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Storia della Medicina: Dall'Antichità all'Età Moderna, Appunti di Sociologia Della Salute

Trattano le materie del corso compreso di libri

Tipologia: Appunti

2020/2021

Caricato il 14/01/2023

Antoenne
Antoenne 🇮🇹

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BREVE MA VERIDICA STORIA DELLA MEDICINA OCCIDENTALE
Riassunti cap. 1-2-3-7 (lettura cap. 4)
CAPITOLO 1 “LE MALATTIE”
La storia della medicina è lontana dall’essere la narrazione di un costante progresso verso il trionfo, è stata
proprio l’umanità stessa a creare flagelli e pestilenza; infatti, le epidemie nascono con la società.
Come detto dagli antropologi circa cinque milioni di anni fa l’Africa assistette alla comparsa dei primi
uomini scimmia, gli Australopitechi dalla fronte bassa e dalla mascella sporgente. Nel giro di tre milioni di
anni il nostro Antenato eretto e dotato di un cervello di grandi dimensioni, ovvero L’Homo Erectus, imparò
ad accendere il fuoco, usare utensili di pietra e infine a parlare. Questo onnivoro si diffuse circa un milione
di anni fa sui territori dell’Asia e dell’Europa conducendo, intorno al 150.000 a.C. all’Homo sapiens.
Seppur l’ambiente dei nostri precursori paleolitici era inospitale e pericoloso sfuggirono ad epidemie che
assalirono le società successive, i bushmen del Kalahari, ad esempio, erano nomadi che vivevano in piccoli
gruppi sparpagliati e dato il fatto che si spostassero continuamente per cui non rimanevano fermi
abbastanza da poter inquinare le fonti d’acqua o depositare immondizia che attraeva gli insetti responsabili
della diffusione della malattia, inoltre le malattie infettive per potersi espandere hanno bisogno di un’alta
densità di popolazione per creare riserve di soggetti predisposti.
Anche gli animali domestici si sono dimostrati una fonte continua e spesso devastante di malattie (I
bushmen, infatti, ne erano anche privi, motivo in più per non essere andati incontro a malattie).
Quando gli umani colonizzarono il pianeta furono essi stessi colonizzati dagli agenti patogeni, fra questi
riportiamo i parassiti e gli insetti come elminiti, pulci, zecche o microrganismi quali batteri, virus e protozoi
la cui velocissima riproduzione dà luogo a gravi malattie in un ospite anche se nei sopravvissuti tutto ciò
provoca una certa immunità rispetto al rischio di nuova infezione.
La razza umana abbandonò l’Africa essendosi moltiplicata e raggiunse mete inizialmente calde, il
nomadismo si protrasse fino alla fine dell’ultima era glaciale (Pleistocene) all’incirca 12.000-10.000 anni fa.
A causa poi della diminuzione della selvaggina e una riduzione dei territori vergini disponibili ricchi di prede,
la pressione demografica spinse l’umanità a coltivare la terra anche perché non esisteva alternativa, si
trattava di produrre o morire.
Di conseguenza l’uomo imparò a sfruttare le risorse naturali e a coltivare il proprio cibo, grazie alla
zootecnia e l’agricoltura sistematica le popolazioni crebbero vertiginosamente, attività come disboscare,
effettuare il raccolto e preparare il cibo erano intensive attività lavorative; pertanto, richiedevano più
braccia che a loro volta andavano nutrite.
Successivamente questo sviluppo condusse alla formazione di comunità più organizzate e stabili con i loro
capi, leggi e gerarchie sociali e più tardi, con funzionari e tribunali pubblici. Sempre in questo contesto si
venne via via delineando la figura del guaritore.
Tuttavia, se l’avvento dell’agricoltura liberò l’umanità dalla minaccia malthusiana della fame, un altro
pericolo venne a galla e fu quello delle malattie infettive. Gli agenti patogeni cominciarono infatti ad
aggredire attraverso un processo lungo e complicato gli esseri umani, precedentemente aggredivano solo
gli animali.
Attualmente gli uomini condividono più di sessanta malattie microrganiche con i cani, poco meno con i
bovini, le pecore, i cavalli e i gallinacei.
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BREVE MA VERIDICA STORIA DELLA MEDICINA OCCIDENTALE

Riassunti cap. 1-2-3-7 (lettura cap. 4)

CAPITOLO 1 “LE MALATTIE”

La storia della medicina è lontana dall’essere la narrazione di un costante progresso verso il trionfo, è stata proprio l’umanità stessa a creare flagelli e pestilenza; infatti, le epidemie nascono con la società. Come detto dagli antropologi circa cinque milioni di anni fa l’Africa assistette alla comparsa dei primi uomini scimmia, gli Australopitechi dalla fronte bassa e dalla mascella sporgente. Nel giro di tre milioni di anni il nostro Antenato eretto e dotato di un cervello di grandi dimensioni, ovvero L’Homo Erectus, imparò ad accendere il fuoco, usare utensili di pietra e infine a parlare. Questo onnivoro si diffuse circa un milione di anni fa sui territori dell’Asia e dell’Europa conducendo, intorno al 150.000 a.C. all’Homo sapiens. Seppur l’ambiente dei nostri precursori paleolitici era inospitale e pericoloso sfuggirono ad epidemie che assalirono le società successive, i bushmen del Kalahari, ad esempio, erano nomadi che vivevano in piccoli gruppi sparpagliati e dato il fatto che si spostassero continuamente per cui non rimanevano fermi abbastanza da poter inquinare le fonti d’acqua o depositare immondizia che attraeva gli insetti responsabili della diffusione della malattia, inoltre le malattie infettive per potersi espandere hanno bisogno di un’alta densità di popolazione per creare riserve di soggetti predisposti. Anche gli animali domestici si sono dimostrati una fonte continua e spesso devastante di malattie (I bushmen, infatti, ne erano anche privi, motivo in più per non essere andati incontro a malattie). Quando gli umani colonizzarono il pianeta furono essi stessi colonizzati dagli agenti patogeni, fra questi riportiamo i parassiti e gli insetti come elminiti, pulci, zecche o microrganismi quali batteri, virus e protozoi la cui velocissima riproduzione dà luogo a gravi malattie in un ospite anche se nei sopravvissuti tutto ciò provoca una certa immunità rispetto al rischio di nuova infezione. La razza umana abbandonò l’Africa essendosi moltiplicata e raggiunse mete inizialmente calde, il nomadismo si protrasse fino alla fine dell’ultima era glaciale (Pleistocene) all’incirca 12.000-10.000 anni fa. A causa poi della diminuzione della selvaggina e una riduzione dei territori vergini disponibili ricchi di prede, la pressione demografica spinse l’umanità a coltivare la terra anche perché non esisteva alternativa, si trattava di produrre o morire. Di conseguenza l’uomo imparò a sfruttare le risorse naturali e a coltivare il proprio cibo, grazie alla zootecnia e l’agricoltura sistematica le popolazioni crebbero vertiginosamente, attività come disboscare, effettuare il raccolto e preparare il cibo erano intensive attività lavorative; pertanto, richiedevano più braccia che a loro volta andavano nutrite. Successivamente questo sviluppo condusse alla formazione di comunità più organizzate e stabili con i loro capi, leggi e gerarchie sociali e più tardi, con funzionari e tribunali pubblici. Sempre in questo contesto si venne via via delineando la figura del guaritore. Tuttavia, se l’avvento dell’agricoltura liberò l’umanità dalla minaccia malthusiana della fame, un altro pericolo venne a galla e fu quello delle malattie infettive. Gli agenti patogeni cominciarono infatti ad aggredire attraverso un processo lungo e complicato gli esseri umani, precedentemente aggredivano solo gli animali. Attualmente gli uomini condividono più di sessanta malattie microrganiche con i cani, poco meno con i bovini, le pecore, i cavalli e i gallinacei.

Vari esempi: nell’era neolitica i bovini furono responsabili della tubercolosi, vaiolo e altri virus; maiali e anatre trasmisero l’influenza, i cavalli portarono i rinovirus (comune raffreddore); dalla peste bovina ne risulta il morbillo trasmessa all’uomo da cani e bovini. Recente esempio di questo tipo è la BSE o malattia di Creutzfeldt-Jakob generata dall’encefalopatia spongiforme dei bovini. Altre nuove malattie dagli animali all’uomo si presenteranno date le pratiche di allevamento che faciliteranno questo passaggio. Intanto alcuni vermi presero residenza stabile all’interno del corpo umano, è il caso dell’Ascaris un verme dal corpo cilindrico parassita dell’intestino tenue che probabilmente si è evoluto negli esseri umani a partire dagli ascaridi dei suini e che causa diarrea e denutrizione. Tenia= può arrivare fino a sei metri e filaria= responsabile dell’elefantiasi tropicale e dell’oncocercosi. Alcune gravi malattie divennero endemiche laddove l’agricoltura dipendeva dall’irrigazione: in Mesopotamia, Egitto, India e nelle aree circostanti di grandi fiumi del Sud della Cina. Le risaie ospitavano parassiti che entravano nella circolazione del sangue di quanti vi lavoravano a piedi scalzi fra cui lo schisotosoma, un parassita che provoca la bilharziosi o schistosomiasi. Stabilità= ottimo insediamento per parassiti, insetti e vermi. Nel passaggio dalla società basata sul nomadismo alla società neolitica il grado di salute subì una flessione negativa con un generale aggravamento delle infezioni e con un tasso di sopravvivenza declinante: l’uomo divenne più basso. Gli insediamenti portarono anche la malaria, prima nell’Africa sub-sahariana. I sintomi erano familiari ai Greci ma non vennero spiegati scientificamente se non intorno al 1900 quando la nuova medicina tropicale dimostrò come fossero causati dal plasmodio (microrganismo appartenente ai protozoi che vive nella zanzara anofele). All’uomo si trasmettono attraverso il morso e si muovono all’interno del flusso sanguigno fino ad arrivare al fegato dove si riproducono con un periodo di incubazione di un paio di settimane, dopodiché rientrando in circolazione i microrganismi aggrediscono i globuli rossi provocando come conseguenza brividi violenti e ricorrenti e febbre alta. La malaria abbandonò l’Africa (ancora oggi però ne è pesantemente colpita) infestando gli insediamenti agricoli alla volta del Vicino e del Medio Oriente e del Mediterraneo, colpì anche l’India, costiera del Sud della Cina e a partire dal Cinquecento gli europei la esportarono via mare nel Nuovo Mondo. Nonostante ciò, le comunità si espansero diffondendo un maggior numero di malattie mai del tutto debellate. Prima dell’invenzione dell’agricoltura la popolazione globale contava circa cinque milioni, verso il 500 a.C. l’apogeo della civiltà ateniese era salita a circa cento milioni, verso la seconda metà del II secolo d.C. era quasi raddoppiata mentre nel 2000 si avvicinava ai 6.080 milioni con previsioni di un ulteriore raddoppiamento entro il secolo successivo. La rinnovata pressione demografica portò a maggiori stenti e diete ancora più povere, per quanto però, possa essere stata malnutrita, assediata dai parassiti e colpita da pestilenze la razza umana si difese contro l’assalto delle malattie, infatti i sopravvissuti alle epidemie svilupparono degli anticorpi e nel lungo periodo la sopravvivenza dei più forti ha comportato uno sviluppo del sistema immunitario che divenne più sofisticato e consentì all’uomo di convivere con i suoi nemici microrganici. I pericoli rimasero comunque alti, specie fra quelle popolazioni non ancora colpite da agenti patogeni e di conseguenza non avevano sviluppato alcun tipo di difesa immunitaria, facendo si che una volta colpite da alcune malattie trasmesse da animali come la difterite, influenza, varicella, parotite e così via, queste si diffondevano velocemente perché altamente contagiose. Iniziò così l’era delle epidemie catastrofiche che con il progresso della civilizzazione e dello scambio di beni, mercanti, marinai e predoni concedevano a soggetti sani il dono insidioso della malattia.

1493  1 epidemia del Nuovo Mondo si abbatté su Hispaniola, probabile influenza suina trasmessa dai maiali a bordo delle navi di Colombo. 1518  Nei Caraibi il vaiolo uccise un terzo, forse metà, degli Arawak di Hispaniola e si diffuse a Puerto Rico e a Cuba. 1521  Con Cortés raggiunse il Messico, l’avventuriero spagnolo attaccò la principale città azteca Tenochtitlàn (odierna Città del Messico) con solo 300 europei e alcuni alleati, quando la città cadde tre mesi dopo metà dei suoi 300.000 abitanti fra cui il capo atzeco Montezuma morirono essenzialmente di malattia. Stessa cosa accadde quando Pizarro conquistò gli Incas 10 anni più tardi, sterminati dal vaiolo. Questo fu soltanto l’inizio di un prolungato attacco batteriologico sferrato contro gli amerindi, ondate di morbillo, influenza e tifo ebbero effetti devastanti su quelle popolazioni, anche se messicani e andina guarirono, nei Caraibi e in alcuni parti del Brasile si giunse quasi all’estinzione e i conquistatori spagnoli e portoghesi furono costretti ad importare schiavi dall’Africa per venire incontro alla carenza di manodopera creata da tutte quelle morti. La conseguenza di questo commercio fu malaria e febbre gialla, determinando ulteriori disastri, l’azione congiunta delle armi da fuoco e dei batteri permise alle esigue forze europee di conquistare mezzo continente. In questo scambio Colombo riportò dalle Americhe una terribile malattia: la sifilide, il primo attacco si presentò fra il 1493 e il1494 nell’assedio di napoli durante un conflitto franco- spagnolo ingaggiato per il controllo dell’italia, si scatenò da subito una tremenda epidemia che portò eruzioni cutanee, ulcerazioni e ascessi, corrodeva ossa, naso, labbra e genitali concludendosi spesso con esiti letali. Il fatto che alcuni soldati spagnoli avessero accompagnato Colombo fece pensare a un’origine americana della sifilide. Sifilide= una delle molte malattie causate dal Treponema, un genere di batteri della famiglia delle spiroteche, era una malattia epidemica tipica in un’epoca di disordini e migrazioni, pervasa da guerre internazionali, agitazioni di popoli e movimenti di soldati e rifugiati. Successivamente alla sifilide venne il tifo una classica malattia legata ad accampamenti sporchi e soldati indeboliti, alleata con il “Generale Inverno” trasformò la campagna di Russia di Napoleone in un disastro. Nel mese di giugno del 1812 i francesi attraversarono il confine russo e l’Imperatore raggiunse Mosca in settembre trovando la città deserta, durante i successivi cinque anni la grande armée fu colpita da una devastante epidemia di tifo, dei suoi seicentomila uomini pochi fecero ritorno a casa e nella maggioranza dei casi a determinare la morte fu proprio il tifo. Il tifo divenne già dall’epoca una delle grandi malattie da sporcizia delle città della Rivoluzione industriale. La nuova malattia dell’Ottocento fu il colera, non si è mai diffuso a livello globale fu endemico nel subcontinente indiano ma a partire dal 1816 la prima epidemia si scatenò in Asia, si spostò a ovest sembrò raggiungere l’europa ma non lo fece e si ritrasse. La seconda cominciò nel 1829, si diffuse sul territorio asiatico in Egitto e in tutta l’Africa del nord, entrò in russia e attraversò l’europa, i sintomi relativi al colera furono nausea acuta che portava a violenti conati di vomito e attacchi di diarrea in cui le feci si facevano liquide e grigiastre finche non usciva più niente se non liquido e frammenti di intestino, seguivano crampi violentissimi uniti a un insaziabile desiderio di bere a cui faceva seguito una fase di indebolimento. Il soggetto vicino alla morte mostrava la classica faccia del colera ovvero: labbra bluastre e corrugate su un volto scavato e raggrinzito. Sulle cause della malattia non c’era accordo fra i medici, molte erano le cure pubblicizzate ma non funzionava nulla. Il colera fece a Londra settemila morti, colpita nel 1832, sempre nello stesso anno raggiunse l’America del nord attaccando New York e la costa orientale, poi nel 1834 attraversò il continente e si diffuse sulla costa del Pacifico e in America Latina. La terza epidemia si ebbe nel 1852 e il 1854 fu un anno terribile, fra il 1847 e il 1861 due milioni e mezzo di russi contrassero la malattia e oltre un milione ne morì, la quarta epidemia cominciò nel 1863 e durò fino al

1875, la quinta nel 1892 che devastò Amburgo (un sistema idrico difettoso peggiorò le cose). Comunque sia il colera a quell’epoca poteva essere controllato con le misure sanitarie pubbliche in particolare dopo che nel 1884 Robert Koch ne ebbe isolato il bacillo, di conseguenza la sesta epidemia tra il 1899 e il 1926 colpì poco l’Europa occidentale, in tempi più recenti abbiamo assistito ad un ritorno del colera al di fuori dei confini dell’Asia in particolare in America Latina. Se l’agricoltura si rivelò vantaggiosa e svantaggiosa allo stesso tempo, la Rivoluzione industriale non si dimostrò molto diversa, infatti se da un lato la popolazione crebbe e godette di una maggiore ricchezza (e anche maggiore disuguaglianza) dall’altro lato l’industrializzazione diffuse condizioni di vita insalubri, malattie del lavoro (come le affezioni polmonarie dei minatori e dei vasai) e nuove condizioni urbane come il rachitismo. Accanto, quindi, alle vecchie malattie della povertà emersero le malattie del benessere, il cancro, l’obesità, le malattie cardiovascolari, ipertensione, diabete, enfisema e molte altre malattie croniche e degenerative vennero su come funghi fra le nazioni del Vecchio continente e oggi stanno cominciando a presentarsi nel Terzo Mondo via via che gli stili di vita occidentali vengono esportati (Asia, africa e america latina). Il Novecento portò nuove malattie tra queste l’influenza spagnola che spazzò l’intero pianeta negli anni anni immediatamente successivi alla grande guerra e fu una delle peggiori epidemie mai verificatesi in meno di 2 anni furono quasi sessanta milioni le vittime, inoltre le cause restano ancora oggi ignote pertanto c’è il timore che questa malattia possa ripresentarsi nuovamente. Altre malattie fanno la loro comparsa come: AIDS, ebola, febbre di lassa e malattia di marburg. L’AIDS originario dell’africa sub-sahariana, trasmesso attraverso il sangue e liquidi sessuali ha attratto per la prima volta l’attenzione dei medici nel 1981 quando si scoprì che alcuni omosessuali statunitensi morivano per strane complicazioni associate ad una deicienza del sistema immunitario. Si ebbe cosi un periodo di panico in cui le vittime stesse sono state giudicate colpevoli “la peste dei gay” e i politici hanno cercato di scaricarsi ‘uno sull’altro le responsabilità. Nel 1984 dopo qualche anno di intense ricerche mediche si giunse alla conclusione, la scoperta del virus dell’immunodeficienza umana HIV. Finora purtroppo le speranze di un vaccino o di una cura sono state frustrate in parte a causa della capacità di mutazione del virus cosicché i trattamenti farmacologici rimangono soltanto un palliativo. Inoltre, dato che l’hiv distrugge il sistema immunitario coloro che ne sono colpiti sono soggetti a infezioni opportunistiche favorendo l’insorgenza di malattie quali la tubercolosi, in anni recenti ritenuta ormai debellata. L’aids è incredibilmente pericoloso in quanto a lungo asintomatico e rimane di conseguenza incontrollato con effetti devastanti soprattutto nei paesi dell’africa sub-sahariana che presentano condizioni di vita più povere e minori risorse mediche. Nel 1969 il direttore generale federale della sanità US affermò ai suoi connazionali che il capitolo delle malattie infettive era chiuso una volta per sempre per cui la guerra contro i microrganismi era stata vinta. In realtà quest’affermazione è follia, oggi infatti si va molto più cauti nell’affermare teorie del genere, da un punto di vista evoluzionistico la lotta dell’uomo alle malattie appare più che altro come una resistenza in una guerra senza fine. Fino a qualche tempo fa la vita veniva vissuta sotto l’impero della malattia, donne che morivano durante il parto, bambini che non superavano i primi anni di vita, fasi dell’infanzia e adolescenza rappresentavano periodi molto vulnerabili ecc. (il mondo è un grande ospedale, frase ricorrente). Coloro che potevano permetterselo si rivolgevano a guaritori di professione.

succo gastrico indispensabile alla digestione, il flegma era un lubrificante e refrigerante comprendente un’ampia categoria di secrezioni incolori ed era più visibile in occasione di raffreddori e febbri, infine la bile nera o melancolia era più problematico, un liquido scuro quasi mai puro era giudicato responsabile dello scurirsi di altri fluidi come quando il sangue, la pelle o le feci diventano nerastre. I quattro fluidi principali rendevano conto dei fenomeni visibili e tangibili dell’esistenza: temperatura, colore e consistenza della pelle; il sangue rendeva il corpo caldo e umido, il colera caldo e secco, il flegma freddo e umido e la bile nera produceva sensazioni fredde e secche. Si stabilirono così parallelismi con i quattro elementi individuati dalla scienza greca nell’intero universo: il sangue, caldo e agitato, era come l’aria, il colera come il fuoco (caldo e secco), il flegma si associava con l’acqua e la bile nera (melancolia) assomigliava alla terra (fredda e secca). Queste analogie si correlavano e si mescolavano con ulteriori sfaccettature del mondo naturale, fra cui le influenze astrologiche e le variazioni delle stagioni. Le tinte erano ulteriormente responsabili della colorazione del corpo pertanto offrivano indizi sul perché alcune persone fossero bianche, nere, rosse o gialle oppure ancora alcuni individui fossero più pallidi, più scuri o rossastri di carnagione di altri. L’equilibrio fra gli umori era anche responsabile della forma fisica, per esempio le persone flemmatiche tendevano ad esser grasse e i biliosi ad essere magri, quest’associazione dava ragione ai temperamenti o quella che successivamente sarebbe stata chiamata personalità e disposizione psicologica, perciò chi era dotato di sangue in abbondanza presentava una costituzione florida, un temperamento sanguigno ed era vivace, energico e robusto anche se incline ad un’impulsiva focosità. Quelli che invece avevano avuto la sorte di un eccesso di bile aveva la tendenza a essere collerico o astioso, facile all’ira e caustico, stessa cosa accadeva con il flegma presentavano pallore, flemmatico appunto, pigro, indolente e freddo dal punto di vista caratteriale e con la bile nera, un aspetto nerastro e una disposizione saturnina ovvero sardonica, sospettosa, incline a vedere il latro oscuro delle cose, melanconica. In breve quindi, esisteva una credenza secondo cui fossero presenti dei legami fra gli stati costituzionali interni (temperamenti) e le manifestazioni fisiche esterne (carnagione o nei malati i sintomi della malattie), queste credenze non erano soltanto plausibili ma indispensabili fintanto che la scienza e la medicina possedevano una scarsa conoscenza diretta di quanto accadeva sotto la superficie della pelle. La teoria degli umori offriva spiegazioni semplici delle malattie che colpivano gli uomini, finchè i fluidi vitali coesistevano nel giusto equilibrio tutto andava bene ma se la malattia insorgeva quando uno di essi aumentava o diminuiva si veniva a creare uno squilibrio che poteva essere dettato ad esempio da una cattiva alimentazione che poteva portare il corpo a produrre troppo sangue, con conseguenti verifiche di disturbi sanguigni o febbri che portavano il rischio di ictus o un colpo apoplettico e si diventava maniacali. La mancanza di sangue, al contrario, significava una vitalità ridotta mentre la perdita del sangue dovuta alle ferite poteva condurre a svenimenti, coma e persino alla morte. Per fortuna secondo gli autori ippocratici questi squilibri si potevano prevenire o correggere attraverso gli stili di vita o con mezzi medici o chirurgici, anche un cambiamento nella dieta poteva aiutare e si raccomandavano esercizi regolari e un’alimentazione appropriata. Il successo dell’umoralismo che dominò la medicina classica e costituì la sua eredità risiede nel suo schema esplicativo globale che, basato su forti contrasti archetipici, ricomprendeva il naturale e l’umano, il fisico e il mentale, il sano e patologico. I medici ippocratici non fingevano di offrire cure miracolose e garantivano soprattutto di non danneggiare l’organismo, evidenziando il fatto che i medici non tendevano ad un obiettivo basato sul guadagno ma la devozione nei confronti della sua arte. La preoccupazione di ordine etico sulla condotta del medico venne espressa nel Giuramento di Ippocrate, che aveva lo scopo di proteggere i medici mediante un’associazione che ammetteva solo persone iscritte ad una sorta di “sindacato”, piuttosto che salvaguardare i pazienti. A causa della sua riservatezza si conosce poco della sua origine e del suo iniziale utilizzo, ovviamente adombra il paradigma di una professione intesa come una disciplina autoregolata dal punto di vista etico fra quelle che condividono una conoscenza specialistica e impegnate in un ideale di servizio, risulta chiaro però che la medicina ippocratica era

monopolio esclusivo del genere maschile anche se non escludeva la collaborazione dei medici con levatrici e infermiere. La medicina ippocratica aveva i suoi punti deboli, sapeva poco di anatomia e fisiologia, dal momento che la dissezione umana era contraria al rispetto che i Greci portavano per gli essere umani ed era priva di cure efficaci; il suo punto di forza e la sua durevole attrattiva risiedono nel vedere la malattia come una perturbazione nell’individuo cui veniva offerta un’attenzione medica personale. (“La vita è breve, l’arte è lunga, l’occasione è fugace, l’esperienza è fallace, il giudizio è difficile” primo aforisma degli ippocratici) Oltre Ippocrate, che rimane una figura oscura, “l’imperatore” della medicina sotto l’impero romano ovvero Galeno occupa una posizione di primo piano in quanto il suo egocentrismo e la sua onniscienza gli hanno garantito un’autorità pressoché incontrastata per quasi un millennio e mezzo. Galeno (129-216 ca. d.C.) fu figlio di un ricco architetto e nacque a Pergamo (attuale Bergama in Turchia), quando aveva sedici anni suo padre ebbe in sogno la visione di Asclepio e pertanto il ragazzo venne devotamente indirizzato verso la medicina, nel 162 partì per Roma dove le sue conoscenza anatomiche lo resero famoso e presto lo fecero entrare al servizio dell’imperatore. Secondo Galeno la filosofia era fondamentale in quanto forniva alla medicina la base teorica che essa richiedeva, il medico non doveva essere soltanto un semplice guaritore (empirico) ma doveva anche padroneggiare la logica, fisica e l’etica. Il guaritore privo di conoscenze filosofiche era un costruttore improvvisato, il vero medico invece doveva essere un architetto armato di progetti adeguati. La fiducia del malato, essenziale ai fini della guarigione, si poteva guadagnare soltanto con un buon rapporto con il paziente e con un’ottima capacità di prognosi, un’arte che richiedeva spirito di osservazione, logica ed esperienza. Galeno inoltre si vantava di essere più di un ottimo clinico: era un uomo di scienza, abile nel praticare la dissezione non solo su corpi umani ma anche su scimmie, pecore, maiali, capre e persino su un cuore di un elefante. Diede un forte impulso alla conoscenza dell’anatomia dello scheletro e alla comprensione dei nervi ma fu scarso il suo contributo all’anatomia interna dal momento che la dissezione umana rimaneva molto controversa. Comunque sia la medicina galenica ebbe un’importanza epocale, dichiarò lui stesso che seppur Ippocrate aveva già individuato questo sentiero lui l’ha reso praticabile. Con la cristianizzazione dell’impero romani, medicina e religione si sovrapposero, si fusero e qualche volta si scontrarono, alcuni fra i primi padri della Chiesa deprecarono la medicina pagana e a lungo circolò l’allusione sarcastica “dove ci sono tre medici ci sono due atei”. Fiorirono poi numerosi santuari legati alla guarigione e santi e martiri venivano invocati al fine di conservare o riottenere la salute, ogni organo del corpo umano e ogni afflizione aveva il suo santo particolare, es. Sant’Antonio per l’erisipila, San Vito per la corea e cosi via. Asclepio, Cosma e Damiano divennero i santi patroni della medicina in generale. Nei cosiddetti “secoli bui” curare divenne appannaggio esclusivo di monaci e chierici, gli unici depositari della cultura rimasti in Occidente. La medicina classica venne mantenuta in vita nel frattempo nel più avanzato mondo islamico dove una serie di studiosi e medici attivi nelle zone che oggi corrispondono alla Siria, Iraq, Iran, Egitto e Spagna, studiò, sistematizzò e ampliò l’opera di Galeno. A partire dal XII secolo comunque con la nascita delle prime università, con il recupero e la ritraduzione della medicina colta dalle fonti islamiche , la stessa medicina professionale venne recuperata inizialmente a Salerno. L’istruzione era basata su una serie di testi, formalizzata dalla nuova scolastica aristotelica, dopo sette anni trascorsi a seguire le lezioni e a impegnarsi in dispute ed esami orali, gli studenti ne uscivano come medici qualificati, l’obiettivo di un’istruzione medica scolastica formale risiedeva nell’acquisizione di una conoscenza razionale all’interno di un quadro filosifco per cui il medico colto che conosceva le cause

appunto erano assalite da una batteria di infezioni e febbri che potevano rivelarsi letali, i problemi gastro- intestinali e dissenterie, difterite, varicella, scarlattina, sifilide, meningite e febbri puerperali facevano parte delle giornate quotidiane del medico. In questa situazione il medico vecchio stampo doveva scegliere fra i vecchi principi ippocratici (aspettare, osservare, riposo a letto, tonici, assistenza, parole di consolazione, calma e speranza) o possibilità “eroiche” fra cui violente purghe, forti salassi (raccomandati da Galeno) e qualche toccasana d’elezione di propria invenzione; spesso questa decisione era presa in base al paziente, il paziente burbero aveva opinione forti sul modo giusto di curare le “proprie” afflizioni e chi pagava decideva. Le opzioni dell’assistenza di base erano però in ogni caso limitate in quanto prima del Novecento, la farmacopea assomigliava a una serie di caselle vuote, delle migliaia di medicamenti ufficialmente in uso pochi erano davvero efficaci fra questi c’era ad esempio il chinino per la malattia, l’oppio come analgesico, il colchico per la gotta, la digitale per stimolare il cuore, il nitrato di amile per dilatare le arterie nei casi di angina e introdotta per la prima volta nel 1896 l’aspirina. Il ferro veniva prescritto come tonico, la senna e altri rimedi a base di erbe come purganti. Queste cure rimanevano vaghe e i medici stessi erano a conoscenza che le prescrizioni che facevano non avrebbero portato a nessun risultato. Questa situazione drammatica era in qualche modo lenita dal fatto che le famiglie religiose di quel tempo non si aspettavano che il medico facesse miracoli, per cui erano ormai abituati ad una serie di funerali. In un famoso dipinto vittoriano di Luke Fildes, un medico siede al capezzale di un bambino morente, incapace di fare granchè se non dimostrare attenzione e compassione, il ritratto non è accusatorio ma solidale. La medicina poteva comprendere le malattie di cui i pazienti morivano ma non impedire che morissero, ciò nonostante i medici di famiglia erano comunque spinti a fare qualcosa, questo spiega il ricorso crescente a sedativi, analgesici e narcotici immessi sul mercato dalle compagnie farmaceutiche dell’Ottocento. Grazie alla sintesi della morfina nel 1806 e all’invenzione della siringa ipodermica nel 1853 divenne facile fare una rapida iniezione di potenti oppiacei, perfino l’eroina sviluppata da poco e introdotta dalla Bayer nel 1898. Nel 1869 il cloralio idrato cominciò a essere impiegato come sonnifero, il barbitale appare nel 1903 e il fenobarbital nel 1912 , gli antidolorifici divennero almeno disponibili in molti casi a prezzo della dipendenza. Il medico generico seppur rimaneva poco uniforme nella sua capacità di curare, consolidò la sua posizione sviluppando le sue capacità. Nella sua autobiografia “The horse and buggy doctor” Arthur Hertzler, un medico di una piccola cittadina nato nell’Iowa nel 1870, annotava nel 1938 i cambiamenti che avevano avuto luogo durante la sua esistenza. La medicina di vecchio stampo consisteva in: il medico quando arrivava a casa del paziente salutava nonna e zie affettuosamente, poi accarezzava le teste dei bambini prima di avvicinarsi al capezzale e salutava il paziente con uno sguardo serio e una storiella divertente. Sentiva il polso e ispezionava la lingua, domandava poi dove sentisse dolore, una volta fatto questo era pronto a dare un opinione e a prescivere il suo rimedio. Tornato dalla progredita Berlino, Hertzler era intenzionato a rendere la sua prassi più scientifica attraverso esami fisici rigorosi e sistematici, questo avrebbe fatto crescere il suo indice di gradimento. I nuovi apparecchi alla moda contribuirono all’ideale di un esame fisico attento e più tardi del check-up, nel 1816 il primo fu lo steteoscopio e poi strumenti come l’oftalmoscopio e il laringoscopio risalente alla metà dell’epoca vittoriana, imposero una nuova meticolosità all’attività diagnostica. A partire dagli anni sessanta dell’800 i termometri compatti erano disponibili per misurare la temperatura corporea, tabelle specifiche permettevano di tracciare diagrammi della temperatura tipici di alcune malattie e gli sfigmomanometri consentivano di verificare la pressione sanguigna. I medici generici degli inizi del 900 che avevano accesso a un laboratorio diagnostico potevano anche esaminare fluidi corporei, sempre più ciò significò andare a caccia di microbi. La maggior parte dei pazienti, come quelli di Hertzler, accoglievano di buon grado questi

ulteriori esami fisici altri invece rimanevano in dubbio su questa invasività. Nel 1881 il dottor Arthur Conan Doyle, il creatore di Sherlock Holmes, annotava lo “spaventevole terrore” di una paziente che non voleva lasciargli esaminare il torace. La medicina “scientifica” fu presa più a cuore negli Stati uniti, maggiormente interessati alla tecnologia, un risoluto medico statunitense, infatti, nel 1924 dichiarò che lavorare al microscopio e fare esami alle urine, sangue e altri fluidi come aiuto alla diagnosi avrebbe non solo accresciuto la quantità di informazioni sulle condizioni di salute dei pazienti ma darà anche lustro alla professione del medico. I suoi equivalenti nel Vecchio Mondo invece erano più cauti, nel 1918 infatti il medico britannico James Mackenzie affermò che le esercitazioni in laboratorio rendono un uomo incapace di svolgere il suo lavoro di medico. Persone come Mackenzie sapevano bene che i rituali consacrati dalla medicina vecchio stampo mantenevano in piedi il sacro legame che univa medico e paziente. Nel regno della regina Vittoria e fino alla II guerra mondiale i medici generici più rispettati cosi come i famosi specialisti di Harley Street erano quelli che riuscivano a fare una migliore impressione sui pazienti a convincerli delle loro capacità, serietà, attenzione e affidabilità. L’ideale ippocratico era venerato e aiutò a generare il movimento che sostenva il principio del “paziente come persona” in reazione ad una medicina più scientifica promossa dalle università e laboratori di ricerca. Il medico deve vedere il paziente come un individuo, non bisogna vedere il paziente come polmonite ma un uomo affetto da polmonite, dichiarò William Gull. Il buon medico cura la malattia ma il grande medico cura il paziente dichiarò Willian Osler. Punti di vista simili vennero avanzati nel 1957 da Michael Balint un medico ungherese di nascita e di formazione psicoanalitica il cui Medico, paziente e malattia magnificava la funzione apostolica del medico e incoraggiava i medici di base a dvenire di fatto psicoterapeuti. Fra queste tensione ovvero se curare dovesse rimanere un’arte o diventare un’attività più scientifica, il 900 condusse a un diffuso spostamento d’accento nell’ambito della professione medica dal medico generico allo specialista. A questo proposito si aprì una profonda spaccatura tra gran bretagna e stati uniti, nella prima l’assistenza di base sarebbe rimasta nelle mani dei medici generici di famiglia, la prassi dell’assistenza pubblica sotto il national insurance act del 1911, nel 1948 rinforzato dal national health service, infatti faceva dei medici generici la chiave di volta di un sistema medico pubblico. Negato il diritto di assistere i pazienti in ospedale essi venivano tagliati fuori dalla chirurgia, scienza e da tutto ciò che esse implicavano in termini di innovazione e di possibilità di ottenere identità professionali di livello superiore. Nonostante questo i medici generici rimasero i dispensatori dell’assistenza familiare e divennero i guardiani che controllavano l’accesso agli ospedali e agli specialisti. Alla vigilia della 2 guerra mondiale si contavano in Gran Bretagna circa 2.800 specialisti a tempo pieno ma i medici generici erano sette volte tanti, nel 2000 su 100.000 medici inglesi, un terzo erano medici generici. Negli stati uniti al contrario il medico generico inesorabilmente cedette il passo allo specialista, in un ambiente basato sulla competizione di mercato, il pediatra, cardiologo, oncologo, scientificamente più avanzati si misero in vantaggio. Intorno al 1942 meno della metà dell’intero corpo medico statunitense era costituito da medici generici, e verso il 1999, degli 800.000 medici negli stati uniti meno di uno su dieci svolgeva la sua attività come medico di famiglia. Durante il 900 il ruolo dei medici e le aspettative pubbliche che li riguardavano subirono un mutamento, le vecchie malattie acute stavano recedendo e in ogni caso a partire dagli anni Trenta potevano essere curate con i sulfamidici o dagli anni Quaranta con gli antibiotici. Tuttavia, stavano venendo alla luce altre patologie croniche e anomale e la popolazione sembrava sentirsi peggio, le malattie autodiagnosticate aumentarono del 150 per cento dal 1930 al 1980, l’americano medio si recava dal medico 2,9 volte l’anno nel 1930 mentre nel 2000 quella cifra era raddoppiata. Questo perché sebbene complessivamente più sani gli individui si erano fatti più sensibili ai sintomi e più inclini, o istruiti, a cercare aiuto per disturbi che i loro

assorbi una fede illuminata nella bontà della natura, Hahnemann formulò i suoi nuovi principi poiché rifiutava la costosa polifarmaceutica. Due erano a suo parere gli approcci alla cura: il trattamento “allopatico” attraverso gli opposti che era alla base della medicina ortodossa che giudicava incauto; e il suo approccio “omeopatico” la cui chiave di volta consisteva nel principio secondo cui per curare una malattia si devono cercare medicine che possono suscitare sintomi analoghi in un corpo umano sano. Questa divenne la prima legge dell’omeopatia “simila similibus curantur” (il simile sia curato dal simile”), a questa legge del simile si aggiungeva una seconda legge, quella degli infinitesimali, quanto più piccola era la dose tanto più efficace era la medicina. Questo apparente paradosso preoccupava Hahnemann circa la purezza del farmaco e dalla sua avversione per l’arbitraria e distruttiva polifarmaceutica della medicina tradizionale. Dosi minime di farmaci assolutamente puri potevano far mille volte meglio di dosi massicce di medicinali adulterati. Un altro movimento che teneva in gran conto la purezza era l’idropatia. L’idropatia nata dalla mente dell’austriaco Vincent Pressnitz (1799-1851) un profeta contadino che convinto dei poteri benefici dell’acqua aveva fondato una stazione termale a Grafenberg in Slesia. La salute era la condizione naturale del corpo, la malattia era invece il risultato dell’introduzione di un elemento estraneo e la malattia acuta il tentativo di espellere questo materiale patologico, i trattamenti basati sull’acqua dovevano portare una condizione acuta a una crisi, espellendo le sostanze tossiche dal sistema. Il thomsonianismo fu la prima setta nativa americana di guaritori ad essere altrettanto ostile alla medicina ortodossa, diffidando dei “medici libreschi” Samuel A. Thomson (1769-1843) diede vita a un movimento avente per scopo il benessere dell’uomo che pubblicizzava terapie a base di erbe, la preferita era la Lobelia inflata una pianta i cui semi provocavano vomiti salutari e forti sudori. Nell’inghilterra del 1838 il vangelo thomsoniano trovò il suo apostolo nella persona del dottor Albert Isaiah Coffin che ebbe immediatamente un appassionato seguito fra artigiani ambiziosi e dissidenti che condusse a una rete di società che sostenevano la botanica medicinale, quest’ultima piaceva alla mentalità dell’auto-aiuto. Un altro gruppo statunitense quello dei grahamiti si dedicò a una vita sana attraverso un salvazionismo terreno, Sylvester Graham giudicava la salute troppo preziosa per essere lasciata in mano ai medici, una dieta vegetariana e basata su cereali integrali era la chiave di tutto (cracker Graham), l’attività sessuale doveva essere limitata in quanto infiammava le passioni e sprecava liquido seminale che era la quintessenza della vita. Le sette alternative statunitense erano ottimiste, seppur rifiutavano appunto il nichilismo medico degli ortodossi, la Natura era benigna e se soltanto gli uomini ne avessero seguito le leggi il corpo sarebbe rimasto sano, questo era il messaggio speranzoso dell’osteopatia, nata nel 1874 grazie al dottor Andrew Taylor Still fondatore di una scuola a Kirksville nel Missouri, Still proclamava l’intrinseca capacità del corpo di curare se stesso. Questa visione era abbastanza simile alla chiropratica, fondata nel 1895, da Daniel David Palmer che aveva restituito l’udito a un paziente aggiustandogli la colonna vertebrale. Questo radicale ottimismo protestante venne portato alle sue estreme logiche conseguenze con la Scienza cristiana, soffocata dal congregazionalismo dei suoi genitori Mary Baker Eddy ( 1821-1910) trascorse la maggior parte della sua adolescenza allettata e i medici tradizionali non le giovarono di certo. Intraprese un autoguarigione dopo aver visitato la rivelazione divina dopo la lettura della bibbia, il successo dell’autoguarigione la spinse a formalizzare un proprio sistema, basato sul piano spirituale. Dal momento che tutto era spirito e la materia era soltanto un fantasma, una malattia somatica non poteva esistere, non risiedeva solo nel corpo ma nella mente e poteva essere curata soltanto con uno sforzo mentale e con la fede.

Gli avventisti del settimo giorno per parte predicavano la moderazione e la dieta vegetariana e proclamavano “il Vangelo della salute” in parte basato su cure idropatiche, il loro istituto di riforma della salute a Battle Creek nel Michigan era guidato da John Harvey Kellog (1852-1943). L’adorazione della natura e le preoccupazioni di ordine spirituale della medicina alternativa mettono in luce i limiti della medicina ortodossa che alimentarono una reazione populista e antielitaria, i pazienti volevano essere curati e vedere alleviate le proprie sofferenze ma si aspettavano anche molto di più dalla medicina come ad es.la spiegazione dei loro disturbi, un senso di pienezza, una soluzione ai loro problemi esistenziali, un senso di dignità e di controllo. Se il tenore della medicina ortodossa era pessimistico, la medicina alternativa ispirava speranza. Nella prima metà del 900 i trionfi della medicina tradizionale e della chirurgia portarono ad un declino del fascino della medicina non ortodossa, ma via via che la medicina stessa si faceva più burocratica, scientista e apparentemente più autoritaria come il complesso dello stato, le fortune della medicina alternativa tornavano a crescere e nuovi sistemi di massaggio, erboristeria e spiritualismo proliferavano. Alla fine del 900 in Inghilterra il numero dei guaritori non tradizionali registrati era superiore a quello dei medici generici mentre negli stati uniti ogni anno le visite a chi forniva terapie non convenzionali erano di gran lunga più numerose di quelle agli studi dei medici di base. Sin dai tempi dell’antica Grecia la medicina ortodossa era di monopolio esclusivamente maschile, la donna si dedicava all’aspetto pratico della cura, alla professione d’infermiera e di levatrice, ma fino all’800 era ovunque esclusa dalla professione in quanto tale poiché non aveva accesso ai corsi universitari. La costituzione femminile non era idonea all’istruzione superiore il suo ruolo era quello di moglie e madre. La prima donna a qualificarsi come medico si ebbe negli stati uniti dal momento ottenere in America un diploma era in assoluto più facile, la figlia di un raffinatore di zucchero di Bristol, Elizabeth Blackwell si laureò nel 1849 come prima del suo corso alla Geneva Medical School di New York, nel 1857 la Blackwell fondò l’ospedale per donne indigenti di New York e organizzò le infermiere durante la Guerra civile, aveva la convinzione che la Natura facesse delle donne medici migliori degli uomini. La prima donna medico in Inghilterra fu Elizabeth Garrett che sfruttò i sotterfugi legali per conseguire il diploma della Società dei farmacisti nel 1865 ottenendo cosi l’iscrizione all’albo dei medici. Nel giro di cinque ani aveva sviluppato un importante studio privato, aveva fondato il Dispensario St. Mary per donne, aveva ricevuto una laurea in medicina dell’Università di Parigi e aveva sposato il ricco James Anderson. Garrett diede un forte contributo alla fondazione nel 1874 della London School of Medicine for Women e si dimostrò una persuasiva ambasciatrice delle rivendicazioni delle donne di diventare medici. Successivamente, nel volgere di poco tempo i diritti delle donne cominciarono a essere riconosciuti ovunque, in Germania non prima degli inizi del 900, ma le resistenze rimasero forti; la riforma nell’istruzione medica statunitense che fece seguito al rapporto Flexner del 1910 ebbe come risultato la chiusura di numerose scuole mediche femminili negli Stati Uniti e soltanto dopo la II guerra mondiale le università di Harvarde e Yale aprirono le porte alle studentesse. Verso il 1976 il 20 per cento dei medici britannici era composto da donne e nel 1996 per la prima volta più della metà degli studenti delle scuole mediche britanniche era di sesso femminile, perciò questo potrebbe far presagire una fine al radicato sessismo della professione.

medici istruiti cominciarono a ritenerla un fondamento essenziale. Vennero costruiti teatri anatomici e le esibizioni pubbliche di dissezione umana eseguite dai professori iniziarono ad aver luogo con regolarità, da Bologna la pratica si diffuse velocemente all’Italia intera mentre in Germania e in Inghilterra l’insegnamento dell’anatomia sui cadaveri umani rimase eccezionale almeno fino alla metà del 500. La dissezione pubblica veniva praticata durante l’inverno in modo da ritardare la putrefazione, il cadavere era di qualche giustiziato cosi da dare alla circostanza un’aura di simbolica punizione finale. Le illustrazione più antiche mostrano come veniva svolta una lezione di anatomia, la lezione veniva tenuta da un medico in ambito accademico che leggeva ad alta voce un testo di anatomia mentre un chirurgo apre con il bisturi un cadavere e un assistente ne indica con un’asta le caratteristiche salienti, quest’anatomia guidata dalla lettura rappresentava una guida per lo studente che non aveva possibilità di impugnare la lama personalmente o di osservare almeno per conto proprio. La svolta si ebbe con Vesalio, nato nel 1514, studiò a Parigi dove conseguì la laurea in medicina nel 1537, divenendo immediatamente un professore in quella stessa università, nel 1543 pubblica il suo capolavoro, il magnifico volume illustrato De fabrica corporis humani che conteneva accurate descrizioni e immagini dettagliate dello scheletro, dei muscoli, del sistema nervoso, viscere e dei vasi sanguigni. Vesalio criticava Galeno per aver fondato la conoscenza su corpi animali e non su quelli umani. Anche se conteneva nessuna scoperta sconvolgente il De fabrica diede impulso a un nuovo tipo di ricerca: gli antichi dogmi vennero messi in discussione e i successori di Vesalio si impegnarono in un’attenta osservazione , sfidandosi l’un l’altro in scoperte sempre nuove. Nel 1561 Gabriele Falloppio, allievo di Vesalio e suo successore alla cattedra padovana pubblicò un volume di osservazioni anatomiche con nuove ricerche sul teschio, l’orecchio e i genitali femminili, fu lui a coniare il termine “vagina” a descrivere il clitoride e a delineare le tube che conducono dalle ovaie all’utero. Anche se non riuscì a cogliere quelle che poi in seguito vennero definite come “tube di Falloppio”, di fatti soltanto due secoli più tardi si comprese che gli ovuli si formano nelle ovaie e che passando attraverso quelle tube raggiungono l’utero. Verso la fine del 500 l’anatomia praticata alla maniera vesaliana cominciò a dare i suoi frutti, Bartolomeo Eustachio scoprì quelle che poi divennero note con i nomi di “tromba di Eustachio” (dalla gola all’orecchio medio) e di “valvola eustachiana” (nel cuore). Nel 1603 il successore di Falloppio all’università di Padova, Girolamo Fabrizio identificò le valvole venose, una scoperta che si sarebbe dimostrata fondamentale per William Harvey, qualche anno più tardi Gaspare Aselli anche lui di Padova attirò l’attenzione sui vasi lattei, stimolando i successivi studi sullo stomaco e sulla digestione. Il bisturi quindi stava scoprendo un nuovo mondo di organi interni, l’anatomia post vesaliana pensava ancora in gran parte in termini di fisiologia galenica. Ciò nonostante l’anatomia si stava affermando come la punta di diamante della scienza medica e di lì a poco la familiarità conseguente alla dissezione avrebbe condotto i ricercatori a ripensare il corpo e le sue malattie, più nello specifico alla natura stessa della malattia. Le tradizionali teorie umorali avevano guardato alla salute e alla malattia in termini di equilibrio tra i fluidi sistemici, questo modello venne gradualmente soppiantato da un nuovo interesse per le strutture anatomiche e per i meccanismi locali, i “solidi”. Fin fai tempi più remoti al sangue era stato attribuito il valore di fluido vitale: nutrimento del corpo o in caso di malattia fonte d’infiammazioni e febbri, anche in questo campo Galeno rappresentava l’autorità suprema. A suo parere le vene che trasportavano il sangue avevano origine nel fegato mentre le arterie si diramavano dal cuore, il sangue era “mescolato” nel fegato e di lì poi, attraverso i vasi sanguigni, riversato nelle varie parti del corpo dove recava nutrimento e veniva “consumato”. La quantità di sangue che andava dal fegato al lato destro (ventricolo) del cuore si divideva in due rami, un piccolo flusso attraversava l’arteria polmonare per andare a nutrire i polmoni, mentre l’altro dopo essere passato dal cuore attraverso i pori intersettali passava al ventricolo sinistro dove si mescolava con l’aria, si scaldava e procedeva verso la periferia. Questo modello venne ritenuto valido per quasi un millennio e mezzo.

Dopo il 1500 , comunque, gli insegnamenti del maestro venivano messi in discussione. Michael Servetus, teologo e medico spagnolo, ipotizzò l’esistenza di una “circolazione minore” che passava attraverso i polmoni, nonostante l’autorità di Galeno,il sangue non poteva fluire attraverso il setto (parete) del cuore ma doveva passare dal lato destro al lato sinistro attraversando i polmoni. Nel 1559 la circolazione “polmonare” proposta da Servetus ricevette una solida conferma empirica da parte dell’anatomista italiano Realdo Colombo. Durante gli studi compiuti in Italia, Harvey diede inizio alle sue ricerche sull’attività del cuore e già nel 1603 ebbe il coraggio di affermare che il “movimento del sangue avviene costantemente in modo circolare ed è il risultato del battito cardiaco”. Le lezioni che tenne a Londra nel 1616 mostrarono come egli avesse confermato il lavoro di Colombo sul transito polmonare, nelle lezioni si concludeva che il cuore funzionava come un muscolo, in cui i ventricoli espellono il sangue durante le contrazioni sistoliche anziché come si insegnava all’epoca risucchiarlo durante le diastole (rilassamento). Le arterie pulsavano a causa delle onde d’urto determinate dal battito cardiaco e non della loro intrinseca “virtù pulsativa”. I frutti di queste nuove idee vennero finalmente pubblicati nel 1628 sotto il titolo di Exercitatio anatomica de motu cordis et sanguinis, un’opera giustamente nota come uno dei classici della ricerca in campo medico. Harvey cominciava con l’additare i punti deboli di Galeno, discutendo l’azione degli altri e dei ventricoli del cuore dimostrava, seguendo Colombo, il transito polmonare del sangue basandosi su vivisezioni da lui eseguite sulle rane dato che il loro cuore battesse più lentamente di quello degli animali a sangue caldo permetteva esperimenti a rallentatore. Su questa base Harvey annunciava la sua scoperta della circolazione sanguigna e segnalava come la quantità di sangue espulsa dal cuore in un’ora superasse di gran lunga il suo volume nell’intero animale. Il cuore rilasciava centinaia di galloni di sangue al giorno tanto che non era concepibile che fosse assorbito dal corpo e continuamente sostituito dal sangue prodotto nel fegato dal chilo, questa dimostrazione quantitativa provava che il sangue doveva essere continuamente in movimento in un circuito altrimenti le arterie sarebbero esplose a causa della pressione. Harvey non poteva comunque descrivere a pieno i percorsi di questo movimento circolare, non poteva vedere con i suoi occhi le minutissime connessioni, i capillari, fra le arterie e le vene né tentò di farlo con il microscopio di recente scoperto. Per mezzo però di un semplice esperimento dimostrò che la connessione sebbene sconosciuta doveva esistere. Applicò ad un avambraccio una legatura così stretta che il sangue arterioso non poteva scorrervi al di sotto, poi allentò la stretta di poco in modo da permettere al sangue arterioso di scorrere ma da impedire al sangue venoso di risalire sotto la legatura, con la legatura molto stretta le vene del braccio sotto di essa erano parse normali ma ora si erano gonfiate mostrando che il sangue doveva aver raggiunto arterie e poi doveva esser risalito su per il braccio all’interno delle vene. Quindi alle estremità dovevano esserci vie che portavano il sangue dalle arterie alle vene. Infine Harvey dimostrò che le valvole presenti nelle vene riorientavano sempre il flusso del sangue in direzione del cuore, mostrò che esse non impedivano che le parti inferiori del corpo venissero inondate di sangue. Sulla base della teoria della circolazione Harvey fu in grado di spiegare altri fenomeni fino a quel momento rimasti sconosciuti, ad esempio il rapido diffondersi del veleno attraverso il corpo. L’opera di Harvey risultò molto moderna e seppur osservò con i propri occhi gli esperimenti, in realtà questa cosa è vera solo in parte dato che spesso guardò attraverso lenti aristoteliche, esaltando la perfezione del movimento circolare all’interno dell’idea teleologica del sistema della Natura proposto dal padre greco della biologia. Le nuove prospettive aperte da Harvey suscitarono controversie, notoriamente conservatori i medici parigini rimasero fedeli per qualche tempo al dogma galenico e Harvey stesso lamentò che il suo studio medico subì una forte caduta dato dal fatto che i pazienti erano molto sospettosi dei nuovi insegnamenti all’avanguardia. Il suo lavoro però aprì nuove strade e si dimostrò uno stimolo potente verso l’indagine fisiologica. Un manipolo di scienziati inglesi più giovani spinse oltre le sue ricerche sul cuore, sui polmoni e sulla respirazione. Fra i seguaci di Harvey va ricordato in particolare l’anatomista Thomas Willis, famoso per lo studio pionieristico del cervello e delle malattie del sistema nervoso, è a lui che dobbiamo il termine

della meccanica, matematica e chimica. Gli studi successivi al secolo seguente realizzavano alcuni di questi obiettivi ma si rivelarono anche deludenti dal punto di vista dei risultati terapeutici. Nell’età dell’Illuminismo la ricerca anatomica proseguì lungo le direttrici segnate da Vesalio, l’anatomista olandese Herman Boerhaave (1668-1738) modellò il sistema corporeo come un insieme integrato ed equilibrato in cui le pressioni e i liquidi erano bilanciati e ogni cosa trovava il proprio livello. Boerhaave rifiutò l’equiparazione del corpo a un preciso meccanismo a orologeria proposta da Cartesio in quanto la ritenne troppo semplicistica; invece, lo immaginò come una rete idraulica di tubi e vasi che contenevano, incanalavano e controllavano i fluidi corporei. La salute era mantenuta dal movimento libero e vigoroso dei liquidi nel sistema vascolare e la malattia veniva spiegata in termini di blocchi, costrizioni e stagnazioni. La presenza di un qualche tipo di spirito come fonte del movimento era indiscutibile ma come Boerhaave giudiziosamente riteneva ficcare il naso nel segreto della vita era al di là delle possibilità della medicina, la medicina doveva studiare le cause secondarie anziché le cause prime. Il fondatore della scuola di medicina dell’Università di Halle, Georg Ernst Stahl (1660-1734) sollevò alcune obiezioni avanzando invece le classiche concezioni antimeccanicistiche, l’azione umana premeditata non poteva essere interamente spiegata in termini di una catena di reazioni meccaniche. Stahl presupponeva la presenza di un’anima immateriale immaginata come una forza che presidiasse e sostenesse ogni organismo, per lui l’anima era un veicolo sempre attivo di consapevolezza e regolazione fisiologica, come una costante guardia del corpo che vigilava contro la malattia. Friedrich Hoffmann suo collega dell’università prussiana, guardava con maggior favore alle nuove teorie meccanicistiche, affermava nei suoi Fundamenta medicinae (1695) che la medicina è l’arte del saper utilizzare in modo appropriato i principi fisicomeccanici al fine di conservare la salute dell’uomo o di recuperarla nel caso in cui l’abbia perduta. Ci si chiese se l’organismo vivente è una pura e semplice macchina o qualcosa di più, a questa domanda fu messa alla prova sperimentale nel 1972, quando il naturalista francese Renè Reaumur dimostrò la capacità delle chele e delle scaglie dell’aragosta di ricrescere dopo esser state tagliate. Negli anni 40 del 700 Abraham Trembley sezionò polipi e idre e scoprì che si formavano interi nuovi individui, le creature insomma molto più complesse di quanto i cartesiani di stretta osservanza con i loro ingranaggi e i loro fili fossero disposti ad ammettere. Il dibattito circa “la natura della vita” comportava ricerche sperimentali sul corpo umano e animale, in una continua verifica delle congetture. Nel 700 furono sottoposti a raffinate sperimentazioni i processi digestivi, questi esperimenti condussero a nuove concezioni riguardo alla natura della vitalità e di conseguenza riguardo alla relazione fra mente (o anima) e corpo. In questo senso primeggierà la figura dell’erudito Albrecht von Haller, autore di un testo pioneristico: gli “Elementa Physiologiae Corporis Humani” (1759-66), l’opera tra l’altro conteneva una dimostrazione sperimentale che l’irritabilità è una proprietà inerente alle fibre muscolari mentre la sensibilità è attributo esclusivo delle fibre nervose. La sensibilità dei nervi risiede nella loro capacità di rispondere agli stimoli dolorosi, l’irritabilità dei muscoli è la loro proprietà di contrarsi come reazione agli stimoli. Haller potè cos’ avanzare una spiegazione fisiologica (che Harvey invece non aveva fatto) sul perché il cuore pulsava, il cuore era l’organo più “irritabile” del corpo, iperstimolato dall’ingresso del flusso sanguigno cui rispondeva con le contrazioni sistoliche. Questi concetti di irritabilità e sensibilità gettavano le fondamenta della moderna neurofisiologia, come Newton con la gravità o Boerhaave con l’anima egli riteneva che le cause di tali forze fossero al di là della scienza. Una scuola di “economia animale” (nome tradizionale assegnato alla fisiologia) sorse anche nella nuova e imponente facoltà di medicina di Edimburgo fondata nel 1726. William Cullen (1710-1790) costruì sulle fondamenta gettate da Haller, Cullen fu un professore di medicina il più famoso dell’università.

Giudicava la vita stessa come una funzione della forza nervosa ed enfatizzava il ruolo chiave del sistema nervoso nella genesi delle malattie specialmente di quelle mentali. Il suo seguace e poi nemico John Brown, un personaggio fuori da comune che morì alcolizzato, ridusse l’intera questione della salute e della malattia a semplici variazioni sul tema hilleriano dell’irritabilità sebbene sostituisse l’idea che le fibre fossero “eccitabili”, il movimento andava inteso come il prodotto di stimoli esterni che agivano su un corpo organizzato. Brown affermava che la vita era una “condizione forzata” , la malattia un disturbo del corretto funzionamento dell’eccitazione e le malattie andavano trattate come “steniche” o “asteniche” a seconda che il corpo malato fosse troppo o troppo poco eccitato, in entrambi i casi era raccomandato l’uso di forti dosi di alcol e di oppio, la medicina “brunoniana” aveva il fascino della semplicità. In Francia furono i professori dell’università di Montpellier, più all’avanguardia rispetto a Parigi, a condure il dibattito sulla vitalità, Boussier de Sauvages negava che il meccanismo à la Boerhaave potesse dar conto dell’origine e della continuazione del movimento volontario nel corpo. Ciò che serviva era lo studio fisiologico del corpo vivente, non dissezionato, dotato com’era di un’anima. In seguito i docenti di Montpellier in particolare Théophile de Bordeu attribuirono al vitalismo un’impostazione più materialista, rivolgendo l’attenzione al ruolo dell’organizzazione fisica, negarono la presenza di un’anima inculcata dei corpi organizzati. A Londra veniva eseguite le stesse ricerche da John Hunter (1728-1793) scozzese di nascita che aveva effettuato un periodo di apprendistato presso la scuola di anatomia del fratello maggiore William, propose l’idea di un “principio vitale” con cui dava conto delle proprietà che elevano gli organismi viventi al di sopra della vile materia inanimata, questa forza vitale risiedeva nel sangue, pertanto le filosofie della “macchina del corpo” dell’età di Cartesio aprirono la strada alle idee più dinamiche delle proprietà vitali o del vitalismo, non è un caso che il termine stesso di “biologia” sia stato coniato introno al 1800. Questa nuova fisiologia guadagnò molto dalle altre scienze emergenti dalla rivoluzione scientifica. Un contemporaneo di Cullen, il chimico Joseph Black, formulò l’idea di un calore latente che chiamò “aria fissa”, molto importante per la comprensione ulteriore della respirazione così come venne sviluppata in seguito da Lower. Il chimico francese Lavoisier spiegò il passaggio dei gas nei polmoni, l’aria inalata veniva convertita ed esalata come “l’aria fissa” di Black, nella nuova nomenclatura del francese biossido di carbonio. La respirazione rappresentava all’interno del corpo vivente l’equivalente della combustione nel mondo esterno, entrambe si basavano sull’ossigeno e davano come risultato biossido di carbonio e acqua. Fu quindi Lavoisier a stabilire che l’ossigeno era indispensabile per la vita. Con l’entusiasmo di questa nuova scoperta riguardo la chimica dei gas, il medico di Bristol Thomas Beddoes sognò di curare molte malattie fra cui anche la tubercolosi, attraverso la somministrazione di ossigeno e di altri gas puri ai pazienti, nel corso dei suoi studi scoprì l’ossido di azoto pur non riuscendo a comprenderne le proprietà anestetiche. I passi avanti si presentavano anche in altri ambiti medici in particolare nell’elettrofisiologia sperimentale di cui Luigi Galvani fu uno dei pionieri; in De viribus electricitatis in motu musculari (Sul potere elettrico nel movimento dei muscoli, 1792) il naturalista descrisse gli esperimenti da lui portati a termine in cui le zampe di rane morte venivano appese con filo di rame a una balconata di ferro, dal momento che l’esperimento provocava una contrazione nell’arto reciso, Galvani concluse che l’elettricità svolgeva un ruolo e quindi era parte integrante della forza vitale. I suoi esperimenti vennero seguiti da Alessandro Volta, nelle sue Lettere sull’elettricità animale (1792), dimostrò che i muscoli potevano esser fatti contrarre attraverso stimoli elettrici. Le connessioni fra la vita e l’elettricità rivelate da questo genere di esperimenti si mostrarono essenziali per la neurofisiologia e fornirono anche materia d’ispirazione al Frankenstein (1818) di Mary Shelley, un racconto gotico sulla creazione della vita di un mostro fatto da mano umana con mezzi chimico-fisici, inteso come ammonimento del cattivo uso del potere prometeico.