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CRITICAL REGIONALISM, Sbobinature di Storia Dell'architettura Contemporanea

- Alexander Tzonis - Christian Norberg Schulz - Kenneth Frempton

Tipologia: Sbobinature

2023/2024

In vendita dal 11/09/2024

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CRITICAL REGIONALISM 12-04-2023
Allude ad un certo modo di fare la storia tema del punto di vista che riguarda tutto e tutti a partire dal
progetto ogni progetto è l’espressione di un punto di vista, il proprio posizionamento nel tempo e nello
spazio – la natura del suo essere specchio di ciò che ciascun architetto è è la proiezione di un punto di vista.
La storia è proiezioni ideologica ed è prodotto culturale, offre un suo punto di vista, ricostruisce le cose
secondo un certo punto di vista.
La conquista dell’america, Tzvetan Todorov
1982 il filosofo Todorov (antropologia filosofica) scrive “La conquista dell’America, la questione dell’altro”:
dopo la scoperta dell’America, ogni soggetto interpreta a proprio modo la vicenda (ognuno ha il proprio
punto di vista e il proprio pensiero). Da questo libro emerge la questione dell’altro “l’io è l’altro, e l’altro è
l’io”: qual è il mio rapporto con l’altro? Ci invita a riflettere su una questione culturale le differenze ci sono
ma partendo da quelle differenze si può istituire un rapporto con l’alterità.
Marginale vs Centrale, Storia e Geografia
Coppie di cose di cui una è primaria e l’altra è secondaria. Larchitetto rifornitore cerca di avere una sua
centralità. L’atteggiamento trasformativo tende invece ad essere marginalizzato. Questa opposizione oltre
che per l’architettura vale per la storiografia.
La geografia è la presentazione della cartografia, dal fatto del pianeta terra si passa all’interpretazione del
pianeta terra.
Carta 1569 di Gerardos Mercator è l’inizio della cartografia odierna, attraverso il mercatore.
La grande differenza con il passato è che con il mercatore si semplifica la griglia di meridiane e
parallele formando tanti rettangoli. Era molto utile perché molto più precisa. È una carta utile,
ma riflette la sua culturalità: il nord è in alto e l’Europa è al centro. Inevitabilmente però ci
sono delle deformazioni, perché è impossibile aprire una sfera su di un piano. La linea dell’equatore non è al
centro della terra, ma è più in basso; questo significa che il mondo posto a nord è più “grande”
rispetto al sud (in realtà perché europei e occidentali svolgevano la loro vita prevalentemente
nella parte nord). La rappresentazione è sbagliata non per qualche complotto, ma per una
questione culturale (anche più grave).
Arno Peters fa una propria carta più veritiera; prova a rimediare ad alcuni errori e difetti fatti
precedentemente. Rienfatizza lafrica, oppure il Brasile.
Problema non cartografico, ma culturale: vediamo con il nostro sguardo, ma dobbiamo saper vedere anche
con lo sguardo degli altri.
Negli anni successivi sono state fatte anche altre carte, in cui si cambiano nord e sud, oppure si mette al
centro altre parti rispetto alleuropa. La geografia è relativa, non cè un punto di vista assoluto, ma tanti che
possono convivere e confrontarsi. Mentre la geografia non si può distorcere chissà quanto, la storia parla dei
valori e degli aspetti, è sempre scritta dai vincitori e quindi inevitabilmente ha il suo punto di vista. Quell’idea
ci appartiene anche se non vogliamo. Quellideologia ci appartiene anche se non sappiamo di farne parte.
Quali sono i riflessi di tutto ciò sulla storia dell’architettura ad oggi?
La storia dellarchitettura è il riflesso della storia occidentale, soprattutto dal secondo dopo guerra in poi.
Spesso il punto di vista è quello delleuropeo maschio bianco.
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CRITICAL REGIONALISM 12-04-

Allude ad un certo modo di fare la storia – tema del punto di vista che riguarda tutto e tutti a partire dal progetto – ogni progetto è l’espressione di un punto di vista, il proprio posizionamento nel tempo e nello spazio – la natura del suo essere specchio di ciò che ciascun architetto è – è la proiezione di un punto di vista. La storia è proiezioni ideologica ed è prodotto culturale, offre un suo punto di vista, ricostruisce le cose secondo un certo punto di vista.

La conquista dell’america, Tzvetan Todorov 1982 il filosofo Todorov (antropologia filosofica) scrive “La conquista dell’America, la questione dell’altro”: dopo la scoperta dell’America, ogni soggetto interpreta a proprio modo la vicenda (ognuno ha il proprio punto di vista e il proprio pensiero). Da questo libro emerge la questione dell’altro “l’io è l’altro, e l’altro è l’io”: qual è il mio rapporto con l’altro? Ci invita a riflettere su una questione culturale – le differenze ci sono ma partendo da quelle differenze si può istituire un rapporto con l’alterità.

Marginale vs Centrale, Storia e Geografia Coppie di cose di cui una è primaria e l’altra è secondaria. L’architetto rifornitore cerca di avere una sua centralità. L’atteggiamento trasformativo tende invece ad essere marginalizzato. Questa opposizione oltre che per l’architettura vale per la storiografia.

La geografia è la presentazione della cartografia, dal fatto del pianeta terra si passa all’interpretazione del pianeta terra.

Carta 1569 di Gerardos Mercator è l’inizio della cartografia odierna, attraverso il mercatore. La grande differenza con il passato è che con il mercatore si semplifica la griglia di meridiane e parallele formando tanti rettangoli. Era molto utile perché molto più precisa. È una carta utile, ma riflette la sua culturalità: il nord è in alto e l’Europa è al centro. Inevitabilmente però ci sono delle deformazioni, perché è impossibile aprire una sfera su di un piano. La linea dell’equatore non è al centro della terra, ma è più in basso; questo significa che il mondo posto a nord è più “grande” rispetto al sud (in realtà perché europei e occidentali svolgevano la loro vita prevalentemente nella parte nord). La rappresentazione è sbagliata non per qualche complotto, ma per una questione culturale (anche più grave).

Arno Peters fa una propria carta più veritiera; prova a rimediare ad alcuni errori e difetti fatti precedentemente. Rienfatizza l’africa, oppure il Brasile.

Problema non cartografico, ma culturale: vediamo con il nostro sguardo, ma dobbiamo saper vedere anche con lo sguardo degli altri.

Negli anni successivi sono state fatte anche altre carte, in cui si cambiano nord e sud, oppure si mette al centro altre parti rispetto all’europa. La geografia è relativa, non c’è un punto di vista assoluto, ma tanti che possono convivere e confrontarsi. Mentre la geografia non si può distorcere chissà quanto, la storia parla dei valori e degli aspetti, è sempre scritta dai vincitori e quindi inevitabilmente ha il suo punto di vista. Quell’idea ci appartiene anche se non vogliamo. Quell’ideologia ci appartiene anche se non sappiamo di farne parte.

Quali sono i riflessi di tutto ciò sulla storia dell’architettura ad oggi?

La storia dell’architettura è il riflesso della storia occidentale, soprattutto dal secondo dopo guerra in poi. Spesso il punto di vista è quello dell’europeo maschio bianco.

Alex Tzonis (greco) (la Grecia è stato sicuramente uno stato importante nel passato per l’Europa odierna, anche se ora non ha più tutta quell’importanza) e Lian Lefaivre (canadese) (il Canada riveste sicuramente un ruolo secondario nell’ottica dell’America del nord, poiché si guarda in primi agli Stati Uniti), figure un po’ laterali e defilate che però riescono a vedere il punto di vista dell’altro. Si incontrano dell’università di Yale, si sposano e iniziano a studiare una serie di questioni.

Alexander Tzonis

Anni ’70 pubblica diversi libri, nel 1971 scrive “Shape of community”: la forma della comunità è quella che viene rappresentata in copertina, è la forma del Cluster, quindi non la griglia ordinata, ma qualcosa di più eterogeneo. La comunità non si dispone come forma schierata, come una griglia, la comunità si raggruppa, la forma del grappolo indica proprio la spontaneità delle relazioni, non c’è un centro, ci sono tanti legami possibili.

Nel 1972 scrive “Towards a non oppressive environment”: verso un ambiente non oppressivo. Libro dedicato a un ambiente non oppressivo, che lasci spazio alle relazioni e al punto di vista dell’altro.

Nel 1981 scrivono un articolo su una rivista molto marginale Architecture in Greece, il titolo è “The grid and the Pathway” 1981 in cui analizzano le condizioni in cui ci sono dei parametri di giudizio della storia che filtrano l’oggettività. Analizzano il lavoro di due architetti greci, Dimitris e Suzana Antonakakis. Quella casa potrebbe sembrare una casa modernista, lecorbuseriana, bianca, con finestre a nastro. Ma poi ci si accorge che è fatta in pietra, ha i suoi elementi di radicamento locale, c’è qualcosa che riporta alla tradizione locale, è un’architettura che ha una sua coscienza dell’essere lì. Per avvicinare la comprensione dei due coniugi, che si chiamano Atelier 66, utilizzano due chiavi di esplorazione: la prima è utilizzando il padre dell’architettura greca moderna Konstantinidis, che in una sua opera, una Summer House, in lui c’è insistenza nell’elemento della griglia, è la griglia che ricorda il tempio classico, l’ordine classico. Non è nostalgico del passato. Quindi il primo paradigma è l’architettura greca moderna. L’altra è l’opera di Pikionis: pavimentazione del percorso che sale verso l’acropoli, la concepisce come una pavimentazione di pietra non uniforme, non come una griglia, ma quasi in modo casuale, ma non lo sono, vi è uno studio e viene disegnata tutta. Quindi il secondo paradigma è il tracciato, lo sentiamo con i piedi e ne sentiamo tutte le differenze (non è uniforme). Atelier 66 fanno propri questi 2 elementi, sono entrambi presenti, la griglia e il tattile.

Christian Norberg Schulz

Storico e architetto norvegese, progetta poche cose, come la propria casa vacanza in Italia, a Porto Ercole, Villa Italiesin. Villa fuorché moderna, ma neanche antica. Nelle forme c’è un forte radicamento, si svasa andandosi ad aggrappare ad un terreno scosceso, muri in tufo ciechi (materiale locali) (più chiuso che aperto). In sommità un baldacchino aperto sul perimetro ma coperto. Richiama un po’ la finestra a nastro di Ville Savoy di Le Corbusier. È un’architettura che è radicata non tanto alla storia italiana, ma al luogo.

facendo una farsa del passato, una sorta di storicismo in chiave pop). Quella di Frempton è invece un’architettura del play-form, il luogo diventa forma, diventa architettura, dialogano strettamente.

Alla fine del saggio espone alcune chiavi importanti per leggere l’architettura:

  • Topografia: ogni luogo è diverso, devo conoscere quel luogo per poter mettere in tensione la forma con il luogo.
  • Contesto
  • Clima: tra gli architetti moderni non c’era perché se l’architettura è come una “macchina”, la macchina è ubiqua, funziona bene o male sempre; così farà l’architettura.
  • Luce: elemento che attiva differenze specifiche.
  • Forma tettonica: deve essere una forma costruttiva, non può essere una forma qualunque.

Fa pochi esempi di regionalismo critico.

  • Utzon, una chiesa a Bagsvaerd (1973-76): Frampton la indica come regionalismo critico. Utzon in quel periodo era preso con la Opera House in Australia: è un architetto danese che in modo imprevedibile vince il concorso per l’Opera House di Sydney. La commissione voleva un progetto che oltre alle due sale da concerto fosse ben contestualizzato e avesse un carattere iconico, rappresentasse l’Australia. Dopo aver vinto il concorso si trasferirà in Australia, il centro del suo mondo cambia completamente. Alla fine, disconoscerà il progetto (Opera house), non sapeva tradurre in autonomia il disegno in una cosa vera, non andrà neanche all’inaugurazione. La chiesa dal punto di vista esterno è impermeabile a qualunque tipo di localismo, nulla che rimandi alla tipologia delle chiese, c’è una griglia modulare all’esterno, ma invece entrando c’è la forma idiosincratica, una forma plastica che fa entrare la luce in modo particolare (simil Shed). Qui capiamo che Utzon possiede la cultura mondiale, non cade nella tentazione di fare qualcosa regionale, banale, senza alcun dialetto tipico del posto. Interno ed esterno parlano di qualcosa di completamente diverso (l’interno è un posto accogliente). È qualcosa che parla di radici ma anche di universalizzante, che guarda fuori.
  • Botta, Casa Bianchi a Riva San Vitale: sono case che assonano alle torri tipiche del Canton Ticino. Viene rievocato non in modo letterale, ma la passerella di accesso è qualcosa che non ha niente a che fare con il contesto storico. “Building the site”: si costruisce il luogo mentre si costruisce l’architettura. Parla un linguaggio universale.
  • Aalto, Municipio di Saynatsalo: nella parte finale del saggio di Frampton si parla di quanto tutto sia molto visivo; si riduce sempre tutto alla vista. Un’architettura regionalista e critica deve riuscire a soddisfare anche gli altri sensi. In primis il tatto, più difficilmente il gusto e l’udito. Un’architettura deve essere qualcosa che sento, con piedi e mani. Due modi per accedere al municipio: scala all’angolo tra i due corpi tra loro diversi che porta poi alla piazza centrale; il secondo modo è un dispositivo con gradini posto all’altro angolo ed è concepita come una montagna, i dislivelli sono colmai da terra (simile a dei terrazzamenti), sono tanti piani erbosi che si susseguono, è una scalinata naturale (opera con un margine di tempo) Non c’è alcun obbligo, ognuno è libero di scegliere da dove salire. Da tutto questo Frampton giunge a dire che questi elementi ci fanno sentire e percepire il luogo. Lo spazio della piazza è solo pedonale ed è coperto di erba e pietra (naturale), camminando percepiamo le differenze tra i vari materiali.

Questo è un regionalismo critico: solo una penetrazione e comprensione di quel luogo mi permette di fare una scelta; non si fa quindi la scelta più utile/pratica/veloce (punti saldi del modernismo). Aalto non assolutizza, e questo porta a un problema; il regionalismo critico non è assolutizzante, nel momento in cui la istituisco, molto faticosamente la si può generalizzare e far diventare uno stile: come si può farlo diventare uno stile fissando degli elementi(?) - si possono fissare delle attenzioni per degli aspetti, ma il come quell’architettura si presenta dipenda dal luogo, dipenda da come istituisce il rapporto.

Tutto questo genera un limite del regionalismo critico che negli anni ’80 vorrebbe porsi.

Deve essere un’architettura che abbia da un lato la propria identità, che rifletta sul suo essere qui e ora; dall’altro capace di istituire il dialogo con la differenza, altrimenti sarebbe chiusa in se stessa. L’Europa sarebbe il paradigma di tutto questo, di una possibilità di dialogo: l’Europa si è istituita grazie a delle guerre passate (anche la guerra è un estremo di quel dialogo), però l’Europa ha nel suo DNA una diversità che insiste su un luogo comune; è storicamente un’entità; è un insieme di culture differenti che spesso hanno dialogato. L’Europa è un paradigma, è un’entità politica.