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Testo, parafrasi e analisi di Rvf 234
Tipologia: Appunti
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O cameretta che già fosti un porto a le gravi tempeste mie diürne, fonte se’ or di lagrime nocturne, che ’l dí celate per vergogna porto.
O letticciuol che requie eri et conforto in tanti affanni, di che dogliose urne ti bagna Amor, con quelle mani eburne, solo ver ’me crudeli a sí gran torto!
Né pur il mio secreto e ’l mio riposo fuggo, ma più me stesso e ’l mio pensero, che, seguendol, talor levommi a volo;
e ’l vulgo a me nemico et odïoso (chi ’l pensò mai?) per mio refugio chero: tal paura ò di ritrovarmi solo.
O mia camera, che un tempo sei stata un rifugio sicuro dalle gravi angosce che provavo durante il giorno, ora durante la notte sei fonte di lacrime che il giorno cerco di nascondere per vergogna.
O mio letto, che eri pace e conforto in tanti affanni, l'amore ti bagna con urne dolorose [con le mie lacrime] attraverso quelle mani di avorio [di Laura] che sono crudeli solo verso di me, così ingiustamente!
E io non fuggo solo il mio segreto e il mio riposo, ma soprattutto me stesso e il mio pensiero, mentre talvolta seguendolo mi sono alzato in volo [ho realizzato opere egregie];
e invece cerco quale mio rifugio il popolo a me ostile e odioso (chi l'avrebbe mai pensato?): è tale la mia paura di ritrovarmi solo.
Il sonetto esprime il dolore dell'autore per il suo amore infelice e la considerazione che la sua camera non gli offre più la pace durante le ore notturne, in cui è tormentato dalla pena per Laura e versa lacrime sconsolate: viene così rovesciato l'ideale classico del sapiente che vive nel suo isolamento e ricerca il contatto col "volgo profano", per cui Petrarca arriva alla paradossale conclusione che proprio la folla gli consente di non abbandonarsi ai suoi pensieri e ritrovare un po' di serenità.
Nelle quartine l'autore si rivolge alla sua «cameretta» e al «letticciuol» attraverso il parallelismo della nave, che si rifugia nel porto per proteggersi dalle tempeste notturne, posto all'inizio delle due strofe, per dire che un tempo il raccoglimento interiore era fonte per lui di pace e serenità rispetto alle "tempeste" del giorno, mentre ora la solitudine gli causa ulteriore sofferenza per via dell'amore infelice per Laura, le cui mani «eburne» (d'avorio) e crudeli aiutano Amore a versare lacrime dalle «urne» (gli occhi di Petrarca). Il testo rovescia in modo paradossale l'ideale classico del sapiente come uomo solitario che rifugge il contatto col popolo a lui estraneo e trova serenità nel raccoglimento interiore e nell'otium letterario; adesso Petrarca ricerca al contrario proprio il "vulgo" che prima gli era
"nemico et odïoso" in quanto, mescolandosi tra la folla, può evitare di abbandonarsi ai suoi pensieri che gli parlano di Laura e lo fanno soffrire. L'autore ribalta quindi la situazione descritta altri testi come Rvf 35, Solo et pensoso , in cui egli ricercava appositamente luoghi remoti e solitari per evitare il contatto con le altre persone e non mostrare il suo dolore per Laura, mentre il tema del profanum vulgus è una evidente ripresa dell'ode di Orazio (III, 1) in cui il poeta latino esprime disprezzo per la folla del popolo e si proclama sacerdote delle Muse, intento a sciogliere un inno che celebra la novità del regime augusteo che non tutti sono in grado di comprendere.