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Dannunzio appunti completi, Dispense di Italiano

dispense su Dannunzio complete (vita, pensiero,opere)

Tipologia: Dispense

2020/2021

Caricato il 14/01/2021

carl88-9
carl88-9 🇮🇹

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Gabriele d'Annunzio
Il pensiero e la poetica!
La prima fase poetica è di stampo carducciano, ma nella narrativa si rifà anche a un Verismo e Naturalismo
primitivo e istintuale; tali caratteristiche si manifestano soprattutto nelle esperienze liriche di Primo vere
(1879) e Canto novo (1882).!
Nelle prime due sillogi, oltre alla giovanile ed esteriore imitazione di Carducci, emergono già il vitalismo e
l’esaltazione della forza della natura unita alla gioia di vivere, con i richiami dei sensi e dell'istinto. È questa
la fase giovanile del cosiddetto panismo (ossia la fusione fra uomo e natura paganamente divinizzata) che
percorre l'intera opera di d’Annunzio. Gli stessi caratteri di vitalità e sensualità si ritrovano nei bozzetti di
Terra vergine. Il richiamo a Giovanni Verga è esteriore; più decisiva pare l'influenza del naturalismo di Èmile
Zola. In primo piano compare il paesaggio abruzzese nelle sue tinte primitive e selvagge; i personaggi
umani sono fusi negli elementi naturali attraverso la forza della loro istintività e delle primordiali tradizioni
popolari.!
La seconda fase è quella dell'estetismo edonistico, che presenta nella raccolta Intermezzo di rime (1884): è
un poeta languido e ranato, un esteta aristocratico ed elegante, dai modi e dal gusto diversi e lontani da
quelli della folla plebea o borghese.!
Muovendo dalla ricerca formale dei simbolisti francesi, in special modo di Mallarmé, il poeta realizza testi
decorativi preziosi, eleganti ed esotici, composti con stile e linguaggio di elevato estetismo. Con le Elegie
romane (1892), infine, ispirate all'omonima raccolta dello scrittore e poeta Goethe, si ripropongono le
ambientazioni, i temi, le atmosfere del romanzo Il piacere. Cercando di soddisfare le aspirazioni mondane,
sensuali ed estetizzanti delle classi più elevate, d'Annunzio favorisce il disprezzo per le istituzioni
parlamentari per la democrazia. L'intreccio tra l'estetismo e il superomismo di Nietzsche in vario modo si
ripresenterà nella vita e nella produzione letteraria dell’autore.!
Ai primi anni 90 risale la cosiddetta terza fase, in cui predominano i temi della bontà, dell'innocenza e
l’accostamento ai valori cristiani. In prosa, così come in poesia, prevale un profondo stato di crisi,
malinconia e stanchezza, da cui si origina il desiderio di conversione a ideali di purezza e innocenza.!
Tale condizione interiore è esplicitamente espressa da d'Annunzio in varie lettere, come quella alla scrittrice
Matilde Serao del 1891. Il mutamento è favorito dall’avvicinamento a modelli letterari stranieri, in particolare
al malinconico simbolismo di Paul Verlaine e alle tormentose suggestioni narrative del russo Fëdor
Dostoevskij !
Tali nuovi motivi e toni si intravedono già nel romanzo Giovanni Episcopo, ma diventano evidenti nel
successivo L'innocente e, soprattutto, nell'opera in versi Poema paradisiaco (1893). Si tratta di testi nei
quali, da un lato, è posto in primo piano la coscienza turbata di personaggi che rivelano aspetti complessi
drammatici della propria personalità; dall'altro, emergono con insistenza i temi legati alla bontà, ai valori
umanitari, il desiderio di purezza e innocenza, nel sogno di un ritorno nel mondo dell’infanzia. Il titolo del
Poema paradisiaco viene dalla parola greca paradeisos, che significa giardino: il significato simbolico del
giardino allude, per un verso, alla sessualità e alla natura, per altro al calore protettivo degli aetti domestici.
Le liriche trattano temi come la malattia, la stanchezza, la nostalgia, il pentimento, propositi di bontà;
contengono, inoltre, suggestivi e struggenti pensieri di morte che sfociano in un intenso simbolismo
cristiano, segno di una personalità inquieta e lacerata. L'influenza di questa poesia sarà determinante per i
Crepuscolari, che riprenderanno largamente le tematiche paradisiache. !
Ispirata al pieno dispiegamento del superomismo e del panismo è la quarta fase, che va dal 1893 al 1909,
gli anni che precedono e coincidono con il soggiorno in Toscana a Settignano. I due atteggiamenti
coesistono e si alternano finché il tema superomistico cede il passo all'aermazione di un più maturo e
profondo panismo. Il gruppo delle Odi navali è già tutto ispirato all'ideale della forza, al piacere dell'azione
eroica. Il superuomo dannunziano disprezza ogni forma di vita volgare e banale; si dichiara incapace di
sopportare la basso umanità che lo circonda, esalta la giustizia dell'ineguaglianza, il diritto del sentimento di
potenza, l'istinto di lotta e di predominio. !
Tutti questi elementi trovano la loro formulazione completa e programmatica nel romanzo Le vergini delle
rocce e successivamente Il fuoco, trasposizione letterale del rapporto tra d'Annunzio e la Duse, incentrato
sulla figura del superuomo-scrittore. Agli anni del superomismo (1899-1904) è legata anche buona parte
della produzione teatrale dannunziana, che realizza anche il mito dell'arte come continuazione della vita.
D'Annunzio si propone di realizzare un teatro di poesia, lontano dal dramma realistico e aperto all'uso della
danza, del canto, della musica, al fine di creare un'atmosfera ideale in cui vibri tutta la vita della natura.!
Il mito della morale superomistica, i temi dell'aermazione della lussuria, del sangue e della violenza
compaiono nei drammi La città morta, La Gioconda, La gloria, La nave. Al programma superomistico è da
ricondurre anche il disegno delle Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi, il cui vertice poetico è il
libro Alcyone (1903), capolavoro dannunziano. !
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Gabriele d'Annunzio Il pensiero e la poetica La prima fase poetica è di stampo carducciano, ma nella narrativa si rifà anche a un Verismo e Naturalismo primitivo e istintuale; tali caratteristiche si manifestano soprattutto nelle esperienze liriche di Primo vere (1879) e Canto novo (1882). Nelle prime due sillogi, oltre alla giovanile ed esteriore imitazione di Carducci, emergono già il vitalismo e l’esaltazione della forza della natura unita alla gioia di vivere, con i richiami dei sensi e dell'istinto. È questa la fase giovanile del cosiddetto panismo (ossia la fusione fra uomo e natura paganamente divinizzata) che percorre l'intera opera di d’Annunzio. Gli stessi caratteri di vitalità e sensualità si ritrovano nei bozzetti di Terra vergine. Il richiamo a Giovanni Verga è esteriore; più decisiva pare l'influenza del naturalismo di Èmile Zola. In primo piano compare il paesaggio abruzzese nelle sue tinte primitive e selvagge; i personaggi umani sono fusi negli elementi naturali attraverso la forza della loro istintività e delle primordiali tradizioni popolari. La seconda fase è quella dell'estetismo edonistico, che presenta nella raccolta Intermezzo di rime (1884): è un poeta languido e raffinato, un esteta aristocratico ed elegante, dai modi e dal gusto diversi e lontani da quelli della folla plebea o borghese. Muovendo dalla ricerca formale dei simbolisti francesi, in special modo di Mallarmé, il poeta realizza testi decorativi preziosi, eleganti ed esotici, composti con stile e linguaggio di elevato estetismo. Con le Elegie romane (1892), infine, ispirate all'omonima raccolta dello scrittore e poeta Goethe, si ripropongono le ambientazioni, i temi, le atmosfere del romanzo Il piacere. Cercando di soddisfare le aspirazioni mondane, sensuali ed estetizzanti delle classi più elevate, d'Annunzio favorisce il disprezzo per le istituzioni parlamentari per la democrazia. L'intreccio tra l'estetismo e il superomismo di Nietzsche in vario modo si ripresenterà nella vita e nella produzione letteraria dell’autore. Ai primi anni 90 risale la cosiddetta terza fase, in cui predominano i temi della bontà, dell'innocenza e l’accostamento ai valori cristiani. In prosa, così come in poesia, prevale un profondo stato di crisi, malinconia e stanchezza, da cui si origina il desiderio di conversione a ideali di purezza e innocenza. Tale condizione interiore è esplicitamente espressa da d'Annunzio in varie lettere, come quella alla scrittrice Matilde Serao del 1891. Il mutamento è favorito dall’avvicinamento a modelli letterari stranieri, in particolare al malinconico simbolismo di Paul Verlaine e alle tormentose suggestioni narrative del russo Fëdor Dostoevskij Tali nuovi motivi e toni si intravedono già nel romanzo Giovanni Episcopo, ma diventano evidenti nel successivo L'innocente e, soprattutto, nell'opera in versi Poema paradisiaco (1893). Si tratta di testi nei quali, da un lato, è posto in primo piano la coscienza turbata di personaggi che rivelano aspetti complessi drammatici della propria personalità; dall'altro, emergono con insistenza i temi legati alla bontà, ai valori umanitari, il desiderio di purezza e innocenza, nel sogno di un ritorno nel mondo dell’infanzia. Il titolo del Poema paradisiaco viene dalla parola greca paradeisos, che significa giardino: il significato simbolico del giardino allude, per un verso, alla sessualità e alla natura, per altro al calore protettivo degli affetti domestici. Le liriche trattano temi come la malattia, la stanchezza, la nostalgia, il pentimento, propositi di bontà; contengono, inoltre, suggestivi e struggenti pensieri di morte che sfociano in un intenso simbolismo cristiano, segno di una personalità inquieta e lacerata. L'influenza di questa poesia sarà determinante per i Crepuscolari, che riprenderanno largamente le tematiche paradisiache. Ispirata al pieno dispiegamento del superomismo e del panismo è la quarta fase, che va dal 1893 al 1909, gli anni che precedono e coincidono con il soggiorno in Toscana a Settignano. I due atteggiamenti coesistono e si alternano finché il tema superomistico cede il passo all'affermazione di un più maturo e profondo panismo. Il gruppo delle Odi navali è già tutto ispirato all'ideale della forza, al piacere dell'azione eroica. Il superuomo dannunziano disprezza ogni forma di vita volgare e banale; si dichiara incapace di sopportare la basso umanità che lo circonda, esalta la giustizia dell'ineguaglianza, il diritto del sentimento di potenza, l'istinto di lotta e di predominio. Tutti questi elementi trovano la loro formulazione completa e programmatica nel romanzo Le vergini delle rocce e successivamente Il fuoco, trasposizione letterale del rapporto tra d'Annunzio e la Duse, incentrato sulla figura del superuomo-scrittore. Agli anni del superomismo (1899-1904) è legata anche buona parte della produzione teatrale dannunziana, che realizza anche il mito dell'arte come continuazione della vita. D'Annunzio si propone di realizzare un teatro di poesia, lontano dal dramma realistico e aperto all'uso della danza, del canto, della musica, al fine di creare un'atmosfera ideale in cui vibri tutta la vita della natura. Il mito della morale superomistica, i temi dell'affermazione della lussuria, del sangue e della violenza compaiono nei drammi La città morta, La Gioconda, La gloria, La nave. Al programma superomistico è da ricondurre anche il disegno delle Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi, il cui vertice poetico è il libro Alcyone (1903), capolavoro dannunziano.

La quinta e ultima fase è detta notturna, dal libro di prosa Notturno, pubblicato nel 1921 ma comprendente le pagine diaristiche scritte anni prima in seguito all'incidente aereo che causa la perdita dell'occhio al poeta. Il Notturno si distingue per struttura e tono: tralasciata ogni ambizione narrativa e retorica, esso è composto da pagine scarne ed essenziali, liricamente evocative, dove prevalgono la brevità dei periodi, le notazioni impressionistiche, gli spunti e i frammenti lirici e meditativi sulla fugacità della vita e sull’approssimarsi della morte. Prose di memoria sono anche Le faville del maglio e le Cento e cento e cento pagine del libro segreto di Gabriele d'Annunzio tentato di morire (1935), che ha per protagonista Angelo Cocles, ultimo personaggio che presta la propria fittizia identità allo scrittore; in quest'opera, si alternano pagine di pure celebrazione di se stesso a frequenti accenti di pessimismo leopardiano. Nel pensiero, nella poetica e nelle opere di d'Annunzio si ritrovano elementi che, seppur rielaborati a livello personale dallo scrittore, rappresentano fondamenti del Decadentismo europeo. L'estetismo tipico dell'autore è uno degli atteggiamenti più diffusi della cultura decadente, e nelle sue forme più esasperate coinvolge anche il piano esistenziale dell'artista, per lo stretto nesso che si viene a stabilire tra arte e vita. Esemplare è d'Annunzio, che all'esaltazione dei valori estetici in quanto tali unisce il compiacimento per la propria vita trasgressiva, nella costante tensione a trasformarla in un'opera d'arte. Fra le opere-manifesto del gusto decadente e dell'estetismo europeo ha un ruolo di primo piano il romanzo Il piacere, che codifica le massime da seguire per l’educazione dell'esteta: rendere la propria vita un'opera d'arte, conservare la propria libertà fin nell'ebbrezza, evitare il rimpianto cercando sempre nuove sensazioni. Il romanzo esprime principi essenziali della poetica dannunziana, che persegue l'ideale di una bellezza assoluta, da attuare sia nell'arte sia nell'esistenza quotidiana. Di matrice pure decadente, ma anche classicista, è il panismo dannunziano. Esso consiste in una concezione della natura e del suo perenne divenire come manifestazioni dirette di una divinità intesa in chiave pagana e panteista; è il sentimento di una natura animata da una forza vitale in cui l'uomo si immerge fino a fondersi in essa, in un processo di metamorfosi per il quale la creatura umana si sente partecipe dello stato vegetale o animale. È una condizione che cerca una totale identificazione tra coscienza individuale e vita della natura, nella ricerca di un rapporto diretto, immediato, non razionale tra l'io e il mondo esterno. D'Annunzio afferma che la sua poesia è natura, perché vive della stessa vita delle creature, partecipa della loro essenza. Anche se a volte i versi dannunziani danno luogo a frequenti richiami alla mitologia classica la parola però si dispiega in un ritmo musicale fluido e armonioso. La poesia di d'Annunzio riesce inoltre a fondere le innovazioni e il culto della parola del simbolismo nel contesto di un legame inscindibile fra uomo e natura umanizzata. Come scrive Eugenio Montale, d'Annunzio è un poeta assai avanzato nella cultura del suo tempo, pur se eccentrico e dilagante. La componente del superomismo dannunziano è stata la più criticata, sia per le implicazioni logiche sia per i toni e le forme in cui viene espressa, improntati spesso all'esagerata ostentazione. L’atteggiamento superomistico culmina nel romanzo Le vergini delle rocce (1196), in cui protagonista, Claudio Cantello, si definisce un esteta ma, soprattutto, una superuomo, che intende generare un nuovo re di Roma, capace di guidare l'Italia. La volgarizzazione delle concezioni dannunziane influenzerà il gusto oratorio pesantemente retorico e l’imitazione dell'arte della civiltà latina nel ventennio fascista, e agli epigoni del classicismo artistico fascista. Ai tre grandi nodi tematici dannunziani altri ne andrebbero aggiunti, come quello che Mario Praz chiama il fondo barbaro, istintivo, primitivo di d'Annunzio. Esso deriva dal legame viscerale tra lo scrittore e la terra d'origine. Non va dimenticata neppure la concezione malinconica e francescana, dal linguaggio più sobrio e dimesso, cui si spireranno i crepuscolari. Esiste anche un ultimo d'annunzio che si contrappone a quello delle opere più note, e che alcuni critici rivalutano, ritenendo i testi del periodo i più notevoli dell'autore. In questo ambito è considerato capolavoro dell'autore il Notturno, che, fra l'altro, fungeva da modello per il frammentismo in Italia. Per d'Annunzio ogni esperienza umana culmina e si risolve nella parola poetica: il verso è tutto è la sua massima suprema. La maestria nell'uso della parola costituisce la grandezza di quest'autore; la sua eredità artistica, infatti, consiste principalmente nell'innovazione della metrica e dei ritmi, nella perizia stilistica, nella vastissima ampiezza del lessico. Anche quando esprime pensieri, sentimenti e atteggiamenti superficiali o perfino inaccettabili, il linguaggio dannunziano stupisce per la straordinaria abbondanza di risorse formali a cui fa ricorso trasformando lessico, sintassi, retorica, metrica, sia nella prosa sia nella poesia. Fino alle prime opere, quando ancora ricalca i modelli poetici di Carducci e le suggestioni narrative di Verga, d'Annunzio mira a introdurre un lessico singolarmente ricco e di grande qualità espressiva attraverso: l'adozione di termini preziosi, letterari e arcaici; il ricorso a parole dialettali o a terminologia tecnica; l'uso di vocaboli e nomi propri capaci di suggestioni musicali e di potere educativo. Nei romanzi d'Annunzio impiega le figure del linguaggio poetico, ricerca ritmi musicali e, a livello sintattico, costruisce frasi molto complesse e spesso sovrabbondanti di attributi e avverbi. Il lessico è alto e lontano dal linguaggio medio, ricorrendo quindi a enumerazioni e ripetizioni. Nelle opere dell'ultima fase, invece, d'Annunzio crea un

quest'opera dal finale cupo, d'Annunzio, nella lettera dedicatoria in lingua tedesca, celebra il superuomo, citando esplicitamente Nietzsche. La concezione superomistica viene estesa al terreno politico nel successivo romanzo, Le vergini delle rocce (1895), che inaugura il nuovo ciclo “del Giglio”. Il protagonista, Claudio Cantelmo, è un nobile profondamente disgustato dalla società del tempo, dominata dall'egualitarismo democratico; egli pensa che solo il superuomo potrà dare inizio a una nuova era per l'Italia, conquistando la plebe che gli riconoscerà il titolo di re di Roma. Claudio Cantelmo vuole essere uomo d'azione e cambiare la realtà. Il protagonista concepisce uno stato utopistico guidato non dai filosofi, ma dai poeti, il nome del verbo, cioè previa una sorta di consacrazione religiosa della poesia. Nella parte centrale del romanzo, Cantelmo deve scegliere fra tre sorelle vergini l'eletta che darà vita al futuro re di Roma e all'avvento di un nuovo Rinascimento. Alcune pagine raffinate rendono lo stile dell'opera più vicino alla poesia che alla prosa. Il protagonista de Il fuoco (1900), romanzo in cui si allude alla relazione tra d'Annunzio e Eleonora Duse, è Stelio Effrena. All'inizio della vicenda, un'attrice famosa ma non più giovane, la Foscarina, si concede a Stelio, un intellettuale circondato da un gruppo di amici e di ammiratori, a Venezia per declamare un'orazione a Palazzo Ducale. Il legame tra i due è incrinato dalla gelosia di lei, preoccupata per il fascino che Donatella Arvale, cantante giovane e bellissima, esercita su Stelio, che la considera l'immagine incarnata della nuova arte. Ma la giovane scompare dalla scena per curare il padre; con lei svanisce in Stelio il sogno di un amore più puro e il rapporto con la Foscarina diventa esclusivo. Una Venezia descritta nei colori dei tramonti e delle nebbie d'autunno, affascinante simbolo della decadenza, della vecchiaia e della rovina, fa da sfondo all'amore tra i due, inevitabilmente impregnato del senso di disfacimento e di morte emanato dalla città: Donatella farà dono del suo amore a Stelio Effrena fino al sacrificio, perché partirà prima di diventare un peso per lui. La scomparsa del musicista tedesco Richard Wagner diventa allegoria della morte dell’arte estetizzante: Stelio e i suoi amici trasportano la bara di Wagner sulla barca funebre e poi fino al treno destinato a portarlo in patria. Nel romanzo è particolarmente accentuato l'aspetto lirico e attento ai valori formali, che fa prevalere la descrizione degli stati d'animo e delle sensazioni dei personaggi sulla narrazione degli eventi e dei fatti. Fin dalle prime pagine, Stelio Effrena, ulteriore incarnazione del superuomo esprime il proprio rammarico per essere nato troppo tardi o troppo presto, in un'epoca mediocre. D'Annunzio riflette sull'arte, che nasce dalla descrizione degli aspetti anche abbietti della vita: è il suo fuoco che li purifica, e questo, secondo una rielaborazione della concezione di Baudelaire, è il compito dell’artista. Le laudi D’Annunzio progetta il ciclo di raccolte poetiche Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi nel 1899, sull’onda del ricordo entusiastico del viaggio compiuto in Grecia nel 1895. Inizialmente il poeta prevede di scrivere sette libri di liriche, ciascuno dedicato a una delle Pleiadi della costellazione del Toro: Maia, Elettra, Alcyone, Merope, Asterope, Taigete e Celeno. Il titolo allude all’anastrofe iniziale del Cantico delle creature di San Francesco, rivisitato in senso completamente laico. L’intento della raccolta è l’esaltazione di una rinascita della civiltà classica e latina. Nel 1903 d’Annunziopubblica Maia, Elettra e Alcyone; nel 1912, Merope; nel 1914-1918 a formare Asterope, rimasta incompleta, sono i tredici Canti della guerra latina, dedicati alla grande guerra appena iniziata. Maia, il primo libro, è un poema di 8400 versi distribuiti in 21 canti, in cui il poeta celebra la grandezza dei miti pagani e classici, rievoca il proprio viaggio in Grecia e celebra il dio Pan. I primi testi di Maia, ricchi di citazioni e spunti danteschi, fungono da prologo all’intero libro, nel quale gli uomini sono chiamati a divina festa. Tale festa è fondata sullo spirito dionisiaco che contrappone alla religione cristiana e al razionalismo un paganesimo classicheggiante e vagheggia l’utopistica rinascita dell’antica grandezza classica. Maia è importante soprattutto per le innovazioni stilistiche: vi introduce strofe e versi la cui struttura, fondata sul misticismo numerico, apre la via al verso libero. Elettra, il secondo libro, è ricco di canzoni di ispirazione patriottica e di esaltazione degli eroi. I componimenti meglio riusciti sono dedicati alla città del silenzio: Ferrara, Ravenna e Pisa. Merope, il quarto libro, racchiude dieci composizioni che celebrano la guerra contro la Turchia per conquistare la Libia. La loro importanza consiste soprattutto nell’influsso esercitato su Marinetti e sui Futuristi, ai quali d’Annunzio si lega nell’esaltazione della bellezza dell’azione militare. Il terzo libro delle Laudi, Alcyone è ritenuto il capolavoro poetico dannunziano. L’opera rappresenta una sorta di canzoniere, il cui tema principale verte sull’avvicendarsi della stagione estiva in Versilia. Le liriche sono strutturate in un'architettura che allude al tempio classico. Ispirandosi al pensiero di Nietzsche, d'Annunzio si richiama a due divinità: Dioniso, dio dell'ebrezza vitale e Apollo, dio

della bellezza classica e serena. Importanti sono le innovazioni, rintracciabili soprattutto ne La pioggia del pineto e La sera fiesolana, basate su suggestioni prosodiche e sonore. In Alcyone, il panismo dannunziano, inteso come piena identificazione, psichica e fisica, tra uomo e natura, imprime coesione tematica all'intero testo: la continua metamorfosi dall'umano alla al naturale e viceversa viene celebrata e rappresentata, come identità profonda, quasi religiosa, tra la natura e la vita stessa nella sua multiforme ricchezza. La struttura di questo libro non è casuale, ma meditata in chiave tematica. Funge da prologo l'invocazione La tregua, in cui il poeta, chiede una sosta per il buon combattitor. I primi componimenti sviluppano soprattutto il tema del valore segreto della poesia, che consente alla natura di manifestarsi. In questa prima parte della silloge si distingue l’ampia canzone in sette parti Il fanciullo, che, indubbiamente influenzata della poetica di Giovanni Pascoli, esalta la poesia come opera di un allegorico divino fanciullo. D'Annunzio interpreta però la voce del fanciullo, ossia della poesia, come voce di tutte le cose. Nei testi successivi, prevalgono paesaggi che forniscono spunto a discorsi sulla funzione della poesia in rapporto alla natura, cui il poeta dona la sua parola, rivelandone i segreti. Il successivo riferimento alla lauda è inequivocabilmente connotato come sacrale e religioso; tende però a riprendere i valori della tradizione cristiana per trasferirli in un’atmosfera mistica di tipo pànico, panteista e pagano. Con Meriggio inizia poi l’esaltazione dell’estate della Versilia: uomo e natura coincidono perfettamente e la metamorfosi della natura in persona e della persona in elemento della natura si estende, assumendo connotazioni classiche più evidenti. I testi intitolati La corona di Glauco e i Madrigali dell'estate, fra cui si distingue La sabbia del tempo, accentuano tale aspetto. La raccolta è chiusa dal Commiato che, come osserva Squarotti, è anche l’addio a una forma di poesia, a una stagione che è insieme l’estate versiliese e la fioritura della pienezza lirica e inventiva. Il tema della follia e la poesia frammentista Nel 1910, dopo essersi lungamente dedicato al teatro e opere minori, d'Annunzio pubblica un altro romanzo: Forse che sì forse che no. Nell'opera ritorna il tema del superuomo, che può essere tale solo liberandosi dalla schiavitù nei confronti della voluttà e della donna che lo incatena alla passione. Nuovo è, però, il tema della follia, legato all'esperienza biografica dell'autore, che indirizza la narrazione verso l'ambiguità e il mistero. A Giuseppina Mancini d'Annunzio dedica anche le pagine, edite postumi, di Solus ad solam: il diario, che risale al 1908, annota i pensieri e i sentimenti dello scrittore di fronte al dramma della compagna. L'operetta è importante perché per la prima volta l’autore utilizza lo stile frammentario (o frammentismo). La svolta verso il frammentismo prosegue ne Le faville del maglio e culmina nel Notturno. Il Notturno è diviso in tre Offerte. La prima, che si apre con la vita di ospedale, vede il poeta lottare contro la cecità, il dolore e l'impotenza, mentre ricomincia a scrivere in un prorompente flusso di immagini che accomuna il presente e i ricordi. Nella seconda Offerta, fra le notazioni soggettive sul decorso della malattia, emerge un lungo ricordo della guerra, con i compagni di volo morti, i campi d'aviazione, le città di frontiera, le operazioni belliche in mare e sul Carso, inframmezzato da una parentesi di ricordi familiari. La terza Offerta torna interamente a vertere sulla vita interiore. Tra ricordi e rapporti con gli amici in visita emerge prepotentemente la creatività visionaria del poeta, con immagini che poco si discostano dal sogno. La guarigione, che coincide con la Pasqua, rendendo l'opera una metafora della passione di Cristo, conclude la composizione, esempio anticipatore per l’Italia di una prosa poetica ininterrotta che sgorga come flusso di coscienza e di memoria. Denominata “notturna”, l’ultima fase della produzione in prosa dello scrittore è da non pochi critici oggi individuata come quella della più valida prosa dannunziana. Il Notturno, scritto a contatto con l’esperienza reale del dolore e della vicinanza alla morte, è caratterizzato da un’analisi interiore spinta oltre i limiti dello scavo psicologico, dallo smarrimento e dal senso di sconfitta. Lo stile è sobrio, costituito da periodo privi della ricchezza di aggettivazione e dell’usuale elaborazione retorica. Sotto il profilo linguistico-stilistico, il testo procede per improvvise associazioni di idee e violenti salti temporali. Privo di disegno narrativo e della tradizionale struttura diacritica, il Notturno presenta un largo uso dell’analogia e del simbolo. D’Annunzio sperimenta in modo originale la prosa lirica, ovvero il poemetto in prosa, alla maniera di Baudelaire e Rimbaud. Notevole è, infine, il diario scritto all'approssimarsi della morte: il libro segreto o meglio, le Cento e cento e cento pagine del libro segreto di Gabriele D'Annunzio tentato di morire in cui l'autore, giunto alla fine della propria vita, afferma di provare noia e fastidio per essere stato quello che è stato.