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"Cavalieri e Cittadini", Prove d'esame di Storia Medievale

riassunto dettagliato del testo

Tipologia: Prove d'esame

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RIASSUNTO CAVALIERI E CITTADINI, VIGUEUR
CAPITOLO I
Le moltiplicazioni delle operazioni militari in età feudale furono la conseguenza della varie
frammentazioni dei poteri (solitamente si collocano nel periodo in cui i comuni entrano in
contrasto per il controllo delle zone marginali, come il contado). La bella stagione risveglia
l'ardore bellico dei combattenti, i milites. Un notaio piacentino noto come Codagnello nella sua
cronaca descrive anno dopo anno il susseguirsi delle attività militari del comune di Piacenza.
Egli è un maniaco delle date e non vi è dubbio che la guerra sia una pratica stagionale, che
inizia ad aprile/maggio e finisce ad ottobre/novembre (sei mesi di attività); Codagnello compila
inoltre la lista dei danni causati dagli aggressori in questo periodo (attaccando case isolate o
ville indifese, evitando villaggi fortificati). Il notaio scrive che uno stesso comune interpreti più
volte nel corso di un anno il ruolo di aggressore o di aggredito. I conflitti si svolgono in spazi
ben circoscritti, e strutturato da alleanze e reti conflittuali (esempio Cremona e Parma contro
Piacenza), senza però motivare la causa dei conflitti: spesso vi è la volontà di controllare le
zone confinanti. L'espansionismo comunale può estendersi ben oltre i limiti del contado.
CAPITOLO II
1 Battaglie e Cavalcate
L'esercito comunale non era composto solo da milites, ma anche da fanti: peraltro non è raro
trovarli associati anche alle varie spedizioni militari dei milites (speditiones o cavalcate). Il
ruolo della fanteria era esclusivamente difensivo durante le grandi battaglie del '200. Si
differenziano quindi due tipologie di guerre: l' exercitus (che mette in moto le intere forze
militari del comune) e le speditiones o cavalcate (guerre di grandezza limitata, a cui aderivano
una parte dei milites e, in caso di necessità, corpi di fanteria). La ragione per la quale i milites si
spingessero all'azione era l'attrazione del saccheggio per arricchirsi e mantenere il
rango( saccheggio di uomini, cavalli, bestiame, oggetti di valore e non, armi). Un' altra
importante differenza: l'exercitus aveva una procedura che escludeva ogni tipo di
improvvisazione, si suppone quindi che il conflitto potesse mettere in gioco molti interessi del
comune; le spedizioni potevano essere decise in qualsiasi momento. Un esempio di battaglie
con exercitus: Perugia conseguì molte vittorie in campo aperto contro Assisi, Gubbio (che ne
ostacolavano l'espansione) grazie ad un esercito superiore numericamente rispetto a quello dei
nemici. Le battaglie campali però avevano una durata di ¾ settimane, difficilmente veniva
convocato l'exercitus se non per i grandi conflitti. In definitiva le guerre erano appannaggio dei
milites. La tregua invernale sarà trasgredita nel corso del '200 quando i conflitti oppongono non
più due militie ma organismi comunali decisi a imporre la supremazia sull'avversario. I racconti
di battaglie danno l'idea di zuffe confuse dall'esito incerto, destinate spesso a concludersi in
parità.
2 Le due mammelle della guerra: i riscatti
L'interesse del comune era di trattenere più tempo possibile i prigionieri di guerra, così da
trarne il maggior vantaggio possibile durante la trattativa del riscatto. Quando i prigionieri sono
catturati durante l'exercitus, appartengono all'intera comunità; nelle spedizioni, il nemico
catturato appartiene esclusivamente al cavaliere, così da ottenere un grande bottino. La
letteratura agiografica ci narra casi di prigionieri liberati dal miracolo di un santo. Il reddito di
un milites si misura non dal numero di uccisioni ma dal numero di catture (difficilmente si
verificano delitti). Metodi di combattimento: i cavalieri disposti in una o più file che cavalcano
in ordine compatto; quando si verifica un disarcionamento, i cavalieri devono combattere a
piedi nella successiva mischia, dando luogo ad una serie di duelli che si concludono con la
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RIASSUNTO CAVALIERI E CITTADINI, VIGUEUR

CAPITOLO I

Le moltiplicazioni delle operazioni militari in età feudale furono la conseguenza della varie frammentazioni dei poteri (solitamente si collocano nel periodo in cui i comuni entrano in contrasto per il controllo delle zone marginali, come il contado). La bella stagione risveglia l'ardore bellico dei combattenti, i milites. Un notaio piacentino noto come Codagnello nella sua cronaca descrive anno dopo anno il susseguirsi delle attività militari del comune di Piacenza. Egli è un maniaco delle date e non vi è dubbio che la guerra sia una pratica stagionale, che inizia ad aprile/maggio e finisce ad ottobre/novembre (sei mesi di attività); Codagnello compila inoltre la lista dei danni causati dagli aggressori in questo periodo (attaccando case isolate o ville indifese, evitando villaggi fortificati). Il notaio scrive che uno stesso comune interpreti più volte nel corso di un anno il ruolo di aggressore o di aggredito. I conflitti si svolgono in spazi ben circoscritti, e strutturato da alleanze e reti conflittuali (esempio Cremona e Parma contro Piacenza), senza però motivare la causa dei conflitti: spesso vi è la volontà di controllare le zone confinanti. L'espansionismo comunale può estendersi ben oltre i limiti del contado. CAPITOLO II 1 Battaglie e Cavalcate L'esercito comunale non era composto solo da milites, ma anche da fanti: peraltro non è raro trovarli associati anche alle varie spedizioni militari dei milites ( speditiones o cavalcate ). Il ruolo della fanteria era esclusivamente difensivo durante le grandi battaglie del '200. Si differenziano quindi due tipologie di guerre: l' exercitus (che mette in moto le intere forze militari del comune) e le speditiones o cavalcate (guerre di grandezza limitata, a cui aderivano una parte dei milites e, in caso di necessità, corpi di fanteria). La ragione per la quale i milites si spingessero all'azione era l'attrazione del saccheggio per arricchirsi e mantenere il rango( saccheggio di uomini, cavalli, bestiame, oggetti di valore e non, armi). Un' altra importante differenza: l' exercitus aveva una procedura che escludeva ogni tipo di improvvisazione, si suppone quindi che il conflitto potesse mettere in gioco molti interessi del comune; le spedizioni potevano essere decise in qualsiasi momento. Un esempio di battaglie con exercitus : Perugia conseguì molte vittorie in campo aperto contro Assisi, Gubbio (che ne ostacolavano l'espansione) grazie ad un esercito superiore numericamente rispetto a quello dei nemici. Le battaglie campali però avevano una durata di ¾ settimane, difficilmente veniva convocato l'exercitus se non per i grandi conflitti. In definitiva le guerre erano appannaggio dei milites. La tregua invernale sarà trasgredita nel corso del '200 quando i conflitti oppongono non più due militie ma organismi comunali decisi a imporre la supremazia sull'avversario. I racconti di battaglie danno l'idea di zuffe confuse dall'esito incerto, destinate spesso a concludersi in parità. 2 Le due mammelle della guerra: i riscatti L'interesse del comune era di trattenere più tempo possibile i prigionieri di guerra, così da trarne il maggior vantaggio possibile durante la trattativa del riscatto. Quando i prigionieri sono catturati durante l' exercitus, appartengono all'intera comunità; nelle spedizioni, il nemico catturato appartiene esclusivamente al cavaliere, così da ottenere un grande bottino. La letteratura agiografica ci narra casi di prigionieri liberati dal miracolo di un santo. Il reddito di un milites si misura non dal numero di uccisioni ma dal numero di catture (difficilmente si verificano delitti). Metodi di combattimento: i cavalieri disposti in una o più file che cavalcano in ordine compatto; quando si verifica un disarcionamento, i cavalieri devono combattere a piedi nella successiva mischia, dando luogo ad una serie di duelli che si concludono con la

cattura di uno dei due rivali. Un buon bottino è composto da un cavalier catturato assieme al cavallo e all'equipaggiamento. La sorte dei prigionieri varia a seconda della battaglia: durante l' exercitus , sarà il comune a dover dare dimora ai catturati (ospitati in luoghi poco confortevoli a causa dell'elevato numero di prigionieri, dove si usufruisce di torri, case palazzi prigioni e cantine) più un indennizzo ali autori delle catture. Nelle spedizioni i catturati erano a carico dei catturatori. Prigionia e trattative Il presupposto del nemico sarebbe di ricavare il maggior profitto possibile, mentre il prigioniero e la famiglia tentano di non uscirne rovinati. Ogni prigioniero aveva diritto ad essere trattato correttamente, la sua resa lo mette sotto la protezione del vincitore. Il vincitore dovrà limitarsi a trattare il prigioniere come suo ospite, offrendogli il conforto a cui è abituato e le distrazioni. Questi aveva tutta l'intenzione di abbreviare i tempi delle trattative, quindi spesso dipingeva la prigionia come un luogo orrendo e indegno. I servi e i parenti servivano da intermediari nelle transazioni per il riscatto. La somma del riscatto oscillerà tra le 30/40 e le 200/300 lire, pretendere di più presuppone un prigioniere con livello di ricchezza notevole e da cui sono normalmente esclusi i milites e che, prima della metà del '200, era raggiunto dallo strato superiore della militia urbana, dai ricchissimi commercianti e, nel contado, le grande famiglie signorili. L'entità del riscatto E' difficile raccogliere informazioni certe sull'entità media dei riscatti: solo una élite di persone poteva “pesare” più di 200/300 lire (anche questi costi erano molto elevati); un miles che costasse 50/100 lire era pertanto un ottimo bottino. 3 Le due mammelle della guerra: il bottino Durante i saccheggi delle spedizioni, i tre tipi di ricchezze ambiti erano: le armi e le armature, i cavalli e il bestiame (bovini al Nord, ovini nel Centro Italia), difficilmente si frugava le case da cima a fondo. Le tre ricchezze erano le più apprezzate in quanto facili da trasportare e da negoziare. Non è raro però che i razziatori restituiscano il bestiame in cambio di denaro (spesso le greggi superano il migliaio di capi). “Arma et equi”: L'equipaggiamento del cavaliere Per equipaggiare un cavaliere serve: una lancia, una spada, un'armatura e un buon cavallo. Non è semplice trovare documenti che attestino i costi degli equipaggiamenti e del mantenimento del cavallo. Nello scontro corpo a corpo , i cavalieri dispongono di una spada (costo inferiore alle 5 lire) e di un pugnale o coltello (costo inferiore ad una lira), mentre la lancia deve essere sostituita dopo ogni spedizione, addirittura prima di una nuova carica. Per l'armatura e per il cavallo, il miles spendeva dalla quattro alle cinque volte di più della spada. Il cavaliere è ancora molto lontano da somigliare ad una latta di conserva ambulante (lo diventerà uno o due secoli dopo). La panziera serve per proteggere il busto. A Siena e Firenze il costo dell'armatura raggiungeva le 25/30 lire, ma anche superare le 50 se avesse voluto sfoggiare un certo lusso. Il cavaliere che parte per la guerra si porta dietro 2 o 3 o 4 cavalli forti, possenti,rapidi, coraggiosi e che sopportino il combattimento in sella; vengono appunto scelti maschi addestrati di età superiore ai quattro anni. Quando non è impegnato nella guerra, il cavaliere non monta il cavallo ma il palafreno, cavallo da passo o da parata, che poteva sostituire il destriero nei combattimenti in caso di necessità. I ronzini invece non vengono mai impiegati nei combattimenti, ma sono utilizzati come animali da soma. Ogni miles ha con sé un aiutante che si occupi dei cavalli, o che all'occorrenza gli dia una mano in battaglia, o che gli sorvegli il bottino. Una netta disparità tra le file della milizia si evince dalla possibilità di alcuni di portare in battaglia un solo modesto cavallo oppure vari equini, con un valore che oscillasse tra le 200 e le 300 lire. Arrotondando, un cavaliere investe 100 lire per il cavallo e 50 per gli armamenti. Il

morto di morte naturale o reso inabile poteva essere risarcito per il suo valore intero. Dal 1250, i dirigenti comunali, costretti dal popolo, decisero di regolamentare il privilegio dell'emendatio: ogni cavallo malato o vittima di un incidente, doveva essere affidato al servizio di un probus et legalis viri per un mese: se le sue condizioni miglioravano, il proprietario doveva riprenderselo e non aveva diritto a nessuna retribuzione; se il cavallo moriva anche dopo le sue cure, doveva essere rimborsato con la metà del valore stimato, e il dovere di acquisirne uno nuovo; se le condizioni non migliorano neanche sotto le sue cure, il comune lo avrebbe venduto al miglior offerente, e il cavaliere avrebbe ricevuto la differenza del valore reale e il prezzo di vendita. Vi erano due tipi di controllo per determinare il valore reale dei cavalli: l' extimatio e una valutazione dei danni. 3 A monte: la valutazione delle cavalcature L' extimatio si può tradurre con valutazione o stima, si attenderà la seconda metà del '200 per avere più documentazioni. Bologna e Perugia possiedono i primi registri in cui i notai annotano le caratteristiche più evidenti del cavallo e il suo valore, per permettere una migliore identificazione. Si iniziano a registrare, oltre che i cavalli anche i cavalieri stessi. Non si esclude che il comune abbia deciso mantenere un valore unico per quanto riguarda il risarcimento (esempio, 45 lire a cavallo), ma un cavaliere era libero di portarsi dietro cavalli più costosi. Ci vorrà molto tempo prima che l' extimatio diventi una pratica abituale ed effettuata personalmente dai cavalieri, visto che in origine assumeva la forma di grandi operazioni collettive imposte dalle autorità comunali sotto pressione del popolo. 4 A valle: la valutazione del danno Come valutare l'entità dei danni subiti? Se ne parla per la prima volta nel breve consulum pisano del 1164, dove si prevede che i consoli nominino due esperti, con il compito di decidere dell' emendatio dei cavalli uccisi o infortunati in battaglia. 5 Maniscalchi e frodatori I capi della societas militum , i conestabiles militum , rappresentavano i milites all'interno delle istituzioni comunali e di gestirne gli interessi materiali. Ma non avevano voce in capitolo in materi di extimatio e di perdite di guerra, poiché poco obiettivi. A Viterbo, nel 1237, venne affiancato al conestabile un balivus (un magistrato di grande prestigio, che più tardi diventerà capitano del popolo) nella stima dei cavalli; doveva assistere anche il podestà/consoli. Altri statuti raccomandano al podestà, ai bolivus e ai consoli di ricorrere alle competenze di un marescalchus. Con questo nome si indicavano due personaggi: quello che di mestiere ferra gli animali da tiro,e l' uomo che era specializzato nelle cure da somministrare; ovvio che spesso sono esercitati dalla stessa persona. Il primo dovere del marescalchus era curare i cavalli vittime di incidente mentre erano al servizio del comune: se il cavallo fosse morto anche sotto le sue cure, egli doveva informare il tesoriere del comune e stipulare il rimborso. Era perciò sempre più difficile per i milites gonfiare le perdite (non che la frode fosse sparita del tutto). Infatti pochi ilites erano capaci di uccidere un proprio cavallo a sangue freddo, ma esistevano altri sistemi meno crudeli: era sufficiente che un vicino di casa compiacente o di un compagno d'armi testimoniasse (sarà una delle prime rivendicazioni del popolo di proibire a un familiares di testimoniare). 6 Il costo del restaur L'emendatio divorava la maggior parte delle risorse comunali. Per sopperire a ciò, venne effettuata una imposta di ripartizione proporzionale alla ricchezza degli abitanti, la “colletta” (il ricavato superava la cifra media delle entrate ordinarie). CAPITOLO V I privilegi della militia I milites esercitano nelle città un dominio che si manterrà fino alla metà del '200, e otterranno

benefici materiali in cambio delle funzioni militari che si accollano nell'interesse della comunità cittadina. Non si tratta di guadagni ricavati dalle spedizioni o dalle casse comunali, ma privilegi che potessero offrire ai milites un compenso agli oneri (mantenimento cavallo da guerra, spese del combattimento a cavallo). Da precisare che ne potevano usufruire solo le famiglie che da generazione in generazione praticavano combattimenti a cavallo, escludendo le famiglie arricchitesi recentemente (distinzione tra militia di razza e censitaria). 1 Beni comunali e monopoli economici Uno dei vantaggi più redditizi dei milites (oltre ai privilegi fiscali) è rappresentato dalla concessione di una parte delle risorse comunali: le risorse derivano soprattutto dai raccolti (agricoltura la principale attività economica nei piccoli centri), dalla caccia, dalla pesca e dallo sfruttamento boschivo. Inoltre hanno diritto d'uso di estese porzioni del territorio comunale (che offrono pascolo per il bestiame, sfruttamento di cedui, fiumi ricchi di pesce. 2 Obblighi militari e beni comuni Sin dall'età carolingia, i re hanno sempre concesso beni fondiari (terre incolte e diritti economici) a gruppi di uomini liberi, gli arimanni, in cambio di prestazioni militari. Quindi è ancora prima della formazione dei comuni che lo strato superiore della popolazione di una cittadina aveva ottenuto privilegi. Possiamo dunque ammettere che esiste una certa continuità tra il gruppo degli arimanni, dei cives e della militia. 3 Entrate fiscali In alcune città, la militia riscuote a proprio piacere le entrate fiscali del comune, specie pedaggi tasse di circolazione merci. E' la societas militum, l'organo ufficiale della miltia, a gestire le somme loro affidate. Pedaggi in caso di astio: esempio Faenza e Firenze, dove Firenze fissa una tariffa dei pedaggi per Faenza, causa perdite di alcuni mercanti fiorentini da parte di Ugo Tederici di Faenza La maggiorazione dei pedaggi servirà a indennizzare i mercanti. Pedaggi in tempo di pace: ai milites andrà una parte dei pedaggi. In caso di alleanze i pedaggi vengono aboliti. Altri tipi di entrate fiscali Negli statuti di Viterbo, si precisa che i miltes non si accontentavano della riscossione dei pedaggi e dei prelievi fiscali sugli scambi e sulla circolazione delle merci: volevano altre risorse, come le entrate ex mortis ( la metà dei beni dei viaggiatori morti in città senza testamento doveva andare al salvum equorum, l'altra metà all'albergatore). Le due principali forme di reddito restano comunque le tasse indirette e le entrate delle proprietà collettive. Un privilegio che la milita ha cercato di conservare è stato l'esenzione dalla nuova imposta. Le entrate comunali provengono essenzialmente dalla fiscalità indiretta e dalle proprietà collettive, rinunciando ad una parte molto importante a vantaggio della militia (sopperire all'emendatio). Doni e contributi Altri vantaggi della militia: ogni anno o in determinate circostanze, riceveva un contributo in denaro (a Volterra, 15 lire. Ad Assisi la somma è inferiore, ma è annua) o in natura(una certa quantità di pepe e cera). Spesso queste entrate hanno un puro riferimento simbolico, che tende a rendere omaggio alla militia, ma che spesso anche somme esigue di denaro potevano aiutare famiglie di milites in difficoltà. Esenzioni fiscali I milites erano esenti dal pagare molte imposte. Dai primi anni del '200, i principali prelievi fiscali delle città si effettuano tramite la colletta o il datium ( imposta diretta e proporzionale alla ricchezza di ogni cittadino). Era sicuramente la più onerosa tra le imposte dirette (nonché uno dei principali introiti del comune), poiché non era né periodica né annuale, subiva ogni volta delle variazioni a seconda delle necessità finanziarie collettive. In moltissimi comuni, i milites hanno combattuto per esserne esenti, e in molti comuni lo divennero davvero. In vari

cambio di una rapida integrazione con i milites urbani (come ad Arezzo 1190-1220). L'acquisizione di signorie da parte dei milites cittadini Signori che si urbanizzano e cittadini che si ruralizzano. I milites cittadini che entravano in possesso di signorie rurali erano ben lontani dall'essere visti come “signori”, ma guadagnavano qualche punto sul prestigio. La situazione cambia da una città all'altra, tanto che uno dei beni principali dei milites ruralizzati era il poter acquisire i diritti sugli uomini del contado (trattati come beni immobili, cambiano padrone insieme alle terre che coltivano). I milites urbani entravano in possesso di interi castra sposando la figlia di un nobile indebitato (ottenendo signorie a titolo di garanzia). 5 Livelli di ricchezza e comportamenti economici Tutti i milites dispongono in partenza di una base fondiaria o un livello di ricchezza da garantire le risorse necessarie al possedere un cavallo da guerra e l'equipaggiamento; nella militia ci sono delle forti disparità economiche. La militia e la terra Alle origini, la milizia era una classe di proprietari fondiari. Molti cittadini vivevano grazie alle rendite che ricavavano dal patrimonio (composto anche da atri beni come mulini, terre, case ottenuti dalle chiese). La proprietà fondiaria rappresenta la principale forma di ricchezza. I milites in maggioranza non sono proprietari di signorie, appartengono solo allo strato più alto della società; per questo non dispongono mai di risorse paragonabili a quelli dei nobili signorili. Un altra differenza tra le due classi è la immediata vicinanza delle risorse dalla città (per i milites), mentre quelle dei signori sono dispersi nei quattro angoli del contado a d una certa distanza dalla città. Molto più ricchi delle popolazione comune, ma niente a che vedere con i nobili per quanto riguarda la maggioranza della milizia. Già dalla metà del XII secolo ci sarà una progressiva erosione delle proprietà signorili da parte dei cittadini, e la conseguente emigrazione dalle campagne da parte dei signori che andranno ad ingrossare le file della militia. La militia e la nascita dell'economia mercantile In un primo momento le spedizioni navali erano destinate a fruttare un ricco bottino_._ Pisa e Genova si metteranno subito in luce nell'XI secolo grazie ai loro successi contro i musulmani in Sardegna e nel meridione; verseranno alle chiese in seguito parte del bottino conquistato. Si metterà in luce anche Venezia sull'Adriatico. Pisa e Genova non rinunceranno mai del tutto al saccheggio e alla pirateria, ma a partire dal XII secolo si allontaneranno dalle azioni guerriere per dedicarsi al commercio marittimo, preceduti da Venezia e mettendosi in competizione negli scambi con l'Oriente. L'aristocrazia darà grande prova di apertura mentale e permetterà, a coloro divenuti ricchi grazie ai traffici, di accedere agli organi di governo e all'interno delle proprie fila (soprattutto a Venezia, Pisa e Genova resteranno più chiuse). Anche per queste tre città, il primo strumento di combattimento resterà il cavallo (che verrà imbarcato anche sulle navi). In virtù di una duplice vocazione, è giusto pensare che molti individui abbiano preferito continuare le proprie attività mercantili rispetto alle spedizioni a cavallo. A Siena e a Firenze si conoscerà nel 200 uno straordinario sviluppo delle attività bancarie, e diventeranno nella seconda metà del secolo le prime potenze economiche dell'Occidente. Per quanto riguarda la produzione industriale o artigianale, la nobiltà della città ne rimarrà sempre estranea, anche se alcuni milites potevano possedere infrastrutture industriali. 6 Militia e nobiltà Il Duecento corrisponde all'inizio dei grandi scontri comunali e della loro bipolarizzazione tra militia e populus. Anche nel secolo scorso la divisione tra le due classi era molto forte ma non genera gli stessi conflitti, anzi fino agli ultimi anni del XII secolo ci sarà una forte unità nel corpo politico che agisce in nome della cittadina: il populus rappresentava l'insieme dei cives e non solo della classe popolare. Essi rappresentavano la parte politicamente attiva della

popolazione, che partecipava anche alla gestione degli affari pubblici. Vi sarà comunque una distinzione tra milites e i cives con il populus, specie nelle città dove prevale la componente feudo-vassallatica ecclesiastica dei capitani (distinzione tra cives minores e maiores). Solo una minoranza poteva quindi fregiarsi del titolo di milites, e soltanto capitani e valvassori partecipavano all'ordum militum. In seguito, con il progressivo allargamento della milizia, i nuovi ricchi di origine borghese e popolare (definiti cives nobiliores) potevano partecipare alla societas capitanorum et valvassorum. Dall'XI secolo, i cives arricchiti e che erano in grado di mantenere un cavallo non parteciperanno mai all'ordum militum. Dal Duecento, con il termine milizia si fa riferimento ad una parte della vecchia milizia, cioè da da tutte quelle famiglie che da generazione hanno sempre praticato uno specifico stile di vita e i combattimenti a cavallo, conservando perciò anche i privilegi. CAPITOLO VII La cultura del conflitto è uno dei valori che maggiormente unisce i milites, questo soprattutto nella prima fase consolare. Il quartiere del gruppo familiare Come i lupi che vivono in branco, i milites vivono in gruppo e assumono anche lo stesso stile di vita predatorio. I milites vivono nel cuore della città, e le loro residenze si accalcano le une alle altre nel centro antico della città, puntando ad occupare la maggior parte dei terreni edificabili. Le esigenze sono identiche per tutte le residenze, e la prima necessità sarebbe di dare protezione, fortificando le strutture (torri, proliferazione che caratterizza tutto il periodo Medievale, a Firenze non meno di 186). Un' altra necessità per i padri era dettata dal fornire una dimora ai figli sposati, il più possibile vicino alla propria. Si cercava perciò di guadagnare in altezza lo spazio che manca a terra. La coesione del lignaggio Con l'avvento del podestà, i lignaggi perdono il privilegio di partecipare alla vita politica, ma resterà a lungo elemento di prestigio. Le donne erano escluse dalla successione; discendenza essenzialmente maschile, dove assumeranno autonomia finanziaria solo alla morte del padre, che può però associarli alla gestione del patrimonio ma che resta di sua proprietà esclusiva. Il patrimonio verrà poi spartito in parti uguali fra tutti i figli maschi. Per prevenire la dissoluzione del lignaggio, si lasciavano indivise alcune proprietà (come le torri) allo scopo proprio di avere una genealogia. Ogni coppia quindi doveva avere la propria casa vicino a quella del capofamiglia: per questo motivo si moltiplicarono le costruzioni accessorie che finivano per dare alle case una configurazione caotica (il maggiore dei figli però di norma succedeva al padre nel palatium ). Ma queste costruzioni spesso non erano pacifiche e suscitavano gelosie da parte degli altri membri del nucleo familiare. Solitamente però i lignaggi consideravano più vantaggioso ingrandire e fortificare piuttosto che litigarsi per i posti migliori. Questi complessi disponevano di piazze e portici, ovvero luoghi di ritrovo per banchetti, feste e funerali; un modo per ritrovarsi e mantenere saldi i rapporti. Dall'inizio del 200, con l'estensione delle reti di alleanze a persone estranee alla famiglia, si ricorse alle firme degli obblighi contrattuali per i lignaggi. Miti e riti La cultura della milizia è la cultura del conflitto. Con il termine “cultura cavalleresca” si fa riferimento a due tipi di fenomeni: i passatempi letterari e le cerimonie rituali. Con il termine milites si indica il cavaliere che possiede un cavallo e lo sa montare; ancora molto rari saranno i cavalieri addobbati nel 200 (aumenteranno nel 300 e 400). Secondo lo storico Hyde, l'investitura era rimasta nel Duecento qualcosa di eccezionale, che dipendeva dalle scelte personali. Appare infatti un lusso per pochi, riservata ad una strettissima élite di signori. Si diffonderà nella seconda metà del Duecento anche tra i milites comunali.

reti di alleanze e le loro clientele. Con il sorgere delle pars, vi sarà una bipolarizzazione nella maggior parte parte delle città (da metà del 200), con la progressiva coagulazione delle alleanze. Ogni famiglia della milizia si schiererà a favore di uno dei due fronti. CAPITOLO VIII Consoli e podestà, militia e popolo Il regime consolare è un regime in balia di un gruppo di grandi famiglie, che soffrirà il confronto con il periodo successivo, quello podestarile. Questo si caratterizza per una relativa autonomia del potere pubblico. 1 Il tempo dei consoli: delle rivalità ben regolate Durante tutta la fase iniziale, il consolato sarà l'organo principale del comune (le prime apparizioni dei consoli nei documenti segneranno l'atto di nascita ufficiale). I consoli si dimostreranno capaci di rappresentare l'intera comunità cittadina, agendo sulla giustizia, sulla guerra indipendentemente dalla presenza del vescovo. Essi operano sotto il controllo dell'insieme dei cives (che si riuniscono periodicamente per formare l'arengo), poi di un'assemblea più ristretta (una sorta di consiglio generale). La durata del loro mandato si ridurrà ad un anno, il numero di consoli varierà da una città all'altra. Verrà enunciata la regola che impedisce di ottenere due mandati consecutivi (questa rotazione era più semplice da attuare nelle piccole e medie città). Nella prima fase consolare, i consoli provenivano in massa dalla milizia. A partire dalla metà del XII secolo avvennero delle trasformazione nella struttura interna provocate da: l'aumento costante del numero dei milites; l'inserimento di una componente signorile proveniente dal contado; la tendenza alla bipolarizzazione dei sistemi di alleanze. L'aumento del numero dei milites tende ad estendere la cerchia delle famiglie consolari, favorendo la rotazione del personale dirigente. Gli altri due fenomeni faranno del consolato la riserva di caccia di una élite di famiglie. Fino alla fine del XII secolo, il consolato sarà un'istituzione accessibile alla maggior parte delle famiglie dei milites, accessibili anche ai neo entrati (coloro che avessero ricchezza sufficiente a mantenere un cavallo da guerra, l'equipaggiamento necessario e abilità nel combattimento). Con l'ingresso della nobiltà del contado le cose andranno diversamente: in molte città, questi signori si fonderanno totalmente con la militia cittadina, mentre altre volte partecipano al governo della città per poi perseguire nel contado una politica contraria agli interessi comunali (per questo motivo vi erano reazioni contrastanti tra le file dei milites). I signori in seguito sottrarranno il numero di posti nel consolato ai milites, allontanando di fatti i semplici milites dall'istituto consolare per riservarlo esclusivamente a piccoli gruppi familiari. Queste famiglie saranno protagoniste anche nel secolo successivo, nelle grandi battaglie contro il popolo. Riflessioni sulla natura del regime consolare Si ignora pressoché tutto della gestione quotidiane dei conflitti della milizia da parte del consolato. L'impressione generale resta quella di una società dominata dalla violenza dei lignaggi e dalla incapacità dei poteri pubblici di contenerla. Il comune è ben lontano dall'avere il controllo diretto di tutte le risorse aspirate dalla milizia (ad esempio la nomina alle cariche ecclesiastiche gli sfugge totalmente e i chierici sono liberi di amministrare il patrimonio della propria chiesa). Il ripiegamento della milizia su se stessa darà modo agli esclusi dal sistema di attaccare i privilegi, esigere una nuova organizzazione politica. Il popolo troverà solidi appoggi nella milizia stessa. 2 L'avvento del podestà: il tempo dei grandi scontri I venti anni che precedono e seguono il 1200sono un periodo cruciale per l'Italia comunale: ci sarà il passaggio dal regime dei consoli a quello del podestà, con un annesso nuovo modo di governare. Sarà la fine dell'età dell'oro per la milizia, ma l'inizio degli aspri conflitti (tra milizia e popolo; divisioni che spezzano l'unità della milizia)

Paletti cronologici Le cose cominciano a farsi serie negli ultimissimi anni del XII secolo, con il movimento popolare che prende quota in un numero limitato di città (Milano e Cremona), per poi estendersi a macchia d'olio nel primo ventennio del Duecento (chiudono la fila tra il 1220- Verona e Firenze). Dopo un arretramento iniziale, la nobiltà riuscirà a riprendere in mano le redini, restaurando il vecchio stato delle cose. Non per molto, perché il popolo non depone le armi e tra il 1230 e il 1240 inanella una serie di vittorie. Ne consegue una riduzione dei privilegi della milizia e l'egemonia politica della milizia. L'ultima fase del conflitto si svolgerà nella seconda metà del 200. Le radici del conflitto Sappiamo ben poco delle rivendicazioni che mobilitarono il popolo contro la nobiltà, poiché le fonti dell'epoca precedente scarseggiano. Sicuramente il gonfiamento delle perdite militari, la frode dell'emendatio e la sottrazione della grande parte delle risorse comunali contribuirono alla sommossa. L'abbandono del consolato a favore del regime podestarile, e il susseguente ricorso al podestà forestiero sono solitamente il risultato delle pressioni scaturite dal popolo. Le societates militum Le lotte tra nobiltà e popolo sfoceranno spesso in rivolte e scontri armati, ma ci saranno anche lunghi periodi di dibattito. I milites conoscevano un solo tipo di organizzazione, la societas, scelta anche dalle forze popolari. Proliferazione di societates di ogni sorta. La societas militum rappresenta la totalità dei milites in una città, e ne esiste una sola. Ne faceva parte l'insieme dei milites. Quanto alla societas capitanorum et valvassorum, è strettamente riservata alla frangia superiore della milizia. Se all'inizio le societas militum vennero costituite per rappresentare tutti i milites, presto si capì che bisognava riservare i solo privilegi della milizia a tutte quelle famiglie che facevano parte della societas militum al momento della fondazione. La chiusura della milizia si compì però in piccole tappe: rallentando le procedure di ammissione, diminuendo il numero dei membri, e limitando l'attrattiva dei vantaggi. La milizia si chiude da un lato per il timore di vedere vantaggi materiali erodersi a causa della crescita del numero dei membri, dall'altro minacciati dei progressi economici e politici del popolo. La societas militum è una struttura collegiale, composta anche da undici consoli o capitani, affiancata da un'assemblea e da un notaio. Guerra e pace Popolo e milizia si affrontano per definire le regole che si impegnano a rispettare. Un confronto che si svolge sotto il controllo di un'autorità, il podestà, che dovrà negoziare e confrontare le rispettive esigenze (molti fallirono). Per la milizia, i consigli decideranno le grandi linee della politica comunale, competenti per ciò che riguarda i privilegi. Quindi i milites continueranno ad essere largamente rappresentati, ma la loro selezione si opera secondo modalità che limitano le reti di alleanze. Dovranno confrontarsi con la presenza dei consiglieri di estrazione popolare, decisi a rimettere in discussione gli incarichi e le risorse collettive. La societas militum beneficerà di una precedenza onorifica all'interno degli organi collegiali. Spesso però i milites decidevano di andarsene dalle città e ritirarsi nel contado, come successo ai milites di Piacenza nel 1220 quando non vollero più accettare l'arbitrato del podestà, a detta loro troppo favorevole alla parte avversa. Questi milites non deporranno le armi, ma anzi inizieranno a darsi battaglia contro il popolo con metodi di lotta più adatti alle loro consuetudini che non alle scaramucce e alle zuffe urbane. Queste famiglie infatti erano in possesso di castelli situati vicino alle città. Le divisioni della nobiltà E' difficile chiarire le divisioni all'interno della nobiltà: la più clamorosa è quella che separa la nobiltà capitaneale o signorile dal resto della milizia, tanto da provocare violenti conflitti. Milites e cives hanno motivi comuni per opporsi alla nobiltà, la quale monopolizza determinate