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il crollo delle certezze La crisi del ‘ La conclusione della Prima guerra mondiale aveva decretato come gli Stati Uniti fossero ormai la principale potenza mondiale. L'economia aveva tratto giovamento dai crediti concessi alle altre nazioni e l'industria statunitense aveva trovato nel mercato europeo una formidabile cassa di espansione. Il fatto che gli Stati Uniti fossero il paese più ricco e con l'economia più poderosa non signi icava che gli americani fossero interessati a imporre la loro egemonia politica sul mondo. Al contrario, negli anni Venti andò a ermandosi nel paese una visione politica isolazionista: Washington inì per disinteressarsi progressivamente delle controversie dei paesi europei, concentrandosi esclusivamente sullo sviluppo dell'economia nazionale. Fu così che gli anni Venti furono per gli Stati Uniti un'epoca di prosperità e di ottimismo, sebbene non per tutti, e furono per questo de initi "anni ruggenti" (Roaring Twenties). In quel decennio il primato statunitense si a ermò su tanti fronti: nasceva il mito di Hollywood, destinata a diventare la capitale mondiale del cinema, mentre i balli e le mode americane si di ondevano ovunque, le città americane si popolarono di grattacieli, realizzando quello che sarebbe divenuto il nuovo modello di città. Ma il modello americano consisteva anche e soprattutto nella di usione di tecnologie più moderne e a buon mercato, come l'automobile e gli elettrodomestici, che nel periodo fra le due guerre divennero sempre più comuni tra le famiglie statunitensi. La di usione dei consumi di beni secondari contribuì ad aumentare il consenso nei confronti della politica repubblicana. Fu in questi anni che nacque l'American way of life, uno stile di vita basato su comfort e "lussi" alla portata della classe media. Imprese come il primo volo senza scalo attraverso l'Oceano Atlantico nel 1927, divennero il simbolo del primato tecnologico degli Stati Uniti. Per questo decennio si parla anche di "età del jazz, prodotto della cultura afroamericana, cioè di un mondo ai margini della società ricca e felice con cui venivano identi icati gli Stati Uniti. La crescita economica degli anni Venti fu sostenuta da un formidabile sviluppo del mercato borsistico. A partire dal 1927 era aumentato sempre più il numero dei cittadini che avevano deciso d'investire in borsa i propri risparmi. Sempre più persone si arricchivano attraverso l'acquisto di azioni societarie molto redditizie e la Borsa di New York era alla guida di questa crescita apparentemente inarrestabile. La prassi era quella di comprare azioni di borsa in attesa di un rialzo del loro prezzo e si trovava sempre qualcuno a cui vendere a un prezzo maggiore rispetto a quello iniziale. Addirittura, per consentire a tutti di comprare azioni, erano stati organizzati metodi di inanziamento che permettevano di
acquistare i titoli senza pagarne il prezzo per intero (il pagamento sarebbe avvenuto in un secondo momento, una volta venduto il titolo a un prezzo più elevato). Fu così che si di use tra gli statunitensi una vera e propria febbre speculativa. I primi segnali di crisi ebbero inizio con la sovrapproduzione: il sistema che aveva preso piede negli Stati Uniti prevedeva un mercato in costante espansione, in cui le merci, prodotte su larga scala e a basso prezzo, potessero trovare un ampio numero di acquirenti. Nella seconda metà degli anni Venti, invece, i potenziali compratori non erano aumentati. Gli stessi problemi del settore industriale attanagliavano quello agricolo, dove la sovrapproduzione di alcuni prodotti aveva causato un crollo dei prezzi. Tutti questi segnali si manifestarono sotto forma di una crisi senza precedenti verso la ine degli anni Venti. Le prime avvisaglie si ebbero nel 1928. A partire dai primi di settembre del 1929, per alcune settimane, le vendite dei pacchetti azionari si intensi icarono, con il conseguente abbassamento del loro valore. Si innescò quindi una reazione a catena: il timore di ulteriori cali spinse altri investitori a liberarsi delle proprie azioni a ogni costo, e i venditori trovarono solo acquirenti disposti a comprarle a prezzi bassissimi. Il risultato fu il crollo del valore dei titoli azionari alla Borsa di New York, avvenuto il 24 ottobre del 1929. Nel cosiddetto "giovedì nero" si veri icò una vera e propria corsa alle vendite. Seguirono giornate di panico, in cui gli investitori cercarono di cedere le proprie azioni a qualsiasi prezzo. La svalutazione delle azioni causata dalle vendite massicce provocò la distruzione repentina d'interi patrimoni. La situazione colpi in modo particolare la media borghesia - e solo in misura minore i grandi capitalisti. Il crollo della Borsa di New York ebbe e etti su scala mondiale e provocò una grave crisi economica, conosciuta come Grande depressione. Le economie europee infatti persero in breve tempo sia gli investimenti provenienti da oltreoceano sia la possibilità di piazzare i propri prodotti sul mercato statunitense. Rimaste senza inanziamenti, moltissime imprese fallirono, negli Stati Uniti come in Europa. Ovunque la disoccupazione salì rapidamente, chi invece aveva la fortuna di riuscire a conservare il posto di lavoro si vedeva ridurre lo stipendio. Anche il sistema bancario fu duramente colpito: molti istituti di credito dovettero dichiarare bancarotta. Gli e etti negativi della crisi del 1929 si fecero sentire per parecchi anni. A uscirne per primi furono quei paesi in cui il governo seppe intervenire in maniera risoluta in campo economico. Ciò avvenne ad esempio nella Germania di Hitler, che tuttavia ottenne questo risultato con metodi dittatoriali e senza rispettare quei diritti fondamentali dei lavoratori previsti invece in un regime democratico. Fra i pochi paesi a non essere toccati dalla crisi vi fu l'Unione Sovietica, impegnata in quegli anni a sviluppare l’industria attraverso i piani quinquennali.
della famiglia. In secondo luogo l'idea dell'inferiorità e incapacità naturali della donna subì un duro colpo e non poté mai più essere a ermata con tanta sicurezza come veniva fatto prima della guerra. L'immagine tradizionale femminile, insomma, entrò in crisi. Non fu più possibile rappresentare le donne come madri, mogli e iglie necessariamente subordinate alla volontà dei capifamiglia; nello stesso tempo, il ruolo dominante del maschio venne a poco a poco scalzato dall'avanzamento della igura femminile. Durante la guerra, gli uomini avevano espresso opinioni di erenti sul ruolo attivo svolto dalle donne: se qualcuno pensava che fosse un fatto non solo normale, ma anche(giusto, erano molto più numerosi coloro che consideravano l'emancipazione femminile un fenomeno allarmante o accettabile solo perché dettato dalle necessità belliche. Quasi tutti ritenevano che, una volta terminato il conflitto, la situazione sarebbe dovuta ritornare come prima e le donne avrebbero dovuto ricominciare a svolgere ruoli "esclusivamente femminili'. Una volta tornati nelle proprie case, molti soldati trovarono invece una situazione profondamente mutata. L'aver raggiunto una piena indipendenza economica e l'aver acquisito la consapevolezza delle proprie capacità, indusse un numero sempre crescente di donne a ri iutare di obbedire passivamente alle regole della società maschilista e a lottare per una maggiore considerazione e autonomia. Donne e Fascismo Nell'Italia fascista al mondo femminile era riservato un ruolo molto marginale. La donna era anzitutto madre e moglie: non a caso una delle "parole d'ordine" scritte sulle pareti delle sedi dei fasci femminili era «Voi dovete essere le custodi dei focolari». Questa visione limitante fu ulteriormente accentuata dall'introduzione di una legge che vietava alle donne di accedere a tutte le carriere più prestigiose, dalla magistratura all'insegnamento universitario. Del resto la patria aveva bisogno di igli e Mussolini aveva inserito la battaglia per la crescita demogra ica tra le priorità del paese: solo consacrandosi alla maternità e generando molti bambini le donne potevano dimostrarsi patriottiche e contribuire al glorioso futuro che attendeva l'Italia. Coerentemente con questa visione, nel 1926 l'aborto era stato messo fuori legge perché considerato un crimine contro lo Stato. Il duce si rivolgeva alle donne nei discorsi e nelle visite uf iciali, prometteva loro aiuti economici, attenzione e disponibilità da parte dello Stato. I mezzi stanziati a sostegno della maternità tramite l'Opera Nazionale Maternità e Infanzia erano in realtà scarsi, ma la propaganda ebbe una grandissima ef icacia persuasiva: alle "madri proli iche" venivano concessi premi in denaro e onori icenze, consegnati direttamente dal duce. A dispetto della propaganda fascista che le voleva "angeli del focolare", le donne
continuarono a essere impegnate dalle industrie e dal settore terziario. Per gli imprenditori, assumere una donna era economico e vantaggioso: per e etto di una legge del 1927, le lavoratrici erano pagate la metà rispetto ai loro colleghi maschi e questo costituiva per gli imprenditori un grosso incentivo ad assumerle. Prima ondata (su ragette) Il diritto di voto all’inizio del Novecento continuava a non contemplare la popolazione femminile. Per questo motivo in quegli anni le donne fecero sentire in modo sempre più forte la loro voce. Non era la prima volta che ciò avveniva: già nella Francia rivoluzionaria del Settecento era stata avanzata la richiesta di parità fra uomo e donna, e il pensatore John Stuart Mill, verso la metà dell'Ottocento aveva sottolineato l'ingiusta mancanza di diritti delle donne, escluse da numerose professioni e sottomesse all'uomo, Tra Ottocento e Novecento, si poté assistere tuttavia alla presa di coscienza da parte di un numero crescente di donne della propria condizione: si costituirono così - soprattutto nel mondo anglosassone - movimenti femminili guidati da precisi obiettivi. Le richieste avanzate non erano però sempre le stesse poiché variavano a seconda della provenienza sociale. Le donne borghesi rivendicavano il diritto di laurearsi e svolgere mestieri come quello di avvocato, medico, insegnante di scuola superiore. Le operaie invece chiedevano che nelle fabbriche venisse stabilita la parità salariale. Per quanto riguarda invece la lotta per il su ragio, il movimento su ragista fu particolarmente attivo in Gran Bretagna grazie all'azione della Women's Social and Political Union, nata nel 1903 e guidata da Emmeline Pankhurst. Le su ragette, come erano chiamate con un certo disprezzo le donne che ne facevano parte, si distinguevano per la combattività e per la loro capacità di far discutere l'opinione pubblica: oltre a tenere comizi in piazza, facevano scioperi della fame e arrivavano a incatenarsi ai lampioni per non essere arrestate dalla polizia durante le manifestazioni. Di fronte allo sviluppo dei movimenti femministi, la resistenza fu forte. Molti pensavano che il ruolo naturale della donna fosse quello assegnatole tradizionalmente dagli uomini, ossia di madre e di moglie con inata tra le mura domestiche. Tuttavia per l'estensione del diritto di voto alle donne fu necessario aspettare la ine della Prima guerra mondiale o addirittura - come nel caso dell'Italia - quella della Seconda, più precisamente con il Referendum costituzionale del 2 giugno 1946, nel quale le donne italiane votarono per la prima volta. Seconda ondata (femminismo ‘68) La contestazione della società tradizionale propagandata dai moti del ‘68 investì anche il ruolo della donna, dando vita a quella che viene de inita la "seconda ondata" femminista: la "prima ondata" fu infatti quella del movimento delle
rapporto intellettuali e potere D’Annunzio Nell'immediato dopoguerra le piazze si riempirono di reduci e nazionalisti, insoddisfatti delle condizioni di pace irmate dai governanti italiani. L'esito della guerra aveva portato all'Italia indiscutibili vantaggi, anzitutto l'inclusione all'interno del proprio territorio di Trieste e del Trentino Alto Adige. Tuttavia, a molti questi risultati apparvero inferiori rispetto alle aspettative del paese: la vittoria italiana fu considerata per questo una "vittoria mutilata", come la de inì il poeta Gabriele D'Annunzio nel 1918 dalle colonne del «Corriere della Sera» in un articolo intitolato “Vittoria nostra, non sarai mutilata”. Se da un lato all'Italia non vennero concesse l'Istria e la Dalmazia, promesse in base al patto di Londra, dall'altro i nazionalisti reclamavano l'annessione all'Italia, oltre che di quelle due regioni, anche della città di Fiume. Le due questioni erano di erenti. Il problema dell'Istria e della Dalmazia nasceva dall'esito imprevisto del conflitto. Nel 1915, quando fu sottoscritto il patto di Londra, si pensava che l'Impero austro-ungarico sarebbe rimasto in vita anche dopo la guerra; il suo crollo portò invece alla nascita del nuovo Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, che ambiva naturalmente a quelle due regioni in quanto abitate prevalentemente da popolazioni slavofone. Il problema di Fiume era invece diverso. Fiume non era mai stata promessa all'Italia. Tuttavia era popolata in prevalenza da italiani (nell'entroterra la popolazione era slava) e per questo l'Italia desiderava includerla nel proprio territorio. La situazione mutò inaspettatamente il 12 settembre del 1919, quando D'Annunzio, alla testa di un gruppo di militari in servizio o da poco congedati, occupò la città di Fiume, la dichiarò annessa all'Italia e vi insediò il governo provvisorio del Carnaro. Nel paese c'era chi sosteneva l'impresa, ma anche chi la giudicava un oltraggio alle istituzioni e un'aperta ribellione dell'esercito. Lo Stato italiano, considerando la grande popolarità del poeta e della causa iumana, reagì con cautela senza far ricorso alla forza e tentando la strada diplomatica; in questo modo però inì per mostrare una sostanziale debolezza nei confronti della destra nazionalista e militarista. Solo il 12 novembre del 1920, i governi italiano e quello del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni trovarono un accordo e irmarono il trattato di Rapallo, che pose ine alla questione iumana: in base all'accordo all’Italia sarebbe andata 'Istria, mentre il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni avrebbe ottenuto la Dalmazia. Fu inoltre deciso che Fiume rimanesse una città-stato indipendente. Poiché D'Annunzio si ostinava a non riconoscere il trattato, alla ine di dicembre il governo italiano - passato nel frattempo nelle mani di Giolitti - lo costrinse a sgomberare intervenendo con le armi e nel dicembre 1920 (il "Natale di sangue", come lo de inì D'Annunzio), le truppe dell'esercito regolare italiano si scontrarono
con i legionari guidati da D'Annunzio. L'intervento armato pose ine alla Reggenza del Carnaro, ma acuì la crisi politica italiana. Nonostante l'insuccesso, l'impresa iumana aveva dimostrato il malessere che regnava nell'esercito, pronto a disobbedire apertamente al disprezzato governo parlamentare, e la facilità con cui in Italia si potevano compiere impunemente atti illegali. Benedetto Croce In epoca fascista, mentre in tutta Italia imperversava una feroce repressione nei confronti di tutti coloro che si dimostravano contrari al regime, desta curiosità il caso del ilosofo liberale Benedetto Croce, la cui opposizione al regime venne tollerata. Croce era una personalità di spicco nella cultura italiana ma anche europea, e per questo dif icilmente attaccabile da parte di Mussolini. Sulla sua rivista “La Croce” dichiarò che il Fascismo non era altro che una parentesi infausta della storia italiana e, inoltre, nel 1925 ebbe il coraggio di pubblicare il Manifesto degli Intellettuali Antifascisti, in opposizione al Manifesto degli Intellettuali Fascisti pubblicato poco prima da Giovanni Gentile, intellettuale fascista. Nel suo Manifesto, croce difendeva la concezione di una cultura indipendente dal potere politico nel nome della libertà e della democrazia. progresso Età giolittiana Tra il 1903 e il 1914 Giolitti approvò una serie di riforme volte allo sviluppo e al progresso dello Stato italiano.
pienamente sviluppati e dopo la ine della guerra continuarono a essere largamente presenti nella vita civile. Le armi, naturalmente, conobbero lo sviluppo più signi icativo. Il carro armato venne inventato dai britannici e impiegato con successo nelle fasi inali del conflitto. Un ruolo non trascurabile ebbe anche il sommergibile, utilizzato dai tedeschi, oltre che contro le navi da guerra, per a ondare le navi mercantili che rifornivano di materie prime e viveri i paesi nemici. La guerra fu caratterizzata soprattutto dall'uso di mezzi di distruzione di massa, prodotti nelle fabbriche in grandi quantità. La mitragliatrice provocò enormi perdite, ma la principale causa di morte fu l'artiglieria, in grado di superare persino le linee nemiche: ogni o ensiva era infatti preceduta da un bombardamento condotto da migliaia di cannoni, e a cui era dif icile sopravvivere. L'arma più disumana sperimentata sui campi di battaglia furono però i gas. Era anche questo un frutto dei grandi progressi compiuti prima della guerra dall'industria chimica. Furono i tedeschi a usare per primi, nuvole di gas che, spinte dal vento verso le linee nemiche, o sprigionate da speciali proiettili di artiglieria, so ocavano, ustionavano o accecavano le vittime. Tutti gli altri eserciti si a rettarono a imitarli e la maschera antigas divenne da allora un accessorio indispensabile a ogni soldato. Anche per questo, i gas non produssero mai grandi vittorie e il loro e etto fu solo quello di rendere la guerra ancora più cruenta. L'impressione provocata dagli e etti di queste armi fu tale che, dopo la guerra, tutti i paesi si impegnarono a non usarle mai più. Guerra Fredda La Guerra Fredda non sfociò mai in una guerra aperta perché la corsa agli armamenti nucleari aveva creato un equilibrio del terrore: Usa e URSS avevano bisogno di ra orzarsi continuamente, in modo da tenere il passo della superpotenza avversaria e inibire ogni tentazione di attacco. Nel corso degli anni, questa competizione assunse una nuova forma, indirizzandosi in un'accanita contesa per la conquista dello spazio: a partire dalla ine degli anni Cinquanta e poi per tutto il decennio successivo, Stati Uniti e Unione Sovietica impiegarono sempre più risorse nella ricerca di conoscenze scienti iche necessarie alle esplorazioni spaziali. La costruzione di mezzi di navigazione spaziale sempre più so isticati implicava automaticamente una maggior capacità bellica, perché presupponeva un considerevole progresso nella tecnica missilistica: servivano infatti razzi sempre più potenti per lanciare i satelliti nello spazio. Per Usa e URSS ogni mezzo era adatto a dimostrare la superiorità del proprio modello su quello avversario e niente più delle conquiste spaziali poteva esserne una prova agli occhi dell'opinione pubblica.
I primi importanti risultati furono ottenuti dai sovietici che lanciarono in orbita il satellite Sputnik 1 e successivamente nel 1961 l'astronauta sovietico Gagarin fu il primo uomo a compiere un giro attorno alla Terra. Gli Usa, nella logica della Guerra Fredda, risposero ai successi sovietici intensi icando il proprio impegno nelle esplorazioni spaziali e investendo ingenti risorse. Fu così che nel 1969 gli Stati Uniti, con la navicella Apollo 11, inviarono per primi degli uomini sulla Luna. Neil Armstrong fu il primo a mettere piede sulla super icie lunare, pronunciando parole destinate a rimanere nella storia: «Un piccolo passo per un uomo, un grande balzo per l'umanità». Per gli Usa fu un successo indiscutibile. informazione, comunicazione e propaganda Propaganda durante i regimi totalitari - Italia e propaganda fascista Propaganda durante i regimi totalitari - Germania e propaganda nazista Propaganda durante i regimi totalitari - URSS e propaganda stalinista natura desolata natura idilliaca memoria lavoro e lavoratori scoperta dell’inconscio e crisi dell’io realtà e apparenza