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L'Orlando Furioso di Ludovico Ariosto: Analisi e Contesto Storico, Appunti di Letteratura Italiana

Biografia di Ariosto, caratteristiche dell'Orlando Furioso con analisi e prafrasi proemio

Tipologia: Appunti

2020/2021

Caricato il 28/02/2021

Domenico1963
Domenico1963 🇮🇹

4.4

(27)

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Letteratura italiana
XX lezione
La seconda prova in itinere sarà sul modulo C, cioè quello che andiamo a completare io mi auguro la prossima
settimana.
Studentessa: professoressa si è parlato nel gruppo che lei un giorno ha detto che non avremmo fatto Ugo
Foscolo perché comunque è molto ampio.
Professoressa: no, che non l'avrei messo nella prova in itinere! Com'è che io dico A e voi capite B? Vedete
che i gruppi Whatsapp sono una rovina dell'umanità? Fanno la fortuna soltanto di Zuckerberg, cioè io dico A
e poi attraverso il gruppo Whatsapp diventa B. Io ho detto che i Sepolcri sono così vasti e così complessi che
trattarli nella prova in itinere, nella 2° prova in itinere secondo me non funziona quindi non verranno messi
nella prova in itinere, ma ci saranno in programma, capite? Poi verranno richiesti all'orale. Saranno all'orale,
verranno richiesti solo all'orale e non nello scritto, cioè sono l'unica cosa che fa parte del modulo C ma che in
realtà resta fuori dallo scritto, va bene?
ARIOSTO
Io vorrei passare ad Ariosto, passiamo ad Ariosto, il buon Ariosto perché se no non ci arriviamo, perché vi
ripeto io poi devo chiudere un quarto d'ora prima per andare in Dipartimento per forza altrimenti non ci arrivo
a scaricare queste prove in itinere da qui. Dunque Ariosto, non vi faccio il quadro della situazione della corte
ferrarese perché è il medesimo che avevamo già individuato e descritto quando abbiamo parlato di Boiardo.
Ariosto nacque a Reggio Emilia nel 1474, ed era il primo di una famiglia molto numerosa, il padre e la
madre di Ariosto ebbero la bellezza di 10 figli. Così come era accaduto per Guicciardini Ariosto compì studi
giuridici, però in realtà sotto pressione del padre perché non aveva nessun desiderio in effetti di diventare ius
peritus, comunque compì studi giuridici a Ferrara che era una rinomata Università in cui poi confluivano
moltissimi studenti da tutta Italia appunto per laurearsi in giurisprudenza. Partecipò attivamente sin da
giovane alla vita della corte di Ercole I d'Este, e fece parte tra l'altro di una compagnia che realizzava
spettacoli di corte, scrisse anche una tragedia che si chiamava la Tisbe che è andata perduta. Soltanto poi dal
1497 però entrò a far parte dei cortigiani effettivamente stipendiati da Ercole I, quindi diviene un
cortigiano vero e proprio, ed intensificò la propria produzione letteraria soprattutto di liriche, di rime,
buona parte della sua vita Ariosto la dedicò proprio alla scrittura di rime, o meglio si dedicò alla scrittura di
rime per buona parte della sua vita, ovviamente intersecandola con la scrittura di altre opere. Le Rime però di
Ariosto saranno pubblicate soltanto postume nel 1546. Quando il padre morì nel 1500 Ariosto come
primogenito divenne tutore dei suoi numerosi fratelli, tra cui anche il fratello Gabriele che era purtroppo affetto
da paralisi, e come capofamiglia di questa numerosa famiglia appartenente alla nobiltà dovette anche assumere
numerosi incarichi, perché fu per esempio Capitano della Rocca di Canossa dal 1501 al 1503, ebbe anche
diversi figli nati da relazioni non ufficiali, e perché come vedremo poi ad un certo punto egli decise anche
di farsi chierico. Già dal 1503 però entrò a far parte dei cortigiani al servizio del cardinale Ippolito d'Este
che era il figlio di Ercole I, e forse per questo motivo scelse anche appunto di farsi chierico, cioè per potere
godere di quei benefici ecclesiastici che sperava gli potessero dare la necessaria tranquillità per occuparsi di
letteratura. Purtroppo questa speranza rimase disillusa, cioè non fu così, perché Ippolito d'Este continuò sempre
a dargli degli incarichi di rappresentanza, diplomatici, amministrativi, intrattenimento... tutte cose che com'è
noto Ariosto non poteva soffrire perché lo distraevano dall'attività letteraria.
Il suo rapporto con la corte quindi fu sempre un rapporto conflittuale perché da un lato Ariosto si sentiva
molto legato a Ferrara e agli Estensi, e perché come vi ricordate questa è una fase convulsa per la vita
italiana, no? È il periodo delle guerre d'Italia, e in certo senso gli Estensi sembravano ai suoi occhi una sorta
di roccaforte di solidità politica, di solidità culturale, di stabilità, erano anche dei grandi mecenati, no? Cioè
quindi continuavano ad attirare all'interno della propria corte uomini di lettere e intellettuali. D'altronde però
Ariosto apparteneva alla piccola aristocrazia, non era un Boiardo, Boiardo apparteneva ad una famiglia
aristocratica ben più agiata di quella dell'Ariosto, no? E quindi per vivere doveva stare al servizio del signore,
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Letteratura italiana

XX lezione

La seconda prova in itinere sarà sul modulo C, cioè quello che andiamo a completare io mi auguro la prossima settimana. Studentessa: professoressa si è parlato nel gruppo che lei un giorno ha detto che non avremmo fatto Ugo Foscolo perché comunque è molto ampio. Professoressa: no, che non l'avrei messo nella prova in itinere! Com'è che io dico A e voi capite B? Vedete che i gruppi Whatsapp sono una rovina dell'umanità? Fanno la fortuna soltanto di Zuckerberg, cioè io dico A e poi attraverso il gruppo Whatsapp diventa B. Io ho detto che i Sepolcri sono così vasti e così complessi che trattarli nella prova in itinere, nella 2° prova in itinere secondo me non funziona quindi non verranno messi nella prova in itinere, ma ci saranno in programma, capite? Poi verranno richiesti all'orale. Saranno all'orale, verranno richiesti solo all'orale e non nello scritto, cioè sono l'unica cosa che fa parte del modulo C ma che in realtà resta fuori dallo scritto, va bene?

ARIOSTO

Io vorrei passare ad Ariosto, passiamo ad Ariosto, il buon Ariosto perché se no non ci arriviamo, perché vi ripeto io poi devo chiudere un quarto d'ora prima per andare in Dipartimento per forza altrimenti non ci arrivo a scaricare queste prove in itinere da qui. Dunque Ariosto, non vi faccio il quadro della situazione della corte ferrarese perché è il medesimo che avevamo già individuato e descritto quando abbiamo parlato di Boiardo. Ariosto nacque a Reggio Emilia nel 1474 , ed era il primo di una famiglia molto numerosa , il padre e la madre di Ariosto ebbero la bellezza di 10 figli. Così come era accaduto per Guicciardini Ariosto compì studi giuridici , però in realtà sotto pressione del padre perché non aveva nessun desiderio in effetti di diventare ius peritus , comunque compì studi giuridici a Ferrara che era una rinomata Università in cui poi confluivano moltissimi studenti da tutta Italia appunto per laurearsi in giurisprudenza. Partecipò attivamente sin da giovane alla vita della corte di Ercole I d'Este , e fece parte tra l'altro di una compagnia che realizzava spettacoli di corte, scrisse anche una tragedia che si chiamava la Tisbe che è andata perduta. Soltanto poi dal 1497 però entrò a far parte dei cortigiani effettivamente stipendiati da Ercole I , quindi diviene un cortigiano vero e proprio, ed intensificò la propria produzione letteraria soprattutto di liriche , di rime, buona parte della sua vita Ariosto la dedicò proprio alla scrittura di rime, o meglio si dedicò alla scrittura di rime per buona parte della sua vita, ovviamente intersecandola con la scrittura di altre opere. Le Rime però di Ariosto saranno pubblicate soltanto postume nel 1546. Quando il padre morì nel 1500 Ariosto come primogenito divenne tutore dei suoi numerosi fratelli, tra cui anche il fratello Gabriele che era purtroppo affetto da paralisi, e come capofamiglia di questa numerosa famiglia appartenente alla nobiltà dovette anche assumere numerosi incarichi, perché fu per esempio Capitano della Rocca di Canossa dal 1501 al 1503, ebbe anche diversi figli nati da relazioni non ufficiali, e perché come vedremo poi ad un certo punto egli decise anche di farsi chierico. Già dal 1503 però entrò a far parte dei cortigiani al servizio del cardinale Ippolito d'Este che era il figlio di Ercole I , e forse per questo motivo scelse anche appunto di farsi chierico, cioè per potere godere di quei benefici ecclesiastici che sperava gli potessero dare la necessaria tranquillità per occuparsi di letteratura. Purtroppo questa speranza rimase disillusa, cioè non fu così, perché Ippolito d'Este continuò sempre a dargli degli incarichi di rappresentanza, diplomatici, amministrativi, intrattenimento... tutte cose che com'è noto Ariosto non poteva soffrire perché lo distraevano dall'attività letteraria. Il suo rapporto con la corte quindi fu sempre un rapporto conflittuale perché da un lato Ariosto si sentiva molto legato a Ferrara e agli Estensi , e perché come vi ricordate questa è una fase convulsa per la vita italiana, no? È il periodo delle guerre d'Italia, e in certo senso gli Estensi sembravano ai suoi occhi una sorta di roccaforte di solidità politica, di solidità culturale, di stabilità, erano anche dei grandi mecenati, no? Cioè quindi continuavano ad attirare all'interno della propria corte uomini di lettere e intellettuali. D'altronde però Ariosto apparteneva alla piccola aristocrazia , non era un Boiardo, Boiardo apparteneva ad una famiglia aristocratica ben più agiata di quella dell'Ariosto, no? E quindi per vivere doveva stare al servizio del signore ,

cioè non si vedeva riconosciuto a sufficienza il proprio ruolo letterario! L'attività artistica con cui quindi Ariosto dava lustro agli Estensi non era per loro sufficiente, cioè non era abbastanza, la sola letteratura che Ariosto poteva produrre non era abbastanza, e soltanto negli anni , quindi poi con la piena maturità, soprattutto negli ultimi anni Ariosto riuscì a ritagliarsi uno spazio maggiore di autonomia per dedicarsi appunto appieno alla letteratura. Dopo il 1505 la corte estense visse anni difficili perché alla morte di Ercole I gli succedette il nuovo duca Alfonso I , ma Alfonso I, quindi fratello d'Ippolito , Alfonso I fu minacciato da una congiura familiare ordita proprio dai suoi stessi parenti e i rapporti col papa furono pessimi e Ariosto, come appunto dipendente della famiglia d'Este e in particolare d'Ippolito ma ovviamente essendo Ippolito cardinale poi cercava di mediare anche tra la propria famiglia e il papato, no? Ariosto fu costretto quindi a compiere numerosi viaggi diplomatici a Roma rischiando addirittura la propria vita perché il papa lo minacciò duramente. Furono però anche anni in cui Ariosto dopo il 1505 compose alcune delle sue opere principali : compose le due commedie in volgare che erano la Cassarìa e I suppòsiti , e poi cominciò appunto a scrivere l'Orlando furioso , quindi sono anni molto prolifici da un punto di vista letterario , ma anche molto difficili dal punto di vista lavorativo. Finalmente alla morte del papa Giulio II con cui appunto i rapporti con gli Estensi erano stati burrascosi salì al soglio pontificio Leone X che era un Medici , se vi ricordate l'abbiamo accennato quando abbiamo parlato di Machiavelli, quindi era al secolo Giovanni di Lorenzo de’ Medici e Ariosto l'aveva già conosciuto, erano in buoni rapporti, quindi andò a Roma proprio per congratularsi col nuovo papa e per cercare ovviamente anche al contempo di ottenere qualche beneficio ecclesiastico che gli potesse consentire di ritirarsi dalla vita attiva e dedicarsi esclusivamente alla letteratura, purtroppo non fu così! Quindi i rapporti col nuovo papa furono molto buoni ma economicamente la situazione di Ariosto restava sempre quella che era. Tornato a Firenze dichiarò il suo amore alla donna della sua vita e siamo nel 1513 circa, la donna della sua vita che è anche citata senza mai essere nominata però all'interno dell'Orlando furioso che era Alessandra Benucci. La Benucci era una fiorentina, moglie del ferrarese Tito Strozzi, Tito Strozzi poi morì nel 1515, quindi i due avrebbero anche potuto convolare a giuste nozze, tuttavia non lo fecero che nel 1528, per quale motivo? Perché Ariosto non voleva perdere, diciamo, lo status di chierico con tutto quello comunque che questo poteva comportare economicamente, cioè con quel poco che riusciva a guadagnare come chierico, e la Benucci non voleva perdere né i diritti sull'eredità del marito, né la tutela dei suoi figli perché un nuovo matrimonio avrebbe comportato anche questo! E quindi i due si sposarono appunto soltanto nel 1528 , anche se la loro relazione fu veramente una relazione stabile, Ariosto dedicò moltissime rime alla Benucci e definì questo amore per lei un " avventuroso carcere soave ", il che è perfettamente in linea anche con la visione dell'amore che traspare ovviamente dell'Orlando furioso. L’ORLANDO FURIOSO E appunto l'Orlando furioso viene portato a compimento in quegli anni , perché nel 1516 esce la prima edizione che è dedicata al cardinale Ippolito d'Este , e il cardinale però non gli dedica nessuna considerazione, non è affatto riconoscente! Anzi il cardinale Ippolito d'Este pare che definisce quelle di Ariosto delle " corbellerie ", no? E quindi cioè tutte queste storie di cavalieri, di maghi e di dame non erano a lui gradite come Ariosto avrebbe desiderato! Quindi quando Ippolito dovendo recarsi in Ungheria pretese che Ariosto lo seguisse per aiutarlo nei suoi uffici amministrativi e diplomatici, Ariosto ruppe con lui, si rifiutò e nel 1518 passò invece al servizio del duca Alfonso I , quindi il fratello d'Ippolito da cui sperava di avere maggiori riconoscimenti e maggiore stabilità. D'altronde dopo la prima edizione, dopo l'uscita della prima edizione l'Orlando furioso comincia a riscuotere da subito un grande successo, però è vero anche che gli anni erano anni difficili e nonostante egli progettasse di ampliarlo e di rivederlo fu richiamato alla vita pratica dal duca, perché il duca gli affidò addirittura il governo nella zona montagnosa della Garfagnàna che era un territorio veramente impervio, aspro, di difficile gestione e infestato dai banditi! E nonostante questo Ariosto che si trasferì in Garfagnana insieme al figlio Virginio , uno dei figli che appunto ebbe da queste relazioni non ufficiali, si mostrò, Ariosto si mostrò estremamente equilibrato, cioè diede veramente un'ottima prova delle sue capacità amministrative e di

degli uomini del Cinquecento appariva asimmetrica , perché ci sono tantissimi personaggi che si muovono in essa e sembra che vada poi a sfuggire quello che appunto è il nucleo , il cuore dell'opera stessa , anche se come vedremo in realtà un centro c'è in quest'opera ed è rappresentato dalla pazzia di Orlando , anche proprio da un punto di vista strutturale. E poi è un'opera tortuosa , è un'opera labirintica in cui appunto ci sono una miriade di personaggi che vivono numerose avventure , però queste avventure non ci vengono mai raccontate in modo compiuto , cioè in un'unica soluzione, perché nel momento di massimo dell'akmè della narrazione l'autore che cosa fa? Volta pagina e cambia episodio! Quindi per esempio uno dei versi che ricorre nell'Orlando furioso è "ma lasciamo l'Angelica che fugge e passiamo ad un altro argomento", no? Quindi c'è sempre lungo questi canti soprattutto nei primi 20 canti, cioè finchè praticamente Angelica non incontra Medòro, c'è questo personaggio che non fa altro che fuggire e va incrociandosi con gli altri cavalieri che stanno cercando disperatamente qualcosa!

  • È un'opera disimpegnata certamente, questo è il secondo punto importante, è un'opera disimpegnata, è un'opera di intrattenimento , è un'opera pervasa da elementi magici meravigliosi e fiabeschi , e l'aneddotica appunto ci dice che questo ingrato Ippolito d'Este questa cosa non l'aveva gradita affatto perché gli sembravano delle storie strampalate queste presentate da Ariosto. In realtà non è un'opera veramente disimpegnata, è un'opera complessa , cioè è un'opera che è dotata di notevole spessore ideologico e impegno morale , però Ariosto ha saputo racchiudere questa sua riflessione ideologica sulla condizione dei cortigiani, dell'intellettuale nel Cinquecento, sulla condizione dell'uomo diciamo in un involucro che sembra appunto disimpegnato , no? Che sembra pervaso da una sorta di leggerezza..., in realtà come vedremo ora vedendo alcuni episodi, soffermandoci su alcuni episodi che sono quelli appunto che vi ho messo in programma ed anche qui ho tagliato ferocemente ed è stata veramente una sofferenza per cui non lo so come fare a ridurre 46 canti e metterveli soltanto 3 in programma, è stata veramente una cosa penosa. GLI ELEMENTI FONDAMENTALI DELL’OPERA Comunque vediamo alcuni punti fondamentali, no? Prima di passare proprio alla lettura dei canti, mettiamo l'accento su alcuni elementi fondamentali. Innanzitutto la differenza tra le varie edizioni , abbiamo appunto questa prima edizione del 1516 , poi quella del 1521 che presenta notevoli ampliamenti, dopo il 1521 Ariosto tiene conto delle riflessioni linguistiche operate da Pietro Bembo e quindi opera una revisione linguistica dell'opera optando per un petrarchismo , cioè l'utilizzo quindi nella lingua attinta da Petrarca però con molte maggiori libertà rispetto a quelle che erano state indicate dal Bembo, quindi è un'opera che comunque presenta una ricchezza lessicale maggiore rispetto a quella invece attinta dal Canzoniere di Petrarca. E così si giunge dopo questa revisione linguista e altre aggiunte, quindi altri ampliamenti si giunge appunto all'edizione del 1532 , 46 canti che sarebbero stati anche di più appunto se poi non fosse morto prima di potere pubblicare ancora, revisionare ancora. Tra le varie curiosità c'è anche da dire che è la prima opera della letteratura italiana che è stata pensata appositamente per essere data alle stampe , perché Ariosto che dedicò veramente un lungo amore a questo poema aveva da subito pensato non soltanto alla divulgazione all'interno della corte ma ad una lettura più ampia, quindi la possibilità che fosse letto ovunque il volgare toscano potesse arrivare. È un'opera in movimento, è un'opera che è sempre pronta ad arricchirsi, vi ho detto che è come se non avesse in effetti un finale , nell'ultimo canto vedete che c'è il matrimonio tra Ruggiero e Bradamante che sono diciamo coloro che poi danno vita alla famiglia degli Estensi, no? Però poi in effetti alla fine del canto interviene Rodomonte che giunge a disturbare le nozze e Ruggiero in un duello finale lo uccide , ecco un finale anomalo, no? Cioè il fatto che si chiudesse con questo duello e non con il matrimonio che invece sarebbe stato un suggello molto più forte è come se lasciasse un po' il finale aperto. Tra le altre caratteristiche che vi ho detto è che Ariosto tende a lasciare continuamente un'azione per seguirne un'altra , questo ovviamente, questo stratagemma già utilizzato da Boiardo ma che Ariosto amplifica enormemente serve per sviluppare la suspense , no? Cioè questo effetto di attesa nel lettore , serve quindi a tenere sempre desta l'attenzione del pubblico. Allo stesso tempo però ci restituisce anche una rappresentazione complessiva della realtà , perché la realtà, proprio perché questo è un poema che non è

disimpegnato come Croce riteneva, no? In realtà la realtà, scusate il gioco, il bisticcio di parole, la realtà è percepita da Ariosto come tessuto inestricabile , come un composto di fili innumerevoli e in cui gli uomini si muovono in modo scomposto anche, no? Non organizzato, e in cui tutti i personaggi all'interno appunto nella nostra complessa realtà possono assurgere al ruolo di protagonisti e poi abbandonare questo ruolo! Quindi questo tessuto così complesso, questo stratagemma del lasciare continuamente un'azione per seguirne un'altra è sì uno stratagemma letterario ma è anche il frutto di una riflessione sulla realtà , quindi sui rapporti tra gli uomini e sul modo in cui noi viviamo appunto in questa vita mondana. Per questo motivo l'opera è un’opera polifonica , cioè si intitola sì Orlando furioso che ovviamente è un ossimoro perché Orlando era l'eroe tutto d'un pezzo nella tradizione delle chansons de geste che mai si sarebbe non soltanto innamorato (e questa già era stata un'innovazione del Boiardo) ma che poi mai e poi mai avrebbe perso il suo equilibrio e il focus della propria esistenza , che era quello appunto di difendere la cristianità e Carlo Magno. Vi dicevo appunto sì ruota intorno all'Orlando furioso, ad Orlando, ma in effetti è un’opera polifonica, è un'opera plurale , e ad un certo punto nel II canto che voi non avete in programma però vi dico appunto due versi brevissimi, lo stesso Ariosto scrive: "Ma perché varie fila a varie tele uopo mi son, che tutte ordire intendo, lascio Rinaldo e l’agitata prua, e torno a dir di Bradamante sua." Quindi siamo appunto nel II canto nella 30° ottava, è lo stesso Ariosto che ci offre appunto questa metafora dell'esistenza che è un continuo intrecciarsi di tele , di fili che si ingarbugliano l'uno con l'altro. La realtà multiforme che Ariosto osservava appunto nella sua vita quotidiana all'interno della corte si rispecchia nella varietà multiforme di quest'opera: la realtà per Ariosto è fatta di opposizioni, di contrasti, di contraddizioni e allo stesso modo il poema epico-cavalleresco è tutto costruito su opposizioni, contrasti e contraddizioni. E così per esempio all'interno dell'Orlando furioso noi possiamo trovare la fedeltà eroica di Isabella che è l'emblema della donna che preferisce morire per non diciamo compromettere, per non cedere ad un nuovo amore dopo che ella aveva dichiarato amore eterno al defunto Zerbìno , oppure abbiamo la civetteria di Doralìce, abbiamo l'abnegazione di Medòro , abbiamo il buon senso di Cloridàno , abbiamo la brutalità di Rodomonte , la gentilezza appunto di Zerbino ..., tra l'altro senza distinzione tra eroi pagani ed eroi cristiani , anche se per Ariosto la cristianità ha connotati nettamente positivi, mentre i Mori hanno connotati negativi, però c'è un fluttuare di azioni positive che possono essere svolte dagli eroi pagani come da quelli cristiani , e allo stesso tempo gli eroi cristiani possono macchiarsi di azioni nefande così come gli eroi, i cavalieri appunto pagani. La tecnica romanzesca del racconto, appunto, cioè questo continuo intersecarsi, no? Delle azioni e dell' intreccio che diventa sempre più complesso , sempre più ingarbugliato dà il senso al lettore quindi di un mondo che è governato dal caso. Il mondo è governato dal caso, ma l'opera ovviamente è governata da Ariosto , perché Ariosto è il regista di tutto questo intreccio ingarbugliato complicatissimo, e tiene perfettamente le redini di questo intreccio! Però il divertimento anche per l'autore stesso consiste proprio nel dare la sensazione al lettore di essere in balia di eventi che si susseguono in modo casuale , in modo disorganizzato , in modo caotico. Questa impostazione nasce dalla riflessione che è prettamente cinquecentesca del rapporto tra uomo e fortuna , perché l'uomo si sente spesso vittima di eventi che non può controllare , che ne turbano l'esistenza, che ribaltano la situazione e una situazione da positiva in negativa, però non soltanto la fortuna cambia gli eventi allo stesso tempo Ariosto si rende conto che sono anche gli uomini ad essere estremamente volubili , no? E quindi gli ideali che li hanno mossi, le convinzioni che gli uomini hanno possono cambiare repentinamente e in modo apparentemente inspiegabile , quindi questa sensazione appunto di caoticità che Ariosto trae dalla propria esistenza, dalla propria esperienza si riflette ovviamente nel poema epico. E quello che poi invece noi andiamo a riscontrare se non facciamo caso a questa perfetta regia è che i personaggi sembrano vagare un po' a zig-zag, no? Cioè muoversi in modo appunto scomposto all'interno dei vari canti.

MOTIVI FONDAMENTALI DELL’OPERA

Poi ci sono i motivi fondamentali dell'opera, che sono fondamentalmente il motivo encomiastico , ovviamente la dedica dell'opera è a Ippolito d'Este , no? Ma poi vengono citati anche Afonso ed altri personaggi della corte , ci sono delle profezie sul loro futuro e sulla grandiosità della casata, perché Ariosto vuole celebrare la famiglia per cui lavora, quella famiglia che regge le sorti di Ferrara. E questa ovviamente funzione encomiastica si fonde con la funzione cortigiana : cioè la celebrazione della cultura da cui il poema prende le mosse, perché nel celebrare i temi cavallereschi sapete che la corte, le corti padane si riconoscevano nelle antiche corti medievali, e quindi si celebrano i temi cavallereschi e al contempo si celebra quindi la nuova vita cortigiana , questa rinnovata vita cortese nelle corti appunto però padane. Tuttavia, la condizione di cortigiano dell'Ariosto come vi ho detto non era una condizione pacifica per cui che cosa accade? Che i valori della cavalleria si vanno a scontrare con delle pecche, con l'errore, con la follia, con i desideri insoddisfatti ..., cioè si scopre che poi dietro ad ogni cosa c'è il suo contrario che il bene e il male convivono in una sorta di equilibrio precario , quindi non c'è alcuna sicurezza. E questa natura contraddittoria di ogni rapporto umano come appunto era quello che lui aveva con gli Estensi di ogni situazione è sancita tra l'altro curiosamente nel motto che chiude il poema, il poema si chiude con il motto " pro bono malum ", cioè " il male in cambio del bene ", proprio per volere evidenziare questa natura non lineare, non limpida delle situazioni che Ariosto viveva nella corte estense , e che in fondo costituiscono un po' anche una costante nell'esistenza umana, no? E quindi questa diciamo ambiguità dei valori , dei valori eroici della cavalleria va poi acutamente ad essere rappresentata negli eventi che coinvolgono Orlando, perché Orlando a un certo punto appunto impazzisce , quindi noi abbiamo un cavaliere che ha sempre rappresentato la perfezione che invece diventa talmente pazzo da comportarsi in modo feroce e assolutamente squilibrato! Ovviamente al di là dell'episodio di Orlando che è un episodio che acuisce la follia, cioè che la porta al paradosso , no? C'è proprio una climax , in effetti questo sotterraneo senso di insoddisfazione percorre un po' tutti i personaggi, cioè questa ambiguità, questa sensazione che vi sia qualcosa che corrompe anche ciò che può sembrare più limpido è qualcosa che sotterraneamente coinvolge tutti i personaggi e tutta nell'opera. E non c'è, non c'è quasi un momento all'interno dell'Orlando furioso, all'interno del poema in cui l'autore non guardi con un sorridente e bonario distacco ciò che sta accadendo, ed è questa la famosa " ironia ariostesca ", però attenzione l'ironia ariostesca esprime fondamentalmente l'ambivalenza, la contraddittorietà della società e dell'uomo! L'ironia non è una fuga dalla realtà , cioè non è un distacco disinteressato dalla realtà! L'ironia ariostesca non è indice di una funzione puramente edonistica dell'arte, l'ironia è un modo di guardare la realtà con disincanto ma anche con consapevolezza , cioè senza cercare in essa quella coerenza che le sfugge , che non le appartiene. Hegel, il famoso filosofo, sosteneva che l'ironia di Ariosto dissolve il mondo cavalleresco, cioè lo svuota di ogni valore , no? Svuota di ogni valore la tradizione medievale e riduce i modelli eroici a delle pure invenzioni narrative, quindi finisce col declassarli. Però l'ironia in effetti di Ariosto non vuole declassare, vuole mostrare la legittimità di punti di vista opposti , così rispetto a quella materia, alla materia raccontata Ariosto non è che vuole assumere degli atteggiamenti di critica dissacrante, cioè nel rifarsi delle fonti perché Ariosto conosceva, amava, Ariosto amava l'Innamorato del Boiardo, amava la tradizione delle chansons de geste quindi non voleva degradarle, no? Non voleva negarle! Voleva infondere una nuova vitalità alle avventure dei cavalieri perché riteneva che i comportamenti dei cavalieri fossero esemplari ai comportamenti sociali che appartenevano anche ai suoi contemporanei , però appunto essendo i cavalieri il riflesso fantastico degli uomini del suo tempo , l'agire di questi cavalieri diventa ambiguo , diventa contraddittorio perché svela quelle che sono tutte le ambiguità, le contraddizioni dei contemporanei di Ariosto! Quindi l'approccio di Ariosto è ironico e non è sarcastico , state attenti! Cioè è disincantato, " ironico" significa appunto "disincantato" in questo senso, cioè non nega nulla di ciò che l'uomo è in realtà, lo accetta semplicemente , no? Accetta l'uomo con tutte le sue ambiguità, si riconosce in questo modello umano così imperfetto e quindi ce lo racconta in modo bonario, non è mai né aggressivo, né sarcastico, è affettuoso, è partente anche delle piccole meschinerie dell'animo umano. Non so se vi ricordate che, forse nella prima lezione, mi pare proprio nella prima lezione vi avevo citato una celebre frase di Terenzio " Homo sum, humani nihil a me alienum puto ", ecco questa frase di Terenzio in un certo senso calzerebbe anche bene all'approccio ariostesco secondo me, perché Ariosto si riempiva partecipe di quelle contraddizioni, sapeva che gli appartenevano , pensate appunto al proemio in cui si dichiara anch'egli mezzo

matto a causa della Benucci. E quindi non poteva che guardare con partecipazione appunto, no? Con affetto ai suoi cavalieri erranti. TEMI ESSENZIALI DELL’ORLANDO FURIOSO Prima di leggere questi canti, a cominciare a legge i canti, vi dico solo quelli che sono poi i temi, cioè mettiamo l'accento su alcuni dei temi essenziali:

  • il primo tema è sicuramente l'eroismo , l'eroismo che incontriamo per esempio nello scontro tra i due opposti , no? Tra cristiani e saraceni , e il culmine dell'eroismo è raggiunto nella battaglia di Lipadùsa dove muore eroicamente Brandimarte , però anche nel duello finale quello tra Ruggiero e Rodomonte. L'eroismo ha per Ariosto una prospettiva nettamente aristocratica , cioè si focalizza, Ariosto si focalizza soltanto sulle gesta dei grandi eroi non è affatto interessato alle masse di soldati che perdono la vita in queste battaglie campali. Inoltre, l'eroismo dei cavalieri come dicevo prima si trascina dietro anche il suo opposto, perché alle volte la forza di questi guerrieri non è ben contenuta , oppure viene applicata in modo errato e allora appunto può divenire pazzia , può divenire anche crudeltà.
  • un altro degli elementi costanti e fondamentali è quello della quête (kèt) cioè la " ricerca ": ogni uomo (e questo è perfettamente esemplato nell'episodio del castello di Atlante che andremo a leggere) ogni uomo rincorre qualcosa di inafferrabile , e questa ininterrotta ricerca è esemplare appunto della vita umana , cioè tutti i cavalieri rincorrono qualcosa che non riescono quasi mai a raggiungere. Se voi vi ricordate nei poemi medievali, soprattutto nel ciclo bretone, avevamo questi cavalieri erranti che cercavano in particolare un oggetto come poteva essere il santo Graal cercato da Parsifal, un oggetto che però era spia, cioè simboleggiava un percorso spirituale da compiere, no? E Ariosto recupera questa quête, questa ricerca dei cavalieri medievali, questo motivo essenziale e quindi i suoi cavalieri si muovono all'interno dell'Orlando furioso cercando disperatamente qualcosa che non riescono mai a raggiungere, e quindi c'è tutto questo gioco di fughe, depistaggi, inseguimenti.
  • un altro tema importante ovviamente è quello della magia che si lega a quello della ricerca , perché i personaggi spesso si fanno ingannare dalle arti magiche, ci sono per esempio Atlante o Alcìna che hanno dei poteri magici, però agiscono, questi personaggi dotati di poteri magici possono agire sui cavalieri e sulle dame perché? Perché cavalieri e dame sono disponibili a farsi ingannare, cioè cedono volentieri alle immagini fittizie , alle immagini irreali! Sono disponibili appunto a pensare di ottenere ciò che essi desiderano, per esempio nell'episodio della pazzia di Orlando, Orlando all'inizio cerca di ingannare se stesso in ogni modo raccontandoci che non è possibile che Angelica si sia innamorata di un altro, che non è possibile che Angelica si sia data a qualcun altro, cerca in tutti i modi di fuggire a quel pensiero..., ecco i personaggi tendono ad autoingannarsi e quindi sono disponibili a divenire preda della magia. Ovviamente il caso del castello di Atlante è quello che ci serve meglio per comprendere questo aspetto.
  • infine diciamo che un altro appunto degli elementi fondamentali che si lega a quello della quête, della magia è quello appunto del desiderio : cioè gli uomini sono mossi da un incessante, incessante desiderio , desiderio appunto di ottenere qualcosa che per loro rappresenta la felicità , ma ovviamente questo qualcosa e questa felicità non è a portata delle loro mani , quindi non riescono mai effettivamente a raggiungerla, e per questo motivo vivono in una sorta di frustrazione appunto continua. ORLANDO FURIOSO, CANTO I Ora io volevo però approfondire poi queste tematiche, quindi dire qualcosa in più su ciascuna di queste tematiche e su questi elementi essenziali direttamente leggendo il poema, quindi vi chiederei se ci siete ancora, se non siete crollati, ci siete? Allora, vi chiederei proprio di prendere il canto I dell'Orlando furioso. Voi l'1, il 12 e il 23 in programma. Nel canto I noi abbiamo l'iniziale fuga di Angelica da Parigi e poi tutta una serie di incontri e di scontri tra cavalieri all'interno della selva , la selva che ovviamente come vi ricordate dalla lettura della Divina Commedia è tradizionalmente metafora della vita umana ma nel caso di Dante ovviamente aveva una connotazione religiosa specifica, no? Era il peccato, invece qui recupera quella funzione di metafora della

Voi sentirete fra i piú degni eroi, che nominar con laude m’apparecchio, ricordar quel Ruggier, che fu di voi e de’ vostri avi illustri il ceppo vecchio. L’alto valore e’ chiari gesti suoi vi farò udir, se voi mi date orecchio, e vostri alti pensier cedino un poco, sí che tra lor miei versi abbiano loco." Cosa fa Ariosto? Allora vedete che Ariosto intanto distaccandosi dalla tradizione canterina e anche dallo stesso Boiardo esordisce con un proemio che ha un'eco classica , perché elimina gli inviti al pubblico ad assistere alla recita che erano invece tipici della tradizione canterina, e restaura quelle che erano le tipiche partizioni dei poemi epici , cioè nel proemio epico, del poema epico di tradizione classica voi trovate:

  • una proposizione
  • una invocazione solitamente alla musa
  • e una dedica ed è esattamente quello che recupera appunto Ariosto. Abbiamo una proposizione che o ccupa le prime due ottave , cioè nella quale parla prima dell'argomento generale e poi dell'argomento più specifico , cioè della storia di Orlando e del suo divenire pazzo; e poi soltanto dalla 5° ottava che noi ancora non abbiamo letto ma ora leggiamo prende avvio la vera e propria narrazione. Quindi abbiamo nella 1° ottava: le donne, i cavallier, l’arme, gli amori , notate la struttura che è impostata come un chiasmo , cioè come un incrocio, no? Le donne che si legano agli amori alla fine del verso , ed i cavalier che si legano all'arme. Le cortesie e l'audaci imprese io canto che furon al tempo che i Mori passarono il mare d'Africa. I Mori sarebbero i Mauri, cioè gli abitanti della Mauritania, no? Che passarono lo stretto di Gibilterra e nocquero tanto in Francia seguendo le ire e i furori giovanili del loro re Agramante che si diede vanto di vendicare la morte di Troiano, (Troiano era padre di Agramante, che era morto appunto a causa dei cristiani, dei francesi), sopra re Carlo, imperator romano. Quindi le mosse, le mosse appunto dovrebbero essere rappresentate da questa volontà di vendetta di Agramante. Vi faccio anche notare che il primo verso "Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori," va a riecheggiare un verso del Purgatorio, del XIV canto del Purgatorio che noi non abbiamo letto, però doveva essere ben presente ai lettori dell'epoca, cioè i lettori del Cinquecento si rendevano conto che c'era un'eco dantesca in questo I canto. Ma c'è anche un'eco del primo verso dell'Eneide che comincia proprio con "canto le armi e l'eroe", quindi non soltanto recupera la struttura del proemio classico ma cerca anche di creare un immediato riscontro con la classicità attraverso questo richiamo all'Eneide, ma anche con il suo illustre, con un suo illustre predecessore che era appunto il poema dantesco. Dirò d'Orlando in un medesimo tratto, quindi siamo passati dalla proposizione generale , cioè nel riassunto degli eventi generali a poi al caso specifico , cioè nello stesso tempo io dirò di Orlando una cosa che non è stata detta mai prima né in prosa né in rima , che divenne matto e il furore per amore, quindi che divenne completamente pazzo, pazzo furioso noi diremmo adesso, da uomo che prima era stato così saggio se, e questa è ovviamente l'invocazione alla musa ma anche qui c'è un recupero della classicità ma anche una revisione però, un personale riadattamento della classicità perché non abbiamo la tradizionale invocazione alle muse , la musa di Ariosto Alessandra Benucci , e quindi che cos'è che ci dice Ariosto? Che potrà dirci tutto questo, raccontarci tutto questo se da colei, cioè appunto dalla Benucci che tale quasi mi ha fatto , cioè che mi ha quasi reso pazzo , c'è anche ovviamente l'autoironia ariostesca è quel discorso di cui vi dicevo, l'ironia

non è distacco, l'ironia è partecipazione bonaria , quindi è una presenza dell'autore all'interno dell'opera in cui però l'autore cerca di non farsi coinvolgere eccessivamente , ma nemmeno di mancare appunto di partecipazione , cioè l'autore condivide la natura umana dei cavalieri e quindi li guarda sempre con questa sorta di sorriso che noi riusciamo a immaginare dietro i versi man mano che li leggiamo. E quindi quella donna che quasi mi ha reso pazzo e che mi “lima”, questo è un verbo tipicamente ariostesco, lo ritroveremo spesso, mi lima ad ora ad ora il poco ingegno, perché abbiamo proprio la sensazione di questa opera costante di logoramento dell'ingenio umano da parte dell'amore, l'amore è come una sorta di tarlo, no? Che scava piano piano, piano piano, piano piano e senza che noi ce ne rendiamo conto ha occupato completamente la nostra mente e ci ha fatto nel frattempo diventare assolutamente pazzi. E quindi se quella donna gli concederà, su questa sua donna gli concederà di mantenere almeno un poco ingenio, quindi che ne sia però tanto concesso quel tanto che gli basta a finire quanto io ho promesso. Quindi io vi prometto di parlarvi di questi argomenti se ovviamente la donna che io amo mi concederà di rilasciarmi quel poco d'ingegno che mi è necessario. E poi ecco qui la dedica, la dedica agli Estensi : vi piaccia generosa e erculia prole, “erculia” perché sono i figli di Ercole I, no? Cioè Ippolito è figlio di Ercole I come Alfonso, quindi si riferisce sempre in questo caso al cardinale Ippolito d'Este. E ornamento e splendore del nostro secolo a gradire, appunto di gradire questo che vuole darvi, diciamo questo poema che soltanto può darvi e vuole darvi l'umile servo vostro, quindi dice io posso darvi solo questo, non è picciol cosa verrebbe da dire, è una grandissima cosa, però ovviamente Ippolito non sarà degno, diciamo così, di ricevere questo dono. Quel che io vi debbo, quindi il debito che io ho con voi lo posso ripagare in parte con le parole, con l'opera d'inchiostro, quindi soltanto attraverso le mie parole e i miei versi. Ma non sono da rimproverare perchè io vi do poco, cioè non dovreste rimproverarmi del fatto che io vi do poco perché quello che io posso darvi vi dono a tutto. Ciò cosa sta dicendo? Io sono un poeta, sono un letterato, questo è quello che io vi posso dare, non mi rimproverate che io non vi do abbastanza perché in realtà è tutto ciò che io posso darvi, cioè tutto ciò che è nelle mie possibilità come poeta e come letterato io lo dono assolutamente a voi. Ci siete ancora? Siete ancora qui? Allora da questa ottava in poi, dalla 5° in poi comincia appunto il vero e proprio intreccio , no? Prende avvio la narrazione. È importante questo avvio perché subito ci chiarisce quella che l'impostazione di tutto il poema perché noi vedremo in questa selva in cui Angelica è fuggita che vanno a incontrarsi e a scontrarsi i vari protagonisti del poema , appunto sia i cristiani sia i pagani, tutti quanti vengono descritti come portatori appunto di un desiderio , cioè noi li incrociamo tutti mentre stanno inseguendo qualcosa , o stanno cercando qualcosa. Questo non riuscire ad ottenere ciò che essi desiderano è come un danneggiamento della loro identità , cosa significa? È come se loro si sentissero incompleti , è come se non si sentissero appunto compiuti, ed hanno bisogno di ottenere quel qualcosa, che sia l'elmo di Ferraù , Ferraù stava cercando un elmo, poi incontriamo Rinaldo che cerca il cavallo , e poi contiamo altri personaggi che cercano altro, Bradamante che cerca Ruggiero e così via..., è quel qualcosa, cioè quel desiderio incompiuto è quel qualcosa che appunto manca loro ma loro lo avvertono come una mancanza all'interno della propria persona, cioè ottenere quel qualcosa , quell'oggetto, quella persona che essi desiderano dovrebbe come risarcirli di quella mancanza, restituire loro la propria integrità e quindi anche la propria identità. Tuttavia, vi dicevo e lo vedremo bene già subito in queste ottave, queste ricerche si risolvono quasi sempre in un fallimento perché non fanno altro in effetti i personaggi che rincorrere delle illusioni! Quello che loro desiderano è come se non fosse veramente raggiungibile, L'ORIGINALITÀ DI QUEST'OPERA RISIEDE PERÒ PROPRIO NEL MODO IN CUI LE QUÊTES SI INTRECCIANO E SI SOVRAPPONGONO L'UNA CON L'ALTRA , quindi che cosa accade? Che finisce che ogni cavaliere alla disperata ricerca dell'oggetto del suo desiderio va ad ostacolare un altro cavaliere, quindi si ostacolano l'uno con l'altro perché magari ricercano la stessa cosa , oppure perché la ricerca dell'uno finisce con l'influire sulla ricerca dell'altro..., e quindi abbiamo questo mondo, questo universo popolato di cavalieri che disperatamente cercano l'oggetto del loro desiderio per aver restituita la loro identità e che vanno a scontrarsi gli uni con gli altri! Ovviamente questa è una perfetta metafora della esistenza umana , no? Degli equilibri, delle disarmonie anche che regolano la nostra vita quotidiana.

Nata pochi dí inanzi era una gara tra il conte Orlando e il suo cugin Rinaldo, che ambi avean per la bellezza rara d’amoroso disio l’animo caldo. Carlo, che non avea tal lite cara, che gli rendea l’aiuto lor men saldo, questa donzella, che la causa n’era, tolse, e diè in mano al duca di Bavera; in premio promettendola a quel d’essi ch’in quel conflitto, in quella gran giornata, degli infideli piú copia uccidessi, e di sua man prestassi opra piú grata. Contrari ai voti poi furo i successi; ch’in fuga andò la gente battezzata, e con molti altri fu ’l duca prigione, e restò abbandonato il padiglione." Quindi che cosa sta? Sta facendo un riassunto di quello che era stato praticamente già detto nell'Orlando innamorato , torna un po' indietro rispetto al finale dell'Orlando innamorato, quindi avviene che è appunto Orlando era andato a recuperare Angelica in oriente , se l'era riportata in Francia dove il re Carlo era già pronto per battersi appunto contro i Mori , ma poi che cosa è accaduto? Che siccome si era creato questo scontro tra Rinaldo e Orlando , Rinaldo era un altro dei principali paladini di Francia, no? Quindi Rinaldo e Orlando si erano scontrati per amore della bella Angelica , Carlo Magno ovviamente non aveva gradito questo scontro che li distraeva da quello che doveva essere invece il loro compito, di battersi contro i saraceni, e quindi aveva detto che chi dei due avesse ucciso più saraceni in battaglia avrebbe avuto la bella Angelica , e quindi sarebbe stata ella il premio per il miglior cavaliere e aveva consegnato Angelica al duca di Bavera, cioè al vecchio Namo di Baviera. E però che cosa è accaduto? Che invece i cristiani erano stati sconfitti e quindi il padiglione dove Angelica era tenuta in custodia era rimasto completamente sguarnito. Ma Angelica, che è un personaggio interessante, non è una donna che si perde d'animo, una delle caratteristiche di Angelica è quella di essere una grandissima manipolatrice , cioè una donna che riusciva diciamo a far fare ai cavalieri più o meno ciò che ella desiderava, non voleva concedersi a nessuno di loro, ma a molti nel corso del poema creava diciamo l'illusione che si sarebbe concessa purché il cavaliere l'aiutasse ad uscire indenne da una qualche situazione di difficoltà! E quindi Angelica non si perde d'animo, infatti scrive appunto Ariosto: "Dove, poi che rimase la donzella ch’esser dovea del vincitor mercede, inanzi al caso era salita in sella, e quando bisognò le spalle diede, presaga che quel giorno esser rubella

dovea Fortuna alla cristiana fede: entrò in un bosco, e ne la stretta via rincontrò un cavallier ch’a piè venía." Ecco allora che cosa accade, quindi Angelica che ha capito, che ha avuto questa intuizione che la sorte , che la fortuna non sarà favorevole ai cristiani , sempre diciamo questa è una sintesi, uno dei discorsi-chiave poi del Furioso, no? Perché c'è sempre Angelica che fugge , e quindi comincia in effetti il Furioso proprio con la fuga di Angelica. La donna, compreso il pessimo andazzo, era salita in sella e si era addentrata in un bosco, appunto che è il luogo canonico per indicare la vita. E nella stretta via incontrò un cavaliere che veniva a piedi, e questo cavaliere era Rinaldo. "Indosso la corazza, l’elmo in testa, la spada al fianco, e in braccio avea lo scudo; e piú leggier correa per la foresta, ch’al pallio rosso il villan mezzo ignudo. Timida pastorella mai sí presta non volse piede inanzi a serpe crudo, come Angelica tosto il freno torse, che del guerrier, ch’a piè venía, s’accorse. Era costui quel paladin gagliardo, figliuol d’Amon, signor di Montalbano, a cui pur dianzi il suo destrier Baiardo per strano caso uscito era di mano. Come alla donna egli drizzò lo sguardo, riconobbe, quantunque di lontano, l’angelico sembiante e quel bel volto ch’all’amorose reti il tenea involto." Vedete anche il segnale? L'"angelico sembiante" che ovviamente è un modo frequente per Ariosto appunto per indicare Angelica. Quindi questo cavaliere, io ora purtroppo dovrò chiudere perché ho il problema che devo appunto correre all'Università come vi dicevo, questo cavaliere aveva indosso la corazza, aveva l'elmo in testa, la spada al fianco e in braccio aveva lo scudo e correva leggero per la foresta come il villano corre al palio rosso mezzo ignudo, cioè si riferisce in realtà a quella sorta di gare che si facevano con le persone, delle corse, praticamente delle corse a piedi e poi il vincitore otteneva appunto un premio che era una sorta di drappo, un drappo rosso. E quindi cos'è che faceva Rinaldo? Rinaldo correva per la foresta , era senza cavallo perché per un accidente aveva perso il suo cavallo che era Baiardo che è un cavallo poi particolarmente bizzoso , e appena Rinaldo vede Angelica si precipita verso di lei , però siccome sono stati, sono vittima di una magia tanto Rinaldo desidera Angelica quanto Angelica ha una vera e propria repulsione nei confronti