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Capitolo 6 del libro Atkinson- La coscienza
Tipologia: Appunti
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Capita a tutti di poter affermare di aver perso parti di conversazione perché la mente comincia a “divagare” (succede all’80% degli individui). Esperienze del genere possono riferirsi ai cosiddetti “ stati alterati di coscienza ” con cui si intende un cambiamento del modello ordinario di funzionamento mentale in uno stato che appare diverso alla persona che lo sta sperimentando. Alcuni stati di coscienza, come il sonno e i sogni sono sperimentati da tutti, altri dipendono da circostanze particolari, come la meditazione, l’ipnosi o l’assunzione di sostanze psicoattive.
Gli stati di coscienza sono personali e, perciò, soggettivi.
Per coscienza si intende la normale consapevolezza da parte dell’individuo degli stimoli interni ed esterni- cioè degli eventi nell’ambiente e delle sensazioni corporee, dei ricordi e dei pensieri.
In breve, la coscienza comprende:
I nostri sistemi sensoriali ci consentono di essere coscienti di cosa accade nelle immediate vicinanze e all’interno del nostro corpo. Tuttavia, se prestassimo attenzione a tutti gli stimoli che arrivano ai nostri sensi, saremmo sopraffatti da troppe informazione. La nostra coscienza si concentra perciò su alcuni stimoli e ne ignora altri.
Spesso ciò che attira la nostra attenzione è il cambiamento. Mentre stiamo leggendo un libro, ad esempio, è probabile che non ci accorgiamo di numerosi stimoli sottofondo. Ma se ci fosse un cambiamento- se la luce si abbassasse, sentissimo odore di fumo- ci accorgeremo subito di tale stimoli. La nostra attenzione dà anche maggiore priorità ad eventi o condizioni che sono importanti per la nostra sopravvivenza. Se sentiamo un dolore improvviso, finché non facciamo qualcosa per far passare il dolore tutti gli altri pensieri passano in secondo piano nella nostra coscienza.
La coscienza non solo monitora il nostro comportamento attuale, ma gioca anche un ruolo importante nel dirigere e controllare tale comportamento, pianificando, iniziando e guidando le nostre azioni per gli eventi della vita.
Non tutte le nostre azioni però sono guidate da decisioni coscienti né le soluzioni di ogni problema sono attuate a livelli consci. Uno dei principi della psicologia moderna è che gli eventi mentali coinvolgono sia processi consci che inconsci, e molte decisioni e azioni si realizzano del tutto al di fuori della consapevolezza.
Un battitore che colpisce una palla lo fa in circa 80 millesimi di secondo, un tempo troppo breve perché sia cosciente della sequenza di comportamenti necessari per colpire la palla.
Non possiamo focalizzare l’attenzione su tutto ciò che sta succedendo intorno a noi, in un dato momento, né esaminare il nostro bagaglio di coscienza e ricordi di eventi passati. In ogni particolare istante possiamo concentrare l’attenzione solo su pochi stimoli.
Nonostante ciò, gli oggetti e gli eventi che non sono al centro dell’attenzione possono comunque esercitare alcuni influssi sulla coscienza. Un esempio di attenzione periferica (monitoraggio inconscio) succede mentre siamo in fila. Mentre stiamo parlando con un amico, ignoriamo le altre voci e il frastuono generale, quando il suono del nostro nome in un’altra conversazione attira la nostra attenzione. Non eravamo consciamente attenti all’altra conversazione finché un segnale speciale ha attirato la nostra attenzione su di essa.
Un considerevole numero di ricerche indica che registriamo e valutiamo stimoli che non percepiamo consciamente. Si ritiene che questi stimoli ci influenzino in modo subconscio, oppure che operino a un livello inconscio di consapevolezza.
I ricordi accessibili alla coscienza sono detti ricordi preconsci. Essi includono ricordi specifici di eventi personali, nonché informazioni accumulate durante la vita come la conoscenza del significato delle parole, la disposizione delle strade in una città e la conoscenza di abilità apprese.
Queste procedure, una volta apprese, si compiono generalmente al di fuori della nostra consapevolezza, ma se la nostra attenzione viene richiamata su di esse, siamo capaci di descrivere i passaggi necessari per svolgerle.
Inconscio
Una delle prime teorie sulla coscienza è quella psicoanalitica di Sigmund Freud. Freud e i suoi seguici ritenevano che esistesse una porzione della mente, l’inconscio, che contiene alcuni ricordi, impulsi e desideri non accessibili alla coscienza.
Secondo Freud, alcuni ricordi e desideri emotivamente dolorosi sono rimossi e continuano a influenzare le nostre azioni anche se noi non ne siamo consapevoli. I pensieri e gli impulsi rimosso non possono entrare nella nostra coscienza, ma hanno effetti su di noi in modi indiretti o dissimulati.
Il termine lapsus freudiano è comunemente usato per riferirsi ad espressioni non intenzionali che si ritiene rivelino impulsi nascosti.
La maggior parte degli psicologi includono nell’inconscio un gran numero di processi mentali dei quali dipendiamo costantemente nella vita di ogni giorno ma ai quali non abbiamo accesso cosciente.
Per esempio, nella percezione, l’osservatore può essere consapevole della presenza di due oggetti nell’ambiente ma non avere la consapevolezza delle elaborazioni mentali che ha fatto quasi istantaneamente per capire che uno è vicino e grande dell’altro.
Automatismo e dissociazione
Un’importante funzione della coscienza è il controllo delle nostre azioni. Tuttavia alcune attività sono praticate così spesso che divengono abituali o automatiche. Imparare a guidare una macchina, richiede, all’inizio un’intensa concentrazione per riuscire a coordinare diversi movimenti. Tuttavia, una volta che questi movimenti diventano automatici, possiamo sostenere una conversazione o ammirare il paesaggio senza essere coscienti di guidare.
Questa forma di abituazione a fornire risposte che inizialmente richiedono l’attenzione conscia è detta automatismo. Abilità come guidare un’automobile o andare in bicicletta dopo essere state apprese non richiedono più la nostra attenzione, divengono automatiche, consentendo a una coscienza poco impegnata di occuparsi di altre cose.
Quanto più un’azione diviene automatica, tanto meno richiede il controllo cosciente.
Lo psichiatra francese Pierre Janet formulò per primo il concetto di dissociazione , secondo cui, in particolari condizioni, alcuni pensieri ed azioni sono divisi, o dissociati, dal resto della coscienza e funzionano al di fuori della consapevolezza.
Il sonno, sebbene sia uno stato opposto alla coscienza, ha alcune somiglianze con essa. Il fenomeno del sogno indica che continuiamo a pensare anche mentre dormiamo, anche se il pensiero onirico differisce in
Tali impulsi sono:
I processi opposti interagiscono per produrre il nostro ciclo giornaliero di sonno e veglia.
Disturbi del sonno.
Alcune persone hanno notevoli difficoltà a dormire bene anche quando cercano di dormire abbastanza. Quando i problemi del sonno partono da un deterioramento cronico delle attività giornaliere, alla persona in questione può essere diagnosticato un disturbo del sonno.
Il termine insonnia si riferisce alla difficoltà cronica di addormentarsi o continuare a dormire. Di fatti, la percezione da parte del soggetto è quella di un sonno non soddisfacente o in termini di durata o in termini di qualità.
Esso è caratterizzato da:
Tra le ipersonnie di origine centrale abbiamo la narcolessia. Per narcolessia si intende una sorta di intrusione del sonno REM durante la veglia. Ciò che si verifica di fatti nella narcolessia è ciò che avviene nella fase REM: i muscoli son completamente rilassati e le allucinazioni corrispondono ai sogni.
Vi sono anche i disturbi respiratori del sonno come l’apnea. Durante la notte l’individuo cessa di respirare mentre dorme, vi è una chiusura delle vie aree superiori della durata di 10 minuti che si ripropongono durante la notte.
Il soggetto non se ne rende conto ma il suo sonno non è ristoratore perché non raggiunge i livelli di profondità adeguato in quanto ogni volta che il paziente fa un’apnea si sveglia il cervello creando un alleggerimento del sonno.
Sogni.
Il sogno è uno stato di coscienza alterato durante il quale si costruiscono storie vivide sulla base di ricordi e preoccupazioni attuali, oppure su immagini e fantasie. A meno che non si sperimenti un periodo di risveglio privo di distrazioni, subito dopo aver sognato, il ricordo del sogno con si consolida- cioè il sogno non riesce ad essere immagazzinato nella memoria. Nonostante ciò, se al risveglio ci concentriamo e facciamo uno sforo per ricordare ciò che stavamo sognando, in un momento successivo riusciremo a ricordarne almeno una parte. Altrimenti, il sogno è effimero e svanisce rapidamente. Possiamo sapere che abbiamo sognato, ma saremo incapaci di ricordarne il contenuto.
Certe persone fanno sogni lucidi, nei quali gli eventi sembrano così normali che si ha la sensazione di essere svegli e coscienti. Ci sono poi gli incubi, ovvero sogni il cui contenuto ci turba. È del tutto normale che, di tanto in tanto ci capiti di fare un incubo e infatti circa l’85% delle persone di averne avuto almeno un nell’ultimo mese.
Teorie sui sogni.
Una delle prime teorie sulla funzione del sogno è stata formulata da Sigmund Freud. Nel suo scritto “L’interpretazione dei sogni”, Freud sostenne che i sogni fossero un tentativo camuffato di soddisfare i desideri. In altre parole, il sogno riguarda i desideri, i bisogni o le idee che l’individuo ritiene inaccettabili e che, per questo motivo, sono stati rimossi nell’inconscio. Questi desideri e idee rappresentano il contenuto latente del sogno. Secondo Freud, la trasformazione del contenuto latente in contenuto manifesto è realizzata dal “lavoro onirico” la cui funzione consiste nel codificare e camuffare il materiale inconscio, in modo che possa raggiungere la coscienza.
In effetti, Freud riteneva che la censura protegge il dormiente permettendogli di esprimere gli impulsi rimossi in modo simbolico ed evitando sensi di colpa e l’ansia che proverebbero se tali contenuti dovessero apparire apertamente alla coscienza.
Dai tempi di Freud, sono state avanzate varie teorie per spiegare il ruolo del sonno e dei sogni. Per esempio, Evans ha considerato il sonno, il modo particolare quello REM, come un periodo in cui il cervello si sgancia dal mondo esterno e utilizza questo tempo di “libertà” per vagliare accuratamente le informazioni acquisite durante il giorno, per poi incorporarle nella memoria.
Meditazione.
La meditazione si riferisce al raggiungimento di uno stato alterato di coscienza eseguendo alcuni rituali ed esercizi, come il controllo e la regolazione del respiro, la netta restrizione del campo di attenzione, l’eliminazione degli stimoli esterni e la costruzione di immagine mentali di un evento o di un simbolo.
Il risultato è uno stato definibile come mistico in cui l’individuo è estremamente rilassato e si sente completamente distaccato dal mondo esterno.
Ipnosi.
Durante l’ipnosi un individuo consenziente e cooperante trasferisce una parte del controllo del suo comportamento all’ipnotizzatore e accetta qualche distorsione della realtà.
I cambiamenti tipici dello stato di ipnosi sono:
Le suggestioni ipnotiche possono causare diversi comportamenti ed esperienze: il controllo motorio di una persona può essere influenzato, si possono cancellare nuovi ricordi o rievocare memorie antiche e le normali percezioni possono essere radicalmente alterate.
Molte persone ipnotizzate rispondono alla suggestione diretta con movimenti involontari ma questa suggestione diretta può anche inibire allo stesso tempo il movimento.
Le droghe illecite sono sostanze stupefacenti che hanno significativi effetti psicologici e che, in molte nazioni, o sono proibite o il loro utilizzo è limitato dalla legge. Tra queste droghe illegali vi sono gli oppiacei come l’eroina, gli stimolanti come la cocaina, gli allucinogeni e la cannabis.
Cannabis
La cannabis è una sostanza psicoattiva che induce innalzamento del tono dell’umore, alterazioni cognitive e motorie e, talvolta, allucinazioni. Le foglie e i fiori secchi della cannabis servono a produrre marijuana mentre la resina solidificata della pianta è chiamata hashish.
Il principio attivo di entrambe le sostanze è il THC. Preso per via orale e in piccole dosi, il TCH provoca leggera euforia, dosi maggiori producono reazioni grave che durano a lungo e somigliano a quelle indotte dagli allucinogeni.
Come con l’alcol, la reazione spesso ha due stadi: un periodo di stimolazione ed euforia, seguito da un periodo di tranquillità e sonno.
Quando si fuma la marijuana, il THC è rapidamente assorbito dalla ricca vascolarizzazione polmonare. Il sangue dai polmoni va direttamente al cuore e quindi al cervello, istaurando l’effetto entro pochi minuti. Tuttavia, THC si accumula anche in altri organi, come il fegato, i reni, la milza e i testicoli.
Una volta nel cervello, il THC si lega ai recettori cannabinoidi, che risultano particolarmente numerosi a livello ippocampale. Dal momento che l’ippocampo è coinvolto nella formazione di nuove memorie, non è sorprendente che l’uso di marijuana inibisca l’apprendimento.
La marijuana oltre ad avere effetti con l’esecuzione di compiti complessi ha due chiari effetti sulla memoria: in primo luogo rende la memoria a breve termine più suscettibile alle interferenze. Per esempio, le persone possono perdere il filo del discorso o dimenticare quello che stanno dicendo a metà di una frase.
In secondo luogo, la marijuana compromette l’apprendimento, interferendo con il trasferimento delle nuove informazioni dalla memoria a breve termine a quella a lungo termine.
Oppiacei
L’oppio e i suoi derivati sono sostanze che diminuiscono la sensibilità fisica e la capacità di rispondere agli stimoli, deprimendo il sistema nervoso centrale.
Gli oppiacei si usano in medicina per le proprietà analgesiche, ma la loro capacità di influire sull’umore e ridurre l’ansia ha portato a un diffuso consumo illegale.
La morfina e il suo derivato, l’eroina, sono molto più potenti. La maggior parte dell’uso illegale di oppiacei riguarda l’eroina perché, essendo più concentrata, può essere occultata e smerciata clandestinamente con più facilità rispetto alla morfina.
Tutti gli oppiacei si legano alle stesse molecole cerebrali note come recettori oppioidi. La differenza tra queste sostanze dipende da quanto velocemente raggiungono i recettori e quanto tempo impiegano ad attivarli: in altre parole dalla loro potenza.
La velocità d’ingresso degli oppiacei nel nostro organismo dipende dalla modalità di assunzione. Se fumati o inalati, raggiungono livelli di picco nel cervello in pochi minuti. Più veloce è questo processo, maggiore è il pericolo di morte per overdose. Le sostanze “sniffate” sono assorbite più lentamente, perché devono passare attraverso le membrane mucose del naso per poi raggiungere i sottostanti vasi sanguigni.
L’eroina è un oppiaceo che può essere iniettato, fumato o inalato. All’inizio la droga produce un senso di benessere. In seguito, il consumatore si sente gratificato, senza alcuna consapevolezza di fame, dolore o bisogni sessuali. A differenza degli alcolisti, i consumatori di eroina possono prontamente offrire risposte di buon livello ai test di agilità e intelligenza e raramente diventano aggressivi o minacciosi.
È il cambiamento di umore che spinge la persona e iniziare l’utilizzo di questa droga.
Negli anni 70’, i ricercatori hanno fatto un importante passo avanti nella comprensione dell’assuefazione agli oppiacei, con la scoperta che queste sostanze agiscono in siti recettoriali cerebrali molto specifici.
I neurotrasmettitori si diffondono attraverso la fessura sinaptica di due neuroni e si legano ai neurorecettori, innescando la risposta del neurone ricevente.
La forma molecolare degli oppiacei somiglia a quella di un gruppo di neurotrasmettitori chiamati endorfine. Le endorfine si legano ai recettori oppioidi, producendo sensazioni piacevoli e riducendo il disagio. L’eroina e la morfina mitigano il dolore legandosi ai recettori oppioidi disponibili. L’uso ripetuto di eroina provoca un calo di produzione delle endorfine; il corpo allora necessita di più eroina per riempire i recettori oppioidi rimasti vuoti, al fine di ridurre il dolore. L’individuo sperimenta penosi sintomi di astinenza quando si interrompe l’uso di eroina, perché molti recettori oppioidi rimangono vuoti.
I risultati di queste ricerche hanno portato allo sviluppo di farmaci che agiscono modulando i recettori oppioidi. Si tratta generalmente di due classi di farmaci:
Il metadone è il conosciuto farmaco agonista per il trattamento delle persone dipendenti da eroina.
Il naltrexone, un farmaco antagonista, blocca l’azione dell’eroina perché ha maggiore affinità con i recettori oppioidi dell’eroina stessa.
All’opposto dei sedativi e oppiacei, gli stimolanti sono sostanze che aumentano l’eccitazione generale e lo stato di allerta. La loro azione consiste nell’incrementare la quantità di neurotrasmettitori monoaminici.
Le anfetamine sono potenti stimolanti, gli effetti immediati dall’uso di queste sostanze sono l’aumento della vigilanza e la riduzione del senso di fatica e di noia. Come per altre sostanze psicoattive, la capacità delle anfetamine di modificare l’umore e aumentare la fiducia in sé stessi è a ragione principale del loro consumo. Le persone le usano anche per stare sveglie.
Tuttavia, quando gli effetti stimolanti delle anfetamine cessano, c’è un periodo durante il quale il consumatore si sente depresso, irritabile e affaticato e questo può indurlo ad assumere una nuova dose.
La tolleranza si sviluppa in retta e il consumatore ha bisogno sempre di più di nuovi dosi sempre maggiori per ottenere il risultato desiderato.
L’uso prolungato di questa sostanza è accompagnato da un grave deterioramento della salute fisica e mentale. Il consumatore abituale può sviluppare sintomi indistinguibili da quelli della schizofrenia acuta inclusi deliri persecutori e allucinazioni visive e uditive.
Come altri stimolanti la cocaina- ottenuta dalle foglie secche della pianta di coca- aumenta l’energia e la fiducia in sé stesi; fa sentire il consumatore pieno d’ingegno e sempre al massimo dell’energia.
La cocaina può essere inalata o messa in soluzione e iniettata direttamente in vena. Può essere anche trasformata in un composto combustibile conosciuto come crack e fumata. Uno dei primi studi sugli effetti della cocaina è stato eseguito da Freud. In un resoconto sul suo personale uso di cocaina, egli era all’inizio molto favorevole alla droga e ne incoraggiava il consumo. Freud tuttavia, ritirò prontamente il suo appoggio senza riserve, dopo aver trattato un suo amico con la cocaina con risultati disastrosi.
Con l’uso ripetuto si sviluppa tolleranza e i sintomi di astinenza, benché non così drammatici come quelli associati agli oppiacei, sono comunque significativi. I consumatori di cocaina sviluppano forti allucinazioni, talmente forti che la persona può arrivare a servirsi di un coltello per estirpare gli insetti a causa della sensazione di insetti che strisciano sotto la pelle- i cosiddetti “insetti della coca” -.