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Critica Casadei — Eugenio Montale, Sintesi del corso di Letteratura Italiana

Sintesi della critica su Eugenio Montale firmata Alberto Casadei. Questa critica comprende le nozioni base per poi arrivare alle analisi delle poesie richieste dal professore durante le lezioni. Anno accademico 2021-2022; prof: Massimo Schiliro’

Tipologia: Sintesi del corso

2020/2021
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EUGENIO MONTALE
(Critica Alberto Casadei)
1. Montale a Firenze
Dal febbraio del 1927 Montale è a Firenze. Lascia Genova, e non è stato semplice per lui. La dissonanza con
il regime fascista comincia a pesare. Viceversa, a Firenze Montale ottiene abbastanza rapidamente la
fiducia dei maggiori letterati, tanto da cominciare presto a collaborare con la giovane rivista “Solaria”.
Conosce anche Drusilla Tanzi, soprannominata Mosca, futura moglie del poeta, ma in quel periodo è
sposata con un altro uomo, il critico d’arte Marangoni: sarà lei ad aiutare materialmente Montale, che si
sentirà perciò legato da vincoli di affetto e di riconoscenza.
Anche la situazione lavorativa migliora dal 1929, grazie all’assegnazione del ruolo di direttore presso lo
storico Gabinetto letterario Vieusseux. L’attività non risulta entusiasmante, ma intanto gli consente di
allargare i suoi contatti con gli intellettuali di Firenze (Aldo Palazzeschi, Gadda, Vittorini, Quasimodo…)
La nuova fase della poesia montaliana comincia a concretizzarsi all’inizio degli anni Trenta, sia pure a
rilento. Nel 1932, la vittoria al premio dell’Antico fattore, consente la pubblicazione di una piccola raccolta
che comprende “La casa dei doganieri”: evidente sarà la sintonia con l’obscurisme ermetico e la lirica
europea modernista, arrivata soprattutto con Eliot. Gli scritti critici montaliani di questi anni confermano la
propensione verso una poesia che, pur partendo da elementi realistici, nasconda o elimini i passaggi troppo
esplicativi, lasciando al lettore il compito di intuirli mediante l’interpretazione delle immagini, in particolare
delle descrizioni di oggetti o eventi che rinviano a un significato più intimo e profondo (riprendendo la
tecnica del correlativo oggettivo di Eliot).
Montale, insomma, si indirizza verso un tipo di poesia definita come “metafisica”, ma rivalutata nella prima
parte del XX secolo per la sua capacità di elevarsi dal concreto all’astratto senza cadere nel simbolismo.
Dopo fugaci infatuazioni verso donne frequentate per periodi più o meno brevi, come la genovese Maria
Rosa Solari e la giovane statunitense Irma Brandeis (che, scopriremo dopo, è la famosa Clizia). La passione
iniziale rivelatasi nel settembre del 1933, alla vigilia del rientro negli States di Irma, fa seguito un periodo di
amore lontano, all’insegna dell’incertezza e rivelatosi difficile soprattutto per l’incapacità di Montale di
tagliare i ponti con Drusilla Tanzi Marangoni, nonché per i suoi legami con l’ambiente italiano, nel quale,
nonostante i non pochi problemi legati al regime fascista, egli aveva raggiunto una discreta notorietà.
Le affinità con Irma erano indubbiamente molte, però non mancavano i motivi di contrasto, ora resi più
evidenti dall’epistolario. Certamente, in queste lettere il poeta adotta vari procedimenti di difesa; dopo
un’estenuante alternanza di distacchi e riavvicinamenti, nell’estate del 1938 sembra che Montale decida di
lasciare Firenze e di seguire Irma a New York. La scelta segue un momento di drammatica crisi in cui il poeta
chiede a Irma di comprenderlo e di consentirgli di amarla. Alla fine, dopo eventi assai amari per Montale
(come la morte della sorella Marianna in ottobre), l’impossibilità di dar seguito all’amore prevale proprio
quando prendono definitivamente corpo “Le Occasioni” uscite nell’ottobre del 1939 da Einaudi.
Montale dopo il 1932, aveva più volte accarezzato l’idea di pubblicare un volumetto con le sue poesie più
recenti, ma solo all’inizio del 1939 si concretizza. Mentre è ancora aperta la possibilità di partire per gli
States, Montale sottolinea ancora la valenza psicologico-esistenziale della sua poesia, sostitutiva della vita.
Nella strutturazione finale delle Occasioni agiscono sia fattori autobiografici e storici (imminenza di una
nuova guerra), sia suggestioni culturali e stilistiche molto marcate. Fondamentale il rapporto con il critico
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EUGENIO MONTALE

(Critica Alberto Casadei)

1. Montale a Firenze

Dal febbraio del 1927 Montale è a Firenze. Lascia Genova, e non è stato semplice per lui. La dissonanza con il regime fascista comincia a pesare. Viceversa, a Firenze Montale ottiene abbastanza rapidamente la fiducia dei maggiori letterati, tanto da cominciare presto a collaborare con la giovane rivista “Solaria”. Conosce anche Drusilla Tanzi, soprannominata Mosca, futura moglie del poeta, ma in quel periodo è sposata con un altro uomo, il critico d’arte Marangoni: sarà lei ad aiutare materialmente Montale, che si sentirà perciò legato da vincoli di affetto e di riconoscenza. Anche la situazione lavorativa migliora dal 1929, grazie all’assegnazione del ruolo di direttore presso lo storico Gabinetto letterario Vieusseux. L’attività non risulta entusiasmante, ma intanto gli consente di allargare i suoi contatti con gli intellettuali di Firenze (Aldo Palazzeschi, Gadda, Vittorini, Quasimodo…) La nuova fase della poesia montaliana comincia a concretizzarsi all’inizio degli anni Trenta, sia pure a rilento. Nel 1932, la vittoria al premio dell’Antico fattore, consente la pubblicazione di una piccola raccolta che comprende “La casa dei doganieri”: evidente sarà la sintonia con l’obscurisme ermetico e la lirica europea modernista, arrivata soprattutto con Eliot. Gli scritti critici montaliani di questi anni confermano la propensione verso una poesia che, pur partendo da elementi realistici, nasconda o elimini i passaggi troppo esplicativi, lasciando al lettore il compito di intuirli mediante l’interpretazione delle immagini, in particolare delle descrizioni di oggetti o eventi che rinviano a un significato più intimo e profondo (riprendendo la tecnica del correlativo oggettivo di Eliot). Montale, insomma, si indirizza verso un tipo di poesia definita come “metafisica”, ma rivalutata nella prima parte del XX secolo per la sua capacità di elevarsi dal concreto all’astratto senza cadere nel simbolismo. Dopo fugaci infatuazioni verso donne frequentate per periodi più o meno brevi, come la genovese Maria Rosa Solari e la giovane statunitense Irma Brandeis (che, scopriremo dopo, è la famosa Clizia). La passione iniziale rivelatasi nel settembre del 1933, alla vigilia del rientro negli States di Irma, fa seguito un periodo di amore lontano, all’insegna dell’incertezza e rivelatosi difficile soprattutto per l’incapacità di Montale di tagliare i ponti con Drusilla Tanzi Marangoni, nonché per i suoi legami con l’ambiente italiano, nel quale, nonostante i non pochi problemi legati al regime fascista, egli aveva raggiunto una discreta notorietà. Le affinità con Irma erano indubbiamente molte, però non mancavano i motivi di contrasto, ora resi più evidenti dall’epistolario. Certamente, in queste lettere il poeta adotta vari procedimenti di difesa; dopo un’estenuante alternanza di distacchi e riavvicinamenti, nell’estate del 1938 sembra che Montale decida di lasciare Firenze e di seguire Irma a New York. La scelta segue un momento di drammatica crisi in cui il poeta chiede a Irma di comprenderlo e di consentirgli di amarla. Alla fine, dopo eventi assai amari per Montale (come la morte della sorella Marianna in ottobre), l’impossibilità di dar seguito all’amore prevale proprio quando prendono definitivamente corpo “Le Occasioni” uscite nell’ottobre del 1939 da Einaudi. Montale dopo il 1932, aveva più volte accarezzato l’idea di pubblicare un volumetto con le sue poesie più recenti, ma solo all’inizio del 1939 si concretizza. Mentre è ancora aperta la possibilità di partire per gli States, Montale sottolinea ancora la valenza psicologico-esistenziale della sua poesia, sostitutiva della vita. Nella strutturazione finale delle Occasioni agiscono sia fattori autobiografici e storici (imminenza di una nuova guerra), sia suggestioni culturali e stilistiche molto marcate. Fondamentale il rapporto con il critico

Contini, recensore degli Ossi e spesso fra i primi lettori dei testi che confluiranno nella seconda raccolta= da lui difesa contro le accuse di oscurità mosse dai vari critici. Il titolo Le Occasioni potrebbe essere debitore della massima di Goethe, secondo la quale ogni poesia è d’occasione, pure nel senso di “momento privilegiato” contrapposto al “tempo generico”.

2. Le occasioni

Il testo di apertura delle Occasioni, “Il balcone”: a livello strutturale, dopo l’overture, a una prima sezione piuttosto eterogenea ne segue una seconda di testi brevi, i celeberrimi “Mottetti”; la terza è una serie di tre componimenti, anche se il numero doveva essere maggiore, collegati fra loro e intitolati “Temi di Bellosguardo”; la quarta sezione presenta per lo più testi lunghi, disposti grosso modo secondo la cronologia della composizione, benché con alcune eccezioni dei testi conclusivi.

  • Il balcone (Pareva facile giuoco) edito in rivista nel febbraio del 1939 ma ascritto dall’autore nel 1933, mette in scena un “io” e un “tu” strettamente legati ma anche opposti per caratteri e atteggiamenti vitali. Qui una concentrazione sull’interiorità: essa riguarda in primo luogo la posizione esistenziale del poeta, in cui il c.d. “io-poeta” deve puntare ogni superstite ragione di vita sul vuoto e sul nulla che gli sono rimasti, una volta allontanatasi la donna-tu portatrice del fuoco, della quale egli attende il possibile ritorno. Solo la donna lontana è in grado di comprendere “la vita che dà barlumi” = quella che appare e dispare a tratti e, almeno nella memoria, può ancora sporgersi verso di essa, sia pure da una “finestra che non s’illumina” = immagine che allude ad un passato che non torna se non per frammenti e baluginii improvvisi, avvolti da un’oscurità che riguarda tanto i singoli quanto la storia. La poesia più tipica della seconda raccolta si concentra su dettagli rivelatori, legati appunto alle “occasioni”, ai momenti eccezionali, alle epifanie o miracoli laici dei quali, soprattutto nella quarta sezione, si farà spesso mediatrice e interprete la donna- nume. L’intera raccolta è dedicata ad una donna: e la donna, per lungo tempo misteriosa, sarebbe intanto comparsa come dedicataria nell’edizione del 19 49 con le iniziali “I.B”, ricondotte a Irma Brandeis solo dopo la morte del poeta, che altrove, però mai nelle Occasioni, usa per lei il già citato pseudonimo “Clizia”. Tuttavia, la critica più recente ha messo in luce che, in realtà, nelle Occasioni, compaiono più donne ispiratrici. Addirittura, secondo tarde dichiarazioni e poesie montaliane, persino il componimento d’apertura e di dedica sarebbe stato scritto per Arletta: di questo non si può essere sicuri, e anzi alcuni caratteri della donna appaiono ben più adatti a Clizia. Le Occasioni sono sì un canzoniere, il più difficile e alto dell’intera opera montaliana; tuttavia, manifestano il progressivo abbandono da parte dell’io poeta di un’idea simbolico-metaforica della realtà a favore di uno scavo nell’interiorità, che comporta una sempre più forte valenza della memoria e della sua funzione salvifica. Almeno nei momenti privilegiati delle occasioni, impressi nella memoria e oggetto della nuova poesia, l’io riesce a trovare le tracce di una vita autentica: quella vita sempre insidiata dalla possibilità di annullarsi e dalla morte, ma posseduta almeno quando a fianco dell’io sta colei – la sola Clizia – che realizza il suo desiderio perenne di credere fermamente. Le Occasioni, agendo in senso anti-petrarchesco per i temi e di vocaboli realistici. Qui il perno fondamentale della raccolta è l’io, che però si manifesta non in piena luce bensì attraverso chiaroscuri, dettagli e spesso correlativi oggettivi. E questo io incompleto trova una sua compiutezza solo grazie al, o addirittura nel, TU, che in questa prospettiva torna a essere una Donna unica, al di là delle varie incarnazioni e sovrapposizioni.

- Il primo mottetto “Lo sai debbo riperderti e non posso” si concentra su un nuovo distacco dalla donna, mentre l’IO si sente privo di ogni segno/pegno dato in grazia alla donna, ed il testo si chiude irrevocabilmente: “E l’inferno è certo!”. (Qui elementi stilnovistici e cortesi. Donna come un angelo). Tema del distacco della donna amata e della resistenza a questo destino da parte del poeta che, allo stesso tempo, è colpito sia mentalmente che fisicamente dal dolore causato dalla perdita della donna (Irma) – tanto che si ritrova in un luogo oscuro, da forme ferrose, che è il porto di Genova. E anche se il poeta si trova al chiuso non si sente comunque al sicuro da ciò che accade all’esterno. Non ci interessa poi se anche questo componimento Montale che assegna a Irma sia poi stato composto per la Solari. Infatti, Silvio Guarnieri sostiene che i 3 mottetti sono stati scritti per una “peruviana di origine genovese e che abitava a Genova”. **IMPORTANTE è l’alternanza di distanziamenti e disperati tentativi di riavvicinamento tra l’IO e il TU, qui sancita, ma che verrà comunque ribadita nell’intera sezione.

  • Il sesto mottetto** “La speranza di pure rivederti” appare interessante riguardo il rapporto testo/paratesto, dove la tecnica metonimica del montaggio si appoggia su un referente del tutto personale, non decodificabile dal lettore se non attraverso le dichiarazioni dell’autore. La speranza di rivedere ancora la donna sta svanendo, ma il poeta spera in un segnale, nell’occasione che riporti dal passato un “bersaglio” di lei che possa “superare lo schermo d’immagini” tutto intorno. Questa traccia della donna lontana viene indicata in chiusura, fra parentesi: “due sciacalli a guinzaglio”. Solo leggendo lo scritto autobiografico “Due sciacalli al guinzaglio” si riesce a sapere che Montale ha effettivamente visto due cuccioli di sciacallo tenuti al guinzaglio da un uomo sotto i portici di Modena, e li ha subito associati a Clizia, che amava gli animali buffi. Si chiede poi se fossero un emblema o un’allucinazione; ma Montale dice che la possibile spiegazione serve a comprendere quanto basta, in quanto vi è una via di mezzo tra il non capire nulla e il capire troppo, che i poeti rispettano. Qui ancora un’altra precisazione, Mosca la moglie precisa che quando vide gli sciacalli era con lei, ed inoltre lo sciallo era solo uno e non due. Ovviamente noi ci atteniamo alle parole del poeta, anche se non sapremo mai la verità. Ecco, dunque, che i Mottetti devono essere interpretati accettando un grado di difficoltà generato dall’intimità psicologica, prima ancora che biografica, nel cui alveo essi sono nati: l’occasione-spinta è meno rilevante dell’occasione frutto del ripensamento di un’intera fase nella vita dell’IO-POETA. L’amore dovrebbe essere il tramite per raggiungere una pienezza di vita, ma è uno strano micro-canzoniere quello dei Mottetti: l’amore in fondo non emerge; il rapporto tra l’IO e il TU passa attraverso tappe nelle quali i pochi attimi di consonanza effettiva lasciano posto a un pensiero dominante per l’IO= quello di riuscire a raggiungere una duratura vicinanza con la donna.

- L’Estrema trasposizione, quasi allegorica, del rapporto io-donna si evince nel mottetto 12, risalente al 1940 e aggiunto alla seconda edizione delle Occasioni. La donna è diventata angelo, ma dopo il suo lungo viaggio celeste è debole, quasi bisognosa dell’aiuto dell’io. Dunque, non solo un’imperiosa intermediaria tra cielo e terra ma anche entità soprannaturale, salvifica e, allo stesso tempo, almeno un minimo, salvata. Sono due quartine e due terzine di endecasillabi, legati da rime, assonanze, enjambement… Il “qui” finale conferisce certezza anche in un mondo ormai stravolto, composto da uomini ridotti a “ombre fugaci”. La Seconda guerra mondiale è iniziata, anche se non ancora in Italia. Irma quindi è definitivamente lontana, ma almeno come visiting angel può tornare nell’immaginario del poeta. L’incipit introduce il lettore in media res, il poeta accudisce teneramente la donna angelo che ha compiuto il lungo e faticoso viaggio attraverso gli abissi siderali. Il ghiaccio di quegli spazi di è addensato sulla sua fronte; violente tempeste le hanno lacerato le ali quindi la donna-nume si abbandona a un sonno interrotto da continui sussulti. All’esterno l’umanità cieca vive inconsapevole del miracolo. Dualismo tra spirito e corpo + angelo con attributi terrestri. - Mottetto numero 18, “Non recidere, forbice, quel volto” è una poesia di due strofe di quattro versi con endecasillabi e settenari ciascuna. Non recidere, forbice, quel volto fa parte di quelle che trattano il tema del ricordo, anzi dell’impossibilità angosciante di conservare il ricordo del volto della donna amata. A fare da correlativi oggettivi a questa dolorosa esperienza della perdita della memoria sono tre immagini: la forbice, che è pregata di non tagliare via il volto della donna. La nebbia è una tipica immagine per indicare i ricordi che svaniscono. La forbice che elimina impietosa il ricordo rappresenta la precarietà della condizione umana e la tristezza degli uomini che non riescono ad accedere ai propri ricordi per sfuggire all’insensatezza della loro condizione presente. MOTTETTI: CANZONIERE D’AMORE PER CLIZIA; TEMA: ASSENZA DELLA DONNA. Il rapporto con Irma-Clizia tornerà in primo piano, con molti cambiamenti, nella parte finale della quarta sezione delle Occasioni. La terza sezione è occupata dalla “suite dei Tempi di Bellosguardo”. Qui l’Io è la cultura e non più la donna. QUARTA SEZIONE: Qui il tu non è più Clizia ma un’altra donna. La casa dei doganieri: 1930. Ambientato nella riviera di Levante, Monterosso= l’Io si rivolge alla sua destinataria ma in negativo: “Tu non ricordi la casa dei doganieri”. Il non ricordare costituisce il refrain di tutto il componimento (22 versi in 4 strofe) nel quale gli oggetti tendono a prendere il posto delle forze naturali. Ci si domanda: Qual è il tempo che vive ora la donna? È possibile che lei e il poeta siano legati da un filo invisibile che è la memoria? Oppure lei è irrimediabilmente perduta? L’azione della memoria è essenziale nello sviluppo del testo, ma l’unico modo per ricongiungere le due vite sarebbe quello di trovare un varco: tentativo dell’IO di salvaguardare un legame memoriale in contro all’azione cancellatrice del tempo, sembra slittare verso lo spirituale e il metafisico. Il finale della poesia sembra incerto, dopo che il tempo ha ripreso il sopravvento e il miracolo nell’individuare il varco non si è realizzato, il poeta conclude “Tu non ricordi la casa dei doganieri e io non so chi va e chi resta” = “Non si chi è davvero andato via e chi ancora resta fedele alla casa, luogo di un incontro irripetibile”. Nel 1971 Montale comunica che il tu di questa poesia era l’Arletta degli ossi di seppia, presentata come una fanciulla morta precocemente. Il finale allora indicherebbe un partire dalla fisicità terrena o un restare in essa, e il non ricordare sarebbe un tratto della vita non vita che caratterizza questa interlocutrice. Montale mantiene una sottile indeterminatezza sullo status di Arletta, esempio di perfetta inesistenza piuttosto che defunta da rimpiangere. Senza le precisazioni di montale, comunque, non potremmo mai dire in prima battuta che si tratta di un testo rivolto a una defunta.