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Saussure e la Semiologia: La Lingua come Sistema di Segni - Prof. Fabris, Sintesi del corso di Comunicazione Professionale

Saussure e peirce discutono la natura dei segni, con saussure affermando la posizione dominante del linguaggio verbale nella semiotica. La lingua come sistema di segni, la distinzione tra linguaggio, lingua e esecuzione linguistica, il processo di comunicazione linguistica e la teoria di saussure sulla natura del segno. Il documento contrasta le diverse accezioni di segno come entità percepibile e psicica, e discute l'arbitrarietà del segno e le obiezioni a questa teoria.

Tipologia: Sintesi del corso

2018/2019

Caricato il 08/08/2019

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Capitolo secondo
La struttura del segno
La nozione di segno appartiene ad una tradizione molto antica, che risale almeno all’antichità
classica. Infatti,prima di essere appannaggio della linguistica e della semiotica( scienza dei
segni),tale nozione si è collocata nell’ambito filosofico ed ha attraversato tutta la storia del
pensiero,dai presocratici fino all’epoca contemporanea. Si ricorreva a tale nozione anche per
descrivere fenomeni linguistici e la stessa triade di concetti,quali segno,significante,e
significato,trova una sua corrispondenza nell’analoga stoica semeion(segno), semainon
(significante),semainomenon(significato). Nella tradizione filosofica e semiotica antica ha origine
una distinzione tra due modelli secondo i quali è pensato il segno.
Il primo modello è quello dell’equivalenza(A=B): secondo il quale il segno è concepito come un
abbinamento tra un significante ed un significato corrispondente.
Il secondo modello è quello dell’inferenza(se A,allora B): impiegato per spiegare la struttura
logica soggiacente ai segni di ordine soprattutto non verbale: ne sono esempio i segnali di fumo ecc.
Questi due modi di concepire il segno sono alla base di due importanti teorie che caratterizzano la
riflessione semiotica contemporanea.
La prima è la teoria linguistica di Ferdinand de Saussure,che appare fondata sul meccanismo
dell’equivalenza. La seconda è la teoria del segno elaborata dal filosofo americano Charles
Sanders Peirce,che invece appare fondata sull’inferenza.
La teoria linguistica di Saussure fa attenzione soltanto alla categoria ristretta dei segni
artificialmente prodotti e caratterizzati dal tratto fondamentale della convenzionalità.
Mentre a seconda teoria dei segni di Peirce prende in considerazione una grande varietà di
segni,soprattutto di tipo non verbale,compresi i segni naturali e e quelli attraverso cui avvengono i
fenomeni della percezione stessa del reale,riservando ai segni del linguaggio verbale una posizione
in certo modo subordinata al modello dell’inferenza.
Il modello dell’equivalenza nella teoria del segno di Ferdinand de Saussure
Nel 1916 egli pubblica il suo “Corso di linguistica generale”. Nei primi due capitoli racconta la
storia generale della linguistica e delle sue relazioni con le altre discipline. Nel terzo capitolo
affronta invece i tre temi piu importanti di tutto il corso:
1) La lingua come sistema di segni e della sua posizione all’interno della semiologia
2) La distinzione tra linguaggio,lingua e esecuzione linguistica(per quest’ultima espressione si
intende attività di parola o processo di comunicazione)
3) Il processo d comunicazione linguistica che viene identificato con l’espressione “circuito di
parole”
1)La semiologia
In uno dei passi del “Corso” Saussure preconizza la nascita di una scienza generale dei segni che
secondo lui dovrebbe essere chiamata semiologia,dal greco semeion-segno. In questo passo
Saussure delinea il segno linguistico come un’entità che ha la proprietà di esprimere delle idee. Il
fatto che l’autore usi l’espressione “idea” in questo passo ( invece che i piu abituali
“concetto”,”significato”,”immagine mentale”) è una spia linguistica che suggerisce di metterlo a
confronto con un passo di un altro celebre testo, “Il saggio sull’intelletto umano” di Locke in cui
viene chiaramente espressa la nozione di segno come “segno di un’idea”,in cui lo scopo delle parole
è di essere segni sensibili delle idee;e le idee per le quali esse stanno sono il loro significato proprio
ed immediato. Allo stesso modo la definizione di segno di Saussure,che si inserisce nella tradizione
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Capitolo secondo La struttura del segno La nozione di segno appartiene ad una tradizione molto antica, che risale almeno all’antichità classica. Infatti,prima di essere appannaggio della linguistica e della semiotica( scienza dei segni),tale nozione si è collocata nell’ambito filosofico ed ha attraversato tutta la storia del pensiero,dai presocratici fino all’epoca contemporanea. Si ricorreva a tale nozione anche per descrivere fenomeni linguistici e la stessa triade di concetti,quali segno,significante ,e significato ,trova una sua corrispondenza nell’analoga stoica semeion(segno), semainon (significante),semainomenon(significato). Nella tradizione filosofica e semiotica antica ha origine una distinzione tra due modelli secondo i quali è pensato il segno. Il primo modello è quello dell’equivalenza(A=B) : secondo il quale il segno è concepito come un abbinamento tra un significante ed un significato corrispondente. Il secondo modello è quello dell’inferenza(se A,allora B) : impiegato per spiegare la struttura logica soggiacente ai segni di ordine soprattutto non verbale: ne sono esempio i segnali di fumo ecc. Questi due modi di concepire il segno sono alla base di due importanti teorie che caratterizzano la riflessione semiotica contemporanea. La prima è la teoria linguistica di Ferdinand de Saussure ,che appare fondata sul meccanismo dell’equivalenza. La seconda è la teoria del segno elaborata dal filosofo americano Charles Sanders Peirce ,che invece appare fondata sull’inferenza. La teoria linguistica di Saussure fa attenzione soltanto alla categoria ristretta dei segni artificialmente prodotti e caratterizzati dal tratto fondamentale della convenzionalità. Mentre a seconda teoria dei segni di Peirce prende in considerazione una grande varietà di segni,soprattutto di tipo non verbale,compresi i segni naturali e e quelli attraverso cui avvengono i fenomeni della percezione stessa del reale,riservando ai segni del linguaggio verbale una posizione in certo modo subordinata al modello dell’inferenza. Il modello dell’equivalenza nella teoria del segno di Ferdinand de Saussure Nel 1916 egli pubblica il suo “ Corso di linguistica generale”. Nei primi due capitoli racconta la storia generale della linguistica e delle sue relazioni con le altre discipline. Nel terzo capitolo affronta invece i tre temi piu importanti di tutto il corso: 1) La lingua come sistema di segni e della sua posizione all’interno della semiologia 2) La distinzione tra linguaggio,lingua e esecuzione linguistica(per quest’ultima espressione si intende attività di parola o processo di comunicazione) 3) Il processo d comunicazione linguistica che viene identificato con l’espressione “circuito di parole” 1)La semiologia In uno dei passi del “Corso” Saussure preconizza la nascita di una scienza generale dei segni che secondo lui dovrebbe essere chiamata semiologia,dal greco semeion-segno. In questo passo Saussure delinea il segno linguistico come un’entità che ha la proprietà di esprimere delle idee. Il fatto che l’autore usi l’espressione “idea” in questo passo ( invece che i piu abituali “concetto”,”significato”,”immagine mentale”) è una spia linguistica che suggerisce di metterlo a confronto con un passo di un altro celebre testo, “ Il saggio sull’intelletto umano ” di Locke in cui viene chiaramente espressa la nozione di segno come “segno di un’idea”,in cui lo scopo delle parole è di essere segni sensibili delle idee;e le idee per le quali esse stanno sono il loro significato proprio ed immediato. Allo stesso modo la definizione di segno di Saussure,che si inserisce nella tradizione

lockiana,secondo la quale per segni si intendono le parole,finisce per essere la definizione di segno linguistico. Il fatto è che Saussure,pensando al segno linguistico,caratterizza il segno in generale come un’entità bifacciale,le cui facce sono connesse da una relazione di equivalenza,un significante equivale ad un significato,una certa immagine acustica,è messa dal sistema linguistica in corrispondenza biunivoca con un’immagine mentale.Da qui la successiva interpretazione strutturalistica della lingua come codice che abbina biunivocamente unitò appartenenti a due sistemi. Linguaggio La nozione di linguaggio concerne la possibilità di costruire ed usare sistemi linguistici. Saussure sottolinea che nel caso del linguaggio ci troviamo di fronte ad un fatto multiforme,situato a cavallo tra il campo fisico,psichico,quello individuale e sociale. La sua caratteristica fondamentale è quella per cui esso poggia su una facoltà che ci deriva dalla natura,ed è quest’ultima,in quanto facoltà di costituire una lingua,che è appunto naturale. Si deve sottolineare che,per quanto facoltà naturale,nel suo rapporto con il primo apprendimento di una lingua storico-naturale,essa sottostà ad un vincolo ben preciso di attivazione. È quello che il biologo del linguaggio Lenneberg definisce come la finestra temporale costituita dal periodo critico dell’apprendimento del linguaggio che negli esseri umani va dai ventiquattro mesi di vita ai dodici anni circa,in connessione con una piena maturità fisica dei neuroni preposti per questa funzione. Lingua La nozione di lingua contrappone al carattere di eterogeneità del linguaggio(fattori biologici,fonico-acustici..) un carattere di omogeneità:essa riguarda cioè un solo fatto,quello costituito dall’associazione tra le immagini acustiche e i concetti per formare i segni. Le immagini acustiche,come i concetti per Saussure sono entità psichiche perche esse costituiscono le immagini mentali dei suoni percepiti. La lingua dunque, è un tesoro depositato dalla pratica delle parole nei soggetti appartenenti ad una stessa comunità,un sistema grammaticale esistente virtualmente in ciascun cervello.Essa infatti può essere colta nella sua forma di completezza soltanto al livello dell’intera massa sociale. La parole al contrario,è un atto individuale di volontà e di intelligenza,nel quale conviene distinguere : 1)le combinazioni con cui il soggetto parlante utilizza nel codice della lingua in vista dellìespressione del proprio pensiero personale 2)il meccanismo psico-fisico che gli permette di esternare tali combinazioni L’esecuzione linguistica Il meccanismo che permette nei singoli individui l’accesso a questo deposito è l’uso della parola,ovvero la pratica dell’esecuzione linguistica individuale. In questo concetto per Saussure si devono distinguere due fenomeni. 1)Da una parte essa si identifica con un atto di produzione di entità linguistiche concrete e materiali,che coinvolge meccanismi fisici e psichici.

  1. Dall’altra essa può essere vista come il prodotto di tali meccanismi fisici e psichici,prodotto rappresentato dalle singole e irripetibili espressioni linguistiche,realizzate pescando le formel inguistiche nel tesoro della lingua. Un modello linguistico della comunicazione Nel corso della linguistica generale si trova un modello della comunicazione degno di attenzione. Saussure lo identifica con l’espressione “circuito della parola” o “processo di comunicazione”. Esso costituisce il primo modello esplicito del funzionamento del processo comunicativo che sia stato proposto nella storia della disciplina. Il processo comunicativo innescato da uno dei due attori della comunicazione è dunque descritto come la sequenza di tre singoli processi:
  2. un processo psichico

L’arbitrarietà: concerne il fatto che tra il significante e il significato non esiste nessuna relazione necessaria:essi sono abbinati in un modo per cui qualunque stringa sonora potrebbe essere associata a qualunque porzione di significato. Tale arbritrarietà concerne il fenomeno per cui,non esiste nessuna relazione naturale o di motivazione tra le due facce del segno linguistico. Lo dimostra che per un concetto,lingue diverse impiegano significati differenti tra di loro e spesso non connessi etimologicamente. Tuttavia potrebbero essere mosse due obiezioni al principio dell’arbitrarietà del segno:

  1. la lingua contiene delle parole onomatopeiche,parole in cui la relazione tra suono e senso appare motivata da una qualche dimensione imitativa 2)presenza di esclamazioni nelle lingue che possono apparire come reazioni naturali risposte alle obiezioni:
  2. -le onomatopee costituiscono un inventario molto ristretto all’interno del sistema linguistico,dove appaiono in maniera marginale
  • In realtà le onomatopee non sono segni linguistici. es. due parfole francesi “fouet” frusta e “glas” rintocco. Alla prima impressione si può pensare che la prima sia riferita al suono dello sferzare della frusta e l’altra al suono del rintocco. Tuttavia se si analizza la loro etimologia si scopre che quella della prima è “fagus” ovvero faggio,con i cui rami si facevano le fruste, e quella della seconda è “classicum” ovvero segnale di tromba e mostra che originariamente non avevano alcun carattere onomatopeico. -Le onomatopee autentiche in realtà costituiscono un’imitazione imperfetta dei suoni reali e sono già per metà convenzionali. L’osservazione di Saussure che la lingua abbia un carattere di macchina convenzionalizzante,può essere oggi messa in relazione con una funzione a carattere cognitivo attribuibile alla lingua quella di rendere possibile ed agevole la comunicazione. Se,infatti,tutte le espressioni linguistiche fossero motivate essa dovrebbe avere un’espressione per ogni cosa; questo farebbe venir meno la sua funzione astrattiva e ne ridurrebbe il suo carattere di strumento maneggevole per la comunicazione. La linearità: il significante si sviluppa nel tempo secondo un processo lineare dotato di una certa estensione. I suoni si succedono l’uno all’altro secondo una linea temporale orientata in una direzione e irreversibile è impossibile che due suoni vengano pronunciati nello stesso tempo cosi come vanificherebbe l’artificio della scrittura sovrascrivere una lettera sopra un’altra e cosi via. Questo carattere contrappone i testi verbali da quelli visivi. In questi ultimi si può osservare la compresenza nello spazio di elementi segnici diversi. Il referente Una distinzione molto importante da fare è quella che oppone il significato di un segno al referente a cui esso rimanda,ovvero l’oggetto esterno al linguaggion a cui può essere fatto riferimento da parte del parlante. La nozione,di origine filosofica e logica in particolare è stata introdotta all’interno degli studi comunicativi da parte di due studiosi Ogden e Richards nel 1923, nel noto libro “Il significato del significato” in cui si propone la schematizzazione delle relazioni tra segno linguistico,pensiero(o significato) e oggetto esterno( o referente) sotto la forma di un triangolo divenuto celebre. Il modello dell’inferenza nella teoria del segno di Charles Peirce Il segno In quest’ottica il segno viene ad essere identificato come un elemento percepibile che grazie ad un ragionamento permette di giungere alla conoscenza di un elemento che invece non è manifesto. Un segno(o Representman)è qualcosa che sta a qualcuno per qualcosa sotto qualche rispetto o capacità.Tuttavia questo stare per non è da intendersi ome un rapporto di pura sostituzione,in quanto il Representamen non sostituisce l’oggetto sotto ogni punto di vista,ma soltanto “sotto qualche rispetto o capacità,cioè in base ad una qualche proprietà scelta come pertinenza. Il segno

dunque, come Representamen costituisce una mediazione tra le nostre rappresentazioni mentali e le cartteristiche reali di un determinato oggetto,mettendone volta volta delle proprietà particolari,scelte secondo qualche criterio di pertinenza. Nella definizione di Peirce del segno si fa riferimento a un determinato soggetto che possa cogliere la relazione tra il Representamen e l’ oggetto. Questo qualcuno è l’interprete , il quale coglie tale relazione attraverso la traduzione del segno in un altro segno, che Peirce chiama interpretante. L’interpretante è dunque un altro segno che illumina l’oggetto da un altro punto di vista. Per produrre la semiosi,ovvero innescare il processo d significazione,gli interpretanti si collocano in una serie senza confini,che Peirce chiama semiosi illimitata, i quali rendono conto delle molteplici proprietà dell’oggetto. La fuga degli interpretanti può però arrivare ad una normalizzazione nel momento in cui viene a instaurarsi una regola stabile,che Peirce chiama abito che da un certo momento in poi orienterà le nostre scelte successive nell’interpretazione di un determinato segno. Oggetto dinamico e Oggetto immediato La nozione di oggetto può essere articolata in due diverse nozioni: -Oggetto dinamico è l’oggetto in sé; l’oggetto che esiste nella realtà esterna,in quanto tale non entra direttamente nel processo di semiosi. Può essere messo in relazione con il concetto di “referente” proposta da Ogden e Richards. -Oggetto immediato è un’entità concettuale,quindi una rappresentazione mentale e costituisce il modo in cui l’oggetto dinamico viene dato e conosciuto attraverso la mediazione dei segni che ne mettono in risalto volta per volta certe proprietà. È il significato del segno che viene codificato, e in quanto tale è la contropartita mentale del representamen. Che cosa distingue l’Oggetto immediato dall’interpretante? Il primo,l’oggetto immediato è un’entità interna al segno,ovvero il modo in cui l’oggetto dinamico viene dato nel segno. L’interpretante invece è esterno al segno. L’interpretante è un secondo segno che viene elaborato dall’interprete come effetto provocato dal primo segno sulle sue disposizioni e sui suoi comportamenti. I tre tipi di interpretante L’interpretante immediato: stadio in cui il segno viene correttamente interpretato dall’interprete che lo comprende secondo le regole acquisite dalla società L’interpretante dinamico: stadio in cui l’interprete non si accontenta del significato acquisito e lo confronta sia con le proprie esigenze sia con quelle dell’oggettività. Lìiterpretante logico-finale: stadio in cui la tensione interpretativa giunge ad un punto di non ritorno per la riflessione intellettuale,ad un abito interpretativo che soddisfa le esigenze conoscitive coordinate dall’azione. Esempio- un medico deve riconoscere una malattia e la sua causa: Esistono tre livelli di interpretazione di un messaggio/significato: Prima fase di interpretazione (interpretante immediato) il medico riconosce un sintomo e cerca di risalire a delle possibili cause. Nella seconda fase( interpretante dinamico) vengono passate al vaglio varie possibili ipotesi che appaiono collegate al sintomo. Nella terza fase (interpretante logico-finale) il medico giunge ad una selezione di una ipotesi che stabilisca l’interpretazione definitiva,che consiste in una serie di abiti( durata normale della malattia,percorso,complicazioni ecc). Il segno I segni dai quali parte il processo di semiosi, si differenziano secondo una tipologia che tiene conto di tre parametri:

  1. Primità- essere considerati in se stessi
  2. Secondità-essere considerati in relazione all’oggetto
  3. Terzità-essere considerati in relazione all’interpretante

condizionano reciprocamente,entrando in opposizione. Da questo punto di vista allora l’identità del segno dovrebbe essere considerata una questione della forma e non della sostanza. Esempio/metafora di Saussure: Se prendiamo il caso di una strada che,a forza di manutenzioni,sia stata ricostruita da cima a fondo,ina maniera tale che niente di ciò che materialmente la costituiva sia rimasto lo stesso,noi non consideremmo diversa l’ultima versione rispetto alle precedenti. In questo esempio una certa strada stabilisce la sua identità non sulla base dei concreti elementi materiali di cui è costruita,ma sulla base della permanenza di certe relazioni strutturali:quella strada si oppone ad altre che hanno una diversa posizione geografica. Cosi avviene anche nella lingua e negli altri sistemi semiologici le varie unità acquisiscono la loro identità soltanto in relazione formale rispetto al sistema,a prescindere dagli elementi materiali con cui sono stati realizzati i singoli segni. Il valore di un segno puà essere determinato anche in relazione ai rapporti oppositivi che esso intrattiene all’interno di un dato testo o contesto. Così il significato rosso può avere il significato di arresto se lo si rintraccia nel contesto della segnletica stradale,può significare comunismo o progressismo se lo si trova nel contesto di un corteo politico,può rimandare al significato di una vincita o perdita nel contesto del gioco della roulette. Espressione e contenuto Una importante prosecuzione della riflessione sulla dimensione sistematica del linguaggio si può trovare a partire dagli anni ‘40 al centro del penisero di Louis Hjelmslev,esponente della scuola glossematica di Copenhagen che riprende il pensiero saussariano e si propone di depurarlo dai residui di psicologismo con il progetto di fondare una disciplina che abbia i caratteri delle scienze esatte,come la matematica e la logica. Spostando l’attenzione dalla dimensione del segno a quella dell’intero sistema semiotico,il linguista danese sostiene che ogni linguaggio è organizzato come una funzione che si stabilisce tra due funzioni: il piano dell’espressione e quello del contenuto. Evidentemente è ispirato al sistema Saussariano per lo schema riportato nel libro( pag-78). L’espressione rispetta la nozione di significante e il contenuto quella di significato. Ma né l’una né l’altra nozione vengono colte come relative ad entità psichiche ,bensì come ad entità immanenti al linguaggio stesso,e tali stabiliscono una reciproca dipendenza;poichè l’espressione implica che ci sia anche qualcosa di espresso e viceversa. La cosa piu importante è che,anche se eliminassimo il locutore e l’ascoltatore,questi espedienti non ci permeterebbero di ridurre il linguaggio a mera espressione.Il linguaggio è una struttura a due Facce che implica contenuto ed espressione. I singoli segni invece sono conepiti come unità che mettono in corrispondenza singole porzioni del piano dellìespressione son singole porzioni del piano del contenuto,senza che mai si possa l’una cosa senza l’altra. I vari tipi di codici o linguaggi Finora abbiamo parlato delle lingue varbali;ma accanto a queste si devono prendere in considerazione anche i sistemi non verbali,come ad esempio quello della gestualità. La differenza fondamentale tra le lingue verbali e e gli altri sistemi semiotici, consiste nel fatto che le prime sono dei sistemi modellizzanti primari nel senos che con esse si può parlare di tutto,anche di ciò che si può parlare con gli altri sistemi,mentre il contrario non è possibile. In altre parole il linguaggio verbale costituisce il metalignuaggio in cui ciascuno deib significati veicolati dagli altri sistemi può essere espresso e tradotto;Tuttavia vi sono per Hjelmselv anche cinque tratti che caratterizzano la struttura fondamentale di ognuno di essi. Tali tratti sono:

  1. Articolazione di ogni linguaggio secondo due piani,quello dell’espressione e del contenuto.
  2. Presenza di due assi,asse del processo e asse del sistema 3)Possibilità della commutazione/sostituzione tra elementi di uno stesso piano. 4)Non conformità tra gli elementi dei due piani
  1. Presenza di relazioni definite tra gli elementi di un sistema,riassumibili nei re casi della interdipendenza ,della determinazione,della costellazione. 1)In qualsiasi sistema semiotico i due piani sono internamente stratificatie si stagliano sul fondo di una massa amorfa comune che viene definita materia. Questa definizione trova corrispondenza con la nozione di “massa amorfa” di Saussure ,identificando un momento aurorale in cui il linguaggio non è ancora intervenuto con le sue articolazioni. Così per Hjelmslev i due piani stabiliscono un’articolazione in forma e sostanza. La forma costituisce il sistema astratto delle opposizioni che organizzano il piano. La sostanza costituisce invece l’insieme delle unità concrete che si realizzano,le caselle del sistema che vengono riempite. In una lingua naturale,a livello dell’espressione La forma concerne sia l’insieme delle opposizioni fonologiche,che organizzano i suoni che sono possibili in quella determinata lingua,sia l’insieme delle opposizioni morfologiche che reggono la struttura delle parole nella loro formazione e nella loro flessione.La sostanza concerne invece la realizzazione attraverso la concreta articolazione della voce sia nei singoli suoni sia nelle loro combinazioni in parole e frasi. Sul piano del contenuto invece, la forma del contenuto riguarda il sistema di opposizioni che ci permettono di ritagliare linguisticamente il mondo in un certo modo. La sostanza del contenuto riguarda la descrizione dei termini che si ottengono proiettando la forma linguistica sul mondo. Schema pag. 81 delle relazioni che intercorrono questi tre strati:forma,sostanza, materia. Sul piano dell’espressione,se prendiamo ad esempio il caso delle vocali vediamo che la vocale a che si articola con il massimo schiacciamento della lingua contro il palato molle,la sua massima estroflessione e la massima apertura della bocca,sono possibili due linee articolatorie :la prima quella dei suoni palatali che si articola spostando la lingua verso il palato duro e chiudendo progressivamente la bocca fino ad arrivare al suono della “i”e la seconda quella dei suoni velari in cui si sposta la lingua verso il velo pendulo ottenendo il suono della “u”. Dunque all’interno della materia dell’espressione ,il sistema della lingua formale italiana prevede sette posizioni i sostanza del contenuto. (schema pag 82) Sul piano del contenuto nello schema a pag 83,esempio di Hjelmslev si vede come lingue e culture diverse tra di loro,suddividono il continuum materiale in modi diversi,come avviene con i colori,la temporalità ecc. Il relativismo linguistico L’ipotesi del relativismo linguistico consiste nella credenza che il linguaggio influenzi il nostro modo di pensare,dal momento che induce a categorizzare in modo specifico,l’esperienza. In particolare,nella prima metà del Novecento alcuni studiosi,come l’antrpologo Franz Boas,il linguista e antropologo Edward Sapir e il suo allievo Benjamin Lee Whorf,hanno sottolineato he le strutture semantiche delle diverse lingue non sono sovrapponibili punto a punto e che tale diversità comporta l’adozione di modi di pensare diversi tra di loro. Nell’ipotesi elaborata da Whorf nella metà del Novecento si sostiene che l’essere umano tende a leggere e interpretare il mondo naturale a partire da schemi che sono contenuti nella loro lingua materna. Cosi che i parlanti di lingue diverse giungono ad avere una differente visione del mondo. L’ipotesi a sua volta è stata poi interpretata da due versioni diverse: una forte : oggi non piu accettata e chiamata determinismo linguistico ;secondo cui la lingua determinerebbe la forma del pensiero dei parlanti che si possono concepire e attivare dei pensieri solo se sono formulati dal linguaggio stesso. Una debole :esclude le forme di determinismo,sottolineando il fatto che la codificazione dei concetti attraverso la presenza delle varie lingue di espressioni ad essi collegateinfluenza la memoria e la percezione dei dati di esperienza.

(schema pag. 90) 4)La non conformità tra i due piani Il quarto tratto è il carattere di non isomorfismo dei sue piani,ovvero di non corrispondenza punto a punto degli elementi di un piano rispetto a quelli dell’altro. Questo fenomeno,che è alla base del carattere di produttività delle lingue,viene chiamato non conformità. Esempio Se prendiamo l’espressione linguistica sono e la analizziamo vediamo che sul piano dell’espressione si scompone in quattro fonemi: s/o/n/o , mentre sul piano del contenuto ne possiamo individuare anche cinque: “concetto di essere”,”prima persona”,”singolare”,”plurale”,indicativo”, e nessuno degli elementi che risultano dalla scomposizione del lessema su piano dell’espressione trova corrispondenza con quelli del contenuto. Inoltre c’è una relazione tra il carattere di non conformità e quello di commutazione nei sistemi del tipo esaminato. Infatti se applichiamo la commutazione all’esempio precedente e sostituiamo il tratto semantico “ presente” con il tratto “ imperfetto” sull’altro piano otteniamo la variazione da sono a ero; e ugualmente con gli altri tratti. Secondo Hjelmslev in opposizione ai sistemi descritti sopra,che egli chiama linguaggi linguistici, ci sono anche altri sistemi che non si possono chiamare semiotici,ma devono essere chiamati simbolici, nei quali i due piani sono conformi e non commutabili. Esempio: falce e martello, che corrispondono al concetto di comunismo. In questo simbolo non può essere fatta una scomposizione del piano dell’espressione in maniera da commutare per esempio il martello in qualcos’altro per ottenere un diverso significato politico. Esiste poi un unlteriore nozione,quella di sistema semisimbolico, che si propone di individuare quelle strutture semiotiche che sono conformi, ma commutabili,ovvero sono composte di segni che non sono ulteriormente scomponibili,ma che si oppongono tra di loro secondo una struttura categoriale che è la stessa sia sul piano dell’espressione che su quella del contenuto. Esempio Il sistema delle segnalazioni dei semafori,comprende in tutto tre segni,coordinati rispettivamente a tre significati: rosso:fermarsi, arancio: attendere ,verde;procedere. Nessuno di questi segni è scomponibile in unità piu piccole,nè sul piano dell’espressione né su quello del contenuto,ma sono commutabili l’uno con l’altro.

  1. Interdipendenza,determinazione,costellazione Il quinto tratto che caratterizza per Hjelmslev i sistemi semiotici è relativo alla presenza di relazioni definite tra gli elementi che lo compongono. Essi sono: Interdipendenza : fenomeno che si verifica quando due elementi si presuppongono a vicenda,come ad esempio nelle lingue flessive,il genere e il numero. Infatti non è possibile che si abbia un’espressione che manifesti solo la categoria del numero e non quella del genere. Determinazione: fenomeno per cui un elemento ne presuppone un altro univocamente,senza,cioè che quest’ultimo presuppnga a sua volta il precedente. Esempio: la preposizione sine in latino che regge l’ablativo senza che l’ablativo a sua volta sia necessariamente legato alla presenza di tale preposizione. Esempio: è dato dalla q, che deve essere necessariamente seguita dalla u ma non c’è una analoga relazione di necessità per quest’ultima di essere preceduta dalla prima. Costellazione: si verifica nel caso in cui due espressioni siano collegate,ma senza che l’una presupponga l’altra e viceversa. Esempio: la preposizione latina ab che si può trovare in combinazione con un nome al caso ablativo,ma anche in composizione con un verbo,un nome,un aggettivo. La doppia articolazione: fenomeno di scomponibilità sia delle unità che si situano sul piano dell’espressione che quello del contenuto. Si deve al linguista francese Andrè Martinet la formulazione di questo fenomeno delle lingue verbali. Cosi se suddividiamo la catena parlata( il

processo o testo ) fino alle unità piu piccole che siano provviste di significato( morfemi ),si possono identificare gli elementi di prima articolazione. Esempio: Cane e Albero possiamo somporli in unità minori dotate si significato come le radici can e alber, e le desinenze e ed o. Le radici significano rispettivamente “animale domestico” e “pianta selvatica”; Le desinenze sono provviste del significato “maschile+singolare”. Se identifichiamo le unità ancora più piccole, si passa agli elementi della seconda articolazione, che nelle lingue verbali sono caratterizzati dai fonemi. C/a/n/e/ e a/l/b/e/r/o. Capitolo 4 significato e modelli semantici Complessità e ampiezza della nozione di significato Il concetto di significato è stato al centro di una grande quantità di indagini a partire dall’antichità classica(si pensi alla nozione di panthema en tei psychei, “stato mentale” corrispettivo del symbolon, “segno,significante” in Aristotele e alla nozione di semainomenon, “significato” corrispettivo del semainon, “significante” nella teoria degli stoici) fino all’espoca attuale. La disciplina trasversale sotto la quale il significato è stato studiato è la semantica. Alcuni degli aspetti sotto cui è stato proposto lo studio del significato sono: 1)il significato come relazione tra linguaggio e mondo (tipico dell’approccio filosofico- linguistico) 2)il significato come relazione interna al linguaggio( tipico della prospettiva strutturalista) 3)il significato come prototipo( tipico della prospettiva psicologico-cignitiva)

1)La semantica referenziale(detta anche logico-filosofica o modellistica)

concerne quella particolare definizione del significato che sorge a partire dagli inizi del Novecento in ambito filosofico e si sviluppa in modo specifico nel mondo anglosassone all’interno dell’area di ricerca della filosofia del lnguaggio di indirizzo analitico. Ciò che ha caratterizzato questo indirizzo sono stati essenzialmente tre fattori: una forte attenzione agli aspetti logici del linguaggio,una focalizzazione della ricera sui rapporti tra il linguaggio e il mondo dei referenti(referenzialismo),una netta separazione tra semantica e processi psicologici del pensiero(antipsicologismo). Problema centrale di questo tipo di semantica diviene allora proprio quello di determinare le condizioni di verità di un enunciato,ovvero le condizioni che permettono di dire se esso è vero o falso in un certo mondo di riferimento(reale o possibile). Esistono tuttavia due modi attraverso i quali la relazione tra lingua e mondo può essere stabilita: 1) in modo diretto,senza alcuna mediazione tra lingua e la realtà extralinguistica (modalità sviluppata sia nella teoria del significato di Russel,sia in quelle piu recenti di Quine e di Kripke) 2) in modo indiretto,attraverso la mediazione di nozioni che collegano la prima al secondo (modalità sviluppata a partire da Frege) Senso e riferimento In questo ambito Frege è stato il primo ad introdurre una relazione mediata tra la dimensione del segno(Sinn) e riferimento(Bedeutung). Il segno(Zeichen),che può avere per Frege diversi formati(dal singolo termine,all’espressione composta,all’enunciato),fa riferimento agli oggetti extralinguistici e agli stati di cose passando attraverso la mediazione di entità,il senso(sinn),nozione che indica la maniera attraverso cui il riferimento stesso è dato e sempre attraverso cui noi possiamo coglierlo. Vi sono cosi espressioni che hanno lo stesso riferimento,ma senso diverso,per esempio le espressioni “La stella della sera” e “La stella del mattino” fanno riferimento alla stessa entità(il pianeta di Venere,ma non hanno lo stesso senso. Possiamo vedere lo stesso fenomeno attarverso un esempio di tipo geometrico. Se noi prendiamo un triangolo e designamo con a,b,c le rette che congiungono i vertici con i punti mediani dei lati opposti,possiamo vedere che il punto di incontro di a e b coincide con il punto di incontro di b c. Cosi noi abbiamo due differenti designazioni per lo stesso punto( referente): “il punto di incontro tra a e b” e “ il punto di incontro tra b e c”,che costituiscono due dei modi in cui la medesima entità viene data,mentre il referente rimane unico. Senso e riferimento sono nozioni formali e oggettive,da cui va distinta una nozione di ordine

una formula che può essere illustrata: ER(ERC). Il fenomeno del metalinguaggio si realizza quando il linguaggio parla di se stesso come nelle definizioni dizionariali. La connotazione nelle semiotiche non verbali La prospettiva strutturalista ha dedicato attenzione anche all’emergenza di fenomeni di significato all’interno di sistemi non linguistici. In particolare Roland Barthes già negli anni ‘60 del secolo scorso ha indagato l’emergere di fenomeni connotativi nell’ambito dell’immagine. Ma è stata l’analisi di un annuncio pubblicitario quello che è diventato poi il vero modello pioneristico nel campo degli studi sulla semiotica pubblicitaria: L’annuncio della “Pasta Panzani” ,presentato in uno studio che prendeva il titolo programmatico di “Retorica dell’immagine”(1964). L’immagine è distribuita su due registri: uno figurativo e uno linguistico,che costituisce lo slogan dell’annuncio(o pay off): “ Pates- Sauce- Parmesan. A l’italienne de luxe”. Nel registro visivo ci sono delle raffigurazioni di oggetti,che a livello denotativo possono essere identificate come dei prodotti alimentari he fuoriescono da una borsa a rete. Nel secondo registro vi sono diverse analisi connotative che fa Barthes. Innanzitutto la connotazione di italianità ,restituita dall’insistenza sull’abbinamente tra i tre colori della andiera italiana. In secondo luogo emerge la connotazione di freschezza del prodotto. Che è data dall’associazione e dalla continguità spaziale dentro la borsa a rete tra prodotti confezionati e prodotti freschi ,in modo che le proprità dei secondi si riverberino sui primi. In terzo luogo l’assembramento dei vari prodotti connota il significato di completezza del servizio culinario che la marca fornisce con i suoi prodotti. Infine, la disposizione studiata dei singoli oggetti alimentari rinvia alla connotazione estetica di natura morta. La componenzialità del significato Un altra importante ricerca della semantica strutturalista è quella che concerne appunto l’ipotesi del carattere componenziale del significato. Hjelmslev si domanda se,cosi come sul piano dell’espressione si possono trovare degli elementi atomici,dalla cui combinazione risultano i lessemi, analogamente si possono trovare degli elementi atomici sul piano del contenuto. Egli infatti propone un nome comune per gli elementi minimi chiamandoli,rispettivamente, figure dell’espressione e figure del conenuto. A questo scopo viene preso in considerazione un campo semantico delimitato con specifici termini(schema pag 104). Ognuna delle unità risultanti dalla matrice deriva dall’incrocio di due figure o tratti semantici che la compongono. Al centro del procedimento che permette di individuare le unità minime invarianti è la prova della commutazione; infatti si tratta di introdurre una variazione su un piano ed osservare se si produce di conseguenza una analoga variazione sull’altro piano: avremo cosi ottenuto una minima invariante. Inoltre per il linguista le unità di significato individuate non sarebbero ulteriormente scomponibili,sarebbero dunque primitivi semantici e l’analisi linguistica sarebbe giunta ad individuare le componenti ultime del piano del contenuto. Critche al modello dei primitivi semantici Il problema della scomposizione semantica si è trovato al centro di molte discussioni. La prima di queste critiche riguarda il fatto che l’inventario dei primitivi semantici non appare chiuso,come sarebbe invece auspicabile se il modello volesse mantenere il carattere di produttività. Il principio strutturale,a cui il modello si ispira,vorrebbe che venissero interdefiniti tutti i termini di una lingua e non solo una porzione di essi. Ma, se anche si riuscisse a ottenere questo scopo,l’inventario di unità che costituiscono i termini definitori sarebbe altrettanto grande di quello dei termini da definire,a causa della quantità e della eterogeneità delle espressioni presenti in una lingua,facendo perdere al modello qualunque carattere di produttività. La seconda critica contesta ai cosidetti primitivi semantici il carattere di non scomponibilità. In effetti ciascuna delle unità di significato individuate dal modello può essere analizzata in altre unità semantiche: esempio: “OVINO” può essere scomposta a sua volta in “animale” e “mammifero”. Prese assieme le due obiezioni hanno l’effetto di mettere in dubbio il fatto che il piano dell’espressione q uello del contenuto abbiano in comune lo stesso tipo di composizionalità. Se il piano dell’espressione può essere articolato in modo che un inventario ridotto di fonemi,non ulteriormente scomponibili,abbia la capacità di generare un numero elevatissimo di morfemi, la

stessa cosa non appare avvenire per il piano del contenuto: il sistema semantico non sembra riconducibile ad un inventario chiuso di primitivi.

Semantiche a tratti o modello delle condizioni necessarie e sufficienti

Una variante del modelllo precedente è appunto quella del modello a condizioni necessarie e sufficienti. Quest’ultimo abbandona l’idea che si possa trovare un insieme finito di elementi minimi e primitivi, ma non abbandona il prinicipio di composizionalità. Esso dunque,propone che si possano scomporre i significati delle singole parole in una serie di tratti semantici che concorrono a definirle,senza tuttavia che questi tratti appartengano ad un inventario chiuso. In compenso,però il modello si fonda sul principio che vi siano delle condizioni necessarie e sufficienti per attribuire quel determinato tratto a quella particolare entità lessicale,in modo da definirne esaustivamente il significato. Questo principio si articola e specifica in una serie di condizioni : 1) nessun tratto può essere cancellato,poichè ognuno di essi è una condizione necessariamente 2) nessun tratto può essere aggiunto,poichè i tratti individuati rispondono ad una condizione sufficiente di esaustività 3) tutti i tratti hanno la medesima rilevanza,senza che vi sia alcuna organizzazione gerarchica 4) il significato di qualsiasi termine presenta confini netti e precisi, secondo una logica binaria,che fa si che il significato esista nella sua totalità o non esista affatto. Entro certi limiti si avvicina a questo standard un modello celebre proposto da Pottier(1965) che tentava di analizzare un campo semantico delimitato,quello dei sedili,ovvero “mobili su cui ci si siede” ,attraverso un inventario di tratti che non manifestavano nessuna pretesa di universalità o di primitività. In questa matrice il significato di ciascun termine risulta definito sulla base della presenza o assenza di una serie di tratti che lo differenziano da ciascun altro. Tuttavia,anche questo modello presenta delle difficoltà,che sono di due ordini: 1) Esso permette di definire termini appartenenti alla geometria,matematica,diritto e cosi via ma diviene inadeguato quanod si devono definire termini del linguaggio ordinario. 2) In secondo luogo, esistono dei termini che rimandano a concetti “sfumati”,il cui significato cioè non è definibile per presenza o assenza di un tratto, ma per una maggiore o minore partecipazione ad un concetto. Un importante studio di Labov(1973),che prende come oggetto il campo semantico che include i termini tazza, scodella, ciotola, piatto mostra che è spesso difficile decidere se assegnare ad una categoria o l’altra un determinato oggetto. Egli con un test empirico dimostrò che man mano che ci si allontana dalle rappresentazioni standard, si entra in un terreno di vaghezza in cui un determinato oggetto può essere definito in vari modi. (pag 109) Dizionario ed enciclopedia Cosa si intede con la nozione enciclopedia? Le semantiche a condizioni necessarie e sufficienti prevedono due tipi di conoscenze: 1) conoscenze dizionariali: riguardano la struttura della lingua e sono relativamente stabili. Sono caratterizzate da un numero elevato, ma delimitabile di aspetti. 2) conoscenze enciclopediche: riguardano il mondo extralinguistico, e sono meno stabili,ma piu fluide. Sono caratterizzate da un numero illimitato di aspetti. Esempi: il lessema “gatto”: -proprietà dizionariali : “felino”,”animale”,”domestico”

- proprietà enciclopediche : “avere un corpo agile”,avere pelo morbido e folto” e via dicendo fino a proprietà di tipo culturale. Le obiezioni che sono state mosse a questa teoria in particolare in ambito semiotico riguardano da una parte che la scelta delle proprietà come “felino” o “domestico” è basata ampiamente su fattori

  1. l’appartenenza graduale ad una categoria è di natura graduale,e avviene per somiglianza con i prototipi di quella categoria. Piu un oggetto
  2. i confini delle categorie non sono netti e precisi,ma sfumati
  3. i membri di una categoria non hanno tutti tutte le proprietà riscontrabili nella categoria,ma presentano delle somiglianze di famiglia. Rappresentatività e appartenenza La rappresentatività di una certa categoria consiste nel processo del maggior numero di proprietà tipiche di quella categoria. Il criterio di appartenenza non si realizza però,tanto attraverso un confronto per somiglianza con il prototipo quano se fondato sulla scoperta di quelle che sono state definite come proprietà essenziali,cioè comuni a tutti i membri della categoria. È stato Geeraerts (1989) che ha mostrato questo fatto con la categoria “uccello”,per la quale ha proposto uno schema(pag 115). In questo modello siamo di fronte ad una lista di proprietà sulla base delle quali può essere definita l’estensione referenziale dei vari termini indicanti classi di animali che appartengono alla categoria “uccello”. Questo modello è basato sula scomposizione delle proprietà,anche se tali non hanno carattere di condizioni necessarie e sufficienti. Da questo modello si profilano due differenti tipi di definizioni:
  4. di tipo logico-teoretico :basata sulle proprietà essenziali
  5. di tipo percettivo : che pone in primo piano un insieme di proprietà che derivano dall’esperienza La teoria estesa del prototipo Per superare i limiti della teoria standard del prototipo negli anni ‘90 ne è stata elaborata una nuova versione,definita come “teoria estesa del prototipo”. Uno dei principali elementi che caratterizzano questa nuova versione è il fatto che si abbandona l’idea del prototipo come oggetto o classe di oggetti(come passero o pinguino) a favore dell’idea che il prototipo sia un costrutto mentale(o concetto),consistente in un insieme di proprietà astratte. Non si parla allora piu di prototipo,bensì di effetti prototipici, ovvero dell’insieme delle proprietà salienti che distinguono una categoria da un’altra,che in certi casi dipendono dalle nostre strutture corporee o da fenomeni culturali. Il linguaggio può essere allora pensato come una rete che si proietta su un continuum non differenziato. Con il nuovo modello,inoltre, l’appartenenza non viene piu stabilita in base alla somiglianza,ma sulla base delle proprietà essenziali. Quest’ultime dunque costituiscono le proprietà che sono possedute da tutti i membri della categoria,anche da quelli meno rappresentativi. Le proprietà tipiche sono invece delle proprietà che si possono aggiungere a quelle essenziali e che possono essere cancellate senza che questo abbia delle conseguenze sul processo che determina l’appartenenza. Infatti la categoria “uccello” sono da considerarsi tipiche proprietà la capacità di volare o avere le ali o avere le piume. Le proprietà tipiche sono da mettersi in correlazione con la nozione di rappresentatività della categoria. Capitolo 5 Per poter entrare nella dimensione comunicativa vera e propria bisogna passare dal livello semiotico a quello dell’enunciazione o discorso. Per Emile Benveniste,noto per un trattato “Vocabolario delle istituzioni indieuropee” il livello semiotico è quello in cui si esplica il modo di significare proprio del segno linguistico. Tale dimensione ricalca in qualche i confini della sintassi e della semantica,in quanto vengono stabilite delle regole dei segni fornendo un’interpretazione del loro senso,ma senza mai uscire da quella dimensione di chiusura che la lingua stessa garantisce. Rimangono infatti,fuori i fattori pragmatici,come i rapporti che legano un discorso ai suoi utenti. Alla dimensione semiotica si contrappone infatti quella dell’enunciazione che da origine a ciò che Benveniste chiama discorso,ovvero una istanza che emana da un locutore,raggiunge un uditore e suscita un’altra enunciazione in risposta. L’enunciazione viene definita come un atto che è compiuto da un soggetto,il quale prende in carico la lingua ai fini specifici di instaurare un rapporto di comunicazione. Benveniste inoltre si preoccupa subito di distinguere la nozione di enunciazione da

quelle di parole,in quanto quest’ultima non coincide affatto con la dimensione dell’attualizzazione della lingua in discorso,ma si potrebbe dire con il prodotto di tale attualizzazione. Secondo Benveniste le due dimensioni,quella del semiotico e quella dell’enunciazione,definiscono rispettivamente le due modalità fondamentali della funzione linguistica,cioè quella di significare,propria della prima dimensione e quella di comunicare,propria della seconda. I sistemi linguistici e quello non linguistici in relazione all’enunciazione Secondo Benveniste non tutti i sistemi semiotici sono sullo stesso piano, poiché la lingua occupa una posizione del tutto particolare rispetto agli altri sistemi dei segni. Infatti i sistemi linguistici a differenza di quelli non linguistici come quelli della musica o delle arti figurative sono gli unici ad articolare la proprietà della significanza su due piani: quella dei segni e quella dell’enunciazione. Ciò fa si che la lingua goda della situazione privilegiata di essere,da una parte, il sistema semiotico piu diffuso,dall’altra l’unico sistema in cui tutt gli altri sistemi dei segni possono essere tradotti,mentre non vale l’inverso. L’interno e l’esterno della lingua Benveniste sostiene nel suo “semiologia della lingua” che con l’enunciazione si entra nel modo specifico di significanza che è generato dal discorso. In questa dimensione diviene rilevante la funzione della lingua di generare messaggi, L’enunciazione fa si che il messaggio non si idetifichi con una successione di segni da interpretare separatamente: a produrre il senso non è un’addizione di segni dunque,bensì è al contrario il senso (concepito come intento) che si realizza nella sua completezza e si articola nei segni particolari,che sono le parole. In secondo luogo l’enunciazione si prende necessariamente carico dell’insieme dei referenti,mentre il semiotico è autonomo da ogni referenza. A caratterizzare la dimenisone enunciativa sono due aspetti che sono totalmente assenti in quella semiotica:

  1. la presa in carico della presenza di un locutore che utilizza la lingua
  2. la sua stretta relazione con il livello linguistico della frase,che porta il carico della possibilità del riferimento e dell’intento del locutore stesso. l’ambiguità del linguaggio Il linguaggio è sempre qualcosa di troppo ampio per le situazioni concrete ed è qui che nasce la sua ambiguità. Nel corso della storia infatti ci sono stati diversi tentativi di elaborare altri tipi di linguaggio( logica formale) per evitare le ambiguità proprie del linguaggio comune. Durante la prima metà del Novecento,negli anni del Neopositivismo logico(corrente filosofica basato sul principio per cui la filosofia debba seguire il rigore metodologico proprio della scienza) furono scritti diversi trattati importanti riguardo il tema del linguaggio. Uno di questi fu “La costruzione logica del mondo” di Rudolf Carnap il quale intendeva eliminare i fraintendimenti che il linguaggio comune può sviluppare. Il secondo piu importante fu invece “Il tractatus-logico- philosophicus” di Wittgenstein il quale mette in evidenza il problema dell’impossibile formalizzazione del linguaggio naturale. Nella misura in cui noi accettiamo l’ambiguità del linguaggio apriamo una falla, l’abuso del linguaggio comune,ovvero discorsi troppo ampi rispetto a quello che abbiamo a disposizione,alle esperienze che possiamo fare; il rimedio? È sempre nel linguaggio,attraverso cui si può trovare un’intesa disinnescando questa ambiguità. Molti usano il linguaggio e le sue ambiguità per ottenere i propri scopi(come ad esempio fanno i sofisti). Dalla scelta di usare bene o male il linguaggio nasce l’etica. Il linguaggio proprio per questa sua componente si presenta in: a) organo: solo attraverso questo ci si può intendere b) ostacolo: solo attraverso quiesto ci si può fraintendere. Si può porre rimedio all’ambiguità del linguaggio esercitandolo,parlando e aprendo altre ambiguità. Le macchine utilizzano un linguaggio formale,non un linguaggio naturale Altro autore importante della seconda metà del Novecento è Bachtin, importante filosofo e critico letterario russo. È stato autore di molte opere letterarie,di estetica. La teoria di Bachtin approfondisce tre aspetti: teoria del linguaggio,teoria dei generi letterari e teoria del comico. La prima sottolinea l'importanza del dialogo, identificando tutte le forme di scrittura con esso attraverso l'ipotesi di un dialogo con un lettore immaginario. Il linguaggio è fondamentalmente dialogico e include il rapporto tra autore ed eroe (o personaggio, sconosciuto perfino all'autore), estetica ed etica-

funzione: 1) forma di cortesia 2) forma di disprezzo che nullifica l’individuo come persona,dato che non ci si rivolge personalmente a lui. Si deve inoltre rilevare che esiste anche una differenza tra i due pronomi personali io e tu: essi sono entrambi interni all’atto di enunciazione,ma sono esterni l’uno in rapporto all’altro. Solo uno alla volta assume il linguaggio in quanto soggetto,designandosi come io. Si possono cosi distinguere due tipi di correlazione:

  1. correlazione di personalità, che oppone le persone io/tu alla non persona egli
  2. correlazione di soggettività, che oppone la persona soggettiva io alla persona non soggettiva tu. I pronomi personali e la pluralizzazione I pronomi di prima e di seconda persona, a differenza di quelli di terza sottostanno difficilmente ai normali processi di pluralizzazione in quasi tutte e lingue. Questo fenomeno è da ricercarsi nel fatto che i caratteri di unicità inerenti al pronome io contrastano con la possibilità di una sua pluralizzazione. Esempio: non si possono avere più io concepiti dallo stesso io che parla,per il fatto che noi non è una moltiplicazione di oggetti identici,bensì un congiungimento tra l’ io e il non-io. In molte lingue poi,come le lingue amerinde,australiane,papuano,maleopolinesiano,dravidico,tibetano,manciù,tanguz e cosi via si distinguono due forme del noi :
  3. forma inclusiva: corrispondente ad un me+voi 2) forma esclusiva: corrispondente ad un me+loro La differenza tra queste due forme è modellata sulla relazione tra la prima e la seconda persona singolare e quella tra la prima e la terza singolare : quindi
  • il plurale esclusivo attua il congiungimento tra le due forme che si collocano sull’opposizione tra personale e non personale( correlazione di personalità) -il plurale inclusivo invece opera il congiungimento delle forme che si oppongono secondo la correlazione di soggettività. In generale,secondo Benveniste nel noi selle lingue indoeuropee avviene qualcosa di diverso dal congiungimento di elementi definibili come l’io e il non-io: si verifica una forte predominanza di io che può arrivare in certe circostanze alla sostituzione completa del singolare da parte del plurale. Il noi non è tanto un io quantificato, ma un io dilatato al di la della persona in senso stretto,che acquisisce dei contorni vaghi. Questa interpretazione spiega due usi del _noi:
  1. quello secondo cui l’io si amplia in una persona piu massiccia e meno definita(tipica del noi maiestatico)
  2. quello secondo cui avviene uno smorzamento di un’affermazione troppo decisa di io,quale si riscontra con il noi di modestia( dell’autore e dell’oratore)_ In definitiva,la pluralizzazione dei pronomi peronali singolari rappresenta un fattore di illimitatezza,non di moltiplicazione. La distinzione abitguale tra singolare e plurale risulta essere una distinzione tra una persona ristretta(singolare) e una persona amplificata(plurale) 2) Gli indici dell’ostensione Gli indici di ostensione sono quei termini implicanti un gesto che designa l’oggetto,nello stesso momento in cui viene pronunciata l’espressione linguistica. Essi hanno in primo luogo la caratteristica di essere organizzati in modo da riprodurre la correlazione di personalità( esempio: codesto/questo riproduce la correlazione tu/io). In secondo luogo hanno la proprietà di riferirsi agli oggetti in maniera coestensiva rispetto all’atto di enunciazione( gli avverbi qui e ora delimitano la situazione spaziale e temporale dell’enunciazione e il loro significato è recuperabile a partire da essa). Tali indici vengono definiti deittici. Tra di essi troviamo i dimostrativi, che hanno la funzione di ordinare lo spazio a partire da un punto centrale che è ego ,secondo delle categorie variabili. Quando colui che ordina lo spazio si è designato come ego a quel punto si crea un sistema di coordinate spaziali che permettono di presentare un oggetto come localizzato in qualsivoglia campo.

Poi ci sono gli avverbi di luogo e di tempo come qui ed ora : essi delimitano la situazione spaziale e temporale coestensiva e contemporanea a quella del soggetto dell’enunciazione ed il loro significato è recuperabile a partire da questa. Tuttavia Benveniste tiene a precisare che per spiegare il meccanismo di queste forme non è sufficiente ricorrere alla nozione di deissi,se non si aggiunge che la deissi è coestensiva e contemporanea alla situazione di enunciazione. La deissi Definizione di deissi secondo Lyon: Con deissi si intende la collocazione di persone,oggetti,eventi, e attività di cui si parla in relazione al contesto spazio-temporale creato dall’atto di enunciazione e dalla partecipazione in esso di un singolo parlante e di almeno un destinatario. Il tema della deissi percorre le teorie linguistiche di tutto il Novecento, a partire dal libro del 1934 di Karl Buhler, Sprachtheorie, in cui veniva attrinuita grande importanza alla funzione deittica del linguaggio, articolata sulla triplice referenza dell’ io,qui ora. Questa referenza appariva determinata dalla posizione del locutore nella situazione comunicativa e lo stesso campo deittico veniva identificato con il campo percettivo del locutore,in qaunto area che poteva essere artciolata attraverso gesti indicativi. L’opposizione di Benveniste tra nomi e pronomi riecheggia la teoria dei due campi che costituisce uno dei tratti piu salienti del pensiero di Buhler, seconda la quale i segni prendono significato i relazione a due grandi campi: il campo simbolico e il campo d’indicazione. Il primo è quello in cui si collocano i nomi,ovvero parole che nominano, Il secondo è invece quel particolare ambito spazio-temprale che costituisce tutte le volte che un essere umano prende la parola per rivolgersi ad un altro essere umano e che è incentrato su quel triplice parametro dell’io,qui,ora. Espressioni indicali e espressioni intenzionali a proposito delle espressioni deittiche, Francois Recanati (2001) solleva un interessante problema che concerne alcune distinzioni che appare necessario operare al loro interno. Recanati poi oppone _le espressioni indicali(pure) alle espressioni intenzionali:

  1. Le espressioni indicali pure_ sono quelle che hanno un riferimento unico,determinato da fatti chr riguardano il contesto di enunciazione,i quali comprendono l’identità del parlante e il tempo dell’enunciazione:tra queste espressioni ci sono forme come io ,che si riferisce al parlante, oggi, che si riferisce al giorno in cui avviene l’enunciazione, domani che si riferisce al giorno seguente a quello in cui ha luogo l’enunciazione. Quindi per ogni espressione indicali c’è una regola occorrenza-riflessiva(token reflexive rule) che determina ciò a cui tale espressione si riferisce come una funzione di fatti che riguardano il contesto. Tale regola fa parte del significato dell’espressione.
  2. in opposizione ci sono le espressioni intenzionali pure che condividono con le indicali il fatto che la loro referenza dipenda dal contesto,ma non c’è nessuna regola che determina quale sia questa referenza in un dato contesto. Quindi la loro referenza è multipla e dipende dalla decisione dall’intenzione del parlante stesso. Appartengono a questo gruppo espressioni come quello e come il pronome di terza persona egli. Accanto a queste due categorie,Recanati introduce una categoria intermedia, 3)le espressioni indicali impure che da una parte hanno un vincolo occorrenza-riflessivo,che le rende simili agli indicali puri;dall’altra,il loro significato linguistico non è sufficiente per individuare un solo oggetto ma hanno bisogno che intervenga a questo fine un locutore. Ne è un esempio il pronome personale noi. È intenzione del parlante che determina a quale gruppo si riferisca noi. (schema pag.133) A questo punto Recanati si chiede in qaule categoria rientrino espressioni come qui ed ora. Secondo il punto di vista tradizionale, sulla base del quale si sostiene che le due espressioni indicano rispettivamente il luogo e il momento dell’enunciazione, esse sono considerate come degli indicali impuri,in quanto da una parte contengono un vincolo che le obbliga a riferirsi ad un