Docsity
Docsity

Prepara i tuoi esami
Prepara i tuoi esami

Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity


Ottieni i punti per scaricare
Ottieni i punti per scaricare

Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium


Guide e consigli
Guide e consigli


TOP

Competenze pedagogiche educative seconda parte Gargiulo, Dispense di Pedagogia

Appunti slide, formazione al lavoro

Tipologia: Dispense

2020/2021

In vendita dal 16/05/2021

carlotta.galani
carlotta.galani 🇮🇹

4.3

(20)

10 documenti

1 / 60

Toggle sidebar

Questa pagina non è visibile nell’anteprima

Non perderti parti importanti!

bg1
LA COMPETENZA PEDAGOGICA FRA CENTRALITA’ DELLA PERSONA E FORMAZIONE AL
LAVORO
La Competenza pedagogica: una prima definizione
•L. Milani nel suo libro Competenza pedagogica e progettualità educativa (2000), ci aiuta a
definire la Competenza pedagogia. Ella spiega che cos’è come si traduce, come si qualifica e
come si costruisce.
• Lorena Milani definisce la competenza pedagogica come l’insieme complesso e dinamico di
conoscenze, di abilità, di procedure metodologiche, di esperienze consolidate e ordinate di
tipo educativo fondate sulla riflessione e sulla teorizzazione pedagogica che connota in modo
specifico la professionalità educativa e che i soggetti che operano in questo settore devono
saper mettere in campo personale e critico quando progettano, attuano e valutano il proprio
intervento.p.86-87
Premessa: In che cosa consiste?
La CP si traduce nella mobilitazione di questo insieme complesso e dinamico all’interno di
un quadro costruito dal soggetto o dal gruppo in riferimento alla specifica situazione che può
evolvere verso una risoluzione educativa.
•La CP si qualifica per essere costruita intorno al principio di educabilità dell’uomo e a quello
della relazione come condizione per la promozione, per lo sviluppo e per il cambiamento. Tale
relazione è concreta e simbolica insieme, è reale e virtuale perché l’uomo è un essere sempre
in relazione, e anche nei processi autoeducativi, in particolare autoriflessivi, mantiene
comunque la relazione con gli altri, con la realtà sociale, con la cultura come espressione
dell’intersoggettività (Zanniello)
Le prospettive pedagogiche della competenza
La prospettiva etimologica (semantica): il significato del termine «competenza» ed
evoluzione del concetto (senza pretesa di esaustività).
La prospettiva epistemologica. Essa è caratterizzata da alcuni approcci o modelli di studio
che hanno caratterizzato la definizione della competenza nei diversi ambiti delle scienze
umane.
La terza è quella empirico-ermeneutica. Questo approccio tende a dare testimonianza di
alcune interpretazioni e applicazioni di studio della competenza nei diversi contesti delle
scienze umane.
La prospettiva etimologica
La parola competenza deriva dal latino cum (con) petere che
Etimologicamente il termine deriva dal latino cum petere che non significa solo “chiedere per
avere”, ma anche “dirigersi” cioè andare insieme, convergere verso un medesimo punto. In tal
senso si intende che le conoscenze e le abilità possedute dalla persona sono indirizzate
sinergicamente per affrontare una serie di compiti previsti in un contesto particolare.
Il corrispondente italiano è “competere” cioè far fronte a una situazione di sfida, gareggiare, il
che presuppone la presenza di due contendenti: il compito da svolgere e la persona che lo
deve svolgere (Zanniello)
pf3
pf4
pf5
pf8
pf9
pfa
pfd
pfe
pff
pf12
pf13
pf14
pf15
pf16
pf17
pf18
pf19
pf1a
pf1b
pf1c
pf1d
pf1e
pf1f
pf20
pf21
pf22
pf23
pf24
pf25
pf26
pf27
pf28
pf29
pf2a
pf2b
pf2c
pf2d
pf2e
pf2f
pf30
pf31
pf32
pf33
pf34
pf35
pf36
pf37
pf38
pf39
pf3a
pf3b
pf3c

Anteprima parziale del testo

Scarica Competenze pedagogiche educative seconda parte Gargiulo e più Dispense in PDF di Pedagogia solo su Docsity!

LA COMPETENZA PEDAGOGICA FRA CENTRALITA’ DELLA PERSONA E FORMAZIONE AL

LAVORO

La Competenza pedagogica: una prima definizione

  • L. Milani nel suo libro Competenza pedagogica e progettualità educativa (2000), ci aiuta a

definire la Competenza pedagogia. Ella spiega che cos’è come si traduce, come si qualifica e

come si costruisce.

  • Lorena Milani definisce la competenza pedagogica come l’insieme complesso e dinamico di

conoscenze, di abilità, di procedure metodologiche, di esperienze consolidate e ordinate di

tipo educativo fondate sulla riflessione e sulla teorizzazione pedagogica che connota in modo

specifico la professionalità educativa e che i soggetti che operano in questo settore devono

saper mettere in campo personale e critico quando progettano, attuano e valutano il proprio

intervento.p.86-

Premessa: In che cosa consiste?

  • La CP si traduce nella mobilitazione di questo insieme complesso e dinamico all’interno di

un quadro costruito dal soggetto o dal gruppo in riferimento alla specifica situazione che può

evolvere verso una risoluzione educativa.

  • La CP si qualifica per essere costruita intorno al principio di educabilità dell’uomo e a quello

della relazione come condizione per la promozione, per lo sviluppo e per il cambiamento. Tale

relazione è concreta e simbolica insieme, è reale e virtuale perché l’uomo è un essere sempre

in relazione, e anche nei processi autoeducativi, in particolare autoriflessivi, mantiene

comunque la relazione con gli altri, con la realtà sociale, con la cultura come espressione

dell’intersoggettività (Zanniello)

Le prospettive pedagogiche della competenza

  • La prospettiva etimologica (semantica): il significato del termine «competenza» ed

evoluzione del concetto (senza pretesa di esaustività).

  • La prospettiva epistemologica. Essa è caratterizzata da alcuni approcci o modelli di studio

che hanno caratterizzato la definizione della competenza nei diversi ambiti delle scienze

umane.

  • La terza è quella empirico-ermeneutica. Questo approccio tende a dare testimonianza di

alcune interpretazioni e applicazioni di studio della competenza nei diversi contesti delle

scienze umane.

La prospettiva etimologica

La parola competenza deriva dal latino cum (con) petere che

Etimologicamente il termine deriva dal latino cum petere che non significa solo “chiedere per

avere”, ma anche “dirigersi” cioè andare insieme, convergere verso un medesimo punto. In tal

senso si intende che le conoscenze e le abilità possedute dalla persona sono indirizzate

sinergicamente per affrontare una serie di compiti previsti in un contesto particolare.

Il corrispondente italiano è “competere” cioè far fronte a una situazione di sfida, gareggiare, il

che presuppone la presenza di due contendenti: il compito da svolgere e la persona che lo

deve svolgere (Zanniello)

L’espressione cum = con può avere due accezioni che non si elidono, ma si sommano e che

danno rilevanza alle due dimensioni della competenza:

la dimensione temporale e la dimensione sociale.

Nella prima dimensione (Mari, 2018) l’espressione cum viene ricondotta al suo significato

temporale. Di conseguenza la competenza significa “la capacità di dirigersi in situazione” che,

secondo l’autore, «corrisponde alla phronesis aristotelica e, dunque, alla “saggezza” che risulta

particolarmente coerente per essere un tratto tipico della competenza» (p.121). Sottolinea la

dimensione etica della competenza.

Nella seconda dimensione il termine cum ha un significato sociale (Bertagna, 2004). Può

esprimere come dice Bertagna una prospettiva relazionale. Implica un andare di qualcuno

verso qualcosa che non si può fare da soli, ma che esige cooperazione, solidarietà, compagnia.

  • I passaggi fondamentali dell’evoluzione del concetto di competenza senza alcuna pretesa di

esaustività sono tre.

PRIMA TAPPA

DAVID MCclelland quale nel 1973 Il concetto nel suo significato moderno, incominciò ad

essere usato dallo psicologo del lavoro americano pubblicò uno studio sulle relazione fra

quoziente intellettivo, risultati negli studi universitari e successo professionale.

Richard Boyatzis, suo collaboratore, ricercò gli elementi comuni alle innumerevoli definizioni

di competenze e giunse a definire la competenza come una caratteristica intrinseca di un

individuo causalmente collegata ad una performance efficace o superiore nella mansione.

SECONDA TAPPA (anni 80)

M. Pellerey (1983).il concetto di competenza si arricchisce di complessità e profondità in

quanto parla di “disposizioni” individuali. La competenza si configura come un insieme

strutturato di conoscenze, abilità ed atteggiamenti necessario ad esplicare in maniera valida

ed efficace un compito

G. Le Boterf (anni Novanta). Modello Francofono. La competenza non è uno stato ma un

processo e si sostanzia nelle mobilitazione delle risorse dell’individuo (sapere teorico e

procedurale, saper fare procedurale, esperienziale e sociale) e si configura come un saper

agire o reagire in risposta ad una determinata situazione-problema in un determinato

contesto allo scopo di conseguire una performance.

TERZA TAPPA

L’evoluzione del concetto iniziò alla fine del secolo ventesimo quando si sottolineò, insieme, la

dimensione sociale e la dimensione interna e soggettiva della competenza.

La competenza è una caratteristica intrinseca di un individuo, appartenente alla sua

dimensione psicologica, costituita dall’insieme articolato di capacità, conoscenze, esperienze

finalizzate. Si esprime attraverso comportamenti e necessita della motivazione e del contesto.

L’azione combinata di motivazione e di contesto fa assumere alla competenza il suo carattere

soggettivo di

consapevolezza, di possibilità di controllo sull’ambiente esterno.

materiali. Frequente non significa facile: trovare su Google delle ricerche complete (e

non delle semplici sintesi) richiede comunque tempo e abilità. Può essere in molti casi

preferibile andare in biblioteca (specie se fa parte di una rete di biblioteche) e cercare

sul database utilizzando parole chiave (es. “indagine” + “adolescenti”).

  1. Le ricerche analizzate possono essere sia di tipo quantitativo che qualitativo: nel corso

si parla soprattutto di quest’ultimo approccio, tuttavia non ci sono preclusioni rispetto

al tipo di indagine che scegliete per l’esame. Fino a pochi anni fa le ricerche disponibili

erano quasi esclusivamente quantitative. Oggi le cose sono cambiate e c’è un’ampia

produzione anche di indagini qualitative.

  1. Il materiale non deve essere troppo datato: 10 anni rappresentano un tempo limite per

un lavoro di ricerca, che tende a “invecchiare”. Ci sono poi naturalmente delle

eccezioni: ricerche così interessanti o innovative che rimangono attuali anche dopo

molto tempo (ad es. quelle di Goffman). Restano, appunto, delle eccezioni.

  1. Le ricerche devono avere attinenza con le tematiche educative. Da questo punto di

vista c’è solo l’imbarazzo della scelta, visto che il nostro corso di laurea ha un approccio

aperto all’educazione, che tocca una serie innumerevole di possibili temi. È più facile

allora dire che tipo di materiale non è adatto per il project work:

 indagini con un’impostazione esclusivamente tecnica (ad es. “Valori dei composti

azotati nell’area demaniale di Pianico”). Occorre chiedersi: so leggere i valori e i

diagrammi? sono in grado dar loro un significato educativo?

 indagini che non sono tali: progetti educativi, programmazioni scolastiche, protocolli

per la formulazione di test, semplici descrizioni, ecc. Se avete dei dubbi, tenete

presente che un’indagine si serve sempre di qualche tipo di strumento (questionario,

intervista, osservazione...) per produrre dei risultati verificabili a partire da un certo

numero di soggetti e di domande chiave. Altrimenti è qualcos’altro.

  1. Le ricerche sono tanto più adatte al lavoro per l’esame quanto più non si limitano a

enunciare le conclusioni, sorvolando su come sono state ottenute, ma presentano

anche in maniera estesa i materiali originali (tabelle, matrici, ampi stralci di

osservazioni, interviste, ecc.) che sono serviti per la loro elaborazione. Molte ricerche

aggiungono questi materiali in allegato, e c’è evidentemente una bella differenza, ad

esempio, tra riportare semplicemente due pagine con il modello del questionario

utilizzato o allegarne cento rendendo disponibili tutte le tabelle che su cui si è lavorato.

  1. Un discorso a parte va fatto rispetto alle ricerche che provengono da esperienze

personali o lavorative. Il corso si propone di farvi assumere un’attenzione e un

atteggiamento di ricerca, ma certo non di trasformarvi in ricercatori. La ricerca può

essere appassionante, impegnativa, imprevedibile e divertente, ma non è mai

un’impresa breve ed estemporanea. Come per qualunque altra cosa, per capire come si

fa occorre prima osservare chi la sa fare bene (la ricerca è anche un’attività

professionale). Il project work è soprattutto uno strumento per entrare in contatto con

questo mondo. Quindi alla domanda: “Posso analizzare per il project work

un’intervista che ho realizzato?” la risposta è sì, è una buona idea se l’intervista fa parte

di un lavoro più complessivo che viene analizzato nel suo insieme; no invece se tutto il

materiale si riduce alla propria intervista.

  1. Passiamo ora alla stesura vera e propria del project work. In sostanza per realizzare il

project work sono richieste due cose:

 una breve sintesi descrittiva delle ricerche (chi, dove, quando, come, ecc.)

 una dettagliata analisi critica di come le ricerche sono stata realizzate dal punto di vista

metodologico (elementi positivi, punti deboli, aspetti che potevano essere sviluppati

meglio o diversamente...).

È utile tenere presente questa doppia finalità già nel momento in cui cominciate a pensare

come organizzare il project work, che sarà comunque composto di due parti principali: sintesi

e analisi (o se preferite riassunto e commento).

  1. Il passo successivo è leggere le ricerche. “Leggere” in questo caso significa sottolineate

(se non è in prestito), scrivete note a margine, prendete brevi appunti sulle parti e gli

aspetti che vi sembrano più importanti e interessanti (non è la stessa cosa). Create una

vostra versione dei materiali, senza timori reverenziali del tipo “se è una ricerca sarà

una cosa incomprensibile ma sicuramente valida”. Non preoccupatevi neppure di

tenere già distinti nella prima lettura sintesi e analisi: segnate le cose che gli autori

ritengono rilevanti, quelle che a voi sembrano rilevanti, quelle che suonano rilevanti a

partire dai libri che avete appena finito di leggere (quelli del corso di Metodologia della

ricerca e non solo). Attenzione però, non si tratta di trovare nelle ricerche la conferma

dei libri: se tutto è già nei libri, perché si sprecherebbe del tempo a fare ricerca?

I libri suggeriscono ipotesi, la ricerca conferma, smentisce, mostra strade alternative.

  1. Fatto il lavoro preparatorio avete lì davanti i vostri appunti sparsi: ora è il momento di

mettere un po’ d’ordine e cominciare a scrivere. Come minimo il vostro project work

deve contenere nell’ordine:

a) la copertina (con il vostro nome, titolo ecc.)

b) la sintesi

c) l’analisi

d) la bibliografia

In aggiunta a queste indispensabili parti potete aggiungere, se volete, un’introduzione, in cui

spiegate i motivi personali, di studio o professionali per cui avete scelto proprio questa

ricerca, e le conclusioni, in cui alla fine tirate le fila del vostro lavoro.

La struttura del project work diventa allora:

a) copertina

b) introduzione

c) sintesi

d) analisi

e) conclusioni

f) bibliografia

Le parti centrali rimangono in ogni caso quelle più importanti. Indicativamente la proporzione

(escluse copertina e bibliografia) è: 10% introduzione, 40% sintesi, 40% analisi, 10%

È facile notare che riassumere il percorso di una ricerca è un compito abbastanza

impegnativo. Occorre tuttavia aggiungere che nel momento in cui riuscite a realizzare una

sintesi abbastanza efficace, anche la direzione del lavoro di analisi diviene molto più chiara e

in parte già inizia a delinearsi.

  1. Analisi

Come si fa a fare l’analisi? È vero che per buona parte del corso facciamo soprattutto questo

tipo di lavoro (per chi non frequenta è un altro discorso), però per molti è comunque la prima

volta... Bene, tenete conto che non partite da zero:

− avete letto i libri indicati in bibliografia, che contenevano sia indicazioni metodologiche che

esempi di ricerche, avete studiato i concetti e come altri li hanno applicati; ora si tratta di

confrontarli con la ricerca che avete sotto gli occhi, trovando conferme o smentite a questi

presupposti

− avete fatto un discreto lavoro di sintesi delle ricerche, grazie al quale hanno già cominciato

ad evidenziarsi pregi e pecche dei lavori; si tratta di approfondire questa direzione

− i testi non si collegano da soli alle ricerche: il punto di connessione critica siete voi. Sulla

base delle indicazioni dei libri, del corso di Metodologia e di quello che avete imparato negli

altri corsi, che cosa vi suggerisce il vostro personale senso di osservazione, la logica, la vostra

immaginazione e, non ultimo, il vostro buon senso? Di fatto all’esame quello che ci aspettiamo

di sentire da voi è: “Si tratta di buone/cattive ricerche per questi e questi motivi...”. Le ragioni

che sostenete possono essere vostre personali oppure sostenute da autori. In realtà l’analisi

comincia a funzionare quando le due cose diventano complementari: né il viscerale “me lo

sento dentro che è OK questa ricerca” e neppure lo zelante “come sostiene autorevolmente

Georg Wilhelm Frederich Hegel la ricerca è un viaggio nell’iperspazio”, ma piuttosto una

mediazione dei due approcci.

Una premessa di fondo è che la bontà di una ricerca non si giudica dalla quantità: se è vero che

una ricerca, per essere analizzabile, non può scendere al di sotto di, diciamo, cinquanta

pagine, è altrettanto vero che un volume di quattrocento non garantisce automaticamente la

qualità ma solo un grande sforzo di lettura.

Avere a disposizione due ricerche costituisce inoltre un grosso vantaggio, in quanto consente

di fare una comparazione: se infatti valutare una cosa (ad es. una borsa) è difficile in sé e per

sé, è molto più facile quando abbiano un termine di paragone (questa borsa è piccola, l’altra è

grande, questa ha molte tasche, l’altra no...).

Lo stesso vale per le ricerche: il confronto aiuta a mettere in luce ciò le debolezze e i punti

forti di una rispetto all’altra.

Ripartiamo ora dalla sintesi.

Avete un elenco punti chiave: nelle vostre ricerche ci sono tutti? Oppure si sono dimenticati

qualcosa, ad esempio omettono di precisare come era composto il campione della survey o

dove sono state svolte le interviste? Viste da vicino, molte ricerche mostrano una presenza

impressionante di “buchi neri” (uno esemplare: la ricerca tutta basata su un questionario il cui

modello non è però riportato da nessuna parte). I punti deboli della ricerca sono però in

genere molto meno clamorosi e più sfumati: alcune domande mancano, oppure sono mal

formulate o irrilevanti; alcuni aspetti vengono ignorati o trattati con superficialità; vengono

tratte conclusioni arbitrarie o fumose... Un altro rischio diffuso è che la ricerca, adottando

sedicenti strumenti sofisticatissimi e producendo chili di materiali, finisca per lo scoprire

l’acqua calda: “gli adolescenti amano il rischio e i comportamenti trasgressivi, ma anche un

certo grado di tranquillità e la sicurezza”, “la cultura di provenienza influisce sui processi di

inserimento dei bambini stranieri in classe” ecc.

Per analisi critica delle ricerche si intende però non solo la scoperta dei loro punti deboli ma

anche di quelli forti. Le ricerche sono solide, ben costruite? Partono da domande non scontate,

forniscono risposte interessanti (che magari vi hanno sorpreso)? Per ottenerle adottano

strategie adatte, efficaci e magari creative (pensate alla ricerca etnografica, o agli esperimenti

di Milgram)?

Finora ci siamo mossi sul piano della “critica interna”: date le premesse che i ricercatori si

sono posti, abbiamo valutato se hanno fatto un buon lavoro. Ma la visuale si può utilmente

allargare, e possiamo a nostra volta chiederci se l’approccio stesso e gli strumenti che sono

stati utilizzati erano i più adatti oppure se scelte alternative potevano produrre risultati

migliori. Un esempio grossolano (ma realmente accaduto) è quello della ricerca

sull’atteggiamento degli adolescenti nei confronti delle sostanze stupefacenti, svolta

attraverso un questionario che il ricercatore compilava ponendo le domande al ragazzo/a in

casa sua, presenti i genitori: è lecito chiedersi quanti adolescenti siano disposti a parlare

liberamente di droga con un perfetto sconosciuto di fronte ai genitori. Indubbiamente un

approccio più informale e confidenziale, rispettoso della privacy, senza troppe caselline da

compilare stile notaio ma con l’indispensabile certezza che quanto viene detto rimarrà

riservato, avrebbe portato più vicini alla realtà che si voleva conoscere. Come vedete insomma

non si tratta di scoprire se le ricerche sono qualitative o meno (annunciando trionfali: ”c’è un

questionario, quindi è quantitativa!”), quanto di capire se l’approccio dei ricercatori

(quantitativo o qualitativo) ha effettivamente pagato sul piano dei risultati, e se un approccio

alternativo non avrebbe potuto funzionare meglio.

  1. Conclusioni

Anche le conclusioni, come l’introduzione, non sono strettamente richieste.

Tuttavia, mettetevi un momento dalla parte di chi legge: dopo aver fatto un giro in lungo e in

largo

attraverso le ricerche, scomponendole in piccole parti, confrontandole e commentandole,

proponendo versioni alternative, forse non è male fare alla fine un rapido riepilogo del

cammino fatto, che ne chiarisca il significato per il lettore. In questo modo l’impressione finale

non sarà più quella di un lavoro interessante ma confuso, ma brillante e incisivo.

  1. Bibliografia

La bibliografia va messa, per vari motivi:

− imparate a farla: saper scrivere una bibliografia è un requisito indispensabile per laurearsi,

e questa è un’occasione facile per cominciare a capire come si fa. L’ordine dei termini può

variare, ma autore, titolo, editore, città e anno devono sempre esserci.

− avete usato dei testi: quelli d’esame, le ricerche stesse, e magari qualche altro titolo. È

indispensabile fornire le indicazioni precise dei libri che avete utilizzato, serve a comunicarlo

agli altri e a dare fondatezza al vostro lavoro. Non abbiamo appena finito di criticare quello

degli altri?

− è anche un modo di dire che questi libri adesso vi appartengono, fanno parte del vostro

bagaglio personale

  1. la necessità di adottare nuove strategie formative per ampliare il modello tradizionale

di fare formazione, con l’attivazione di situazioni di “sistema aperto”, in cui gli allievi

possano diventare protagonisti del proprio processo e percorso di formazione.

Il concetto di formazione, cioè, è legato in primo luogo all’acquisizione degli alfabeti

indispensabili per comunicare, produrre e saper riflettere sulle conoscenze e successivamente

alla capacità, da parte di ciascun soggetto, di saper combinare in maniera creativa gli alfabeti

acquisiti, rielaborandoli per generare nuovi saperi ed essere così capaci di utilizzarli in

rapporto alle personali esigenze lavorative e sociali. Tutto ciò consente al soggetto di sapersi

orientare autonomamente nella molteplicità e diversità dei contesti e nella logica

dell’apprendimento per tutta la vita (lifelong learning).

Le fasi organizzative del Project Work

Il Project Work ha una funzione strategica nel percorso formativo e ne qualifica l’offerta

formativa didattica, seguendo i principali paradigmi alla base degli attuali modelli socio-

costruttivisti. Il metodo racchiude una scelta didattica in grado di valorizzare il saper fare nei

contesti reali, al fine di favorire il raggiungimento di competenze grazie alla messa in pratica

delle conoscenze acquisite durante il percorso formativo.

All’origine, pertanto, di qualsiasi progetto, vi è sempre una domanda, una carenza, un bisogno

da soddisfare, che va identificato, analizzato, tradotto in forma di problema da risolvere. La

soddisfazione del bisogno richiede una realizzazione concreta, che prevede diverse fasi:

a) Fase preliminare

b) Fase di progettazione

c) Fase di realizzazione

d) Fase di testing e revisione finale

La fase preliminare si struttura in tre momenti:

  1. Analisi del bisogno: è necessario individuare l’idea centrale e il campo di indagine su

cui poi proiettare gli sforzi per l’impostazione complessiva, ragionando e discutendo

sulle situazioni precedenti e su soluzioni adottate in altri contesti. Dopo aver

individuato il fenomeno che si presta ad essere oggetto della ricerca, che risulta

interessante e coinvolgente e che, allo stesso tempo, risponda alle esigenze formative,

si passa alla fase successiva;

  1. Studio di fattibilità: è necessario approfondire il contesto di riferimento per valutare

l’utilizzo degli strumenti e la definizione dei requisiti tecnici, fisici ed economici a cui

dovrà rispondere il “prodotto finale”. Prima di passare alla tersa fase, si dovranno

anche definire gli strumenti e i criteri di valutazione e monitoraggio;

  1. Definizione: in ultimo, il progetto va condiviso e definito in modo schematico e

grafico.

Nella fase di progettazione, il progetto viene impostato, vengono definite le modalità di

svolgimento nello specifico e viene stabilito un piano di lavoro. Durante le attività, è

necessario considerare le risorse necessarie che si hanno a disposizione, nonché gli

eventuali vincoli che possono presentarsi. Si passa, cioè, alla pianificazione delle

procedure di attuazione e alla scelta delle procedure da seguire, partendo dalla

considerazione che “predisporre un progetto non significa pensare un algoritmo che gli

allievi dovranno limitarsi ad applicare: pianificare non significa programmare

rigidamente una catena di azioni”

Nella fase di realizzazione, si è chiamati a realizzare l’idea progettuale stabilendo un

collegamento ed un’interazione continua tra la dimensione teorica e le sue possibili

applicazioni pratiche, ossia una conoscenza ed un apprendimento agito, utilizzando in

diversificati ma reali le conoscenze maturate, che in tal modo di trasformano in

competenze concretamente spendibili. In questa fase diventa opportuno realizzare e

prefigurare le attività di gruppo o individuali e, in contemporanea, attivare le

conoscenze pregresse indispensabili per lo svolgimento del progetto. Successivamente,

si passa all’elaborazione dei materiali e degli strumenti utili alla ricerca e alla raccolta

dei dati, alla loro classificazione ed analisi.

Ciò che è notevolmente importante non è tanto l’organizzazione e selezione del

materiale raccolto, ma la continua riflessione e analisi sul lavoro svolto e sulla

valutazione ed autovalutazione relativamente alle procedure e ai risultati, parziali

prima e finali poi, conseguiti. Questo passaggio consente lo sviluppo della fase di

monitoraggio e di feed-back, con la relativa eventuale riprogettazione. E’ bene,

comunque, tener presente che ogni valutazione tanto più è efficace quanto più si

caratterizza come strumento di e per l’autovalutazione. Solo l’autovalutazione, intesa

come esercizio del pensiero critico e riflessivo consente a ciascuno di conoscere il

grado di sviluppo delle proprie capacità, del proprio profitto e di partecipare alla scelta

degli obiettivi del processo. “Condurre lo studente ad auto valutarsi significa aiutarlo

nel suo processo di crescita, dargli gli strumenti per riorganizzarsi continuamente. In

tal senso la valutazione è funzionale allo sviluppo del soggetto, e da controllo esterno

diventa un processo interno, metacognitivo, di azione e riflessione circa la padronanza

delle proprie conoscenze, abilità e competenze”.

Nella fase di testing e di revisione finale, si procede alla verifica del rapporto tra

competenze acquisite durante il percorso formativo e quelle specifiche maturate

durante la realizzazione del progetto, attraverso il confronto fra i risultati attesi e

quelli effettivamente raggiunti, a seguito della sperimentazione sul campo dei risultati

ottenuti.

Naturalmente, si tratta di fasi di carattere indicativo e, quindi, soggette ad essere

adattate al tipo di Project Work che si realizza. Al di là, però, della diversa articolazione

seguita, importante è prevedere sempre un costante monitoraggio dell’andamento, con

momenti di confronto in modo da consentire l’autovalutazione ed essere disponibili ad

apportare le eventuali modifiche necessarie.

Nonostante, comunque, le varie difficoltà che necessariamente si incontrano e che

bisogna superare, l’esperienza insegna che il Project Work rappresenta un valido

strumento per far acquisire ai soggetti coinvolti “l’imparare ad imparare” e l’autonomia

e flessibilità cognitiva, ossia competenze trasversali valide per tutta la vita.

Formazione Professionale e sia per l’impresa, ed è auspicabile, in alcuni casi, che si

concluda con la realizzazione di esperienze professionalizzanti sotto forma di progetti.

  1. Il “capolavoro professionale”, un concetto di tradizione propria delle gilde

medioevali, riproposto dai Centri di formazione professionale Salesiani. Esso deriva dal

francese “chef d’oeuvre” o “capo d’opera”, utilizzata nel Medioevo per designare la

prova di maestria professionale svolta dall’apprendista di bottega, in base alla quale

poter divenire membro della corporazione. Nell’uso Salesiano, esso indica la migliore

realizzazione svolta dall’allievo del corso di formazione professionale, in un contesto

reale o simile alla realtà (ad esempio l’officina del Centro), che attesta la sua

preparazione a fronte della commissione esaminatrice alla quale esso è presentato

specie nel colloquio dell’esame finale.

Tali principi si traducono in una struttura dettagliata per l’elaborazione del Project

Sezioni Specificazione

Idea progetto

Si tratta di un compito-prodotto, ma anche di un’ipotesi che viene

posta a verifica di realtà

Contesto Analisi del territorio e della singola azienda

3 Documentazione del

progetto

  • Consegna (ciò che è richiesto all’allievo)
  • Progettazione (come è stato definito il progetto nelle sue parti)
  • Realizzazione (descrizione di come il progetto si è realizzato

concretamente, per passi successivi)

  • Documentazione (apparato di schemi, immagini, documenti tecnici...)

Valutazione e Riflessione

Autovalutazione da parte dell’allievo:

  • Efficacia (grado di raggiungimento

degli obiettivi del progetto)

  • Efficienza (uso razionale del tempo, dei materiali, delle attrezzature e

degli strumenti)

  • Apprendimenti (cosa ho imparato, che legame con ciò che ho appreso

al corso)

  • Maturazioni (aiuta nel chiarire le scelte future)

Valutazione dei formatori e del tutor aziendale:

  • Significatività per la figura del tecnico Innovazione (per l’azienda, per

il destinatario finale, per il cfp)

 - Economicità

 - Autonomia

 - Responsabilità

 - Capitalizzazione (aiuto per le scelte future)

Le sezioni della tabella richiamano le cinque fasi di attuazione del Project Work, utilizzate

come linee guida nella Sperimentazione del Diploma Professionale di Tecnico, cuore di questo

elaborato. La seconda colonna della tabella indica nel dettaglio ciò che formatori, tutor

aziendali ed allievi hanno messo in pratica durante l’anno formativo.

La costruzione di un Project Work

Cosa è un PROJECT WORK

Nei contesti organizzativi, un Project Work è una forma di “consulenza” che un lavoratore, o

un gruppo di lavoratori, fornisce alla sua azienda, su temi di cui ha la diretta conoscenza ed

esperienza

  • L’esperienza è il punto di partenza;
  • un programma d’azione o una proposta (recommandation) sono i punti di arrivo, il prodotto;
  • il miglioramento del funzionamento di una parte del sistema (fi un processo) è lo scopo.

Alcuni tipi di Project work

a) Progetti di ricerca

Conoscere, capire situazioni e rponlemi Problem finding

b) Progetti di miglioramento

La progettazione: competenze coinvolte

Prefigurare / immaginare (una situazione, un evento, un prodotto) collocato nel futuro, in un

campo (di business, di divertimento, ...) di interesse personale o professionale.

Analizzare / valutare le risorse disponibili / necessarie

Definire una strategia

Definire obiettivi (quantità/qualità, tempi, livelli, ...) – finali - intermedi

Individuare / scegliere / elencare le azioni necessarie per raggiungere quegli obiettivi

Individuare / scegliere / elencare le risorse necessarie

Mettere in sequenza le azioni (programmare)

  • per perseguire gli obiettivi
  • per reperire le risorse

Stabilire i punti critici di monitoraggio / controllo / feedback

Stabilire programmi di contingenza (rischi/opportunità)

Scegliere, decidere

 Realizzare un programma

 Mettere in atto le azioni programmate

 Controllarlo

 Intervenire con azioni correttive

 Modificare il progetto

Le tappe del PROJECT WORK (ricorsive)

Individuare il tema

  • ragioni
  • rilevanza
  • dimensioni
  • costi/benefici
  • titolarità (ownership)
  • Interlocutori

Descrizione (titolo) del progetto Tipologia del progetto

Formulare un obiettivo

  • Finalità, scopo, obiettivo  Esito atteso

Scegliere una strategia

  • considerare le risorse disponibili
  • stabilire criteri di misura  scelta tra opzioni possibili

Formulare (stendere) un piano di azione  assunzione degli impegni

Formalizzare il progetto (negoziare)

  • come programma
  • come proposta  Stabilire criteri di valutazione

LE TRAPPOLE

Saltare alle conclusioni

Non raccogliere dati critici o trascurarli

Progetti troppo vasti, generali,

Progetti troppo piccoli, dettagli

Progetti fuori dal controllo del gruppo

Sottovalutare le difficoltà e gli ostacoli

Enfatizzare le difficoltà e gli ostacoli

Non coinvolgere interlocutori importanti

Non programmare le azioni (le cose non succedono da sole)

Non stabilire criteri di monitoraggio, verifica, valutazione

In sintesi

Note metodologiche sul “Project Work”

Semplificando, un "project work" è una forma di consulenza che un gruppo di lavoratori (o

anche un singolo lavoratore) presta alla sua organizzazione su temi di cui ha diretta

esperienza e conoscenza.

Il punto di partenza è una riflessione sull’esperienza: da essa scaturiscono un campo di

possibile intervento e la scelta di un tema su cui vale la pena di intervenire.

Lo scopo è il miglioramento di una anche piccola parte di un processo di cui il gruppo è

titolare. Lo scopo si estrinseca poi in un obiettivo specifico del progetto.

Il prodotto è una proposta per realizzare un piano di attività adatto a raggiungere lo scopo e

l’obiettivo.

Se chi formula il Lavoro di Progetto possiede la titolarità per realizzarlo, lo fa. Altrimenti il

progetto va considerato una proposta.

La proposta ha un destinatario, insieme al quale si deciderà circa il passaggio alle azioni per

realizzarla. Avrà tanto più probabilità di venir realizzata quanto più sarà mirata allo scopo e

articolata in un piano di azioni per raggiungere l’obiettivo.

I passaggi decisionali fondamentali di questo tipo di Project Worh sono dunque:

− Individuare il tema,

− formulare un obiettivo specifico,

− scegliere una strategia,

− formulare un piano di azione,

− formalizzare la proposta

Il significato etimologico del termine project work è “lavoro di progetto”, che evidenzia come

il project work sia un efficace strumento formativo che richiede ai partecipanti di realizzare

un progetto concreto; tale metodologia consentirà a coloro che vi contribuiscono di prendere

contatto con problematiche organizzative, operative, relazionali, presenti nel contesto

lavorativo e formativo.

I PASSAGGI DEL PW

I passaggi decisionali fondamentali per la realizzazione di un Project Work sono dunque:

 Individuare il tema,

 formulare un obiettivo specifico,  scegliere una strategia,

 formulare un piano di azione,

 formalizzare la proposta

COSA CONTRADDISTINGUE UN PROJECT WORK

In linea generale, un PW è caratterizzato da:

 un contesto di riferimento (organizzativo, culturale, tecnico, operativo, ecc.)

 uno scopo ampio e generale (missione, finalità, ...)

 un esito specifico individuato preventivamente (risultato atteso,

prodotto, meta, obiettivo)

 un processo finalizzato ad un esito (insieme/sequenza di diverse attività, fasi, azioni, eventi,

tra loro collegati)

 una dinamica di coinvolgimento di più persone / ruoli / funzioni

 un insieme di risorse (umane, tecniche, finanziarie, scientifiche,

ecc.)

 un insieme di vincoli relativi alle risorse (tempo, scadenza, costi)

un sistema di controllo (individuazione dei punti critici, emergenze)

 un apparato di valutazione (quali che ne siano i criteri)

IL PROJECT WORK NEI CONTESTI ORGANIZZATIVI

Nei contesti organizzativi, il PW rappresenta una forma di “consulenza” che un professionale

e/o un consulente esterno fornisce all’organizzazione, su temi di cui hanno diretta conoscenza

ed esperienza. In particolare:

  • l’esperienza è il punto di partenza,
  • un prodotto, un programma d’azione o una proposta (recommandation) sono i punti di

arrivo,

  • il miglioramento del funzionamento di una parte del sistema (fi un processo) è lo scopo.

AMBITI STRATEGICI DEL PW

Dal punto di vista strategico – processi di macroprogettazione e microprogettazione – gli

ambiti di sviluppo di un PW sono:

 Ideazione: Ideazione. Il PW nasce da un’idea, da una motivazione, che rappresentano le

ragioni del progetto che scaturiscono da un’analisi dei bisogni (motivazionale o di contesto).

Il risultato di questo ambito strategico (Macroprogettazione) è l’elaborazione di un

documento che riporta:

gli obiettivi generali del progetto; i destinatari (target di riferimento);

l’argomento (topic);

i contenuti (attività);

i risultati (obiettivi che si concretizzano);

i tempi ed i luoghi di realizzazione;

le risorse impiegate.

 Pianificazione: Questo ambito strategico riguarda la definizione dell’articolazione operativa

del PW. La configurazione di questo ambito (Microprogettazione) è l’elaborazione di un

documento che riporta:

titolo del progetto,

struttura organizzata per fasi,

 metodologia o strategia utilizzata per conseguire all’obiettivo,  contenuti/argomenti,

obiettivi specifici,

metodi e strumenti,

risorse umane e strutturali

costi (budget preventivo del progetto)

competenze necessarie per realizzare il lavoro.

Il tutto è frutto della condivisione/approvazione da parte del team di lavoro.

 Realizzazione: Considera il passaggio dalla teoria alla pratica; si tratta di realizzare il

progetto secondo le linee teoriche, che svolgono la funzione di guida, e in itinere si verifica che

gli obiettivi vengano conseguiti. Importante qui risulta la gestione del budget. Durante lo

svolgimento del progetto si effettua un monitoraggio e una valutazione del progetto.

 Chiusura: L’attenzione è rivolta alla fase ex post per valutare i prodotti e per decidere se sono

stati raggiunti gli obiettivi e realizzato i prodotti attesi e dove, eventualmente, potrebbe essere

migliorato.

La valutazione ex post non esaurisce il momento di ricognizione del PW; occorre considerare

altre due fasi valutative:

 valutazione ex ante, collocabile nei primi due ambiti di ideazione e pianificazione,

 valutazione in itinere, nell’ambito della realizzazione.

FASI OPERATIVI DEL PW

La redazione di un PW, sulla base dell’articolazione degli ambiti strategici può essere

organizzata secondo le seguenti 4 fasi che includono funzioni operative specifiche:

a. Identificazione del PW

b. Contesto di riferimento del PW

c. Metodologia del PW

d. Impegno economico del PW

FASI OPERATIVE DEL PW: IDENTIFICAZIONE