti (1260) perché era guelfo. In Francia scrisse il Tresor (prima enciclopedia volgare in senso proprio, scritta in lingua d'oïl). In essa compaiono le parole “Ytalie” e “Ytalien”, termini già esistenti ma riferiti soltanto all’antichità. Per i linguisti, “Italia” non è un termine popolare: la “i” dovrebbe cadere e il nostro Paese dovrebbe chiamarsi Taglia/ Talia. Il concetto geografico politico non esiste. Dopo il 568 d.C., cioè dopo l’arrivo dei Longobardi (ariani che non avevano una cultura forte), l’Italia era spaccata in 2: Longobardi (i quali non riuscirono, infatti, a conquistare tutta l’Italia) e Bizantini. Nel 774 il Regno dei Longobardi cade a opera dei Franchi di Carlo Magno. Quando Carlo Magno fonda nell’’800 il Sacro Romano Impero, non conquista il sud italiano, il quale resta sempre in mano ai musulmani. Bari per circa 50 anni è stata un emirato. Esistono due Italie, la cui divisione persiste fino al 1860: nord-centro, corridoio Ravenna-Roma, e sud. Il sud sarà unificato dai Normanni. In Italia fino al 1860 quando si parla di regno si parla di regno del sud. Questa divisione non è qualcosa di contingente, ma corrisponde a esigenze di lunga durata. Anche se oggi si parla giustamente di divisione Nord-Sud in realtà l’Italia è una terra di incontri e scontri da 5000 anni, l’Italia è una terra divisa anche tra est e ovest. La divisione Nord-Sud è valsa fino al 1300. Un testo fiorentino di metà 200 oppone Longobardia e Romània. Nella Divina Commedia Dante se la prende con i pugliesi per aver tradito l’impero. In Puglia a quel tempo la gente era divisa per nationes, gruppi omogenei per nascita. La nationes italica non esisteva. I popoli hanno una “natio” separata per cui tutta l’Italia dei comuni è l’Italia dei longobardi. Il ducato di toscana era longobardo e il termine longobardo venne utilizzato in Europa con significato di “strozzino”. In tutto questo si inserisce Brunetto Latini, grande uomo di cultura che conosce il latino classico, che ha studiato il diritto romano (Cino da Pistoia (Guittoncino) era professore di diritto romano). Le età umanistiche sono tre:

  1. la creazione della scrittura carolina, creata durante il regno di Carlo Magno nei secoli VIII e IX;

Tanto gentile e tanto onesta pare (1280) Nel mezzo del cammin di nostra vita (1305) [= nel mezzo del cammino della nostra vita] L’amor che move il sole e l’altre stelle (1321) Sono frasi scritte centinaia di anni fa, ma corrispondono all’italiano corrente. Francesco Petrarca: Chiare, fresche et dolci acque (1374) Chiara Fresca Sprite (1990) L’italiano è una lingua particolare, peculiare, idiosincratica e “strana”. Non in sé, ma per la sua storia. La storia linguistica dell’italiano risale al latino classico, a cui si accompagna il latino volgare. Molti romanzi vengono scritti in volgare fino a che si arriva al fiorentino delle tre corone e, infine all’italiano contemporaneo. Latino classico/latino volgare  volgari romanzi  fiorentino delle tre corone  italiano contemporaneo Italiano lingua scritta e letteraria 2 codici su cui Petrarca ha raccolto bozze poi messe in bella. Codici del Canzoniere : 1. Brutta copia (codice abbozzi 3196); 2. Bella copia dell’editore, in cui c’è lo standard dell’italiano. 3° codice della Commedia scritto da Boccaccio e inviato a Petrarca. Codice trovato da Bembo, che fa da “consulente editoriale” ad Aldo Manuzio (a cui si deve dare il merito della stampa in caratteri latini, la diffusione dell’apostrofo, l’invenzione del corsivo, e l’apertura del mercato ai libri tascabili).

Manuzio propone che i classici volgari scelti da Bembo ( Cose volgari di Petrarca e Commedia di Dante) siano belli di grafia, di stampa e di contenuto (1500) Il modello linguistico delle tre corone si impone come modello letterario dopo la morte di Petrarca e l’umanesimo. Quando nasce l’italiano? Abbiamo una fase preistorica della lingua italiana fino al 1525. Difatti, il modello neostandard alto coincide al 90% con quello stabilito da Bembo nel 1525. La storia dell’italiano nasce nel 1525, ma si ricollega a 150 anni prima, perché Bembo dice che bisogna scrivere sul modello di Petrarca, morto nel 1374. La scelta di Bembo è una scelta arcaicizzante perché Bembo sceglie una lingua che a Firenze già non si usa più nel parlato. Si tratta di una duplice stranezza dell’italiano. Macchiavelli sosteneva che occorresse scrivere in fiorentino contemporaneo e diceva a chi, come Trissino, aveva proposto il nome di italiano, che era un traditore del fiorentino. Questo Macchiavelli lo dice in Discorso intorno alla nostra lingua in cui immagina un litigio con Dante. In questa operetta afferma che chi lo chiama fiorentino ha ragione mentre chi lo chiama toscano merita la tortura. Dice inoltre di non voler essere considerato e definito scrittore italiano, eppure noi lo consideriamo uno scrittore della letteratura italiana. Macchiavelli come parlava? Al suo tempo il fiorentino si era molto modificato, c’erano state molte innovazioni nella lingua parlata rispetto all’epoca fino a Boccaccio (per esempio, si diceva già “io ero” e “io andavo”, mentre fino all’epoca di Boccaccio si diceva “io era” e “io andava”. Quest’ultima forma era considerata letteraria e ritenuta più corretta anche da Carducci, il quale difetti accusa Manzoni di scrivere in dialetto nei Prossimi Sposi dove utilizza la prima forma). Erano innovazioni quattrocentesche, riguardanti espressioni, lessico, etc... Ecco quindi un’altra stranezza dell’italiano: oggi parliamo una lingua che è più arcaica di quella di Macchiavelli. Preistoria dell’italiano: XIV (prima del 1525). Il modello dello standard italiano odierno è la lingua delle tre corone, in particolare dei capolavori letterari di Dante, Petrarca e Boccaccio. Cioè, non la lingua delle tre corone in assoluto, ma la lingua che usano nella loro letteratura migliore ( Commedia, Canzoniere, Decameron ). Diffusione del modello: sec. XV con Umanesimo che prima è fiorentino, poi diventa italiano e infine europeo. Il sec. XV è stato definito anche, oltre che secolo senza poesia, “il secolo della crisi linguistica dell’umanesimo”. Questo concetto di crisi linguistica è fondamentale perché la storia dell’italiano è un susseguirsi di crisi. Questo perché, come ha sostenuto Gramsci, ogni volta che la società italiana si interroga sulla lingua, cioè ogni volta che c’è una crisi linguistica, vuol dire che la società è andata oltre i limiti della lingua. L’italiano difatti nasce come una coperta troppo corta per le esigenze della società; nasce come lingua per la società italiana letterata, ma era inadeguata ai bisogni comunicativi. Man mano che la società si modernizza, si pone il problema dell’inadeguatezza del modello italiano ai bisogni comunicativi della società italiana. Ecco perché Manzoni ci ha messo un quarto di secolo (25 anni) a scrivere i Promessi Sposi , o meglio, per trovare una lingua adeguata (li aveva scritti già nel 1821). L’italiano tutt’oggi è una lingua aristocratica e letteraria, una lingua strana. L’Umanesimo rappresenta una crisi che però è anche un momento di crescita. Il problema di questa crisi è che la patria delle tre corone, Firenze, vede dei problemi procurati proprio dall’Umanesimo, che inizialmente è un umanesimo latino. L’italiano non si è mai diffuso per imposizione, ma per espansione, in particolare con due grandi poli, Nord (Padova dove ha insegnato Cino da Pistoia, Veneto) e Napoli (dove gli angioini avevano sempre usato il francese, ma l’economia era in mano ai fiorentini). Ciò non significa che ci sia stata una diffusione dal basso: la diffusione, infatti, a lungo è avvenuta tra letterati cortigiani, perché nelle corti erano richieste persone che sapessero leggere e scrivere. Con l’Umanesimo, nelle corti tutti gli intellettuali devono imparare il latino. La cultura umanistica quindi si diffonde negli ambienti di corte, ma con alcune differenze. Il Decameron è spesso copiato dai mercanti, è una sorta di Best-seller. Nel ‘400 si sviluppano due tipi di grafia: italica , destinata più per la divulgazione dei testi, e mercantesca , non destinata alla letteratura, ma al commercio e all’industria. Quindi abbiamo da una parte l’umanesimo latino, che vede il latino come la lingua perfetta, la lingua per eccellenza, perché è la lingua dei classici e non di tutta la tradizione latina come diceva Dante. Chi non conosce il latino, non è degno di avere ruoli importanti perché, per l’amministrazione, serve gente che sappia leggere e scrivere in latino. Iniziano a sorgere problemi: fuori da Firenze, nella metà del ‘400, tutta l’amministrazione è in latino, un latino che non è quello insegnato oggi, ma un latino quasi parlato che gli umanisti non conoscevano e riportante termini oggi sconosciuti. Questo latino aveva soprattutto termini molto concreti, non belli. A partire da un episodio avvenuto a Federico II (il suddito non sa che “accipiter” significhi “prendere” (in riferimento a un bellissimo spalviero) e, credendo che voglia dire arciprete, lega quest’ultimo e lo mette in un sacco, ricevendo così la scomunica del

Le Istitutiones di Manuzio vengono ristampate con un trattato di Erasmo da Rotterdam. Alcune opere di Manuzio stampate dopo la sua morte, e dopo la morte di Erasmo, recano i loro nomi in frontespizio, ma il nome di Erasmo è cancellato, perché accusato di essere eterodosso, sebbene questi testi non trattino di argomenti religiosi. In uno di questi testi, compare per la prima volta il corsivo, nelle parole di Santa Caterina. Comunque, al tempo abbiamo 3 ipotesi possibili per il volgare a fine ‘400, inizio ‘500:

  1. Soluzione arcaicizzante : riprendere il modello delle tre corone (soluzione arcaicizzante, che contiene al tempo stesso 3 parti: le tre corone), cioè ripresa di un modello che si era diffuso moltissimi anni prima con la Commedia , che è una mescolanza di livelli linguistici e stilistici, dove Petrarca è il massimo del sublime. Boccaccio invece aveva vari livelli tra due estremi: lo stile elevato ripreso dai classici e portato all’estremo nelle cornici, nella prefazione e nello stile tragico/concentrato delle ultime novelle, e lo stile basso, ricco di elementi parlati localistici tosco-fiorentini di alcune novelle;
  2. Soluzione del fiorentino dell’epoca : ripresa del fiorentino contemporaneo post 1375, quello degli inizi del ‘500, un fiorentino che si era evoluto fortemente in quanto volgare in cambiamento;
  3. Soluzione eclettica, cortigiana (ma le Corti sono molte e variabili): modello degli intellettuali non fiorentini che vivono nelle corti; hacome base il fiorentino delle tre corone, ma su questo interferiscono due cose: l’influenza del latino e la mancanza di un lessico quotidiano. Quindi c’è la base toscana fiorentina delle tre corone ma arricchita di elementi latini e locali variabili. Nascono quindi tre ipotesi: ipotesi fiorentina arcaicizzante; ipotesi fiorentino dell’epoca (Macchiavelli), ipotesi cortigiana/eclettica. Tutte con base uguale ma con differenze. Questo è il punto da dove parte nel 1525 la soluzione bembiana. 22/03/ Tappe che hanno portato allo standard: Classicistica: Bembo (1525) Soluzione più contemporanea Contemporanea; Machiavelli (1524) Firenze Trissino Soluzione meno contemporanea  Italiana eclettica cortigiana Della Casa Castiglione La sintassi e, in parte, l’ortografia di oggi sono perlopiù quelle fissate da Bembo nelle Prose della volgar lingua (per esempio, l’uso del congiuntivo al posto dell’indicativo ecc..). Il comportamento dello standard dell’italiano e quello di altre lingue sorelle è opposto. Chi sbaglia? Le regole di Bembo iniziano ad andare strette quando la società comincia ad espandersi (dal ‘700 in poi) e a diventare più complessa. Tra fine ‘400 e inizio ‘500, avviene una rivoluzione tecnologico-culturale importante: l’avvento della stampa a caratteri mobili che permette di sostituire una pagina con un’altra in breve tempo. Ciò avviene in Germania grazie a Gutemberg e, soprattutto all’inizio, è utilizzata in area ecclesiastica. I primi prodotti sono infatti religiosi (Bibbia e Sacre scritture). Inizialmente il costo dei libri è molto alto e pertanto riservato a pochi. Anche a Roma nascono delle officine si stampa, ma è Venezia, che, poco dopo, diventerà il principale centro europeo di stampa. Venezia è un importante centro culturale, ma anche economico. L’Italia in generale è il centro culturale dell’Europa mediterranea. I tedeschi protestanti sono protetti in questa situazione, Venezia è difatti anche la strada per l’Oriente, in collegamento con Bisanzio e i turchi. Alla caduta di Costantinopoli, sotto i turchi, i bizantini si erano recati a Venezia dove avevano portano la lingua greca. Firenze fa invece parte della via francese che collega Francia e Roma. La stampa diventa uno strumento potente di divulgazione (emblematico è il caso di Lutero) e di alfabetizzazione. Il rapporto del testo stampato rispetto al manoscritto è 1^3 (per copiare la Commedia ci volevano circa tre mesi mentre un libraio, nello stesso tempo, ne stampava mille.) Il libro diviene così un prodotto a buon mercato e, conseguentemente,

alla portata di più persone. Le prime stampe fino al 1500 sono chiamate incunaboli o quattrocentine, in seguito cinquecentine. A Venezia opera l’importante editore Aldo Manuzio fiancheggiato da Bembo che è una sorta di editor perché cura la collana dei classici greci, latini e italiani (pubblicherà anche la Commedia di Dante). Accanto a Manuzio, cresce anche un’editoria popolare che stampa, per esempio, manualetti per imparare a leggere e a scrivere (quelli che oggi chiameremmo libri d’uso e di servizio). La prima cosa che fa Martin Lutero, invece, è stampare la sua Bibbia. La stampa produce quindi una rivoluzione importante che avrà un ruolo nella storia dell’italiano. L’italiano standard di oggi si basa sui tre capolavori delle tre corone, ovvero su tre libri: Commedia, Canzoniere e Decameron. Il modello delle tre corono si è diffuso all’inizio del ‘500. Nascono tre ipotesi: due che possiamo chiamare del “fiorentino puro” e una non fiorentina, proposta dai nobili di corte. La lingua cortigiana è variabile a seconda delle località e anche a seconda della cultura degli intellettuali di corte. La lingua cortigiana è parlata perché è usata nelle corti. [ Il Cortegiano di Castiglione è un manuale di buone maniere che insegna pure come il gentiluomo deve parlare.]. La soluzione che propone questa lingua è chiamata eclettica cortigiana, la quale però non può funzionare per i motivi sopra elencati, in quanto il lettore vuole che il testo stampato sia senza errori (con ogni diligenza corretto). Paolo Trovato nel suo libro Con ogni diligenza corretto. La stampa e le revisioni editoriali dei testi letterari italiani (1470-1570) spiega che le correzioni dei testi nel ‘500 vanno in direzione del mercato, che vuole una lingua pulita, corretta, e quindi verso la soluzione di Bembo. Il modello cortigiano non è quindi buono perché eclettico e finisce con la chiusura delle corti, crolla perché crolla il suo supporto fisico: le corti, appunto. È un periodo storico in cui le corti hanno problemi da affrontare più impellenti e gravi rispetto a quello linguistico. Venezia ha un problema con i turchi. Roma ha problemi con la riforma protestante di Lutero. Napoli, con l’arrivo dei viceré spagnoli, vede la chiusura delle accademie. Le uniche corti che si pongono il problema linguistico sono quella di Firenze e quella di Torino. Firenze lo fa con i Medici che, ripercorrendo la storia di Lorenzo il Magnifico, propongono il primato linguistico del fiorentino. Torino lo fa con i Savoia, ma in Piemonte l’italiano usato non era buono. Restano in piedi, quindi, altre due soluzioni: quella contemporanea, il cui esponente più illustre è Machiavelli, e quella classicistica, il cui sostenitore è Bembo. Machiavelli s’inserisce nella disputa tra i sostenitori della linea bembiana, che propongono come modello il toscano letterario del Trecento, e i fautori della teoria cortigiana, che ritengono preferibile la lingua delle cancellerie in quanto strumento collaudato di comunicazione interregionale. Machiavelli rivendica invece il primato del fiorentino contemporaneo, vivo e parlato, rivendica il diritto di scrivere quindi nel proprio fiorentino, come aveva fatto Dante. In realtà, Machiavelli innalza il livello linguistico del fiorentino e tende a un fiorentino alto, sostituendo a forme uso alcune forma usate dalle tre corone. Affinché questa soluzione potesse essere adottata, affinché le persone potessero parlare il fiorentino, dovevano studiarlo. L’unico modo per imparare questa lingua era quello di recarsi a Firenze (come faranno i giovani dei Cappuccini nel ‘600 e come farà Manzoni più tardi). Non si poteva fare una grammatica perché sarebbe stata una grammatica di una lingua parlata. È un modello che quindi non può funzionare. L’unica soluzione possibile resta allora quella arcaizzante. Si tratta di un modello scritto, formulato da Bembo, uno dei massimi umanisti e classicisti. Bembo fissa, da una parte, il modello di Cicerone delle Epistole e della Retorica e, dall’altra, Virgilio, Orazio ed Euripide. Si tratta di un modello valido per tutte le epoche e facilmente conoscibile attraverso il possesso di libri. Bembo fa con il volgare lo stesso lavoro che era stato fatto con il latino classico. A Bembo non interessa la lingua d’uso, ma la migliore lingua possibile per scrivere poesia e, in particolare, la lirica. È una questione di stile e non d’uso. Per la poesia, i modelli sono Dante e Petrarca, per la prosa, il modello è Boccaccio. A questo punto, se si vuole scrivere in italiano, non si deve avere necessariamente una grammatica (Bembo, tra l’altro, scrive anche una grammatica all’interno delle Prose ma non è la prima come da lui dichiarato): basta comprare un libro di Petrarca. I problemi iniziano con Boccaccio, considerato il modello della prosa. Dopo il concilio di Trento, sia nella chiesa italiana che in quella protestante prevalgono gli estremisti che decidono di attuare un controllo minuzioso e strettissimo sulla stampa perché, a parer loro, diffonde idee sbagliate (uccidono anche

Nascono allora due problemi:

  1. un problema oggettivo, che dipende dal fatto che l’italiano è una lingua strana;
  2. un problema soggettivo. Con quale scopo comunicativo nasce l’italiano? L’italiano nasce come lingua scritta da letterati, della letteratura, tanto che anche dopo l’Illuminismo per Manzoni è difficile scegliere una lingua stilisticamente adatta. Anche Leopardi ha un problema di stile quindi non è un problema popolare ma un problema di lingua letteraria. L’italiano nasce come due sottocodici specializzanti: la lingua dell’alta poesia e la lingua dell’alta prosa. Questo problema si va a collegare con un altro problema, quello che ci assilla fino a oggi (affrontato da Tullio De Mauro, da Arrigo Castellani), di quanti fossero gli italofoni nell’‘800 o negli anni a seguire. Il problema è ancora più complicato perché in genere si dice italofono nello stesso senso di anglofono, francofono etc., ma l’italiano è una lingua scritta letteraria e non parlata. La domanda che ci dobbiamo porre allora è: chi parla una lingua che non è nata per essere parlata? Almeno fino all’800 noi dovremmo utilizzare il termine italografo , ovvero persona che sa leggere e scrivere l’italiano; chi ne è capace appartiene al gruppo dei colti, ma non tutti sono completamente colti perché c’è una fascia di persone che sanno leggere e scrivere ma lo fanno solo in circostanze in cui è “obbligatorio”; questi sono i cosiddetti semi-colti (per esempio le lettere degli emigranti attestano che sono semi-colti, scrivono per comunicare con le famiglie). I Promessi sposi finiscono con Renzo e Lucia che fanno studiare i figli perché loro due non l’hanno fatto. Di fatto, in Italia, nei primi due secoli della nostra lingua, probabilmente chi sapeva leggere e scrivere decentemente era solo l’1% della popolazione. La popolazione italiana era di circa 20 milioni all’epoca quindi solo 200mila persone sapevano leggere e scrivere. Solo dopo l’unità d’Italia (1861) lo stato spinge verso la conoscenza della lingua, prima no, infatti le classi subalterne non hanno bisogno di parlare l’italiano perché nessuno di loro ha bisogno di leggere e scrivere. Poi ci sarà l’immigrazione, ci sarà la Grande Guerra durante la quale i soldati solo scrivendo potevano comunicare con le famiglie. La gente in questa condizione impara a leggere e scrivere per lasciare una “traccia” di sé. Dopo Caporetto i comandanti italiani forniscono agli uomini dei quadernini dove essi possano scrivere diari. La gente ha bisogno di lasciare una traccia. Fino al 1860 si sarà un elemento corrente: gli acculturati ricchi (la scuola statale non esisteva) e maschi. Fino alla metà del ‘700 non bisognava far studiare le donne a meno che non dovessero diventare monache; questa regola venne sancita da Paolo da Certaldo nel 1400. Nel ‘500, dopo il Concilio di Trento, vi è l’obbligo per tutti i cattolici di andare a catechismo, ma le giovani donne venivano comunque tenute segregate in casa mentre i maschi non avevano problemi. Il problema di fondo è non solo che l’italiano è una lingua aristocratica, intellettuale e letteraria-scritta, ma è anche la situazione di depressione sociale (‘500 e ‘600) in cui all’alfabetizzazione arrivano soltanto poche persone (il 5 per mille). Le campagne ancora oggi presentano situazioni di analfabetismo, figuriamoci in passato. Solo con l’arrivo delle scuole pubbliche obbligatorie, prodotto dalla dittatura fascista, c’è un passo avanti. Nel 1940 il Partito fascista voleva fare la scuola media unica obbligatoria ma per le cause belliche una simile proposta venne riformulata negli anni ’60. Il problema oggettivo è quindi che abbiamo un italiano per pochissimi in una forma elitaria. Questi pochissimi erano gli intellettuali in cui ci sono anche esponenti del clero reazionari, tipo i gesuiti. In Europa, con l’Illuminismo, nasce il rispetto laico. Alla base della visione del mondo adesso copernicana, e non più tolemaica, c’è la ragione. Un post-illuminista dirà che tutto il mondo è razionale e spetta a noi trovare la ragione delle cose. Questo è un problema enorme per l’italiano perché viene collegato col principio di autorità, cioè ogni autorità non è basata su Dio (fino al 1946 in Italia c’è stata una monarchia che diceva che il re c’era per grazia di Dio e volontà della nazione, ma o è uno o l’altro!), quindi l’autorità viene dalla razionalità ed è quindi tale se razionale; ma qual è allora l’autorità del Vocabolario della Crusca (raccoglie gli autori fiorentini perché sono più belli) o del modello di Bembo (che si basa su scelte autoreferenziali)? In questa prima fase gli intellettuali illuministi italiani, nello specifico il gruppo di giovani che si raccoglie intorno al “Caffè” di Milano (in cui c’è anche Beccaria e uno dei fratelli Verri), in una rivista come questa così radicale da essere chiusa dagli austriaci, fanno una rinuncia innanzi al notaio al Vocabolario della Crusca perché esso non è razionale dato che ogni concetto serve ad accrescere la lingua. A loro non importava nulla se carrozza si scriva con due o una sola “r”, l’importante è che ci sono le carrozze. Per loro la soluzione non è quella dei grammatici perché, se dessimo retta ai grammatici, tutti saprebbero come il termine si scrive ma andremmo tutti a piedi. Da questa posizione, qualche anno dopo, il granduca di Toscana, della famiglia Asburgo, da buon illuminista e razionalista tedesco, scioglie la Crusca. Alfieri reagisce a questo fatto e, per la prima volta, grazie a lui compare, il concetto di identità linguistica associato a quello di identità nazionale perché afferma che, se togliamo la Crusca, togliamo la base dell’identità

nazionale. Nel sonetto alfieriano si dice che “il germano ci ha tolto perfino la lingua, l’unico elemento che ci restava dell’unità nazionale”. L’Illuminismo stava già formulando il nostro concetto di unità nazionale dove la presenza della lingua è fondamentale. In un momento in cui praticamente nessun italiano può pensare ad un’unità italiana politica, questo gruppo, compresi i fratelli Verri, parla di unità culturale. Anche un illuminista moderato cattolico come il Muratori (fondatore della filologia storica italiana) parla di italiano “lingua comune”. L’Italia venne definita espressione geografica nel congresso di Vienna del 1815, quando non ha un’unità politica, ma ha un’unità culturale che ha come base questo italiano. La situazione era complicata perché non solo l’italiano era sotto attacco dal punto di vista teorico, ma anche dalla prassi. Dalla seconda metà del ‘600 viene creato dal re Sole (Luigi XIV) quel concetto del re come Stato. Il re Sole fa un sondaggio sul fatto che lui è lui e tutti gli altri non sono nulla e chi non era d’accordo veniva eliminato. Ormai l’idea francese che si stava diffondendo in tutta l’Europa illuministica è che il francese era la lingua della cultura, dell’essere civile. La Francia è centro di cultura e moda. Venezia nel ‘700 era uno dei centri più ricchi d’Europa e in un giorno di festa viene messo in piazza un manichino di donna vestita alla francese, la cosiddetta “bambola di Francia”, in modo che tutte le donne si possano vestire come detta la Francia. C’è un’accettazione delle classi medio-alte e del popolo di termini francesi (per esempio, il termine “supplì” viene dal francese). Si viene a creare un lessico intellettuale europeo nel periodo illuministico, una serie di termini ripresi o coniati da termini greci e latini (i termini “televisore” e “telefono” sono coniati dal greco). Si crea un lessico in cui le parole non sono coniate solo in Francia ma anche negli altri Paesi. Gli illuministi italiani sono all’avanguardia anche perché in Italia molto presto (primi del 700) arrivano grandi pensatori francesi. Questi intellettuali si trovano il problema di quale lingua usare per scrivere. La lingua della cultura tradizionale contro cui si combatte è il latino, quindi non bisogna scrivere in latino (già Galileo e poi Newton scrivevano anche nella propria lingua). La lingua della nuova cultura diventa il francese, anche perché gli intellettuali europei parlano il francese, lo studiano. Una delle grandi contraddizioni dell’Italia nell’800 è che la maggior parte degli intellettuali parla il francese e non parla l’italiano. Usare il francese sarebbe però fare una cosa anti-nazionale: bisognava usare la lingua italiana, ma non era adeguata. Ecco allora la prima grande rottura: bisogna quindi allargare l’italiano all’esperienza colta, intellettuale. Il pensatore Melchiorre Cesarotti scrive un saggio che pubblica nel 1800. La prima versione è intitolata Della lingua italiana ; durante il predominio di Napoleone, il saggio si chiama Sulla filosofia delle lingue e si parte dal concetto che non esistono lingue pure ma che ogni lingua si arricchisce tramite lo scambio con le altre lingue. Questa idea illuministica comporterebbe però la creazione di un’accademia in cui si esamini e si scelga cosa accettare e cosa non accettare. Quello che conta non è quello che decide l’accademia ma quello che fanno le persone di quella lingua (il concetto di uso), ma dove sta l’uso per l’italiano? Questa è la situazione nei primi dell’800. Il problema è: come fare per arricchire i settori che non usano l’italiano? Questo è un problema di tutte le lingue nuove e quindi anche dell’italiano perché, nonostante abbia origini antiche, è una lingua giovane. Con la rivoluzione francese c’è stato un altro cambiamento storico: si collega il concetto di stato e il concetto di popolo di uno stato, nasce quindi il concetto di nazione. Ogni popolo ha un territorio che consiste in una nazione che necessita di uno Stato. Questo nesso condizionerà la storia del nostro continente, cioè il collegare gli stati ai popoli con il concetto di nazione. Ciò lo esprime bene Marzo 1821 del giovane Manzoni, il quale lo pubblica solo nel 1848. In questo testo si dice che l’Italia sarà un esercito-lingua-religione e questo pensiero nasce proprio in Francia sulla base della monarchia assolutistica (Francesco I nel ‘500 stabilì che tutti i sudditi francesi dovevano parlare in francese, la buona lingua del re, in sede “istituzionale”). L’unico sovrano che in Italia fa una cosa del genere èun sovrano nato in Francia e di cultura spagnola, Emanuele Filiberto, il quale stabilisce intorno al 1560 che nei suoi stati al di là delle Alpi si deve parlare in francese, mentre al di qua (in territorio italiano) italiano. Ma nelle altre parti d’Italia nessuno pensa una cosa simile. Se prima della rivoluzione lo Stato era del re, adesso è dei cittadini, quindi il francese diventa la lingua dei cittadini, nonostante il francese non fosse la lingua parlata dai cittadini. Un abate francese, Gregoire, per spingere i francesi a studiare la lingua propone alla Convenzione un certificato di conoscenza del francese senza il quale non si può contrarre matrimonio (questa proposta però non passa). L’idea era che se non si insegnava il francese a tutti, i figli delle coppie non avrebbe saputo il francese e non ci sarebbe stata uguaglianza. Di fatto, alla Francia rivoluzionaria servivano bambini che, crescendo, sarebbero andati a fare i soldati e

Manzoni era di formazione illuminista, di area cattolica. Scrive un romanzo per una nazione che non c’è (cioè che non esiste ancora come Paese, è solo una nozione geografica), in una lingua che non c’è. L’Italia era costituita da tutti piccoli stati e gli italiani non si consideravano tali, soprattutto al Sud. Non esisteva nemmeno una lingua, c’era solo una lingua per la poesia. Manzoni, negli anni ’20, era considerato uno dei massimi poeti. Le sue tragedie sono scritte in francese, mentre le poesie in italiano poetico. Anche Manzoni scrie in quella lingua, ma quasi sicuramente non la parla. In quale lingua può invece scrivere i Promessi Sposi? È un romanzo di formazione sociale perché racconta come due contadini, reagendo a una sorta di mafioso (ucciso poi dalla peste), scalano la piramide sociale. Renzo si sposa, diventa imprenditore e fa studiare i figli. Questo era ciò che dovevano fare gli italiani dopo essersi liberati dagli stranieri. Gli umili per Manzoni sono gli appartenenti alla piccola borghesia che ancora non esiste. Manzoni pensa di scrivere in dialetto milanese (sul modello di Porta), ma nella prosa sa di non poterlo fare perché sarebbe venuto meno lo scopo linguistico di raggiungere i contadini. La lingua doveva essere quella in cui le istituzioni dell’Italia (che si doveva ancora creare) avrebbero dovuto utilizzare. Manzoni ci impiega 25 anni (dal 1821 al 1845) per scrivere i Promessi Sposi perché non conosce la lingua in cui deve scrivere. Le uniche due lingue nel cuore di Manzoni sono il dialetto milanese e il francese. Ci sono tre fasi dei Promessi Sposi : ’21-’25; ’27; ’40. Manzoni all’inizio scrive di getto, sulla base della sua competenza linguistica, l’italiano letterario, ma appena finisce di scrivere, scarta il romanzo e ricomincia. In mente, ha il modello francese e cerca una lingua di questo genere. Pensa di averla trovata nel Vocabolario dell’Accademia della Crusca, ma contiene pochissimi termini quotidiani si basa sull’italiano scritto degli autori. Manzoni cerca soprattutto autori parlati e si volge allora verso il teatro e verso gli scrittori comici perché nella commedia si parla di cose quotidiane. Si convince che la lingua del Vocabolario è una lingua parlata e la usa per riscrivere i Promessi Sposi. Resosi conto che non è così, va in Toscana, entra a contatto con i nobili e gli intellettuali e inizia a pensare che il modello giusto sia costituito dal fiorentino colto (che non è il dialetto fiorentino, ma l’italiano imparato sui libri e parlato dai fiorentini colti). Ciò che interessa a Manzoni sono però gli elementi che fanno viva una lingua: i modi di dire, le cosiddette espressioni politematiche. Manzoni cerca una lingua vera e viva, e la cerca nell’uso. 6/04/19 SEMINARIO SUAREZ DOCUMENTI EUROPEI FONDAMENTALI PER LA DIDATTICA DELLE LINGUE Quando si parla di documenti europei, si parla di politica linguistica. Ci sono delle date importanti nella storia della politica linguistica:  1989  programma lingua  2001  anno europeo delle lingue (nato con l’obiettivo di diffondere le lingue europee)  2000  strategia di Lisbona (convegno nato per ribadire l’importanza dell’insegnamento delle lingue anche in chiave lavorativa) Progetto istruzione e formazione 2010  2004 e 2006  divulgazione dell’apprendimento delle lingue mettendo in risalto l’importanza della diversità. Nel 2006 il Parlamento europeo e il Consiglio europeo definiscono 8 competenze chiave nel sistema educativo; le più importanti sono le prime due: la prima competenza è la comunicazione nella madrelingua e la seconda competenza è la comunicazione nelle lingue straniere. Le due competenze sono considerate ugualmente importanti: non va quindi stabilita tra di esse una gerarchia.  2010  Strategia Europa 2020 (sono presentate le attività che promuovono la mobilità dei giovani, anche in funzione lavorativa) I documenti importanti sono:

  1. Quadro comune europeo di riferimento per la lingua
  2. PEL (Portfolio europeo delle lingue)
  3. Companion volume (2018)
  1. Europass (documento della C:E:E:) diviso in 5 parti, tra cui le più importanti sono il passaporto linguistico e il curriculum vitae.