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basile lo cunto de li cunti, Appunti di Letteratura Italiana

basile+ analisi lo cunto de li cunti

Tipologia: Appunti

2021/2022

Caricato il 23/12/2022

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LETTERATURA 20/10
LO CUNTO DE LI CUNTI+ ANALISI INTRODUZIONE
Lo cunto de li cunti è una raccolta di 50 fiabe in lingua napoletana (49 fiabe, la 50esima è la cornice) scritte
da Gianbattista Basile e pubblicate postume tra il 1634-1636 con più copie che riguardano le singole
giornate. L’opera viene pubblicata con il titolo Pentamerone, alludendo in qualche modo a boccaccio in parte in
maniera legittima, in parte sbagliano, perché se è vero che Boccaccio rappresenta un modello, in realtà viene
profondamente rivisitato. Si è parlato infatti per lo cunto de li cunti di una cornice se nel decameron tutte le sezioni
narrative sono separate da un livello che riguarda quello del narratore (il più alto livello narrativo), poi abbiamo un
sottolivello della cornice che a sua volta si distacca dal livello delle novelle. Infatti le varie parti sono collegate perché a
narrare le novelle sono i personaggi della brigata, ma dal punto di vista narrativo non c’è contatto tra i due livelli.
Mentre invece per lo cunto de li cunti si parla di cornice elicoidale(?) perché i due livelli si toccano: la voce del
narratore è impersonale se non solo nella conclusione, cioè il narratore (figura interna al testo) appare ma solo alla
fine, in cui tira le somme morali dell’opera. Alla base de lo conto de li cunti c’è l’istanza morale che molto spesso viene
esplicitata alla fine delle stesse fiabe con una massima morale oppure alla fine delle giornate che si concludono con un
componimento in versi in dialetto, definiti ecloghe e sono dei componimenti sul modello dell’ecloga antica, in dialetto
che hanno una patina moraleggiante.
Una seconda differenza rispetto al decameron è quella tra cunto e novella. Basile era un letterato raffinato e
sicuramente aveva presente il modello di boccaccio, ci sono motivi novellistici all’interno delle singole fiabe, ma la
fiaba in sé è profondamente diversa dalla novella, tanto è che tutte le fiabe di basile possono rientrare nel
campionario di fiabistica mondiale che è “Morfologia della fiaba” di Vladimir Propp, che era uno studioso russo che
pubblicò questo testo nel 1928 che ha aperto la strada allo strutturalismo (corrente filosofico-letteraria che
individuava all’interno di qualsiasi testo una struttura profonda che era sempre desumibile). In morfologia della fiaba
riconosce, attraverso l’analisi di un campionario che comprende fiabe russe popolari (che però può essere esteso a
tutte le tipologie fiabe mondiali) una serie di funzioni entro le quali può essere descritto qualsiasi racconto fiabesco: ci
sono quindi una serie di personaggi situazioni… ricorrenti in tutte le fiabe. C’è ad esempio un protagonista, aiutante,
antagonista, oggetto magico, lieto fine che finisce molto spesso con una scalata sociale… tutte queste funzione
descrivono la struttura profonda di tutte le fiabe. A differenza della novella lo cunto de li cunti di basile può rientrare
in tutte le sue manifestazioni in questa casistica stilata da Vladimir Propp. Il racconto è antirealistico, non ha
l’obbiettivo di costruire una narrazione verosimile per cui gli elementi del sovrannaturale non sono riconducibile a una
sovratruttura religiosa o mitologica, ma sono elementi di un sovrannaturale legato alla cultura popolare fiabesca. La
cultura popolare ha molta importanza nel lo cunto de li cunti. Il modno popolare fa il suo ingresso soprattutto
attraverso la lingua, il dialetto napoletano. Troveremo numerosi proverbi popolari, modi di dire, frasi ideomatiche.
Questo bagaglio della cultura popolare viene piegato a una cultura raffinata, alta di tipo barocco. La cultura popolareè
quindi innessa in una cornice complessiva di cultura alta. Non a caso molti studiosi hanno ipotizzato che è come se i
cunti fossero delle battutire per la rappresentazione, perche questi testi venivano in qualche modo recitate oralmente
nelle corti campane. Quindi l’elemento dell’oralità non è solo all’uso come nel decameron. La narrazione orale è una
narrazione allusa dalla brigata e ricorre nel testo scritto. L’elemento orale era insito anche nella perfomance che
subivano questi testi. Quel trattenimento del titolo è innanzitutto un intrattenimento del racconto. Il titolo ha dverse
sfumature, innanzitutto cunto de li cunti è un riferimento a quella struttura elicoidale su cui è basato il testo cioè il
racconto cornice che fa da filo diretto alle vare fiabe che si diramano dal racconto principale nel quale rientra il
racconto stesso e tocca le altre fiabe che sono a un livello inferiore.
L'opera è composta da cinquanta racconti. La cornice narrativa costituisce il primo di essi, da cui scaturiscono gli altri
quarantanove, narrati da dieci personaggi per cinque giornate; alla fine, con l'ultima fiaba, si ritorna alla vicenda
principale, che ritrova la sua conclusione. Il racconto della cornice, infatti, narra la vicenda della principessa Lucrezia,
detta Zoza, che si trova nella condizione di non riuscire più a ridere. Invano il padre si sforza di strapparle un sorriso,
facendo venire a corte una gran quantità di saltimbanchi, buffoni e uomini di spettacolo: Zoza non riesce ad uscire dal
suo perenne stato di malinconia. Un giorno, però, mentre si trova affacciata alla finestra della sua stanza, scoppia a
ridere allorquando vede una vecchia cadere e poi compiere un gesto osceno di rivalsa e di protesta. La vecchia si
vendica della risata della giovane principessa con una maledizione: Zoza potrà sposarsi solo con Taddeo, un principe
che a causa di un incantesimo giace in un sepolcro in uno stato di morte apparente, e che riuscirà a svegliarsi solo se
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LETTERATURA 20/

LO CUNTO DE LI CUNTI+ ANALISI INTRODUZIONE

Lo cunto de li cunti è una raccolta di 50 fiabe in lingua napoletana (49 fiabe, la 50esima è la cornice) scritte

da Gianbattista Basile e pubblicate postume tra il 1634-1636 con più copie che riguardano le singole

giornate. L’opera viene pubblicata con il titolo Pentamerone, alludendo in qualche modo a boccaccio in parte in

maniera legittima, in parte sbagliano, perché se è vero che Boccaccio rappresenta un modello, in realtà viene profondamente rivisitato. Si è parlato infatti per lo cunto de li cunti di una cornice se nel decameron tutte le sezioni narrative sono separate da un livello che riguarda quello del narratore (il più alto livello narrativo), poi abbiamo un sottolivello della cornice che a sua volta si distacca dal livello delle novelle. Infatti le varie parti sono collegate perché a narrare le novelle sono i personaggi della brigata, ma dal punto di vista narrativo non c’è contatto tra i due livelli. Mentre invece per lo cunto de li cunti si parla di cornice elicoidale(?) perché i due livelli si toccano: la voce del narratore è impersonale se non solo nella conclusione, cioè il narratore (figura interna al testo) appare ma solo alla fine, in cui tira le somme morali dell’opera. Alla base de lo conto de li cunti c’è l’istanza morale che molto spesso viene esplicitata alla fine delle stesse fiabe con una massima morale oppure alla fine delle giornate che si concludono con un componimento in versi in dialetto, definiti ecloghe e sono dei componimenti sul modello dell’ecloga antica, in dialetto che hanno una patina moraleggiante. Una seconda differenza rispetto al decameron è quella tra cunto e novella. Basile era un letterato raffinato e sicuramente aveva presente il modello di boccaccio, ci sono motivi novellistici all’interno delle singole fiabe, ma la fiaba in sé è profondamente diversa dalla novella, tanto è che tutte le fiabe di basile possono rientrare nel campionario di fiabistica mondiale che è “ Morfologia della fiaba” di Vladimir Propp, che era uno studioso russo che pubblicò questo testo nel 1928 che ha aperto la strada allo strutturalismo (corrente filosofico-letteraria che individuava all’interno di qualsiasi testo una struttura profonda che era sempre desumibile). In morfologia della fiaba riconosce, attraverso l’analisi di un campionario che comprende fiabe russe popolari (che però può essere esteso a tutte le tipologie fiabe mondiali) una serie di funzioni entro le quali può essere descritto qualsiasi racconto fiabesco: ci sono quindi una serie di personaggi situazioni… ricorrenti in tutte le fiabe. C’è ad esempio un protagonista, aiutante, antagonista, oggetto magico, lieto fine che finisce molto spesso con una scalata sociale… tutte queste funzione descrivono la struttura profonda di tutte le fiabe. A differenza della novella lo cunto de li cunti di basile può rientrare in tutte le sue manifestazioni in questa casistica stilata da Vladimir Propp. Il racconto è antirealistico, non ha l’obbiettivo di costruire una narrazione verosimile per cui gli elementi del sovrannaturale non sono riconducibile a una sovratruttura religiosa o mitologica, ma sono elementi di un sovrannaturale legato alla cultura popolare fiabesca. La cultura popolare ha molta importanza nel lo cunto de li cunti. Il modno popolare fa il suo ingresso soprattutto attraverso la lingua, il dialetto napoletano. Troveremo numerosi proverbi popolari, modi di dire, frasi ideomatiche. Questo bagaglio della cultura popolare viene piegato a una cultura raffinata, alta di tipo barocco. La cultura popolareè quindi innessa in una cornice complessiva di cultura alta. Non a caso molti studiosi hanno ipotizzato che è come se i cunti fossero delle battutire per la rappresentazione, perche questi testi venivano in qualche modo recitate oralmente nelle corti campane. Quindi l’elemento dell’oralità non è solo all’uso come nel decameron. La narrazione orale è una narrazione allusa dalla brigata e ricorre nel testo scritto. L’elemento orale era insito anche nella perfomance che subivano questi testi. Quel trattenimento del titolo è innanzitutto un intrattenimento del racconto. Il titolo ha dverse sfumature, innanzitutto cunto de li cunti è un riferimento a quella struttura elicoidale su cui è basato il testo cioè il racconto cornice che fa da filo diretto alle vare fiabe che si diramano dal racconto principale nel quale rientra il racconto stesso e tocca le altre fiabe che sono a un livello inferiore. L'opera è composta da cinquanta racconti. La cornice narrativa costituisce il primo di essi, da cui scaturiscono gli altri quarantanove, narrati da dieci personaggi per cinque giornate; alla fine, con l'ultima fiaba, si ritorna alla vicenda principale, che ritrova la sua conclusione. Il racconto della cornice, infatti, narra la vicenda della principessa Lucrezia, detta Zoza, che si trova nella condizione di non riuscire più a ridere. Invano il padre si sforza di strapparle un sorriso, facendo venire a corte una gran quantità di saltimbanchi, buffoni e uomini di spettacolo: Zoza non riesce ad uscire dal suo perenne stato di malinconia. Un giorno, però, mentre si trova affacciata alla finestra della sua stanza, scoppia a ridere allorquando vede una vecchia cadere e poi compiere un gesto osceno di rivalsa e di protesta. La vecchia si vendica della risata della giovane principessa con una maledizione: Zoza potrà sposarsi solo con Taddeo, un principe che a causa di un incantesimo giace in un sepolcro in uno stato di morte apparente, e che riuscirà a svegliarsi solo se

una fanciulla riuscirà a riempire in tre giorni un'anfora con le sue lacrime. Zoza abbandona il palazzo e si avventura in un lungo viaggio durante il quale incontra tre fate che le donano tre frutti poveri (una castagna, una noce e una nocella) e tuttavia magici. Giunta finalmente al sepolcro, Zoza comincia a versare lacrime in un vaso e sta quasi per riempirlo, quando si addormenta. È allora che una schiava moresca si sostituisce a lei, versando le ultime lacrime in modo da svegliare il principe, e si fa sposare. Zoza, però, grazie agli oggetti magici, riesce a infondere nella schiava (divenuta ormai regina e incinta del figlio del principe) il desiderio di ascoltare fiabe, minaccia il principe dicendogli che se non avesse raccontato le fiabe, avrebbe ucciso il nascituro. Così il principe dà l'incarico a dieci ripugnanti vecchie di narrare una novella ciascuna al giorno, per cinque giorni. Il racconto anche qui riprende una tradizione ancestrale (quella del racconto delle donne anziane verso i bambini che è il principale strumento di trasmissione dell’informazione e della memoria ed è anche uno strumento educativo). Forma di istruzione esplicitata dall’intento moraleggiante con cui si chiude la fiaba. Alla fine Zoza si sostituisce all'ultima novellatrice, raccontando la propria storia come ultima novella. Così il principe viene a conoscenza dell'inganno che gli è stato teso, condanna a morte la schiava moresca e sposa Zoza. Ci troviamo di fronte a un testo non popolare ma che potremmo definire come l’apice della cultura barocca. Fu proverbeio < de > chille stascioniato, < de > la maglia antica, che chi cerca chello che non deve trova chello che non vole e chiara cosa è che la scigna pe cauzare stivale restaie 'ncappata pe < lo > pede, come soccesse a na schiava pezzente, che non avenno portato maie scarpe a < li > piede voze portare corona 'n capo Nell’introduzione notiamo l’apertura dell’opera con un proverbio. Una spia immediata lessicale che sembra immettere immediatamente nella cultura popolare. (chi cerca quello che non deve, trova quello che non vuole). Il testo si apre quindi con una massima morale. E viene subito presentato l’argomento principale, cioè le vicende della schiava lucia, che cerca quello che non deve (usurpare zoza) e trova quello che non vuole (la punizione finale), come una scimmia che calzando gli stivali inciampa e cade. Dice ch'era na vota < lo > re < de > Valle Pelosa Il secondo paragrafo si apre con i tratti tipici della fiaba: “c’era una volta”. La dimensione dello spazio e del tempo che con un termine tecnico definiamo cronotopo , coniato da un critico russo, che sta ad indicare le coordinate spazio- temporali che caratterizzano i testi narrativi. Anche questi possono essere ricondotti a una casistica generale per quanto riguarda i testi della fiaba. La temporalità della fiaba è sempre indeterminata, così come la geografia della fiaba è spesso lontana ed esotica. In questo però lo cunto de li cunti presenta una particolarità perché molto spesso troviamo nella geografia dell’opera il mondo delle corti napoletane (si fa riferimento a Pozzuoli o comunque luoghi familiari alle nostre orecchie che fanno riferimento ai loghi della nostra provincia)

quale aveva na figlia chiammata Zoza, che, comme n'autro Zoroastro o n'autro Eracleto, non se vedeva

maie ridere.

Notiamo qui, uno dei tanti riferimenti colti dell’opera: Zoroastro (zaratustra) eracleto (eraclito) come simboli di filosofi pessimisti. Lo cunto de li cunti è costellato da elenchi che formano spesso un’accumulazione esagerata, che si ripetono per lunghe righe. E in alcuni casi diventano elenchi di similitudini, metafore… in rispondenza della poetica barocca. (Tecnica specificamente di Basile e in generale riconducibile all’estetica barocca). Tanto che < lo > povero patre, pe tentare l'utema prova, non sapenno autro che fare dette ordene che se facesse na gran fontana d'ueglio 'nante la porta < de > < lo > palazzo, co designo che, sghizzanno a < lo > passare < de > la gente, che facevano comm'a formiche < lo > vacaviene pe chella strata, pe non se sodognere < li > vestite averiano fatto zumpe < de > grille, sbauze < de > crapeio e corzete < de > leparo sciulianno e, morannose chisto e chillo, potesse soccedere cosa pe la quale se scoppasse a ridere. Il padre di Zoza fece costruire fuori il palazzo una fontana d’olio davanti al palazzo, sperando che la figlia, vedendo i passanti cadere, scoppiasse a ridere. Fatto adonca sta fontana e stanno Zoza a la fenestra tanto composta ch'era tutta acito, venne a sciorte na vecchia, la quale azzoppanno co na spogna l'ueglio ne 'nchieva n'agliariello c'aveva portato e, mentre tutta affacennata faceva sta marcancegna, no cierto tentillo paggio de corte tiraie na vrecciolla così a pilo che, cogliuto l'agliaro, ne fece frecole. La vecchia si avvicina alla fontana per riempire un piccolo vaso d’olio, ma un piccolo paggio di corte lancia un sasso e fa rompere il vaso. La vecchia insulta il giovane il quale risponde alle ingiurie con altrettante ingiurie.

E tornato a lo palazzo dette la pipata a la mogliere, che non cossì priesto se la mese 'n zino pe ioquaresenne,

che parze n'Ammore in forma d'Ascanio 'n zino a Dedone: che le mese lo fuoco 'm pietto

Abbiamo una similitudine colta: quando lucia prende la bambola, sembra Didone che ha in braccio Ascanio.

Le quale scritte a na carta, e lecenziate l'autre, s'auzaro co la schiava da sotta a lo bardacchino e s'abbiaro palillo palillo a no giardino de lo palazzo stisso, dove li rame fronnute erano così 'ntricate, che no le poteva spartire lo Sole co la perteca de li ragge e, sedutese sotto no paveglione commegliato da na pergola d'uva, 'miezo a lo quale scorreva na gran fontana mastro de scola de li cortesciani che le 'mezzava ogne iuorno de mormorare, commenzaie Tadeo così a parlare

Altro riferimento colto: locus amoenus. Il luogo dove vengono raccontate le fiabe sembra ricalcare quello di

un topos letterario, che troviamo anche nel decameron (legato alla cornice storica della peste, qui invece

legato alle 10 vecchie).

«Non è chiù cosa goliosa a lo munno, magne femmene meie, quanto lo sentire li fatti d'autro, né senza ragione veduta chillo gran felosofo mese l'utema felicità dell'ommo in sentire cunte piacevole, pocca ausolianno cose de gusto se spapurano l'affanne, se da sfratto a li penziere fastidiuse e s'allonga la vita”

“non c’è cosa più gloriosa al mondo che sentire i racconti degli altri” e non a caso aristotele mise l’ultima

felicità dell’uomo nel sentire cose piacevoli. Abbiamo dunque un chiaro riferimento ad Aristotele e alla

capacità dell’uomo di stupirsi perché i cunti piacevoli fanno sì che possano scomparire gli affanni,

allontanare i pensieri fastidiosi e allungare la vita (una sorta di medicina per l’uomo).

Ognuno lascia i propri impegni per poter andare ad ascoltare i racconti piacevoli.

Però se ve piace de dare 'm brocca a lo sfiolo de la prencepessa mia e de cogliere 'miezo a le voglie meie, sarrite contente, pe sti quattro o cinque iuorne che starà a scarrecare la panza, de contare ogni iornata no cunto ped uno, de chille appunto che soleno dire le vecchie pe trattenemiento de peccerille

Notiamo il doppio significato: aspettiamo di scaricare la panza (tratteniamo), dall’altro intrattenimento dei

piccoli (fiabe)

A ste parole azzettaro tutte co la capo lo commannamiento de Tadeo; fra tanto, poste le tavole e venuto lo

mazzecatorio, se mesero a magnare e, fornuto de gliottere, fece lo prencepe signale a Zeza scioffata che

desse fuoco a lo piezzo. La quale, fatto na granne 'ncrinata a lo prencepe e a la mogliere, cossì commenzaie

a parlare.

Si racconta dopo mangiato. Il momento della conversazione è un momento rituale e potremmo dire

mimetico della vita di corte. Dopo mangiato è probabile che lo cunto de li cunti avesse un momento

performativo in corte e anche qui non è un caso che il mangiare sia posto in relazione al raccontare perché

è in qualche modo il raccontare è messo in relazione ad un piacere fisico (mangiare).

RACCONTO DI CAGLIUSO

Il racconto di cagliuso è sostanzialmente la versione originaria del gatto con gli stivali

Cagliuso, pe' nustria < de > na gatta lassatole da < lo > patre, deventa signore; ma, mostrannosele sgrato,

l'è renfacciata la sgratetudene soia.

Un vecchio molto povero di Napoli muore, lasciando al figlio Oraziello un crivello per lavorare e al

figlio Pippo, soprannominato Cagliuso, una gatta magica. Cagliuso non apprezza l'eredità, ma scopre presto

che la gatta sa parlare e lo aiuterà a uscire dalla sua miseria. La gatta va a caccia e porta le prede al re da

parte del "signore" suo padrone. Il re resta colpito dai continui doni e dal fatto che il padrone della gatta gli

sia tanto devoto e leale, perciò chiede alla gatta quanto sia ricco questo signore. La gatta fa le lodi delle

ricchezze smisurate del suo padrone e il re manda i suoi servitori a indagare. La gatta passa per i campi e i

villaggi e avverte la gente che dei banditi saccheggiano la zona, ma se diranno che tutto è proprietà del

signor Cagliuso non verrà fatto loro del male. Quando gli informatori del re chiedono in giro, la gente ha

paura che siano banditi e rispondono che tutto è proprietà di Cagliuso. Il re allora combina le nozze tra

Cagliuso e sua figlia, e con la dote della principessa Cagliuso compra delle terre in Lombardia e diventa

barone. Cagliuso non smette di ringraziare la gatta per questa immensa fortuna e le promette che quando

morirà la farà imbalsamare e la metterà su un piedistallo. La gatta però vuole metterlo alla prova e un

giorno finge di essere morta. Cagliuso non mostra tutta la gratitudine che prometteva e dice alla moglie di

gettare la gatta dalla finestra. La gatta allora rinfaccia a Cagliuso tutto quello che ha fatto per lui e scappa

via senza ascoltare le preghiere e le scuse dell'ingrato.

La 'ngratetudene, segnure, è chiuovo arroggiuto, che 'mpezzato all'arvolo < de > la cortesia < lo > fa

seccare; è chiaveca rotta, che spogna < li > fonnamiente < de > la affrezzione; è folinea, che cascanno

dinto < lo > pignato < de > l'amecizia le leva l'adore e < lo > sapore: comme se vede e prova

formalemente e ne vedarrite no designo abbozzato ne < lo > < cunto > che ve diraggio.

Anche qui troviamo l’intento moraleggiante de lo cunto in cui l’oggetto della morale è la stessa

ingratitudine.

La particolarità de lo cunto de li cunti è la geografia che è estremamente precisa.

Era na vota a la cettà < de > Napole è come se la fiaba fosse ambientata in questo caso a Napoli. Non

abbiamo una descrizione realistica dei luoghi perché siamo comunque nell’ambito fiabistico quindi c’è una

trasfigurazione sovrannaturale degli stesi luoghi. Stiamo parlando di una fiaba che ha infatti come

protagonista una gatta. Però possiamo trovare alcuni riferimenti realistici e specifici: e consignava o a la

marina < de > Chiaia o a la Preta < de > < lo > pesce.

Alla fine della fiaba troviamo l’intento morale

Cossì decenno e capezzianno se pigliaie la via < de > fore e, pe quanto Cagliuso co < lo > permone < de > l'omelità cercaie alliccarela, non ce fu remmedio che tornasse arreto, ma, correnno sempre senza votare mai capo dereto, deceva: dio te guarda < de > ricco 'mpoveruto e < de > pezzente quanno è resagliuto".