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Appunti sull'età Flavia, da Vespasiano a Tito,a Domiziano. Con annessa, breve descrizione sulla società e cultura inerente a quell'età
Tipologia: Appunti
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La vittoria delle truppe di Vespasiano sull’esercito di Vitellio, nello scontro del 69 d.C, presso Cremone, ebbe come conseguenza la morte di quest’ultimo e la fine dell’anno di anarchia militare seguito all’uccisione di Nerone. Vespasiano, giocando bene le sue carte, si recò a Roma solo nell’estate del 70 d.C, dopo aver ricevuto l’obbedienza dal senato e da ogni parte dell’impero. Egli era originario di una modesta famiglia di Rieti e con lui, per la prima volta, saliva al vertice dello Stato un esponente del ceto equestre. La sua prima preoccupazione fu quella di ristabilire l’ordine nel caos istituzionale che si era creato. Un atto fondamentale fu l’approvazione da parte del senato, della lex de imperio (legge sui poteri dell’imperatore), che contribuiva a chiarire i poteri del principe; venne designato un potere assoluto, che prevedeva la posizione di assoluta supremazia del principe, detentore del potere legislativo e dell’autorità di imporre i canditati per le magistrature. Tale potere assoluto, però, era privo di riferimenti al modello monarchico di impronta ellenistica: riconosceva, infatti, una funzione al senato. Su questa base Vespasiano iniziò la sua attività di restaurazione delle istituzioni e della società, lasciando al figlio Tito il compito di proseguire l’opera di repressione della rivolta giudaica, che portò alla distruzione di Gerusalemme e all’incendio del tempio di Salomone nel 70. Tale avvenimento fu la causa principale della diaspora (dispersione) del popolo ebraico per il mondo. Nel frattempo Vespasiano riorganizzò i comandi dell’esercito, riformò il senato (preferendo esponenti non italici) e inaugrò una politica economica di grande rigore, istituendo anche nuove tasse, per risanare la situazione finanziaria. Una parte di fondi fu destinata alla costruzione di edifici per abbellire la capitale e le province: tra questi anche il progetto dell’apertura del cantiere per la realizzazione del grande teatro flavio, il cosidetto Colosseo. Successivamente fece nominare il figlio Tito prefetto del pretorio, per controllare l’altra figura militare e politica vicina al potere del principe, ovvero la sua guardia privata. Per quanto riguarda la politica si preoccupò di risaladare alcune zone “calde” di confine. Quando Vespasiano morì, nel 79 d.C, Roma e l’impero erano finalmente riorganizzati e le istituzioni apparivano più solide e delineate nei loro rapporti.
A Vespasiano successe il figlio Tito, già associato al potere dal 71 d.C. Gli storici antichi hanno lasciato un ritratto positivo dell’imperatore, descrivendolo come un uomo saggio e coraggioso. Però questo non deve stupire, il suo governo fu, infatti, brevissimo e, generalmente, tutti i nuovi principi venivano accolti con lodi che molto presto si traformavano in critiche severe. Nonostante questo il consenso popolare lo accomagnò ed aumentò in occasione dell’eruzione del Vesuvio (24 agosto 79d.C), quando il principe si preoccupò immediatamente di soccorrere la popolazione, cosa che fece anche durante un incendio che bruciò una vasta zona di Roma. Durante i tre anni scarsi del governo, Tito, proseguì sostanzialmente l’opera del padre e giunse a inaugurare nell’80, l’anfiteatro flavio (il Colosseo).
Alla morte improvvisa di Tito, succedette il fratello minore Domiziano, con il quale si assistette ad un cambio nella gestione del potere da parte del principe. In politica estera
proseguì sulla linea tracciata da Vespasiano, organizzando campagne militari preventive e promuoveno una serie di opere difensive nelle regioni del Reno e del Danubio, ma abbandonò la politica del padre nei rapporti con le istituzioni: con la carica di censore a vita, intervenne pesantemente sul senato, eliminando tutti coloro che riteneva poco fedeli, autonomi nei giudizi ed indegni. Si venne così ad istaurare un clima di paura e diffidenza, mascherato da una forte adulazione che era a lui gradita: arrivò addirittura a farsi chiamare signore e dio , conferendo di nuovo un carattere sacro alla monarchia e riavvicindosi al modello ellenistico di sovrano assoluto e divinizzato. Questi atteggiamenti generarono l’idea di una possibile congiura, dalla quale lo stesso Domiziano cercò di poteggersi, decretando numerose condanne a morte, soprattutto nei confronti di famiglie aristocratiche. Questo non fece che accrescere l’odio nei suoi confronti, che sfociò nella congiura senatoria, nel 96 d.C, durante la quale Domiziano venne ucciso da un suo liberto. Il senato alla morte di Domiziano impose un nuovo canditato al trono imperiale e come già accaduto per Nerone, anche per l’ultimo esponente della dinastia flavia fu proclamata la damnatio memoriae.
La conformazione della società romana in età flavia appare mutata nelle sue classi più elevate: si sono idebolite le più antiche famiglie patrizie, quella nobiltà senatoria che per lungo tempo aveva sostenuto e alimentato la produzione culturale. La repressione dei principi ha decimato le sue fila, attraverso condanne a morte o all’esilio e la confisca di interi patrimoni. Inoltre i ranghi del senato furono ripopolati da un massiccio ingresso della nuova aristocrazia italica e provinciale, priva di nostalgie repubblicane e desideri di rivincita, pronta a fornire efficienti burocrati e funzionari al servizio dell’apparato statale. Questa nuova aristocrazia si rivelò anche più conservatrice nei suoi ideali e nei suoi gusti, contribuendo all’idea di tornare a fruire di una letteratura e di un’arte più vicina alle forme classiche. Gli stessi principi della dinastia flavia contribuirono a questo mutamento della classe dirigente non solo in positivo, ma anche in negativo, proseguendo sulla strada della sorveglianza e della dura repressione di ogni contrasto con il potere. L’ingresso al senato dei provinciali era anche sintomo della crescita economica delle province, a differenza dell’agricoltura e dell’artigianato italico che, nonostante interventi normativi a loro favore, erano sulla via del declinio. Vespasiano portò avanti un programma di restaurazione morale, civile e culturale, curando gli aspetti organizzativi della cultura: istituì nuove biblioteche; promosse premi e concorsi per poeti ed artisti; ma soprattutto fondò la prima cattedra pubblica di retorica, finalizzata alla formazione culturale della nuova classe di burocrati e funzionari statali. Questa cattedra prestigiosa fu retta anzitutto dal grande pedagogista e retore Quintiliano. Vicino a Vespasiano operarono anche intellettuali come Plinio il Vecchio e lo storico di origine ebraica Giuseppe Flavio. Domiziano, invece, incentivò una produzione artistica e letteraria che celebrasse i fasti del suo principato. Da questo, però, nacque una produzione fortemente encomiastica che, pur essendo andata in gran parte perduta, lascia le sue tracce in molti passaggi delle opere di Silio Italico, Valerio Flacco, Stazio, Marziale. Ciò che accumunò Vespasiano e il figlio Domiziano fu una profonda avversione nei confronti della