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Tipologia: Dispense
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La Competenza pedagogica: una prima definizione
definire la Competenza pedagogia. Ella spiega che cos’è come si traduce, come si qualifica e
come si costruisce.
conoscenze, di abilità, di procedure metodologiche, di esperienze consolidate e ordinate di
tipo educativo fondate sulla riflessione e sulla teorizzazione pedagogica che connota in modo
specifico la professionalità educativa e che i soggetti che operano in questo settore devono
saper mettere in campo personale e critico quando progettano, attuano e valutano il proprio
intervento.p.86-
Premessa: In che cosa consiste?
un quadro costruito dal soggetto o dal gruppo in riferimento alla specifica situazione che può
evolvere verso una risoluzione educativa.
della relazione come condizione per la promozione, per lo sviluppo e per il cambiamento. Tale
relazione è concreta e simbolica insieme, è reale e virtuale perché l’uomo è un essere sempre
in relazione, e anche nei processi autoeducativi, in particolare autoriflessivi, mantiene
comunque la relazione con gli altri, con la realtà sociale, con la cultura come espressione
dell’intersoggettività (Zanniello)
Le prospettive pedagogiche della competenza
evoluzione del concetto (senza pretesa di esaustività).
che hanno caratterizzato la definizione della competenza nei diversi ambiti delle scienze
umane.
alcune interpretazioni e applicazioni di studio della competenza nei diversi contesti delle
scienze umane.
La prospettiva etimologica
La parola competenza deriva dal latino cum (con) petere che
Etimologicamente il termine deriva dal latino cum petere che non significa solo “chiedere per
avere”, ma anche “dirigersi” cioè andare insieme, convergere verso un medesimo punto. In tal
senso si intende che le conoscenze e le abilità possedute dalla persona sono indirizzate
sinergicamente per affrontare una serie di compiti previsti in un contesto particolare.
Il corrispondente italiano è “competere” cioè far fronte a una situazione di sfida, gareggiare, il
che presuppone la presenza di due contendenti: il compito da svolgere e la persona che lo
deve svolgere (Zanniello)
L’espressione cum = con può avere due accezioni che non si elidono, ma si sommano e che
danno rilevanza alle due dimensioni della competenza:
la dimensione temporale e la dimensione sociale.
Nella prima dimensione (Mari, 2018) l’espressione cum viene ricondotta al suo significato
temporale. Di conseguenza la competenza significa “la capacità di dirigersi in situazione” che,
secondo l’autore, «corrisponde alla phronesis aristotelica e, dunque, alla “saggezza” che risulta
particolarmente coerente per essere un tratto tipico della competenza» (p.121). Sottolinea la
dimensione etica della competenza.
Nella seconda dimensione il termine cum ha un significato sociale (Bertagna, 2004). Può
esprimere come dice Bertagna una prospettiva relazionale. Implica un andare di qualcuno
verso qualcosa che non si può fare da soli, ma che esige cooperazione, solidarietà, compagnia.
esaustività sono tre.
DAVID MCclelland quale nel 1973 Il concetto nel suo significato moderno, incominciò ad
essere usato dallo psicologo del lavoro americano pubblicò uno studio sulle relazione fra
quoziente intellettivo, risultati negli studi universitari e successo professionale.
Richard Boyatzis, suo collaboratore, ricercò gli elementi comuni alle innumerevoli definizioni
di competenze e giunse a definire la competenza come una caratteristica intrinseca di un
individuo causalmente collegata ad una performance efficace o superiore nella mansione.
SECONDA TAPPA (anni 80)
M. Pellerey (1983).il concetto di competenza si arricchisce di complessità e profondità in
quanto parla di “disposizioni” individuali. La competenza si configura come un insieme
strutturato di conoscenze, abilità ed atteggiamenti necessario ad esplicare in maniera valida
ed efficace un compito
G. Le Boterf (anni Novanta). Modello Francofono. La competenza non è uno stato ma un
processo e si sostanzia nelle mobilitazione delle risorse dell’individuo (sapere teorico e
procedurale, saper fare procedurale, esperienziale e sociale) e si configura come un saper
agire o reagire in risposta ad una determinata situazione-problema in un determinato
contesto allo scopo di conseguire una performance.
L’evoluzione del concetto iniziò alla fine del secolo ventesimo quando si sottolineò, insieme, la
dimensione sociale e la dimensione interna e soggettiva della competenza.
La competenza è una caratteristica intrinseca di un individuo, appartenente alla sua
dimensione psicologica, costituita dall’insieme articolato di capacità, conoscenze, esperienze
finalizzate. Si esprime attraverso comportamenti e necessita della motivazione e del contesto.
L’azione combinata di motivazione e di contesto fa assumere alla competenza il suo carattere
soggettivo di
consapevolezza, di possibilità di controllo sull’ambiente esterno.
materiali. Frequente non significa facile: trovare su Google delle ricerche complete (e
non delle semplici sintesi) richiede comunque tempo e abilità. Può essere in molti casi
preferibile andare in biblioteca (specie se fa parte di una rete di biblioteche) e cercare
sul database utilizzando parole chiave (es. “indagine” + “adolescenti”).
si parla soprattutto di quest’ultimo approccio, tuttavia non ci sono preclusioni rispetto
al tipo di indagine che scegliete per l’esame. Fino a pochi anni fa le ricerche disponibili
erano quasi esclusivamente quantitative. Oggi le cose sono cambiate e c’è un’ampia
produzione anche di indagini qualitative.
un lavoro di ricerca, che tende a “invecchiare”. Ci sono poi naturalmente delle
eccezioni: ricerche così interessanti o innovative che rimangono attuali anche dopo
molto tempo (ad es. quelle di Goffman). Restano, appunto, delle eccezioni.
vista c’è solo l’imbarazzo della scelta, visto che il nostro corso di laurea ha un approccio
aperto all’educazione, che tocca una serie innumerevole di possibili temi. È più facile
allora dire che tipo di materiale non è adatto per il project work:
indagini con un’impostazione esclusivamente tecnica (ad es. “Valori dei composti
azotati nell’area demaniale di Pianico”). Occorre chiedersi: so leggere i valori e i
diagrammi? sono in grado dar loro un significato educativo?
indagini che non sono tali: progetti educativi, programmazioni scolastiche, protocolli
per la formulazione di test, semplici descrizioni, ecc. Se avete dei dubbi, tenete
presente che un’indagine si serve sempre di qualche tipo di strumento (questionario,
intervista, osservazione...) per produrre dei risultati verificabili a partire da un certo
numero di soggetti e di domande chiave. Altrimenti è qualcos’altro.
enunciare le conclusioni, sorvolando su come sono state ottenute, ma presentano
anche in maniera estesa i materiali originali (tabelle, matrici, ampi stralci di
osservazioni, interviste, ecc.) che sono serviti per la loro elaborazione. Molte ricerche
aggiungono questi materiali in allegato, e c’è evidentemente una bella differenza, ad
esempio, tra riportare semplicemente due pagine con il modello del questionario
utilizzato o allegarne cento rendendo disponibili tutte le tabelle che su cui si è lavorato.
personali o lavorative. Il corso si propone di farvi assumere un’attenzione e un
atteggiamento di ricerca, ma certo non di trasformarvi in ricercatori. La ricerca può
essere appassionante, impegnativa, imprevedibile e divertente, ma non è mai
un’impresa breve ed estemporanea. Come per qualunque altra cosa, per capire come si
fa occorre prima osservare chi la sa fare bene (la ricerca è anche un’attività
professionale). Il project work è soprattutto uno strumento per entrare in contatto con
questo mondo. Quindi alla domanda: “Posso analizzare per il project work
un’intervista che ho realizzato?” la risposta è sì, è una buona idea se l’intervista fa parte
di un lavoro più complessivo che viene analizzato nel suo insieme; no invece se tutto il
materiale si riduce alla propria intervista.
project work sono richieste due cose:
una breve sintesi descrittiva delle ricerche (chi, dove, quando, come, ecc.)
una dettagliata analisi critica di come le ricerche sono stata realizzate dal punto di vista
metodologico (elementi positivi, punti deboli, aspetti che potevano essere sviluppati
meglio o diversamente...).
È utile tenere presente questa doppia finalità già nel momento in cui cominciate a pensare
come organizzare il project work, che sarà comunque composto di due parti principali: sintesi
e analisi (o se preferite riassunto e commento).
(se non è in prestito), scrivete note a margine, prendete brevi appunti sulle parti e gli
aspetti che vi sembrano più importanti e interessanti (non è la stessa cosa). Create una
vostra versione dei materiali, senza timori reverenziali del tipo “se è una ricerca sarà
una cosa incomprensibile ma sicuramente valida”. Non preoccupatevi neppure di
tenere già distinti nella prima lettura sintesi e analisi: segnate le cose che gli autori
ritengono rilevanti, quelle che a voi sembrano rilevanti, quelle che suonano rilevanti a
partire dai libri che avete appena finito di leggere (quelli del corso di Metodologia della
ricerca e non solo). Attenzione però, non si tratta di trovare nelle ricerche la conferma
dei libri: se tutto è già nei libri, perché si sprecherebbe del tempo a fare ricerca?
I libri suggeriscono ipotesi, la ricerca conferma, smentisce, mostra strade alternative.
mettere un po’ d’ordine e cominciare a scrivere. Come minimo il vostro project work
deve contenere nell’ordine:
a) la copertina (con il vostro nome, titolo ecc.)
b) la sintesi
c) l’analisi
d) la bibliografia
In aggiunta a queste indispensabili parti potete aggiungere, se volete, un’introduzione, in cui
spiegate i motivi personali, di studio o professionali per cui avete scelto proprio questa
ricerca, e le conclusioni, in cui alla fine tirate le fila del vostro lavoro.
La struttura del project work diventa allora:
a) copertina
b) introduzione
c) sintesi
d) analisi
e) conclusioni
f) bibliografia
Le parti centrali rimangono in ogni caso quelle più importanti. Indicativamente la proporzione
(escluse copertina e bibliografia) è: 10% introduzione, 40% sintesi, 40% analisi, 10%
È facile notare che riassumere il percorso di una ricerca è un compito abbastanza
impegnativo. Occorre tuttavia aggiungere che nel momento in cui riuscite a realizzare una
sintesi abbastanza efficace, anche la direzione del lavoro di analisi diviene molto più chiara e
in parte già inizia a delinearsi.
Come si fa a fare l’analisi? È vero che per buona parte del corso facciamo soprattutto questo
tipo di lavoro (per chi non frequenta è un altro discorso), però per molti è comunque la prima
volta... Bene, tenete conto che non partite da zero:
− avete letto i libri indicati in bibliografia, che contenevano sia indicazioni metodologiche che
esempi di ricerche, avete studiato i concetti e come altri li hanno applicati; ora si tratta di
confrontarli con la ricerca che avete sotto gli occhi, trovando conferme o smentite a questi
presupposti
− avete fatto un discreto lavoro di sintesi delle ricerche, grazie al quale hanno già cominciato
ad evidenziarsi pregi e pecche dei lavori; si tratta di approfondire questa direzione
− i testi non si collegano da soli alle ricerche: il punto di connessione critica siete voi. Sulla
base delle indicazioni dei libri, del corso di Metodologia e di quello che avete imparato negli
altri corsi, che cosa vi suggerisce il vostro personale senso di osservazione, la logica, la vostra
immaginazione e, non ultimo, il vostro buon senso? Di fatto all’esame quello che ci aspettiamo
di sentire da voi è: “Si tratta di buone/cattive ricerche per questi e questi motivi...”. Le ragioni
che sostenete possono essere vostre personali oppure sostenute da autori. In realtà l’analisi
comincia a funzionare quando le due cose diventano complementari: né il viscerale “me lo
sento dentro che è OK questa ricerca” e neppure lo zelante “come sostiene autorevolmente
Georg Wilhelm Frederich Hegel la ricerca è un viaggio nell’iperspazio”, ma piuttosto una
mediazione dei due approcci.
Una premessa di fondo è che la bontà di una ricerca non si giudica dalla quantità: se è vero che
una ricerca, per essere analizzabile, non può scendere al di sotto di, diciamo, cinquanta
pagine, è altrettanto vero che un volume di quattrocento non garantisce automaticamente la
qualità ma solo un grande sforzo di lettura.
Avere a disposizione due ricerche costituisce inoltre un grosso vantaggio, in quanto consente
di fare una comparazione: se infatti valutare una cosa (ad es. una borsa) è difficile in sé e per
sé, è molto più facile quando abbiano un termine di paragone (questa borsa è piccola, l’altra è
grande, questa ha molte tasche, l’altra no...).
Lo stesso vale per le ricerche: il confronto aiuta a mettere in luce ciò le debolezze e i punti
forti di una rispetto all’altra.
Ripartiamo ora dalla sintesi.
Avete un elenco punti chiave: nelle vostre ricerche ci sono tutti? Oppure si sono dimenticati
qualcosa, ad esempio omettono di precisare come era composto il campione della survey o
dove sono state svolte le interviste? Viste da vicino, molte ricerche mostrano una presenza
impressionante di “buchi neri” (uno esemplare: la ricerca tutta basata su un questionario il cui
modello non è però riportato da nessuna parte). I punti deboli della ricerca sono però in
genere molto meno clamorosi e più sfumati: alcune domande mancano, oppure sono mal
formulate o irrilevanti; alcuni aspetti vengono ignorati o trattati con superficialità; vengono
tratte conclusioni arbitrarie o fumose... Un altro rischio diffuso è che la ricerca, adottando
sedicenti strumenti sofisticatissimi e producendo chili di materiali, finisca per lo scoprire
l’acqua calda: “gli adolescenti amano il rischio e i comportamenti trasgressivi, ma anche un
certo grado di tranquillità e la sicurezza”, “la cultura di provenienza influisce sui processi di
inserimento dei bambini stranieri in classe” ecc.
Per analisi critica delle ricerche si intende però non solo la scoperta dei loro punti deboli ma
anche di quelli forti. Le ricerche sono solide, ben costruite? Partono da domande non scontate,
forniscono risposte interessanti (che magari vi hanno sorpreso)? Per ottenerle adottano
strategie adatte, efficaci e magari creative (pensate alla ricerca etnografica, o agli esperimenti
di Milgram)?
Finora ci siamo mossi sul piano della “critica interna”: date le premesse che i ricercatori si
sono posti, abbiamo valutato se hanno fatto un buon lavoro. Ma la visuale si può utilmente
allargare, e possiamo a nostra volta chiederci se l’approccio stesso e gli strumenti che sono
stati utilizzati erano i più adatti oppure se scelte alternative potevano produrre risultati
migliori. Un esempio grossolano (ma realmente accaduto) è quello della ricerca
sull’atteggiamento degli adolescenti nei confronti delle sostanze stupefacenti, svolta
attraverso un questionario che il ricercatore compilava ponendo le domande al ragazzo/a in
casa sua, presenti i genitori: è lecito chiedersi quanti adolescenti siano disposti a parlare
liberamente di droga con un perfetto sconosciuto di fronte ai genitori. Indubbiamente un
approccio più informale e confidenziale, rispettoso della privacy, senza troppe caselline da
compilare stile notaio ma con l’indispensabile certezza che quanto viene detto rimarrà
riservato, avrebbe portato più vicini alla realtà che si voleva conoscere. Come vedete insomma
non si tratta di scoprire se le ricerche sono qualitative o meno (annunciando trionfali: ”c’è un
questionario, quindi è quantitativa!”), quanto di capire se l’approccio dei ricercatori
(quantitativo o qualitativo) ha effettivamente pagato sul piano dei risultati, e se un approccio
alternativo non avrebbe potuto funzionare meglio.
Anche le conclusioni, come l’introduzione, non sono strettamente richieste.
Tuttavia, mettetevi un momento dalla parte di chi legge: dopo aver fatto un giro in lungo e in
largo
attraverso le ricerche, scomponendole in piccole parti, confrontandole e commentandole,
proponendo versioni alternative, forse non è male fare alla fine un rapido riepilogo del
cammino fatto, che ne chiarisca il significato per il lettore. In questo modo l’impressione finale
non sarà più quella di un lavoro interessante ma confuso, ma brillante e incisivo.
La bibliografia va messa, per vari motivi:
− imparate a farla: saper scrivere una bibliografia è un requisito indispensabile per laurearsi,
e questa è un’occasione facile per cominciare a capire come si fa. L’ordine dei termini può
variare, ma autore, titolo, editore, città e anno devono sempre esserci.
− avete usato dei testi: quelli d’esame, le ricerche stesse, e magari qualche altro titolo. È
indispensabile fornire le indicazioni precise dei libri che avete utilizzato, serve a comunicarlo
agli altri e a dare fondatezza al vostro lavoro. Non abbiamo appena finito di criticare quello
degli altri?
− è anche un modo di dire che questi libri adesso vi appartengono, fanno parte del vostro
bagaglio personale
di fare formazione, con l’attivazione di situazioni di “sistema aperto”, in cui gli allievi
possano diventare protagonisti del proprio processo e percorso di formazione.
Il concetto di formazione, cioè, è legato in primo luogo all’acquisizione degli alfabeti
indispensabili per comunicare, produrre e saper riflettere sulle conoscenze e successivamente
alla capacità, da parte di ciascun soggetto, di saper combinare in maniera creativa gli alfabeti
acquisiti, rielaborandoli per generare nuovi saperi ed essere così capaci di utilizzarli in
rapporto alle personali esigenze lavorative e sociali. Tutto ciò consente al soggetto di sapersi
orientare autonomamente nella molteplicità e diversità dei contesti e nella logica
dell’apprendimento per tutta la vita (lifelong learning).
Le fasi organizzative del Project Work
Il Project Work ha una funzione strategica nel percorso formativo e ne qualifica l’offerta
formativa didattica, seguendo i principali paradigmi alla base degli attuali modelli socio-
costruttivisti. Il metodo racchiude una scelta didattica in grado di valorizzare il saper fare nei
contesti reali, al fine di favorire il raggiungimento di competenze grazie alla messa in pratica
delle conoscenze acquisite durante il percorso formativo.
All’origine, pertanto, di qualsiasi progetto, vi è sempre una domanda, una carenza, un bisogno
da soddisfare, che va identificato, analizzato, tradotto in forma di problema da risolvere. La
soddisfazione del bisogno richiede una realizzazione concreta, che prevede diverse fasi:
a) Fase preliminare
b) Fase di progettazione
c) Fase di realizzazione
d) Fase di testing e revisione finale
La fase preliminare si struttura in tre momenti:
cui poi proiettare gli sforzi per l’impostazione complessiva, ragionando e discutendo
sulle situazioni precedenti e su soluzioni adottate in altri contesti. Dopo aver
individuato il fenomeno che si presta ad essere oggetto della ricerca, che risulta
interessante e coinvolgente e che, allo stesso tempo, risponda alle esigenze formative,
si passa alla fase successiva;
l’utilizzo degli strumenti e la definizione dei requisiti tecnici, fisici ed economici a cui
dovrà rispondere il “prodotto finale”. Prima di passare alla tersa fase, si dovranno
anche definire gli strumenti e i criteri di valutazione e monitoraggio;
grafico.
Nella fase di progettazione, il progetto viene impostato, vengono definite le modalità di
svolgimento nello specifico e viene stabilito un piano di lavoro. Durante le attività, è
necessario considerare le risorse necessarie che si hanno a disposizione, nonché gli
eventuali vincoli che possono presentarsi. Si passa, cioè, alla pianificazione delle
procedure di attuazione e alla scelta delle procedure da seguire, partendo dalla
considerazione che “predisporre un progetto non significa pensare un algoritmo che gli
allievi dovranno limitarsi ad applicare: pianificare non significa programmare
rigidamente una catena di azioni”
Nella fase di realizzazione, si è chiamati a realizzare l’idea progettuale stabilendo un
collegamento ed un’interazione continua tra la dimensione teorica e le sue possibili
applicazioni pratiche, ossia una conoscenza ed un apprendimento agito, utilizzando in
diversificati ma reali le conoscenze maturate, che in tal modo di trasformano in
competenze concretamente spendibili. In questa fase diventa opportuno realizzare e
prefigurare le attività di gruppo o individuali e, in contemporanea, attivare le
conoscenze pregresse indispensabili per lo svolgimento del progetto. Successivamente,
si passa all’elaborazione dei materiali e degli strumenti utili alla ricerca e alla raccolta
dei dati, alla loro classificazione ed analisi.
Ciò che è notevolmente importante non è tanto l’organizzazione e selezione del
materiale raccolto, ma la continua riflessione e analisi sul lavoro svolto e sulla
valutazione ed autovalutazione relativamente alle procedure e ai risultati, parziali
prima e finali poi, conseguiti. Questo passaggio consente lo sviluppo della fase di
monitoraggio e di feed-back, con la relativa eventuale riprogettazione. E’ bene,
comunque, tener presente che ogni valutazione tanto più è efficace quanto più si
caratterizza come strumento di e per l’autovalutazione. Solo l’autovalutazione, intesa
come esercizio del pensiero critico e riflessivo consente a ciascuno di conoscere il
grado di sviluppo delle proprie capacità, del proprio profitto e di partecipare alla scelta
degli obiettivi del processo. “Condurre lo studente ad auto valutarsi significa aiutarlo
nel suo processo di crescita, dargli gli strumenti per riorganizzarsi continuamente. In
tal senso la valutazione è funzionale allo sviluppo del soggetto, e da controllo esterno
diventa un processo interno, metacognitivo, di azione e riflessione circa la padronanza
delle proprie conoscenze, abilità e competenze”.
Nella fase di testing e di revisione finale, si procede alla verifica del rapporto tra
competenze acquisite durante il percorso formativo e quelle specifiche maturate
durante la realizzazione del progetto, attraverso il confronto fra i risultati attesi e
quelli effettivamente raggiunti, a seguito della sperimentazione sul campo dei risultati
ottenuti.
Naturalmente, si tratta di fasi di carattere indicativo e, quindi, soggette ad essere
adattate al tipo di Project Work che si realizza. Al di là, però, della diversa articolazione
seguita, importante è prevedere sempre un costante monitoraggio dell’andamento, con
momenti di confronto in modo da consentire l’autovalutazione ed essere disponibili ad
apportare le eventuali modifiche necessarie.
Nonostante, comunque, le varie difficoltà che necessariamente si incontrano e che
bisogna superare, l’esperienza insegna che il Project Work rappresenta un valido
strumento per far acquisire ai soggetti coinvolti “l’imparare ad imparare” e l’autonomia
e flessibilità cognitiva, ossia competenze trasversali valide per tutta la vita.
Formazione Professionale e sia per l’impresa, ed è auspicabile, in alcuni casi, che si
concluda con la realizzazione di esperienze professionalizzanti sotto forma di progetti.
medioevali, riproposto dai Centri di formazione professionale Salesiani. Esso deriva dal
francese “chef d’oeuvre” o “capo d’opera”, utilizzata nel Medioevo per designare la
prova di maestria professionale svolta dall’apprendista di bottega, in base alla quale
poter divenire membro della corporazione. Nell’uso Salesiano, esso indica la migliore
realizzazione svolta dall’allievo del corso di formazione professionale, in un contesto
reale o simile alla realtà (ad esempio l’officina del Centro), che attesta la sua
preparazione a fronte della commissione esaminatrice alla quale esso è presentato
specie nel colloquio dell’esame finale.
Tali principi si traducono in una struttura dettagliata per l’elaborazione del Project
Sezioni Specificazione
Idea progetto
Si tratta di un compito-prodotto, ma anche di un’ipotesi che viene
posta a verifica di realtà
Contesto Analisi del territorio e della singola azienda
3 Documentazione del
progetto
concretamente, per passi successivi)
Valutazione e Riflessione
Autovalutazione da parte dell’allievo:
degli obiettivi del progetto)
degli strumenti)
al corso)
Valutazione dei formatori e del tutor aziendale:
il destinatario finale, per il cfp)
- Economicità
- Autonomia
- Responsabilità
- Capitalizzazione (aiuto per le scelte future)
Le sezioni della tabella richiamano le cinque fasi di attuazione del Project Work, utilizzate
come linee guida nella Sperimentazione del Diploma Professionale di Tecnico, cuore di questo
elaborato. La seconda colonna della tabella indica nel dettaglio ciò che formatori, tutor
aziendali ed allievi hanno messo in pratica durante l’anno formativo.
La costruzione di un Project Work
Cosa è un PROJECT WORK
Nei contesti organizzativi, un Project Work è una forma di “consulenza” che un lavoratore, o
un gruppo di lavoratori, fornisce alla sua azienda, su temi di cui ha la diretta conoscenza ed
esperienza
Alcuni tipi di Project work
a) Progetti di ricerca
Conoscere, capire situazioni e rponlemi Problem finding
b) Progetti di miglioramento
La progettazione: competenze coinvolte
Prefigurare / immaginare (una situazione, un evento, un prodotto) collocato nel futuro, in un
campo (di business, di divertimento, ...) di interesse personale o professionale.
Analizzare / valutare le risorse disponibili / necessarie
Definire una strategia
Definire obiettivi (quantità/qualità, tempi, livelli, ...) – finali - intermedi
Individuare / scegliere / elencare le azioni necessarie per raggiungere quegli obiettivi
Individuare / scegliere / elencare le risorse necessarie
Mettere in sequenza le azioni (programmare)
Stabilire i punti critici di monitoraggio / controllo / feedback
Stabilire programmi di contingenza (rischi/opportunità)
Scegliere, decidere
Realizzare un programma
Mettere in atto le azioni programmate
Controllarlo
Intervenire con azioni correttive
Modificare il progetto
Le tappe del PROJECT WORK (ricorsive)
Individuare il tema
Descrizione (titolo) del progetto Tipologia del progetto
Formulare un obiettivo
Scegliere una strategia
Formulare (stendere) un piano di azione assunzione degli impegni
Formalizzare il progetto (negoziare)
Saltare alle conclusioni
Non raccogliere dati critici o trascurarli
Progetti troppo vasti, generali,
Progetti troppo piccoli, dettagli
Progetti fuori dal controllo del gruppo
Sottovalutare le difficoltà e gli ostacoli
Enfatizzare le difficoltà e gli ostacoli
Non coinvolgere interlocutori importanti
Non programmare le azioni (le cose non succedono da sole)
Non stabilire criteri di monitoraggio, verifica, valutazione
In sintesi
Note metodologiche sul “Project Work”
Semplificando, un "project work" è una forma di consulenza che un gruppo di lavoratori (o
anche un singolo lavoratore) presta alla sua organizzazione su temi di cui ha diretta
esperienza e conoscenza.
Il punto di partenza è una riflessione sull’esperienza: da essa scaturiscono un campo di
possibile intervento e la scelta di un tema su cui vale la pena di intervenire.
Lo scopo è il miglioramento di una anche piccola parte di un processo di cui il gruppo è
titolare. Lo scopo si estrinseca poi in un obiettivo specifico del progetto.
Il prodotto è una proposta per realizzare un piano di attività adatto a raggiungere lo scopo e
l’obiettivo.
Se chi formula il Lavoro di Progetto possiede la titolarità per realizzarlo, lo fa. Altrimenti il
progetto va considerato una proposta.
La proposta ha un destinatario, insieme al quale si deciderà circa il passaggio alle azioni per
realizzarla. Avrà tanto più probabilità di venir realizzata quanto più sarà mirata allo scopo e
articolata in un piano di azioni per raggiungere l’obiettivo.
I passaggi decisionali fondamentali di questo tipo di Project Worh sono dunque:
− Individuare il tema,
− formulare un obiettivo specifico,
− scegliere una strategia,
− formulare un piano di azione,
− formalizzare la proposta
Il significato etimologico del termine project work è “lavoro di progetto”, che evidenzia come
il project work sia un efficace strumento formativo che richiede ai partecipanti di realizzare
un progetto concreto; tale metodologia consentirà a coloro che vi contribuiscono di prendere
contatto con problematiche organizzative, operative, relazionali, presenti nel contesto
lavorativo e formativo.
I passaggi decisionali fondamentali per la realizzazione di un Project Work sono dunque:
Individuare il tema,
formulare un obiettivo specifico, scegliere una strategia,
formulare un piano di azione,
formalizzare la proposta
In linea generale, un PW è caratterizzato da:
un contesto di riferimento (organizzativo, culturale, tecnico, operativo, ecc.)
uno scopo ampio e generale (missione, finalità, ...)
un esito specifico individuato preventivamente (risultato atteso,
prodotto, meta, obiettivo)
un processo finalizzato ad un esito (insieme/sequenza di diverse attività, fasi, azioni, eventi,
tra loro collegati)
una dinamica di coinvolgimento di più persone / ruoli / funzioni
un insieme di risorse (umane, tecniche, finanziarie, scientifiche,
ecc.)
un insieme di vincoli relativi alle risorse (tempo, scadenza, costi)
un sistema di controllo (individuazione dei punti critici, emergenze)
un apparato di valutazione (quali che ne siano i criteri)
Nei contesti organizzativi, il PW rappresenta una forma di “consulenza” che un professionale
e/o un consulente esterno fornisce all’organizzazione, su temi di cui hanno diretta conoscenza
ed esperienza. In particolare:
arrivo,
Dal punto di vista strategico – processi di macroprogettazione e microprogettazione – gli
ambiti di sviluppo di un PW sono:
Ideazione: Ideazione. Il PW nasce da un’idea, da una motivazione, che rappresentano le
ragioni del progetto che scaturiscono da un’analisi dei bisogni (motivazionale o di contesto).
Il risultato di questo ambito strategico (Macroprogettazione) è l’elaborazione di un
documento che riporta:
gli obiettivi generali del progetto; i destinatari (target di riferimento);
l’argomento (topic);
i contenuti (attività);
i risultati (obiettivi che si concretizzano);
i tempi ed i luoghi di realizzazione;
le risorse impiegate.
Pianificazione: Questo ambito strategico riguarda la definizione dell’articolazione operativa
del PW. La configurazione di questo ambito (Microprogettazione) è l’elaborazione di un
documento che riporta:
titolo del progetto,
struttura organizzata per fasi,
metodologia o strategia utilizzata per conseguire all’obiettivo, contenuti/argomenti,
obiettivi specifici,
metodi e strumenti,
risorse umane e strutturali
costi (budget preventivo del progetto)
competenze necessarie per realizzare il lavoro.
Il tutto è frutto della condivisione/approvazione da parte del team di lavoro.
Realizzazione: Considera il passaggio dalla teoria alla pratica; si tratta di realizzare il
progetto secondo le linee teoriche, che svolgono la funzione di guida, e in itinere si verifica che
gli obiettivi vengano conseguiti. Importante qui risulta la gestione del budget. Durante lo
svolgimento del progetto si effettua un monitoraggio e una valutazione del progetto.
Chiusura: L’attenzione è rivolta alla fase ex post per valutare i prodotti e per decidere se sono
stati raggiunti gli obiettivi e realizzato i prodotti attesi e dove, eventualmente, potrebbe essere
migliorato.
La valutazione ex post non esaurisce il momento di ricognizione del PW; occorre considerare
altre due fasi valutative:
valutazione ex ante, collocabile nei primi due ambiti di ideazione e pianificazione,
valutazione in itinere, nell’ambito della realizzazione.
La redazione di un PW, sulla base dell’articolazione degli ambiti strategici può essere
organizzata secondo le seguenti 4 fasi che includono funzioni operative specifiche:
a. Identificazione del PW
b. Contesto di riferimento del PW
c. Metodologia del PW
d. Impegno economico del PW