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Lezioni su Opere Letterarie Italiane: Orlando Innamorato e Il Cortegiano, Appunti di Letteratura Italiana

Questa lezione discute di due opere letterarie italiane del rinascimento: orlando innamorato di matteo maria boiardo e il cortegiano di baldassarre castiglione. Il primo tratta di giuliano de' medici e la questione della lingua italiana, mentre il secondo si occupa del comportamento gentiluomini e gentildonne. Si analizzano le influenze linguistiche, tematiche e storiche di queste opere.

Tipologia: Appunti

2022/2023

Caricato il 31/12/2023

GiovanniLG21
GiovanniLG21 🇮🇹

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Lezione #11
In Italia, soprattutto nella seconda metà del ‘400, abbiamo un’ampia produzione di opere in volgare. Il
territorio, inoltre, era fortemente diviso e, tra le varie entità presenti, possiamo citare 5 stati che svettavano
sugli altri: il Regno di Napoli sotto gli Aragona; lo Stato della Chiesa, che però comprendeva i territori a nord di
Perugia che tentarono più volte di distaccarsi; la Repubblica di Firenze; la Repubblica di Venezia; il Ducato di
Milano. Di leggermente minor importanza erano anche i domini Estensi, in particolare il Ducato di Ferrara, che
svolse un importante ruolo per la storia culturale e artistica del paese.
Dal 1494, inoltre, si era aperto il periodo delle Guerre d’Italia, con la discesa di Carlo VIII che dunque aprì le
varie contese territoriali tra potenze straniere. In questo contesto la penisola si dimostrò molto fragile,
danneggiata soprattutto dalla divisione interna. L’Italia usciva inoltre da un periodo di relativa pace, sancita
dalla politica dell’equilibrio voluta con la pace di Lodi del 1454; nonostante queste divisioni politiche, però, tra
i vari stati italiani vi erano anche elementi in comune, soprattutto dal punto di vista culturale e sugli assetti
istituzionali: infatti, ovunque si erano diffusi le corti, una sorta di emanazione del potere signorile che, però,
non svolgevano soltanto funzioni amministrative e burocratiche, in quanto erano anche sedi culturali e
artistiche. Qua infatti erano riuniti artisti da tutt’Europa, ingaggiati dal Signore con lo scopo di far prevalere la
propria corte sulle altre anche sotto l’aspetto prettamente artistico: per tale motivo le corti divennero anche
un luogo di scambio tra personaggi provenienti da tutto il continente, come testimoniato dal Libro del
Cortegiano di Castiglione, una produzione avvenuta presso Urbino, dove si trovava una corte internazionale.
Le corti, poi, erano anche i luoghi dove le varie produzioni artistiche ricevevano un primo feedback dal
pubblico lì presente.
All’interno di questo scenario, dunque, possiamo distinguere due luoghi principali: Firenze, soprattutto con
Lorenzo il Magnifico, e il Ducato Estense.
La Firenze Medicea la abbiamo tra il 1434, quando Cosimo de Medici si afferma, e il 1494, a seguito della
morte di Lorenzo il Magnifico, la discesa di Carlo VIII e la cacciata di Piero de Medici. A Firenze si instaura un
regime particolare rispetto agli Stati della penisola: i Medici infatti non sono ufficialmente i Signori della città,
in quanto mantengono le varie istituzioni repubblicane, ma comunque usufruiscono del potere signorile e
controllano le elezioni per le cariche più importanti. In particolare, l’ascesa della città l’abbiamo nel 1469
quando Lorenzo il Magnifico sale al potere, diventando Signore della città a poco più di vent’anni, ruolo che
ricoprirà fino al 1492, anno della sua morte. Garante dell’equilibrio nella penisola, con la sua morte finirà il
periodo d’”oro” in quanto subentrerà il disordine con le Guerre d’Italia, per così dire scatenate da Ludovico il
Moro, signore di Milano, che, per paura di essere spodestato poiché privo del titolo ducale, invita Carlo VIII a
rivendicare i suoi diritti sul trono di Napoli.
Tuttavia, anche il periodo dell’equilibrio vive alcuni momenti di caos, come quello della congiura dei Pazzi; i
Pazzi erano una famiglia fiorentina ostile a quella dei Medici che, col supporto del nipote del Papa Girolamo
Riario, tentarono di rovesciare la famiglia medicea, riuscendo però ad uccidere solo Giuliano, fratello di
Lorenzo. Il Magnifico infatti inizialmente fugge, per poi tornare bramando una vendetta: nel mentre, però, il
Papa aveva scomunicato l’intera città di Firenze e il Sovrano di Napoli aveva dichiarato guerra contro la
Repubblica. È in questo frangente che viene fuori la grande capacità di Lorenzo: recatosi a Napoli nel 1479,
egli induce il sovrano a rinunciare alla guerra e, addirittura, lo fa diventare proprio alleato.
La Firenze medicea visse inoltre diverse fasi di cultura. La prima è caratterizzata da Cosimo il Vecchio, che
riesce ad affermarsi a discapito dell’oligarchia fiorentina, che deteneva una tradizione principalmente volgare
e che guardava con malocchio il nuovo signore della città, che decise di imporre una diversa cultura,
principalmente di stampo umanistico, quindi incentrata su Petrarca e sui classici, in particolar modo Marsilio
Ficino.
Costui era un grande traduttore di Platone, indicato come il depositario di una conoscenza antichissima, e il
suo pensiero di adattò molto bene anche alla politica della famiglia Medici, che infatti svuotò di significato le
istanze repubblicane portando ad una svalutazione della partecipazione attiva alla civiltà civile. Inoltre, per
Marsilio Ficino, importanti erano la bellezza terrena e l’amore, strumenti attraverso i quali elevarsi dalla Terra
per giungere nel Divino.
A Firenze però abbiamo altre tre figure fondamentali, tutte nella seconda metà del ‘400.
Luigi Pulci, che si contraddistinse soprattutto per la poesia comico-burlesca. I suoi lavori erano intrisi di sapore
popolare ma vi erano anche dei momenti seri. La sua opera principale è il Morgante, ossia un gigante che
segue le avventure di Orlando una volta che questo aveva lasciato la corte di Carlo Magno: queste avventure
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Lezione

In Italia, soprattutto nella seconda metà del ‘ 400 , abbiamo un’ampia produzione di opere in volgare. Il territorio, inoltre, era fortemente diviso e, tra le varie entità presenti, possiamo citare 5 stati che svettavano sugli altri: il Regno di Napoli sotto gli Aragona; lo Stato della Chiesa, che però comprendeva i territori a nord di Perugia che tentarono più volte di distaccarsi; la Repubblica di Firenze; la Repubblica di Venezia; il Ducato di Milano. Di leggermente minor importanza erano anche i domini Estensi, in particolare il Ducato di Ferrara, che svolse un importante ruolo per la storia culturale e artistica del paese. Dal 1494 , inoltre, si era aperto il periodo delle Guerre d’Italia, con la discesa di Carlo VIII che dunque aprì le varie contese territoriali tra potenze straniere. In questo contesto la penisola si dimostrò molto fragile, danneggiata soprattutto dalla divisione interna. L’Italia usciva inoltre da un periodo di relativa pace, sancita dalla politica dell’equilibrio voluta con la pace di Lodi del 1454; nonostante queste divisioni politiche, però, tra i vari stati italiani vi erano anche elementi in comune, soprattutto dal punto di vista culturale e sugli assetti istituzionali: infatti, ovunque si erano diffusi le corti, una sorta di emanazione del potere signorile che, però, non svolgevano soltanto funzioni amministrative e burocratiche, in quanto erano anche sedi culturali e artistiche. Qua infatti erano riuniti artisti da tutt’Europa, ingaggiati dal Signore con lo scopo di far prevalere la propria corte sulle altre anche sotto l’aspetto prettamente artistico: per tale motivo le corti divennero anche un luogo di scambio tra personaggi provenienti da tutto il continente, come testimoniato dal Libro del Cortegiano di Castiglione, una produzione avvenuta presso Urbino, dove si trovava una corte internazionale. Le corti, poi, erano anche i luoghi dove le varie produzioni artistiche ricevevano un primo feedback dal pubblico lì presente. All’interno di questo scenario, dunque, possiamo distinguere due luoghi principali: Firenze, soprattutto con Lorenzo il Magnifico, e il Ducato Estense. La Firenze Medicea la abbiamo tra il 1434, quando Cosimo de Medici si afferma, e il 1494 , a seguito della morte di Lorenzo il Magnifico, la discesa di Carlo VIII e la cacciata di Piero de Medici. A Firenze si instaura un regime particolare rispetto agli Stati della penisola: i Medici infatti non sono ufficialmente i Signori della città, in quanto mantengono le varie istituzioni repubblicane, ma comunque usufruiscono del potere signorile e controllano le elezioni per le cariche più importanti. In particolare, l’ascesa della città l’abbiamo nel 1469 quando Lorenzo il Magnifico sale al potere, diventando Signore della città a poco più di vent’anni, ruolo che ricoprirà fino al 1492 , anno della sua morte. Garante dell’equilibrio nella penisola, con la sua morte finirà il periodo d’”oro” in quanto subentrerà il disordine con le Guerre d’Italia, per così dire scatenate da Ludovico il Moro, signore di Milano, che, per paura di essere spodestato poiché privo del titolo ducale, invita Carlo VIII a rivendicare i suoi diritti sul trono di Napoli. Tuttavia, anche il periodo dell’equilibrio vive alcuni momenti di caos, come quello della congiura dei Pazzi; i Pazzi erano una famiglia fiorentina ostile a quella dei Medici che, col supporto del nipote del Papa Girolamo Riario, tentarono di rovesciare la famiglia medicea, riuscendo però ad uccidere solo Giuliano, fratello di Lorenzo. Il Magnifico infatti inizialmente fugge, per poi tornare bramando una vendetta: nel mentre, però, il Papa aveva scomunicato l’intera città di Firenze e il Sovrano di Napoli aveva dichiarato guerra contro la Repubblica. È in questo frangente che viene fuori la grande capacità di Lorenzo: recatosi a Napoli nel 1479, egli induce il sovrano a rinunciare alla guerra e, addirittura, lo fa diventare proprio alleato. La Firenze medicea visse inoltre diverse fasi di cultura. La prima è caratterizzata da Cosimo il Vecchio, che riesce ad affermarsi a discapito dell’oligarchia fiorentina, che deteneva una tradizione principalmente volgare e che guardava con malocchio il nuovo signore della città, che decise di imporre una diversa cultura, principalmente di stampo umanistico, quindi incentrata su Petrarca e sui classici, in particolar modo Marsilio Ficino. Costui era un grande traduttore di Platone, indicato come il depositario di una conoscenza antichissima, e il suo pensiero di adattò molto bene anche alla politica della famiglia Medici, che infatti svuotò di significato le istanze repubblicane portando ad una svalutazione della partecipazione attiva alla civiltà civile. Inoltre, per Marsilio Ficino, importanti erano la bellezza terrena e l’amore, strumenti attraverso i quali elevarsi dalla Terra per giungere nel Divino. A Firenze però abbiamo altre tre figure fondamentali, tutte nella seconda metà del ‘400. Luigi Pulci, che si contraddistinse soprattutto per la poesia comico-burlesca. I suoi lavori erano intrisi di sapore popolare ma vi erano anche dei momenti seri. La sua opera principale è il Morgante, ossia un gigante che segue le avventure di Orlando una volta che questo aveva lasciato la corte di Carlo Magno: queste avventure

sono per lo più di carattere comico, spesso legate al concetto di sproporzione; uno dei passi più celebri è l’incontro con Margutt, un mezzo gigante, che espone il suo credo al protagonista, una sorta di parodia blasfema del cristianesimo, in quanto incentrato soprattutto sui beni e sui piaceri terreni. Vi è poi lo stesso Lorenzo de Medici, autore di una produzione letteraria molto varia. Infine vi è Angelo Poliziano, che giunge a Firenze in giovine età dopo la morte del padre, assassinato a Montepulciano, luogo d’origine della famiglia. Poliziano rappresentò il massimo livello di raffinatezza culturale umanistica, sapendo parlare tre diverse lingue (volgare, latino e greco) e mostrandosi come traduttore dell’Iliade in latino. Anch’egli morì molto giovane, sui 40 anni, ma la sua produzione presenta una fusione di echi molto diversi tra di loro. E’ dunque possibile trovare una vena popolare molto presente nella Firenze Medicea che, come detto precedentemente, vive diverse fasi. Dopo la fase di Cosimo, infatti, troviamo quella di Lorenzo il Magnifico, periodo nel quale emerge anche la figura di Marsilio Ficino. Anche il signore di Firenze mostra una letteratura volgare di stampo popolare, con testi pure comici (per esempio, il Simposio, l’Uccellatore di Starne, Nencia da Barberino). Lorenzo il Magnifico, insieme a Poliziano, presenta dunque una cultura molto raffinata che porterà alla progressiva emarginazione di Pulci. In particolare, il Mediceo viene influenzato da Petrarca e dai poeti dello Stil Novo, con la sua poesia intrisa di linguaggio filosofico che spinge verso una spiritualizzazione dell’amore. Non è un caso infatti che il Magnifico abbia scritto un’opera che ricalca la Vita Nova dantesca, ossia il “Commento dei miei Sonetti”, dove narra di una storia partendo dalla perdita della donna amata in una chiave di lettura neo-platonica. Significativo poi è la Raccolta Aragonese del 1476-1477, che rappresenta un’antologia della poesia toscana delle origini e che era stata composta come dono a Federico I d’Aragona, figlio del Re di Napoli, incontrato a Pisa dove si era detto interessato alla poesia toscana. A questa raccolta è anteposta una lettera di presentazione, scritta da Poliziano come se parlasse Lorenzo, dove presenta una linea storica di sviluppo della poesia toscana, dando un ruolo molto importante agli stilnovisti e affermando la piena dignità della poesia volgare. Tra i testi di Lorenzo il Magnifico il più famoso è sicuramente quello della Canzone di Bacco, scritta per il Carnevale del 1490 e rappresentante di una tendenza della produzione poetica che guarda verso il popolo; questa composizione presenta infatti una forte musicalità, venendo definita appunto canzone ballata (ossia “barzelletta”), composta in ottonari, cioè dei versi parisillabi in cui l’accento cade sempre sulla stessa sillaba metrica, ossia la terza; le ballate inoltre erano composte dalle stanze e dal ritornello, chiamato ripresa, che, per tradizione, era posto subito dopo la stanza, ma che Lorenzo colloca inglobata alla stanza stessa. Il testo presenta comunque un messaggio serio, ossia quello di godere dei piaceri del momento (il cosiddetto “carpe diem”), sottolineando così la fuga del tempo. Per alcuni studiosi ciò è un richiamo all’Ecclesiaste, uno dei testi biblici per eccellenza, ma anche il periodo in cui è stato scritto, ossia quello del Carnevale, non è casuale: esso infatti, collocandosi prima della Quaresima, è tempo di penitenza e digiuno. Secondo lo studioso Paolo Orvieto, inoltre, l’immagine di Bacco e di Arianna richiama alla filosofia di Marsilio Ficino con il ricongiungimento del divino all’umano: Arianna, infatti, dopo essere stata abbandonata da Teseo su un’isola dopo essere fuggiti da Creta, viene salvato da Bacco, che decide di sposarla in un matrimonio che sancisce appunto l’unione tra divino e mortale. Di Poliziano invece possiamo citare le Stanze per la giostra, un esempio molto alto di poesia volgare, nato per celebrare la vittoria di Giuliano de Medici in un torneo cavalleresco, un evento molto usuale al tempo per celebrare le tradizioni del passato. Quest’opera, mai conclusa per la morte di Giuliano in seguito alla Congiura dei Pazzi ma anche a causa della complessità dell’opera stessa, che riprende infatti i temi epici-cavallereschi estranei all’autore, parla di Giuliano, presentato come un giovane che rifiuta l’amore e che, perciò, riceve la vendetta di Cupido, che lo fa innamorare di una ninfa: per conquistarla Giuliano deve dimostrare il proprio valore in un torneo, ma l’amata muore prima che questo si svolgesse. Poliziano è inoltre il fautore della “docta varietas”, opponendosi dunque all’idea del singolo modello da imitare per il poeta; i poeti, per lui, si possono liberamente ispirare a più modelli e, se capaci, devono anche mescolare i vari stili.

Lezione

L’Ambiente Estense L’ambiente estense risulta molto importante per la storia della letteratura italiana, in quanto qui vennero scritte opere molto importanti tra ‘400 e ‘500, come l’”Orlando Furioso” di Ariosto o la “Gerusalemme

compatto nella difesa del mondo cristiano e trasformandolo invece in un mondo individualista, dove i personaggi sono impegnati nella conquista di Angelica. La narrazione si svolge attraverso l’intreccio e, anche qua, compare la figura di Ruggero, secondo Boiardo discendente di Ettore, l’infedele che si convertirà al cristianesimo ma che morirà anzitempo a causa di una profezia. La figura di questo personaggio è utilizzata in questo caso come “capostipite” degli Estensi: ha dunque un valore celebrativo e di encomio per i suoi signori, che volevano modificare la leggenda sulle proprie origini, che li vedeva discendere da Gana (?). Nell’opera è inoltre presente il duello tra Orlando e Agricane, un pagano con cui l’eroe cristiano intraprenderà un duello cercando anche di convertirlo. Sconfitto, sul punto di morte Agricane chiederà il battesimo: questo è uno schema usuale del tempo, essendo presente anche nella Gerusalemme Liberata con lo scontro tra l’eroe Tancredi e la pagana Clorinda. Boiardo, però, rispetto alla tradizione porta avanti delle modifiche: Agricane infatti non rifiuta al 100% la fede cristiana, ma afferma che un cavaliere debba possedere anche il sapere, base della fede, oltre che l’amore e l’abilità nell’uso delle armi. La Trattatistica del Rinascimento Nel corso del ‘ 500 abbiamo due diverse tendenze che, però, sono in qualche modo complementari. La prima spinge a guardare la realtà per quello che è, offrendo uno sguardo disincantato come si vede nel Principe di Macchiavelli; la seconda spinge a trovare delle regole e delle norme che definiscano la realtà, oltre che a trovare degli ideali in cui credere. Su quest’ultima tendenza troviamo due diversi trattati, le “Prose del Volgar Lingua”, di Pietro Bembo, che si sofferma più che altro sul problema della lingua italiana, e “Il Cortegiano”, di Baldassare Castiglione, che intende fissare delle norme di comportamento. Nelle Prose del Volgar Lingua si discute di un tema che si imporrà dopo delle vicende storiche tragiche per la penisola, ossia le Guerre d’Italia. Inoltre, è un periodo di grosso cambiamento per via dell’invenzione della stampa, che porta una vera e propria rivoluzione in ambito letterario, favorendo la creazione di un’industria tipografica: iniziano dunque a circolare numerose copie già a partire dagli anni ’70 del ‘400, quando grande diffusione ottengono le opere classiche italiane. La stampa porta con sé però anche la necessità di avere degli standard, soprattutto dei criteri grafici. Nasce dunque la volontà di trovare una lingua comprensibile per tutto il territorio della penisola, col volgare che ottiene sempre più legittimazione, anche proprio tramite la circolazione dei classici. Bembo risulta poi un personaggio fondamentale in questo processo: a partire dagli inizi del ‘500 collabora col più grande editore di Venezia, Aldo Manuzio. Dante e Petrarca entrano da subito nella collana dei grandi classici in modalità tascabile, senza note, in quanto le opere erano comunque indirizzate ad un pubblico colto. I classici volgari iniziano dunque ad essere trattati come i classici latini, per questo non ci deve sorprendere vedere Petrarca e Virgilio come esempi di poesia, mentre Boccaccio e Cicerone come modelli di prosa. La “Prosa di Volgar Lingua” è stata pubblicata nel 1525, risultando posteriore all’opera di tale Fortunio, friulano, che nel 1516 pubblicò la prima Grammatica Volgare. Bembo tuttavia fa in modo che la sua opera appaia, agli occhi del lettore, composta prima: non è un caso che essa sia ambientata a Venezia nel 1502 e che abbia dei riferimenti antecedenti al 1516. L’opera si basa inoltre su un dialogo, rifacendosi dunque a dei classici come Platone o Cicerone, dove gli interlocutori sono grandi personaggi storici, come Giuliano de Medici, ognuno dei quali ha una propria tesi. È caratteristica inoltre la natura asistematica del dialogo, ossia c’è un confronto tra opinioni diverse, dove l’autore però non sminuisce le tesi diverse dalle sue. Ci sono due diverse tipologie di dialogo: quello diegetico, che è più che altro narrativo e che vede le tesi introdotte da un racconto o un commento; quello mimetico, dove sono presenti delle battute dei personaggi. La tesi di Bembo sostiene una lingua scritta simile a quella dei modelli del ‘300, come Petrarca e Boccaccio. Tra questi modelli non viene considerato Dante, in quanto accusato da Bembo di usare una lingua troppo “reale” e, in alcuni casi, fin troppo umile. La sua è dunque una tesi classicista, che risulta vincente in quanto le altre lingue proposte presentavano regole difficili ed erano ancora in evoluzione, mentre la lingua voluta da Bembo era già definita dalle opere letterarie classiche. Vi sono però altre tesi: la lingua cortigiana, ossia quella utilizzata all’interno delle corti ed usata, per esempio, da Castiglione; la lingua toscana-fiorentina, che già al tempo godeva di grande prestigio ma che presentava anche grandi differenze tra ‘300 e ‘400.

Lezione

Se Il dialogo di Pietro Belbo si occupa della questione della lingua, il Libro del Cortegiano di Baldassarre Castiglione, così come il Galateo di Giovanni della Casa sono trattati sul comportamento. Quando si parla di trattatistica del comportamento si parla di una ricca produzione di opere che nella forma del trattato, del dialogo, della raccolta di precetti o della narrazione novellistica illustrano il modello a cui i gentiluomini e le gentildonne devono conformarsi per essere inseriti nella “conversazione” cioè nelle relazioni sociali e nell’intrattenimento collettivo. In particolare ci siamo soffermati sul Libro del Cortegiano di Castiglione. Quest’opera tratta temi diversi con grande ampiezza di orizzonti, basti pensare che il quarto trattato è dedicato a temi che possono sembrare molto distanti, uno il rapporto fra cortigiani e principe (quindi tema politico), e l’altro l’amore platonico, temi distanti fra loro. L’opera è ambientata in un luogo ben preciso, il Palazzo ducale di Urbino, oggi sede della pinacoteca nazionale delle Marche. I dialoghi del Rinascimento spesso hanno infatti un’ambientazione precisa storica per dare uno sfondo concreto a ciò di cui si parla e non solo, ma anche i personaggi che dialogano sono in genere personaggi storici con una identità ben precisa, basti pensare a un personaggio in particolare che è il filo conduttore fra tre grandi opere della metà del 600, Giuliano de Medici (non il fratello di Lorenzo De medici ma l’ultimo figlio maschio di quest’ultimo), un personaggio presente sia nelle prose della Volgar Lingua sia nel Cortegiano ed è inoltre indicato da Macchiavelli come primo dedicatario del principe. La corte di Urbino era al tempo una corte molto significativa. Si trattava di una piccola corte che era al centro delle mire di diversi personaggi dell’epoca, prima nelle mire dei Borgia (Alessandro vi fa il modo che il figlio Cesare Borgia si impossessasse del ducato, è stato poi nelle mire dei Medici). Baldassare di castiglione realizza una sorta di ritratto della corte di Urbino. Opera di una certa dimensione, che conosce una gestazione piuttosto lunga. L’evoluzione dell’opera e le tappe per cui è passata sono abbastanza confuse. Dialogo ambientato nel passato, nel 1507 alla corte di Urbino di Montefeltro dove si sarebbe svolto in 4 sere un dialogo fra tanti personaggi che popolano la corte, Elisabetta Gonzaga, Giuliano de Medici, Federico e Ottaviano Fregoso, Ludovico di Canossa, Bernardo Dovizi detto il Bibbiena, Pietro Bembo. In realtà l’autore dice di riferire i dialoghi che le sono stati riportati perché lui in quel momento non era a Urbino ma in missione presso il re d’Inghilterra. Castiglione pubblica l’opera nel 1528 e muore l’anno successivo. La pubblicazione e la morte seguono un momento di forte difficoltà perché è il nunzio del papa, e non è riuscito a prevedere il sacco di Roma che è stato un evento molto shoccante al tempo. Nel momento in cui l’opera viene pubblicata sono trascorsi 20 anni dal dialogo e la sensazione che Castiglione ha evocando i nomi dei personaggi del dialogo è quella di un tempo irrimediabilmente perduto Anche la dedica a De Silva, personaggio autorevole del tempo, è carica di malinconia per il passato è come se Castiglione parlasse delle corti del rinascimento e della figura del cortigiano dopo che gli avvenimenti politici che hanno sconvolto l’Italia hanno messo in grossa crisi il sistema delle corti caratteristico dell’Italia del primo rinascimento, come se si volgesse a guardare un mondo ormai perduto. Una cosa sicuramente importante da tener presente è che noi spesso guardiamo a queste opere estrapolando dei brani e in realtà perdiamo il senso del loro sviluppo. È tipico leggere quasi ridurre il Cortegiano alla pagina 95 della dispensa dove si mette a fuoco il concetto che possiamo definire fondamentale dell’opera cioè quello che sorregge tutta la visione e i diversi ambiti di cui parla Castiglione. cioè l’idea della sprezzatura , una disinvoltura, una noncuranza elegante, con cui si fanno le cose senza mostrare la tecnica e l’artificio che serve per ottenere quel risultato così elegante stesso. È importante tenere conto che questa pagina in realtà è l’esito di un’evoluzione, se si legge infatti il dialogo percepiamo che fin dall’inizio questo è all’insegna della sprezzatura, la quale che è per castiglione una regola universalissima della grazia. All’inizio i personaggi si interrogano su come trascorrere le serate, che gioco fare, e alla fine viene individuato come gioco un gioco che consiste nel “formar con parole un perfetto cortigiano” Per quattro sere i presenti discutono su diversi aspetti, affrontati nei 4 libri del trattato. Il meccanismo dei primi 3 è quello di un interlocutore che sostiene la tesi principale e due interlocutori che vi si oppongono, il quarto trattato invece si presenta un po’ a sé stante come qualcosa di diverso dal resto. Immagine che Boiardo veicola del cavaliere perfetto come qualcuno che oltre alle armi e all’amore possiede anche il sapere, la cultura, è qualcosa che ritroviamo a distanza di 50 anni circa nel Cortegiano di Castiglione, per cui all’inizio si dice la principale e vera professione del Cortegiano deve essere quella delle armi ma successivamente si aggiunge come ornamento fondamentale quello delle lettere. Nel formare il perfetto cortigiano Primo libro : Ludovico di Canossa. Si definiscono le qualità fisiche e morali del perfetto cortigiano affrontando

quello che è in realtà un precetto antico cioè che la vera arte e quella che nasconde sé stessa. Niccolò Macchiavelli nasce 1469: anno in cui a Firenze diventa signore della città Lorenzo de Medici che succede al padre Piero come signore di fatto di Firenze. muore nel 1527proprio l’anno in cui ha luogo il sacco di Roma a opera dei lanzichenecchi. Machiavelli porta quindi con sé la storia di quasi un 30ennio, periodo cruciale e ricco di avvenimenti nella storia d’Italia che machiavelli attraversa in gran parte in prima persona. 1492: Morte di Lorenzo de Medici e conclusione di un’età dell’oro, viene meno il garante dell’equilibrio tant’è Due anni dopo, nel 1494, Carlo VIII di Francia scende in Italia e la attraversa per arrivare a Napoli. Conquista abbastanza effimera da parte dei francesi ma che porta con se grandi conseguenze per la penisola fra le quali la caduta del regime mediceo a Firenze perché Piero di fronte a una situazione di difficolta ha un atteggiamento tentennante che porta a delle perdite importanti per Firenze fra cui quella della città di Pisa con il risultato che viene cacciato dalla città e si instaura un nuovo regime popolare che ha come figura principale un frate domenicano che veniva da Ferrara, Girolamo savonarola. Artefice di un cambiamento popolare democratico all’interno d Firenze ma che finisce per essere vittima della sua stessa politica e viene condannato al rogo (testo: la discesa di Carlo VIII secondo Guicciardini). A quel punto A Firenze si instaura un nuovo regime repubblicano di impronta moderata. Nel 1498 fa la sua comparsa sulla scena del tempo Nicolo Machiavelli che diventa una figura centrale soprattutto quando nel 1502 Pier Soderini viene eletto gonfaloniere a vita. Firenze infatti divenuta consapevole della fragilità delle sue istituzioni repubblicane cerca di rafforzare le sue istituzioni, e per farlo una delle modalità consiste nel porre a capo della repubblica qualcuno che resti in carica a vita, come succede a Venezia dove c’è il doge. Regime Soderini dura una decina di anni, perché poi nel 1512 c’è un nuovo sovvertimento nella repubblica di Firenze (Soderini resta fedele all’alleanza on la Francia e finisce stritolato dalla cosiddetta lega santa voluta dal papa Giulio II proprio contro la Francia con l‘idea di scacciare i francesi dall’Italia). Cacciato Soderini, rientrano nell’ autunno 1512 i medici. E In questo lasso di tempo e soprattutto nel dominio di Soderini che si svolge la parabola di Nicolo Machiavelli. Non sappiamo molto di lui prima del 1498 quando entra nei ranghi dell’amministrazione pubblica della repubblica di Firenze. A 29 anni infatti diventa segretario della seconda cancelleria (organo della repubblica che si occupa degli affari interni ovvero del rapporto fra il centro e il territorio circostante che rientra nella repubblica di Firenze, mentre la prima cancelleria si occupa di rapporti internazionali) Si tratta di un ruolo significativo a cui seguono altri incarichi rilevanti, ben presto viene infatti usato per missioni internazionali, anche se non e un vero e proprio ambasciatore, più che altro svolge delle missioni su incarico della repubblica spesso affiancando gli stessi ambasciatori perché è un uomo di fiducia metro spesso gli ambasciatori erano uomini delle famiglie dell’oligarchia fiorentina non proprio fidate per Soderini (le famiglie lo guardano con sospetto perché lui ha il potere a vita). Con questo suo ruolo assiste a eventi fondamentali all’inizio del 500. Per questo possiamo dire che la sua elaborazione politica parte da una esperienza concreta, come nel caso del Principe, il cui modello lui elabora osservando la figura di cesare Borgia, figlio del papa Alessandro VI. Questi è l’emblema del pontefice rinascimentale che vive come sovrano qualunque del suo tempo, vive nel lusso con figli alla luce del sole, si comporta come un monarca che cerca di sistemare i sui figli. Cesare Borgia è il personaggio di riferimento della famiglia e per lui suo padre vuole creare un vero e proprio dominio radicato nell’Italia centro settentrionale. Firenze è preoccupata di quello che può accadere perché potrebbe essere minacciato il territorio di Firenze. Machiavelli quindi viene inviato a seguirlo e osservarne la figura e da li crea il modello del principe. Ma non solo, si trova anche a Roma a seguire il conclave oppure assiste a quello che compie il successore Giulio II della Rovere, emblema del papa guerriero, all’ azione energica con sui si riprende bologna e Perugia, tutti momenti che machiavelli rivendicherà come la lunga esperienza delle cose moderne di cui si avvale quando elabora una teoria di natura politica. Autunno 1512, Medici rientrano a Firenze, machiavelli cerca di accreditarsi presso i medici stessi (lui non era tanto un politico a più un altissimo funzionario, svolge funzioni fondamentali all’interno dello stato e pensa di poter continuare. a farlo anche quando cambia il regime ma in realtà e troppo compromesso, viene destituito dai propri incarichi, accusato in maniera ingiusta di aver partecipato a una congiura contro i medici, torturato, messo in carcere. Viene eletto papa il secondo figlio di Lorenzo, Giovanni de Medici con il nome di leone X e grazie a questa elezione viene proclamata una amnistia a Firenze e machiavelli viene liberato dal carcere, a quel punto saggiamente si allontana da Firenze dove non è gradito e si ritira in un suo podere, noto come l’Albergaccio a sud di Firenze. E qui che nasce uno dei carteggi più interessanti del500, quello fra Machiavelli e. Francesco Vettori personaggio appartenente alla aristocrazia fiorentina che machiavelli aveva conosciuto presso una sua missione diplomatica dall’imperatore Massimiliano d’Asburgo e

con quale intrattiene un carteggio molto fisso, pochi giorni diplomazia sua liberazione scrive già una lettera a Francesco vettori che e incaricato di fare da ambasciatore alla corte papale. Abbiamo visto una lettera che è quasi una sintesi dei contenuti fondamentali e del tono che ritroviamo nel carteggio: è lo stesso Machiavelli a proporci una chiave di lettura “Chi dovesse leggere queste nostre lettere rimarrebbe stupito perché si troverebbe di fronte. a una certa varietà di atteggiamenti., gli parrebbe ora che fossimo uomini molto seri tutti volti a cose grandi e che in noi non potesse cadere nessun pensiero in cui non c’entri onestà e grandezza.” Dibattono infatti sulla posizione dei diversi attori in gioco nella scena del tempo, argomenti gravi di serietà, ma voltando pagina a chi legge sembrerebbero leggeri superficiali e lascivi (Ci sono anche tante lettere in cui parlando donne) Questo modo di procedere a lui pare degno di lode perché imita la natura che è varia e chi la imita non può essere ripreso. La scrittura epistolare come riproduzione di qualcosa di perfettamente naturale, la naturalità e caratterizzata da varietà dei temi degli argomenti della prosa dello stile La lettera è datata 10 dicembre 1513: testo paradigmatico di questa varietà, machiavelli racconta a Vettori la sua giornata tipo. (pag 100). Si trova a vivere in campagna, non ha più i suoi incarichi e quindi neanche denaro e vive quindi in situazioni quotidiane molto umili. la lettera è una risposta a una precedente lettera di Vettori in cui gli raccontava come si svolgeva la sua giornata. normalmente a Roma. A Roma lui era ambasciatore per conto di Firenze. E A Rima era diventato papa proprio uno dei Medici per cui l’uso ruolo di ambasciatore non era molto importante alla fine il papa comunicava con Firenze direttamente co membri della famiglia il ruolo di vettori era più un ruolo rappresentativo e quindi la sua giornata e abbastanza priva di occupazioni rilevanti. Giornata abbastanza oziosa. Machiavelli risponde a Vettori un po’ ironicamente, lui sarebbe ben contento di vivere come il suo corrispondente. Ormai è lontano da quel mondo, la sua prima replica a Vettori è venata di una certa ironia. Dopo avergli detto “pensavo di aver smarrito la vostra grazia” (perché era rimasto a lungo senza scrivergli) la lettera che Machiavelli ha ricevuto lo ha fatto sentire risollevato del fatto che l’amico non l’abbia dimenticato “ ho avuto di nuovo consapevolezza della vostra grazia per l’ultima vostra lettera del 23 di novembre e sono stato contentissimo nel vedere quanto ordinatamente e quietamente voi esercitate questo ufficio pubblico, e io vi esorto a seguire cosi perché chi lascia i propri comodi per quelli altrui so bene che perde i propri vantaggi e nessuno gli mostra gratitudine per quella ragione.” Già qui vediamo una classica massima del pensiero machiavelliano che spesso procede con affermazioni generali sull’umanità. Sguardo disincantato sull’umanità “E il caso in questo momento di lasciar fare alla fortuna perché tanto prima o poi arriverà il momento in ciò a voi occorrerà avere più da fare, e a me allontanarmi dalla campagna e dire eccomi” cioè lui spera di poter essere di nuovo integrato nella vita che faceva un tempo, dire eccomi sono qua sono al vostro servizio, la lettera riflette in buona parte questo suo desiderio. “Non posso fare nient’altro nella mia lettera che dirvi quale sia la mia vita quotidiana”, e qua notiamo una vena ironica, “se voi riterrete che sarebbe preferibile scambiare la vostra vita con a mia io sarò ben contento di fare lo scambio”. All’inizio abbiamo il racconto dell’inizio della giornata, sono attività piuttosto umili, sia modi di passare il tempo che di provvedere al suo sostentamento, come raccogliere la legna e venderla e qualcuno che come racconta, ha cercato di imbrogliarlo. Parla di alcuni che avrebbero ricevuto una catasta di legna e che hanno fatto di tutto per comprimerla, dice “ci mettevano la stessa foga del Gaburra quando con i suoi garzoni bastona un bue” Gaburra=un macellaio di Firenze, fa riferimento proprio a uno spaccato di vita quotidiana. Abbandona quindi il commercio della legna perché non fruttava. e prosegue con il suo racconto: si parla di occupazioni quotidiane, fra queste anche la lettura. Ci propone come lettura leggera quella di poeti d’amore, dice che allontanatosi dal bosco si reca a una fonte con un libro sottomano, o Dante o Petrarca o uno di questi poeti minori come Ovidio Si trasferisce poi sulla strada dove c’è l’osteria, parla con quelli che passano, gli chiede sulle notizie dei loro paesi, “ascolto (intendo) varie cose e prendo nota mentalmente della bizzarra varietà delle inclinazioni e dei caratteri umani” Caratteristica del carattere di machiavelli, trascorre un quindicennio quasi di vita immerso nelle cose del su tempo, documenti, missioni diplomatiche, relazioni ai massimi vertici, e anche qui seppure in contesto diverso troviamo una spiccata attitudine all’ osservazione.

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In Macchiavelli compaiono più volte diversi verbi, come “trasfericomi, intendo o noto”. Egli ha inoltre un’attenzione prensile della realtà, in quanto è interessato e ha le capacità di comprendere anche le varie tipologie di caratteri umani: questa sua inclinazione si riflette nelle sue opere teatrali, come “La Mandragora”, a testimoniare dunque come non fosse solo un autore politico.

principum, ma sugli effetti che l’azione del principe ottiene. Molto famoso è poi il XVIII capitolo, all’interno del quale Macchiavelli dice che è necessario nella azione politica del principe usare sia la parte umana che la “Bestia”, la parte ferina dell’uomo, fatta da due componenti: quella del leone, che rappresenta la violenza e l’aggressività, e quella della volpe, che rappresenta l’astuzia e la capacità di venir meno alla parola data quando necessario. Entrambe sono necessarie nella politica, tanto che fa pure un esempio della politica votata all’inganno raffigurante Alessandro VI, Papa che ha sempre ingannato gli uomini ma che ha sempre avuto successo.

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Ludovico Ariosto L’opera magna di Ariosto è l’”Orlando Furioso”, che è un tentativo di continuazione dell’”Orlando Innamorato” di Boiardo, rimasto incompiuto per la morte del suo scrittore. Il fatto che, dunque, avesse un finale aperto ha permesso la creazione di diversi tentativi di proseguimento dell’opera, che presenta diverse toscanizzazioni, tra le quali la più famosa è quella di Francesco Berni. Fu però l’opera di Ariosto ad affermarsi, anche perché fu la dimostrazione del successo delle tesi di Bembo. L’”Orlando Furioso” è inoltre il primo caso di opera letteraria italiana affidata direttamente alla stampa; inoltre, è la prima opera di un autore non toscano che consacra il toscano al ruolo di lingua letteraria nazionale; l’opera ci riporta poi anche all’ambiente a cui Orlando è legato, ossia quello della corte, essendo lo stesso Ariosto un cortigiano estenso come Boiardo, seppur di minor importanza. L’opera presenta tre edizioni, tutte curate da Ariosto: A) 1516; B) 1521; C) 1532. Sul perché di tre diverse edizioni la tesi più probabile è che l’autore fosse incontentabile, e che solo la sua morte nel 1533 gli abbia impedito altre pubblicazioni. L’edizione A presenta una lingua molto vicina a quella di Boiardo, colma dunque di influenze padane: per tale motivo è anche definita “splendidamente municipale” da Lanfranco Caretti, ossia una lingua legata alla corte che risente le influenze degli eventi storici, recandone anche traccia: in particolare, risente delle Guerre d’Italia, dove Ferrara ottenne alcuni successi militari di grande importanza; l’edizione B presenta l’inizio del lavoro sulla lingua del poema, vedendo qua l’utilizzo delle regole di Bembo, suo amico, in modo tale da allontanarsi dall’uso delle lingue locali: tuttavia, non vi sono cambiamenti di trama, ma vengono corretti alcuni errori della prima edizione; l’edizione C presenta un completo adeguamento alle norme linguistiche di Bembo, esprimendo anche la volontà di rendere più equilibrato dal punto di vista strutturale il poema, ricco di vicende. Il poema viene concluso con un elenco di nomi importanti del tempo, a mo’ di elogio: per esempio, però, manca il nome di Niccolò Machiavelli, che si disse deluso dal non vedere il proprio nome. L’opera ottiene l’elogio di Bembo, essendo che Ariosto intervenne su alcuni aspetti che a noi sembrano banali: egli infatti toscanizzò le forme padane, ridusse la presenza di latinismi ed eliminò parole troppo espressive, burlesche o gergali. Il poema è inoltre legato alla storia del suo tempo, con uno sforzo di modificare la lingua legato all’aspirazione di presentare lo scritto su livello nazionale. Tra il 1516 e il 1532, infatti, Ariosto si rende conto della crisi che stava passando la penisola, culminata con il sacco di Roma del 1527. Alcuni eventi storici successi in questo lasso di tempo lasciano l’impronta sul poema, come la vicenda di Orlando ed Olimpia (Canti IX – XI), importante per mostrare come effettivamente fosse Orlando il protagonista della storia, ma soprattutto utilizzato da Ariosto per accendere una polemica sulle armi da fuoco: le Guerre d’Italia presentarono per la prima volta l’utilizzo dell’artiglieria, incarnata dall’utilizzo di un’arma da fuoco da parte di Cimosco, nemico di Orlando, in una situazione sicuramente anacronistica per il periodo in cui l’opera è ambientata (epoca di Carlo Magno); oppure anche l’esempio della Rocca di Tristano, nel XXXII e XXXIII anto, dove i vari quadri presenti mostrano le invasioni subite dalla penisola, tra cui quella dei lanzichenecchi in occasione del già citato sacco di Roma del 1527. L’opera presenta inoltre tre filoni narrativi: il primo, quello della guerra tra Carlo Magno, cristiano, contro Agramante, saraceno; questo filone termina con una serie di duelli, tra cui quello di Agramante e Orlando o di Rodomonte contro Ruggero. Il secondo filone si concentra sull’amore di Orlando per Angelica, che culmina alla fine nella follia quando scopre che la donna amata si è unita a Medoro, perdendo dunque il senno, che verrà recuperato solo da Astolfo che, come un Deus ex machina, si reca sulla Luna con l’Ippogrifo per recuperare l’ampolla contenente la ragione dell’eroe; il terzo filone è infine quello encomiastico, sempre per celebrare la casata, incarnato da Bradamante e Ruggero, saraceno e progenitore degli Estensi già con Boiardo, che viene sottratto dalle avventure cavalleresche dal suo padrino, il mago Atlante, in quanto conoscitore del destino di morte prematura che è a lui riservato dopo la conversione e il matrimonio con Bradamante. Importante sottolineare come tutti i filoni narrativi arrivino ad una conclusione.

Il proemio presenta subito l’introduzione di uno schema tipicamente di Poliziano, con l’invocazione alla Musa e la dedica al proprio mecenate. La Musa ha caratteri terreni ed umani, simili quasi ai caratteri delle donne invocate da Boccaccio. Vi è poi anche una dedica al suo protettore, Ippolito d’Este, cardinale e fratello del duca Alfonso d’Este; Ariosto spera che piacerà quest’opera al suo protettore ma, per quanto ne sappiamo, il risultato è invece negativo: forse anche per tale motivo lo scrittore passerà sotto la protezione di Alfonso. Ariosto è inoltre assai abile nell’intrecciare tutte le vicende, sancendo lui stesso come apice dell’intreccio, iniziato con Boiardo. Egli segue le singole vicende portandole quasi al culmine, interrompendo sul più bello la narrazione per creare suspence. Ariosto è inoltre un demiurgo, in quanto tira le fila dall’alto, come se fosse un narratore onnisciente. Il suo atteggiamento è inoltre ironico, con l’ironia tipica di chi osserva la sua creazione con l’occhio di Dio secondo Benedetto Croce, mentre per Giulio Ferreri l’ironia è uno strumento per mettere in luce l’altra faccia della realtà. C’è anche un discorso sulla follia, con Ariosto che ci avverte subito che la sua condizione non è tanto diversa da quella di Orlando, essendo anch’egli alla ricerca del suo desiderio amoroso. Proprio la ricerca dell’oggetto desiderato è il fulcro delle avventure dei personaggi, che hanno sempre la sensazione di stare per arrivare al loro agognato obiettivo. Gli uomini sono dunque alla continua ricerca di qualcosa, che continua a loro sfuggire. Un esempio è l’episodio del palazzo di Atlante, che più volte riesce a salvare Ruggero dal suo destino, come nel caso del Castello di Acciaio sui Pirenei. Qua Atlante viene sconfitto da Bradamante, ma riesce comunque a portare via Ruggero attraverso l’ausilio dell’Ippogrifo; il saraceno viene portato sull’isola della maga Alcina, che seduce Ruggero; quest’ultimo, però, riuscitosi a sviare dall’incantesimo, viene rinchiuso nel Palazzo di Atlante, nell’episodio che meglio incarna la concezione di continua ricerca che però risulta vana. Il palazzo è infatti un luogo splendido, dove non manca nulla e dove i personaggi sono attratti dalla magia, in quanto qua appare il loro oggetto di desiderio sotto forma di fantasmi. Anche Ruggero viene attratto qua, tanto che il Palazzo prende la denominazione di “mise et abyme”, ossia un qualcosa che, in piccolo, contiene tutto il poema. Inoltre, il Palazzo è uno spazio rovesciato del mondo terreno. Anche Calvino ha scritto su tale episodio. Orlando è inoltre paragonato a Cerere, madre di Proserpina, in quanto entrambi sono impegnati nella ricerca della donna che, però, risulta vana e affannosa. Nel Palazzo c’è infatti un movimento continuo dei personaggi, dimostrato attraverso verbi e perifrasi, ma questo risulterà comunque ad essere vano. (appunti non miei) Cerere reca anche nel nome il tema della RICERCA. Cercare. Perlustrare. Inseguire qualcosa in cerca di qualcosa di altro. Cerere cercò le selve i campi il monte il piano le valli i fiumi li stagni i torrenti la terra il mare........ricerca affannosa che non ha esito. E dopo che aveva esplorato il mondo terreno andò agli inferi. Ariosto dice che se Orlando avesse avuto un potere pari a quello di Cerere dea, per cercare Angelica non avrebbe tralasciato nessun luogo per cercare ma poiché non aveva il carro tirato dai draghi come Cerere, la cercava al meglio che poteva. Accanto al tema della ricerca ci sono quelli dell'APPARENZA e dell'INGANNO. Anche le parole sono evocative: par, fa sembiante, par, parea...Ottava 8-10 Orlando entra nel palazzo seguendo il cavaliere e comincia a cercare invano lui e Angelica. Movimento continuo dei personaggi espresso da formule ricorrenti nel poema: corre di qua di là, di su e di giù, or quinci or quindi (parte all'altra) alto e basso, movimento affannoso vano. VANITA' invano, andavano, vani, ramaricavan...tutti cercando il van. Tutti si rammaricano del signore del palazzo perché intuiscono che qualcosa nel palazzo non va. Tutti lo vanno cercando (questo signore del palazzo) e tutti gli danno colpa del furto subito, del cavallo che gli è stato rubato, altri si arrabbiano per il furto della donna, altri di altro, e restano così senza riuscire ad uscire dalla gabbia e molti catturati dall'inganno sono rimasti così per settimane e mesi. Ricerca vana- " tutti cercando il van": tutti lo vanno cercando, van è verbo con un troncamento della sillaba finale, apocope o troncamento sillabico. Tutti cercando il van però può essere interpretato in modo diverso ossia tutti cercano il vano, l'illusione, il vano dei loro desideri. OTT 17-19 il narratore lascia Orlando e passa a Ruggiero che come Orlando cerca un gigante e una donna. Alla fine c'è la soluzione dell'inganno magico. Quella stessa persona che ad Orlando appare come angelica a Ruggiero appare Bradamante. Se parla con Gradasso o qualcun che va errando nel palazzo, tutti direbbero che a loro ciò che vedono appare che sembra che sia quella cosa che ciascuno di loro brama. Ariosto ci spiega che ognuno da sembianze diverse alla stessa cosa ed è l’incantesimo di Atlante. Alter ego: un altro poeta che similmente ad Ariosto che ha creato il poema di dame e cavalieri così Atlante ha creato una sua struttura per chiudere gli stessi. Ma è anche antagonista del poeta perché vuole bloccare il racconto e rubare Ruggiero al suo destino. Alla fine infatti Atlante muore e non può più sottrarre Ruggiero al suo destino così che il poema può proseguire finalmente.

Rinaldo: personaggio di invenzione, con funzione encomiastica (progenitore degli Este), incarna la ricerca della gloria personale e il senso dell’onore, che porta all’ira e all’allontanamento dal campo crociato (come Achille) e, attraverso l’errore, ad una maturazione e purificazione fondamentale per la risoluzione della vicenda; Tancredi: eroe tassiano per eccellenza, scisso e tormentato; “La sua forza è sempre minacciata dalla incertezza e dal gusto doloroso per la responsabilità” (Franco Fortini). Tra le eroine troviamo: Clorinda: donna guerriera dell’esercito saraceno, figlia del re Cristiano di Etiopia ed amata da Tancredi; Erminia: principessa musulmana delicata e timida, che ama Tancredi. Significativo il duello tra Tancredi e Clorinda. Quest’ultima, insieme ad Argante, esce di notte dalle mura di Gerusalemme per abbattere la torre mobile dei cristiani. Mentre Argante riesce a rientrare, Clorinda resta fuori. Tancredi, ignaro della sua identità, la insegue e la sfida a duello. Il duello inizia come uno scontro di scherma ma finisce poi in una lotta furiosa; alla fine del duello Tancredi la cinge, non come amante ma come nemico, in segno di rispetto, in quanto non la riconosce. Tancredi chiede al suo avversario quale sia il suo nome, ma Clorinda rifiuta di darlo. Il momento in cui Tancredi affonda la spada nel corpo di Clorinda è descritto quasi in modo sensuale. Alla fine la uccide, ma continua a non capire che lei sia Clorinda che, in punto di morte, chiede di essere battezzata: soltanto dopo averle tolto l’elmo Tancredi la riconosce. Altro episodio significativo è quello della Selva di Saron, avvenuto dopo il duello. Per impedire ai crociati di ricostruire la torre da guerra, il mago Ismeno popola di diavoli la selva. Nessuno dei cristiani riesce dunque ad entrare nella selva in quanto terrorizzati. È tuttavia Tancredi ad andare più avanti di tutti, ma viene fermato dalla voce di Clorinda, proveniente da un cipresso: solo Rinaldo riuscirà a vincere l’incantamento.

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Il ‘600 nella letteratura italiana è spesso inteso come il periodo di declino della produzione letteraria, soprattutto poiché le opere prodotte sono più distanti dagli altri secoli per quanto riguarda l’interesse dei materiali trattati. Ci si allontana infatti dal gusto tipico del Barocco, preferendo una letteratura “fatta di cose concrete”, come affermò De Sanctis: non è un caso che uno degli autori più ammirati di questo secolo sia Galileo Galilei, considerato autore a pieno titolo sebbene presentasse un’idea diversa di lettura e preferisse anche opere scientifiche, presentando però anche una capacità di linguaggio e di forme adatte all’uso letterario, ragion che gli valse la grandissima stima di Italo Calvino. Già con Ariosto, comunque, iniziamo ad avere un dissolvimento dei sistemi tradizionali di riferimento, come quello sulla concezione del mondo: assistiamo dunque alla mancanza di possibilità di avere una visione univoca della realtà. Questo processo era nato a fine ‘400, quando le scoperte geografiche ampliarono gli orizzonti. Un esempio di ciò lo abbiamo col Guicciardini che, nelle “Storia d’Italia” o ne “I Ricordi”, mostra la sua concezione di realtà, basata sul relativismo e che affermava come non fosse possibile estrarre dalle vicende del passato degli insegnamenti da seguire nel presente poiché il contesto della realtà muta continuamente: siamo all’antitesi di Macchiavelli, che invece prende come modelli proprio degli uomini dal passato. In Guicciardini è dunque la discrezione ad essere l’elemento chiave, in quanto ci deve essere la capacità di discernere gli elementi peculiari in ogni situazione da cui derivare la condotta da seguire. Guicciardini coglie poi anche dei mutamenti dei paradigmi, provenienti dalle scoperte geografiche: egli fa l’esempio di Venezia, che perde il monopolio sulle spezie dopo che il Portogallo trovò nuove rotte commerciali verso Oriente. L’autore parla anche della scoperta colombiana delle Americhe, sottolineando come le popolazioni indigeni stessero soffrendo la conquista violenta europea e scrivendo in loro difesa. Sempre basandosi sui viaggi di Colombo, Guicciardini giunse ad una conclusione mettendo in discussione i modelli dei sistemi antichi, che presentavano molti sbagli e che vennero messi sotto revisione. Per sostenere la sua tesi, Guicciardini citò un verso dei Salmi (pag. 118), che viene interpretato come l’annuncio della diffusione del cristianesimo tra le popolazioni della Terra: l’esistenza degli indigeni, però, mostrava come ci fossero delle popolazioni non toccate dal messaggio cristiano biblico. Le scoperte vengono citate anche da Ariosto, che descrive i grandi esploratori come nuovi Argonauti, e Tasso sotto forma di profezie. Grande importanza ebbero anche le scoperte scientifiche, come quelle del 1543 , anno in cui Copernico pubblicò il suo Trattato dove metteva in discussione il sistema tolemaico dell’universo e anno in cui Vesalio pubblicò il suo Trattato sulle scoperte anatomiche del corpo umano, che mettevano in discussione la tradizione di Aristotele. Secondo lo studioso Paolo Rossi, le scoperte di Copernico comportarono un cambiamento della visione del

mondo, in quanto prima il mondo era rigidamente ordinato secondo una immutabile gerarchia, in una struttura sì complessa ma rassicurante in quanto metteva l’uomo al centro di un universo finito. Di fatto, la Rivoluzione Scientifica tra il 1610 e il 1710 portò ad uno scardinamento dei sistemi precedenti, ponendo per esempio fine alla credenza di una distinzione tra la fisica dei cieli e la fisica terrestre (mondo sovra-lunare e sub-lunare) o la finezza dell’universo. Di fatto, sempre per Paolo Rossi assistiamo ad un “rovesciamento dei quadri mentali dell’uomo”. Un esempio lo troviamo all’interno del Saggiatore di Galileo, con la “favola dei Suoni”; in questo racconto troviamo un uomo solitario che vive in un posto desolato e che non ha idea di come sia il mondo; quest’uomo alleva degli uccelli perché è affascinato dal loro canto ma, a poco a poco, viene a scoprire dell’esistenza di nuovi strumenti per emettere suoni: pastori, violini, insetti, altri animali e così via. Dinanzi a tale presa di coscienza l’uomo si rende conto che le sue conoscenze sono estremamente limitate e che c’è sempre qualcosa di nuovo da imparare. Inizia dunque a mettere in discussione il proprio sapere, in quanto “chi meno sa, più è convinto di sapere, mentre più chi sa più è portato a mettere in discussione la propria conoscenza”. Apprendiamo dunque come la conoscenza sia un qualcosa di apertamente indefinito, ricollegandosi dunque all’infinitezza dell’universo. La scienza è dunque in continuo progresso. Uno degli strumenti fondamentale per le conoscenze fu il cannocchiale, che Galileo perfezionò ad inizio ‘600. Questo proto-telescopio porta ad una rivoluzione, in quanto incarna un “simbolo di nuova era e nuovo metodo”, come detto da Andrea Battistini. Questo fu anche da punto di vista letterario, in quanto Emanuele Tesauro scrisse “Il cannocchiale aristotelico”, una delle maggiori opere del Barocco italiano, dove è tipico deformare ciò che è piccolo per cambiare metaforicamente la realtà. Nel 1610 viene inoltre scritto il “Sidereus Nuncius” da parte di Galileo, che porta a tre scoperte fondamentali: la Luna che non presenta una superficie perfetta, presentando invece delle irregolarità e dimostrando come anche i corpi celesti siano imperfetti; la Via Lattea, che è un ammasso di stelle, impossibili da contare; la scoperta dei satelliti di Giove, che dimostra come esistano sistemi che non hanno al centro la Terra. Di fatto tutte queste scoperte sono importanti e lasciarono tutte una forte impronta sulla letteratura del tempo, come nell’Adone di Marino, uno dei poemi più importanti del secolo. L’Adone parte dal mito dell’amore di Venere per Adone che, però, muore precocemente. Il mito viene assai amplificato, con numerose digressioni, totalmente l’opposto di Tasso che invece si concentra su un’unica azione. L’opera conta di XX canti, come Tasso, ma risulta molto più lungo. All’interno dell’opera troviamo una celebrazione di Galileo e delle sue scoperte, sebbene Adone attraversi i cieli aristotelici. Galileo, inoltre, viene visto come Colombo, ossia una sorta di moderno Argonauta. Galileo compone anche delle opere in volgare, in modo tale da portare le sue scoperte anche ad un pubblico colto ma non abituato al linguaggio scientifico. Abbiamo dunque le “Lettere copernicane”, il “Saggiatore” e il “Dialogo sopra i due massimi sistemi”, che costò la condanna all’autore: qua infatti, sotto forma di dialogo suddiviso in quattro giornate, Galileo mostra il suo supporto a Copernico, rifiutando la tesi tolemaica attraverso i personaggi di Sagredo e Salviati, mentre invece Simplicio rifugge la rivoluzione scientifica rifugiandosi nell’autorità aristotelica. La forma dialogica si dimostra inoltre molto adatta anche nel contesto scientifico del tempo, mostrando anche il percorso intrapreso dagli scienziati e non solo i risultati. Alla fine del I libro, per esempio, viene celebrata anche la “scoperta” dell’alfabeto, che con così pochi segni finiti permette di dialogare in maniera indefinita. Tuttavia, il 22 giugno del 1633 Galileo fu costretto ad abiurare. La Poesia del ‘600 è caratterizzata dal Barocco, termine la cui origine è difficile decifrare: per Benedetto Croce il Barocco è parlare di arte del ‘600 che deriva da un sillogismo artificioso, mentre per altri il termine deriva da una perla particolare, con delle forme irregolari. Nel ‘600 abbiamo poi un rapporto tra Barocco e Manierismo, con il primo che è contemporaneamente sia una conseguenza sia una contrapposizione del secondo. Il Manierismo presenta invece una esasperazione di alcuni elementi stilistici, rompendo di fatto gli equilibri del Rinascimento, per esempio attraverso un ampio utilizzo dell’enjambement. Inoltre, il Manierismo una tendenza intimistica, che scava nell’intimo dei personaggi, come accade in Tasso, attraverso però anche delle soluzioni raffinate. Nell’arte il Manierismo si traduce nelle deformazioni, come accade per l’autoritratto del Parmigiano, alla ricerca di uno stile patetico. Il Barocco è diverso, in quanto fa esplodere queste forme, non lavorando più nello scavo interiore ma portando ad una esplosione della realtà che diventa sovrabbondante. L’obiettivo è quello di creare un senso di stupore nel lettore, col “docere” che viene sottoposto al “delectare”, come accade nell’”Elogio della Rosa” dell’Adone, dove si verifica un effetto di accumulo. Questo obiettivo si raggiunge tramite l’utilizzo di metafore, le basi per creare dei concetti. C’è inoltre un allargamento degli strumenti per fare poesia, in quanto ora vengono usati ciò che prima era considerato brutto, grottesco, etc. Vengono utilizzate le

dall’italiano. Giuseppe Parini La vita di Giuseppe Parini, tra il 1729 e il 1799, si racchiude in Lombardia; di umili origini, arriva a Milano solo grazie ad una zia, che gli permise di studiare in cambio di intraprendere la carriera religiosa, tanto che divenne poi abate. Nel 1753 Parini entra a far parte dell’Accademia dei Trasformati e divenne poi precettore di due famiglie, i Serbelloni e gli Imbonati, al quale si ispirò per scrivere il “Giorno”, sua grande opera, che però non venne mai terminata in quanto intraprese incarichi pubblici, come il ruolo di professore. Egli ebbe una grande influenza sui suoi successori: Foscolo lo cita all’interno delle “Ultime lettere di Jacopo Ortis”, Leopardi nelle “Operette morali” e Manzoni dedica un’ode a Carlo Imbonati, un allievo di Parini. Egli infatti viene visto come un modello di impegno civile per veicolare i contenuti di pubblica utilità. Le sue opere trasudano di molte idee tipiche del periodo, quali il pacifismo e l’egualitarismo, non andando però a toccare la materia religiosa, in quanto egli aveva posizioni molto differenti dagli illuministi del tempo, rivendicandone l’utilità civile e sociale. Il suo capolavoro è sicuramente “Il Giorno”, diversi poemetti dedicati ai momenti della giornata di un giovane nobile. Nel 1763 venne pubblicato il Mattino, mentre nel 1765 il Mezzogiorno: entrambe ottennero grande successo, ma la Sera non venne mai pubblicata, tanto che molte furono i tentativi di continuazione, favoriti anche dalla pubblicazione anonima delle prime due parti. Più tardi Parini decise di creare un unico poema, sempre chiamato “il Giorno”, ma suddiviso in quattro parti: il Vespro, il Mattino, il Meriggio e la Notte. Tuttavia, anche questo rimase incompiuto. Il poemetto è formato da endecasillabi sciolti, così chiamati in quanto non legati tra di loro dalla rima poiché si rifacevano alla poesia latina e greca che, appunto, non presentava rime. In tale modo gli endecasillabi sciolti si rifacevano anche all’esametro, tanto che vennero usati da Vincenzo Monti e Ippolito Pindemonte nelle traduzioni più celebri dei poemi omerici. Il Poemetto parla di una giornata tipo del giovane nobile, senza nome in quanto anch’esso è un personaggio- tipo attraverso il quale l’autore vuole identificare tutta l’aristocrazia degenerata, oziosa, disinteressata e con occupazioni inutili, che incarnava il male della società poiché chiusa su sé stessa e refrattaria all’idea di lavoro; inoltre, Parini la paragona anche ai loro avi, in quanto coloro che erano a lui contemporanei avevano pure perso la capacità di usare le armi. La vita del giovane è indirizzata esclusivamente alla moda, in quanto la sua cultura è superficiale. Il poeta finge di essere un precettore d’amabil-rito, ricalcando inoltre la figura poetica di Ovidio presente nell’Ars Amandi. Questa sua trasposizione è una maschera per il suo compito, ossia quello di istruire il giovin signore durante la giornata. Egli si finge ciò che non è, sembrando inoltre all’apparenza solidale col giovane aristocratico quando, in realtà, lo deride: Parini fa un grande uso dell’ironia, servendosi soprattutto dell’antifrasi. La figura del Giovin Signore è caratterizzata dall’età e dal fatto si essere un cavalier servente, ossia una sorta di accompagnatore ufficiale delle dame sposate con altri uomini: si ricade dunque nel costume sociale del cicibeismo. Questo suo ruolo non è nient’altro se non un’ulteriore degenerazione dell’aristocrazia, molto lontana dai reali sentimenti, sia col marito che non prova gelosia per sua moglie sia col Giovin Signore che non prova nessun sentimento per la dama. I personaggi si muovono dunque artificiosamente nella loro vita, come degli automi, attraverso dei gesti meccanici, come se fossero svuotati della loro personalità. Per quanto riguarda lo stile, questo è un esempio perfetto del neoclassicismo, in quanto adatta al mondo sociale che descrive, ossia privo di spontaneità. Vi è poi la messa in rilievo sarcastica della distorsione del mondo, espressa attraverso la sproporzione.

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Ugo Foscolo (1778-1827) La biografia di questo autore appassionò e ispirò anche altri autori: sorte dell’esule → Marzo 1815 : dopo la caduta di Napoleone e il ritorno a Milano degli Austriaci, Foscolo, inizialmente tentato di assumere la direzione di un periodico letterario, decide di fuggire dall’Italia; si ripara in Svizzera, poi in Inghilterra. Esilio Tra neoclassicismo e preromanticismo Foscolo è autore emblematico di una nuova sensibilità, nella quale convivono l’idealizzazione della classicità e le inquietudini che porteranno al romanticismo, con l’esaltazione delle passioni e dell’individuo. Neoclassicismo

  • Corrente artistica che si afferma nella seconda metà del Settecento, basata su una tensione (spesso venata di nostalgia) verso l’antichità classica.
  • (^) Arte classica = realizzazione di una perfetta armonia ed espressione di una civiltà razionale, libera dai condizionamenti della religione cristiana e vicina agli ideali rivoluzionari.
  • (^) La poesia tenta di imitare le forme dell’antichità greca e latina, con un lessico aulico e una sintassi classicheggiante, sublimando la realtà in immagini di levigato nitore. Differenza tra romanzo e poesia Romanzo → è delegata in prima istanza una funzione di mimesi storica: cioè di restituzione integrale di un’epoca, con la sua identità psicologica, le convenzioni politiche, la violenza dei conflitti. Poesia → ha un compito alto, che la ricollega alla sua natura primitiva: celebrazione di glorie patrie, encomio di virtù e di coraggio, espressione di pensieri e di credenze che riguardano un popolo intero. “Dei Sepolcri” Il carme è legato al neoclassicismo. Si guarda al passato antico, al passato greco come periodo ideale nel quale l’eleganza informale cercava di riflettersi sul presente stesso. L’opera è scritta in endecasillabi sciolti e incarna l'idea di poesia che Foscolo sviluppa dal 1803, cioè che la poesia non è un ornamento, ma un atto speculativo, un procedimento per raffigurare verità assolute e necessarie; è per questo che chiama la sua opera carme. Testo poetico di natura religiosa (ma una religione laica, non cristiana). La poesia è qui descritta come un qualcosa capace di toccare realtà assolute, per dimostrare i principi sui quali si regge la civiltà umana. I Sepolcri furono pubblicati a Brescia nel 1807. Foscolo prende spunto, per la sua opera, da Giambattista Vico (filosofo), il quale si chiede come sia possibile creare civiltà o cultura umana a partire dai sepolcri. Contesto storico: L’opera nasce dalle discussioni sull’ editto di Saint- Cloud , che regolava le sepolture, ponendole al di fuori delle città, per volere di Napoleone; Foscolo accentua la propensione postrivoluzionaria a livellare le differenze tra i sepolcri. Secondo Vico, seppellire i defunti è una parte della vita stessa, è una sorta di fondamento della civiltà umana. Rilievo fondamentale nel componimento lo ha la memoria → crea una corrispondenza tra il passato e il presente; continua a far vivere nel presente gli uomini del passato. Importante è anche l’idea che una nazione si fondi sulla memoria di grandi uomini del passato che hanno portato gloria alla nazione stessa. Questa può essere la base sulla quale fondare la propria identità nel presente. Ideologia del carme
  • Il carme può essere visto come il manifesto di una religione laica , che vede nei sepolcri il fondamento della civiltà umana (Vico).
  • Alla base vi è un’idea materialista e una visione meccanicista della natura.
  • L’uomo può opporre al meccanismo implacabile della natura illusioni come quella della memoria , che produce un legame affettivo in grado di andare oltre la morte.
  • La memoria si esprime nel culto riservato alle grandi personalità che con le loro imprese hanno fondato i valori in cui una comunità si può riconoscere.
  • La poesia, depositaria della memoria, risarcisce gli uomini dalle ingiustizie e dalle sofferenze che hanno patito

improntato su cautela e moderazione, realismo, storicità, religiosità, volontà di interpretare i sentimenti del popolo. Scrive nel 1823 una lettera sul Romanticismo: rifiuto di elementi propri della poesia classica e di una tendenza viva classicheggiante, rifiuto della mitologia e dei classici come elemento fondamentale della composizione, però c'è anche il rifiuto del guazzabuglio romantico "di un non so qual guazzabuglio di streghe spettri un disordine sistematico una ricerca dello stravagante, una abiura in termini del senso comune". "che la poesia e la letteratura in genere debba proporsi l'utile per iscopo, il vero per soggetto e l'interessante per mezzo", ritroviamo qualcosa di presente anche in Tasso che per alcuni aspetti è vicino alla sensibilità manzoniana, si pensi al rapporto tra poesia e storia, l'utile. Strumento della comunicazione della verità è il linguaggio e compito del poeta. Manzoni scrive in un breve arco temporale considerando la lunghezza della sua vita. Dopo il 1827 uscita dei Promessi sposi che sono l'evoluzione di un precedente romanzo di Renzo e Lucia. "Fermo e Lucia" 1823. Dopo la pubblicazione dei promessi sposi è come se si fermasse il fervore creativo di Manzoni che al massimo torna a limare lo stesso romanzo. Manzoni diventa un saggista autore di interventi che hanno poco a che fare con una penna creativa. Se guardiamo la produzione tra anni 10 e 20 dell'800 abbiamo produzione di Inni sacri, composizione di 2 tragedie "conte di Carmagnola" "Adelchi" e poi doveva fare una terza su Spartaco ma non la fece. Poi testi civili in cui M partecipa ai primordi del movimento rinascimentale e quel fervore degli intellettuali dell'epoca che fanno della letteratura strumento di ideali per l'Italia. Rapporto tra storia e poesia, problema centrale per M: similmente a Tasso, la poesia si occupa di tutto ciò che la storia non dice, i sentimenti dei personaggi, volontà e passioni, tutto ciò che riguarda la personalità e l'intimo dei personaggi. Al tempo stesso inizialmente Manzoni individua uno spazio di libertà di poesia e letteratura nella possibilità di creare episodi e personaggi purché non contraddicano le linee più rilevanti degli avvenimenti storici, conservando la verità storica dei fatti è possibile creare uno spazio inventivo per il poeta. Successivamente M rinnega la possibilità di mischiare storia e invenzione ma negli anni 20 questa possibilità invece è data allo scrittore che entra nella storia e mette in luce ciò che la storia non è in grado di dire. Negli anni 30 cambia idea. Lettera allo Chauvet sull'unità di tempo e di luogo nella tragedia: Manzoni rivendica la possibilità e anzi la necessità per il poeta, fatta salva l'unità o meglio l'organicità dell'azione di una tragedia, di NON rispettare le unità di tempo e di luogo. Manzoni elabora quindi una propria visione della tragedia che prescinde dall'unità. Per Manzoni la tragedia deve essere uno spazio di riflessione. Ispirazione risorgimentale, testi che esprimono il punto di vista di Manzoni sulla situa italianità. Conte di Carmagnola, coro, "S'ode a destra uno squillo di tromba": deplorazione delle guerre fratricide tra italiani che hanno aperto la strada agli stranieri. L'autore si ritaglia questo spazio nella tragedia per sollecitare una riflessione nello spettatore. Tema della guerra fra italiani molto a cuore nel risorgimento. L'Italia divisa si era fatta guerra. Marzo 1821 pubblicato nel 1848 : Italia " una d'arme, di lingua, d'altare, / Di memorie, di sangue e di cor" vv.31-32. Manzoni non pubblica il testo subito quando i Savoia volevano rendere la Lombardia indipendente dagli austriaci anche se la speranza era flebile, Manzoni auspica di avere una sola Italia unita. Unità italiana. Manzoni risorgimentale: Coro dell'atto III dell'Adelchi: oltre ai promessi sposi opera di massima importanza, Manzoni si ritaglia uno spazio anche qua per riflettere sulla scena rappresentata dal coro, momento in cui i franchi di Carlo Magno sbaragliano i Longobardi e mette in scena l'evento con i longobardi che si rendono conto di cosa sta avvenendo e sono lieti della cacciata dei franchi, la seconda parte del coro però mette in luce come questa gioia sia un'illusione perché i franchi non vogliono liberare gli italiani ma imporre un nuovo dominio. Gli italiani si rendono conto che devono salvarsi da soli. La tragedia si colloca tra il 772/74 durante lo scontro fra franchi e longobardi, Carlo M ripudia sua moglie figlia di Desiderio re dei longobardi. Il papa chiama Carlo M per liberare il territorio dai long. M ha a cuore il tema religioso del papa. La tragedia è legata alla composizione del " Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Ita", che intende opporsi a tesi storiche che polemizzavano contro la Chiesa vista come freno dell'unificazione italiana. M contesta il ruolo negativo della chiesa e ritiene con il coro dell'atto III, sbagliata la visione secondo la quale sarebbe stata possibile l'unione tra latini e longobardi perché questi erano dei dominatori, sostiene che le popolazioni latine erano sottomesse dai longobardi e il papa aveva ragione a difendersi dai long perché era minacciato da loro. Adelchi personaggio storico a cui M assegna una personalità che però è lontana dall'uomo dell'ottavo sec dopo cristo, personalità che lui stesso rinnegherà perché non veritiero, vive un conflitto irrisolvibile tra i suoi ideali di giustizia ed equità e la sua appartenenza al popolo dei dominatori, figlio di Desiderio fratello di Ermengarda moglie di Carlo Magno. "non resta che far torto o patirlo", commettere ingiustizia o subirla, è

l'idea che di fronte alla violenza che governa il destino. Pag 178 della Dispensa, Coro atto III, poesia romantica, resto della tragedia in endecasillabi sciolti, qua invece ci troviamo di fronte ad un testo con un ritmo battente quasi di marci è dovuto alla scelta metrica, dodecasillabi, doppi senari, il coro è composto da strofe di sei dodecasillabi. Ogni verso, 2 senari. Tutto il testo ha un andamento binario, versi doppi senari e compongono strofe di sei versi dodecasillabi che possiamo dividere a 3 versi ciascuna con i primi 2 a rima baciata e il terzo verso che rima con il sesto: AAB CCB. Rima tronca che accentua questo testo di musicalità battente. Andamento binario: strofe 1-5 vv 1-30 sconfitta dei Longobardi in presa diretta. strofe 6-10 vv 31-60 lungo cammino e pericoli affrontati dai Franchi per arrivare in Italia, strofa 11.... Strofe 1-2 legge. quarto verso c'è il sogg del primo periodo e delle strofe: volgo disperso che nome non ha. una massa sparpagliata indistinta, non è neanche popolo, è volgo, indistinto. Non hanno un'identità comune. Si ridesta improvvisamente dagli atri muscosi, atri dei palazzi antichi ricoperti di muschio simboli di una gloria antica che ormai si è persa, i fori cadenti degli antichi romani. Poi parla di luoghi naturali e di lavori, dalle fucine dei fabbri che sono riarse arroventate e stridenti dalla produzione del ferro, dai campi arati dai contadini italici bagnati dal sudore di un lavoro servile. Questo volgo tende l'orecchio e solleva la testa perché sente un rumore crescente. Latini senza un'identità che sente questo rumore in lontananza, indistinto che però poi rivela la sua origine, che è la guerra che porta alla sconfitta dei longobardi. Dagli sguardi dubbiosi pieni di timore, dai volti impauriti, traspare la orgogliosa virtù degli antenati (antichi romani), è come se la battaglia facesse riemergere qualcosa di perduto, come un raggio di sole che traspare da folte nuvole. Qualcosa che arriva non come un raggio abbagliante ma che passa attraverso un ostacolo ed è incerto. Nei volti, lo spregio, il disonore subito a causa della dominazione, si mescola e discorda senza raggiungere una fusione con l'orgoglio di un tempo che fu, confuso ed incerto (legati a spregio, funzione avverbiale indicano la maniera). Il volgo disperso che si raccoglie pieno di desiderio ma si disperde tremante pieno di timore, fra timore e desiderio avanza e si arresta e per sentieri tortuosi con un passo vagante, incerto che non è indirizzato ad una meta sicura, avvista e scruta la turba, la massa, rovesciamento , adesso sono i longobardi che scappano e sono confusi, il volgo disperso avvista e scruta la massa dispersa in ogni direzione dei signori crudeli ora scoraggiata e sparpagliata che fugge senza trovare tregue. Questa turba confusa di longobardi viene paragonati ad un branco di animali che cerca di raggiungere i noti nascondigli delle loro tane. Messi in fuga sono come disumanizzati. Il sogg è sempre il volgo disperso che vede i crudi signori danzanti come animali impauriti, costruzione classicheggiante accusativo alla greca: con i capelli fulvi, con le chiome irte per il timore. Li vede ricercare i noti nascondigli delle loro tane e qui abbandonato il consueto atteggiamento minaccioso vede le donne superbe che adesso guardano piene di pensieri angosciosi i loro figli preoccupati con il volto reso pallido dalla paura. I longobardi rappresentati come animali nella fuga, viene recuperata l'umanità con le donne superbe che nell'angoscia hanno un tratto materno umano vittima. Il sogg è sempre il volgo dei latini che vede giungere guerrieri da destra da sinistra come cani slegati dalla catena per inseguire la preda, che sono sopra i fuggenti che incalzano coloro che fuggono con spade avide di sangue. Li vede e rapito da una contentezza prima ignota precorre l'evento, l'esito finale degli avvenimenti, con una speranza che si muove veloce e sogna la fine della schiavitù. Dalla stanza successiva con quel fortissimo UDITE il poeta si rivolge ai latini MA in realtà agli italiani del suo tempo invitandoli a pensare che i franchi non siano giunti così rapidamente ma c'è tutto un percorso(?). strofa 11 Morale del testo nell'ultima strofa: il forte vincitore si mischia con il nemico, l'antico signore si mischia con il nuovo, entrambi i signori adesso vi opprimono, si dividono schiavi e mandrie, riposano insieme nei campi insanguinati di un volgo disperso che non trova nome. LEOPARDI 1798-1837, brano della Ginestra o fiore del deserto, testo poetico più lungo uno dei più celebri, sorta di testamento di Leopardi composto poco prima della sua morte poi inserita nella sua raccolta poetica i canti dopo la sua morte e sigilla i canti anche se segue una sorta di appendice di frammenti di altri versi, come se enunciasse la summa del pensiero filosofico di Leopardi. La sua poesia è di natura filosofica. Ha un carattere non sistematico e segue un procedere problematico. Pur con qualche semplificazione e con definizioni che oggi destano perplessità per il loro schematismo, si distinguono in L diverse fasi. E' difficile capire il rapporto cronologico con la sua poesia e il suo pensiero. Poesia che anche se nelle sue