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Aristotele libro primo etica Nicomachea, Dispense di Filosofia

Aristotele libro primo etica Nicomachea

Tipologia: Dispense

2015/2016

Caricato il 22/05/2016

simon_avatara
simon_avatara 🇮🇹

4.4

(18)

10 documenti

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Dispense di Etica Filosofica 2015/16 Prof.ssa Daria Dibitonto
ARISTOTELE
ETICA NICOMACHEA
Libro Primo
Aristotele vive nel quarto secolo avanti Cristo e più o meno intorno alla metà di quel secolo
possiamo collocare l’Etica nicomachea. Non è questa l’unica opera dedicata da Aristotele all’etica:
vi sono infatti anche l’Etica eudemia e la Grande etica. Tralasciando la questione, ancora aperta, di
quale sia l’esatto ordine in cui Aristotele le elaborò, è per noi interessante sottolineare che alcuni
libri tra Etica nicomachea ed Etica eudemia sono comuni e pressoché coincidenti. Anche L’Etica
nicomachea, come altre opere aristoteliche (in particolare la Metafisica), è un’opera ricavata a
partire dai materiali sulla base dei quali Aristotele teneva le sue lezioni: non si tratta quindi di
un’opera rivista dall’autore e riordinata in vista di un’edizione per il pubblico. Questo spiega le
parziali ripetizioni, i salti concettuali, le piccole incongruenze terminologiche e non solo, che a
volte è possibile ritrovare nel testo. Queste incongruenze derivano inoltre dal fatto che il pensiero di
Aristotele su alcune questioni ha subito piccole variazioni nel corso del tempo, e che alcuni accenti
della trattazione poteva variare a seconda dell’uditorio. Anche l’ordine dei libri non è stato imposto
da Aristotele, ma è posteriore.
L’etica di Aristotele è, in generale, un’etica non normativa e non deontologica: non si tratta di
un’etica del dovere e in questo senso è un modello opposto a quello di Kant. Si tratta piuttosto di
un’etica teleologica, che cerca di individuare ciò che è degno dell’uomo, di indagare i desideri, le
passioni, i giudizi razionali dell’uomo e le sue virtù, inserendo tutti questi elementi in una struttura
unitaria, struttura che non è astrattamente teorica, ma sempre legata al terreno pratico, alle
circostanze in cui di volta in volta ci si trova (in questo senso si può dire che abbia carattere di
approssimazione). Incontriamo qui un altro motivo di opposizione tra Kant e Aristotele:
quest’ultimo non è interessato a una morale a priori, la sua morale parte sempre dalla sfera
empirica, pur non riducendosi a essa. Quest’impostazione, farebbe notare MacIntyre, è per
Aristotele più naturale e facile da adottare perché egli si riferisce a una comunità piuttosto
omogenea, in cui alcuni valori di base erano condivisi: pur percorrendo strade diverse, gli uomini
tendono tutti verso una medesima direzione.
Aristotele non una definizione esplicita del bene, non dice in cosa consista; piuttosto una
definizione avverbiale del bene: bene è il modo in cui qualcosa viene fatto. Si precisa in che senso
siamo di fronte a un’etica teleologica: c’è una tendenza dell’uomo verso alcune cose e trattandosi di
tendenze naturali non è pensabile che siano completamente sbagliate, alcune saranno più adeguate
all’uomo, più degne di altre, ma in ognuna (anche la tendenza al piacere) possiamo riconoscere la
tendenza verso una cosa buona. In questo senso non esiste un bene assoluto, un unico bene in sé da
raggiungere, non esiste LA cosa buona, IL bene, ma un grande numero di cose buone che possiamo
in qualche modo ordinare, come in una piramide, e che conservano comunque la loro positività. In
questo l’etica aristotelica si distingue nettamente dall’altro modello antico, quello di Platone,
secondo il quale il Bene è un’idea e non può essere desunto da una tendenza naturale. L’idea di
Bene è, per Platone, quella che unifica tutte le altre idee e quindi è possibile dare del bene una
definizione assoluta; Aristotele si pone invece in contrasto con Platone su questo punto.
Il discorso aristotelico è relativo alla sfera umana e non alla natura in generale: anche i piaceri più
bassi, che sembrano accomunare l’uomo e l’animale non sono in realtà la medesima cosa: la
connotazione umana è essenziale in tutta l’etica aristotelica (differenza tra βίος e ζωή, tra la vita
intesa come vita umana e la vita animale). L’uomo però per Aristotele non è mai semplicemente un
individuo, ma è sempre un insieme di relazioni che lo collegano a un contesto (la famiglia, la
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ARISTOTELE

ETICA NICOMACHEA

Libro Primo Aristotele vive nel quarto secolo avanti Cristo e più o meno intorno alla metà di quel secolo possiamo collocare l’Etica nicomachea. Non è questa l’unica opera dedicata da Aristotele all’etica: vi sono infatti anche l’Etica eudemia e la Grande etica. Tralasciando la questione, ancora aperta, di quale sia l’esatto ordine in cui Aristotele le elaborò, è per noi interessante sottolineare che alcuni libri tra Etica nicomachea ed Etica eudemia sono comuni e pressoché coincidenti. Anche L’Etica nicomachea, come altre opere aristoteliche (in particolare la Metafisica), è un’opera ricavata a partire dai materiali sulla base dei quali Aristotele teneva le sue lezioni: non si tratta quindi di un’opera rivista dall’autore e riordinata in vista di un’edizione per il pubblico. Questo spiega le parziali ripetizioni, i salti concettuali, le piccole incongruenze terminologiche e non solo, che a volte è possibile ritrovare nel testo. Queste incongruenze derivano inoltre dal fatto che il pensiero di Aristotele su alcune questioni ha subito piccole variazioni nel corso del tempo, e che alcuni accenti della trattazione poteva variare a seconda dell’uditorio. Anche l’ordine dei libri non è stato imposto da Aristotele, ma è posteriore. L’etica di Aristotele è, in generale, un’etica non normativa e non deontologica: non si tratta di un’etica del dovere e in questo senso è un modello opposto a quello di Kant. Si tratta piuttosto di un’etica teleologica, che cerca di individuare ciò che è degno dell’uomo, di indagare i desideri, le passioni, i giudizi razionali dell’uomo e le sue virtù, inserendo tutti questi elementi in una struttura unitaria, struttura che non è astrattamente teorica, ma sempre legata al terreno pratico, alle circostanze in cui di volta in volta ci si trova (in questo senso si può dire che abbia carattere di approssimazione). Incontriamo qui un altro motivo di opposizione tra Kant e Aristotele: quest’ultimo non è interessato a una morale a priori, la sua morale parte sempre dalla sfera empirica, pur non riducendosi a essa. Quest’impostazione, farebbe notare MacIntyre, è per Aristotele più naturale e facile da adottare perché egli si riferisce a una comunità piuttosto omogenea, in cui alcuni valori di base erano condivisi: pur percorrendo strade diverse, gli uomini tendono tutti verso una medesima direzione. Aristotele non dà una definizione esplicita del bene, non dice in cosa consista; piuttosto dà una definizione avverbiale del bene: bene è il modo in cui qualcosa viene fatto. Si precisa in che senso siamo di fronte a un’etica teleologica: c’è una tendenza dell’uomo verso alcune cose e trattandosi di tendenze naturali non è pensabile che siano completamente sbagliate, alcune saranno più adeguate all’uomo, più degne di altre, ma in ognuna (anche la tendenza al piacere) possiamo riconoscere la tendenza verso una cosa buona. In questo senso non esiste un bene assoluto, un unico bene in sé da raggiungere, non esiste LA cosa buona, IL bene, ma un grande numero di cose buone che possiamo in qualche modo ordinare, come in una piramide, e che conservano comunque la loro positività. In questo l’etica aristotelica si distingue nettamente dall’altro modello antico, quello di Platone, secondo il quale il Bene è un’idea e non può essere desunto da una tendenza naturale. L’idea di Bene è, per Platone, quella che unifica tutte le altre idee e quindi è possibile dare del bene una definizione assoluta; Aristotele si pone invece in contrasto con Platone su questo punto. Il discorso aristotelico è relativo alla sfera umana e non alla natura in generale: anche i piaceri più bassi, che sembrano accomunare l’uomo e l’animale non sono in realtà la medesima cosa: la connotazione umana è essenziale in tutta l’etica aristotelica (differenza tra βίος e ζωή, tra la vita intesa come vita umana e la vita animale). L’uomo però per Aristotele non è mai semplicemente un individuo, ma è sempre un insieme di relazioni che lo collegano a un contesto (la famiglia, la

società, la polis). L’etica studia le relazioni tra questo soggetto non puntuale con un contesto più ampio, quello della polis. Ogni attività è legata ad alcune opere, ad alcune realizzazioni. Aristotele si sforza di tenere sempre strettamente legate le attività e le opere: sebbene sia possibile che le opere siano raggiunte in modo estrinseco, considerando in certo modo l’attività come strumentale, Aristotele mostra sempre il legame organico tra attività e opere. Il fine è infatti l’insieme di opera e attività. Ci sono fini che noi perseguiamo in vista di altro e fini in se stessi: i primi si risolvono in questi ultimi, che sono quelli più importanti perché garantiscono un valore più alto all’azione che noi compiamo. Aristotele parla a questo proposito di attività subordinate e attività architettoniche: le prime sono sempre sottoposte alle altre. Il bene supremo, ciò che noi perseguiamo come fine in sé, appartiene alla scienza più importante, che è quella massimamente architettonica: la politica. Dal punto di vista metodologico Aristotele insiste sul fatto che la trattazione sarà adeguata se avrà tutta la chiarezza compatibile con il suo oggetto: così come dal matematico non accettiamo un ragionamento probabile, non chiediamo al retore una dimostrazione incontrovertibile. In altri termini, visto che siamo di fronte a un argomento legato alla concretezza, non auto-trasparente come i principi apodittici, ma anzi dipendente da circostanze sempre mutevoli, non dobbiamo cercare una spiegazione definitiva e completamente risolutrice dei problemi, perché una spiegazione di questo tipo è impossibile in questo ambito. Con un’argomentazione simile Aristotele nella Metafisica sottolinea che sbaglieremmo cercando una definizione del principio di non contraddizione che, stando alla base di ogni dimostrazione, non può a sua volta essere dimostrato. Aristotele sottolinea che gli argomenti trattati nell’etica non sono adatti né ai giovani (che non hanno esperienza delle azioni concretamente vissute) né, più in generale, a chi vive assecondando le passioni e lasciandosi da esse trascinare (perché per essi la conoscenza teorica di questi argomenti risulta inutile). Come del bene, anche della felicità non abbiamo secondo Aristotele una definizione univoca: felicità è sinonimo di “vivere bene”, di “riuscire”, ma su cosa significhi davvero essere felice c’è disaccordo non solo tra diversi uomini (in particolare tra la massa e i sapienti), ma anche per la stessa persona, a seconda delle diverse situazioni. Aristotele individua tre principali tipi di vita: la vita dedita ai piaceri, la vita politica, dedicata alla ricerca dell’onore e della virtù e la vita contemplativa (θεωρητικός). Il primo tipo di vita è degno delle bestie, è una vita da schiavi, evidentemente non è il migliore. Il secondo tipo di vita, migliore del primo, ricerca l’onore. L’onore, tuttavia, risiede maggiormente in chi onora che in chi è onorato, mentre è manifesto che il bene sia qualcosa di inalienabile. Alcuni inoltre pongono la virtù al di sopra dell’onore, ma anche la virtù è imperfetta: la si potrebbe non esercitare concretamente. È da sottolineare il fatto che Aristotele ponga la felicità come fine ultimo della vita politica, non la virtù. Del terzo tipo di vita Aristotele non dice qui nulla e rimanda la trattazione. Aristotele si concentra a questo punto sulla concezione platonica del bene, che viene criticata in modo molto dettagliato. Dopo aver ricordato l’amicizia che lo lega ai platonici (Amicus Plato, sed magis amica veritas), Aristotele dichiara però che un filosofo deve onorare più la verità dell’amicizia e che quindi per quanto sgradevole questo possa sembrare prenderà in esame le teorie di Platone. Tutte le critiche possono essere ricondotte a due grandi temi: innanzitutto Aristotele mostra come sia impossibile avere una concezione unitaria del bene, afferma che non esiste un bene in sé, che i molteplici significati di “bene” non possono essere ricondotti a un’unità, come invece pretendeva Platone (è una critica che riprende su un piano etico quella teorica contenuta nella Metafisica, dove Aristotele sostiene che l’«essere si dice in molti modi», non in uno solo); in secondo luogo egli sottolinea che, se anche questo presunto Bene in sé esistesse, l’uomo non potrebbe realizzarlo e quindi esso sarebbe, per il nostro discorso, sostanzialmente inutile. Noi

έργον (ergon) = l’opera, la funzione τέλος (telos) = il fine βίος /ζωή (bios/zoé) = vita (vita umana / vita animale) σοφοι (sofoi) = i sapienti, coloro che si distinguono ηδονή (edoné) = il piacere παράδειγμα (paradeigma) = modello θεωρητικός (theoretikos) = contemplativo, relativo alla teoria αυτάρκεια (autarcheia) = autosufficienza ευδαιμονία (eudaimonia) = felicità