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La Concentrazione Bancaria in Italia: Fusioni, Acquisizioni e Nuovi Modelli Organizzativi, Tesine universitarie di Organizzazione Aziendale

Nel documento vengono analizzate le ondate di fusioni e acquisizioni (M&A) nel settore bancario italiano negli ultimi venti anni, il loro impatto sulla contrazione del numero delle banche, il livello di concentrazione e la competitività. Vengono esplorate le cause di questo fenomeno, i modelli organizzativi adottati e i benefici e i costi per le banche. anche informazioni sulla legislazione italiana in merito alla concentrazione bancaria.

Tipologia: Tesine universitarie

2018/2019

Caricato il 12/10/2021

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LA CONCENTRAZIONE BANCARIA
Nel corso degli ultimi venti anni il sistema bancario dei paesi occidentali è stato interessato da ondate
sistematiche di fusioni e di acquisizioni (M&A), soprattutto nei confronti di banche di minori dimensioni.
L’avvio del processo di consolidamento dell’industria bancaria, conosce il suo più importante sviluppo a
partire dagli anni Ottanta, periodo in cui i sistemi finanziari dei maggiori paesi industrializzati hanno
conosciuto una fase di grande trasformazione a livello di sistema. Tale fenomeno rappresenta uno degli
avvenimenti principali del panorama finanziario contemporaneo e ha determinato nel corso degli anni una
progressiva contrazione del numero delle banche, un aumento del grado di concentrazione e un
incremento del livello di competitività nel settore, determinato anche dall’esistenza nel mercato di nuovi
operatori non finanziari. Dal punto di vista operativo tendono ad uniformarsi i modelli del sistema
finanziario, anglosassone e continentale, fino ad allora distinti per le loro specificità derivanti dalle differenti
culture ed economie dei rispettivi paesi. Sul piano normativo vengono introdotte importanti novità che
mirano a livello europeo di creare un mercato unico in cui le varie economie europee possono interagire e
competere nell’ambito di un ambiente vigilato e disciplinato; inoltre le importanti novità consentono lo
sviluppo di strategie di posizionamento strategico fondamentali per la ridefinizione della struttura
economica dello scenario competitivo. Il notevole cambiamento delle condizioni economiche e
regolamentari vissuto dall’industria bancaria ha coinvolto la banca in tutta la sua organizzazione e ne
continua a mutare gli obiettivi e le forme organizzative.
Il processo di razionalizzazione del sistema bancario europeo ha avuto luogo in seguito al successo
dell’esperienza statunitense conosciuta a partire dagli anni Ottanta. Tuttavia in Europa, a causa di
condizioni iniziali sfavorevoli dell’economia e del contesto istituzionale, la trasformazione del settore è
avvenuta in maniera molto più lenta rispetto a quella degli Stati Uniti.
Il consolidamento del settore bancario è largamente dovuto alle pressioni per raggiungere un
contenimento dei costi e una ristrutturazione del sistema in un contesto di integrazione finanziaria molto
intensa. La crisi finanziaria scoppiata nel 2008 ha aggiunto ulteriori pressioni alle banche affinché fosse
ridotta la leva finanziaria e si raggiungesse il consolidamento, in maniera particolare in quei paesi
maggiormente scossi dalla crisi. In questo contesto, si è assistito ad una forte diminuzione degli
intermediari e ad un loro aumento in termini di dimensioni, determinato in larga misura dalla realizzazione
di operazioni di M&A piuttosto che di ristrutturazione.
All’inizio dello scorso decennio il sistema bancario italiano presentava ben poche differenze rispetto
all’assetto che lo aveva caratterizzato nei decenni precedenti, rispondendo alla regole dettate dalla legge
bancaria del 1936, alle rigide disposizioni amministrative della Banca d’Italia e continuando ad avere oltre il
70% della proprietà delle banche strettamente in mano ad entità aventi natura giuridica pubblica.
Le caratteristiche salienti del modello italiano erano rappresentate:
Dalla specializzazione in base all’operatività a breve o a medio e lungo termine, con ulteriori
specializzazioni, in questo secondo caso, aventi a riferimento il comparto di attività;
Dalla separatezza tra banca e industria garantita da limiti molto stringenti alle partecipazioni
reciproche;
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LA CONCENTRAZIONE BANCARIA

Nel corso degli ultimi venti anni il sistema bancario dei paesi occidentali è stato interessato da ondate sistematiche di fusioni e di acquisizioni (M&A), soprattutto nei confronti di banche di minori dimensioni. L’avvio del processo di consolidamento dell’industria bancaria, conosce il suo più importante sviluppo a partire dagli anni Ottanta, periodo in cui i sistemi finanziari dei maggiori paesi industrializzati hanno conosciuto una fase di grande trasformazione a livello di sistema. Tale fenomeno rappresenta uno degli avvenimenti principali del panorama finanziario contemporaneo e ha determinato nel corso degli anni una progressiva contrazione del numero delle banche, un aumento del grado di concentrazione e un incremento del livello di competitività nel settore, determinato anche dall’esistenza nel mercato di nuovi operatori non finanziari. Dal punto di vista operativo tendono ad uniformarsi i modelli del sistema finanziario, anglosassone e continentale, fino ad allora distinti per le loro specificità derivanti dalle differenti culture ed economie dei rispettivi paesi. Sul piano normativo vengono introdotte importanti novità che mirano a livello europeo di creare un mercato unico in cui le varie economie europee possono interagire e competere nell’ambito di un ambiente vigilato e disciplinato; inoltre le importanti novità consentono lo sviluppo di strategie di posizionamento strategico fondamentali per la ridefinizione della struttura economica dello scenario competitivo. Il notevole cambiamento delle condizioni economiche e regolamentari vissuto dall’industria bancaria ha coinvolto la banca in tutta la sua organizzazione e ne continua a mutare gli obiettivi e le forme organizzative. Il processo di razionalizzazione del sistema bancario europeo ha avuto luogo in seguito al successo dell’esperienza statunitense conosciuta a partire dagli anni Ottanta. Tuttavia in Europa, a causa di condizioni iniziali sfavorevoli dell’economia e del contesto istituzionale, la trasformazione del settore è avvenuta in maniera molto più lenta rispetto a quella degli Stati Uniti. Il consolidamento del settore bancario è largamente dovuto alle pressioni per raggiungere un contenimento dei costi e una ristrutturazione del sistema in un contesto di integrazione finanziaria molto intensa. La crisi finanziaria scoppiata nel 2008 ha aggiunto ulteriori pressioni alle banche affinché fosse ridotta la leva finanziaria e si raggiungesse il consolidamento, in maniera particolare in quei paesi maggiormente scossi dalla crisi. In questo contesto, si è assistito ad una forte diminuzione degli intermediari e ad un loro aumento in termini di dimensioni, determinato in larga misura dalla realizzazione di operazioni di M&A piuttosto che di ristrutturazione. All’inizio dello scorso decennio il sistema bancario italiano presentava ben poche differenze rispetto all’assetto che lo aveva caratterizzato nei decenni precedenti, rispondendo alla regole dettate dalla legge bancaria del 1936, alle rigide disposizioni amministrative della Banca d’Italia e continuando ad avere oltre il 70% della proprietà delle banche strettamente in mano ad entità aventi natura giuridica pubblica. Le caratteristiche salienti del modello italiano erano rappresentate:  Dalla specializzazione in base all’operatività a breve o a medio e lungo termine, con ulteriori specializzazioni, in questo secondo caso, aventi a riferimento il comparto di attività;  Dalla separatezza tra banca e industria garantita da limiti molto stringenti alle partecipazioni reciproche;

 Da limiti territoriali all’insediamento per le banche non a carattere nazionale e da forti limitazioni all’apertura di nuove dipendenze, aperture comunque soggette ad autorizzazioni dell’organo di vigilanza;  Da limiti e ostacoli alla creazione di nuove banche tali da consentire di affermare che si era istaurato, di fatto, una sorta di sistema a numero chiuso nel quale era impossibile non solo entrare ma anche uscire. L’introduzione di rilevanti novità sul piano legislativo e su quello amministrativo intervenute tra la fine degli anni ottanta e i primi anni novanta ha da un lato eliminato o fortemente ridimensionato gran parte di questi divieti e dall’altro, attraverso incentivi fiscali ha consentito in tempi relativamente brevi la trasformazione in società per azioni degli istituti di diritto pubblico e delle casse di risparmio, presupposto indispensabile per la successiva campagna di privatizzazioni che ha portato ad un ribaltamento dei pesi tra pubblico e privato, favorendo altresì processi di accorpamento realizzati, almeno in una prima fase, quasi esclusivamente sotto forma della fusione per incorporazione. La principale causa del fenomeno di crescita dimensionale delle banche è stata l’intenzione di tendere il più possibile al modello di banca universale tanto usato in tutto il resto d’Europa e che in Italia era sempre stato molto limitato dalla rigida regolamentazione. Solo in tal modo si pensava che si sarebbero potuti sopportare i costi relativi a segmenti ad alta intensità di investimento, come il private e l’investiment. La maggior parte delle concentrazioni ha riguardato i gruppi dimensionali delle banche medie e minori e ha favorito la creazione di banche di dimensioni medio grandi caratterizzate da un forte radicamento territoriale. I dati contenuti nell’ultima relazione fatta dal presidente dell’ABI, secondo i quali dal 1993 al 2002 in Italia si sono realizzate oltre 300 operazioni di fusione, 167 operazioni di acquisizione della maggioranza dal capitale che hanno dato vita a 78 gruppi bancari, coinvolgendo quasi il 40% dei fondi intermediati. Tuttavia, in particolare in Italia, il recepimento delle direttive in materia bancaria non è stato sempre così rapido e agevole, poiché ha costretto le autorità nazionali ad apportare vistose modifiche rispetto alla precedente legge bancaria. I nuovi principi vennero recepiti a distanza di un paio di anni con il d. lgs. 481 del 1992 nato come provvedimento temporaneo di recepimento della Seconda direttiva, che conferiva due particolari deleghe: da una parte l’adeguamento alla Seconda direttiva e dall’altra la redazione del Testo Unico in materia bancaria, emanato poi nel 1993 (385/93). Il Testo Unico in materia bancaria ha introdotto numerose novità, la più evidente delle quali è rappresentata dall’introduzione della cosiddetta banca universale intesa come banca non soggetta a limiti legislativi di specializzazione. Fino a quel momento infatti le autorità di vigilanza avevano imposto alle banche di essere aziende fortemente specializzate, con l’obiettivo di mantenere la stabilità del settore. Tuttavia già da diversi anni, per ovviare ai limiti di specializzazione imposti dal quadro normativo, si era messo in moto il fenomeno dei gruppi bancari attraverso i quali le banche hanno potuto ampliare la propria area di operatività facendo ricorso ad altre imprese. L’introduzione della banca universale ha permesso alle banche di svolgere un insieme di attività che fino ad allora potevano essere esercitate esclusivamente dando vita ad un gruppo bancario. Si fa riferimento a una despecializzazione di tre diversi tipi:

  • Istituzionale: vengono meno le differenziazioni che esistevano tra le varie tipologie di banche;
    • Operativa: la banca ha il diritto di operare in tutti i settori appartenenti all’attività finanziaria;

E veniamo a noi. Nel 2018 comparivano in Italia 29 banche quotate in borsa su di un totale di 486: le prime dieci di esse hanno effettuato 27 acquisizioni dal 2011 al 2016. Ancora: nonostante un simile dinamismo i gruppi bancari italiani registrano un peggioramento generalizzato degli indicatori di capitalizzazione e di liquidità. Ciò è evidente dalla comparazione con il sistema bancario europeo dei cinque principali paesi europei. La “desperation to grow” è statisticamente confortata: la probabilità di incrementare l’attività di M&A cresce al diminuire del valore degli indicatori di solidità della banca, quali la liquidità e la robustezza dello stato patrimoniale. Le M&A non hanno raggiunto lo scopo di migliorare la situazione finanziaria delle banche quanto piuttosto sono state mosse da fattori contingenti. È significativo che le M&A abbiano avuto un effetto di solo breve periodo sui valori di mercato del sistema bancario analizzato: questo vale per gran parte delle M&A delle banche italiane quotate: incrementi consistenti del valore azionario all’inizio, poi progressivamente annullamento degli effetti. Solo quattro gruppi bancari (Generali, Mediolanum, UBI e Monte dei Paschi) hanno esibito effetti più persistenti nel tempo, specie per le prime due M&A di Banca Generali e per la prima di UBI Bank. Ma, quale che sia stata la persistenza dell’effetto iniziale, le operazioni di M&A realizzate dalla banca che effettua la fusione influenzano negativamente i valori di redditività e di forza patrimoniale della banca: le M&A, di fatto, hanno sempre avuto un impatto negativo sulla struttura di capitale delle banche. L’analisi del “caso italiano” esplicita una tendenza cui è possibile annettere rilevanza generale: le spinte alla concentrazione dimensionale non possono esaurirsi in mere operazioni di acquisizione di altre banche, piccolo o grandi che siano. Perché esse abbiano successo è necessario che influiscano e modifichino la struttura produttiva della banca stessa: la posizione di mercato, la leadership di prezzo, l’acquisizione di economie di scala e di scopo. La storia dei successi della concentrazione bancaria andrebbe, dunque, riscritta con maggiore dovizia di particolari sulla storia finanziaria del paese che si osserva: non pare sufficiente ipotizzare che la concentrazione, di per sé, rimuova i vincoli di redditività. Il problema era stato posto da ben pochi economisti in Italia: tra le eccezioni Daniela Venanzi, la quale, evidenziava, a proposito dei vantaggi dell’aggregazione, i pericoli di rischio sistemico e, rifacendosi nei fatti, alla tesi della Hubris Finance, sottolineava come le acquisizioni possano determinare valutazioni distorte dei prezzi. In realtà si faceva avanti anche un’altra teoria organizzativa secondo la quale non era necessaria la crescita dimensionale, ma sarebbe stato sufficiente che più banche si specializzassero ognuna in un particolare segmento di business e che poi costituissero una “rete”. Il secondo modello organizzativo fu subito preso in considerazione dalle banche locali, quelle di più piccole dimensioni, che non avevano alcuna intenzione di modificare le proprie dimensioni e che identificarono nel sistema a “rete” la sola possibilità di allinearsi alle condizioni di competitività sul piano dei costi e dell’innovazione dettate dalle banche maggiori. Per le banche che invece presero la via della crescita dimensionale, fu subito chiara la necessità di ristrutturazioni interne che portassero il modello universale a tendere verso un modello multi specialistico,

che si riflette nel modello organizzativo multi divisionale, con benefici attesi di sviluppo delle competenze, di aumento della produttività e di miglioramento della qualità. In realtà non deve essere attribuito al solo processo di concentrazione bancaria la causa di questa evoluzione organizzativa, che sembra più una risposta del mondo bancario ai mutamenti ambientali e culturali che lo hanno circondato. Nella banca multi divisionale ciascuna divisione ha proprie responsabilità in termini di obiettivo e di risultato e di gestione delle risorse impiegate. Tale modello non riflette solo un criterio di specializzazione efficiente, ma risponde anche a un criterio di attribuzione specifica di responsabilità manageriale e di imprenditorialità. La concentrazione è il fenomeno misurato dal rapporto percentuale fra il totale delle attività (volume dei fondi intermediati) di un certo numero di banche ed il totale delle attività del sistema. Possiamo distinguere due casi:  GRADO DI CONCENTRAZIONE MASSIMO O MONOPOLISTICO il totale delle attività di una sola banca è uguale al 100% delle attività del sistema;  GRADO DI CONCENTRAZIONE MINIMO O PERFETTAMENTE CONCORRENZIALE il totale delle attività di una sola banca è modesto rispetto a quello del sistema. Esiste una correlazione tra concentrazione, concorrenza ed efficienza, secondo cui i sistemi abbastanza concentrati e concorrenziali sono più efficienti, cioè hanno costi di produzione meno elevati. In Italia, il sistema bancario è caratterizzato da un basso grado di concentrazione e di competitività, a cui corrispondono numerose inefficienze ed elevati costi di intermediazione. L’obiettivo del legislatore italiano è quello di raggiungere l’aumento del grado di concentrazione e di competitività del sistema bancario e per raggiungere tale obiettivo ha stabilito delle agevolazioni fiscali da concedere alle banche. L’aspetto microeconomico riguarda i meccanismi attraverso i quali la concentrazione bancaria può essere realizzata. Un più elevato grado di concentrazione si ha quando un ristretto gruppo di banche ha tassi di sviluppo superiori a quelli della media del sistema; il che consente alle banche di acquisire quote di mercato maggiori. Tale sviluppo si può realizzare per:  CRESCITA INTERNA: quando la banca riesce in modo autonomo a migliorare le proprie attività, a danno dei concorrenti.  CRESCITA ESTERNA: quando la banca accresce le proprie dimensioni attraverso processi di acquisizione delle proprietà di altre banche. A questo tipo di crescita si ricorre quando il mercato è in uno stadio di avanzata maturità e quindi le possibilità di esposizione sono ridotte. Si possono distinguere tre diversi processi di acquisizione:

a. Banche di grandi dimensioni; b. Una banca di grandi dimensioni ed una di piccole dimensioni; c. Banche di piccole dimensioni. È fondamentale che in ciascuno di questi casi, almeno una delle due banche abbia una buona situazione economica e patrimoniale. Il successo della concentrazione dipenderà dalla capacità delle banca in buone condizioni di saper accettare la situazione gestionale ed organizzativa dell’altra banca coinvolta. Questo genere di problema può essere irrilevante nel caso in cui una banca di grandi dimensioni ne incorpora una di piccole; ma nel caso in cui la dimensioni delle banche siano simili, i problemi della banca meno forte potrebbero pregiudicare anche la solvibilità della banca più forte. Generalmente il ricorso alla concentrazione viene visto come uno degli strumenti più efficaci per prevenire o risolvere crisi bancarie attuali o potenziali. In Italia, la concentrazione bancaria non è vista di buon occhio dalla Banca d’Italia, infatti quest’ultima ha di fatto generalmente impedito operazioni di questo genere quando hanno assunto dimensioni rilevanti. Questa politica di fatto protezionistica è stata oggetto di forti critiche anche a livello internazionale e specialmente presso le autorità dell’Unione Europea, che hanno accusato il nostro organo di vigilanza di violare le regole comunitarie e di favorire un sistema bancario chiuso, mentre tutti gli altri sistemi bancari stanno realizzando l’esatto opposto. La realtà è che la potenza economica, finanziaria e patrimoniale delle banche italiane è ancora troppo modesta per consentire loro di essere protagoniste nel mercato delle fusioni e delle acquisizioni transnazionali; quindi queste, per la maggior parte dei casi, vengono acquisite da parte di gruppi stranieri, invece di essere loro nella posizione di acquirenti. L’obiettivo primario della concentrazione è lo sviluppo dimensionale , che si raggiunga automaticamente con le fusioni e le acquisizioni. Quella che rimane incerta è la dimensione della crescita e questo perché all’atto dell’acquisizione o della fusione, l’attivo del nuovo soggetto sarà pari alla somma degli attivi dei soggetti protagonisti dell’operazione, ma successivamente si assiste ad una riduzione. Ciò può verificarsi per diversi motivi quali:  Nei casi previsti dalla legge, i soci possono esercitare il loro diritto di recesso e chiedere la liquidazione della loro quota, quando lo status e i diritti dell’azionista della banca incorporata sono diversi da quelli che l’azionista avrebbe in qualità di socio delle banca incorporante;  Nei casi in cui un operatore economico sia cliente contemporaneamente delle banche oggetto di fusione, potrebbe decidere di rivolgersi ad un’altra banca, al fine di diversificare la proprie relazioni bancarie, in modo da ottenere una riduzione del volume di attività;  Nel caso in cui un cliente, a seguito della fusione, perda il rapporto di fiducia con la banca oggetto di acquisizione, decidendo così di lasciarla.

Le motivazioni che spingono allo sviluppo dimensionale delle banche possono essere ricondotte ai casi in cui:  La banca vuole diversificarsi per arricchire la gamma di attività svolte;  La banca vuole diversificarsi o arricchire la propria clientela L’aumento delle dimensioni bancarie può essere perseguito per:

  1. **Realizzare economie di scala o di scopo;
  2. Entrare in nuovi segmenti di mercato, che richiedono dimensioni di un certo livello;
  3. Difendere quote di mercato o posizioni competitive già acquisite.** Il primo obiettivo si traduce in una ripartizione dei costi fissi tra cui il costo del personale, che nelle banche italiane è piuttosto elevato rispetto a quello degli altri paesi avanzati, su più unità di prodotto. Ciò consente di ridurre i prezzi di vendita a parità di profitti, o di aumentare i profitti a parità di prezzi di vendita. In Italia, data la dimensione media delle banche, si pensa che esistano degli ampi spazi per realizzare economie di scala, proprio perché queste dimensioni sono ancora lontane da quelle che causano la trasformazione delle economie di scala in diseconomie. Riguardo alle economie di scopo, anche se non vi è una relazione diretta tra queste e le dimensioni della banca, la maggiori dimensioni consentono un allargamento della gamma dei prodotti e dei servizi offerti alla clientela. Questo, a sua volta, dovrebbe aumentare la redditività delle relazioni con la clientela stessa. Il secondo obiettivo riguarda soprattutto l’ingresso nelle attività internazionali dove si effettuano operazioni che richiedono banche capaci di mantenere un portafoglio frazionato e diversificato, che sappiano operare con un rischio globale controllato e che siano remunerative, anche in caso di operazioni con margini unitari bassissimi. In Italia, le dimensioni delle banche non permettono loro di occupare un posto di riguardo nello scenario internazionale, e per raggiungere questo obiettivi sono necessarie svariate concentrazioni con le banche mondiali che rappresentano un colosso dell’economia. Il terzo obiettivo riguarda le banche locali, operanti su aree territoriali limitate per la quali il concetto di concentrazione deve riferirsi alla presenza su tali aree. In questi casi, l’aumento delle dimensioni è un’azione necessaria per fermare la crescita della concorrenza nell’area in cui si opera. Qui è piuttosto importante la quota di mercato che si possiede e può succedere che banche di piccole dimensioni possiedano grandi quota di mercato. Ulteriori obiettivi delle concentrazione bancaria sono:  Diversificazione (geografica, economica);  Arricchimento delle attività svolte o delle clientela;  Nuovi segmenti di mercato;  Nuovi spazi operativi (leasing, gestione del risparmio familiare, ecc…).

Con riferimento alla realtà Italiana, l’orientamento seguito dalla Banca d’Italia, considera separatamente gli impieghi, dai depositi bancari, al fine dell’applicazione della normativa antitrust. Dunque sulla base del principio della prevalenza degli scambi, le autorità italiane hanno individuato, in relazione agli impieghi e ai depositi, le aree di mercato idonee a rappresentare il mercato geografico di riferimento, facendole coincidere con le ripartizioni amministrative del territorio. Le operazioni di concentrazione hanno rappresentato uno dei temi dominanti della riorganizzazione dei gruppi creditizi e della ridefinizione degli assetti proprietari dello stesso sistema. L’ampliamento dell’ambito concorrenziale da nazionale ad europeo ha sicuramente rappresentato la motivazione principale alla base del processo di concentrazione bancaria che ha interessato l’Italia nell’ultimo decennio. In oltre le operazioni di fusione e acquisizione sono state guidate principalmente dalla necessità di produrre a costi minori e realizzare economie di scale e di scopo. In realtà il processo di concentrazione in Italia è ancora troppo recente. Molti elementi fanno pensare che i risultati delle fusioni non siano sempre stati positivi, infatti se da un lato esse hanno permesso di rafforzare situazioni aziendali deboli, è pur vero che dall’altro lato le economie di scala e di scopo hanno stentato ad emergere e le soluzioni dei problemi organizzativi sono state più difficili del previsto. Molti sono stati i casi in cui le fusioni hanno intaccato l’identità delle banche incorporate, alterandone i rapporti fra esse e la loro clientela, nonché il legame con il loro tradizionale territorio di insediamento. È per questo che in Italia il processo di concentrazione bancaria si è orientato verso nuove strade. Le nuove soluzioni sono caratterizzate da due obbiettivi principali: quello tradizionale di realizzare economie di scala e di scopo, perseguito attraverso l’accentramento di alcune importanti funzioni produttive delle banche del gruppo; ma anche quello di mantenere l’autonomia patrimoniale e la personalità giuridica delle banche oggetto della concentrazione. Molte banche hanno infatti applicato con successo queste nuove politiche di concentrazione che mirano a mantenere l’autonomia delle banche, tuttavia si tratta di esperienze troppo recenti per essere valutate in modo definitivo. Ad ogni modo oggi il sistema bancario Italiano, pur avendo raggiunto pienamente il grado di concentrazione comune anche agli altri Stati europei, non possiede ancora un gruppo bancario di dimensioni simili a quelle dei più grandi Paesi. Considerando quanto detto, sembra difficile ritenere che in Italia la transizione del sistema bancario possa considerarsi conclusa. Probabilmente ci si trova ad un bivio in cui è necessario decidere se sia più proficuo procedere ad un'altra grande fusione che allinei dimensionalmente l’Italia agli altri grandi paesi europei, sempre che ciò si giudichi realmente efficiente, o se evolvere nella direzione di una separazione sempre più netta e chiara tra i gruppi proprietari sia delle holding sia delle singole aziende bancarie, tentando di migliorare almeno la concorrenza interna.

L’analisi prende in considerazione, in primo luogo, il fenomeno della concentrazione nel sistema bancario italiano, individuando nella deregolamentazione, culminata con il Testo Unico delle leggi in materia bancaria e creditizia (d.lgs. n. 385 del 1° settembre 1993), e nell’evoluzione della domanda le due principali determinanti di tali eventi. In secondo luogo, si è operata una rilettura delle operazioni di M&A in chiave strategica, interpretandole, alla luce della Resource Based View e dei suoi successivi sviluppi , come lo strumento utilizzato dalle banche per rinnovare i propri Strategic Assets secondo i tempi e le modalità richiesti dall’evoluzione dell’ambiente esterno. Infine, sono state analizzate le principali motivazioni alla base delle acquisizioni realizzate dalle Banche di Credito Cooperativo e i fattori critici di successo che, in accordo con l’approccio processuale, ne hanno decretato spesso il successo.

Novanta esso ha rappresentato un impor-tante fattore di crescita del mercato ma, a partire dal 2008, si è trasformato in un grave elemento di debolezza: le grandi banche, considerate fino a poco prima solide e stabili, hanno iniziato a manifestare segni di fragilità, che in alcuni casi si sono velocemente tradotti in default ed insolvenza. Nel corso della XVII legislatura il sistema bancario è stato oggetto di diversi interventi. Il legislatore, anche mediante provvedimenti d'urgenza, ha in primo luogo fronteggiato le difficoltà delle banche italiane: gli istituti bancari nazionali, a seguito della crisi economico-finanziaria degli ultimi anni, presentavano infatti ingenti quantità di crediti deteriorati (cd. non performing loans – NPL) di cui si è inteso agevolare lo smaltimento. È inoltre proseguita l'attività di recepimento della disciplina europea in materia bancaria e creditizia, soprattutto alla luce del nuovo quadro dell'Unione Bancaria e della gestione delle crisi. Parallelamente, è stato avviato un complessivo processo di riforma del sistema bancario nazionale, che ha riguardato le banche popolari, le fondazioni bancarie e infine le banche di credito cooperativo. Nel finire della legislatura è stata anche istituita una Commissione bicamerale di inchiesta sul sistema bancario e finanziario, che ha concluso i propri lavori alla fine di gennaio 2018. Le riforme delle banche, degli altri intermediari e della Banca d'Italia Anche al riordino del sistema bancario si è provveduto per lo più attraverso provvedimenti di urgenza che hanno interessato le banche popolari, quelle di credito cooperativo e le fondazioni di origine bancaria nonché l'assetto patrimoniale e la governance della Banca d'Italia. Per quanto attiene alle banche popolari è stato disposto un complessivo intervento di riforma attraverso il decreto-legge n. 3 del 2015 che ha previsto, tra l'altro, l'introduzione di limiti dimensionali per l'adozione della forma di banca popolare, con l'obbligo di trasformazione in società per azioni degli istituti con attivo superiore a 8 miliardi di euro. E' stato consentito a tali istituti di emettere strumenti finanziari con specifici diritti patrimoniali e di voto; sono stati allentati i vincoli sulla nomina degli organi di governo societario, con attribuzione di maggiori poteri agli organi assembleari. Sono stati introdotti limiti al voto capitario, consentendo agli atti costitutivi di attribuire ai soci persone giuridiche più di un voto. L'11 giugno 2015 la Banca d'Italia ha emanato le disposizioni secondarie di attuazione della predetta riforma. Il decreto-legge n. 18 del 2016 ha disposto invece la riforma delle banche di credito cooperativo. In sintesi, si prevede che l'esercizio dell'attività bancaria in forma di banca di credito cooperativo (BCC) sia consentito solo agli istituti appartenenti ad un gruppo bancario cooperativo; parallelamente vengono innalzati i limiti al numero minimo di soci (500) e al valore nominale della partecipazione detenibile da ciascun socio ( mila euro) in una BCC. La Banca d'Italia nel novembre 2016 ha pubblicato la normativa di attuazione della riforma ; l'istituto ha aperto fino a novembre 2017 una consultazione pubblica sulle nuove disposizioni di vigilanza per le banche di credito cooperativo (BCC), volte a coordinare la specifica disciplina applicabile alle singole BCC con la riforma e le relative disposizioni di attuazione. Il Ministero dell'economia e delle finanze, in qualità di autorità di vigilanza sulle fondazioni di origine bancaria, e l'ACRI, l'associazione rappresentativa delle stesse, hanno firmato il 23 aprile 2015 un Protocollo d'intesa che definisce in modo più analitico della legge i parametri di riferimento cui le fondazioni conformeranno i comportamenti, con l'obiettivo di migliorare le pratiche operative e rendere più solida

la governance. Per completezza, si rinvia al tema sulle fondazioni bancarie per l'illustrazione degli interventi più recenti che hanno coinvolto tale tipologia di enti. Con il decreto-legge n. 133 del 2013, infine, sono stati profondamente rinnovati l'assetto patrimoniale e la governance della Banca d'Italia. In estrema sintesi, viene mantenuto il modello organizzativo di natura privatistica, riaffermando il divieto di ingerenza nelle funzioni della Banca da parte degli organi considerati espressione dei partecipanti al capitale, ovvero l'Assemblea, il Consiglio superiore e il Collegio sindacale. E' inoltre ampliato il novero dei soggetti che possono detenere quote del capitale della Banca, con l'introduzione di un limite individuale (al 3 per cento) e la sterilizzazione dei diritti di governance ed economici per la parte di capitale detenuta in eccesso. La legge n. 150 del 2015 recava una delega al Governo per la riforma del sistema dei confidi, volta a favorire l'accesso al credito per le piccole e medie imprese (PMI) e per i liberi professionisti tramite la valorizzazione del ruolo dei confidi, la semplificazione degli adempimenti e il contenimento dei costi a loro carico. Al riguardo il Governo, rispondendo il 2 agosto 2017 alla interrogazione n. 5/12021 alla Camera, ha evidenziato una serie di criticità nella predisposizione dei decreti attuativi: è dunque decorso il temine utile per l'esercizio della delega senza che essa sia stata esercitata. Con riferimento alla disciplina degli altri operatori e intermediari finanziari, si rinvia al relativo tema web.