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Appunti sul pensiero filosofico di B. Russell
Tipologia: Appunti
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A Cambridge (1890-1894), R. subì l’influenza di Moore e si occupò prevalentemente di matematica e di filosofia. Gli interessi per la matematica e la logica lo condussero a studiare Leibniz, in cui trova espressa la tesi generale che i principi della matematica sono deducibili da principi logici mediante mezzi puramente logici. Il 1900 fu un anno decisivo della sua vita, perché partecipando al Congresso internazionale di filosofia, svoltosi a Parigi, incontrò Giuseppe Peano e fu colpito dalla precisione da questi mostrata nelle discussioni, grazie all’impiego di un rigoroso simbolismo logico. Durante la guerra, per la sua attività pubblica a favore del movimento pacifista, R. fu allontanato dall’insegnamento a Cambridge. In vari scritti popolari ( L’educazione dei nostri figli, Matrimonio e morale, La conquista della felicità, Religione e scienza ), R. giunse a sostenere che gli enunciati etici non hanno una dimensione conoscitiva, ma esprimono desideri , che nascono dall’esperienza immediata dell’individuo, pur conservando una portata universale, nel senso che sono mossi dall’intento che il proprio desiderio diventi il desiderio di tutti. In particolare, si tratta di rendere possibili le condizioni che consentano a ciascuno di conquistare la felicità , rimovendo ogni occasione di conflitto e armonizzando tra loro i desideri individuali e rafforzando quelli che non producono effetti negativi sugli altri. Fu influenzato anche dalle teorie di Wittgenstein, che era stato suo allievo a Cambridge, e nel 1950 ricevette il premio Nobel per la letteratura.
Inizialmente influenzato dall’idealismo di Bradley e di Mc Taggart, in seguito R. se ne distaccò, anche per influsso di Moore, abbracciando una posizione realistica , che riconosce l’esistenza di un pluralità di oggetti:
proposizione attribuisce un predicato alla realtà assoluta, concepita come l’unico soggetto), ma il nostro linguaggio non contiene soltanto proposizioni di questo tipo, bensì anche enunciati che fanno riferimento a relazioni (maggiore-minore, prima-dopo, ecc.);
che nessuna relazione modifica i termini tra i quali intercorre (come invece per B.);
qualità o proprietà ad un soggetto e non è quindi riducibile alla forma soggetto-predicato, in quanto dipende sia da A che da B, il che significa che la relazione è esterna ai termini che collega, i quali sussistono indipendentemente dalla relazione stessa;
platoniche, le quali sono caratterizzate da relazioni esterne tra loro, tali cioè da non produrre una loro modificazione interna.
Solo una logica delle relazioni può rendere conto della stessa operazione del contare, consistente nel porre in relazione termine a termine, e permettere così l’analisi di intere regioni della matematica, nelle quali sono essenziali le nozioni di ordine e di successione, non descrivibili nei termini di una logica di soggetto-predicato. R. individua vari tipi di relazioni (assumiamo R come simbolo per indicare la relazione e a e b per termini tra i quali essa intercorre):
Nell’ambito della logica preposizionale R. introduce la distinzione tra
può essere sostituita da un termine definito, detto costante , ad esempio «Socrate»;
R. non restringe il rango delle entità che possono essere sostituite alla variabile in una funzione proposizionale, ma la condizione è che la costante sia «qualcosa di assolutamente definito, riguardo al quale non c’è alcuna ambiguità»; inoltre, a) una funzione proposizionale di per sé non è né vera né falsa: vera o falsa è la proposizione che si ottiene sostituendo la variabile con una costante; b) una funzione proposizionale può essere considerata come una classe di proposizioni: nell’esempio considerato, « x è un uomo» è la classe di tutte le proposizioni che hanno come predicato «è un uomo»; c) tra le proposizioni sussiste una relazione di implicazione , che R. chiama materiale (si esprime nella forma «se p , allora q »), mentre quella tra le funzioni proposizionali è detta formale (non riguarda singole proposizioni con i
loro specifici contenuti materiali – ad esempio, « x è un uomo» implica formalmente che « x è mortale», per cui «se x è un uomo, allora x è mortale»). La conoscenza dell’opera di Giuseppe Peano (1858-1932) fu importante per la concezione di R. dei rapporti tra matematica e logica. Peano aveva mostrato che è possibile costruire l’intera teoria dei numeri naturali partendo da tre concetti fondamentali (zero, numero e successore immediato) e da cinque assiomi: secondo R., questi tre concetti sono riducibili alle nozioni logiche di classe e di relazione, il che significa che la conoscenza matematica può essere pienamente giustificata mostrandone la derivabilità da nozioni puramente logiche. Questo compito fu da lui assolto nei Principia matematica , 1919-13, scritti insieme a Whitehead, in cui i teoremi della matematica pura sono dedotti a partire da quei tre concetti fondamentali e utilizzando regole di derivazione , con l’ausilio di quattro operatori o costanti logiche: «non» (negazione), «e» (congiunzione), «o» (disgiunzione) e «se… allora» (implicazione). Ora, R. sostiene che la matematica pura è la classe di tutte le proposizioni che hanno la forma dell’implicazione e che è compito della logica analizzare questa relazione; ma, per mostrare che la matematica si fonda sulla logica, occorre anche mostrare che i numeri naturali e, quindi, tutte le nozioni fondamentali dell’aritmetica, sono definibili in termini di classe : i numeri non coincidono con le classi di oggetti che sono contati, ma sono ciò che tutte queste collezioni di oggetti hanno in comune, e R. definisce pertanto il numero cardinale come «la classe di tutte le classi simili ad essa», ossia di tutte le classi i cui membri possono essere correlati uno a uno.
Ben presto, però, R. si rese conto che il concetto di classe, o di insieme, può dar luogo ad antinomie o paradossi. In particolare, egli individuò una contraddizione relativa alla nozione di «classe delle classi », la quale, come visto, è però essenziale per definire i numeri naturali. R. distinse tra classi che non sono membri di se stesse (non contengono se stesse come elemento – la classe degli uomini non è un uomo, e quindi non appartiene a se stessa) e classi che sono membri di se stesse (contengono se stesse come elemento – la classe di tutti i concetti è un concetto, e quindi appartiene a se stessa). Ora , la classe di tutte le classi che non sono membri di se stesse, è membro di se stessa?
Per risolvere questo problema, R. elaborò la cosiddetta teoria dei tipi , la quale muoveva dall’assunto che i paradossi nascono da un circolo vizioso, consistente nel «supporre che una collezione di oggetti possa contenere membri definibili soltanto mediante la collezione presa come un tutto». Per evitare questo circolo vizioso dell’ autoriferimento di una totalità o classe a se stessa, occorre evitare che tale totalità sia predicata di se stessa e fare in modo che qualunque asserto su di essa cada fuori dalla totalità stessa. A ciò si può provvedere, per R. distinguendo tra vari livelli o tipi di oggetti e predicati: tipo 1 (individui), tipo 2 (classi di individui), tipo 3 (proprietà), etc. Il paradosso delle classi nasce dal presumere che tutte le classi siano di un solo tipo, mentre è essenziale che le proprietà di un livello superiore sino applicate, ossia predicate, soltanto ad oggetti di tipo inferiore.
La scoperta dei paradossi relativi alle classi condusse R. a riconsiderare il suo platonismo, ossia l’assunzione dell’esistenza oggettiva di una molteplicità di entità. Un problema particolarmente delicato era costituito dai cosiddetti oggetti non esistenti («il quadrato rotondo», di cui aveva parlato Meinong). Nel 1905, in un articolo intitolato Sul denotare , apparso sulla rivista «Mind», egli costruì a riguardo quella che è nota come la teoria delle descrizioni :
La teoria delle descrizioni consente a R. di affrontare il problema della conoscenza , riprendendo e sviluppando una distinzione già presente, tra gli altri, in William James: