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Continuità delle forme Buttita, Prove d'esame di Antropologia

Riassunti del libro Continuità delle forme Buttita

Tipologia: Prove d'esame

2016/2017

In vendita dal 10/10/2017

lavinia26
lavinia26 🇮🇹

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-Continuità delle forme e mutamento dei sensi
-Buttitta
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Scarica Continuità delle forme Buttita e più Prove d'esame in PDF di Antropologia solo su Docsity!

-Continuità delle forme e mutamento dei sensi

-Buttitta

Premessa:

Ciascuna comunità è composta da una pluralità di individui, che pur nella condivisione di un orizzonte culturale comune, sono diversi per età, per sesso, per livello sociale, per ruolo, per formazione, per aspirazioni, per tensioni religiose, e pertanto partecipano con diversa consapevolezza e con diverse motivazioni al farsi festivo. I riti festivi incontrano sempre nuovi uomini e nuove idee e oggi spesso sono oggetto di tensioni, di confronti e di compromessi tra mercato, istituzioni civili, istituzioni religiose e associazioni di varia natura, alle volte, anche del tutto estranee ai contesti festivi. I riti festivi sono stati manipolati da molti politici e sono stati intesi dal mercato come una merce in grado di aumentare il turismo e far crescere le economie locali. In Italia a partire dagli anni Sessanta si è cominciata a sviluppare quella cultura di massa che ha permesso l’industrializzazione ma ha portato a una vera e propria cancellazione di alcune culture locali. Sono nate così alcune iniziative tese a salvaguardare i costumi,i prodotti tipici, i riti festivi e le musiche tradizionali dall’oblio e dalla manipolazione.

Considerazioni:

I pellegrini stanno giungendo in un ordinato corteo carichi di rami raccolti il giorno precedente dalla pianta sacra a San Silvestro, il Patrono di Troina. Siamo in Sicilia nei Nebrodi nel XXI secolo, ma il tempo sembra sprofondare dentro i boschi del Parnaso prossimi al santuario apollineo di Delfi. San Silvestro non è Apollo e i ramara (così sono detti i pellegrini) non sono i dafne fori. Eppure tra il pellegrino di Troina e quello dell’antica Delfi si ravvisano molte somiglianze. Lo studioso Emanuele Ciaceri rileva che molti dei culti e miti pagani sono sopravvissuti al cristianesimo e sono stati modificati e riutilizzati; ancora Eugenio Manni ci dice che Madonne e Santi vengono celebrati come ad un tempo venivano venerati Dei ed Eroi. Sarà Giuseppe Cocchiara tra i primi a promuovere l’adozione di una seria prospettiva storicista in ambito etnoantropologico , lo studioso invita a considerare le tradizioni popolari come delle “formazioni storiche”. Il compito

cicli stagionali e una rigida pianificazione dei compiti e delle attività da svolgere nel corso dell’anno. Gli uomini del Neolitico cominciarono così ad elaborare varie strategie, tecniche e strumenti: quando la terra era preparata veniva gettato il seme, più tardi quando era terminato il raccolto, si provvedeva a una tecnica rituale con il fine di vincere la sterilità nell’uomo, nei bestiami e nei raccolti. L’uomo è consapevole di non poter influire sul tempo e proprio per questo si rivolge attraverso riti, miti e simboli alle potenze da cui egli avverte dipendere la ciclicità della vita e del cosmo. Con lo sviluppo della sedentarizzazione e delle società con dei poteri centralizzati si riafferma ancora di più il ruolo delle potenze extraumane e si comincia a vedere la sovranità come la mediatrice tra l’umano e il divino: tutto esiste perché esiste il re che è stato investito del suo potere dalle potenze extraumane. I compiti del sovrano sono difficili e complessi: egli non è un uomo comune né potrebbe esserlo; vive circondato da tabù, cerimonie e rituali; è garante dell’ordine della natura e del cosmo, è esponente della comunità intera e come tale deve vegliare incessantemente sul suo popolo, sulla sua città e sul suo palazzo. Ogni indebolimento fisico o psichico del re determina il rischio di crollo e di annientamento della struttura sociale.

Ricapitolando:

a prescindere dalle sue finalità, un rito presuppone e afferma una qualche forma di organizzazione sociale e prevede ruoli e regole. I contenuti e le forme dei riti stagionali non lasciano dubbi sulla loro matrice agraria e sul loro essere stati concepiti come momenti di superamento degli stati di crisi naturale e sociale derivati dalle trasformazioni della natura.

Calendari cerimoniali:

I calendari sono prodotti culturali che nella loro articolazione esprimono esigenze e rispondono a istanze di tipo politico, sociale e religioso, più o meno connesse sia alle scadenze stagionali e all’organizzazione delle attività economiche sia alla valenza sacra attribuita ai diversi momenti dei cicli produttivi in riferimento a eventi mitici o astronomici. Per tali ragioni i calendari cerimoniali delle società agro-pastorali contengono cerimonie che presentano elementi riferibili al rinnovamento, alla rifondazione e alla ricostruzione di un qualcosa.

Calendari cerimoniali antichi:

Erano certamente motivazioni di ordine economico e sociale e presiedere alla scansione dell’anno delle comunità. Detienne osserva, per l’antica Grecia, una suddivisione dell’anno in due stagioni, la

buona ossia l’estate e la cattiva, ossia l’inverno. In realtà successivamente si arriva a una suddivisione dell’anno in tre stagioni non strettamente legate al corso solare ma piuttosto al lavoro della terra. Le Tesmoforie per Demetra al momento della semina, le Antesteria per Dioniso e per i defunti al momento della fioritura primaverile e del vino nuovo (febbraio-marzo), le Targhelie a primavera inoltrata (maggio), al momento della maturazione dei frutti, con le offerte ad Apollo e Artemide a le purificazioni rituali sono i poli intorno ai quali si distribuiscono le feste che rappresentano sempre la mietitura, la semina, la produzione agraria, i cambiamenti climatici. Mi limiterò qui a segnalare la correlazione rituale istituita nelle Tesmoforie tra divinità agrarie, fecondità femminile e cerealicoltura, che si rende esplicita in una serie di simboli e elementi che caratterizzano la festa. In primo luogo va segnalato che la partecipazione alla festa era riservata esclusivamente alle donne in grado di procreare. Nel corso delle Tesmoforie le donne dovevano soggiornare all’interno di capanne rustiche in memoria dell’usanza seguita in antichissima età, quando le donne, cui spettava il compito di coltivare la terra, rimanevano in campagna per tutto il periodo della semina. Poi , in occasione della processione, dovevano recare delle fiaccole; parte integrante della festa sono battute a sfondo sessuale. Il primo giorno della festa era considerato giorno di lutto e prevedeva l’osservazione del digiuno; a questo seguiva una festa notturna con canti e danze; la cerimonia si concludeva con il recupero dei resti dei maialini precedentemente gettati vivi in fosse insieme a riproduzioni di organi sessuali, serpenti e rami di pino; infine al termine della festa, porzioni di questi resti venivano mescolate alle granaglie destinate alla semina. Lo scopo della doratrici di Demetra era, dunque, quello di ottenere la fecondità degli uomini e dei campi.

L’anno celtico, in Irlanda e in Gallia, era suddiviso in due stagioni, la calda e la fredda, suddivise in ulteriori periodi. Le principali celebrazioni erano ai primi di febbraio connesse all’allattamento dei nuovi nati del gregge e alla primavera, ai primi di maggio connesse ai pascoli e all’accensione di fuochi sulle cui braci venivano fatti passare gli animali a scopo purificatorio, tra fine luglio e metà agosto connessa alla mietitura e ai primi di novembre connessa al rientro dei pascoli e dei greggi nelle stalle.

Anche in Egitto le feste sono connesse alla terra e al clima.: la semina che seguiva al ritirarsi delle acque del Nilo in novembre e il raccolto estivo costituivano gli avvenimenti principali dell’anno. Al termine della mietitura si celebrava il dio della fertilità mentre in corrispondenza della fine della semina si celebrava la festa che vedeva sintetizzati culti funebri e agrari nella ricapitolazione della festa di Osiride. Osiride identificato con l’orzo e col farro, è il seme che deve morire nella terra perché crescano le messi, è il dio che muore per rinascere e che ha il potere di far riprodurre animali e genere umano, è insieme morte fonte di vita.

primaverile-estivo vedono invece prevalere le danze, i giochi le offerte, il consumo di pane; il tempo che va dalla raccolta alla successiva semina è, infine scandito dalle numerose feste patronali che si susseguono da giugno a settembre: feste di ringraziamento feste in cui la società sembra celebrare se stessa a la sua appartenenza ad un unico culto. Solstizio estivo (21 giugno) e invernale (22 dicembre) ed equinozi primaverile (21 marzo) e autunnale (23 settembre) sono serviti agli uomini da orientamento nei lavori agricoli, pastorali e marinari e al regolamento della vita e pertanto sono divenuti occasione di importanti riti pubblici.

2. SAN GIUSEPPE: UNA FESTA DI CAPODANNO

La festa di San Giuseppe nella storia della Chiesa:

La festa di San Giuseppe fu fissata nel Medioevo e comincia a registrarsi su alcuni calendari come da celebrare il 19 marzo, ovvero sei giorni prima della festa dell’Annunciazione, in onore di Giuseppe come sposo di Maria. Alla diffusione e affermazione del culto di San Giuseppe contribuirono gli ordini dei benedettini e dei francescani; l’importanza del padre di Gesù verrà poi accresciuta da papa Pio IX che dichiarerà San Giuseppe patrono della Chiesa.

Culto e feste di San Giuseppe in Sicilia:

San Giuseppe è spesso rappresentato nella Sacra Famiglia o solo con in braccio il Bambino e il bastone fiorito segno evidente della potenza generatrice. Il Santu Patri, è un Santo extraterritoriale, buono ovunque e per tutte le occasioni, pronto a sostenere e a soccorrere i suoi devoti nelle diverse occorrenze di vita, pronto a proteggere gli orfani, le ragazze e tutti gli uomini che si guadagnano da vivere con fatica. San Giuseppe è uno tra i Santi che gode in Sicilia di maggiore venerazione. Oltre alla processione con la statua nelle celebrazioni vi sono anche le offerte di frumento, di denaro e l’accensione dei falò: il periodo dell’anno in cui cade la festa del santo d’altronde è di particolare interesse per la vita agricola. La festa di San Giuseppe in Sicilia si configura come una vera e propria cerimonia di passaggio dall’inverno alla primavera.

Il fuoco:

I falò accesi la sera del 18 marzo, giorni di vigilia della festa, segnano la fine del freddo e sono avvertiti come l’ultimo fuoco dell’inverno essendo la festa di San Giuseppe una cerimonia di

passaggio dall’inverno alla primavera. Inoltre le vampe sembrano rinviare ad arcaici rituali purificatori. Tra i fuochi dedicati a San Giuseppe i più noti sono quelli di Palermo accompagnati dalla distribuzione di pani e di sfinci e dalle processioni. Al termine della cerimonia sulle braci residue si arrostiscono salsiccia e carciofi. Un tempo le braci, ritenute protettive e terapeutiche, venivano spartite tra le donne e portate nelle abitazioni.

A Grisi, a metà strada tra Partinico e Alcamo, le celebrazioni si aprono con una messa mattutina nel corso della quale vengono benedetti i pani. Al termine di questa il parroco si reca nelle case dei fedeli che hanno allestito un altare perché ritengono di aver ricevuto una grazia o perché intendono ottenerla. La sera si svolge la processione che sosta davanti a tutte le case che hanno allestito un altare: il padrone di casa offre bevande e dolci. Quando il corteo raggiunge la piazza dove è stata allestita la vampa di San Giuseppe un membro del comitato attizza il fuoco; dopo viene messo in scena uno spettacolo pirotecnico.

A Misilmeri il Santo è celebrato con una processione seguita dalla banda e da fedeli scalzi che portano ceri. Vengono preparati pani, da chi ha ottenuto una grazia, che vengono distribuiti ai bisognosi.

A Scicli la vigilia della festa prevede una cavalcata attraverso le vie illuminate dai pagghiara (falò). I cavalli sono rivestiti di manti fatti di fiori. Il corteo processionale è aperto da tre attori che impersonano Gesù Bambino, Giuseppe e Maria. Giuseppe rivestito di tunica azzurra e aureola reca in una mano un bastone fiorito fatto di gigli bianchi e nell’altra le redini di un asinello su cui siedono la Madonna e il Bambino. A tratti il corteo si ferma per una pausa di ristorazione; infine ritorna alla chiesa dedicata al Santo da dove il giorno dopo prenderà inizio la festa con la processione ufficiale e un asta fatta di prodotti donati dai fedeli: vino, dolci, ricotta, olio, formaggio.

Non meno vivace è la festa che si celebra a Sant’Anna di Caltabellotta con la processione di San Michele in cui alcuni giovani recano in processione il simulacro verso la piazza principale del borgo dove c’è una catasta di legni di ulivo, a luminaria. I ragazzi cominciano ad appiccare il fuoco e il simulacro di San Michele viene fatto ballare e saltare. Quando a tarda notte restano solo le braci si comincia ad arrostire la carne e a bere.

Linee di analisi simbolica: il fuoco

Ai fuochi cerimoniali sono state attribuite funzioni fecondative e purificanti. I fuochi vengono sempre accesi nei riti di passaggio. A questo genere di riti può essere ricondotta la cerimonia che si celebrava ogni anno nell’isola di Lemno in onore d Efesto e della grande Dea lemnia. Da Filostrato

bambino che raffigura Gesù viene fatto salire su una sedia posta in modo da dominare l’altare. La padrona di casa lava i piedi del bambino con del vino e poi li bacia e così fanno anche gli atri commensali. Dopo si procede alla divisione di alcuni alimenti come lattuga, finocchio, dolciumi, pasta, frittelle, cascatelle e sfinci. A Santa Croce di Camerina la festa, per esigenze di mercato, non vien più celebrata il 19 marzo, ma la domenica più vicina a questa data. Un uomo, una donna e un bambino, detti i Santi, rappresentano la Sacra Famiglia: il Patriarca ha un bastone in mano e Gesù a in testa una corona di foglie di arance. Il corteo va verso la casa dove avverrà la celebrazione. Giunti alla casa ospitante i Santi trovano la porta chiusa e San Giuseppe bussa tre volte ma la porta non viene aperta; solo al quarto tentativo, dopo una breve formula, la padrona di casa apre la porta: dopo un Ave Maria ed un Padre Nostro i Santi si siedono nella tavola ricoperta da una candida tovaglia bianca e piena di cucciddati (pani lavorati in varie forme) e vengono serviti i piatti tipici e dolci come i mustazzola e la cubaita.

Linnee di analisi simbolica: il pane

Non poteva esservi un mangiare senza pane sia nelle mense contadine che nelle feste: distribuito, spezzato, mangiato, il pane rappresenta il simbolo della comunità e la comunicazione sociale. I pani e i dolci preparati per le feste non sono quelli di tutti giorni: hanno forma e gusto differente, particolare. Ad Augusta ritroviamo la cucchi, un pane realizzato dall’unione di due pani a forma di cornetto. A Noto e Siracusa ritroviamo i pasti ri meli. A Reitano, per la festa di Santa Lucia ritroviamo oltre che la cuccia, dei pani a forma di occhio. Ricorrenti sono anche, per la festa di San Giuseppe, i pani a forma di spira che rappresentano le forze sessuali o cosmiche contrapposte. Il pane la porta e la sua dissezione rappresenterebbe il passaggio da un ciclo ad un altro.

Il capodanno primaverile di Roma arcaica

L’antico calendario romano presenta relazioni tra feste e cicli agrari e pastorali. Alle Calende del primo mese dell’anno, dedicato a Marte, generatore di uomini e cereali e iniziatore dell’anno e di un nuovo ciclo, l’alloro e il fuoco dovevano essere rinnovati. Alle Calende, le matrone ricevevano dei doni e servivano un pasto ai propri servi mettendo così in atto un rito di inversione tipico dei contesti di fine e di inizio. Le ragazze cantavano canti osceni, i giovani maschi indossavano una toga che segnava il passaggio all’età adulta e le donne anziane offrivano focacce. I Salii aprivano la stagione guerriera: la processione vedeva protagonisti sacerdoti armati che ballavano al ritmo di colpi battuti da corte lance su speciali scudi.

La festa di Anna Perenna e i Liberalia

Anna Perenna è una divinità arcaica, una ninfa dei boschi e delle fonti. La dea è la personificazione di Anna la vecchia di Boville che avrebbe nutrito con focacce la plebe nel corso della seccesione del Monte Sacro del 494 a.C. e cui, dopo la pacificazione con i patrizi sarebbe stata innalzata una statua in memoria del suo intervento. E per tale ragione che diversi autori hanno voluto coglierne una relazione con Cerere, la dea che assicurava il raccolto. Tramite Ovidio sappiamo che durante questa festa si svolgevano scampagnate, bevute comuni all’aperto, giochi campestri e danze. Successivamente alla festa di Anna Perenna troviamo quella dei Liberalia dedicata a un’antica divinità italica, il Liber pater, il dio dell’abbondanza e della fecondità, il dio del passaggio di status dei giovani romani e del passaggio stagionale e la crescita del raccolto. In questa festa i giovani si vestivano della toga che segnava il loro passaggio all’età adulta con l’acquisizione dei diritti politici e civili; veniva distribuito cibo, doni o denaro da parte della famiglia dei giovani come segno di ringraziamento.

Il calendario cerimoniale in Grecia:

In Grecia è soprattutto l’universo agricolo a scandire e condizionare il ciclo festivo. Due feste vengono celebrate al momento della semina e una al moneto del raccolto specie della vendemmia.

Dionisio e le Antesterie

Celebrate tra la fine di febbraio e gli inizi di marzo e in sicura relazione con Dionisio e la produzione viti-vinicola, le Antesterie ateniesi detengono tutti i caratteri propri di una festa di Capodanno: consumo di vino, danze, elementi floreali. Dionisio è un dio assai poco aristocratico, distante da ogni ideale di nobiltà guerriera e più vicino alle angosce dei lavoratori della terra. Dionisio è un autentico genio del rinnovamento, è il dio della vegetazione, della crescita terrena e dei frutti, della fioritura primaverile, è il dio protettore delle viti e della vendemmia. Durante la sua festa troviamo grandi bevute, canti, danze, comportamenti insoliti di donne e schiavi, sacrifici, doni ai bambini e agli stranieri.

I riti Antesterici

che impersonava la dea Astarte. Sarebbe riduttivo interpretare questa cerimonia come una semplice celebrazione del risveglio della natura dopo l’inverno: Astarte riporta in vita Melqart e genera unione, fertilità e vitalità nel cosmo. Non può essere dimenticato neanche Eracle le cui relazioni con il dio fenicio sono ben note: attraverso la morte sul monte Eta, egli conquista l’eterna giovinezza. Per celebrare Eracle venivano accesi dei roghi come segno di purificazione avvenuta attraverso la sua metamorfosi.

L’Akitu è una festa cittadina che celebra la rifondazione dello spazio e del tempo e della vita sotto la garanzia del dio e dei suoi terreni rappresentanti: il re e i sacerdoti. Teatro delle operazioni rituali era, a Babilonia, l’Esagile, un tempio dedicato a Marduk. Era dinanzi a questo che due squadre inscenavano un combattimento tra Marduk e il mostro marino dalle cui spoglie il dio avrebbe generato il cosmo. Il secondo giorni i sacerdoti continuavano a recitare testi sacri. Il terzo giorno della festa venivano realizzate delle statue di legno vestite di rosso e recanti in mano uno scorpione e un serpente che sarebbero state successivamente decapitate e bruciate nel corso della sesta giornata. Il quarto giorno si apriva con la recita di una preghiera a Marduk e il quinto giorno si lustrava il tempio con le acque del Tigri e dell’Eufrate e si sacrificava un montone in segno di liberazione dai mali. Tra l’ottavo e il decimo giorni, si celebrava invece una rappresentazione della morte e della rinascita del dio, la processione e un banchetto.

Pesach o del principio dell’anno

Dall’Antico Testamento si ricavano notizie sui riti connessi alle principali scadenze dell’anno agro- pastorale. Tutto il ciclo festivo dell’anno ebraico era omogeneo ai cicli della natura. Le feste avevano un carattere tipicamente agricolo e dipendevano dal lavoro dei campi e dalle condizioni climatiche. In origine Pesach e Massoth erano due feste differenti: la prima era connessa alla primavera e alle greggi, la seconda alla raccolta dell’orzo e al consumo per sette giorni di pane ricavato dalle prime farine; poi le due feste sono state unificate sotto il nome di Pesach. Le famiglie si riunivano e si sacrificava un agnello allo scopo di difendersi dall’angelo sterminatore e di ottenere la fertilità per gli uomini, per la terra e per le greggi. Alla buona riuscita del rito contribuivano altri particolari elementi: il consumo di pane non lievitato e di erbe amare, gli avanzi che dovevano essere bruciati in olocausto, i pasti ammessi a schiavi e stranieri solo se circoncisi. Sarà solo a partire dall’VII secolo che la festa di Pasqua verrà intesa come festa di pellegrinaggio verso il Tempio di Gerusalemme e quindi come momento di celebrazione dell’unità del popolo di Israele.

La Pasqua del Signore

La Pasqua per il cristianesimo celebra la morte e la resurrezione di Cristo per la salvezza dell’umanità. Questa viene celebrata in primavera e anche qui conferma il nesso con i cicli della natura.

Il vocabolario del sacro

L’esame di cerimonie appartenenti a diverse culture e a diversi sistemi sociali e religiosi non è volta a ricavare un modello festivo originario o esemplare ma è stata diretta per mettere in evidenza come l’organizzazione dei calendari cerimoniali agro-pastorali è comune quasi a tutte le civiltà che amano i riti e attingono costantemente alla sfera del sacro.

Stabilità delle forme

Il potere della forma rituale rimane incredibilmente costante anche s, alle volte, molti singoli riti possono perdere la loro efficacia a causa dei mutamenti che avvengono nella società e che corrompono gli uomini e i loro valori. Ciascuna comunità, dunque, vedendosi pressata da esigenze politiche ed economiche, dovrebbe cercare di riplasmare e rielaborare la propria memoria culturale facendo restare i riti connessi ai cicli della natura.

3. FORME E FUNZIONI DELL’ALTERITA’ NELLE CERIMONIE CARNEVALESCHE

Le performances carnevalesche

Le azioni carnevalesche sono generalmente tese a rappresentare la sospensione e la sovversione di norme e principi attraverso le inversioni di ruolo, di genere, di status, i mascheramenti e i travestimenti, la parodia dei poteri, l’eccesso alimentare, la licenziosità sessuale e i comportamenti verbalmente e materialmente violenti. Le azioni carnevalesche non producono solo un altro-mondo, ma un vero e proprio anti-mondo, il caos. I mascheramenti sono tipici del carnevale e più che a rappresentare l’occultazione dell’identità individuale del portatore della maschera e del vestito, vengono usate per la manifestazione di altre identità che fanno parte della società in cui si vive, per liberarsi da impulsi repressi dalla regole della vita quotidiana o ancora per rappresentare realtà ultraterrene, defunti, antenati e spiriti. La maschera crea un rapporto tra i vivi e i morti, un’unione che si compio nell’anima del portatore della maschera. Fino a non molti decenni fa, in Europa e in Asia bambini e ragazzi, durante i dodici giorni tra Natale e l’Epifania usavano recarsi di casa in

aprono consentendo a questi ultimi di invadere il mondo umano per presentare richieste, non di rado minacciose. Furiosi, vendicatori dell’ingiustizia, essi vanno dovunque ed esigono adorazione, sacrifici e offerte. Ciascuno accetta con umiltà i castighi e i rimproveri di questo tribunale di fantasmi e tenta di placarli con pasti sontuosi. Una volta che il tumulto delle divinità è cessato, il benessere fa ritorno e il mondo è rinnovato e purificato dai peccati. Le maschere sono collegate ai morti anche attraverso una antica tradizione che veniva messa in atto durante la veglia funebre in cui alcuni mascherati da antenati giocavano, ballavano e intrattenevano le altre persone non mascherate.

Osservazioni

Le maschere rappresentano animali, demoni, pastori, spiriti della vegetazione e sono indossate da bambini, stranieri, emarginati per identificarsi con qualcos’altro di diverso da sé e per manifestare l’aldilà, come ci dice Levi-Strauss. Le cerimonie carnevalesche sono riuscite, non solo con le loro maschere, ma anche con i loro suoni, le loro parole e i loro gesti, a sopravvivere, anche se molto spesso sono state rielaborate e rinnovate.

I morti e il grano

Nelle civiltà agro-pastorali si venerano attraverso riti, attraverso l’offrire cibo e calore con i fuochi, le potenze che hanno a che fare con il sottosuolo e che aiutano l’uomo nell’agricoltura e nell’allevamento. Senza i morti non potrebbe esserci vita umana. I prodotti della terra, infatti, sono i doni che i morti recano ai vivi

Tradizioni e memoria

Col passare del tempo la maschera si trasforma in un elemento fortemente estetico indossato in un momento di divertimento. La maschera nei grandi centri urbani non viene più collegata ai grandi riti agro-pastorali e si fa portatrice di nuovi sensi. In ogni caso le maschere ci faranno pensare sempre all’unione di quella comunità che le indossa in un determinato momento, giornata o periodo, alla memoria della tradizione di quel luogo e di quella gente, al passato, al tempo, e alla storia di un popolo.

4. L’ALLORO: PELLEGRINAGGI NEI NEBRODI

Feste dell’alloro

A Troina, a Naso e a San Marco, tra fine maggio e primi di settembre si succedono feste religiose dedicate ai patroni delle diverse comunità caratterizzate dalla presenza di rami d’alloro. Lo svolgimento delle feste nebroidee è il seguente: i devoti raccolgono i rami di alloro nei boschi, a seguito di un pellegrinaggio effettuato molto spesso a piedi scalzi o a cavallo; dopo fanno rientro nel centro abitato e vengono accolti dalla comunità che addobba l’alloro con nastri, arance, pane e immagini di santi. Il giorno della festa i fedeli recano i rami in processione e consumano un pasto tutti insieme. La consegna dell’alloro al Santo, per fede, per devozione o per ringraziamento, si configura come il momento conclusivo di tutta la festa. Queste modalità celebrative sono del tutto estranee al cristianesimo e rinviano piuttosto alle dafneforie.

Le feste di San Silvestro da Troina

La festa di San Silvestro da Troina si articola in tre occasioni: a gennaio c’è la messa e si prosegue con una distribuzione di nocciole davanti alla chiesa del santo; tra maggio e giugno ha luogo la processione con l’alloro e la vara, la cavalcata storica e la distribuzione di torroni; a settembre ha luogo la vera e propria festa con una nuova uscita del simulacro del santo. In tutte e tre i momenti sono presenti i pellegrinaggi dei ramara che portano in processione l’alloro e dei ddarara che cavalcano per le strade. Probabilmente lo sdoppiamento del rito è legato a ragioni sociali: i ramara infatti erano braccianti mentre i ddarara erano proprietari terrieri e dunque erano coloro che potevano permettersi i cavalli.

Il pellegrinaggio dei ramara

I ramara partendo da una Piazza vicino alla chiesa di San Silvestro si recano in corteo, preceduto dal suono dei tamburi,da un sacerdote e da dei canti, in un bosco lontano da Troina, vicino San Fratello, per raccogliere l’alloro. Giunti a contrada Portella si accampano in tende e mangiano e bevono per tutta la notte. Dopo essersi riposati i più dotati fisicamente proseguono nella foresta e con l’ausilio di funi e bastoni discendono la valle dove si trova il sacro alloro. La pianta viene raccolta e legata in grossi fasci. Dopo, coloro che hanno raccolto l’alloro ritornano dagli altri compagni. I due gruppi si incontrano, si abbracciano; la commozione e grande. Vengono distribuiti i rami d’alloro ai pellegrini e si ritorna a Troina: in prossimità del paese i fedeli cominciano a

traduzione nel mito. Si narra infatti che il rito fosse stato istituito in memoria del viaggio di purificazione che Apollo aveva compiuto per ordine di Zeus per espiare l’oltraggio compiuto ai danni del santuario della Terra Madre con l’uccisone di Pitone, che lì aveva cercato, invano, rifugio. Apollo doveva,per volere di Zeus, prendere possesso del santuario. A Tebe, invece, il ramo di alloro veniva addobbato con varie stoffe colorate e sfere e veniva recato in processione da un giovane di bell’aspetto che indossava una corona dall’alloro e che ricopriva il ruolo di Apollo Galaxio o Ismenio e da un corteo seguito da canti e inni di vergini in onore del dio. Il rito di Tebe dunque era per molti versi simile a quello di Delfi.

Osservazioni

Non possiamo sapere con certezza se le feste d’alloro odierne si rifanno e provengono proprio dall’antica Grecia: sta di fatto che Troina in età greca era uno dei centri dove era situato uno dei tanti santuari dedicati ad Apollo. Le azioni rituali vengono messe in atto, spesso, con molta inconsapevolezza, dato che non si conoscono né le origini né il significato di determinati atti. I fedeli ripetono di volta in volta ogni singolo momento del rito affermando che lo fanno per devozione o per tradizione o perché “Si è sempre fatto così!”. Anche se sottoposte a processi di modernizzazione da parte della Chiesa, non si può negare che molte feste dell’alloro celebrate nei Nebrodi e in Sicilia, lasciano trasparire la loro somiglianza con le feste dell’antica Grecia e con le feste legate alla terra e al raccolto.

  1. (^) L’ACQUA NELLE SUE PROFONDITA’: USI RITUALI DELL’ACQUA IN EUROPA

Sacralità dell’acqua

L’acqua è vita ed è sacra per ogni ciclo vitale e produttivo. L’uomo ha con l’acqua un rapporto particolare: sa che è necessaria e sa che la vita umana dipende da essa. L’uomo vede l’acqua come una potenza divina in grado di recare doni e benefici. Nell’Italia antica si rileva una diffusa presenza di culti delle acque legati soprattutto nell’antichità a ninfe e divinità romane poi al Cristianesimo, alle Madonne e ai santi.

Culti delle acque nel medioevo

Nel medioevo alle sorgenti e fonti erano attribuite delle qualità curative. In prossimità di questi sorgevano luoghi di culto dove la gente pregava e offriva doni alle divinità. Nell’Antico Testamento e nei Vangeli inoltre si parla molto spesso di acque battesimali e benedette.

Culti della acque nel folklore europeo

La letteratura folk lorica europea fornisce numerose attestazioni di fonti e sorgenti e pozzi ritenuti miracolosi di cui si beve l’acqua o in cui ci si immerge, ad esempio, la notte di San Giovanni o dell’Ascensione. In Veneto, in Toscana, in Campania ma anche in Serbia presso molte sorgenti si recano le donne che non riescono ad avere figli o le donne che desiderano una gravidanza e offrono dolci, vino o denaro: si immergono nelle acque oppure le bevono o ancora bagnano solo i seni. In Abruzzo i santuari di Sant’Agata e San Domenico sono ogni anno meta di pellegrinaggi per colore che soffrono di ipogalattia: le donne si recano in occasione della festa portando con sé le pagnottelle, pani a forma di mammella. Sempre in Abruzzo durante la festa del Beato Nunzio Sulprizio si beve dell’acqua da una fonte con l’ausilio di mestoli da cucina in bronzo e la si versa anche in bottiglie da conservare. Altre acque ritenute benedette alle quali erano legate varie funzioni terapeutiche sono quelle del Santuario di Lourdes: molti ammalati vi si immergono per guarire. L’offerta votiva alle acque miracolose assume spesso la forma di alimenti,spilli, bottoni, monete, fiori o vestiti o parti di questi in cui c’era il nome del possessore in modo che lo spirito del pozzo non potesse avere alcun dubbio riguardo all’identità di chi vi si accingeva. Alcune acque sono dotate di poteri terapeutici solo in determinati momenti dell’anno come d’estate. L’acqua ricorre anche nei riti diretti a stimolare la pioggia come accade in Navarra in cui si ricorre a San Pietro per ottenerla portando in processione il Santo al fiume: se il simulacro della’postolo dopo essere stato invocato per ben tre volte si ostina a negare la grazia, viene buttato nel fiume. In Tessaglia e in Macedonia invece per invocare la pioggia si ricorreva a una processione di bambini con a capo una fanciulla adornata di fiori che le compagne provvedevano a bagnare con l’acqua ad ogni fermata. In Serbia la Dodola, una bambina veniva rivestita di fiori e insieme ad altre bambine si recava di casa in casa. In Molise invece, sempre per invocare la pioggia, un uomo detto la pagliara, rivestito di rami con addosso una croce di fiori, percorreva le vie del paese accompagnato da un suonatore di zampogna e si fermava davanti alle case dove lo attendevano gli abitanti che gli gettavano in viso e addosso secchi o bacili pieni di acqua.

Culti delle acque in Sicilia

In Sicilia, alcune sorgenti hanno come protettori “la monacella della fontana” che è sempre accompagnata da un cane e porta in mano un canestro con fiori e monete d’oro. La monacella sta a guardia dei tesori che giacciono nel fondo dei fiumi o delle sorgenti e offre denaro a coloro che penetrano nell’acqua insieme a lei. Molte acque in Sicilia inoltre sono riferite alla Madonna e a