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appunti Teologia 3, Appunti di Teologia

riassunto teologia 3 Varsalona a.a 2013-2014

Tipologia: Appunti

2014/2015

Caricato il 30/01/2015

Fabrizio.Ingrill
Fabrizio.Ingrill 🇮🇹

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La teologia morale
Introduzione
La teologia morale è una branchia della teologia stessa. Si occupa di studiare la complessità dell’uomo: egli
nasce uomo (Menschheit) ma deve imparare a diventare umano (Menschlichkeit) nel corso della vita
(Lernziel Menschlichkeit di Jörg Splett = meta di apprendimento: umanità). Non è un caso che esista solo
l’aggettivo “disumano”, ma non “disanimale”: ciò deriva dal fatto che l’uomo ha una morale da scegliere e
da esercitare, mentre l’anima segue solo l’istinto. La libertà di scegliere è sia un dono (Gabe) sia un compito
(Aufgabe), poiché richiede fatica nella sua scelta (siamo chiamati a trovare un senso alla libertà offertaci).
Esempio: la libertà si manifesta in Dietrich Bonhöffer, un pastore protestante tedesco rifugiatosi negli Stati
Uniti a causa del nazismo, ma che decide spontaneamente di tornare in patria per combatterlo, morendo.
È proprio questo il campo della teologia morale: indagare il senso della libertà umana al fine di permettere
all’uomo di vivere felicemente. Perché ciò possa realizzarsi, è necessario avere fede, poiché questa fornisce
una prospettiva di vita futura.
La morale* e il Concilio Vaticano II
Prima del Concilio prevaleva una morale non era altro che un insieme di comandamenti e precetti da seguire
per rispettare la volontà di Dio. Tramite il Concilio, invece, il fondamento della morale cristiana è
identificato in Gesù.
Ciò accade perché emerge la parte storica di Gesù: mentre prima era considerata solo la parte divina, col
Concilio risalta maggiormente quella umana (Gesù è quindi sia divinità che uomo). È Gesù nella sua
totalità, parte umana compresa, ad essere al centro della fede cristiana: allo stesso modo è l’uomo su cui la
fede si concentra perché vuole renderlo “umano”, ovvero cosciente di chi è e di cosa fa.
In questo modo è rivista anche tutta la posizione della religione: non deve fornire un’etica dall’alto
eleggendosi a entità superiore, bensì confrontarsi con la realtà in cui vive e fornire risposte per la felicità
dell’uomo.
La cattiva fama della morale: un cambio di ottica e mentalità
Ancora oggi la morale è percepita come un elemento negativo, piena di precetti e regole da seguire. Al
contrario, la morale cristiana non è sinonimo di moralismo (lo era semmai prima del Concilio). Questa è
però una visione errata della cristianità, vista come l’arma usata da Gesù per sottomettere l’uomo a precetti
senza spiegarne il senso (cieca obbedienza senza ragione).
È da ricordare però che “Vangelo” significa buona novella”, che quindi tutto vuole essere meno che
un’imposizione. Il Vangelo è infatti un evento (l’evento di Gesù), e non una dottrina imposta: l’evento si
manifesta nel fatto che è Dio che si fa uomo tramite Gesù, mentre in tutte le altre religioni è l’uomo a
compiere lo sforzo di raggiungere Dio.
Nel Cristianesimo si ha quindi un capovolgimento teologico: Dio va verso l’uomo compiendo parte dello
sforzo (Gesù si abbassa a lavare i piedi di alcune persone). Per questo motivo l’uomo non deve vivere il
Vangelo (un dono), come un’imposizione di regole (compiere azioni per guadagnare la vita eterna), ma
come dono per vivere felice.
Si tratta quindi di adoperare un cambio di ottica e di mentalità, un po’ come successe a Paolo sulla via di
Damasco, che da ebreo persecutore di Cristiani diventò un ebreo con fede in Gesù.
Per definire questo cambiamento c’è una parola tedesca, “Geheimnis” (mistero), in cui vi è la parola “heim”
che significa “là dove ci si sente a casa”: è proprio questo il senso del mistero del Vangelo.
Per trovare questa “dimora” è necessario però cambiare il proprio stile di vita e la propria mentalità.
Il capovolgimento teologico di Pietro
Un’altra figura vista negativamente è Pietro, di cui si ricorda soprattutto il tradimento ai danni di Gesù.
Anche lui, come Paolo e come i Cristiani, vive un cambiamento di mentalità. Per questo è necessario vedere
il tradimento nel suo insieme: se è vero che nega di conoscere Gesù, è anche vero che è l’unico vicino a Lui
in quel momento (dov’erano gli altri Apostoli?) e nega per avere salva la vita, non per seguire un altro
Maestro.
Il cambiamento che vive Pietro, ad ogni modo, è incentrato sulla sua forza: il suo nome indica la forza delle
pietre, ma alla fine è tanto debole da nascondersi. Il motivo di questo cambiamento sta in Gesù e nella sua
completa manifestazione: Pietro deve imparare a vedere anche la parte umana di Gesù (all’inizio non
pensava che il figlio di Dio potesse morire in croce), cioè quella che appare più debole agli occhi umani.
Il moralismo della Bibbia: l’interpretazione negativa e sbagliata
Il moralismo nasce dalla mancata comprensione di alcune parti della Bibbia, quali:
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La teologia morale Introduzione La teologia morale è una branchia della teologia stessa. Si occupa di studiare la complessità dell’uomo: egli nasce uomo (Menschheit) ma deve imparare a diventare umano (Menschlichkeit) nel corso della vita (Lernziel Menschlichkeit di Jörg Splett = meta di apprendimento: umanità). Non è un caso che esista solo l’aggettivo “disumano”, ma non “disanimale”: ciò deriva dal fatto che l’uomo ha una morale da scegliere e da esercitare, mentre l’anima segue solo l’istinto. La libertà di scegliere è sia un dono (Gabe) sia un compito (Aufgabe), poiché richiede fatica nella sua scelta (siamo chiamati a trovare un senso alla libertà offertaci). Esempio: la libertà si manifesta in Dietrich Bonhöffer, un pastore protestante tedesco rifugiatosi negli Stati Uniti a causa del nazismo, ma che decide spontaneamente di tornare in patria per combatterlo, morendo. È proprio questo il campo della teologia morale: indagare il senso della libertà umana al fine di permettere all’uomo di vivere felicemente. Perché ciò possa realizzarsi, è necessario avere fede, poiché questa fornisce una prospettiva di vita futura.

La morale* e il Concilio Vaticano II Prima del Concilio prevaleva una morale non era altro che un insieme di comandamenti e precetti da seguire per rispettare la volontà di Dio. Tramite il Concilio, invece, il fondamento della morale cristiana è identificato in Gesù. Ciò accade perché emerge la parte storica di Gesù: mentre prima era considerata solo la parte divina, col Concilio risalta maggiormente quella umana (Gesù è quindi sia divinità che uomo). È Gesù nella sua totalità, parte umana compresa, ad essere al centro della fede cristiana: allo stesso modo è l’uomo su cui la fede si concentra perché vuole renderlo “umano”, ovvero cosciente di chi è e di cosa fa. In questo modo è rivista anche tutta la posizione della religione: non deve fornire un’etica dall’alto eleggendosi a entità superiore, bensì confrontarsi con la realtà in cui vive e fornire risposte per la felicità dell’uomo.

La cattiva fama della morale: un cambio di ottica e mentalità Ancora oggi la morale è percepita come un elemento negativo, piena di precetti e regole da seguire. Al contrario, la morale cristiana non è sinonimo di moralismo (lo era semmai prima del Concilio). Questa è però una visione errata della cristianità, vista come l’arma usata da Gesù per sottomettere l’uomo a precetti senza spiegarne il senso (cieca obbedienza senza ragione). È da ricordare però che “Vangelo” significa “buona novella”, che quindi tutto vuole essere meno che un’imposizione. Il Vangelo è infatti un evento (l’evento di Gesù), e non una dottrina imposta: l’evento si manifesta nel fatto che è Dio che si fa uomo tramite Gesù, mentre in tutte le altre religioni è l’uomo a compiere lo sforzo di raggiungere Dio. Nel Cristianesimo si ha quindi un capovolgimento teologico: Dio va verso l’uomo compiendo parte dello sforzo (Gesù si abbassa a lavare i piedi di alcune persone). Per questo motivo l’uomo non deve vivere il Vangelo (un dono), come un’imposizione di regole (compiere azioni per guadagnare la vita eterna), ma come dono per vivere felice. Si tratta quindi di adoperare un cambio di ottica e di mentalità, un po’ come successe a Paolo sulla via di Damasco, che da ebreo persecutore di Cristiani diventò un ebreo con fede in Gesù. Per definire questo cambiamento c’è una parola tedesca, “Geheimnis” (mistero), in cui vi è la parola “heim” che significa “là dove ci si sente a casa”: è proprio questo il senso del mistero del Vangelo. Per trovare questa “dimora” è necessario però cambiare il proprio stile di vita e la propria mentalità.

Il capovolgimento teologico di Pietro Un’altra figura vista negativamente è Pietro, di cui si ricorda soprattutto il tradimento ai danni di Gesù. Anche lui, come Paolo e come i Cristiani, vive un cambiamento di mentalità. Per questo è necessario vedere il tradimento nel suo insieme: se è vero che nega di conoscere Gesù, è anche vero che è l’unico vicino a Lui in quel momento (dov’erano gli altri Apostoli?) e nega per avere salva la vita, non per seguire un altro Maestro. Il cambiamento che vive Pietro, ad ogni modo, è incentrato sulla sua forza: il suo nome indica la forza delle pietre, ma alla fine è tanto debole da nascondersi. Il motivo di questo cambiamento sta in Gesù e nella sua completa manifestazione: Pietro deve imparare a vedere anche la parte umana di Gesù (all’inizio non pensava che il figlio di Dio potesse morire in croce), cioè quella che appare più debole agli occhi umani.

Il moralismo della Bibbia: l’interpretazione negativa e sbagliata Il moralismo nasce dalla mancata comprensione di alcune parti della Bibbia, quali:

1)Dualismo: come afferma Platone, “il corpo è l’involucro di un’anima imprigionata”. La Bibbia considera invece l’uomo come l’insieme di anima e corpo che convivono pacificamente. Ciò che si fa col corpo è infatti la concretizzazione di ciò che si è moralmente con l’anima. Anche alcuni passi della Bibbia sono stati mal tradotti: psychè indica l’esistenza e non l’anima. Ecco allora che alcuni passi cambiano di significato: non si parla in Marco della contrapposizione tra le cose terrene e l’anima, ma tra le prime e la perdita dell’esistenza a causa loro (se queste la dominano). N.B. = “l’anima” della teologia morale è la Bibbia, così come ribadito dal Concilio Vaticano II. 2)Visione futura dell’Apocalisse: le pene della vita presente vanno sopportate per guadagnare la vita eterna nell’Aldilà. In realtà è possibile essere felici donandosi agli altri, senza aspettare la morte e l’eternità. In caso contrario, la vita terrena perde di significato. 3)Demonizzazione del corpo: mentre in tante religioni il corpo è visto come impuro, la Bibbia lo esalta. È possibile notare tutto ciò anche negli affreschi rinascimentali (Michelangelo), nei quali il corpo è sempre visto come forma armoniosa (sebbene il Concilio di Trento fece poi coprire alcune immagini ritenute immorali). È tramite, infatti, il corpo che l’anima può manifestarsi.

Che cos’è la salvezza? Innanzitutto, è bene ricordare che per i Cristiani cattolici la natura dell’uomo è buona, ma contaminata in un secondo momento dal peccato (per quelli riformati la natura umana è già di base corrotta). Il peccato è tuttavia vinto col mistero pasquale, apice del Cristianesimo e momento in cui Gesù risorge vincendo sulla morte. Andiamo per punti: 1)Gesù tace di fronte ad accuse false: accanto ai soddisfatti, che ritenevano Gesù un blasfemo, vi sono anche i perplessi come Pilato e, non per ultimo, il dolore della madre, Maria. Le autorità religiose e politiche lo accusano di essere blasfemo, ma Gesù, sebbene non avesse l’intera umanità contro, non risponde nemmeno quando esortato. I significati della mancata difesa possono essere diversi: ▲ Non si ha la forza di farlo perché scoraggiati o delusi. ▲ Non ci si difende perché ci si sente superiori e quindi non ci si abbassa a motivare le proprie azioni. ▲ Nei vangeli di Matteo e Giovanni è invece descritto un Gesù che sta in silenzio perché vuole conservare la propria dignità (questa è la vera causa del suo silenzio): sa che i giudici hanno già una sentenza chiara e stanno solo fingendo un interrogatorio e, per questo, tace perché riconosce che è inutile qualsiasi difesa (silenzio del giusto). Pone allora la sua fiducia in Dio, ricordando la figura del “servo sofferente”: soffre perché sa di essere innocente, ma riconosce che non può fare niente contro chi ha già deciso. Non risponde nemmeno alla domanda di Pilato sulla propria origine: ognuno di noi deve trovare una risposta individuale sull’origine di Gesù. È inutile da parte sua collaborare con chi non è interessato a priori, poiché rimane una domanda finalizzata alla mera curiosità. Infine, il contesto giudiziario di allora è importante per capire la vicenda (esistevano infatti varie parole):

  • Mišpat (giudizio): di fronte a un’accusa si tiene un processo con il risultato di un giudizio di pena (condanna). È il classico processo che, tuttavia, nella Bibbia non rappresenta la strada da percorrere.
  • Rib (lite giudiziaria): chi subisce un’ingiustizia deve andare direttamente dal colpevole. La finalità non è la condanna del colpevole (come nel primo caso), bensì la riconciliazione con quest’ultimo perché si riconosce colpevole. Con la sola condanna, infatti, non si ristabilisce l’ordine, poiché la morale resta intaccata. È questa la logica della Bibbia e che Gesù adopera quando accusato. Gesù, nello specifico, rappresenta il rib in persona: Dio accusa l’umanità di una colpa, ma non per condannare, bensì per ristabilire una relazione di pace e amicizia con l’uomo. Anche in altre occasioni, tuttavia, si è manifestato il rib: è il caso di Saul che odia Davide, il quale ha però una volta la possibilità di ucciderlo nel sonno. Davide si ferma e chiede a Saul il motivo del suo odio: ecco che Saul riconosce la propria colpa e si riconcilia con Davide! N.B. = esiste anche una giustizia verso Dio che porta il nome di “sedaqah”. 2)Gesù è arrestato: mišpat e rib s’incontrano, poiché i giudici intendono condannarlo, mentre Gesù rappresenta l’accusa mirata alla riconciliazione. L’unica strada possibile sarebbe quella di accusare i falsi testimoni, strada che però non è scelta da Gesù, poiché negherebbe il rib stesso. A quel punto, infatti, i falsi testimoni sarebbero stati crocefissi, facendo quindi scaturire la mišpat: Gesù tace per non condannare altri uomini, anche se questi sono colpevoli. È un silenzio mirato all’amore, poiché prende su di sé le colpe degli uccisori. E fa tutto questo correndo il rischio di non essere compreso: a Roma, tuttora, è conservato un

Dio vuole che l’uomo conosca il bene e il male: è l’uomo che non si fida e vuole vedere se Dio ha ragione. Chi obbedisce appartiene a Dio (gehören – gehorchen), ma non è schiavo, bensì è solo il ricevente di un dono che gli permette di conoscere se stesso e di vivere in relazione con gli altri (senza leggi vi sarebbe il caos senza nemmeno l’umanità). Ciò che vuole impedire Dio, quindi, non è la conoscenza tra bene e male, bensì vuole porre una differenza tra obbedienza (vita) e disobbedienza (morte), la quale allontana l’uomo dai suoi simili e lo rende assolutista. La relazione con gli altri, infatti, ci rende coscienti di essere relativi rispetto a un contesto più grande e che richiede ordine. Queste relazioni, seppur dolorose a volte, ci fanno scoprire cosa sia l’amore e ci umanizzano perché ci permettono di capire che il nostro io ha dei limiti, fissati laddove iniziano i confini dell’altro (i limiti ci fanno capire che non siamo Dio e ci evitano la gigantomachia in favore dell’umiltà). Il fatto, quindi, di essere diversi ci deve completare e non deve essere visto come un difetto o qualcosa da combattere. È solo così che possiamo formare la nostra identità, una realtà continuamente plasmata dalle persone con cui veniamo in contatto (non è quindi una realtà statica e già formata). Inoltre, altro elemento arricchente delle relazioni, è dato dal fatto di poter sperimentare costantemente la nostra libertà: possiamo recare danno o dare amore a chi incontriamo solo ed esclusivamente in base alla nostra volontà. La scelta di non relazionarsi o di arrecare liberamente del male è considerata allora peccato. N.B.= se è vero che l’uomo è chiamato a credere ed obbedire a Dio, è altrettanto vero che persino Dio, sottoforma di Gesù, è chiamato a credere nell’uomo, tanto da scendere sulla Terra per aiutarlo perché vede che ha le giuste potenzialità.

L'amore di Dio e degli uomini Eros: è l'amore carnale tra uomo e donna, frutto del compimento della relazione. Tuttavia, anche Dio prova amore carnale per l'uomo, e lo ricorda con alcune immagini, quali il fidanzamento e il matrimonio con il popolo d'Israele, ma anche con altri passaggi di profeti (come il profeta Osea). L'amore di Dio rimane, infine, anche sempre "agape", ossia gratuito e disinteressato, ed è lo stesso amore provato dalle prime comunità di Cristiani, dove chi aveva di più condivideva con chi aveva di meno (comunione dei beni). L'amore eros riveste oggi una grande tematica a livello mondiale per via dell'esaltazione eccessiva e della mercificazione del corpo.

Il decalogo: le dieci parole L’uomo, nella propria esistenza, è chiamato a vivere con e per gli altri, poiché è questa l’esperienza più appagante. Non si è liberi se non si hanno relazioni: è falso ciò che afferma il filosofo Sartre, “l’altro è l’inferno”, poiché l’uomo conosce se stesso conoscendo gli altri (Splett). Solo così conosce i propri limiti, per esempio. Essi segnano il limite dopo cui inizia l'altro e, allo stesso tempo, ci fanno vivere l'esperienza della libertà (di fare del male o del bene). Ogni persona, secondo lo scrittore Maalouf, è unica, e fa questa esperienza solo compiendo un "esame d'identità" su se stesso e tramite le relazioni che intrattiene con gli altri.

I limiti e l'immigrazione (Maalouf) Oggi, l'argomento dell'accettazione dell'altro è più importante che mai, vista la crescente immigrazione in tutto il mondo per via della globalizzazione: a tal proposito lo scrittore Maalouf, nel suo libro "L'identità" , afferma che il Paese che accoglie è come una pagina in via di stesura. Sarà completa attraverso il confronto costruttivo: prima "gli uni", cioè gli immigrati, i quali sono chiamati ad integrarsi nella nuova cultura, anche eventualmente mischiandola con la loro, poi "gli altri", cioè gli autoctoni, che sono chiamati invece a rispettare le differenze perché gli stessi immigrati possano essere incentivati al rispetto delle regole del luogo (è un circolo virtuoso!). Per questo motivo, insieme allo scrittore e filosofo Flusser, afferma che "ci apparteniamo": la patria di origine è solo un limite fisico, mentre tramite le relazioni l'uomo scopre di appartenere agli altri e gli altri a lui ("La patria del senzapatria è l'altro").

La necessità del Decalogo Tuttavia, è proprio tramite le relazioni che l’uomo è tentato dalla sua parte malvagia: egoismo e cinismo ne possono essere degli esempi. Questi sentimenti negativi nascono dal fatto che l’uomo deve riconoscere i propri limiti nel confronto con gli altri e ammettere che non è onnipotente (non si può quindi sostituire a Dio). Se, sia la persona in questione sia l’altro hanno diritti (e doveri), allora nasce la necessità di condividere: le regole della giusta convivenza nascono dalla legge divina, le quali rendono l’uomo cosciente di avere dei limiti.

Tuttavia, questa legge non impone doveri fini a se stessi, bensì aiuta l’uomo a crescere, capendo che fare del bene agli altri significa anche stare meglio con se stessi: è così che si sostituisce un cuore di pietra con uno di carne (come detto da Ezechiele). La relazione rappresenta un mettersi in marcia verso l’altro (Aufbruch). La legge divina è rappresentata dai Dieci Comandamenti (decalogo) nel libro dell'Esodo: il popolo d’Israele fugge dall’Egitto e attraversa il deserto dove, sul monte Sinai, Mosè riceve le tavole. Il cammino è soggetto all'ermeneutica (va interpretato): rappresenta la liberazione dalla schiavitù e la “creazione” (barà in ebraico) di una nuova vita (10 comandamenti, proprio come nella Genesi Dio pronuncia 10 volte la parola "creazione": è un nuovo inizio). Dio e il popolo d’Israele compiono un vero e proprio matrimonio tanto è forte il legame e Dio concede perciò la libertà.

Il simbolo del deserto Oggigiorno i comandamenti non sono uguali per tutti (per esempio gli Ortodossi non ne hanno 10 come noi). La domanda che sorge allora è: come attualizzare le leggi fornite dal Decalogo e come interpretarlo? 1)Interpretazione: è necessario evitare due fenomeni. ▲ Fondamentalismo: la Bibbia non deve essere presa alla lettera. ▲ Soggettivismo: chi legge la Bibbia non può basarsi solo sui testi che gli piacciono e che lo colpiscono. Per un’interpretazione corretta, è necessario partire dall’Esodo, ossia la prima parte della Bibbia ad essere stata scritta. È questa, infatti, la parte fondante del testo stesso, che rappresenta soprattutto un modo di vivere nuovo dopo l’Alleanza con Dio grazie alla fuga dall'Egitto (matrimonio che costituisce la vera terra promessa). Il popolo d’Israele scopre, infatti, di appartenere a Dio, identificandosi quindi con un nuovo io libero. È proprio questa la Terra Promessa (prima che un luogo): l’Alleanza e convivenza con Dio! Per giungere a questa nuova vita, però, è stato necessario il deserto lungo 40 anni, un luogo inospitale che mette alla prova il popolo d’Israele continuamente, il quale non ha più una casa e del cibo, ma deve affidarsi a Dio e continuare a muoversi (la sedentarietà rischia di creare degli idoli, come avviene col vitello d’oro mentre il popolo è fermo ad aspettare Mosè sul Sinai). Inoltre, il deserto era terra di nessuno: ecco perché Dio dona la legge proprio lì, poiché è la legge di tutti (nessuno = tutti). Nel deserto, infine, gli Ebrei sono chiamati a ricordare e ringraziare Dio per averli fatti fuggire (interessanti le parole tedesche "denken: pensare" e "danken: ringraziare").

La composizione del Decalogo Il Decalogo è diviso in 2 parti: 1)Relazione uomo-Dio: i primi due comandamenti. 2)Relazione uomo-uomo: dal quinto comandamento in poi. Da questi due insiemi, infatti, si deduce che bisogna amare Dio e il prossimo, cioè i comandamenti più grandi. N.B.= il terzo comandamento riguarda sia il rapporto uomo-Dio sia uomo-uomo, poiché l’essere umano deve santificare le feste in favore di Dio, ma non deve permettere agli altri uomini di lavorare. N.B.= anche il quarto comandamento è strano, in quanto (come il terzo) non è una proibizione e, inoltre, presenta il verbo “onorare”, parola riservata al rapporto con Dio. Il padre e la madre, però, sono alle origini della nostra vita, così come Dio è alla base di quella generale dell’uomo (il vocabolo non è quindi inappropriato).

Le negazioni nei comandamenti Il primo comandamento impone che, se Dio è l’assoluto, allora deve essere anche l’unico. Si tratta di una relazione esclusiva, che non può prevedere altri idoli creati dall’uomo. Queste negazioni ci permettono però di vedere le cose belle create da Dio, il quale mette ordine e bellezza quando crea (è come se avesse un vero e proprio senso estetico). Nel creare, infatti, non solo Dio "vide che era cosa buona e giusta", ma la sua visione positiva racchiude il mondo intero (non solo la singola cosa). E per apprezzare la bellezza del mondo (prima fra tutte le relazioni) e vivere con ordine e felicità l'uomo ha bisogno di alcune leggi, per l'appunto i comandamenti. Per questo motivo non si può dire, come invece insinua il serpente ad Eva, che Dio è un tiranno che ci fa sottostare a delle leggi. Tramite la solidarietà e la felicità generate dal rispetto dei comandamenti, il cristiano è allora illuminato da Dio e ne comprende la grandezza. Lo stesso Gesù, infatti, era solidale nei confronti del prossimo: basti pensare a quando lava i piedi ai suoi discepoli, mostrandosi umile pur essendo il Figlio di Dio. Rispettati i comandamenti è possibile alla fede di insediarsi nel cuore dell'uomo, il quale è ora pienamente in grado di accogliere l'amore di Dio e del prossimo.

La coscienza è la nostra morale. Oggigiorno si dice spesso di agire secondo la propria coscienza col rischio però di cadere nella mera indifferenza (se vuoi farlo, fallo, altrimenti non farlo). Si cade quindi nella confusione tra bene (ciò che si può fare per avere un bene comune) e benessere (cercare se stessi). N.B. = in tedesco “coscienza morale” è Gewissen, mentre “consapevolezza psicologica” è Bewusstsein. La coscienza morale (Gewissen) è quella trattata nel corso.

La coscienza di Gesù con Zaccheo Un giorno Gesù incontra a Gerico Zaccheo, capo dei pubblicani ebraici, particolarmente odiato dagli altri Ebrei. Nonostante ciò Gesù gli impone di scendere dal piedistallo su cui era salito per vederlo (era basso di statura) e gli dice che sarebbe passato da casa sua molto presto. Gli Ebrei si fanno delle domande, in quanto era vietato frequentare un peccatore come lo erano i pubblicani. Eppure Gesù non rispetta la regola e si reca da lui. Gesù sorprende lo stesso Zaccheo, che capisce che la ricchezza che possiede non vale niente se messa a confronto con la pochezza d’animo che si è generata dentro di lui. Ha un’autentica conversione, tanto che decide di donare metà della propria ricchezza ai poveri e il quadruplo di quanto ha rubato ai cittadini da lui derubati. Zaccheo ha una coscienza, come tutti noi, ma non l’ha formata!

L’adesione di fede come evento di coscienza morale: la Samaritana e Pietro La coscienza morale si crea e si sviluppa nell’incontro con gli altri. Nel corso del tempo sono state date varie definizioni di coscienza morale, una su tutte quella del Concilio Vaticano II: la coscienza morale è la “Voce di Dio nell’uomo”. Si manifesta concretamente per la prima volta negli incontri fatti da Gesù. La coscienza morale ha un grande valore nell’ambito religioso: a tal proposito ne parla Giovanni, il più giovane ma il più profondo dei 4 Evangelisti, nella “Samaritana”. Nel brano Gesù viaggia dalla Giudea verso la Galilea e attraversa per questo la Samaria, fermandosi ad un pozzo. Lì incontra una donna, che gli chiede come le domandasse da bere visto che era donna e samaritana (qualità allora negative). Gesù le risponde che lui le avrebbe addirittura dato dell’acqua viva in cambio: la donna è incredula dato che Lui non ha nemmeno un secchio, ma Gesù le dice che con la sua acqua lei non avrà mai più sete. Dopo che Gesù le dice che lei ha sposato ben 5 uomini, la donna si convince che Gesù sia il Messia, visto che conosce fatti personali senza averglieli mai riferiti. Nel passo, quindi, Gesù va oltre i pregiudizi sulle donne e sui samaritani e chiede un gesto di clemenza (avere dell’acqua) alla donna incontrata. Nello specifico l’acqua simboleggia la vita e la rinascita che la donna potrebbe avere grazie a Gesù. Tuttavia, lei rimane sul piano concreto (vede che Gesù non ha un secchio). La donna, dopo aver ricevuto delle autentiche rivelazioni da Gesù, corre in paese e annuncia a tutti di aver incontrato il Messia: è qui che si nota la sua nuova vita. Anche Simon-Pietro fa l’esperienza della coscienza morale attraverso Gesù: sta pescando, ma senza mai prendere nessun pesce. Ad un certo punto Gesù dice di buttare le reti e Simone esegue ciò gli dice. Vede con stupore che tutte le barche si riempiono di pesce in pochissimo tempo. Simone allora s'inginocchia e dice di essere un peccatore e non essere degno di Lui. Tuttavia Gesù non pretende la perfezione da Simone e, anzi, gli dice che sarà “pescatore di uomini”. In risposta, quegli stessi pescatori ormeggiano le loro barche e seguono Gesù (avvertono la chiamata). Simone, infatti, non si limita a ringraziare Gesù per la pesca miracolosa, ma riconosce di essere piccolo (peccatore) quando capisce che si trova davanti al Figlio di Dio. Queste persone (Zaccheo, Samaritana, Simone), riconoscendo se stessi davanti a Gesù, fanno l’autentica esperienza di libertà. N.B.= i miracoli non mirano solo a far notare la grandezza di Gesù, ma a generare fede e fiducia in Lui.

La Bibbia e la coscienza morale Nella Bibbia il termine “coscienza” è usato raramente: 1)Antico Testamento: è presente una sola volta nel libro della Sapienza. Tuttavia, implicitamente, la coscienza ricorre in più punti, come la vergogna provata da Adamo ed Eva dopo il morso al frutto proibito o, ancora, dopo che Caino riconosce di aver ucciso Abele (si manifesta il senso di colpa). Altre volte si parla di coscienza positiva, ma il termine è spesso sostituito con la parola “cuore”, come quando Salomone chiede “un cuore d’oro” a Dio per essere sempre in grado di agire correttamente (più raramente è utilizzata persino la parola “reni”). In ogni caso nell’Antico Testamento si parla più di obbedienza di fronte a Dio invece che di coscienza (non si parla invece mai di coscienza tra uomo-uomo). Inoltre, sempre nell’AT, le varie citazioni della coscienza

comprendono sempre tutto l’uomo (sia anima che corpo), sebbene venga identificata con una parte dell’uomo (cuore, reni). La coscienza rimane comunque un tema secondario nell’AT, perché la sorgente di tutto rimane sempre Dio (compreso l’agire dell’uomo) e l’uomo si limita ad obbedire. 2)Nuovo Testamento: nei Vangeli la parola “coscienza” non è addirittura mai usata (nell’intero NT è invece usata 30 volte). Ciò nonostante, il fenomeno della coscienza è ben conosciuto, ma anche qui è sostituito con altri termini, come “cuore”. Anche la coscienza negativa è nominata, come quando Pietro “piange amaramente” dopo aver capito di aver rinnegato Gesù per 3 volte. Nei Vangeli è data più importanza alle intenzioni delle persone, più che agli atti concreti: è il caso della vedova che dà la sua offerta al tempio nonostante sia molto povera (la sua offerta è inferiore ai ricchi cittadini, che però donano il superfluo, mentre lei dona ciò che le serve per vivere), in cui si capisce che la qualità importa più della quantità. Nel NT il termine “coscienza” è sempre usato in relazione agli scritti fatti da Paolo o inerenti a lui. La differenza sostanziale è che nel NT si parla comunque di coscienza uomo-uomo, che si manifesta quando un uomo agisce (credente o non credente) facendo del bene. La coscienza è qui vista, quindi, come qualcosa di personale, poiché solo la persona sa in cuor suo se ha agito secondo una buona o una cattiva coscienza. Ciò che è interessane notare, è che, a differenza delle altre religioni, il Cristianesimo afferma che il peccato nasce con ciò che esce dall'uomo, non con quello che entra: malvagità, cattiveria, superbia, calunnia, invidia sono tutte qualità insite già nell'uomo.

La coscienza in Paolo Paolo s’interessa particolarmente della coscienza umana grazie agli studi filosofici praticati a Tarso. Considera l’uomo composto da: 1)Corpo: è il mezzo per entrare in relazione con gli altri (a differenza dei Greci non lo condanna, ma lo nobilita). 2)Cuore: è il luogo della coscienza, cioè l’apice dello spirito. 3)Anima: è la vitalità terrena che contiene l’istinto dell’uomo. 4)Spirito: è il punto di contatto tra l’uomo e la trascendenza. 5)Carne: indica l’uomo egoista che subordina tutto ciò che lo circonda. È ciò che conduce al peccato. Secondo Paolo la coscienza si compone di carità, speranza e amore su modello della vita di Gesù, come ogni cristiano dovrebbe vivere, anche se ognuno deve agire secondo la propria coscienza (tutto ciò che non viene da essa è peccato). Per esempio, Paolo si occupa degli idolititi, cioè coloro che adorano gli idoli e offrono loro della carne. Per i Cristiani non era per forza immorale mangiare della carne sacrificata dai pagani: se il Cristiano è consapevole che questi idoli non esistono, allora è lecito mangiare quella carne; se, al contrario, i Cristiani non erano ancora del tutto convinti della nuova religione (per esempio gli ex-pagani da poco convertitisi), allora potevano realmente dubitare della giustizia del Cristianesimo. Per questo motivo era comunque sconsigliato mangiare carne immolata, poiché l’atto poteva scandalizzare i nuovi fedeli e farli dubitare (è un gesto di carità). Alla base della questione vi è comunque la libertà di coscienza: se non ci si scandalizza, si può anche mangiarne, ma se l’atto è motivo di scandalo, allora è il caso di evitare. Infatti, se chi già tentenna, arriva a mangiare quella carne, allora sarà colpevole perché dubiterà di ciò che è giusto. In altri testi aventi collegamenti con Paolo, la coscienza ha una connotazione esplicitamente positiva: coscienza buona, pura, bella, irreprensibile.

Il Concilio Vaticano II (1962 – 1965) Indetto da Giovanni Paolo XXIII e terminato da Paolo VI, rappresenta il XXI Concilio Vaticano, ma è stato un passo importante per il vero e proprio “aggiornamento” nella Chiesa per rispondere alle problematiche attuali del mondo. Sono 3 le particolarità di questo Concilio: 1)Mondiale: mentre negli altri erano presenti prevalentemente vescovi europei, in questo partecipano per la prima volta tutte le autorità religiose a livello mondiale. Anche il tema che tratta, il rinnovo della Chiesa, è rivolto a tutto il mondo, e non solo ai Cristiani. 2)Motivo: non ve n'è uno chiaro come le altre volte. In passato, infatti, i Concili erano indetti per contrastare eresie (come il Concilio di Trento del 1545-1563). 3)Aggiornamento (svolta copernicana): prima del Concilio, la Chiesa si considerava come entità perfetta accanto al resto del mondo. Chi apparteneva alla Chiesa era giusto, gli altri sbagliati (dualismo platonico). Si trattava di una relazione unilaterale: la Chiesa perfetta fornisce verità assolute a un mondo passivo che si limita a ricevere.

una coscienza a-relazionale (ognuno fa quello che vuole) nel completo relativismo. In realtà, il Concilio Vaticano II si esprime sulla libertà di coscienza intendendo che non deve mai violare i diritti fondamentali dell’uomo (la vita per esempio: l’omicidio è sbagliato a priori, e lo sa anche chi non crede). La stessa libertà religiosa poggia le sue basi sulla libertà di coscienza (è implicito) e, in ogni caso, le forti convinzioni di una persona non possono essere cambiate così facilmente dalla libertà di coscienza degli altri (vedi gli idolititi). La coscienza ha bisogno però di essere formata tramite il dialogo e il confronto con gli altri. Anche gli ultimi Papi (Giovanni Paolo II e Benedetto XVI) ne parlano a favore, mentre nel Sillabo della seconda metà dell’Ottocento le due libertà erano viste negativamente perché conducevano a un assoluto relativismo.

Le virtù Le virtù sono quelle qualità che permettono all’uomo di dare il meglio di sé e si contrappongono ai vizi, cioè la storia cattiva della libertà. Nella Bibbia la parola “virtù” è piuttosto rara: mentre per i Greci la virtù era la qualità positiva dell’uomo conquistata con la pratica (con l’esercizio si diventava virtuosi) in una visione antropocentrica (tutto dipende dall’uomo), nella Bibbia il termine è poco frequente proprio perché è un dono di Dio che l’uomo può ricevere. Nello specifico, il termine virtù è introdotto con San Tommaso, che afferma che è “una buona abitudine dono di Dio”: non dipende dallo sforzo umano (come per i Greci invece). Le virtù teologali cristiane sono: fede (che deve essere operosa), speranza (fermezza), carità (fatica) che si associano a quelle cardinali (anche greche) di prudenza, giustizia, fortezza e temperanza. Queste ultime crescono solo tramite quelle teologali, basi di tutte le altre. ▲ Carità: è la virtù primaria per un cristiano, come affermato da Paolo in una lettera ai Corinzi (inno alla carità), persone ancora intaccate dal paganesimo greco. L’assenza di carità, infatti, annulla il bene di ogni azione e vanifica la stessa. Solo se si ama, infatti, le altre virtù assumono valore.

Le virtù del Cristiano La fede Nell’AT la fede è indicata con due parole ebraiche: 1)Aman: significa “solidità” ed è il termine da cui deriva il nostro “amen”. Il simbolo ricorrente per indicarla è la roccia o le braccia ferme e sicure di un padre nei confronti del proprio figlio. 2)Batah: significa “fiducia” e simboleggia l’atteggiamento attivo verso Dio poiché ci sono speranze e desideri. Insieme, i due vocaboli indicano che la fede è un terreno sicuro in cui si può riporre la propria speranza (letteralmente “appoggiarsi a Dio”). Nel NT, invece, è il vocabolo greco pìstis (credere, sperare) a ricorrere più spesso. Questi termini sono usati anche nei comportamenti che tiene Dio, poiché indicano che Dio è fedele e si assume un impegno con l’uomo dato che Dio crede in lui. Si crea quindi un circolo vizioso di fiducia reciproca.

La fede nel Vangelo di Marco ▲ Gesù e il lato umano: “ Il tempo è compiuto e il regno di Dio è giunto, convertitevi e credete al Vangelo ”. Questa frase presenta i primi due tempi all’indicativo (una certezza, un fatto avvenuto) e una conseguenza che gli uomini sono invitati a seguire tramite due imperativi. La “lieta notizia” spinge quindi l’uomo a un cambiamento totale (conversione), il quale riconosce in Dio la teologia e solo dopo ne ha fede (inizialmente non è una conversione morale legata alla propria vita, bensì solo teologica legata a riconoscere chi è Dio). Nel raccontare il proprio Vangelo, Marco prende in esame la vita di Gesù, poiché la “buona novella” è l’avvenimento di Gesù stesso (e non solo le sue azioni). I suoi miracoli, infatti, sono solo la parte più vistosa di Gesù, quella in grado di attirare i fedeli, ma sono anche circondati da elementi deboli (gente che non crede). Ecco perché si può affermare che i miracoli iniziano la fede, ma non fanno giungere il Cristiano alla fede piena, poiché non riconoscono la parte umana di Gesù. Per Marco i miracoli acquistano di vero significato una volta che Gesù è sulla Croce, la quale infatti è il fulcro della fede cristiana: Gesù è colui che usa la propria potenza per salvare gli altri (la potenza-dono dei miracoli), ma non fa altrettanto con se stesso (si lascia morire da umano) perché non esercita la potenza-dominio. ▲ La fede come fonte di sicurezza: per Marco la fede è la sicurezza assoluta anche di fronte a difficoltà che sembrano insormontabili, tanto che è “in grado di spostare una montagna”. Chi ha fede e segue il Vangelo arrivando a rinnegare (aparnèomai) se stesso può addirittura perdere la vita, ma sarà salvo

grazie a questa. La fede si può ravvivare tramite la preghiera, cioè la richiesta di aiuto a Dio perché l’uomo capisce di essere impotente di fronte a certe situazioni. ▲ L’incredulo: è rappresentato soprattutto dai farisei e dagli scribi, troppo ancorati alle loro leggi e tradizioni per cogliere l’importanza della novità. Chiedono miracoli sempre più sorprendenti, ma Gesù sa che nessuno di questi basterà a convincerli poiché non sono in grado di cogliere la sua parte umana (che è la vera novità). Incapaci di cambiare le proprie convinzioni, questi increduli attribuiscono agli stessi miracoli una potenza demoniaca: Gesù in realtà è figlio del Demonio e cerca di attirare a sé i fedeli con delle sceneggiate. Anche alcuni Nazareni non riconoscono in Lui il figlio di Dio, ma questi lo fanno perché non riescono a credere che Gesù possa al contempo possa provenire da un’umile famiglia e faccia il carpentiere. Infine, anche alcuni dei suoi discepoli dubitano di lui perché non accettano che si lasci morire in Croce: è il caso soprattutto di Pietro, che non riesce ad accettare all’inizio la parte umana di Gesù. In realtà, il momento della Croce esprime il totale abbandono a Dio grazie alla fiducia maturata tramite la fede nel tempo.

La fede e la storia La storia è intessuta della Parola di Dio e ciò vale anche nei momenti più difficili, quando sembra che Dio ci abbandoni. Bisogna ricordare, infatti, che è necessario attraversare attimi in cui il male sembra addirittura prevalere (come con la morte di Gesù in croce) ricordando però che alla fine c’è la luce (Gesù risorge e sconfigge la morte). I momenti negativi sono dati dal fatto che l’uomo gode della libertà, eventualmente anche di scegliere il male, che però non intaccherà a lungo andare il Cristiano puro, poiché la fede è più forte.

La fede e la ragione La ragione del Cristiano gli permette di confrontarsi anche con le altre religioni e persino con gli atei (e viceversa) solo se si è concretamente ragionato su cosa si crede, e cioè il Dio del Vangelo. La fede può essere, infatti, frutto di un percorso ragionato: se alcuni la ricevono come dono grazie all’ambiente in cui vivono, è anche vero che tanti altri la scoprono dopo una lunga ricerca. L’atto di fede consiste nel riconoscere Dio al centro della propria teologia, ma vi è un’altra parte, altrettanto importante, di ragione (mista a fede): i farisei e gli scribi che non accettano di rivedere la propria ragione non colgono per esempio il lato umano di Gesù. Se fossimo fatti di sola fede, allora crederemmo a tutto ciò che ci capiterebbe sotto mano ma, allo stesso modo, se fossimo costituiti di sola ragione, allora si annullerebbe la libertà, poiché tutti saremmo d’accordo su tutto. Ecco perché è fondamentale capire che l’intera vita umana è composta sia di fede che di ragione.

La speranza Le ragione contro la speranza 1)Vanità: se l’uomo è destinato a morire, che senso ha avere speranza? 2)Sfiducia nel mondo: l’uomo osserva come le ingiustizie siano sempre perpetrate nel tempo. 3)Peccato: per sua stessa natura l’uomo è peccatore e continua a peccare. 4)Debolezza di Dio: la Sua Parola sembra essere meno efficace di quella immediata dell’uomo. La speranza del Cristiano si basa su Gesù, l’unico che sia riuscito a sconfiggere persino la morte. Sebbene dopo la Sua venuta il mondo abbia continuato nella sua strada rivolta al peccato, l’uomo deve sperare in Gesù per non arrendersi alla rassegnazione passiva di ciò che capita (niente sarebbe più colto come novità) e non cedere alle scorciatoie fornite dagli uomini stessi, che promettono un successo facile ma in realtà illusorio (è la classica tentazione di sostituire Dio con l’uomo). Bisogna però ricordare che le tentazioni hanno accompagnato anche tutta la vita di Gesù (basti pensare al deserto o all’ostilità delle autorità religiose e di molte persone del tempo) e fanno parte della prova della fede: è necessario allora affidarsi alla Parola di Dio senza paura, anche quando sembra più debole delle promesse fatte dall’uomo.

Le condizioni per sperare Nel NT sono indicate le 3 speranze teologali: 1)Fede (èrgon): la parola greca indica l’impegno nel fare qualcosa. 2)Carità (kòpos): la parola greca indica la fatica. 3)Speranza (ypomonè): è nota come la virtù di pietra poiché, se forte, non si piega con ciò che incontra. Allo stesso tempo la parola greca indica la pazienza dell’attesa di qualcosa. La speranza deve essere quindi forte

manifestato. Solo il Cristiano maturo che ha compreso realmente la figura di Gesù può allora donarsi completamente alla carità. Allo stesso modo, Giacomo, ricorda nei suoi scritti che la fede si ravviva e ha senso solo se si manifesta tramite azioni caritatevoli (in caso contrario sono solo belle parole). Si concentra in particolar modo sulla discriminazione dei poveri a favore dei ricchi: il Cristiano che vuole davvero essere tale non può permettersi di discriminare!

La verità e la carità Verità e carità sono inscindibili, poiché entrambe sono parole sinonimiche di Dio (di nuovo torna il binomio corpo-anima). Infatti, anche Gesù predicava (verità) e donava (miracoli) allo stesso tempo, compito a cui oggi è chiamata la Chiesa. Lo stesso Gesù, nel parlare alle folle, compiva un gesto di carità, così come per commentare i miracoli si serviva della verità: sono quindi due realtà inscindibili e sullo stesso piano d’importanza.

L’ospitalità e l’accoglienza Mentre oggi si soffre molto di solitudine e lo straniero è spesso mal visto, al tempo di Gesù vi era diffidenza nei confronti degli stranieri, ma anche più disponibilità ad aiutarli. Ecco due esempi.

Elia e la vedova povera Il racconto narra di come il profeta Elia vada a Zarepta in cerca di qualcuno che lo possa sfamare. Trova allora una vedova e le dice che, per mezzo del signore, la sua farina e il suo olio non diminuiranno anche dopo che li userà. Protagonista del racconto è la Parola del Signore, la quale smuove Elia e lo fa incamminare (Aufbruch) e, allo stesso modo, si manifesta nella vedova che lo accoglie. Il passaggio ci mostra come chi dona a Dio poi riceve (l’olio e la farina non diminuiscono per diversi giorni). Infine, il racconto spiega come anche gli stranieri sono aiutati da Dio (il suo amore è universale): Elia si reca, infatti, in terra straniera, ma viene comunque accolto e aiutato.

Marta e Maria Le due sorelle ospitano Gesù in viaggio e ciò indica che non c’è differenza tra accogliere il prossimo e Dio stesso. Tuttavia, una delle sorelle, Marta, è troppo indaffarata e trascura l’ospite: Gesù non manca di farglielo notare, dicendole che è più impegnata a servire l’ospite che a fargli realmente compagnia. Accogliere doverosamente il prossimo, infatti, è prova di carità e, quindi, è un atteggiamento di accoglienza anche verso Dio.

La giustizia Nella Bibbia la giustizia è un tema molto presente e, prima ancora di arrivare al rispetto delle norme, se ne parla intendendo il rispetto dell’altro. Così ne parla, per esempio, il profeta Amos. Esistono diverse forme di giustizia: la fedeltà verso Dio in risposta alla sua verso l’uomo, ma anche quella tra uomini. In ogni caso si tratta sempre di rifarsi a come Dio guarda l’uomo: ecco perché accanto al tema della giustizia è sempre presente quello della solidarietà. Non si tratta di un mero rapporto di dare e ricevere, bensì si ha anche una considerazione generale dell’evento: se il debitore è un povero, il creditore dovrà avere pietà. Così facendo sarà riconosciuto migliore agli occhi di Dio. Allo stesso modo Dio si è fatto carico dell'uomo e del suo problema di giustizia. Il profeta, all’interno degli uomini, è colui che si occupa di riconoscere e distinguere l’ingiustizia (che soffoca la libertà) dalla giustizia: smaschera la falsità dietro il culto e l’ingiustizia dietro il benessere. È necessario ancora una volta essere universali e, soprattutto, prestare un occhio di riguardo maggiore nei confronti dei deboli e degli oppressi, che più hanno bisogno di giustizia. Chi compie un torto verso loro (ma anche verso gli altri) lo compie a Dio: se la Terra è di Dio e gli uomini possono rubarne un pezzo agli altri, allora questi è come se frodassero Dio stesso (ecco perché la giustizia è universale e si manifesta solo nel rapporto con l'altro). L'uomo che perpetra la sua ingiustizia è quindi soggetto all'ira di Dio, che semplicemente si limita ad abbandonarlo: come un edificio senza fondamenta, così l'uomo si accorge allora di crollare (ma è stata una sua scelta). Tramite l'ingiustizia, infatti, l'uomo compromette le relazioni con gli altri e, di conseguenza, con Dio stesso. Questa ingiustizia giustificata è spesso causata dall'eccessivo peso dato alla materialità: la Bibbia non dice che è sbagliato cercare cibo e abiti (beni primari), bensì è errata l'eccessiva bramosia e smania di avere, anche a discapito dei propri fratelli. Così facendo, infatti, l'uomo perde di vista l'obiettivo più importante: la sicurezza e la serenità, ottenibili tramite un sano rapporto con Dio e con gli altri (tutto il resto arriverà di conseguenza).

A tal proposito è utile citare il discorso delle beatitudini, in cui Gesù sostiene che gli uomini devono essere assetati di giustizia, cioè di Dio stesso.

La conversione Esiste anche una conversione cui è chiamata la persona giusta: è il cambiamento del proprio modo di pensare alla giustizia e, quindi, a Dio. Spesso, infatti, le buone azioni sono marcate dalla distanza dell'esecutore verso il beneficiario: il primo dona perché ha la potenza di un padrone, il secondo riceve perché in fondo è un servo. Si può prendere ad esempio la parabola del "Figliol prodigo": il fratello maggiore che resta a casa si sente indispettito quando al fratello minore sono riservati tutti quei festeggiamenti. Non capisce, infatti, perché si debba allora rimanere fedeli, non riuscendo a capire però che quello che è tornato è suo fratello! La vera conversione a cui sono chiamati i giusti riguarda l'aspetto teologico: considerare Dio al primo posto.

La prudenza Nella Bibbia il termine "prudenza" è sinonimo di "accortezza nel capire la situazione": è una qualità attiva, poiché non basta capire passivamente, bensì bisogna poi anche mettere in pratica quanto appreso da Dio attraverso il dialogo con gli altri. Prudenza è anche sinonimo di "vigilanza": il Signore può manifestarsi in ogni momento, ma sta a noi essere vigili e cogliere i segnali. È come in quella parabola delle 10 fanciulle che aspettano lo sposo: 5 prendono lampade e olio, mentre le altre 5, che non usano l'accortezza, prendono solo le lampade. Se però il segnale di Dio tarda ad arrivare, ecco che le lampade non servono a niente senza l'olio per accenderle. Il termine è spesso accompagnato dall'aggettivo "semplice", che non significa "ingenuo", bensì "integro, tutto d'un pezzo": la persona prudente (intelligente), dopo aver ascoltato attentamente, sa cosa deve essere fatto.

Il discernimento "Discernere" significa saper esprimere un giudizio, sia intellettuale (cervello) sia morale (cuore), su qualcosa o qualcuno distinguendo il giusto dallo sbagliato e il vero dal falso. Ne parla in particolare Paolo nei suoi scritti, concentrandosi sull'importanza di riconoscere il bene dal male. La nostra intera vita si compone di tensioni (obbedire o essere creativi?) tra cui siamo chiamati a discernere. Ci sono poi 3 principi che descrivono il discernimento: 1)Storia aperta: a differenza dei Greci, che avevano una visione statica dell'universo, i Cristiani credono sia in continua evoluzione nelle mani di Dio. Se i Greci si limitavano a rispettare un ordine prestabilito, i Cristiani vedono un orizzonte aperto. 2)Rivelazione storica: al Cristiano è poi richiesto il discernimento tra ciò che è legato al tempo e ciò che è perenne. Il compito cui è chiamata da sempre la Chiesa è, infatti, quello di basarsi sul messaggio lasciato da Dio e attualizzarlo con il tempo che passa, senza al contempo stravolgerlo. Bisogna quindi distinguere quali aspetti possono essere mutati e quali invece devono rimanere stabili. 3)Progetto personale: la chiamata di Dio è personale per ognuno di noi. Se è vero che la Sua chiamata è universale, è altrettanto vero che ci sono passaggi della Bibbia che ci colpiscono più di altri per via della nostra soggettività. Ciò accade perché all'interno della chiamata generale ve n'è una personale.

I criteri per discernere 1)Carità quotidiana: i Cristiani devono comprendere che la vera forza di Dio non sta nei miracoli (che passano), ma nella carità, che invece rimane. Il segno della presenza di Dio non va ricercato nella straordinarietà, ma nella carità quotidiana e disinteressata. 2)Edificazione comune: il Cristiano deve compiere azioni per il bene comune che ha al centro la presenza di Gesù. Alla base del discernimento vi è, infine, lo Spirito, manifestazione viva di Gesù dentro noi. È proprio lo Spirito a darci il dono del discernimento.

Il dialogo Esistono 3 tipologie di dialogo: 1)Nella comunità cristiana: le relazioni all'interno della comunità sono molte, ma è fondamentale che nessuna prevarichi le altre per importanza. Ognuno deve ricordare che non può bastare a se stesso: l'uomo è nato per stringere relazioni, per dare e ricevere allo stesso tempo. A tal proposito, afferma Paolo, che il corpo è composto da una pluralità di elementi, tutti perfettamente in comunicazione con gli altri.