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riassunto e spiegazione del professore dell'università bocconi nicola fabbri del capitolo 2 del volume: "macroeconomia una prospettiva europea" di olivier blanchard
Tipologia: Appunti
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A cura di Nicola Fabbri, Università Bocconi febbraio 2016 Questo capitolo del testo è chiamato un viaggio attraverso il libro per due semplici ragioni.
Sappiamo dal corso di microeconomia che ad ogni flusso di merci o input produttivi corrisponde un flusso contrario di denaro che ne definisce il valore e che in qualsiasi punto noi possiamo misurare questi flussi di denaro questi dovranno necessariamente essere uguali. Infatti, se tutte le merci prodotto sono vendute, la spesa sostenuta dalle famiglie corrisponde esattamente al ricavo delle imprese, le quali useranno questo ricavo per pagare i fattori della produzione, ovvero il lavoro (redditi da lavoro) e il capitale (redditi da capitale o profitti), al lordo delle imposte. Certo, è possibile che non tutto ciò che si produce venga venduto, ma adesso noi non ci poniamo questo problema: consideriamo l’analisi solo in termini contabili , ovvero il valore delle merci prodotte deve essere uguale al valore delle merci vendute e al reddito generato per pagare i fattori della produzione, a prescindere dal fatto che questo avvenga realmente o meno. Tale problema ce lo porremo nel capitolo 3. A questo punto siamo in grado di esaminare la prima definizione di PIL: PIL (1° definizione): il valore dei beni e servizi finali prodotti da una nazione in una data unità di tempo. Come potete vedere, la definizione è relativamente semplice, ma la sua applicazione per formulare una stima di questa grandezza è piuttosto complessa. Immaginate solo il fatto che molte imprese non producono e vendono merci finali (ovvero comprate dai consumatori) ma anche merci che altre imprese utilizzeranno per i propri processi produttivi oppure che vengono vendute alla pubblica amministrazione. Ancora è possibile che la produzione avvenga utilizzando beni prodotti negli anni precedenti oppure di provenienza estera, nel qual caso il prezzo che ne definisce il valore è espresso in valuta straniera. Questi sono solo alcuni dei problemi che troviamo quando dobbiamo effettuare la misurazione del PIL. Per risolvere questi problemi è stato necessario definire una in insieme ben preciso di regole e definizioni metodologiche chiamato Contabilità Nazionale , all’interno delle quali viene stabilito come si stima il PIL e secondo quali regole 1. Il termine “finali” indica che non sono beni che sono comprati da altre imprese per i loro processi produttivi, ma si tratta di beni che sono oggetto solo di consumo finale 2. Tuttavia quando le imprese registrano le vendite finali che fanno alle famiglie sorge un problema: che i prodotti venduti sono oggetto di un processo produttivo più o meno lungo dove molto spesso all’interno di questo processo vengono comprati dei beni da altre imprese. Questi beni utilizzati per la produzione sono detti “beni intermedi” e non devono essere ricompresi nel calcolo del PIL, altrimenti è come se venissero conteggiati due volte. Per capire meglio questo problema, proviamo a fare un esempio tratto dal file excel che trovate allegato. Ipotizziamo un’economia composta di due sole imprese, L’impresa A (nel settore della ristorazione) e l’impresa B (nel settore dell’agricoltura). Lo schema dei costi e dei ricavi dei due settori è riportato nella tabella successiva. Sarebbe logico concludere in prima istanza che i ricavi dei due settori sono delle vendite finali e che il PIL sarebbe quindi la semplice somma dei due ricavi. Questa convinzione può essere suffragata dal fatto che questi ricavi provengono dalla vendita di prodotti finiti, ovvero di beni che sono comprati normalmente dalle famiglie. Ma non è così. Infatti, osserviamo che l’impresa B vende beni prodotti per 40.000 euro, ma 30.000 euro di questi beni sono venduti all’impresa A. Sebbene ciò non sia evidenziato in modo palese, non ci sono altre possibilità: infatti l’economia è chiusa, ovvero non ci sono scambi con l’estero, e ci sono solo le due imprese: l’impresa Ada chi altri avrebbe potuto prendere le sue materie prime se non dall’impresa B? (^1) Le regole della Contabilità Nazionale sono definite in appositi manuali e per essere studiati in modo approfondito richiederebbero un corso a sé stante. Noi ci limiteremo ad esaminare solo alcuni aspetti di carattere generale, sufficienti a comprendere come è strutturata questa variabile e cosa dovreste approfondire se in futuro dovreste aver la necessità di analizzare il PIL con maggior dettaglio. In coda a questi appunti troverete un accenno sull’origine storica della Contabilità Nazionale e qualche riferimento al Conto delle Risorse e degli Impieghi, molto utile se volete analizzare i dati ISTAT per conto vostro o per qualsiasi lavoro di studio o di altro genere. In effetti questo genere di dati si usano moltissimo ed è bene averne un minimo di conoscenza, ad esempio se volete fare certi tipi di tesi. (^2) Dal punto di vista strettamente pratico, un bene finale è venduto a una famiglia tramite uno scontrino, mentre un bene intermedio è venduto tramite una fattura, che può essere fatta solo se l’acquirente ha partita IVA come persona fisica o, a maggior ragione, giuridica.
Nota: nell’esempio fatto in classe avevo riportato valori differenziati per i valori del lavoro e del capitale (in particolare per il settore turismo il valore era di 56.000 e il capitale era di 24.000) perché l’esempio teneva conto anche di una diversa distribuzione fiscale). Ma per evitare complicazioni ho preferito non considerare questo l’aspetto fiscale e quindi i valori risultano gli stessi per tutte e tre le accezioni di PIL, in modo da evitare confusioni. Quindi qui trovate i valori coerenti e senza questi elementi aggiuntivi di natura fiscale.
VALORE MATERIE PRIME PRODOTTE
VALORE AGGIUNTO CAPITALE
Le seconda cosa a cui fare attenzione è quella di non confondere il valore aggiunto con il profitto. Concettualmente il valore aggiunto è il valore che i beni prodotti hanno acquisito a partire dalle forniture “entrate” nell’azienda: quindi il lavoro aggiunge valore, come lo aggiunge il capitale. Nel calcolare il VA si procede nel seguente modo:
questi sono gli unici fattori della produzione che richiedono una ricompensa. Si può obbiettare che le materie prime o anche i prodotti finiti che vengono reinseriti nel ciclo produttivo di altre imprese debbano essere pagati come forniture. Dal punto di vista aziendale questo è certamente vero, ma dal punto di vista macroeconomico le forniture, siano esse materie prime grezze, prodotti semilavorati o prodotti finiti, sono state comunque oggetto di produzione del lavoro e del capitale di altre imprese. Se risaliamo a monte della filiera produttiva, vediamo che i fattori produttivi fondamentali, quelli da cui deriva tutta la produzione, sono il lavoro e il capitale. Indubbiamente questi fattori sono molto complessi e differenziati al loro interno, il capitale in modo particolare, ma al momento non ci interessano le loro differenziazioni interne. Questo implica che se consideriamo il PIL dal lato del reddito sono solo due le categorie di reddito che dobbiamo considerare: i redditi da lavoro e i redditi da capitale. A questo punto dobbiamo fare una precisazione importante. Partendo dai dati degli esempi precedenti, senza informazioni aggiuntive, non saremmo in grado di calcolare il PIL. Infatti, è facile trovare che i redditi da lavoro sono 69.000 (60.000 + 9.000 e, i profitti sono 41.000 (20.000 + 21.000). Ma la somma di questi elementi è di 110.000 e non 120.000. Perché? Perché la produzione di materie prime dal parte dell’impresa B non possiamo considerarla un semplice “costo”: può andare bene se utilizziamo le prima due definizioni, ma se applichiamo la terza non è sufficiente: devono essere differenziati o in redditi da lavoro o da capitale. Nell’esempio successivo ipotizziamo che siano redditi da capitale per semplicità come se fosse un profitto in “beni”, ma non è affatto detto che sia così. Senza questa specificazione aggiuntiva sarebbe impossibile calcolare il PIL secondo l’approccio al reddito, a meno di non arrivarci per deduzione partendo da una delle altre due definizioni. Ma avremmo sempre il problema di come ripartire questi 10.000 redditi da lavoro o da capitale o in imposte (se le scorporiamo come nel nostro esempio). Considerate che gli esercizi di questo tipo spesso vi mettono “trabocchetti” di questo genere, dove si può calcolare il PIL in due dei tre modi ma non nell’altro e dovete essere in grado di evidenziare perché non è possibile nel terzo modo. Allora, se riclassifichiamo il nostro “bilancio nazionale” secondo queste voci e sotto l’ipotesi appena fatta, il PIL che ne emerge ha lo stesso importo dei precedenti, ma ovviamente una differente composizione.
Anche in questo caso il nostro esempio appare come una semplice “riclassificazione” del bilancio nazionale, ma non è così nella realtà. Le fonti della stima del PIL nell’approccio secondo il reddito sono ancora differenti e sono le dichiarazioni dei redditi (in Italia in particolare l’IRPEF 3 ) che l’ISTAT riceve dall’Agenzia delle Entrate. Quindi, sebbene nel nostro esempio siamo partiti da uno stesso “bilancio nazionale” che abbiamo riclassificato nelle sue voci interne per ottenere le diverse definizioni di PIL nella realtà il PIL viene stimato da tre fonti differenti:
Pil Nominale e PIL reale. Pensiamo per un attimo al PIL secondo l’approccio della spesa (consumi finali): come facciamo a misurare il valore dei beni e servizi acquistati? Semplicemente perché ad ogni bene viene assegnato il prezzo e il valore delle merci vendute, ovvero il Ricavo Totale per le imprese è RT=P*Q. Questo pone però un problema quando vogliamo confrontare il PIL di diversi anni. Generalmente il PIL cresce di anno in anno, salvo i periodi di recessione, ma questo non vuol dire che cresca necessariamente la quantità: è possibile che crescano solo i prezzi. O, più probabilmente entrambi. Per capire la portata dell’effetto dei prezzi, osserviamo la seguente tabella. Confronto tra PIL 1970 e PIL 2007
Da questa tabella emerge che nell’arco di 37 anni il PIL italiano è cresciuto di circa 44 volte (1.535.541/35.267=43,5). Ma per quanto la nostra economia possa essere cresciuta, è irragionevole pensare che in soli 37 anni si produca oltre 40 volte quello che si produceva 37 anni fa e ovviamente questo è accaduto perché assieme alle quantità sono cresciuti anche i prezzi. In realtà sono cresciuti molto più i prezzi delle quantità. In alcuni casi può essere utile considerare il PIL senza distinguere se al proprio interno siano variati di più i prezzi o le quantità ma spesso è importante sapere di quanto è variata la quantità prodotta, al netto della crescita dei prezzi. Come facciamo a misurare il PIL depurandolo dalla variazione dei prezzi? La metodologia più comune che si usa in questi casi è quella di fissare i prezzi di un anno stabilito, detto anno base, e poi misurare il PIL degli anni successivi e precedenti moltiplicando le quantità per i prezzi dell’anno base. In questo modo i prezzi rimangono sempre gli stessi e misuriamo solo la variazione delle quantità. Possiamo allora fornire le seguenti definizioni: PIL nominale : PIL misurato utilizzando i prezzi dello stesso anno (è anche detto PIL a valori o prezzi correnti ); si indica con il termine €Y ; PIL reale : PIL misurato utilizzando i prezzi di un anno base (è anche detto PIL a prezzi costanti , PIL aggiustato per l’inflazione, PIL in termini di Beni e altre modalità; nelle classificazioni ISTAT è detto PIL a valori concatenati , poi vedremo perché); si indica con il termine Y. Proviamo adesso a vedere come è cambiata l’economia italiana negli ultimi 37 anni considerano i valori reali. Normalmente si prende come anno base il 2000. Nel 1970 il PIL reale, ovvero misurato ai prezzi del 2000 era di 624.309 miliardi di euro. Nel 2007 era cresciuto fino a 1.630.693 miliardi di euro. Facendo il rapporto osserviamo che il PIL è cresciuto di circa 2,7 volte, valore abbastanza alto, ma è una cifra ben diversa dalle 44 volte che abbiamo visto se ragionassimo in termini nominali. Esiste un modo per passare immediatamente dal PIL nominale a quello reale e viceversa. Si, si ricorre ad un indice che si chiama deflatore del PIL e si indica nel seguente modo: P (^) t= €Yt/Yt , dove t indica l’anno di riferimento (spesso eviteremo di mettere l’indice temporale) Questo indice mette in relazione i valori nominali e quelli reali e ci dice di quanto è maggiore (o minore) il valore nominare rispetto a quello reale: ovviamente nell’anno base il rapporto tra i due valori è pari a 1. Ad esempio, se l’anno base è il 2000 e considerando che i prezzi tendono in generale a crescere e non a decrescere, è logico aspettarsi che P abbia un valore maggiore di 1 negli anni successivi al 2000,
perché il numeratore cresce più velocemente del denominatore; infatti nel PIL nominale crescono sia le quantità che i prezzi mentre in quello reale solo le quantità; invece per gli anni antecedenti al 2000 il valore sarà minore di 1. Possiamo passare dal PIL nominale a quello reale nel seguente modo: Y=€Y/P e €Y=P*Y. Questo metodo di stima del PIL reale è ancora oggi molto usato, ma nei Paesi più sviluppati oggi si utilizza un altro metodo detto PIL a valori concatenati. Perché il metodo semplice dell’anno base si è rivelato poco soddisfacente? Perché le economie stanno cambiando con una velocità estrema e questo rende difficile confrontare i beni tra loro anche solo con pochi anni di differenza. Pensate solo al fatto che nel 2000, oggi anno di riferimento per molte nazioni sul PIL, non c’erano beni come gli IPad, o l’IPhone o ancora i tablet. E per contro, negli ultimi anni molti beni che si usavano negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso sono scomparsi. Quindi, se utilizziamo come anno base il 2000 si pone il problema di come valutare i nuovi beni e se invece variamo troppo spesso l’anno base ci si troverebbe continuamente a confrontare anni diversi e valori differenti, con conseguente grande confusione. Per questa ragione si è costruito il metodo degli indici a catena , che utilizza sempre un anno base (per noi e tutte le economie sviluppate è sempre il 2000), ma con una metodologia di stima diversa è più complessa, che è ben spiegata nell’appendice al capitolo 2 del Blanchard. In ogni caso sappiate che quando trovate sui dati ISTAT il PIL a valori concatenati, si tratta del PIL reale. Le altre variabili macroeconomiche fondamentali Abbiamo dedicato ampio spazio al PIL perché sarà la variabile di gran lunga più utilizzata durante il Corso. Ma dobbiamo considerare anche le altre due variabili, ovvero il tasso di inflazione e il tasso di disoccupazione. Tasso di inflazione Con il termine inflazione normalmente si intende il livello generale dei prezzi dei beni e dei servizi di una nazione. Il tasso di inflazione è invece come varia l’inflazione nel tempo. Spesso però i due termini sono usati come sinonimi e nel linguaggio comune quando si parla di inflazione si vuole indicare una crescita elevata dei prezzi nel tempo. Tuttavia nella terminologia che useremo durante il Corso, differenzieremo l’inflazione come livello dei prezzi dal tasso di inflazione. Il tasso di inflazione è quasi sempre crescente. Ma è possibile che in alcuni casi, specialmente in forti recessioni, vi sia anche un calo del livello dei prezzi e in questo caso si parla di deflazione. Come si misura l’inflazione? Vi sono due indicatori: il deflatore del PIL l’indice dei prezzi al consumo (IPC); a livello europeo si utilizza l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IAPC). Che differenza c’è tra il deflatore del PIl e l’IPC? Sono entrambi numeri indice, dove si confrontano i prezzi di un determinato anno con i prezzi di un anno base, ma la differenza è che il deflatore del PIL considera che beni di partenza tutti i beni prodotti in una nazione in certo periodo di tempo, mentre l’IPC considera solo un paniere specifico di beni, quelli che sono più vicini ai consumi della famiglie. In pratica i due indici hanno un andamento molto simile, si distanziano solo in alcuni anni quando vi sono aumenti molto forti delle materie prime, ad esempio del costo del petrolio. Infatti, se aumenta molto il petrolio, come nel 2008, il suo effetto si ha su tutta l’economia perché molti beni dipendono dal petrolio con fattore produttivo diretto o indiretto. Ma il deflatore ne risente in po’ meno perché distribuisce questo incremento su tutti i beni prodotti in Italia in un anno, dove molti di essi dipendono poco o nulla dal costo del petrolio mentre l’IPC ne risente di più poiché quasi tutti i prodotti di largo consumo sono assai più dipendenti dal petrolio, anche solo per i costi di trasporto nei punti di distribuzione.
sociali più seri nelle nazioni sviluppate. Paradossalmente è possibile che il tasso di disoccupazione si riduca non perché i disoccupati abbiano trovato un lavoro, ma perché hanno smesso di cercarlo di quindi sono diventati lavoratori scoraggiati. In realtà questo accade raramente, come vedremo, perché in tempi di crisi è più facile che cresca sia la disoccupazione che il numero dei lavoratori scoraggiati. In ogni caso si tratta di un fenomeno di notevole importanza che non può essere trascurato. Per cogliere questo fenomeno, si misura anche un‘altra grandezza, che è il tasso di partecipazione al lavoro della popolazione attiva: tasso di partecipazione : rapporto tra la forza lavoro e la popolazione in età lavorativa. E’ abbastanza intuito comprendere che se aumentano i lavoratori scoraggiati la forza lavoro diminuisce perché si riducono le persone che cercano un lavoro (in particolare quelli che appartengono a U, ovvero i disoccupati) e, poiché la popolazione in età lavorativa permane abbastanza costante nel tempo (varia con una certa lentezza), anche il tasso di partecipazione dovrà diminuire e questo consente di cogliere la dimensione dei lavoratori scoraggiati. Ovviamente ci sono molte cose da dire disoccupazione, ma avremo modo di approfondire questo tema nei capitoli 7, 8 e 9. Orizzonti temporali Abbiamo già accennato nella prima lezione all’importanza degli orizzonti temporali in macroeconomia. Proviamo adesso a discuterli per un momento facendo riferimento alle tre variabili fondamentali. Quando affronteremo il breve, medio e lungo periodo, faremo sempre riferimento contemporaneamente a queste tre variabili? Ovviamente esse sono sempre presenti in certa misura nei modelli che studieremo, ma il loro peso sarà molto differente a seconda dell’orizzonte temporale di riferimento. Nel breve periodo (un arco di tempo da uno a 5 anni) spiegheremo il comportamento del sistema economico mediante il modello IS‐LM, dove gioca un ruolo fondamentale la domanda. Di conseguenza utilizzeremo come variabile fondamentale il PIL nell’approccio al reddito e alla spesa (beni finali). L’inflazione sarà considerata come variabile quando tratteremo la politica monetaria ma sarà una variabile “statica” ovvero della quale non considereremo le variazioni nel breve periodo. La disoccupazione invece la trascureremo del tutto nel breve periodo. Perché? Perché tanto l’’inflazione quanto la disoccupazione sono variabili in generale più “lente” rispetto al PIL e richiedono qualche anno per manifestare variazioni significative. Quindi queste due variabili, assieme al PIL (questa volta nell’approccio sia dal lato della domanda che da quello dell’offerta) entreranno in gioco in modo molto più rilevante nel medio periodo, quando costruiremo il modello AD‐AS, che è una estensione del modello IS‐LM. Vedremo che gli interventi sulle problematiche occupazionali e sull’inflazione richiedono di norma tempi lunghi (alcuni anni) tipici del Medio Periodo (che va dai 5 ai 10 anni e anche oltre). Queste variabili entrano in gioco tutte e tre (PIL, disoccupazione e inflazione) anche nel Lungo Periodo (dai 10 ai 50 anni e più) ma con una prospettiva differente: ci porremo la domanda come è possibile migliorare strutturalmente queste variabili, ad esempio la qualità del lavoro, la produttività del lavoro e del capitale, l’accumulazione del capitale stesso. Si tratta di fattori che dipendono sempre dalle tre variabili fondamentali ma alle quali si aggiungono altri elementi, come il livello di istruzione e di specializzazione di chi lavora, il risparmio e gli investimenti di lungo periodo e il progresso tecnologico. I capitoli dal 3 al 13 sono tutti dedicati al Breve, Medio e Lungo Periodo e abbiamo anche già anticipato che i capitoli dal 14 al 17 sono dedicati ad approfondimenti sulle aspettative. Il capitolo 18 e il 19 sono dedicati all’economia aperta, ma questa viene già introdotta nel capitolo 6 e questa è la ragione per cui il capitolo 6 verrà fatto successivamente. Inoltre ci concentreremo solo sul capitolo 18 e non faremo il 19 in quanto il diciottesimo capitolo è più che sufficiente per comprendere le condizioni di economia aperta (che implica anche il mercato delle valute) tipiche della UE e degli USA. I capitoli successivi sono dedicati alle patologie del sistema economico, ovvero le grandi crisi, i casi di elevato debito pubblico e le situazioni di iperinflazione. E infine c’è un ampio spazio dedicato all’integrazione europea e all’Euro.