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Appunti psicologia sociale (1^ modulo), Appunti di Psicologia Sociale

Appunti del primo modulo del corso di psicologia sociale (corso di laurea in scienze linguistiche) anno 2019/2020. Gli argomenti trattati sono: origini della psicologia sociale, cognizione sociale, la categorizzazione, categorie e schemi cognitivi, la percezione degli altri e la prima impressione, stereotipi cognitivi e sociali, stereotipi e delegittimazione.

Tipologia: Appunti

2019/2020

In vendita dal 01/05/2020

Alexia.mariani01
Alexia.mariani01 🇮🇹

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PSICOLOGIA SOCIALE
(I Modulo)
Lezione 1.
Il comportamento umano è un oggetto complesso che viene studiato dalle
diverse branche della psicologia.
La psicologia sociale è lo studio scientifico del comportamento umano
nell’ambito delle interazioni che si producono nei diversi contesti sociali
ovvero lo studio dell’individuo nel contesto della situazione sociale. La
disciplina procede con metodi sistematici e ben definiti e cerca di studiare il
comportamento nel contesto sociale.
Contesto sociale si fa riferimento ad una molteplicità di livelli che si possono
riscontrare e l’ambito dell’interazione umana può essere articolato in più livelli.
Livello: relazioni implicate
INTRAPERSONALE (relazione con se stessi, dialogo interiore,
dinamiche emozionali e cognitive interne al
singolo individuo).
Si può essere più o meno consapevoli di esso e
significa che ciascuno di noi vive al suo interno delle
ambivalenze.
INTERPERSONALE (interazioni con un'altra persona a livello
diadico, due individualità)
Il livello di analisi riguarda due individui differenti
che entrano in relazione contesto diadico
GRUPPALE: -
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(interazione tra i membri di un gruppo)
(interazioni tra gruppi diversi o tra due
individui in quanto membri di gruppi diversi)
È importante guardare i comportamenti delle
persone all’interno di un gruppo e anche la loro
interazione provenendo da gruppi differenti.
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(interazioni tra individui e tra gruppi che
condividono una comune e sovraordinata
appartenenza)
(interazioni tra organizzazioni diverse o tra
individui che appartengono a diverse
organizzazioni)
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dimensione trasversale a tutti i livelli di analisi)
Non è un vero e proprio livello di analisi ma
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PSICOLOGIA SOCIALE

(I Modulo)

Lezione 1.

Il comportamento umano è un oggetto complesso che viene studiato dalle diverse branche della psicologia. La psicologia sociale è lo studio scientifico del comportamento umano nell’ambito delle interazioni che si producono nei diversi contesti sociali  ovvero lo studio dell’individuo nel contesto della situazione sociale. La disciplina procede con metodi sistematici e ben definiti e cerca di studiare il comportamento nel contesto sociale. Contesto sociale  si fa riferimento ad una molteplicità di livelli che si possono riscontrare e l’ambito dell’interazione umana può essere articolato in più livelli. Livello: relazioni implicate INTRAPERSONALE ( relazione con se stessi, dialogo interiore, dinamiche emozionali e cognitive interne al singolo individuo ). Si può essere più o meno consapevoli di esso e significa che ciascuno di noi vive al suo interno delle ambivalenze. INTERPERSONALE ( interazioni con un'altra persona a livello diadico, due individualità ) Il livello di analisi riguarda due individui differenti che entrano in relazione  contesto diadico GRUPPALE: - intragruppo

- intergruppi ( interazione tra i membri di un gruppo ) ( interazioni tra gruppi diversi o tra due individui in quanto membri di gruppi diversi ) È importante guardare i comportamenti delle persone all’interno di un gruppo e anche la loro interazione provenendo da gruppi differenti. **ORGANIZZATIVO

intraorganizzativo

interorganizzativo** ( interazioni tra individui e tra gruppi che condividono una comune e sovraordinata appartenenza ) ( interazioni tra organizzazioni diverse o tra individui che appartengono a diverse organizzazioni ) **(INTERCULTURALE) (dinamiche legate al confronto interculturale: dimensione trasversale a tutti i livelli di analisi) Non è un vero e proprio livello di analisi ma

attraversa tutti i livelli già considerati. È una dimensione fondamentale che caratterizza tutti i livelli. La psicologia sociale si concentra sulle relazioni, sul livello interpersonale, su quello gruppale e su quello organizzativo  questi aspetti rappresentano l’ambito specifico di questa disciplina. INFLUENZA SOCIALE  tutta la psicologia sociale ha a che fare con fenomeni di influenza sociale ( è il cuore della psicologia sociale)  (non parliamo solo di persuasione e modificazione del comportamento altrui ha un significato più ampio). I nostri comportamenti e pensieri e tutto ciò che noi siamo è influenzato esplicitamente o in maniera implicita dagli altri. In generale noi tendiamo a sottostimare il potere dell’influenza sociale (non ci piace sentirci di re che siamo influenzati dagli altri)  questo porta ad una semplificazione eccessiva della realtà: noi riduciamo spesso tutti i comportamenti a delle variabili individuali e questo semplifica eccessivamente la comprensione della realtà e rende tutto quello che sono delle variabili situazionali legate al contesto e alle relazioni con altri individui, irrilevanti. Il termine “influenza sociale” in genere non piace tanto. Questa influenza sociale può essere analizzata pensandola come il risultato di fondamentalmente due processi:

  1. Processi sociali  il nostro comportamento è influenzato dalla relazione con gli altri e dalle nostre interazioni con gli altri e dalla qualità di queste interazioni. È influenzato da quanto gli altri ci trasmettono. L’appartenenza a gruppi influenza il nostro comportamento. Noi siamo creature sociali in ogni momento. Dimensione relazionale è molto importante.
  2. Processi cognitivi  i processi di conoscenza e costruzione del mondo sociale influenzano il nostro modo di conoscere la realtà e guidano le nostre azioni, come entriamo in relazione con gli altri, come agiamo nelle situazioni) L’interazione di questi due processi influenza i nostri comportamenti. Questi due processi sono fortemente intrecciati tra loro. Si possono riconoscere all’interno delle aree di ricerca i 3 ambiti principali:
  3. Ambito della conoscenza e della rappresentanza dell’ambiente sociale: come la nostra mente entra in relazione con la realtà circostante, ovvero come si caratterizza la percezione sociale, la creazione di schemi e categorie sociali che ci permettono di capire e padroneggiare la realtà. (I Modulo)
  4. Interazioni sociali, in particolare ai processi collettivi e alle dinamiche gruppali: i fenomeni che caratterizzano i gruppi e la loro costruzione e organizzazione. (II Modulo)

PSICOLOGIA DEI POPOLI

L’altra riflessione nasce in Germania ed è legata al nome di Wundt. Wundt lavorava in quel laboratorio di Lipsia in cui si studiavano i processi sensoriali e percettivi, ma Wundt sostiene in qualche modo anche l’importanza di connettere quello studio sperimentale e scientifico dei processi dei processi sensoriali ad uno studio invece comparato e storico di quelli che sono i prodotti culturali delle società. Quindi è in questi due nuclei, Psicologia Delle Folle e Psicologia Dei Popoli , che, in qualche modo, inizia ad emergere in Europa un primo tentativo di mettere al centro della riflessione psicologica queste tematiche.  PSICOLOGIA DELLE FOLLE Le folle facevano paura, ancora oggi le folle fanno paura. A fine ‘800 il comportamento degli individui all’interno della folla preoccupa le classi dominanti, ma ha senso parlare ancora di folla, il concetto di folla è ancora utile dal punto di vista scientifico per analizzare il conflitto sociale. È vero che quando succedono scontri di piazza e quando assistiamo a movimenti di protesta, spesso si ricorre al concetto di folla a livello giornalistico, divulgativo, anche legato a contesti più recenti (es. la primavera araba in Egitto; il movimento no-Tav a Susa). È questa stessa preoccupazione quella che viene rilevata anche ai nostri tempi quando grandi masse di persone scendono in piazza per protestare la situazione ed essa sfugge di mano, la folla sfugge di mano ed il gruppo può diventare violento. È questa stessa preoccupazione che aveva animato lo studio di questi autori, gli autori che in qualche modo si riconoscono all’interno della psicologia delle folle (non è uno studio scientifico, ma sono delle riflessioni che questi autori compiono). G. LE BON La riflessione parte da G. Le Bon, un antropologo francese il cui lavoro è considerato il primo studio di psicologia sociale in Europa; l’idea che Le Bon veicola è quella di un uomo la cui azione è guidata dalla suggestione, quindi uno stato quasi ipnotico che prevede l’abbassamento del controllo razionale della nostra coscienza una sorta di regressione della mente ad un livello più primitivo. Un altro concetto è quello di “contagio mentale”, concetto che Le Bon ricava dagli studi medici ed epidemiologici di fine ‘800, dove si iniziavano a studiare in modo scientifico virus, batteri e malattie. E quindi anche il comportamento sociale viene in qualche modo ascritto a questo tema del contagio sociale, per spiegare proprio la densità emotiva che di viene a creare all’interno delle folle, questa sorta di mente collettiva che porterebbe le persone ad adeguare il comportamento a quello dominante nella folla. GABRIELLE TARDE Anche G. Tarde, che era un giudice, si occupa di questo tema, e spiega in modo analogo a Le Bon gli stessi meccanismi, parlando di imitazione come processo centrale del legame sociale e che nella folla è un’imitazione di quelli che sono i capi e i leader e gli eroi della rivolta e della ribellione che fungono da modelli di imitazione nella folla.

Si accompagna a questa riflessione più di tipo antropologico, anche una riflessione da parte dei giuristi (è di questi anni il testo di Scipio Sighele “I delitti della folla”). Questi giuristi si muovono anch’essi dominati dalla paura, per un allargamento in senso sociale e psicologico del concetto di responsabilità giuridica. Il tema centrale è quindi quello di distinguere tra responsabilità del singolo o responsabilità della folla.  che cosa accomuna un po’ tutti questi lavori? Il fatto che viene veicolata in maniera molto forte da tutti questi tipi di prodotti, l’idea che il raggruppamento sociale, chiamato appunto folla in maniera un po’ imprecisa e un po’ debole, è di per sé un’occasione di indebolimento dei processi di controllo dell’intelligenza, che poi porterebbero così in primo piano le tendenze passionali, istintive, violente e quindi regressive. Quindi la psicologia delle folle va a configurarsi in un senso sempre più patologico: la folla degenera sempre, quindi, in comportamenti irrazionali, privi di controllo, e la folla diventa un agglomerato di persone che in situazioni particolari supera e trascende l’individualità e la coscienza del singolo individuo. Questi studi appena analizzati suggestionano un’epoca, e veicolano l’idea di una psicologia collettiva molto lontana da quello che sono le situazioni concrete (la folla è molto di più che un agglomerato indistinto). Hanno però avuto il merito di aver scoperto e di aver posto l’attenzione sul comportamento collettivo. Negli anni ’40, ’50 e ’60, riprendendo questi lavori, verranno rianalizzati da un punto di vista scientifico, tutti i processi che caratterizzano tutte le realtà collettive. Il concetto di folla è un concetto di per sé molto debole, quindi a noi interessa parlare di psicologia delle folle per l’interesse che questi libri hanno suscitato. Il concetto di folla resta comunque ancora molto utilizzato, tant’è che quando ci sono degli scontri di piazza noi diamo titolo, anche recentemente, che parlano di folle inferocite, quindi in qualche modo si fa riferimento a questa idea che nella folla le persone possano regredire e perdere parte della loro identità. Questo non è vero, cioè è molto più complesso ciò che avviene. Ma ciò che è importante mettere a fuoco è che il concetto di folla non è un concetto che noi utilizzeremo: la psicologia parla di gruppi e di organizzazioni. Le folle sono sempre composte da gruppi, organizzazioni e associazioni differenziate  le folle sono composte da persone con delle appartenenze gruppali organizzative ben definite (oggi si parla appunto di gruppi e organizzazioni).  PSICOLOGIA DEI POPOLI L’intenzione di Wundt (psicologo che studiava i processi di percezione di base) rappresenta una prima forma di psicologia storica, socioculturale comparata. Volta ad analizzare quelli che sono i prodotti culturali delle società umane, quindi quelli che in qualche modo riguardano i processi cognitivi superiori di un popolo e di una comunità (il linguaggio, i miti, etc..). Quindi è vero che in qualche modo dal punto di vista scientifico Wundt studia i processi sensoriali,

mondo e le altre persone e il modo in cui sono influenzati dagli altri. Questo porta anche i ricercatori ad interrogarsi sulle radici del pregiudizio, pregiudizio che nell’Europa dominata dal nazismo erano all’ordine del giorno e che li spinge ad interrogarsi sulle radici di questi comportamenti soprattutto sul pregiudizio. Il pregiudizio è l’esito di personalità particolari di persone con patologie e di persone particolarmente rigide cresciute in contesti in cui hanno interiorizzato delle forme di stereotipo e di pregiudizio nei confronti degli altri. Stereotipi e pregiudizi hanno anche delle cause, delle radici sociali, ovvero che vanno ricercate all’interno delle dinamiche gruppali. Questo sarà un rande apporto che questi psicologi porteranno alla psicologia sociale. Sono questi gli stessi psicologi che vengono arruolati in quegli anni per risolvere molto problemi pratici, nel senso che si è in tempo di guerra sia in Europa che negli Usa e gli psicologi vengono arruolati dal governo per risolvere problemi molto pratici, per esempio Lewin deve di riuscire a intervenire per modificare le abitudini alimentari degli americani: siamo in tempo di guerra e quindi in un momento in cui le risorse alimentari devono essere razionate e quindi Lewin utilizza il suo lavoro con i gruppi per questi motivi. Per Lewin tutto il comportamento dipende dallo spazio di vita dell’individuo, ovvero dalla complessità dei fattori e degli elementi che compongono lo spazio di vita dell’individuo e quindi elementi che sono tra di loro interdipendenti. Finita la guerra, mentre l’Europa tenta di ricostruirsi si riorganizzano anche le scienze. Negli anni successivi, ’50 e ’60, si assiste ad una crescita degli studi psicologici sociali, sia in Europa che negli Stati Uniti e sempre negli stessi anni i due filoni di ricerca tentano di integrarsi. La ricerca americana rimane un po’ una differenziazione tra l’anima della psicologia sociale americana e quella europea anche se negli anni si è tentato di integrarle. La psicologia americana si orienta sempre più verso la corrente della cognizione sociale  non basta più studiare il comportamento, occorre capire il comportamento umano e capire quali sono i processi cognitivi razionali che influenzano le nostre scelte comportamentali; in fondo il comportamento è l’aspetto più visibile e più manifesto e ciò che noi facciamo è il risultato dei nostri pensieri e delle nostre percezioni. SVOLTA COGNITIVA  studiare i processi di conoscenza e di rappresentazione del mondo sociale e comprendere come questi processi vadano ad influenzare il comportamento umano. Nella cognizione sociale noi troviamo questi temi: gli atteggiamenti, la percezione degli altri, come si forma in noi la prima impressione di un altro. Serve studiare questo livello meno visibile dei processi cognitivi per comprendere il comportamento. Anche in Europa assistiamo via via alla rinascita della psicologia sociale europea che deve tanto a Lewin, ma che rinasce in Europa grazie a Tajfel (inglese) e Moscovici (svizzero) che riprendono gli interessi di Lewin e riprendono dei temi cari alla psicologia sociale europea: le relazioni intergruppi, il tema del funzionamento dei gruppi e delle organizzazioni, il tema dell’influenza maggioritaria, o conformismo o dell’influenza minoritaria.

Oggi ci sono delle aree molto recenti nella psicologia che sono legate anche a quelle che sono le problematiche attuali e agli sviluppi attuali in tutti gli ambiti: c’è soprattutto un filone di neuroscienza sociale: grande interesse per la mappatura delle aree del nostro cervello legate ai vari processi cognitivi che la psicologia sociale studia, c’è un grande interesse riguardo la comunicazione elettronica, un rinnovato interesse per il tema dell’immigrazione e del pregiudizio nei confronti dei migranti. Ci sono poi delle aree applicative e di studio molto recenti e attuali su cui poi si è indirizzata la disciplina. Non sempre è stato facile questo dialogo tra psicologia sociale europea e psicologia sociale americana; sicuramente l psicologia sociale europea nasce da questa consapevolezza molto forte di un senso di mobilità psichico e sociale  per questo la psicologia sociale europea è sempre stata più forte e radicale rispetto al ruolo costitutivo del sociale per quanto riguarda la nostra esperienza e per comprendere la nostra esperienza individuale.

Lezione 3.

La psicologia sociale è una scienza empirica, ovvero le teorie sul comportamento umano poggiano su una ricerca scientifica, quindi gli psicologi come altri scienziati pensano che la ricerca scientifica sia dei risultati più attendibili e meno distorte rispetto a quelle basate sui sensi comuni, sulle nostre esperienze, etc.. La metodologa scientifica è molto importante in quanto lo scopo della ricerca è arrivare a delle conclusioni generali sul comportamento sociale umano. È vero che la ricerca è pilotata dalla curiosità che spinge tutti noi ad interrogarsi sulle cose e infatti tutti noi siamo un po’ psicologi, diamo delle riflessioni e dei giudizi basati su quelle che sono le nostre esperienze quotidiane e pe farlo utilizziamo termini e categorie psicologiche. La ricerca ha l’obiettivo di andare al di la della semplice curiosità e di sviluppare delle vere e proprie teorie scientifiche che spieghino il comportamento umano. Per poter parlare di ricerca si parte da due esempi sugli studi scientifici empirici. Esistono due macro categorie in cui si può dividere la ricerca scientifica: È un esperimento  la ricerca psicologica usa molti esperimenti e quando si parla di esperimenti o di ricerca sperimentale si parla di un metodo che la psicologia ha inventato dalle così dette scienze forti (fisica, biologia, etc..) e ha come obiettivo il verificare la presenza di nessi causa-effetto tra le variabili studiate. Non tutta la ricerca psicologica si basa sugli esperimenti, ma può essere anche una ricerca descrittiva e correlazionale, ovvero che ha l’obiettivo di descrivere un fenomeno e le relazioni e gli aspetti sempre legati a questo fenomeno sempre in maniera scientifica. È tutta ricerca scientifica, solo con differenti obiettivi. ESEMPIO 1: è un esperimento di Fioroni e Rothbarth e ha come obiettivo il verificare se le nostre categorie sociali (quelle che noi utilizziamo tutti i giorni per comunicare) influenzano le nostre percezioni.

La ricerca mostra come risultati delle caratteristiche comuni nei modi in cui ciascun gruppo disegna il proprio in-group e out-group e che le caratteristiche più positive sono associati all’in-group e quelle più negative all’out-group. Emerge che il gruppo dei bambini ebrei vede in maniera più negativa il gruppo degli arabi rispetto al contrario. Questo studio, che rientra nel gruppo dello studio degli stereotipi, non ha l’obiettivo di studiare relazioni causa-effetto ma solo di descrivere la rappresentazione che questi due gruppi hanno e ai giudizi di preferenza che essi esprimono. Quando si parla di correlazioni tra variabili si parla di un semplice legame (es. autostima e risultato scolastico  non è causa-effetto ma sono correlati). Entrambi i due esempi sono studi scientifici  tutte le scelte che il ricercatore fa durante il lavoro partono da una teoria e son scelte ponderate che passano per il livello della scelta del metodo, per poi passare per un livello empirico ce è come vado a raccogliere i dati (slides successive  sintesi dei due studi, x approfondirli guardare online). Quando un progetto di ricerca viene pensato, che sicuramente parte da una curiosità che il ricercatore ha, ci sono 3 livelli che devono essere coerenti tra loro e compatibili:

  1. Livello LOGICO: teorie e ipotesi
  2. Livello METODOLOGICO: la “via” da percorrere
  3. Livello EMPIRICO: tecniche e strumenti  Quali sono l scelte che ha davanti il ricercatore? Diversi metodi, dei quali abbiamo già visto il metodo sperimentale e il metodo descrittivo correlazionale. I metodi usati dallo scienziato possono essere (descrizioni dettagliate sulle slides):  Metodi scientifici non empirici : (ovvero rassegne bibliografiche o review) il ricercatore analizza tutto ciò che riesce a reperire come ricerca scientifica condotta su un determinato argomento e confronta i risultati proponendo una sintesi  ciò che a volte si fa sulla tesi di laurea bibliografiche;  Metodi scientifici empirici : il ricercatore raccoglie nella realtà concreta dei dati e si hanno:  metodo sperimentale e quasi-sperimentale: inferenze causa-effetto tra variabili indipendente e dipendente;  metodi correlazionali: individuare i rapporti tra le variabili (rapporti di covarianza, non di natura causale);  metodi descrittivi: descrivere in modo accurato e approfondito ciò che avviene a livello di comportamenti, vissuti; La ricerca può avere diversi gradi di validità:  validità interna : vagliare la relazione causa effetto; riguarda il grado di certezza con cui si può provare che è la variabile indipendente a

determinare le modifiche della variabile dipendente e non altre variabili (ad esempio variabili di confusione, errori del soggetto come la desiderabilità sociale, errori dello sperimentatore, etc..)  validità di costrutto : vagliare il costrutto; le variabili (dipendenti e indipendenti) utilizzate devono corrispondere ai costrutti teorici indagati. Variabile è la misurazione concreta di un costrutto.  validità esterna : vagliare la capacità di generalizzare (estendere) i risultati oltre le persone, il tempo e il contesto di un particolare studio. È possibile applicare i risultati ottenuti a soggetti, tempi, luoghi e situazioni differenti? L’etica della ricerca  prima di procedere con una ricerca gli scienziati devono porsi degli interrogativi di tipo etico, in particolare per quelle ricerche che vengono svolte a contatto con delle persone che partecipano alla ricerca. Per questo motivo ci sono dei metodi di lavoro molto precisi e delle commissioni che si riuniscono e il progetto deve essere visionato e vagliato da una commissione etica che analizza tutti i passaggi della ricerca per valutare se ciò che viene chiesto possa causare un danno, psicologico e non, alle persone che prendono parte a questa ricerca. Bisogna inoltre far loro firmare un consenso informato dove sono (quando possibile senza intaccare la ricerca) informare degli obiettivi della stessa e delle metodologie utilizzate. Devono essere anche date delle informazioni sopra la riservatezza delle informazioni personali e della privacy e quindi una garanzia rispetto all’anonimato, e ciò che viene ricavato dall’esperimento non potrà mai essere ricondotto alla singola persona specifica. Le persone che prendono parte alla ricerca possono essere libere di ritirarsi in qualunque momento (tutto questo deve essere esplicitato alle persone da subito)

Lezione 4.

La cognizione sociale è un ambito molto articolato della psicologia sociale, che ha diverse declinazioni, tutte volte ad esplorare quella che è l’attività del conoscere cioè le attività attraverso le quali le persone pensano. Le condizioni mentali possono essere automatiche e quindi noi ce ne accorgiamo solo facendo attenzione. Studiare la cognizione sociale significa studiare una serie di condizioni mentali attraverso le quali noi elaboriamo, confrontiamo e memorizziamo informazioni percettive e grazie a queste percezioni noi programmiamo il nostro comportamento. I processi cognitivi non possono essere osservati direttamente ma possono essere inferiti da altro, come il comportamento, le azioni, gli enunciati scritti e orali. Cognizione sociale  studi delle condizioni mentali nel contesto sociale. Tra gli oggetti sociali, e quindi il contesto sociale, c’è all’interno anche la conoscenza di noi stessi. Lo studio della cognizione sociale ha inizio in nord-america, negli anni ’ per poi svilupparsi negli anni ’60 e ’70.

Questa distinzione tra le due tipologie di cause (interne ed esterne) ha un nome: errore fondamentale di attribuzione.  Economizzatore di risorse cognitive: utilizziamo scorciatoie di pensieri o euristiche (veloci ed economiche  pigrizia cognitiva)  Tattico motivato: possiamo usare molte strategie cognitive in base a scopi e bisogni salienti in una determinata situazione; siamo dunque in grado sia di pensare ed agire rapidamente, sia di soppesare con cura le informazioni che raccoglie nella realtà. Tutta la cognizione è un processo motivato, in cui cioè entrano in gioco motivazioni epistemologiche che hanno per oggetto l conoscenza stessa.  Bisogno di cognizione (Petty e Cacioppo, 1986) bisogno di elaborare con cura molte informazioni prima di arrivare ad una conclusione;  Bisogno di chiusura cognitiva (Krunglanski, 1989): bisogno di ottenere una risposta chiara e non ambigua rispetto ad un oggetto di conoscenza in contrasto all’ambiguità;  Attore sociale: siamo immersi in interazioni sociali e non sempre siamo consapevoli degli scopi/bisogni personali o sociali che guidano i processi cognitivi. Le situazioni sociali in cui siamo immersi, attivano cognizioni pregresse (e, con esse, emozioni, valutazioni, giudizi, etc…) senza esserne pienamente consapevoli. Esiste quindi un intreccio molto forte tra pensiero e azione, ovvero tra i nostri processi cognitivo e le nostre azioni  l’attività cognitiva è sempre una realtà motivata (per dare senso alla realtà), ed è anche influenzata non solo da bisogni, ma anche da una serie di distorsioni, che non sono individuali, ma sono abbastanza trasversali e comuni agli esseri umani. Se non fossimo in grado di differenziare e organizzare questa conoscenza fin da quando siamo bambini, saremmo in balìa di una mole immensa di informazioni, senza riuscire ad orientarci. In realtà noi ci orientiamo molto bene nella realtà, grazie al processo cognitivo della categorizzazione. Questi processi cognitivi sono però soggetti anche a influenze negative, i bias, ovvero le distorsioni, che non sono viste come limiti individuali, ma sono dei processi universali e trasversali (vedi slides).

Lezione 5.

LA COGNIZIONE SOCIALE

Tema della categorizzazione sociale  presupposti teorici dalla quale nasce la cognizione sociale: tema della conoscenza (il nostro sforzo cognitivo è un’attività motivata e presuppone un individuo attivo che non registra semplicemente i dati sensoriali ma li ricostruisce  approccio olistico alla realtà.) Questo sforzo della conoscenza è dettato da bisogni, sia cognitivi, sia bisogni sociali e personali. La prima tematica importante è il processo della categorizzazione sociale, ovvero avvicinare quelle strutture conoscitive, che sono le categorie sociali, che noi utilizziamo nel nostro approccio alla realtà.

Tutta la conoscenza umana è formata su processi di categorizzazione e di organizzazione della realtà  categorizzare vuol dire compiere uno sforzo di sintesi classificatorio della realtà sociale, a partire dagli stimoli e dalle tante esperienze sensoriali a cui siamo esposti, per cercare di inserire questa molteplicità di esperienze sensoriali in un medesimo insieme di significato sulla base di elementi di somiglianza. La categorizzazione sociale è quella che ci consente di parlare e di definire il nostro mondo sociale con delle categorie di uso comune che entrano ampiamente nel nostro linguaggio; alcune categorie sociali sono talmente diffuse che ci facciamo poco caso (es. ruoli di genere, ruoli e categorie etniche, etc…). l’utilizzo delle categorie sociali non lo ritroviamo solo nelle interazioni con il mondo, ma viene utilizzato anche all’interno delle scienze che tendono a classificare tutto ciò che viene preso in considerazione. Le categorie sociali ci consentono di padroneggiare e comprendere molto velocemente il nostro ambiente, spesso in modo automatico. Le categorie sociali nascono da un processo innato della mente umana che è il processo della categorizzazione (è importantissimo). I bambini, fin da piccoli sanno utilizzare queste categorie, le creano e le imparano dagli adulti che hanno intorno. Categorizzare non è semplicemente utilizzare categorie inventate da altri che ci vengono insegnate, ma è proprio una potenzialità enorme della nostra mente che non riproduce solamente la realtà esterna ma la ricostruisce e ne attribuisce un senso. Ciascun individuo organizza e semplifica la propria esperienza del mondo attraverso la categorizzazione sociale e la creazione di schemi cognitivi. Questi processi consentono di padroneggiare il nostro ambiente e di funzionare in maniera efficiente nella nostra società. La categorizzazione in parte ci aiuta a studiare lo stereotipo e il pregiudizio. Le conoscenze categoriali (che scaturiscono dalla divisione del mondo in categorie) le definiamo anche schemi cognitivo o stereotipi  rappresentazioni mentali delle conoscenze che possediamo relativamente a determinati gruppi sociali. In queste conoscenze categoriali ci sono dei nuclei di contenuto molto condivisi. All’interno delle categorie avvengono anche delle associazioni tra aggettivi e contenuti diversi che vengono messi in luce (es. estroverso e altruista). La categoria viene a formarsi su un continuum di significati tra loro dicotomici. L’utilizzo delle categorie in qualche modo determina anche delle distorsioni percettive legate a questa polarizzazione delle rappresentazioni. Le categorie funzionano così: secondo Allport, (1954) uno studioso americano  sono nomi che tagliano a fette il nostro ambiente di vita. Se noi guardiamo i contenuti categoriali, al loro interno troviamo degli insiemi sfuocati di attributi che sono tra loro correlati, quei network che è più facile che tra loro si attivino. Queste strutture cognitive organizzano la realtà sociale e quindi colgono gli aspetti tipici degli oggetti del mondo sociale e fisico. Il processo della categorizzazione è molto importante perché ci permette di riassumere una gran quantità di informazioni dentro queste strutture cognitive

La categorizzazione sociale porta anche a degli errori. Uno di questi è l’effetto di accentuazione percettiva: porta all’assimilazione / omogeneità intracategoriale , ovvero all’accentuazione delle somiglianze entro la categoria, ma anche alla differenziazione intercategoriale , ovvero l’accentuazione delle differenze tra le categorie. Questo è un effetto distorcente del quale possiamo tranquillamente accorgerci e controllare. L’effetto distorcente della categorizzazione è stato per primo studiato da Tajfel tramite un esperimento che dimostra appunto gli effetti distorcenti della categorizzazione. Inizia l’esperimento con degli stimoli di tipo fisico (visivi): dispone dei segmenti di lunghezza differente in ordine crescente. Nella prima parte di hanno tre letture:

  1. nessuna classificazione  non si ha una didascalia dei segmenti
  2. classificazione  i primi 4 segmenti più corti vengono etichettati come A e i 4 segmenti più lunghi come B
  3. classificazione casuale  le lettere A e B sono poste sotto i segmenti senza uno schema logico. Ciò che viene chiesto ai partecipanti è di stimare la lunghezza di ciascuna linea. I risultati sono interessanti. Viene messo in luce che solo nella condizione 2 i partecipanti accentuano la differenza tra le due classi di stimoli (i primi 4 segmenti appaiono molto più corti di quello che sino in realtà  accentuazione delle differenze tra i due gruppi di segmenti). Questo esperimento è molto importante nella storia della psicologia sociale. L’utilizzo delle categorie quindi determina una distorsione del giudizio in molti casi. (vedi slide) Che cosa succede quando ci troviamo davanti ad un oggetto sociale? Possiamo fare riferimento a più categorie e alcune hanno una precedenza rispetto ad altre. Solitamente entrano in gioco 3 fattori, ovvero il livello delle categorie (sono strutturate in maniera gerarchica, dal più astratto al meno astratto)  il livello più utile è quello intermedio che è di uso comune e che ha delle sottocategorie interne (es. studente di lingua /studentessa di lingua). Un altro indicatore è quello dell’accessibilità individuale  si fa riferimento ad una sorta di priorità del nostro sistema di elaborazione grazie al quella l’informazione agisce un’influenza. Alcune informazioni sono più disponibili ad entrare in gioco nella nostra mente. Alcune categorie sono croniche, ovvero sono quelle più accessibile perché sono quelle maggiormente utilizzate. Anche l’accessibilità situazionale e salienza categoriale sono un indicatore  sono la situazione e gli elementi reali che la compongono a determinare le categorie più salienti e accessibili in quel momento. Le dimensioni categoriali, che assumono preminenza in ogni situazione data dipendono dalle particolari circostanze in gioco; la salienza categoriale è importante  quanto gli indizi categoriali richiamino la nostra attenzione. In qualche modo la salienza emerge dall’interazione con gli altri stimoli presenti nel contesto.

È possibile distinguere gli effetti specifici dovuti alla categorizzazione da quelli legati alle etichette linguistiche usate per definire due differenti categorie. Il linguaggio si evolve all’interno del sistema delle categorie per dare una maggior precisione e soprattutto legato all’evolversi della società in cui ci troviamo. Tutto questo fa parte di un filone di studio nord-americano. Ad un certo punto questo filone delle categorie sociali, si interseca in Europa con il tema delle relazioni inter-gruppi, e quindi non viene studiato solo in termini cognitivi ma gli studiosi europei cominciano a studiare come gli effetti della categorizzazione sociale sono prettamente intrecciate alle relazioni tra i gruppi sociali. Studiare le categorie sociali non può essere solo uno studio di tipo cognitivo ma deve tenere in considerazione la situazione sociale specifica in cui si sviluppano le categorie e questo ci aiuta a comprendere la valenza delle categorie sociali (è un arricchimento al filone di studi americano). Le categorie hanno anche un significato sociale molto forte per ciascuno di noi  ci aiuta a posizionarci nel mondo e nella realtà. Psicologia sociale europea  la categorizzazione ci aiuta a spiegare la distorsione percettiva generata dall’uso delle categorie, ma non ci spiega perché la rappresentazione di alcune categorie è più positiva rispetto ad altre. Qui entrano in gioco alcuni psicologi europei che ci spiegano come le categorie non abbiano solo un significato e una valenza cognitiva ma le categorie hanno una valenza psicologica e sociale per ciascuno di noi, ovvero non hanno una equivalenza di tipo psicologico (alcune sono legate alle nostre appartenenze, e questo implica il fatto che noi ci definiamo in base a queste categorie e implicano un confronto tra due gruppi). Il concetto di gruppo e categoria hanno due significati differenti: categoria  ha più un significato id raggruppamento collettivo (es. uomini / donne) gruppo  rapporti di interdipendenza tra le persone (es. la mia squadra di volley) Sia le categorie sia i gruppi sono alla base della nostra definizione  ci permettono id capire l’asimmetria valutativa. L’articolazione della realtà sociale in gruppi contrapposti e in categorie con la collocazione dell’individuo entro questa realtà determina non solo l’accentuazione dei biases (gli errori) tipici della categorizzazione; Implica anche l’asimmetria valutativa in-Group – out-Group e in-Group bias che non è spiegato dal processo della categorizzazione sociale. L’asimmetria valutativa tra in-Group e out-Group si produce quando anche i gruppi vengono creati sulla base di criteri arbitrari e non significativa per l’individuo (questa situazione è chiamata paradigma del gruppo minimo ). Anche nella situazione di gruppo minimo determina un effetto di asimmetria valutativa: se chiediamo a delle persone di descrivere e classificare il proprio gruppo e altri gruppi minimi, vedremo che questa persona tenderà a privilegiare il suo gruppo di appartenenza e creerà una differenziazione valutativa tra il proprio gruppo e il gruppo esterno. L’asimmetria valutativa si verifica in ogni condizione in maniera più o meno forte se i gruppi sono messi o meno in competizione tra loro.

Anche Tajfel prima di Turner aveva messo in luce proprio questo, cioè che l’identità sociale è una componente essenziale dell’identità personale  consapevolezza di appartenere a determinati gruppi sociali. Tutte le persone hanno quindi il bisogno di avere un’identità positiva ed è per questo che le persone aspirano ad appartenere a gruppi sociali valorizzati che non abbassino la propria autostima. Da questa consapevolezza deriva il tipico comportamento intergruppi, ovvero l’in-group bias che favorisce il proprio gruppo a discapito degli altri gruppi  da qui non è automatico il passaggio alla discriminazione, ovvero la nascita di comportamenti discriminatori nei confronti degli altri gruppi. BIAS legati al processo della categorizzazione sociale:  Accentuazione percettiva : accentuazione delle somiglianze intracategoriali e delle differenze intercategoriali. L’effetto è più forte quando la categorizzazione e i tratti connessi hanno un’importanza, una pertinenza o un valore soggettivo (ad esempio nella dinamica in-group – out-group).  La stereotipizzazione : rappresenta una sorta di scorciatoia mentale. Le categorie fungono da base per gli schemi e per gli stereotipi. (Stereotipi: inferenza tracciata a partire dall’assegnazione di una persona ad una data categoria). Calchi cognitivi, immagini mentali semplificate relative alle caratteristiche e ai comportamenti dei gruppi. Gli stereotipi possono avere tonalità positive, negative e neutre.  La correlazione illusoria : sopravvalutazione del tasso di associazione tra due stimoli o eventi (es. obesità e basso livello di scolarizzazione; correlazione illusoria tra tratti distintivi e gruppi minoritari). Non è una correlazione scientifica ma avviene spontaneamente nella nostra mente.  La percezione differenziale dell’omogeneità all’interno della categoria : l’out-group viene percepito in genere come più omogeneo e più indifferenziato rispetto all’in-group o alla categoria di appartenenza. Questo è ciò che porta ad esempio alla difficoltà di riconoscimento fisico delle persone appartenenti ad un diverso gruppo sociale (es. cinesi e giapponesi) e nella nostra difficoltà a distinguerli tra loro, infatti spesso ci sembrano del tutto uguali.  Le distorsioni della memoria : sono ricordati con più facilità gli attributi sfavorevoli e negativi degli out-group, o delle categorie di non appartenenza, rispetto a quelli positivi.

Lezione 6.

CATEGORIE E SCHEMI COGNITIVI

Gli schemi cognitivi sono rappresentazioni referenziali che riguardano la rappresentazione del mondo e delle situazioni sociali, e le informazioni schematiche acquisiscono una grande importanza nella vita quotidiana. Il concetto di categoria sociale e quello di schema cognitivo sono concetti tra loro molto legati, sovrapposti. Sono due filoni di studio che parlano della stessa

cosa ma vanno tenuti separati in quanto questi due filoni hanno obiettivi leggermente differenti. Quando gli studiosi studiano la categorizzazione sociale sono maggiormente interessati a capire come in un dato gruppo si vada a strutturare e classificare la realtà sociale e quindi si tratta di capire quali sono le categorie prevalenti, e in qualche modo l’interesse di chi studia la categorizzazione si ferma a capire questo sforzo classificatorio e come le etichette linguistiche traducono questa classificazione della realtà sociale (es. gli immigrati si distinguono tra loro quando ne parlano  boat people e non boat people, ovvero quelli arrivati con il barcone e quelli che invece si sono integrati nella società). Il filone di studio sugli schemi cognitivi ha proprio questo obiettivo: andare a studiare come si organizzano le conoscenze categoriali e come sono organizzate, quindi cosa c’è all’interno delle categorie, come quelle conoscenze e quelle caratteristiche che descrivono le diverse categorie sono organizzate tra loro e come questa conoscenza schematica viene utilizzata. Quindi il concetto di schema cognitivo, portato avanti dagli studiosi di cognizione sociale del filone nord-americano, ci aiuta a capire come utilizziamo la conoscenza depositata e accumulata nella nostra memoria per affrontare e comprendere le situazioni nuove. Dalla categorizzazione è possibile poi sviluppano due filoni: quello degli schemi cognitivi e quello degli stereotipi socio-cognitivi. Categorie sociali, schemi e stereotipi sono aree di studio sovrapposte e interconnesse  si parla dello stesso fenomeno ma con degli obiettivi differenti. Schema cognitivo : è una struttura cognitiva che rappresenta un oggetto di conoscenza (una persona, un ruolo, un evento sociale, etc…) includendo i suoi attributi e i loro legami. Gli scemi facilitano i processi di conoscenza top-down (o schema-driven): si basano sull’esistenza di concetti, conoscenze e teorie presenti in memoria che permettono di trattare stimoli nuovi facendo riferimento a informazioni già possedute. Il concetto di schema cognitivo ci aiuta a capire come utilizziamo la conoscenza accumulata e depositata nella memoria per comprendere e affrontare sia le situazioni quotidiane sia quelle nuove e impreviste. L’utilizzo dell’informazione schematica ha una valenza di tipo economico, ovvero accorcia il lavoro cognitivo che ci permette di pensare velocemente e in maniera sistematica, senza soppesare con troppa accuratezza le informazioni, ma proprio per questo motivo possono indurre a errori e distorsioni. La consapevolezza di come noi utilizziamo queste informazioni e quindi l’attenzione che noi possiamo prestare. Questo tipo di processi cognitivi è legato non solo alla conoscenza che noi abbiamo di questi fenomeni, ma legato anche alla criticità della situazione in cui noi ci troviamo, quindi situazioni id incertezza, nelle quali siamo sotto pressione, etc… rendono più difficile controllare questo tipo di processo schematico. Il ricorso al pensiero schematico riguarda tutti e spesso avviene senza che ce ne accorgiamo e si basa su un’iniziale categorizzazione degli stimoli sociali in base ad alcune caratteristiche possedute dall’oggetto (persona, situazione, etc…).