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commento a ultima prefazione di Storia e critica dell'Opinione pubblica
Tipologia: Appunti
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Jurgen Habermas pubblica nel 1990 la nuova edizione di Storia e critica dell'Opinione pubblica. L'occasione, assolutamente pretestuosa — la vendita della casa editrice Luchterhand, che aveva promosso la vecchia edizione, uscita nel 1962 e più volte ristampata — offre ad Habermas la possibilità di ritornare, anche autocriticamente, sui concetti che là erano stati esposti, sulla scorta delle critiche che negli anni successivi all'uscita del libro gli erano state mosse da più parti. In effetti, rispetto alla vecchia edizione il testo è assolutamente identico, ma Habermas aggiunge ora una introduzione (Vorwort), che ritengo sia estremamente importante per comprendere l'evoluzione trentennale del suo pensiero, in particolare riguardo i concetti di spazio pubblico (Òffentlichkeit), società civile (Zivilgesellschaft) e democrazia (Demokratie), che egli svilupperà ulteriormente in Fatti e norme, opera che pubblica nel 1992. Nell'introduzione, seppur egli sostenga, con affermazione condivisibile, che la sua teoria si sia modificata "meno nei tratti fondamentali che nel grado della sua complessità", ammette: "se oggi mi accostassi ancora una volta alla ricerca dell'evoluzione strutturale dello spazio pubblico non saprei quale risultato essa avrebbe per una teoria democratica, forse sarebbe l'occasione per una valutazione meno pessimistica e per una prospettiva meno ostinata solo postulata di quella fatta a suo tempo". Schematizzando al massimo quanto esposto da Habermas, egli nell'introduzione:
Procedo ora ad analizzare i vari punti, precisando che tutti i concetti sono strettamente interconnessi tra di loro e che una trattazione così schematica è una forzatura dovuta esclusivamente a comodità espositive.
1. Il concetto di sfera pubblica plebea La sfera pubblica con funzioni politiche di stampo borghese che, secondo la ricostruzione storica proposta da Habermas nella vecchia edizione, si andava strutturando nel diciottesimo e diciannovesimo secolo in Inghilterra, Francia e Germania "può essere concepita in un primo momento come la sfera dei privati riuniti come pubblico; costoro rivendicano subito contro lo stesso potere pubblico la regolamentazione della sfera pubblica da parte dell'autorità per concordare con questa le regole generali del commercio" nella società borghese, cioè, "nella sfera fondamentale privatizzata, ma pubblicamente rilevante, dello scambio di merci e del lavoro sociale". Di conseguenza, "a far parte del pubblico che ragiona pubblicamente sono ammessi soltanto i proprietari privati, poiché la loro autonomia è radicata nella sfera dello scambio di merci e perciò stesso coincide anche con l'interesse al suo mantenimento come sfera privata"; "soltanto essi avevano (...) interessi privati che convergevano automaticamente nel comune interesse alla conservazione di una società borghese come sfera privata". Quindi, alla base dell'esistenza di una sfera pubblica borghese vi era l'interesse di classe. In ogni caso, ridurre i criteri di ammissione nella sfera pubblica politica alla proprietà ed alla cultura escludendo così i non proprietari, cioè i non borghesi, non avrebbe costituito di per sé una sua limitazione. Infatti, secondo l'autointendimento borghese, tutti — con abilità ed un po' di fortuna — avrebbero potuto assurgere al rango di proprietari. Tuttavia, contrariamente a quanto riteneva Kant, la società borghese non è l'ordre naturel in cui uomo (homme) e proprietario privato (bourgeois) coincidono. Di conseguenza i borghesi non possono identificarsi con la società in generale e pretendere di vegliare, in qualità di cittadini (citoyen), sulla stabilità dell'ordine proprietario percepito, appunto, come naturale. Lo Stato di diritto borghese non è l'ordinamento nel quale, attraverso l'azione della sfera pubblica politica, il dominio politico si dissolve, piuttosto è,
come affermava Marx, la perpetuazione del dominio in altra forma e la visione borghese, come già Hegel riteneva, non è altro che pura ideologia. Partendo da queste premesse, Habermas, nella vecchia edizione, riteneva di conseguenza che la sfera pubblica borghese soffrisse di una contraddizione interna. Infatti, "una sfera pubblica dalla quale fossero esclusi determinati gruppi, non solo sarebbe imperfetta, ma non sarebbe più neanche una dimensione pubblica". In effetti, egli nell'introduzione alla vecchia edizione fa un accenno all'esistenza di un opinione pubblica plebea, ma ritiene "di poterla tralasciare come una variante della sfera pubblica borghese soffocata nel processo storico". Oggi, nell'introduzione, Habermas rivede l'impostazione originaria alla luce di numerose opere successive alla vecchia edizione ed ammette che "è un errore parlare di pubblico al singolare", "accanto a quella egemoniale ed intrecciata con essa si forma una sfera pubblica plebea"; "La sfera pubblica borghese si articola in discorsi a cui non solo il movimento dei lavoratori, bensì anche altri movimenti esclusi da essa, potevano aderire per trasformare le strutture della sfera pubblica in se stessa dall'interno". Infatti, come Habermas preciserà successivamente in Fatti e Norme, "Le sfere pubbliche liberali implicano diritti d'eguaglianza e d'inclusione illimitata, tali da impedire meccanismi selettivi (...) e da fondare piuttosto un potenziale di auto — trasformazione. Già nel corso dell'Otto e Novecento, diventò impossibile ai discorsi universalistici della sfera pubblica borghese schermarsi nei confronti di chi li criticava dall'interno. A questi discorsi poterono collegarsi, ad esempio, movimento operaio e femminismo, con l'obiettivo di spezzare le strutture che li avevano inizialmente costruiti come "l'Altro della sfera pubblica borghese". Ciò non significa, in nessun caso, una democratizzazione dello spazio pubblico borghese, bensì che il modello di una "troppo contraddittoria istituzionalizzazione dell'opinione pubblica nello Stato borghese è posto troppo rigidamente" e che deve essere riconsiderata in maniera meno netta la cesura fra la sfera pubblica borghese ed una sfera pubblica lasciata in eredità alle democrazie di massa fondate sullo Stato sociale.
2. La rivisitazione del concetto di sfera pubblica Habermas dedica la seconda parte della vecchia edizione all'analisi del declino della sfera pubblica. La democratizzazione della sfera pubblica borghese, con l'allargamento della stessa ai non proprietari, non portò al superamento della distinzione tra homme e citoyen, cioè al superamento della distinzione tra Stato e Società ed all'auto-organizzazione della Società, come Marx, con l'idea del ritiro dello Stato in una società divenuta politicamente autonoma, riteneva. Al contrario, venendo rimesse in discussione la piena disponibilità della proprietà e la libertà di contrattazione- principi base dell'ordinamento liberale — vengono a cadere i presupposti fondamentali della sfera pubblica borghese, una produzione libera dalle competenze della pubblica autorità ed una amministrazione esentata da compiti produttivi. Si assiste, quindi, alla statalizzazione della società, che iniziava in seguito alle politiche interventiste dello Stato, a cui corrisponde una sempre più marcata socializzazione neocorporativa dello Stato, in cui il potere sociale si sostituisce a quello statale. In breve, una rifeudalizzazione della società fa venire meno la separazione tra Stato e società borghese, che conduce alla crisi della sfera pubblica. Ciò accadde, come constatava lo stesso Habermas nella vecchia edizione, perché "l'estensione dell'eguaglianza dei diritti politici a tutte le classi sociali avvenne entro questa stessa Società divisa in classi. La sfera pubblica allargata non condusse sistematicamente alla soppressione di quella base sulla quale il pubblico dei proprietari aveva soprattutto mirato a una specie di sovranità dell'opinione pubblica". Ritornando sulla questione nell'introduzione del 1990, Habermas precisa come "dopo l'universalizzazione dei diritti civili d'eguaglianza, l'autonomia privata delle masse non poteva trovare la sua base sociale nella disposizione sulla proprietà privata, come quella di quelle persone private che si erano raggruppate nelle associazioni dell'opinione pubblica borghese nel pubblico dei cittadini". Le masse economicamente dipendenti avrebbero potuto portare "un contributo verso la spontanea formazione di opinioni solo se avessero ottenuto un equivalente dell'indipendenza sociale dei proprietari privati". Habermas, negli anni Sessanta, riteneva che ciò sarebbe potuto avvenire "solo nella misura in cui si estendeva il controllo democratico sull'intero processo economico" attraverso le garanzie di status sociale che essi stessi si fossero concessi in quanto cittadini dello
di esempio, l'importanza della Società civile nei processi di democratizzazione nel centro e nell'est Europa, attraverso la crescente pressione di movimenti di cittadini che operavano in modo pacifico, e come questa prassi comunicativa, da parte di "associazioni che formano l'opinione", fosse stata sottomessa al controllo degli apparati del servizio segreto".
4. Il ruolo dei media nello spazio pubblico politico Habermas, nella sua ricostruzione storica, ritiene che la sfera pubblica borghese con funzioni politiche derivi da una sfera pubblica letteraria (literarische Òffentlichkeit). "È questa la palestra di un pubblico dibattito delle idee (...), un processo di autochiarificazione dei privati intorno alle genuine esperienze della loro nuova condizione privata, (...) quel gusto dell'argomentazione razionale che si accende a contatto con i prodotti culturali diventati accessibili al pubblico (...)". Secondo Habermas, il formarsi di un pubblico colto che discute di letteratura ed arte sarebbe in stretta relazione con lo sviluppo di una moderna sfera privata, la sfera dell'intimità familiare borghese che "si fondava essenzialmente sulla proprietà familiare in funzione capitalistica. La sua conservazione, l'accrescimento, l'ereditarietà costituivano il compito del privato come proprietario di merci e capo supremo della famiglia in una sola persona". Ma, con la compenetrazione fra Stato e società e con le conseguenti forti limitazioni poste alla piena disponibilità della proprietà e alla libertà a contrattare, "la famiglia perde sempre di più con le funzioni di formazione del capitale, anche le funzioni dell'allevamento e della educazione, della protezione, dell'assistenza, della guida, (...) tradizione e orientamento: essa perde il suo potere di plasmare il comportamento in campi che nella famiglia borghese erano considerati come i recessi più intimi della vita privata, (...) è deprivatizzata dalle garanzie pubbliche del suo status". Di conseguenza, la famiglia si trasforma in consumatrice di reddito e tempo libero, "la sua essenza sta oggi più nella capacità di fruizione dei beneficiari dei servizi che nel potere decisionale dei proprietari di merci". È questo il passaggio dal pubblico culturalmente critico al pubblico consumatore di cultura, che avrebbe condotto, secondo Habermas, che, negli anni sessanta, era fortemente influenzato dalle sue frequentazioni giovanili della scuola di Francoforte, alla trasformazione della discussione in bene di consumo, cioè alla commercializzazione della sfera pubblica, che adesso, perdendo la sua funzione politica, "si presta ad essere adoperata come mezzo di influenza politica ed economica". Ma nel momento in cui la sfera pubblica viene utilizzata a fini di pubblicità commerciale, il sistema dei media inizia ad orientarsi al profitto, cioè si commercializza, venendo così incontro "alla trasformazione della sfera pubblica in ambito e strumento della pubblicità", d'altra parte, la commercializzazione dei media "è stimolata dalle esigenze di réclame commerciale che scaturiscono spontaneamente dal tessuto dei rapporti economici". Quindi, i media mutano la loro funzione originaria da foro di pubblica discussione a strumento di manipolazione per la conquista del consenso di masse passive. È evidente, che, anche qui, l'influenza della scuola di Francoforte è fortissima. Ritornando sull'argomento nell'introduzione, Habermas ancora una volta si domanda "se ed in quale misura uno spazio pubblico dominato dai mass- media concede possibilità agli esponenti della Società civile (Zivilgesellschaft) a concorrere con buone prospettive con il potere mediatico degli invasori politici ed economici", ammettendo: "la mia diagnosi di uno sviluppo rettilineo dal pubblico attivo politicamente al privatistico, dall'orientato culturalmente all'orientato verso il consumo culturale, ha troppo poca presa, lo ho a suo tempo ho giudicato troppo pessimisticamente la capacità di resistenza ed il potenziale critico di un pubblico di massa distinto nelle sue abitudini culturali da differenze di classe, pluralistico, all'interno largamente differenziato". Habermas, rivedendo quindi, almeno in parte, la sua impostazione originaria, riconosce oggi l'importanza dei mass-media nei processi rivoluzionari avvenuti nella DDR, nella Cecoslovacchia e nella Romania: "i mass media non erano solo determinanti per gli effetti contagiosi della diffusione mondiale. Anche la presenza fisica delle masse di dimostranti nelle piazze e nelle strade ha potuto manifestare potere rivoluzionario, diversamente che nel XIX secolo e negli inizi del XX secolo, solo nella misura in cui essa veniva ricreato attraverso la televisione in una presenza ubiquitaria”. 5. La teoria discorsiva della democrazia
L'indagine che Habermas compie, nella vecchia edizione, si sviluppa su due livelli, da un lato un'analisi sulle origini di una sfera pubblica con funzioni politiche e sul suo declino nelle democrazie contemporanee fondate sullo stato sociale; dall'altro, attraverso l'analisi empirica, egli sviluppa un concetto normativo di sfera pubblica, secondo il quale la sua esistenza è necessaria per garantire la legittimità di un ordinamento democratico. L'aspetto più importante della sua analisi resta, così, ancora oggi, "il tipo di sovranità che in tal modo si evidenzia: una sovranità come processo discorsivo razionale, che non va confusa con una nozione meramente empirica di popolo". Come Habermas sosterrà in Fatti e Norme"tradotto in termini di teoria discorsiva, il principio della sovranità popolare afferma che ogni potere politico nasce dal potere comunicativo dei cittadini". Nell'introduzione, egli sostiene, ancora una volta, l'importanza in un regime democratico di una sfera pubblica funzionante, analizzando il suo modello di democrazia, già introdotto in precedenti opere. Habermas, citando Berhard Manin, teorizza il concetto di democrazia deliberativa (deliberative democracy) : "è necessario alterare radicalmente la prospettiva comune sia alle teorie liberali che al pensiero democratico: la fonte della legittimità non è il volere predeterminato di individui, ma piuttosto il processo della sua formazione (...), una decisione legittimata (...) è quella che risulta dalla deliberazione di tutti, è il processo attraverso il quale la volontà di ognuno è formata, ciò che conferisce la sua legittimità sul prodotto, piuttosto che la somma di volontà già formate. (...) Il diritto legittimo è il risultato della deliberazione generale, e non l'espressione della volontà generale". La democrazia deliberativa è, nella versione di Habermas, una democrazia discorsiva (Diskursbegriff der Demokratie) in quanto "la giustificazione delle clausole e delle condizioni di associazione procede attraverso la discussione pubblica e il ragionamento tra cittadini eguali". [nota] Le teorie liberali ritengono che il processo democratico abbia lo scopo di garantire un compromesso tra interessi, assicurando l'ordinario svolgersi dell'attività economica privata. Nelle teorie liberali, il processo legittimante del potere politico si svolge principalmente nel mandato che le istituzioni ricevono col voto degli elettori e solo secondariamente nell'ambito della comunicazione. Il modello Rousseauiano, invece, concepisce la Società in termini di totalità sottovalutando il peso degli ambiti sistemici della Società come, ad esempio, il mercato.
Proponendo, quindi, una terza via tra il modello liberale ed il modello rousseiano, Habermas afferma che la norma è legittima se risulta da un'intesa "in cui le conclusioni sono raggiunte insieme, attraverso lo scambio dialogico di ragioni pro e contro in condizioni di assenza di coercizione". Di conseguenza, le istituzioni basilari della democrazia vengono considerate da Habermas legittime nella misura in cui esse garantiscono la libera deliberazione pubblica, sulla base di "un modello discorsivo della democrazia che confida sulla mobilitazione politica e sul l'utilizzo della comunicazione dotata di forza produttiva". Da un punto di vista pratico, la concezione habermasiana della democrazia si realizza su due livelli, cioè, "dall'interazione che si viene a creare tra una formazione della volontà istituzionalizzata come Stato di diritto, da un lato, e sfere pubbliche culturalmente mobilitate dall'altro, che poggiano sulle associazioni di una Società civile egualmente separata sia dallo Stato che dall'economia". Nell'introduzione egli, infatti, sostiene che il processo democratico "non si esaurisce certamente negli ordinamenti istituzionali adattati sul piano dello Stato di diritto democratico", bensì "si fonda molto più sul gioco comune della formazione di volontà redatte istituzionalmente con spontanei, non redatti flussi di comunicazione di uno spazio pubblico (...)" in cui non devono essere formulate decisioni, bensì scoperti problemi e soluzioni adatte, cioè "opinioni che devono assumere negli organi forma di deliberazioni redatte democraticamente, poiché la responsabilità per deliberazioni cariche di conseguenze pratiche esige un'imputazione istituzionale. I discorsi non regnano: essi generano un potere comunicativo che non può sostituire bensì solo influenzare il potere amministrativo (...) nel modo dell'assedio.
Appunti alla nuova edizione di Storia e critica dell'opinione pubblica DI ANDREA UZZO ⋅ 1 SETTEMBRE 2003