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appunti del corso di linguistica generale con il professore nobili integrati con le sue spiegazioni
Tipologia: Appunti
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La linguistica è la disciplina che ha come oggetto di studio la lingua italiana. Ferdinand de Saussure fu definito il padre della linguistica italiana. L’opera più importante è “Corso di linguistica generale”, costruito fondendo gli appunti presi dagli allievi di Saussure durante i corsi di linguistica generale e le note biografiche trovate dopo la morte del maestro. La prima edizione esce nel 1977 in Italia con le traduzioni di Tullio de Mauro, mentre l’originale in francese esce nel 1916. È importante partire da questo classico perché annuncia l’obiettivo della linguistica, ossia la lingua. La lingua è un sistema di segni esprimenti delle idee e pertanto è confrontabile con la scrittura, i riti simbolici, le forme di cortesie, tutti altri sistemi di segni esprimenti delle idee pari alla lingua. Essa è semplicemente il più importante di tali sistemi. La lingua dipende da due fattori: la massa parlante e il tempo. Essa è un codice di segni. Un segno è un’entità bifacciale. La prima faccia è quella che noi percepiamo attraverso i nostri sensi cioè attraverso il canale fonico-acustico. Tuttavia, è possibile percepire anche attraverso la vista se il parlante sfrutta il canale grafico-visivo, oppure, ancora, il canale manuale-visivo. Questa prima faccia esteriore prende il nome di significante, che è l’aspetto esteriore del segno linguistico realizzabile con la voce o in forma scritta. La seconda faccia riguarda il contenuto del messaggio ossia il significato, ciò a cui il significante rimanda, ciò a cui io mi riferisco. Ciò cambia da una cultura all’altra, difatti non a caso la lingua è un elemento culturale. Un esempio di significato e significante può essere espresso con la parola RAMO: il significante è la sequenza di foni, ossia è il modo in cui si scrive o pronuncia parole e frasi. Il significato di ramo invece è il colore marrone, la forma ruvida, ossia il concetto espresso da un segno linguistico. Inoltre, il significato di un segno linguistico può essere esteso a vari campi esperienziali, a nuove realtà extralinguistiche. Non sempre per nominare una nuova cosa la lingua crea un neologismo. Il segno diventa polisemico ossia il significato è uno ripartito in più accezioni. Ad esempio, la parola ramo rimanda a diversi significati in base al contesto: è possibile parlare infatti di ramo familiare. Esistono anche segni monosemici ossia con un unico significato come quelli appartenenti al significato scientifico: ad esempio la parola bronchite non ha variazioni di significato. Secondo De Saussure per comprendere la lingua è necessario paragonarla ad altri codici. Egli studierà i segni secondo un orizzonte semiotico, ovvero comprendendo quali proprietà la lingua ha in comune con altri codici comunicativi fino ad arrivare a quelle che le sono esclusive, quali la metalinguistica riflessiva, ossia con la lingua si può parlare della lingua, è possibile parlare dell’italiano attraverso l’italiano: l’italiano1 di cui parlo è la lingua oggetto; Italiano2 di cui mi servo per parlare dell’italiano è la metalingua.
La lingua parlata si fonda sulla produzione di suoni (o foni) e quindi, per descrivere una lingua, bisogna anzitutto conoscere come essi vengono prodotti. Nella lingua scritta i foni sono resi con le lettere dell'alfabeto, dette grafemi. È ancora viva l'idea che l'italiano sia una lingua che «Si legge come si scrive». In realtà, sebbene il nostro sistema ortografico sia meno distante dalla pronuncia rispetto a quello di altre lingue, non esiste una corrispondenza biunivoca tra le lettere dell'alfabeto e i foni che esse intendono rappresentare. Il ramo della linguistica che studi i foni è la fonetica. Infatti, si occupa dello studio della produzione dei foni di un parlante attraverso l’apparato fono articolatorio che consente di articolare i suoni che in linguistica vengono definiti foni. Il linguaggio verbale riesce, combinando una quantità abbastanza ridotta di foni, a produrre un numero elevatissimo di parole e quindi di significati. I foni vengono prodotti solo durante l’espirazione. Se le corde vocali restano inerti in fase di espirazione, si realizzano foni sordi; se invece sono tese ed
entrano in vibrazione, i foni prodotti sono sonori. Salendo ulteriormente, se il velo palatino, ossia la parte posteriore del palato, è staccato dal fondo della faringe, l’aria, oltre che dalle labbra, esce anche dalle narici, producendo foni nasali; se invece il velo palatino è sollevato contro la volta superiore della faringe, i foni prodotti sono orali. Solo all’interno dei foni orali si ha nella nostra lingua la distinzione tra vocali e consonanti. Le vocali sono foni sonori che si producono quando le corde vocali vibrano regolarmente e l’aria nella cavità orale non incontra veri e propri ostacoli, semmai piccoli restringimenti. Le consonanti sono invece foni sonori o sordi che si realizzano quando l’aria nella cavità orale incontra resistenze dovute alla chiusura del canale o a un suo notevole restringimento. Esistono anche foni che possiamo considerare intermedi tra le vocali e le consonanti, che sono detti, a seconda della loro posizione nella catena fonica, semiconsonanti o semivocali, prodotti in modo simile ad alcune vocali, ma caratterizzati, tra l’altro, da una durata più breve. Le vocali in italiano sono gli unici foni su cui può cadere l’accento. Un'altra branca della linguistica, la fonologia, studia i foni in astratto, nel loro configurarsi, all'interno di una o più lingue, come sistema, per individuare i fonemi, cioè le più piccole unità distintive di una lingua, di per sé non portatrici di significato, ma funzionali per determinare differenze di significato. Il loro numero varia da lingua a lingua, ma è comunque sempre ridotto rispetto a quello dei foni. La distinzione tra fono e fonema è fondamentale. In italiano, come del resto in tutte le lingue, i parlanti producono foni; abbiamo foni diversi che corrispondono a fonemi distinti, ma abbiamo anche foni diversi che costituiscono realizzazioni diverse di uno stesso fonema, soggette a variazioni individuali, regionali o sociali, chiamate allòfoni. In questi casi alla diversità fonetica non corrisponde una differenza sul piano fonologico: pensiamo alla cosiddetta erre «moscia», la cui concreta produzione fonetica è ben diversa da quella della erre «normale», ma senza che il sistema della lingua ne tenga conto, senza che al suo fono corrisponda un fonema distinto dall'altra erre. Esistono anche, come vedremo, degli allòfoni comuni all'intera comunità dei parlanti. È il caso delle diverse realizzazioni della nasale /n/ prima di un'altra consonante. Questi foni nella stessa posizione non hanno ripercussioni nel significato, ma ciò che varia è soltanto il significante. I fonemi di una lingua sono individuabili attraverso la cosiddetta prova di commutazione in parole o forme che differiscono per un singolo fono, dette coppie minime, ossia una coppia di parole con stessi fonemi ad accezione di uno nella stessa posizione. La coppia minima si crea anche in presenza di lunghezza della consonante (pala-palla) e di posizione dell’accento (àncora-ancóra). Un esempio di coppia minima potrebbe essere [ˈdaːto] [ˈdaːdo]: in tal caso varia sia il significato che il significante. Nello studio scientifico dei foni e dei fonemi si utilizzano sistemi di trascrizione diversi, che completano le lettere dell'alfabeto latino tradizionale con altri simboli. I foni prodotti vengono trascritti facendo riferimento all’IPA. L’IPA è l’International Phonetic Alphabet, ovvero il sistema di scrittura alfabetico utilizzato, a livello internazionale, per rappresentare i foni delle lingue nelle trascrizioni fonetiche. Dunque, per rappresentare il fono graficamente è necessaria una trascrizione fonetica: un insieme di segni che ci indichino come leggerlo. Da qui la necessità di un alfabeto che omologasse, a livello globale, la pronuncia di ciascuno di questi segmenti. Le lettere e i simboli compresi barrette oblique rappresentano i fonemi; invece, le lettere e i simboli compresi tra parentesi quadre indicano i foni. La lettera tra parentesi angolate indica il grafema. Secondo i criteri di trascrizione dell’IPA, l’accento è reso con un apice simile all’apostrofo prima della sillaba accentata e la lunghezza di un fono si indica con i due punti dopo il simbolo. Per capire su quali sillabe c’è una lunghezza maggiore nell’alfabeto IPA sono considerate lunghe foneticamente le vocali che si trovano in una sillaba tonica aperta, ossia la sillaba termina con una vocale non posta alla fine della parola. Facciamo un esempio
parola, tranne in cognomi sardi e in qualche voce di origine onomatopeica (bau bau). Oltre ai dittonghi, in italiano sono possibili, seppure rari, anche trittonghi, costituiti da due semiconsonanti e una vocale (aiuole) o da una semiconsonante, una vocale e una semivocale (miei). Le consonanti I fonemi consonantici italiano sono 21. Le consonanti vengono tradizionalmente classificate sulla base di diversi elementi: il modo di articolazione, che varia a seconda del tipo di ostacolo che incontra l’aria che esce dalla cavità orale; il luogo di articolazione, ovvero il settore della cavità orale dove si localizza l’ostacolo; la caratteristica del fono di essere sordo o sonoro, orale o nasale. L’italiano sfrutta molto l’opposizione tra sorde e sonore dal punto di vista fonologico, come dimostra la frequenza di coppie minime come passo/basso, callo/gallo. Relativamente al modo di articolazione, se si ha una chiusura completa del canale parliamo di consonanti occlusive; se vi è solo un restringimento, che non interrompe del tutto il flusso dell’aria, si parla di costrittive, che comprendono le fricative e le vibranti; invece, si parla di affricate per indicare le consonanti che si producono prima con un’occlusione e poi con un restringimento, dunque in due momenti distinti. Occlusive e affricate possono essere riunite sotto l’etichetta di plosive; occlusive, affricate e fricative sotto quella di ostruenti. Con riferimento al luogo di articolazione, invece, possiamo suddividere le consonanti italiane in bilabiali se l’ostruzione avviene con la chiusura delle labbra; labiodentali, ostruzione con denti superiori e labbro inferiore; dentali ostruzione ottenuta con la punta della lingua che poggia sui denti superiori; alveolari, la lingua poggia sugli alveoli dei denti superiori; palatali, la lingua poggia sul palato duro ed infine velari, la lingua tocca il velo palatino. L’occlusiva bilabiale sorda è il fono “p”, la correlazione è l’occlusiva bilabiale sonora “b”. L’occlusiva dentale sorda è “t”, l’occlusiva dentale sonora è “d”. L’occlusiva velare sorda è “c” (casa), la corrispondenza sonora è “g” (gatto). “F” è la fricativa labiodentale sorda, la corrispondenza sonora è “v”. Le fricative possono essere anche alveolari o sibilanti. Il fono sibilante sordo è “s”, la corrispondenza sonora è “z”. Corrispondono entrambi ad una “s” ortografica. Ad esempio: Sdentato= sonora; Studente= sorda. Una lettera due foni diversi. L’ultima fricativa è la palatale sorda “sci”, simbolo I.P.A [ ʃ ], la corrispondenza è “g” che non fa parte dell’italiano contemporaneo se non in “garage”, simbolo I.P.A [ʒ]. Ad esempio: Sciàrpa= [‘ʃarpa] ad un fono corrispondono tre lettere. Il grafema “i” è un segno diacritico. Essa serve per differenziare “sciarpa” da “scarpa”. La /tf/ e la / dʒ/, cioè le affricate palatali sorda e sonora, sono rese graficamente con (c) e (g) davanti alle vocali palatali (cento, cercare, gentile, giro), con (ci) e (gi) davanti ad /a/ e alle vocali velari (pancia, ciò, giacca, giù). Vi sono cinque foni consonantici che in posizione intervocalica dal punto di vista fonetico sono lunghi, ma lo scritto non lo registra. Essi sono /ɲ/, /ʃ/, /ʎ/, /ts/ e /dz/. La /ɲ/, la nasale palatale, è resa graficamente con (gn) come bagno [ba: ɲ’ɲo]; la /ʎ/, laterale palatale, con (gl), come aglio [ ‘aʎʎo]. La /ʃ/ detta anche sibilante palatale con (sc) davanti alle vocali palatali come lasciare [laʃ ‘ʃare]; la /ts/ e /dz/, cioè le affricate alveolari sorda e sonora sono rese con l’unico grafema (z). ad esempio, azione [at’tsȷo:ne] oppure azzurro [a’d:zur:o].
dunque, non vi è una corrispondenza biunivoca tra scritto e parlato, in quanto un solo fono corrisponde nello scritto a più lettere. La lunghezza consonantica Quindici consonanti italiane in posizione intervocalica possono essere lunghe o brevi e la loro lunghezza determina una differenza di significato, ha cioè valore distintivo: ad esempio /p/ copia/coppia. La lunghezza consonantica è un tratto fonologico tipico dell’italiano: le altre principali lingue europee, infatti, non hanno mai conosciuto o hanno perduto la distinzione tra consonanti brevi e consonanti lunghe. Nella sequenza di due consonanti o più consonanti, a parte il caso delle occlusive orali prima di /r/ o /l/, la durata dei foni è intermedia tra il grado tenue e il grado forte e infatti si parla di consonanti medio-forti. In particolari sequenze di due parole appartenenti alla stessa catena fonica, la pronuncia dell’italiano standard prevede un rafforzamento della consonante iniziale della seconda parola; ovviamente, ciò si verifica quando tale consonante è di grado tenue e quando tra le due parole non si frappone una pausa : a Firenze si pronuncia affirenze con due f. La grafia segnala questo rafforzamento solo quando le due parole si sono univerbate per formare un composto, come affresco da a fresco. Le parole che provocano il raddoppiamento fonosintattico sono: tutti i monosillabi “forti”, siano avverbi (qui, qua, lì, la), pronomi (me, tu, te, se), verbi (è, ho, ha, do, dà), nomi; alcuni monosillabi “deboli” non accentati cioè alcune preposizioni (a, da, fra, tra, su), i pronomi chi, che e alcune congiunzioni (e, o, se, ma, che e ché, né), alcune parole bisillabe (qualche, come, dove, sopra); alcune parole bisillabe: qualche, come, dove tutte le parole ossitone, accentate cioè sull’ultima sillaba (verrò, dirà, andò, caffè). Questo fenomeno fonetico è stato spiegato dal punto di vista storico come un fatto di assimilazione regressiva. Tra le parole che provocano il raddoppiamento sintattico, infatti, moltissime terminavano in latino con una consonante: se seguita da una parola iniziante per consonante si è infatti assimilata a questa, che si è pertanto allungata, per esempio da ET BENE si è avuto ebbene. Successivamente il fenomeno si sarebbe esteso, per analogia, anche a parole che in latino non terminavano in consonante. Una spiegazione plausibile che ne è stata data è legata alla quantità vocalica: poiché le vocali toniche finali in italiano sono sempre brevi, ci sarebbe stata una tendenza naturale a chiudere la sillaba finale allungando la consonante iniziale della parola seguente. La struttura sillabica In italiano, come in tutte le lingue, i foni non vengono pronunciati isolati, ma in gruppi tra loro legati da varie proprietà, detti sillabe. L’elemento fondamentale della sillaba è il nucleo, che può essere preceduto da un attacco e seguito da una coda: questa insieme al nucleo forma la rima. Se la sillaba è priva di coda, cioè se la vocale è in posizione finale di sillaba, si dice che è libera, altrimenti si definisce impedita. In italiano, al contrario di altre lingue, il nucleo può essere costituito unicamente da una vocale: le uniche eccezioni sono costituite da elementi che si trovano “ai margini della lingua”, come le interiezioni e le onomatopee, come pss, brr, zzz. L’attacco, che può anche mancare, è normalmente formato da una qualunque consonante (mo-do) o da una semiconsonante (uovo, ie-ri). È però possibile anche un attacco ramificato, formato cioè da due o tre consonanti (pre-mio), da una o due consonanti e una semiconsonante (fuo-co) o, molto raramente, da una consonante e due semiconsonanti
sequenza di gran lunga preferita è però il trocheo: le parole italiane piane costituite da due sillabe sono infatti la maggioranza e, tra queste, predominano quelle che presentano la sillaba tonica aperta. La natura e la posizione della sillaba e la posizione dell’accento hanno riflessi sulla durata vocalica che è importante dal punto di vista fonetico. Sono lunghe tutte le vocali in sillaba aperta, toniche e non devono essere in finale di parola. Invece, sono brevi tutte le vocali atone oppure le vocali accentate ma poste in finale di parola. L’intonazione, infine, è un tratto soprasegmentale che riguarda la frase e che riveste una notevole importanza nell’italiano parlato dal punto di vista sintattico: basti pensare al ruolo che assume nella distinzione tra la frase affermativa e le interrogative.
Il secondo livello di analisi linguistica è la morfologia. Essa analizza le forme delle parole e le modificazioni che possono presentare per assumere funzioni e valori diversi. Si distingue dalla fonologia, che è lo studio esclusivo dei fonemi: ad esempio fama, dal punto di vista della fonologia è parola composta di quattro fonemi, mentre dal punto di vista della morfologia è parola formata dall'elemento radicale fam-, depositario del significato, e dal morfema -a, che segnala il valore di singolare femminile. L’elemento minimo dell’analisi morfologica è il morfema, definito come la più piccola unità linguistica dotata di significante, ma a differenza del fonema, è dotata anche di significato ed inoltre non è ulteriormente divisibile. Il morfema è un’unità astratta mentre il morfo è la realizzazione concreta di un morfema. I morfemi si individuano attraverso la prova di commutazione, ossia confrontando due parole che si presuppone che contengano lo stesso morfema. Le lingue del mondo sono state suddivise in due grandi categorie: Le lingue analitiche o isolanti: ogni significato è rappresentato da un elemento unico, che costituisce da solo una parola autonoma, non cambia forma e non può essere legato a un altro elemento. Si parla in tal caso di morfemi liberi. Le lingue sintetiche, che tendono ad unire in una sola parola più morfemi non autonomi, ma legati tra loro e portatori di significati diversi. In italiano in una parola come case distinguiamo due morfemi: la radice cas-, che dà il significato della parola, e la desinenza -e che in questo caso indica che si tratta di un nome femminile al plurale. Inoltre, le indicazioni si trovano anche in altri elementi come gli articoli, aggettivi, verbi e pronomi. Particolarmente frequente nella morfologia italiana è l’allomorfia, cioè morfi diversi nel significante ma che realizzano concretamente lo stesso morfema sul piano astratto. Un caso significativo è costituito dalla desinenza –i dei maschili plurali, per le quali le consonanti velari /k/ e /g/ possono trasformarsi alla fine del tema determinando opposizioni come amico/amici, filologo/filologi, ma abbiamo anche casi come fico/fichi, mago/maghi. Ancora più frequenti sono i casi di allomorfia nel sistema verbale, come ad esempio vengo, vieni. L’allomorfo può riguardare sia morfemi lessicali che quelli grammaticali. I morfemi possono essere classificati secondo due criteri: il criterio funzionale e il criterio posizionale. Il primo fa riferimento al significato che il morfema occupa all’interno della parola; il secondo si riferisce alla posizione che lo stesso occupa. In base al criterio funzionale è possibile operare una macro-distinzione tra morfema lessicale e morfema grammaticale. Il morfema lessicale esprime il significato fondamentale della parola, ossia porta alla parola un significato che fa riferimento alla realtà esterna. Il morfema grammaticale, invece, indica le caratteristiche morfologiche e grammaticali della parola, ed è distinguibile in due tipologie morfemi derivazionali e morfemi flessionali. Il morfema derivazionale consente di derivare una parola dall’altra. Ad esempio, gattino rispetto a gatto: il morfema grammaticale -in crea una nuova parola per riferirsi ad un
diminutivo. I morfemi derivazionali mutano il significato della base cui si applicano, aggiungendo nuove informazioni, integrandolo, modificando la classe di appartenenza della parola e la sua funzione semantica. Inoltre, è presente il paradigma di derivazione a cumulo e a ventaglio. Nel primo caso le parole vengono formate con progressive aggiunte. Ad esempio, Forma → formale → formalizzare → formalizzazione. Invece, nel paradigma di derivazione a ventaglio, le parole vengono formate da tutti i derivati con vari suffissi senza un ordine preciso. Ad esempio, lavoro → lavorativo → lavoratore → lavorazione. Il morfema flessionale, invece, consente di flettere la parola in un’altra forma. Ciascuna categoria flessiva si articola in più valori: ad esempio, l’italiano distingue due valori per il genere grammaticale (maschile e femminile), due per il numero (singolare e plurale) e tre per la persona (prima, seconda e terza). Dunque, nel caso di un aggettivo come buono vi sono quattro forme distinte: buona, buone, buono, buoni. Tuttavia, non sempre è possibile esprimere esplicitamente la distinzione di genere e numero, come le parole gentile o illegalità. I morfemi lessicali sono una classe aperta, ossia continuamente arricchibile con nuovi elementi, mentre i morfemi derivativi e flessivi sono una classe chiusa, non suscettibile di accogliere nuove entità. Per quanto riguarda, invece, il criterio posizionale i morfemi grammaticali si suddividono in classi diverse a seconda della collocazione che assumono rispetto al morfema lessicale. I morfemi posizionali possono essere divisi prefissi, che stanno prima del morfema lessicale, e suffissi, che si collocano dopo il morfema lessicale. Il suffisso può comprendere sia morfemi derivazionali che flessionali. Questi ultimi sono detti desinenze. I suffissi vengono classificati anche in base alle categorie grammaticali d’arrivo: suffissi nominali, che formano sostantivi; suffissi aggettivali, che formano aggettivi; suffissi verbali, che formano verbi; suffissi avverbiali, che formano avverbi. Inoltre, i suffissi possono essere denominali se hanno come base un nome (stradale, armare, benzinaio, gattoni); deaggettivali se hanno come base un aggettivo (bellezza, utilizzare, brevemente); deverbali se hanno come base un verbo (operazione, girevole, ruzzoloni); deavverbiali se hanno come base un avverbio (pressappochismo, indietreggiare). Alcuni prefissi, invece, modificano il significato del lessema di base, conferendo il valore di: privazione, negazione, sottrazione, sostituzione, contrario, come a sessuato, dis allenato, de umidificare contro figura, s blocco, meta linguaggio. Possiamo fare alcuni esempi di segmentazione morfologica:
- banconista : banc-on-ist-a. o Banc-: morfema lessicale, indica un tavolo da lavoro o -on: morfema grammaticale di tipo derivativo accrescitivo, indica la grandezza o -ist: morfema grammaticale di tipo derivativo nominalizzatore, indica la persona legata al morfema lessicale o -a: morfema grammaticale di tipo flessivo, indica il numero e il genere. - Sfiduciato: S-fiduci-at-o o S: negazione o -fiduci: morfema lessicale o -at: morfema grammaticale di tipo derivativo aggettivale o -o: morfema grammaticale di tipo flessivo - Illegalità: il-leg-al-it-à o Il: negazione o -leg: morfema lessicale o -al: morfema grammaticale di tipo derivativo aggettivale o -it: morfema grammaticale di tipo derivativo nominale o -à: morfema grammatica di tipo flessivo
Di queste sei classi, non è più produttiva la cinque e anzi molti nomi ad essa appartenenti hanno sviluppato anche plurali maschili in -i, come ossi, bracci; mentre la tre è tenuta in vita soprattutto dall’inserimento delle parole nuove terminanti con i suffissi -tore, -trice, -zione e dai participi presenti verbali sostantivati (come cantante). Anche la classe quattro resiste soprattutto grazie alle nuove parole di genere maschile uscenti in -ista e ai grecismi in -ma, come teorema, linfoma. Sono invece tuttora produttive la classe uno, in cui vengono generalmente inseriti i nuovi nomi maschili uscenti in -o (gazebo), la classe due comprendente tutti i femminili in -a e la classe sei. Quest’ultima era originariamente costituita quasi esclusivamente da alcuni monosillabi, ma si è poi notevolmente accresciuta nel corso dei secoli con lo sviluppo del suffisso -ità, come napoletanità, e con l’inserimento nel lessico italiano di prestiti ossitoni, come caffè, o uscenti in consonante, come elisir, film, di nomi uscenti in -e, come specie, o in -i, come brindisi o crisi, di nuovi maschili in -a, come boia, panda, e femminili in -o, come radio. L’aggettivo Gli aggettivi sono flessi secondo le categorie di genere e numero, espresse contemporaneamente da un unico morfema vocalico nella prima classe; la seconda classe ha invece solo due forme flesse, singolare e plurale (grande/grandi). Alla terza classe appartengono gli aggettivi terminanti al singolare di entrambi i generi in -a ( con plurale maschile in -i e femminile in -e) come ottimista, ipocrita, idiota. Mentre alla quarta classe i pochi aggettivi col maschile singolare in –(on)e, come sornione, che hanno il plurale maschile in -i, il femminile singolare in -a e il femminile plurale in -e. La quinta classe è costituita dagli aggettivi invariabili; in passato rappresentata solo da pari e composti (pari/dispari) ma si è arricchita con gli aggettivi indicanti colori o altri sostantivi, specie di origine straniera oppure tratti da elementi appartenenti ad altre parti del discorso. Sugli aggettivi è marcato anche il grado: il grado comparativo di maggioranza si realizza con l'avverbio più premesso all'aggettivo; il superlativo assoluto con l'aggiunta di avverbi come tanto, molto etc. Ma anche con il suffisso -issimo, e talvolta in -errimo, come acerrimo o celeberrimo, oppure con vari prefissi, come arci-, ultra- o iper-. Nell’italiano contemporaneo il suffisso -issimo si aggiunge non solo ad aggettivi e ad avverbi, ma anche a nomi (finalissima) e a participi passati che pure mantengono valore verbale (è stato applauditissimo il concerto). Soprattutto con i nomi appare in espansione l’uso di prefissi come mega-, super-. maxi-. Una particolarità dell’italiano consiste nell’utilizzazione di una tecnica sintetica nella formazione di alterati: sia i nomi sia gli aggettivi, con l’aggiunta di vari suffissi, come -ino/a, - etto/a, astro/a, assumono sfumature diminutive, vezzeggiative, accrescitive o peggiorative. Inoltre, talvolta nell’alterazione si ha un mutamento di genere del nome, come un casermone ‘un edificio molto massiccio’, oppure una palazzina un palazzo piccolo. L’articolo Tra le varie funzioni degli articoli determinativi e indeterminativi vi è quella di individuare i nomi che precedono come determinati/indeterminati. L’articolo determinativo ha dunque spesso una funzione anaforica di ripresa di ciò che precede (un’auto ha tamponato un pullman e mentre il pullman non ha subito danni, l’auto si è distrutta); oppure cataforica di anticipazione di ciò che segue (la signora che parla è la madre di Giuseppe). Gli articoli italiani che si presentano ben distinti tra forme maschili e femminili, singolare e plurale, svolgono inoltre la funzione di determinare il genere o il numero del nome che precedono. Dell’articolo indeterminativo l’italiano ha solo il singolare; al plurale si usano gli indefiniti, come alcuni/e, certi/e, o, più spesso, i partitivi dei-degli/delle. Gli articoli, Uniti alle preposizioni semplici, formano le preposizioni articolate. Il sistema dei pronomi
Il sistema dei pronomi italiano è complesso e in continua innovazione. L’italiano è una lingua pro-drop, che consente la caduta del pronome; infatti, contrariamente ad altre lingue, come l’inglese, non richiede necessariamente l’espressione del pronome soggetto prima del verbo: basta pertanto dire vado a casa. A parte il presente e l’imperfetto congiuntivo, dove richiede obbligatoriamente alla seconda persona la presenza del pronome ( voglio che tu vada ), il pronome soggetto è richiesto solo in particolari contesti, per mettere in rilievo la persona o stabilire un’opposizione con le altre ( io vado a casa, tu resta pure ). Nell’italiano standard tradizionale, i pronomi personali singolari mantengono l’opposizione latina tra una forma per il soggetto e una per l’oggetto e, preceduta da preposizione, per gli altri complementi; al plurale, l’opposizione è neutralizzata alle prime due persone ( noi, voi ), mentre più complesso è il caso della terza: essi/esse sono soggetti e anche complementi preceduti da preposizione, ma non complementi oggetti, mentre loro svolge la funzione di oggetto e di complemento. Il riflessivo di terza persona è sé sia al singolare sia al plurale. In realtà i pronomi essi ed esse così come egli ed ella sono oggi scarsamente usati: nello scritto si preferisce omettere del tutto il pronome, oppure sostituirlo con un nome o usare i soggetti lui, lei e loro. Inoltre, lui, lei e loro sono usati, sia come soggetti sia come complementi, non solo con riferimento a persone, ma anche ad animali e a cose. In alternativa, per gli animati si usano i dimostrativi questo e quello. La tendenza a neutralizzare l’opposizione soggetto/complemento si rileva anche nella seconda persona: te si usa come soggetto non solo se coordinato a io (io e te) ma anche posposto al verbo (io sto bene e te?) o anche prima di un imperativo o di un’interrogativa. I pronomi personali tu, lei, ella, voi e loro svolgono anche la funzione di allocutivi. In funzione di complemento oggetto e di termine oltre alle forme toniche, esiste una serie di pronomi atoni (clitici) che si leggano direttamente al verbo. Per le prime due persone, singolari e plurali, abbiamo mi, ti, ci e vi ; per la terza singolare: lo e la (oggetto diretto), gli e le (oggetto indiretto); per la terza plurale : li e le e loro ; il riflesso atono, per entrambi i numeri, è si. Inoltre, lo può svolgere anche la funzione di particella propredicativa e riprende nomi e aggettivi in funzione di predicato nominale, ad esempio si crede bella ma non lo è. Per quanto riguarda si , questo clitico può assumere anche altri valori, tra cui quello di soggetto impersonale. Il paradigma dei pronomi atoni è completato da ci per il locativo (ci vado), ma anche per il complemento indiretto riferito a cose (ci credo) e pure a persone in dipendenza da determinati verbi (ci esco); da vi ancora per il locativo (vi sono); da ne per l’argomento, il partitivo, il moto a luogo anche figurato (non ne so niente, ne dubito, non so che farmene). I clitici si pongono prima dei verbi, tranne che con l'imperativo e i modi non finiti (comprali); la loro posizione è libera all'imperativo negativo (non farlo e non lo fare) e in presenza di una perifrasi verbale, specie con verbi modali (lo posso dire e posso dirlo); è viceversa obbligatoria l’anteposizione in costrutti come lo fai cadere e lo vedo venire. Un caso particolare è costituito dalla posizione del si in affittasi, vendesi, cercasi, leggasi, relitto di una struttura sintattica arcaica, che non ammetteva i clitici all’inizio di frase. Sono anche possibili combinazioni di due clitici e anche di più di due; in tal caso, prima di ne , al posto dei clitici mi, ti, ci, vi, si trovano gli allomorfi me, te, ce, ve, se (me lo prendo, non ce lo vedo) e i dativi di terza persona confluiscono nella forma glie- (glielo dico). Nell’italiano contemporaneo il sistema dei pronomi clitici sta subendo una serie di ristrutturazioni. Nel parlato sono molto più frequenti che nello scritto, anche in conseguenza sia della crescita dell’uso pronominale dei verbi transitivi (mi bevo una birra, ci guardiamo la partita), sia di valori particolari assunti in dipendenza da determinati verbi (detti procomplentari) da vari clitici, in specie la (falla finita, farsela sotto, saperla lunga), sia della presenza di fenomeni sintattici come la dislocazione a sinistra o la proposizione relativa costruita col che
del numero: così in ascoltavate riconosciamo, nell’ordine, la radica ascolt-, la vocale tematica -a, il morfema dell’imperfetto indicativo -va-, quello della seconda persona plurale -te. Ci sono però casi in cui un unico elemento reca tutte queste indicazioni, per esempio nel caso della - ò di chiamò. Delle tre coniugazioni la prima, comprendente i verbi che terminano all’infinito in -are , è quella dal paradigma più regolare, è la prima per numerosità ed è molto produttiva: si inseriscono infatti in questa classe tutti i nuovi verbi formati da nomi e aggettivi con i suffissi -izzare, -eggiare e -ificare, come regolarizzar o mercificare e anche con l’aggiunta di -are a parole italiane, come sdoganare. La seconda, caratterizzata dall’infinito in -ere, comprende solo un certo numero di verbi di derivazione latina, dai paradigmi quasi sempre irregolari, e non è mai stata produttiva. La terza, a cui appartengono i verbi che hanno l’infinito in -ire , comprende una sottoclasse di verbi che presenta la radice terminante in -isc- nelle tre persone singolari e nella terza persona plurale del presente indicativo e congiuntivo e alla seconda dell’imperativo, come finire. La categoria del tempo fa riferimento al momento dell’enunciazione. Il presente indica che l’evento è contemporaneo al momento dell’enunciazione ma può anche riferirsi ad un’azione abituale o atemporale. Non di rado sia nello scritto che nel parlato, questo tempo si usa anche con riferimento al passato come presente storico (ieri vado in centro e indovina chi ti incontro?). Il futuro si riferisce invece a un’azione posteriore al momento dell’enunciazione. Nel tempo passato, riferito a eventi anteriori al momento dell’enunciazione, si distinguono, relativamente all’aspetto, tre forme: imperfetto, passato prossimo e passato remoto. L’imperfetto indica eventi passati durativi o abituali oppure azioni non concluse; il passato remoto indica un evento trascorso definitivamente concluso, mentre il passato prossimo guarda al risultato dell’azione. Gli altri tempi, tutti composti con gli ausiliari, sono detti tempi anaforici perché esprimono anteriorità o posteriorità non rispetto al momento dell’enunciazione, ma a un altro tempo espresso nel testo o ricavabile dal contesto (quando avrai finito i compiti, potrai uscire). La categoria del modo esprime certezza o incertezza sulla realizzazione dell’evento. L’indicativo è il modo della realtà e delle frasi principali. Il congiuntivo esprime dubbio o incertezza ed è il modo tipico delle frasi dipendenti, completive, interrogative indirette, relative limitative o introdotte da congiunzioni che selezionano appunto il congiuntivo. Il condizionale, sia nelle principali sia nelle dipendenti, esprime una modalità controfattuale. Il condizionale passato nelle frasi dipendenti può avere il valore di futuro del passato (speravo che sarebbe venuto). L’imperativo, infine, esprime ordini, esortazioni, preghiere e ha forme proprie solo per la seconda persona singolare e plurale. Tra i modi non finiti, l’infinito e il gerundio si usano, sia al presente sia al passato, nelle dipendenti implicite e molto spesso, al presente, in perifrasi verbali. L’infinito presente può anche comparire in frasi interrogative o esclamative. Il participio presente ha ormai esclusivamente valore aggettivale o nominale, mentre il participio passato è l’unica forma verbale che marca il genere, si usa in frasi dipendenti implicite e, soprattutto, nei tempi composti della forma attiva e nell’intera diatesi passiva. Il sistema verbale contemporaneo sta subendo una serie di ristrutturazioni riguardo all’uso dei tempi e dei modi. Il presente indicativo compare anche al posto del futuro, se accompagnato da un elemento temporale (torno subito); anche il passato prossimo può sostituire il futuro anteriore. Il futuro acquista spesso valori modali: abbiamo così il futuro epistemico, che esprime ipotesi e previsioni, ma anche dubbi o incertezze, il futuro deontico che esprime valore di dovere, il futuro in dipendenza di un verbo di opinione al posto del congiuntivo. Anche l’imperfetto è un tempo in notevole espansione, sempre con valori modali: in particolare tende a sostituire il congiuntivo e/o il condizionale con valore non
fattuale o controfattuale, come nel periodo ipotetico dell’irrealtà del passato, ad esempio se venivi ti divertivi , oppure nell’imperfetto di cortesia, ad esempio volevo un caffe o nel discorso indiretto con valore di citazione. Notevole cambiato, nell’italiano contemporaneo, è il rapporto tra passato remoto e passato prossimo: il primo è alquanto in regresso tranne che in certe regioni centromeridionali. È invece largamente preferito il passato prossimo, anche con riferimento ad azioni non solo concluse, ma lontane nel tempo ( dieci anni fa sono stato a Parigi ). Per quanto riguarda il congiuntivo, presenta sul piano morfologico alcuni elementi di debolezza: l’identità di forme nelle tre persone singolari al presente e delle prime due all’imperfetto; la coincidenza con il presente indicativo alla 1 persona plurale del presente; le desinenze irregolari rispetto ai paradigmi normali. Anche per questo, il congiuntivo cede sempre più spesso il campo all’indicativo. Per quanto riguarda i modi non finiti, è importante segnalare l’estensione dell’uso dell’infinito come imperativo generico in avvisi e istruzioni (per aprire premere il pulsante) e quella del gerundio in titoli di film, canzoni e programmi televisivi (ballando con le stelle). Participi presenti e passati sono usati soprattutto con valore nominale o aggettivale. Importante, infine, è lo sviluppo di perifrasi verbali. La più frequente è certamente quella formata da stare+gerundio per esprimere la duratività dell’azione, caratterizzando più nettamente il presente deittico rispetto a quello atemporale. Oggi il costrutto si è esteso anche all’imperfetto e a verbi che già di per sé indicano un’azione non momentanea (come sta piovendo o stava dormendo). Ben acclimatata da secoli è anche la perifrasi stare per+infinito , per indicare il futuro imminenziale. Notevole è anche stare a+infinito che è usata con i verbi di percezione (staremo a vedere) con gli imperativi, in frasi negative (non ti stare a preoccupare).
La morfologia lessicale studia i meccanismi attraverso i quali da parole già esistenti si formano parole nuove. Infatti, l’italiano ha formato e continua a formare nuovi lessemi a partire da quelli già esistenti, secondo vari procedimenti, i più importanti dei quali sono la derivazione e la composizione. Le parole formate all’interno del sistema italiano costituiscono un settore molto consistente. È possibile formare parole derivate da altre già esistenti con l’aggiunta di determinati prefissi e suffissi, oppure parole composte con altre già in uso o con confissi, elementi formativi di origine latina o greca. La formazione delle parole consente non solo di ampliare il lessico, ma anche di far funzionare il sistema linguistico in modo economico. Nel caso della derivazione, si può arrivare alla formazione di veri e propri paradigmi, che conferiscono al lessico una struttura coerente e regolare: abbiamo derivazioni a ventaglio, come lavorante, lavorazione, lavoratore, lavorio, tutti derivati, con vari suffissi da lavorare; e la derivazione a cumulo formate con progressive aggiunte, come permeare, permeabile, impermeabile, impermeabilità, impermeabilizzante e impermeabilizzazione. Anche nella morfologia lessicale sono notevoli i casi di allomorfia. Tra i fenomeni più frequenti vi sono: la cancellazione di una vocale o di una consonante, in casi come difficile+mente: difficilmente; la palatizzazione della consonante finale della base prima dei suffissi -ia, -ità, -ista, - istico, -ismo, -izzare (mago: magia; greco: grecità); le assimilazioni consonantiche di prefissi come in- che può diventare im - davanti a /m/, /p/, /b/; ir- davanti a /r/; il- davanti a /l/ e ad- che invece della d si ha il raddoppiamento della consonante iniziale in verbi come arricchire.
azione; nomi di luogo, di strumento, di qualità; nomi e aggettivi etnici; nomi collettivi; verbi che esprimono un risultato; aggettivi di relazione; avverbi. Per ognuna di queste categorie la lingua dispone di uno o più suffissi. Per i nomi d’agente, i suffissi più frequenti sono in -tore/-trice; -ante/ente; one/a; ino/a; quelli con base nominale sono in -ista (giornalista, cubista, barista), -aro/a e -iere/a (teiera, fioriera) e -ario/a (segretario/a). Per i nomi d’azione, che partono da basi verbali e che esprimono il significato del verbo in forma nominale, i più importanti suffissi sono in -zione (solidificazione, privatizzazione), -mento (favoreggiamento), -aggio (lavaggio), -tura (spazzatura) e -ata (chiacchierata). Per i nomi di qualità, tratti da aggettivi, vi è -ezza (bianchezza), -ità (italianità), ed -età (ovvietà). Per i nomi di luogo vi è il frequente uso del suffisso -eria per indicare posti dove si produce o vende qualcosa (birreria). Per gli aggettivi, il suffisso -bile parte da basi verbali e significa ‘che può essere + participio passato del verbo’ (lavabile, richiudibile); si aggiungono invece a basi nominali in -ale, -are, -ile e -ico/a, che esprimono una relazione col nome (aziendale, polare, maschile). Tra i suffissati rientrano anche gli alterati. Infatti, l'alterazione costituisce un caso particolare di suffissazione. Altre volte tra la base e il suffisso si inserisce un altro elemento che viene chiamato infisso, ad esempio leon-c-ino oppure dam-er-ino. Tra i vari procedimenti di suffissazione un caso particolare è costituito dai nomi tratti dai verbi senza l’aggiunta di un suffisso (per esempio spacco da spaccare) e dai verbi tratti da nomi con la sola aggiunta della desinenza -are (come drogare da droga). In questi casi si parla di ‘suffissazione zero’. La prefissazione: Anche la prefissazione è utile per formare parole nuove. Rispetto ai suffissi, i prefissi non possono determinare un mutamento di parte del discorso rispetto alla base. Inoltre, mentre i suffissi non sono mai autonomi, alcuni prefissi sono diventati aggettivi o anche nomi, come super o ex); infine, diversamente da molti suffissi, i prefissi si possono normalmente anteporre a parole di categorie diverse. Esistono però alcune eccezioni: per esempio il prefisso negativo -s si aggiunge solo ad aggettivi e a verbi (inizianti per consonante: sgelare, scontento) mentre in- viene premesso a nomi e ad aggettivi ma non a verbi, come ingiusto, incredibile. I prefissi esprimono concetti diversi, hanno principalmente valore spaziale o temporale (anticucina, anteguerra, postmoderno) ma indicano anche unione (condirettore, coproduzione), opposizione (antirughe), ripetizione (reinserire, rivedere), valore negativo o privativo (apolitico, disabile). Particolarmente produttivi sono i prefissi che esprimono significati diminutivi o accrescitivi come la coppia di antonimi mini/maxi. Una particolarità del lessico italiano è la presenza di verbi parasintetici che sembrano ottenuti con l’aggiunta contemporanea di un prefisso e della desinenza verbale. Si hanno verbi parasintetici sia in - ire , formati da aggettivi e nomi con i prefissi in- e ad- , come imbruttire, sia in -are derivati perlopiù da nomi con i prefissi in-, s-, ad-, de-, dis-, come impolverare o sdoganare. La composizione La composizione si realizza accostando due lessemi, che di solito vengono univerbati, cioè trattati come una sola parola anche dal punto di vista grafico. È importante distinguere tra composti esocentrici ed endocentrici: i primi si riferiscono ai referenti che non coincidono con quelli degli elementi che formano il composto, come pellerossa o Apribottiglie; mentre i secondi sono quelli in cui uno dei costituenti è iperonimo del compossesso, come cassaforte. I più frequenti processi di composizione sono: Nome + nome, come cassapanca; Aggettivo + aggettivo, come giallorosso; Verbo + nome, come portamonete; Verbo + verbo, come saliscendi; Verbo + avverbio, come buttafuori; Avverbio + verbo, come malmenare;
Avverbio + aggettivo, come sempreverde; Avverbio + nome, come non violenza; Preposizione + nome, come dopoguerra. Nelle parole formate da nome + nome, i due elementi nominali possono essere coordinati, come nel caso di cassapanca (il cui plurale è cassepanche) oppure il secondo può determinare il significato del primo, o svolgendo una funzione quasi aggettivale, come in cane poliziotto, bambino prodigio o facendo da complemento, come in capofila, sala macchine, dove è evidente l’omissione di una preposizione. Solo in composti recenti la testa è costituita del secondo nome: ferrovia ‘via di ferro’. Soprattutto nei giornali troviamo anche combinazioni asidentiche come effetto serra, emergenza immigrati definiti da Vallauri ‘composti intitolativi’, da accostare a quelli che hanno un nome proprio come secondo elemento, come effetto Doppler, caso Moro. Il tipo formato da aggettivo + nome nel quale ciò che indica il nome ha la caratteristica espressa dall’aggettivo sembra poco produttivo; è invece molto più produttivo il tipo in cui rientrano i composti non univerbati costituiti da un aggettivo che indica un colore seguito da un nome che ne precisa la tonalità, come rosso fuoco. Senz’altro produttivo è il tipo nome + aggettivo, che serve prevalentemente per formare composti esocentrici, che indicano cioè animali e persone con le caratteristiche indicate dal composto, come pettirosso. Il tipo di composizione aggettivo + aggettivo pone gli aggettivi in rapporto di coordinazione. Indica soprattutto i composti relativi ai colori delle maglie di calcio o anche coalizioni tra forze politiche diverse. In questi composti spesso il primo elemento viene accorciato, come democristiano < democratico cristiano. Molto frequente è il tipo verbo + nome, caratteristico delle lingue romanze, in cui il nome costituisce il complemento oggetto del verbo. Oggi il tipo si usa per indicare macchinari, attrezzi, elettrodomestici (lavapiatti,tritacarne, scolapasta) mentre è divenuto più raro per formare nomi di piante (pungitopo) e di mestieri o attività. I composti verbo + verbo si formano per lo più con la ripetizione del medesimo verbo (fuggifuggi) o con l’accostamento di verbi con significato contrario (saliscendi). Talvolta è presente anche la congiunzione e, come tiremmola. Infine, per quanto riguarda i composti preposizioni + nome che sono per lo più esocentrici, indicano persone o cose che si trovano nella condizione descritta dal composto: i senzatetto sono persone prive di una casa, il sottobicchiere è qualcosa che sta sotto il bicchiere. La composizione neoclassica Nell’italiano contemporaneo è molto diffuso un tipo di composizione delle parole che utilizza elementi propri del latino e del greco, detti confissi, combinati tra loro (glottologia ‘studio della lingua’) o uniti a parole moderne, alle quali i confissi si possono posporre (paninoteca) o anche anteporre (telecomando). Si parla in questo caso di composizione neoclassica, perché basato appunto su elementi delle lingue classiche. I confissi sono stati definiti anche semiparole oppure prefissoidi e suffissoidi a seconda della posizione che occupano nei composti. La composizione neoclassica ricorda per alcuni versi l’affissazione: i confissi, infatti, come i suffissi e i prefissi, non sono di norma elementi liberi, ma compaiono solo all’interno di parole complesse; diversamente da quelli, però, hanno un significato pieno in quanto, nelle lingue classiche, costituivano delle vere e proprie parole. Rispetto alla composizione tradizionale, inoltre, nella composizione neoclassica la testa è a destra, in quanto segue la sequenza determinante + determinato. Inoltre, nei composti neoclassici possono entrare anche più di due elementi (otorinolaringoiatra). Oltre al significato che avevano nelle lingue d’origine, alcuni confissi hanno sviluppato un significato aggiuntivo: alcuni, infatti, usati come accorciamenti di parole molto frequenti, hanno assunto anche il valore di quest’ultime. È il caso di auto ‘da solo si ha auto- da automobile in autostrada, autoaccessori ecc. La composizione neoclassica è nata nel linguaggio delle
La frase è un’espressione linguistica di significato compiuto, considerata isolatamente, al di fuori di un testo o di un contesto che contiene una predicazione e tutti gli elementi necessari per la sua completezza. Nello scritto è delimitata da due segni forti di interpunzione, ossia il punto, il punto e virgola e più raramente due punti. Il nucleo della frase è costituito dal verbo e dagli elementi che sono direttamente legati ad esso per completarne il significato. La frase semplice è quella costituita da un unico nucleo e dunque da un solo verbo o predicato: ad esempio, tutte le mattine compro il giornale. I verbi sono stati classificati in base al numero massimo di argomenti che possono far parte del nucleo, che è stato definito valenza. Vi sono verbi monovalenti, che richiedono solo un argomento, cioè il soggetto (si tratta degli intransitivi assoluti come dormire, tossire); verbi bivalenti, a cui si lega un secondo argomento, sia esso l’oggetto diretto, collegato direttamente al verbo (verbi transitivi come amare, vedere), o l’oggetto indiretto, collegato al verbo mediante una preposizione (verbi intransitivi come credere); verbi trivalenti, che richiedono tre argomenti (transitivi come dire, dare, o intransitivi come andare); verbi tetravalenti che ne ammettono quattro tutti transitivi come trasferire e tradurre. Tra i verbi bivalenti possono essere fatti rientrare anche i verbi copulativi, che mettono in rapporto il soggetto con un altro elemento, nominale o aggettivale, il quale insieme al verbo costituisce il predicato nominale (essere, sembrare, costituire). In italiano esistono anche verbi zerovalenti, che non richiedono neppure l’espressione del soggetto (si tratta dei verbi ‘atmosferici’ come piovere, nevicare). Tuttavia, non tutti gli argomenti vengono espressi, perché alcuni possono essere già offerti dal contesto situazionale (nel caso di andare, per esempio, resta spesso sottinteso il modo da luogo: adesso vada a casa). Per completare la descrizione della frase si individuano anche altri elementi: i circostanti, legati a un singolo elemento del nucleo, come gli avverbi modali, che modificano il verbo (piove forte), gli aggettivi o il complemento di specificazione riferiti a uno dei vari argomenti (es. il professore di Francesco dà compiti difficili), e le espansioni, collocate al di fuori del nucleo, in posizione spesso libera, come il complemento di tempo, gli avverbi frasali (tutte le mattine mi alzo alle sette). Altre prospettive di studio partono invece dal sintagma, l’unità più piccola dal punto di vista sintattico: il sintagma può essere costituito da una o più parole o anche da più sintagmi semplici. In base all’elemento caratterizzante dal punto di vista sintattico (detto testa), si distinguono il sintagma verbale, il sintagma nominale, il sintagma preposizionale e il sintagma aggettivale. In una frase come la zia di Luciana ha regalato a Marcello una cravatta verde troviamo tutti questi sintagmi. Procediamo all’analisi dei sintagmi. Un sintagma nominale è costituito quindi da un nome che funge da testa e poi da uno o più elementi, il complemento o modificatore, che può svolgere funzione di specificare, quantificatore e determinare: sono specificatori gli articoli e i dimostrativi, sono quantificatori gli indefiniti e i numerali, sono determinanti numerosi aggettivi. In base all’ordine degli elementi che lo compongono il sintagma può essere continuo o discontinuo: nel primo caso gli elementi sono ordinati linearmente, cioè sono posti uno accanto all’altro; nel secondo, sono interrotti. Soggetto e verbo: L’italiano è una lingua pro-drop perché non richiede necessariamente l’espressione del pronome che è soggetto del verbo. Un’altra particolarità sintattica dell’italiano, relativamente al rapporto tra soggetto e verbo, riguarda l’ordine con cui questi elementi possono comparire all’interno della frase. Nella sequenza più frequente, il soggetto
precede il verbo. Tuttavia, l’ordine Soggetto Verbo non è sempre obbligatorio, è ammessa anche la sequenza Verbo Soggetto. Rispetto ad altre lingue, l’italiano ha una maggiore libertà nell’ordine delle parole, che dipende anche dalla funzione informativa che i diversi costituenti svolgono all’interno del discorso. L’italiano tende, infatti, a costruire “da sinistra”, ponendo ad apertura di frase un elemento, detto tema, per lo più già citato nel cotesto precedente o fornito dal contesto e poi il rema, che aggiunge ulteriori informazioni al tema. Così, possiamo avere tanto la sequenza Luigi canta tanto canta Luigi, se il punto di partenza del discorso è che qualcuno canta. Con una categoria particolare di verbi, detti ‘inaccusativi’ (cioè gli intransitivi che richiedono come ausiliare essere), la sequenza VS è anzi quella più frequente (è arrivata Maria rappresenta l’ordine normale, rispetto a Maria è arrivata). Indipendentemente dalla posizione del soggetto, l’italiano richiede obbligatoriamente l’accordo col verbo per quello che riguarda il numero. Nell’uso concreto, specie parlato, è possibile segnalare almeno due casi in cui non di rado si registra la mancanza di accordo tra verbo e soggetto, senza che ciò comprometta la grammaticalità della frase: nella concordanza a senso: il verbo è al plurale quando il soggetto è espresso da un nome collettivo (la maggior parte hanno deciso per il no); quando, nell’ordine Verbo Soggetto, si hanno più soggetti, o anche un soggetto plurale, non presenti nel cotesto precedente e dunque nuovi: il tal caso il verbo resta al singolare (alla festa era presente Luigi, Marco e Elena). Solo in alcuni casi l’italiano prevede l’obbligatorietà del pronome soggetto: Quando il morfema verbale non è in grado di disambiguare la persona, come per le persone singolare del congiuntivo presente e passato. Quando il soggetto non è stato nominato nel testo da molto tempo. Nei casi di focalizzazione: quando è posposto e con le frasi scisse (è lui che ha sbagliato). In casi di contrapposizione. In espressioni olofrastiche (Chi è stato? Io). Con un’apposizione (Lui, è il più alto di tutti). In coordinazione con altri pronomi o sintagmi nominali. Quando è accompagnato da una determinazione. Le dislocazioni. L’italiano deriva dal latino, che poteva disporre le parole all’interno della frase con grande libertà: le desinenze che esprimevano i casi permettevano infatti facilmente di ricostruire i rapporti sintattici, stabilendo quale elemento svolgesse la funzione di soggetto, quale quella di oggetto, e così via. Nel latino volgare, con la perdita dei casi, la posizione delle parole acquistò un ruolo essenziale per stabilire i legami sintattici, specie per distinguere il soggetto dall’oggetto che, contrariamente agli altri complementi, non era preceduto dalle preposizioni. Il soggetto andò a occupare la posizione prima del verbo, mentre l’oggetto venne posto obbligatoriamente dopo il verbo. Quest’ordine delle parole è proprio anche dell’italiano. Anche in questo caso, però, l’italiano conserva una certa libertà nell’ordine delle parole, in rapporto alla funzione tematica e rematica dei veri costituenti frasali. Le frasi che presentano una sequenza diversa da quella SVO sono dette frasi marcate. In certi casi, per mettere in rilievo un complemento, questo può anche precedere il verbo, che va così a chiudere la frase, normalmente aperta dal soggetto (una sola cosa so). Ancora più spesso la frase italiana è aperta da un complemento indiretto, che costituisce il tema (a me nessuno ha detto niente). Soprattutto nel parlato, però, si tende a staccare il complemento iniziale dal resto della frase con una pausa e a riprenderlo mediante un pronome clitico con funzione anaforica: si parla allora di dislocazione a sinistra (a me nessuno mi ha detto niente). Fenomeno speculare è la