






Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Prepara i tuoi esami
Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Prepara i tuoi esami con i documenti condivisi da studenti come te su Docsity
Trova i documenti specifici per gli esami della tua università
Preparati con lezioni e prove svolte basate sui programmi universitari!
Rispondi a reali domande d’esame e scopri la tua preparazione
Riassumi i tuoi documenti, fagli domande, convertili in quiz e mappe concettuali
Studia con prove svolte, tesine e consigli utili
Togliti ogni dubbio leggendo le risposte alle domande fatte da altri studenti come te
Esplora i documenti più scaricati per gli argomenti di studio più popolari
Ottieni i punti per scaricare
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
La scolastica: definizioni e origini, problema tra fede e ragione, Giovanni Scoto, Avicenna e Averroe, Duns Scoto, Nominalismo e Scetticismo, Filosofia-Giuridico Politica, Marsilio da Padova) Umanesimo ( Coordinate storico-sociali, rapporto con il Medioevo, le Accademie, Rinascimento vs Umanesimo, concezione dell’uomo) Rinascimento (storia, naturalismo, Laicizzazione del sapere, rapporto Medioevo-Rinascimento, platonismo e Aristotelismo, Nicolò Cusano, Marsilio Ficino, Pico della Mirandola)
Tipologia: Appunti
1 / 12
Questa pagina non è visibile nell’anteprima
Non perderti parti importanti!







lunedì 9 dicembre 2024
La scolastica rappresenta il cuore della filosofia cristiana medievale, sviluppatasi tra l’VIII e il XIV secolo. Questa corrente si distingue per il tentativo di armonizzare la fede cristiana con la ragione umana, utilizzando il pensiero filosofico per comprendere, spiegare e sistematizzare le verità rivelate dalla religione cristiana. Il termine "scolastica" deriva dalle "scholae", le scuole monastiche, cattedrali e, successivamente, universitarie in cui tale sapere prese forma. Caratteristiche principali della scolastica
la rivelazione divina siano i pilastri del sapere, mentre la ragione rappresenta uno strumento ausiliario per approfondire le verità divine. La filosofia, secondo la scolastica, è "ancilla theologiae" (ancella della teologia): essa non crea nuove verità, ma serve a chiarire e ordinare ciò che è già stato rivelato.
composto principalmente da:
i testi dei Padri della Chiesa.
presentando argomenti pro e contra, per poi giungere a una sintesi.
teologiche e filosofiche discusse durante le dispute.
fonti principali di riferimento sono le Sacre Scritture, i dogmi della Chiesa e i testi dei Padri della Chiesa, in particolare Sant’Agostino, nonché i grandi filosofi greci come Platone e Aristotele, adattati alla visione cristiana.
integrato, in cui ogni campo della conoscenza, dalla metafisica alla logica, dalla teologia alla scienza naturale, è interconnesso e subordinato al fine ultimo: comprendere Dio e la sua creazione.
filosofiche precedenti, in particolare il pensiero platonico e aristotelico, reinterpretandole alla luce della teologia cristiana.
Il tema dominante della scolastica è il rapporto tra fede e ragione. La domanda fondamentale è: in che modo l’uomo, attraverso la ragione, può comprendere le verità rivelate dalla fede? La scolastica si pone l'obiettivo di stabilire una gerarchia tra fede e ragione, riconoscendo alla fede un ruolo prioritario ma attribuendo alla ragione il compito di investigare e chiarire il dato rivelato. Le diverse fasi del rapporto tra fede e ragione
1. Pre-scolastica (VIII-IX secolo): Identità tra fede e ragione Durante la rinascita carolingia, la fede e la ragione sono considerate coincidenti: la ragione umana non si pone in conflitto con le verità di fede, ma è subordinata ad esse. Il sapere è visto come un'unità armoniosa. 2. Alta scolastica (XI-XII secolo): Emergenza del problema Si inizia a riflettere sulla possibile autonomia della ragione rispetto alla fede. Filosofi come Anselmo d'Aosta cercano di dimostrare razionalmente l'esistenza di Dio, inaugurando una riflessione più sistematica.
3. Fioritura della scolastica (XIII secolo): Armonia tra fede e ragione Con Tommaso d'Aquino, la scolastica raggiunge il suo apice. Tommaso sviluppa una sintesi tra la filosofia aristotelica e la teologia cristiana, sostenendo che la ragione può collaborare con la fede senza contraddirla, poiché entrambe derivano da Dio. 4. Crisi della scolastica (XIV secolo): Separazione tra fede e ragione Con filosofi come Guglielmo di Ockham, si afferma una distinzione più marcata tra fede e ragione. La ragione non è più vista come capace di dimostrare le verità di fede, ma è relegata alla comprensione del mondo naturale.
La scolastica affonda le sue radici nella rinascita intellettuale promossa dall’Impero carolingio e dalla cultura araba. Questi contesti storici hanno favorito la diffusione del sapere antico e la nascita di un metodo sistematico di indagine. Con Carlo Magno (742-814), l'Europa occidentale vive una rinascita culturale volta a rafforzare l'unità amministrativa dell'impero. Carlo promuove la riorganizzazione del sistema scolastico sotto la guida di Alcuino di York (735-804), il quale introduce un programma di studi basato sul trivio (grammatica, logica, retorica) e sul quadrivio (aritmetica, geometria, astronomia, musica). I monasteri diventano centri di produzione culturale e di trasmissione del sapere, dove i testi classici e cristiani vengono copiati, studiati e commentati. Giovanni Scoto Eriugena Figura centrale della rinascita carolingia è Giovanni Scoto Eriugena (810-877), filosofo e teologo di origine irlandese. Egli traduce importanti opere neoplatoniche, come quelle dello pseudo-Dionigi l’Areopagita, e scrive De divisione naturae , un'opera che tenta di conciliare la filosofia neoplatonica con il pensiero cristiano. In questa opera, Giovanni Scoto descrive quattro "nature" fondamentali:
1. Dio padre come principio creatore : crea tutto ma non è creato. 2. Logos, Figlio : create da Dio, ma creatrici a loro volta. 3. Il mondo : tutto ciò che è generato nello spazio e nel tempo. 4. Dio come fine ultimo : la realtà verso cui tutto ritorna. Secondo Scoto, il mondo è una manifestazione della vita divina: tutto proviene da Dio e a Dio ritorna, in un ciclo di emanazione e reintegrazione; il mondo è assolutamente identico a Dio, ma Dio non è assolutamente identico al mondo. Anselmo d’Aosta, sostiene che la fede ha la superiorità rispetto alla ragione, il suo motto era “credo per capire”. che l’esistenza di Dio può essere dedotta dal concetto di Dio come “essere perfettissimo”. Tuttavia, esso fu criticato già dai contemporanei, come il monaco Gaunilone, che obiettò che non si può dedurre l’esistenza reale di Dio dal concetto, così come non si può dedurre l’esistenza reale di un’isola perfettissima dal suo concetto. Anselmo rispose sostenendo che solo Dio, essendo perfezione assoluta, esiste necessariamente. Tommaso d’Aquino e Kant rifiutarono l’argomento. Tommaso affermò che presupponeva già implicitamente l’esistenza di Dio, senza realmente dimostrarla. Kant considerò l’argomento incapace di derivare una realtà da un’idea. Nonostante le critiche, l’argomento fu difeso da pensatori medievali come Bonaventura e Alberto Magno e da filosofi moderni come Cartesio, Spinoza, Leibniz e Hegel. Anche oggi esistono tentativi di rivalutare la validità della prova ontologica. Parallelamente, la scolastica si sviluppa anche grazie alla trasmissione della cultura araba, che introduce in Europa le opere di Aristotele e i commentari di filosofi musulmani come Avicenna e Averroè. Tali testi, tradotti in latino nel XII secolo, forniscono ai filosofi scolastici strumenti concettuali fondamentali, come la logica e la metafisica aristotelica, che saranno rielaborati nell’ambito cristiano.
Le dottrine di Averroè, in particolare l’eternità del mondo e la negazione dell’immortalità personale, entrarono in conflitto con le credenze sia islamiche che cristiane. Tuttavia, Averroè affermava che filosofia e religione non sono in contraddizione, ma esprimono la stessa verità in forme diverse: la filosofia attraverso la ragione dimostrativa, e la religione attraverso un linguaggio più semplice per gli uomini comuni. Questo approccio fu interpretato dagli scolastici cristiani come la dottrina della “ doppia verità ”: una verità di ragione e una di fede, apparentemente inconciliabili.
Le opere di Avicenna e Averroè giocarono un ruolo cruciale nella rinascita del pensiero filosofico in Europa. Le loro idee, giunte attraverso le traduzioni latine, ispirarono i grandi scolastici come Tommaso d’Aquino e Boezio di Dacia, ma generarono anche accesi dibattiti sulla compatibilità tra ragione e fede. L’approfondimento della filosofia araba contribuì infine a preparare il terreno per il pensiero scientifico e umanistico del Rinascimento.
Il XIV secolo rappresenta un momento di profonda crisi e trasformazione nella storia europea, tanto da costituire un tema di grande interesse e dibattito tra gli studiosi. Questo periodo, che Johan Huizinga definì «l’autunno del Medioevo», segna la decadenza delle due principali istituzioni medievali: il papato e l’impero. Nonostante gli sforzi di Bonifacio VIII per restaurare la teocrazia pontificia con il Giubileo del 1300, e l’impegno di Enrico VII di Lussemburgo per preservare il prestigio dell’impero nei primi decenni del secolo, entrambi i tentativi falliscono, sancendo l’irrimediabile declino di questi due pilastri dell’ordine politico medievale. Parallelamente, emergono nuove forze e protagonisti della storia, in particolare le grandi monarchie nazionali europee. Questi Stati centralizzati iniziano a consolidare le proprie strutture istituzionali, militari e burocratiche, rappresentando una nuova base per l’ordine politico. Contemporaneamente, si assiste all’ascesa delle classi mercantili e finanziarie, portatrici di una mentalità protocapitalista e protoborghese. Sebbene queste classi non esercitino ancora un controllo politico diretto, la loro crescente influenza si manifesta sia nella vita economica sia in quella delle idee, contribuendo a un progressivo distacco dall’egemonia religiosa che caratterizzava il sapere medievale. Gli intellettuali legati a questi nuovi ceti sociali iniziano a sfidare il monopolio culturale ecclesiastico, proponendo una prospettiva più laica, che si rivela incompatibile con l’approccio prevalentemente religioso delle scholae. Questo conflitto si manifesta non solo nelle discussioni politiche, come il rapporto tra Stato e Chiesa, ma anche nel campo della speculazione filosofica, dando vita a un contrasto tra filosofia e teologia e a una tensione tra interessi scientifici-naturalistici e interessi religioso-metafisici.
La decadenza interna della scolastica, già avviata nel XIII secolo, si approfondisce nel XIV secolo. Uno dei principali momenti di svolta è rappresentato dall’opera di Duns Scoto, che introduce una rigida distinzione tra teologia e filosofia. Per la prima volta, l’aristotelismo viene utilizzato come criterio per una scienza dimostrativa rigorosa, ma anche come limite della spiegazione dogmatica. Scoto riconosce il carattere pratico, e dunque arbitrario, di ogni affermazione dogmatica, segnando una frattura profonda tra i due domini che la scolastica aveva cercato di unificare armonicamente. Dopo la morte di Scoto, i suoi discepoli e altri pensatori come Durando di Pourçain, Pietro Aureolo e Tommaso Bradwardine evidenziano ulteriormente i limiti della ricerca scolastica, sottolineando il carattere arbitrario delle affermazioni dogmatiche. Il nominalismo, che emerge con forza nei primi due, mina ulteriormente la capacità della scolastica di sostenere i dogmi cattolici e prepara il terreno per una rivalutazione dell’esperienza empirica, che troverà piena espressione nel pensiero di Guglielmo di Ockham.
Con Ockham, il nominalismo si evolve in una critica radicale alle posizioni tradizionali della scolastica. Egli rifiuta la possibilità di una sintesi tra fede e ragione, affermando che la conoscenza umana non può accedere ai misteri della fede attraverso la filosofia. Questo porta alla separazione definitiva tra i due ambiti e alla nascita di un nuovo scetticismo teologico, caratterizzato dalla teoria della “doppia verità”. L’accento posto da Ockham sulla verità di fede come distinta e indipendente dalla ragione riflette una sfiducia crescente nel tentativo di spiegare razionalmente i dogmi cattolici. La filosofia, secondo questa prospettiva, deve abbandonare ogni pretesa di giustificazione metafisica e concentrarsi su altre forme di conoscenza. Questo atteggiamento si inserisce in un contesto di crescente interesse per la natura e l’esperienza concreta, aprendo la strada alla rivoluzione scientifica dei secoli successivi.
Oltre alle trasformazioni teologiche e filosofiche, la prima metà del XIV secolo è caratterizzata da un’intensa attività di discussione giuridico-politica. Due temi centrali dominano il dibattito: la teoria del diritto naturale e i rapporti tra potere ecclesiastico e potere civile. La teoria del diritto naturale, elaborata dagli stoici e integrata nel diritto romano, viene ripresa e sviluppata dalla scolastica medievale, trovando la sua forma più matura nel pensiero di Tommaso d’Aquino. Secondo Tommaso, la legge naturale è una manifestazione della legge divina, che regola l’ordine del mondo e a cui devono ispirarsi sia le leggi civili sia quelle religiose. Questa dottrina rappresenta il quadro di riferimento condiviso da tutti i pensatori medievali, anche quando le loro opinioni divergono sull’autorità che meglio incarna questa legge, cioè il papa o l’imperatore.
Nel corso del Medioevo, la Chiesa rivendica progressivamente una posizione di superiorità sul potere politico. Questo atteggiamento trova la sua massima espressione nella teoria delle “due spade”, formulata da papa Gelasio I nel V secolo, e ulteriormente sviluppata da Innocenzo III, che sostiene la dipendenza di ogni autorità temporale dal papato. Tuttavia, questa posizione viene contestata da diversi pensatori, tra cui Giovanni di Parigi e Dante Alighieri. Giovanni di Parigi, ne Il potere regio e papale , rivendica l’indipendenza dell’autorità politica e dei diritti di proprietà individuali, limitando il ruolo del papa alla gestione dei beni ecclesiastici. Dante, invece, ne La monarchia , difende l’autonomia del potere imperiale, sostenendo che l’autorità del monarca deriva direttamente da Dio, senza intermediari ecclesiastici.
Marsilio da Padova rappresenta una figura rivoluzionaria nel pensiero politico medievale. La sua opera principale, Il difensore della pace (1324), segna una rottura radicale con la tradizione giuridica basata sulla legge naturale divina. Marsilio sviluppa un concetto positivo e laico di “legge”, definendola come un precetto coattivo associato a una sanzione terrena, e attribuisce alla ragione umana il compito di determinare ciò che è giusto o ingiusto per la comunità. Marsilio sostiene che il legislatore supremo sia il popolo, inteso come l’insieme dei cittadini o la parte prevalente di essi. La sovranità popolare garantisce l’efficacia delle leggi, poiché il popolo è più incline a rispettare norme che esso stesso ha contribuito a creare. Inoltre, l’autore limita il potere del papato, sostenendo che i chierici debbano essere sottoposti alla legge civile al pari degli altri cittadini.
Durante questo periodo c’è un rifiuto del volgare e si passa ad usare il latino, per far rivivere l’elegante latino classico; questo favoriva anche lo scambio intellettuale. La parola rinascimento ha un origine religiosa: “rinascita” è la seconda nascita dell’uomo “nuovo” e “spirituale” di cui parlano il Vangelo di San Giovanni e le lettere di San Paolo. Nel Rinascimento però questo concetto denota il rinnovamento globale dell’uomo nei suoi rapporti con se stesso, gli altri, il mondo e Dio. Si ha un ritorno al principio; il “principio” a cui si deve ritornare è una specifica situazione del passato della civiltà: un ritorno ai classici. C’è anche il ritorno alla natura vista come forza che produce e vivifica le cose. Nella seconda metà dell’Ottocento Voigt e Burchardt distinsero umanesimo e Rinascimento. L’Umanesimo era un momento essenzialmente filologico-scientifico mentre il Rinascimento più filosofico-scientifico. Nel Novecento si torna ad avvicinare i termini considerando l’Umanesimo come prima parte del Rinascimento. Kristeller nel XX sec. elaborò la tesi secondo cui gli umanisti sarebbero filologi ma non filosofi perché avrebbero trascurato il pensiero speculativo. Eugenio Garin respinge questa valutazione riduttiva; secondo lui gli umanisti avrebbero concretamente filosofato su vari problemi, la stessa filosofia umanistica porterebbe già in sé una nuova filosofia perché l’appassionata ricerca di manoscritti manifesterebbe un nuovo modo di rapportarsi al mondo antico e di concepire l’uomo. Gli umanisti si sentono attratti dalla classicità greca e latina, è un esempio di vita. Implica un umanesimo filosofico secondo il quale gli studi classici sono uno strumento per educare l’uomo perché gli antichi hanno incarnato al massimo i valori dell’esistenza. Le lettere infatti vengono dette “humanae” perché forgiatrici di uomini veri e le arti “liberali” perché forgiatrici di individui liberi. Si trattava di riprendere il lavoro degli antichi e continuarlo per riportare l’uomo all’altezza della sua vera natura.
“Homo faber ipsius fortunae” (l’uomo è fabbro della propria sorte) cioè che la sua dignità risiede nel forgiare da sé il proprio destino nel mondo. Nell’orazione De hominis dignitate di Pico della Mirandola presenta l’uomo come libero e artefice di sé stesso cioè che può progettare se stesso; l’uomo del Rinascimento deve costruire e conquistare da sé il proprio posto nel mondo. Si ha la concezione religiosa dell’uomo-plasmatore come immagine di Dio creatore, si riconoscono l’uomo e Dio non più uomo o Dio. L’uomo tende ad apparire al centro e Dio alla periferia senza negare Dio. Nonostante l’uomo sia artefice di sé bisogna considera il fatto che gli individui sono condizionati da una serie di forze reali, causali e soprannaturali che non annullano la libertà ma la circoscrivono. L’uomo è la sintesi vivente del Tutto e il centro del mondo: la creatura in cui si concentrano le varie caratteristiche degli enti del mondo avendo qualcosa sia di Angelo che di bestia, di Dio e di Diavolo… La vita viene vista come un impegno concreto: l’uomo non è un essere di passaggio ma un essere che deve giocarsi la propria sorte. La felicità viene vista come realizzazione armonica e completa delle possibilità umane (idea dell’eudaimonia) e si ha anche un riconoscimento del valore del denaro.
Durante il Rinascimento, l’Umanesimo introduce un nuovo modo di concepire la storia e gli eventi storici, un atteggiamento che si contrappone radicalmente alla visione medievale. Nel Medioevo, infatti, gli eventi del passato venivano interpretati alla luce dei paradigmi culturali e religiosi contemporanei, senza alcun interesse per la loro specificità temporale o per il contesto storico originale. Gli autori medievali, ad esempio, trascuravano elementi come geografia e cronologia
L’Umanesimo, al contrario, sviluppa per la prima volta un atteggiamento di prospettiva storica , basato sul distacco critico dal passato. Questo nuovo approccio si fonda sull’idea che il passato abbia una sua individualità e irripetibilità, distinta dal presente. Gli umanisti cercano di comprendere le opere e le figure dell’antichità nella loro realtà autentica, liberandole dalle interpretazioni distorte accumulate durante i secoli medievali. Questo sforzo si traduce in un ritorno ai testi classici nella loro forma originaria e nella ricerca del significato genuino delle loro dottrine. Un esempio di questa prospettiva è il lavoro filologico volto a riscoprire e restaurare le opere classiche nella loro autenticità. La scoperta della prospettiva storica porta a numerosi sviluppi culturali e teorici:
Si sottolinea che:
Rispetto al Medioevo, che era dominato da una concezione unitaria e teologica del sapere, il Rinascimento promuove una visione più libera e indipendente delle varie attività intellettuali. Durante il Medioevo, l’universo del sapere era dominato dalla teologia e concepito come un tutto organico che trovava la sua legittimazione nell’autorità della Chiesa. Tuttavia, il Rinascimento segna un distacco da questa visione, attraverso una critica filosofica e pratica che porta all’affermarsi di un sapere laico, in cui ogni disciplina rivendica la propria autonomia operativa. Questo processo si sviluppa gradualmente, attraverso una serie di trasformazioni che riguardano sia la letteratura che la filosofia, la politica e la scienza. La letteratura, ad esempio, inizia a difendere l’autonomia dell’arte, sviluppando una concezione estetica che valorizza la bellezza intrinseca delle opere, indipendentemente da finalità religiose o didattiche. Anche la politica: pensatori come Machiavelli elaborano una visione dell’agire politico che si basa sull’autonomia della ragion di stato. In campo scientifico, figure come Galileo Galilei danno avvio a un metodo sperimentale che diventerà il fondamento della scienza moderna. Gli intellettuali, pur essendo alcuni cristiani, concepiscono il sapere come un’attività che si sviluppa in modo autonomo rispetto alla religione.
Platone. La traduzione viene realizzata da Leonardo Bruni, viene poi completata da Marsilio Ficino, che ne fornisce anche un’interpretazione in chiave neoplatonica. Durante il Rinascimento, il pensiero platonico viene rielaborato in modo neoplatonico, unendo elementi mistici, cristiani e filosofici.
Durante il Rinascimento si diffonde anche l’aristotelismo, che però si sviluppa in forme diverse rispetto alla tradizione scolastica medievale. Le università, pur continuando a insegnare Aristotele, perdono in parte il loro ruolo innovativo rispetto alle nuove accademie, dove emerge un aristotelismo antimetafisico più orientato alla scienza sperimentale e all’osservazione della natura. Secondo gli studiosi, l’aristotelismo rinascimentale non rappresenta una semplice continuazione della tradizione medievale, ma è un movimento innovativo. Viene definito anticolastico da Kristeller. Il centro di questo movimento si sposta da Firenze, culla del platonismo, a Padova, dove l’università diventa il principale punto di riferimento per lo studio di Aristotele. Qui, a partire dal XIII secolo, si sviluppa un’interpretazione aristotelica influenzata dai commentatori arabi, in particolare Averroè. Si formano così due correnti principali: gli averroisti e gli alessandristi. Gli averroisti sostengono l’esistenza di un unico intelletto separato e immortale, mentre considerano l’individuo concreto come mortale. Gli alessandristi, invece, negano l’esistenza di un intelletto separato, affermando che nulla sopravvive al corpo e che l’anima è semplicemente una funzione legata all’organismo.
L’aristotelismo rinascimentale svolge un ruolo fondamentale nello sviluppo del pensiero scientifico moderno, in quanto indirizza la ricerca verso il problema della natura e promuove un approccio basato sull’osservazione dei fatti. Aristotele diventa così il punto di riferimento per una filosofia più concreta e sperimentale, che si oppone alla tradizione metafisica medievale. Questo movimento difende anche i diritti della ragione, considerata lo strumento principale per indagare la realtà e comprendere il mondo. Presenta anche dei limiti perché rimane legato all’essenza e alla causa finale, ereditate dalla Fisica aristotelica. Questo impedisce un distacco completo dalla tradizione e limita l’innovazione scientifica. Inoltre, nonostante l’appello alla ragione, gli aristotelici rinascimentali continuano a fare riferimento all’autorità di Aristotele (ipse dixit), mettendo in secondo piano l’autonomia della ricerca scientifica. Si distingue per la sua capacità di coniugare fede e ragione, dando vita alla cosiddetta teoria della “doppia verità”, secondo cui fede e ragione possono sostenere tesi opposte senza entrare in conflitto; viene interpretata come un modo per affermare la libertà della filosofia rispetto alla teologia.
La disputa tra platonici e aristotelici nel Rinascimento si sviluppa in un contesto culturale in cui si affermano esigenze diverse: da un lato, i platonici sostengono la necessità di una rinascita religiosa, vedendo nel ritorno al platonismo la sintesi di tutto il pensiero religioso dell’antichità; dall’altro, gli aristotelici promuovono la rinascita della filosofia razionale e naturale, considerata il fondamento della ricerca scientifica. La polemica viene avviata da Giorgio Gemisto Pletone, che esalta Platone, proponendo un’unificazione delle credenze religiose basata sul platonismo. Pletone scrive il trattato Differenze della filosofia di Platone e di Aristotele , in cui sottolinea l’inferiorità del filosofo del Liceo rispetto a quello dell’Accademia. Le sue posizioni provocano la reazione di Giorgio Trapezunzio, un aristotelico, che risponde con il Confronto delle filosofie di Platone ed Aristotele , difendendo Aristotele e la sua mentalità più aderente alla realtà concreta. Tra queste posizioni estreme si colloca il cardinale Basilio Bessarione, che nel suo scritto Contro un calunniatore di Platone cerca di mostrare un accordo di fondo tra i due filosofi. Per Bessarione, Platone sarebbe superiore ad Aristotele in quanto si avvicina maggiormente alla verità cristiana, pur non raggiungendola completamente.
Nicolò Cusano (sosteneva Platone), nato a Cusa in Germania nel 1401 e morto a Todi nel 1464, fu un cardinale e vescovo. Durante un viaggio in Grecia, entrò in contatto con i principali pensatori e teologi greci, avvicinandosi direttamente alla filosofia antica. La sua opera più famosa è La dotta ignoranza (1440). Secondo Cusano, la conoscenza umana è possibile solo quando esiste una proporzione tra ciò che si conosce e ciò che si vuole conoscere. Quando questa proporzione manca, come nel caso della conoscenza di Dio, l’uomo deve riconoscere la propria ignoranza, una “dotta ignoranza” consapevole dei propri limiti. Dio, essendo infinito, non può essere pienamente compreso dall’intelletto finito dell’uomo, che può solo avvicinarsi indefinitamente alla verità senza mai raggiungerla. Cusano utilizza l’immagine dei poligoni inscritti e circoscritti in una circonferenza per spiegare questa idea: i poligoni possono avvicinarsi alla circonferenza, ma non coincideranno mai con essa. Da questa visione deriva una concezione mistica di Dio, inteso come coincidentia oppositorum , cioè l’unità e la conciliazione di tutte le opposizioni della realtà, come il massimo e il minimo, l’unità e la molteplicità, la creazione e il creato. Cusano nega la distinzione aristotelica tra la sostanza celeste, perfetta e immutabile, e la sostanza terrestre composta dai quattro elementi. Per lui, tutte le parti del mondo hanno lo stesso valore, anche se nessuna raggiunge la perfezione assoluta di Dio. Rifiuta l’idea aristotelica di un universo con un centro e una circonferenza, affermando che il mondo è privo di limiti e che il centro è dappertutto mentre la circonferenza non è in nessun luogo. Dio stesso è il centro e la circonferenza del mondo, essendo presente ovunque e in nessun luogo. La Terra, dunque, non è al centro dell’universo ma si muove, come le altre stelle, seguendo un movimento circolare imperfetto. Il Sole, così come la Terra, è composto di elementi, anche se più puri, e Cusano ipotizza l’esistenza di abitanti su altri corpi celesti, più o meno simili a quelli terrestri. Egli riprende la teoria dell’ impetus sviluppata dai filosofi della scuola occamista per spiegare il movimento dei corpi e dei cieli, negando il principio aristotelico secondo cui il motore deve accompagnare il mobile lungo la sua traiettoria. Cusano sostiene che un corpo tende a perseverare indefinitamente nel suo movimento finché non intervengono ostacoli o altre forze a fermarlo.
Marsilio Ficino, nato nel 1433 e morto nel 1499, fu un importante traduttore e commentatore delle opere di Platone e Plotino. Tradusse in latino i dialoghi platonici, le Enneadi di Plotino e altre opere, scrivendo anche una vasta raccolta di saggi e lettere nelle Epistole e la Teologia platonica. Fondò l’Accademia platonica fiorentina, dove l’aspetto religioso e mistico del platonismo venne accentuato. I membri dell’Accademia credevano che la dottrina di Platone derivasse dalla sapienza di Mosè e da una sapienza religiosa primordiale. Il ritorno al platonismo fu interpretato come un ritorno alla sapienza più antica e autentica dell’umanità. Ficino mirò a rinnovare il legame tra religione e filosofia per rigenerare l’uomo e il mondo, ponendo l’uomo al centro. Ficino concepì la realtà come articolata in cinque gradi: il corpo, la qualità, l’anima, l’angelo e Dio. L’anima occupa una posizione mediana tra il corpo e Dio, essendo il “nodo vivente della creazione” e la “copula del mondo”. L’anima è quindi indistruttibile e infinita, con la funzione di mediare tra il divino e il materiale. Questa funzione mediatrice si realizza attraverso l’amore, inteso come la forza armonizzatrice che unisce le diverse parti della creazione e che permette all’universo di tendere verso Dio, raggiungendo ordine e perfezione. L’amore è anche il principio attraverso cui Dio si prende cura del mondo e gli dona vita. Ficino sposta il centro della speculazione da Dio all’uomo, concepito come elemento indispensabile per l’ordine e l’unità dinamica dell’essere; riconosce che i sui limiti costituiscono l’originalità e il valore della natura umana, e quindi il fondamento della sua libertà.